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Perché nel linguaggio colloquiale maschile spesso la mamma viene chiamata col termine o-fukuro (il sacco)?

Il termine お袋 (ofukuro) per “mamma” ha origini storiche e culturali interessanti. Ecco una spiegazione dettagliata delle sue origini:

Origini del Termine お袋 (ofukuro)

1. Significato Letterale:
– La parola 袋 (fukuro) significa “sacco” o “borsa” in giapponese. L’aggiunta del prefisso onorifico お (o) è una forma di rispetto che trasforma la parola in お袋 (ofukuro).

2. Uso Storico
– Anticamente, il termine fukuro era usato per riferirsi alle sacche in cui le madri giapponesi conservavano e portavano oggetti essenziali per la famiglia, come cibo e utensili. Queste sacche erano simbolicamente legate al ruolo della madre come custode e nutrice della famiglia.
– Nel periodo Edo (1603-1868), era comune che le donne portassero con sé sacche di tessuto (fukuro) contenenti oggetti personali o cibo. Queste sacche divennero simbolicamente associate alle madri che preparavano e portavano cibo ai loro figli, specialmente quando lavoravano o andavano a scuola.

3. Simbolismo e Affetto
– Con il tempo, il termine fukuro iniziò a essere usato metaforicamente per riferirsi alla madre stessa, poiché era lei che preparava e forniva ciò che era contenuto nelle sacche. L’uso di お袋 (ofukuro) divenne un modo affettuoso e rispettoso per riferirsi alla propria madre, richiamando l’immagine del suo ruolo premuroso e nutriente.

4. **Connotazione Familiare:**
– お袋 (ofukuro) ha una connotazione familiare e intima, spesso utilizzata dai figli per riferirsi alla loro madre in modo affettuoso. È meno formale rispetto a 母 (はは, haha), che è il termine standard per “madre”.

Oggi, お袋 (ofukuro) è ancora utilizzato, anche se può avere una sfumatura un po’ arcaica o regionale. È particolarmente comune sentirlo nelle conversazioni familiari o tra amici intimi. La parola conserva il suo significato affettuoso, evocando immagini di cura e sostegno materno.

 

Rikka –  立夏

Rikka è uno dei nijūshi-sekki (二十四節気), i ventiquattro termini solari del calendario tradzionale giapponese. Questo termine, che letteralmente significa “inizio d’estate”, coincide con il periodo in cui i primi segnali della stagione calda iniziano a farsi sentire.

Entrando nel periodo del rikka le giornate si allungano, il sole splende più forte e le temperature aumentano sensibilmente. L’aria si riempie del fruscio delle foglie e del canto degli insetti, preannunciando l’arrivo della stagione più calda dell’anno.

Mia moglie mi ha insegnato tanti anni fa una frase che spesso viene usata in questo periodo:

立夏を迎え、暦の上では夏となりました。

Rikka wo mukae, koyomi no ue de ha natsu to narimashita

Il significato della frase è che il periodo del rikka è arrivato quindi secondo il calendario è iniziata l’estate.

Anche se il rikka segna l’inizio dell’estate dal punto di vista astronomico, in Giappone questa stagione viene generalmente suddivisa in tre ulteriori periodi:

Shoka (初夏): L’inizio dell’estate, che coincide con il rikka. In questo periodo, la natura si risveglia e si colora di verde brillante.

Chūka (仲夏): l’estate è in pieno svolgimento, il periodo più caldo e umido dell’anno.

Banshu (晩夏): conicide con la fine dell’estate, quando le prime brezze autunnali iniziano a rinfrescare l’aria.

Il rikka rappresenta quindi un momento importante per celebrare l’arrivo della bella stagione e per godersi le attività all’aperto. In molte regioni del Giappone si tengono festeggiamenti e rituali per accogliere l’estate.

Anche se il calendario Gregoriano non coincide perfettamente con quello lunare, il rikka inizia generalmente tra il 5 e il 6 Maggio.

È considerato un momento fortunato per iniziare nuovi progetti o intraprendere viaggi e in passato era un giorno in cui le persone si purificavano con il bagno e indossavano nuovi vestiti per celebrare l’arrivo dell’estate.

Quest’anno l’inizio del rikka, cade il 5 Maggio 2024 e copre un periodo di circa 15 giorni, dal 5 al 19. Sebbene ogni anno si verifichi generalmente tra il 6 e il 20 Maggio, la data non è fissa.

Questo perché il rikka, come gli altri ventiquattro termini solari che dividono l’anno in segmenti di circa 15 giorni, si basa sul movimento del sole. Di conseguenza, la data precisa può variare leggermente, anche di un giorno, a seconda dell’anno.

Inoltre, il termine rikka può riferirsi sia al giorno specifico che segna l’inizio dell’estate, sia all’intero periodo di 15 giorni che va dal primo giorno del rikka (il 9° termine solare) allo shōman (小満), il 10° termine solare.

Vale la pena notare che, all’interno dei ventiquattro termini solari, esiste anche un periodo precedente al rikka chiamato kokū (穀雨), che significa “il periodo in cui cadono le piogge che nutrono i cereali”, mentre il periodo successivo al rikka è chiamato shōman (小満), che significa “il periodo in cui tutte le cose crescono completamente”.

Ulteriori divisioni del rikka

I ventiquattro termini solari vengono ulteriormente suddivisi in settantadue (七十二侯, shichijūni kō), ognuno dei quali rappresenta un periodo di circa 5 giorni. Durante il rikka i si susseguono in questo modo:

Shokō – kawazu hajinete naku (初候 – 蛙始鳴): Il primo canto delle Rane (5 Maggio)

In questo periodo, le rane (kawazu/kaeru) iniziano a gracidare. Kawazu è un termine più formale per indicare le rane, mentre kaeru é un termine più colloquiale e informale. Secondo alcune teorie, l’etimologia del termine “kaeru” deriva dal verbo kaeru (帰る, tornare), in quanto le rane sono considerate creature che tornano sempre al loro luogo d’origine. “Kawazu“, invece, deriverebbe da “河之蛙” (kawazu gaeru), che significa “rana di fiume”. In questo periodo il canto delle rane risuona ovunque, creando un coro naturale che annuncia l’arrivo dell’estate.

Jikō – mimizuizuru (次侯 – 蚯蚓出): L’Emersione dei Lombrichi (10 Maggio)

In questo periodo, i lombrichi (mimizu) iniziano a emergere dal terreno. Il termine “mimizu” deriva da miezu/mamiezu (目見えず), che significa “invisibile agli occhi”. Nonostante l’assenza di occhi, i lombrichi percepiscono la luce e tendono a spostarsi verso il buio. Per questo motivo, li vediamo spesso emergere dal suolo durante la notte o in giornate piovose. I lombrichi svolgono un ruolo fondamentale nella fertilità del terreno, nutrendolo e aerandolo. La loro presenza è quindi un segno di un terreno sano e fertile.

Makkō – takenokoshōzu (末侯 – 竹笋生) – La Germogliazione del Bambù  (15 Maggio)

In questo periodo, i takenoko (竹の子), i germogli di bambù, iniziano a spuntare dal terreno. “Take no ko shōzu” è un’espressione poetica ed antica che significa “il germoglio del bambù“, oggi caduta in disuso. Esistono comunque anche altri termini stagionali con lo stesso significato come takōna (筍), o takanna (たかんな).

Sebbene i prodotti a base di bambù siano ormai disponibili tutto l’anno, la vera stagione dei germogli di bambù è l’inizio dell’estate. I più teneri e gustosi sono quelli appena raccolti al mattino e consumati subito sul posto.

Kunpū – 薫風 : la stagione del vento profumato

Durante il mese di Maggio la natura riprende vita e il suo colore verde è splendido e si intensifica giorno dopo giorno. Le espressioni stagionali come kunpū (薫風) e kazekaoru (風薫る) veicolano l’idea di una fragranza percepibile nel vento che scuote le giovani foglie verdi.

In giapponese esiste un saluto stagionale che recita come segue:

風薫る季節となりました。

Kaze kaoru kisetsu to narimashita.

è un saluto comune all’inizio dell’estate.

I giapponesi sono famosi per essere un popolo indiretto e per avere una lingua che utilizza moltissime sfumature in modi interessanti, alcuni dei quali a volte poco comprensibile e ridondanti per noi stranieri, che ci chiediamo perché la conversazione che stiamo ascoltando da cinque minuti sembri priva di un vero e proprio soggetto.

La lingua scritta non fa eccezione e specialmente nelle lettere, ma anche nelle e-mail, i giapponesi, seguono un formato molto rigido. Specialmente nelle lettere prima di arrivare al focus del discorso i giapponesi inseriscono una frase conosciuta come jikō no aisatsu (時候の挨拶), il saluto stagionale, che cambia a seconda del periodo dell’anno.

In questo periodo, gli alberi entrano nella fase di crescita più rigogliosa e il loro profumo riempie l’aria. Esistono espressioni come wakaba-kaze (若葉風, “il vento che soffia la tra le giovani foglie”) oppure kusawake no kaze (草分けの風, “il vento che divide l’erba”) che evocano la freschezza e i profumi tipici di inizio dell’estate.

Otaueshinji – 御田植神事

Rikka segna anche l’avvio della stagione della semina e precede la stagione delle piogge, tsuyu, (梅雨), in giapponese.  Di conseguenza, in molte regioni durante questo periodo si svolgono feste per invocare raccolti abbondanti. Tra queste, l’Otaue Shinji (御田植神事) è un esempio particolarmente famoso.

Durante l’Otaue Shinji, donne e bambini si sottopongono a riti di purificazione prima di piantare piantine di riso ed eseguire danze tradizionali per invocare un raccolto abbondante. Queste vivaci celebrazioni mettono in mostra tradizioni culturali radicate e incarnano le speranze e le aspirazioni delle comunità agricole.

Il significato dell’Otaue Shinji

L’Otaue Shinji riveste un significato profondo nella cultura giapponese, intrecciandosi profondamente con il ciclo agricolo e la venerazione della natura. Rappresenta una messa in scena simbolica del processo di piantagione, incarnando la convivenza armoniosa tra uomo e mondo naturale.

In Giappone, cultura del riso e religione sono strettamente legate. Nella maggior parte delle regioni, la stagione agricola inizia e finisce con rituali shintoisti: si svolgono cerimonie durante la semina per invocare una buona crescita delle piantine di riso e feste del raccolto per ringraziare i kami del suo buon esito. Tra i riti di piantagione del riso più famosi del Giappone si annovera l’Otaue Shinji del santuario Sumiyoshi Taisha, che viene celebrato fedelmente fin dai tempi antichi.

La leggenda narra che il rito dell’Otaue Shinji risalga addirittura al 211 d.C., quando la leggendaria imperatrice Jingū, ordinò la creazione di una nuova risaia da dedicare alle divinità del santuario. Per preparare la risaia, fece arrivare dalle zone che oggi corrispondono alla prefettura di Yamaguchi, delle “vergini piantatrici”, conosciute come ueme (植女), appositamente addestrate. Ancora oggi, per il rito viene utilizzata la stessa risaia, situata appena a sud-ovest dell’area principale del santuario.

Il rito dell’Otaue-shinji:

L’Otaue Shinji inizia con un rituale di purificazione sia per le piantine di riso che per i partecipanti. La sacra risaia viene arata da buoi che trainano un aratro di legno, per poi essere cosparsa di acqua consacrata. Mentre le ueme piantano il riso, danzatori e musicisti in sgargianti costumi si esibiscono ai bordi della risaia. Si dice che la loro energia infonda salute e vigore alle piantine.

L’Otaue Shinji si svolge ogni anno il 14 giugno. Il governo lo ha designato come bene immateriale folkloristico.

Tradizioni propizie per il Rikka

In occasione del Rikka, che coincide con la festività del kodomo no hi (子供の日), è tradizone immergersi nello shōbuyu (菖蒲湯) e gustare i buonissimi kashiwa mochi (柏餅).

菖蒲湯 – shōbuyu : un bagno propizio

Lo shōbu (菖蒲) è un tipo di iris con lunghe foglie che assomigliano alle spade brandite deai samurai. Questa tradizione non possiede solo un simbolismo di competizione e spirito marziale legato al mondo dei samurai (尚武 – shōbu), ma si credeva anche nelle sue proprietà benefiche contro le malattie. Il suo utilizzo in questa festività è considerato un’usanza propizia.

Lo shōbu è anche una pianta officinale con proprietà che includono il miglioramento della circolazione sanguigna, l’idratazione della pelle e l’alleviamento di dolori come nevralgie, mal di schiena e mal di stomaco.

柏餅 – kashiwa mochi

Il kashiwa mochi è un dolce a base di riso glutinoso ripieno di anko (pasta di fagioli rossi dolci) avvolto in foglie di kashiwa, la quercia. La scelta di questa foglia non è casuale: la sua caratteristica di non perdere le vecchie foglie fino a quando i nuovi germogli non sono cresciuti simboleggia la prosperità e la continuità della progenie.

In un’epoca come l’era Edo, quando il tasso di mortalità infantile superava il 50%, questo dolce rappresentava un augurio per la salute e la forza dei bambini. Non sorprende che questa tradizione sia diventata così radicata.

Sebbene oggi la realtà sia, fortunatemente, ben diversa, non si può non apprezzare la saggezza e la cura con cui gli antichi usavano le tradizioni e le credenze popolari per promuovere il benessere dei più piccoli.


Lasciamo che il rikka sia un’ispirazione per vivere una vita più sana, felice e in armonia con il mondo che ci circonda.

Shunbun no hi, l’equinozio di primavera

La Festa di Primavera, conosciuta in giapponese come shunbun no hi (春分の日), è una delle festività nazionali più amate in Giappone. A differenza di altre festività, la data precisa di questa celebrazione non è fissa, ma varia ogni anno. In questo articolo, viaggeremo attraverso la ricca tradizione di questa festa, scoprendone le origini, il significato e le diverse sfumature.

Lo shunbun no hi è uno dei ventiquattro termini solari (nijūshi sekki, 二十四節気), che dividono l’anno in 24 segmenti basandosi sulla posizione del sole lungo la sua eclittica. In questo giorno, la durata del giorno e della notte è quasi uguale in tutto il mondo. In astronomia, il giorno di primavera segna l’inizio della primavera ed è il momento in cui si inizia a percepire il tepore primaverile.

「自然をたたえ、生物をいつくしむ」

“Onorare la natura e celebrare le creature viventi”

Secondo il naikakufu (内閣府), l’ufficio di gabinetto giapponese, questa festa nazionale (国民の祝日,kokumin no shukujitsu) è stata istituita per “onorare la natura e celebrare le creature viventi”.

Il termine shunbun è composto da due ideogrammi: shun/haru (春) che significa “primavera” e bun (分) che significa “divisione”. Come scritto in precedenza questa festa cade infatti in un giorno particolare, quando la durata del giorno e della notte è quasi uguale in tutto il mondo. Questo evento astronomico, chiamato equinozio di primavera, segna l’inizio ufficiale della stagione primaverile nell’emisfero settentrionale.

L’equinozio di primavera può verificarsi tra il 20 e il 21 Marzo di ogni anno. La data precisa viene calcolata in base a complessi calcoli astronomici che tengono conto del moto di rotazione terrestre. Per questo motivo, la festa di primavera non ha una data fissa sul calendario.

Questa data non è fissata per legge, ma viene determinata in base al reki-yōkō (暦要項), un calendario ufficiale pubblicato dall’Osservatorio Astronomico Nazionale del Giappone, il Kokuritsu-tenmon-dai (国立天文台).

Il reki yōkō viene pubblicato circa un anno prima, fornendo la data ufficiale dello shunbun no hi per l’anno successivo

Secondo quando riportato sul sito dell’ Osservatorio Astronomico Nazionale, sebbene il shunbun no hi cada generalmente il 20 o 21 Marzo di ogni anno, la data precisa può variare a causa di due fattori principali:

  1. Il moto del Sole e della Terra:

Il Sole si muove lungo un’orbita immaginaria chiamata eclittica, kōdō (黄道) in giapponese.

L’equatore terrestre, se prolungata fino al cielo, forma un’altra linea immaginaria chiamata equatore celeste, ten no sekidō (天の赤道) in giapponese.

I due punti in cui l’eclittica e l’equatore celeste si intersecano sono chiamati punto di primavera (春分点, shubun ten) e punto d’autunno (秋分点, shūbun ten).

Lo shunbun no hi cade il giorno esatto in cui il sole, lungo la sua orbita eclittica attraversa il punto di primavera.

  1. Le variazioni del moto terrestre:

La rotazione terrestre non è costante e può subire lievi accelerazioni o decelerazioni nel tempo.

Questi cambiamenti, seppur minimi, possono accumularsi e causare un leggero spostamento del punto di primavera.

Per questo motivo, la data dello shunbun no hi non è mai la stessa e deve essere calcolata ogni anno con precisione.

Le feste nazionali giapponesi hanno spesso origine da cerimonie religiose, conosciute come kyūchū-saishi (宮中祭祀) tenute dall’imperatore e dall’imperatrice per la felicità del popolo. Il giorno di primavera non è da meno, traendo origine dalla cerimonia di primavera per gli spiriti imperiali, la shunki kōreisai (春季皇霊祭).

Questa cerimonia celebra il periodo in cui tutta la vita nella natura si risveglia e rinasce. Per questo motivo, dopo la Seconda Guerra Mondiale, il giorno di primavera è stato adottato come festa nazionale.

Sebbene comunemente chiamata festa di primavera, lo shunhun no hi, nello Shintō è anche conosciuto come “Cerimonia di Primavera per gli Spiriti Imperiali” (春季皇霊祭, Shunki Kōreisai).

Si tratta del nome antico della festività e, pur essendo oggi una festa nazionale, le sue origini risiedono in un rito religioso. In origine, l’imperatore si recava presso il Kōreiden (皇霊殿), uno dei tre santuari presenti all’interno del palazzo imperiale, per venerare gli spiriti dei suoi antenati, a partire dai primi imperatori fino ai membri defunti della famiglia imperiale.

Le prime attestazioni di questo rituale si trovano nel Kojiki (古事記) e nel Nihon Shoki (日本書紀) due testi storici giapponesi. Inizialmente, durante il periodo Heian (平安時代794-1185), la cerimonia si svolgeva secondo la tradizione buddista nel seiryōden (清涼殿) all’interno del Kyōto-gosho (京都御所), il palazzo imperiale di Kyōto. Tuttavia, durante il periodo Meiji (明治時代, 1868-1912), il rito venne convertito in un culto shintoista.

Questo giorno ci fa riflettere sulla nostra stessa esistenza, frutto del sacrificio e del lavoro dei nostri antenati.

Importante è ricordare il legame del shunbun ni hi con la festività buddista dell’Ohigan (お彼岸)

L’Ohigan (お彼岸) è una festività buddista celebrata due volte all’anno, in corrispondenza proprio dell’equinozio di  primavera e dell’equinozio d’autunno (秋分の日, shūbun ni hi). La celebrazione vera e propria dura sette giorni, includendo i tre giorni prima e i tre giorni dopo l’equinozio.

Nella tradizione dello Jōdo Shinshū (浄土真宗, il Buddismo della terra pura), il mondo in cui viviamo, pieno di sofferenza e illusioni, è chiamato shigan (此岸, letteralmente “questo mondo”), mentre il nirvana, la terra della beatitudine eterna, è chiamato higan (彼岸, letteralmente “l’altra riva”).

Durante gli equinozi, giorno e notte hanno la stessa durata. Secondo la tradizione, in questo periodo il confine tra il mondo dei vivi e quello dei morti si assottiglia. Questo cambio di stagione diventa un’occasione per la riflessione personale e per ricordare e onorare i defunti.

Il cibo tipico di questa giornata è il bota-mochi (ぼた餅), un dolce fatto con il mochigome (糯米/もち米), riso glutinoso e ricoperto di pasta di azuki (小豆), i fagioli rossi. Il colore rosso della pasta di fagioli è considerato un portafortuna e si dice che abbia il potere di allontanare gli spiriti maligni. Si pensa che l’usanza di mangiare il botamochi derivi dalla tradizione di offrirlo agli antenati durante l’Ohigan.

Il termine botamochi (牡丹餅) è composto da due kanji (anche se quasi sempre lo si vede scritto in hiragana):

Bota (牡丹) che significa “peonia”

Mochi (餅) che significa “dolce di riso glutinoso”

Si crede che l’origine del nome sia legata all’aspetto del dolce. La forma arrotondata del botamochi, servito spesso avvolto in un foglio di bambù, ricorda infatti il nocciolo del fiore di peonia.

Esistono due teorie principali sul perché il botamochi sia stato associato alla peonia:

  1. Periodo di fioritura:

Il botamochi viene tradizionalmente consumato durante la stagione della peonia, che in Giappone va da metà Marzo a Maggio. In questo periodo, i fiori di peonia sbocciano in tutta la loro bellezza, e il dolce rappresenta un modo per celebrare questa stagione. Il colore rosso dei fiori di peonia è considerato di buon auspicio in Giappone.

  1. Simbolismo:

La peonia con il suo colore rosso è un fiore molto apprezzato in Giappone, simbolo di ricchezza, prosperità e fortuna. Il botamochi, con la sua forma rotonda e il colore rosso rimanda a questi stessi simboli, assumendo un significato propiziatorio .

Le prime attestazioni del botamochi risalgono al periodo Heian (平安時代, 794-1185). In quel periodo, il dolce era conosciuto come kaimochi (かいもち). Il nome botamochi si diffuse in seguito, diventando il termine più utilizzato a partire dal periodo Edo (江戸時代, 1603-1868).

「棚からぼたもち」

Tana kara botamochi

Esiste un proverbio giapponese che recita: Tana kara botamochi (棚からぼたもち), che significa letteralmente “un botamochi cade da una mensola”. Il proverbio è usato per indicare una situazione di fortuna inaspettata, un vero e proprio “colpo di fortuna”.

Il potere benefico del riso rosso, sekihan: un tocco di fortuna per l’equinozio.

Analogamente al botamochi, anche il sekihan (赤飯, riso rosso con fagioli azuki) è considerato un alimento con proprietà propiziatorie.

Il termine sekihan (赤飯), vuole dire letteralmente “riso rosso”, indica un piatto tipico della cucina giapponese a base di mochigome (餅米, il riso glutinoso) e fagioli azuki.

Le origini del sekihan sono antiche e risalgono al periodo Jomon (縄文時代, 14.000-300 a.C.). In origine, il piatto era preparato con riso selvatico e fagioli rossi fermentati. La versione moderna si è diffusa durante il periodo Edo (1603-1868).

Fin dall’antichità in Giappone, si credeva che il colore rosso dei fagioli azuki avesse il potere di scacciare gli spiriti maligni. Per questo motivo, durante l’equinozio di primavera e d’autunno, è tradizione preparare e offrire il sekihan come simbolo di buon auspicio e protezione.

Il consumo del sekihan durante l’equinozio assume un significato più profondo, associandosi al rituale di purificazione e rinascita. Il colore rosso, emblema di vitalità e forza, rappresenta la vittoria della vita sulla morte e la speranza di un nuovo inizio.

La preparazione del sekihan è semplice e richiede pochi ingredienti: mochigome, riso glutinoso, fagioli azuki, acqua e sale. Il riso viene cotto a vapore insieme ai fagioli, assumendo una caratteristica colorazione rosso intenso. Il sapore dolce e leggermente salato del sekihan lo rende un piatto versatile, perfetto per accompagnare diverse pietanze o da gustare da solo.

Esistono diverse varianti del sekihan a seconda della regione del Giappone. In alcune zone si aggiungono verdure, castagne o altri ingredienti al riso.

Oltre al suo valore simbolico, il sekihan rappresenta un momento di condivisione e convivialità. Durante l’equinozio, le famiglie si riuniscono per preparare e gustare questo piatto antico, tramandando di generazione in generazione una questa ricetta ricca di significato e di gusto.

Il passaggio dall’inverno rigido alla mite primavera rappresenta un momento di cambiamento delicato per il nostro corpo. Le temperature incostanti e il risveglio della natura possono influenzare il nostro equilibrio e le nostre difese.

In Giappone, per accompagnare questo periodo di transizione, esiste una tradizione secolare: il consumo di higan-soba (彼岸そば) e higan-udon (彼岸うどん), i soba e gli udon dell’equinozio di primavera o dello Ohigan)

Questi due tipi di alimenti sono particolarmente indicati per questo periodo grazie alle loro proprietà:

Digestibilità: facili da digerire, aiutano a lenire lo stomaco e l’intestino dopo i rigori invernali.

Nutrienti: ricchi di carboidrati, forniscono energia e sostengono il corpo durante il cambio di stagione.

Simbolismo: la caratteristica lunghezza di soba e udon rappresenta la longevità e la prosperità.

Consumare i soba e udon durante l’equinozio di primavera non è considerato solo un mero atto di gusto, ma un vero e proprio rituale di benessere. Un momento per prendersi cura di sé, con un piatto semplice e nutriente che rinvigorisce il corpo e lo spirito.

Il loro sapore delicato e versatile si presta a diverse preparazioni, con brodi caldi o freddi, verdure di stagione e altri ingredienti a seconda dei gusti e delle tradizioni locali. Un piatto che unisce gusto e tradizione, celebrando la rinascita della natura e la nuova energia della primavera.

Questi alimenti rappresentano un ponte tra passato e presente, un antico rituale che si rinnova ogni anno, unendo la saggezza della tradizione al gusto e al benessere del corpo. Un modo per connettersi con la natura e con i propri cari, assaporando un piatto semplice ma ricco di significato.

Conosciuta anche come hyakka no ō (百花の王), la “regina dei fiori”, la peonia si distingue per la sua bellezza regale, con fiori grandi e colorati che sbocciano in primavera.

La peonia è un simbolo di buon auspicio in molte culture, associata alla ricchezza, alla prosperità e alla felicità. In Cina, è considerata un fiore sacro e viene spesso regalata come simbolo di augurio per il nuovo anno.

La peonia compare in diverse forme d’arte giapponesi, come la poesia, la letteratura e la pittura. Il suo nome, botan (牡丹), deriva da “botan-e“, che significa “fiore rosso”. La peonia è anche un motivo decorativo popolare sin dal periodo Heian, presente su kimono, ceramiche e altri oggetti d’arte.

Dalla fine di marzo alla fine di aprile, gli alberi di magnolia ci regalano la loro bellezza con fiori che sfoggiano un delicato contrasto: bianco all’interno e rosso porpora all’esterno.

I boccioli della magnolia custodiscono un segreto: sono sempre rivolti verso nord. Un enigma che ha dato origine al soprannome di “fiore bussola”.


La Festa di Primavera rappresenta un momento di rinascita e di speranza per il popolo giapponese. È un’occasione per riflettere sulla bellezza della natura e per apprezzare i doni che essa ci offre. Le celebrazioni di questa festa sono un modo per rafforzare il legame con la tradizione e per guardare al futuro con ottimismo.

ひな祭り – Hina Matsuri

Il 3 Marzo segna un evento speciale nel calendario giapponese: è il giorno dello Hinamatsuri (ひな祭り), il Festival delle Bambole. Questa celebrazione è dedicata alla gioia e al benessere delle ragazze, augurando loro una vita piena di felicità e una crescita prospera. La data, nel calendario lunare, coincide con il periodo in cui i fiori di pesco sbocciano, da cui il nome momo no sekku (桃の節句, letteralmente il “festival delle pesca”).

Le radici dello Hinamatsuri affondano nelle tradizioni dell’antica Cina, dove cerimonie simili erano praticate per scacciare la sfortuna. Queste pratiche trovarono poi casa in Giappone, dove si fusero con il gioco delle bambole amato dalla nobiltà. Questa sinergia tra culture e tradizioni ha plasmato l’Hinamatsuri così come lo conosciamo oggi, un momento speciale per celebrare le giovani donne e augurare loro un futuro luminoso.

Hinamatsuri, è tradizionalmente celebrato il 3 Marzo, nel giorno del Jōshi no sekku (上巳の節句), il secondo dei gosekku (五節句, le cinque festività più importanti del calendario giapponese), durante il quale si praticava un rito purificatore chiamato Misogi (禊).

Il misogi era un antico rituale di purificazione con acqua, seguito da un sontuoso banchetto per allontanare la sfortuna e il kegare (穢れ), l’impurità. Il kanji utilizzato per “misogi” si legge anche come “harau“, ovvero purificare

Si ritiene che la celebrazione del jōshi no sekku sia alla base del festival delle bambole.

Inizialmente, il festival non era dedicato esclusivamente alle ragazze, ma rappresentava piuttosto una cerimonia di purificazione volta a invocare una primavera prospera e la buona salute.

Durante lo hinamatsuri è comune adornare le case con le tradizionali bambole Hina e fiori di pesco, creando un ambiente vivace e colorato adatto alle ragazze. Per augurare alle ragazze una vita senza malattie e una crescita felice, le famiglie si riuniscono intorno a tavole imbandite con prelibatezze ispirate dall’Hina matsuri.

Oltre alle bambole e ai fiori di pesco, sono consumati diversi piatti tradizionali. Tra i piatti emblematici di questa festa, troviamo il chirashi zushi (ちらし寿司) un’armoniosa miscela di riso e pesce.

La zuppa di vongole conosciuta come hamaguri no o-suimono (ハマグリのお吸い物), con la sua base ricca e saporita, è un’altra pietanza popolare tipica dello Hina matsuri, che aggiunge un tocco di comfort e calore alle tavole festose. Ma non possiamo dimenticare gli hina arare (ひなあられ), snack di riso croccante che rappresentano la tradizione in ogni morso.

Passando ai dolci, il sakura mochi (桜餅) spicca per la sua bellezza e delicatezza. Questo dolce primaverile incarna l’eleganza dei petali di ciliegio e offre un’esperienza gustativa unica. Le torte, invece, adornate con fragole succose e colorate, trasformano l’atmosfera in un tripudio di dolcezza e gioia, completando così l’esperienza festosa dello Hina matsuri.

L’origine dello Hina matsuri risale al periodo Heian (平安時代, 794-1185), un’epoca di grande effervescenza culturale e artistica nel paese. Durante questo periodo storico, si assistette alla nascita di molte tradizioni che ancora oggi caratterizzano la vita e la cultura giapponese.

Inizalmente era conosciuto come nagashi-bina (流し雛), il Festival delle Bambole Galleggianti. Questa pratica, che affonda le sue radici nel periodo Heian, è ancora osservata con gioia e devozione in molte zone del Giappone.

Le bambole Hina esistevano certamente nel periodo Heian ma in quei tempi antich non erano oggetti destinati all’esposizione o alla decorazione, ma piuttosto semplici giocattoli destinati all’intrattenimento dei bambini.

L’antico rituale del nagashi-bina (流し雛) o hina-nagashi (雛流し) è considerato il precursore dell’Hinamatsuri, così come lo conosciamo oggi. Secondo quanto riportato nel Genji Monogatari, le persone praticavano questo rituale posizionando delle katashiro (形代), ovvero rappresentazioni di coloro che desideravano allontanare, su piccole barche. Queste barche venivano poi lasciate libere di galleggiare tra le onde del mare di Suma, situato nella città di Kobe.

Nel passato del Giappone, le malattie e le avversità non venivano affrontate con l’aiuto della medicina, ma erano interpretate come “sfortune” o “maledizioni”, credenze che permeavano profondamente la vita e la cultura del popolo giapponese. In quei tempi, si credeva che le piante e gli elementi naturali fossero abitati da forze divine, e questa concezione influenzava profondamente il modo in cui le persone affrontavano le malattie e cercavano sollievo dal dolore.

L’Hinamatsuri, ha radici che affondano in queste credenze antiche. Si dice che questo festival abbia avuto origine dalla pratica di plasmare foglie e altri doni della natura in forma umana, conosciuta come katashiro.

Queste venivano applicate sulle parti doloranti del corpo, con la speranza di trasferire il dolore stesso nella katashiro. Successivamente, venivano gettate in un fiume o nel mare come parte di un rito simbolico di purificazione e di liberazione dalle sofferenze.

Le bambole Hina sono dei piccoli tesori realizzati con cura dalle mani di abili artigiani, con la speranza di favorire una crescita sana e felice per i bambini.

Originariamente, durante il periodo Heian, queste bambole svolgevano il ruolo di katashiro, oggetti simbolici utilizzati per allontanare le influenze negative e le malattie dai neonati. Questa pratica, conosciuta attraverso riti come l’amagatsu o l’ houko, si diffuse ampiamente durante il periodo Edo, diventando una tradizione consolidata nel panorama culturale giapponese.

ll nagashi-bina rappresenta, fondamentalmente, un rituale semplificato che simboleggia il trasferimento delle negatività dai neonati sotto forma di “katashiro” nelle acque limpide dei fiumi, esprimendo il desiderio di una vita libera da malattie. Fin dai tempi antichi, si è creduto che i fiumi in costante movimento avessero il potere di purificare e commemorare.

Tuttavia, oggi, non è più consuetudine gettare oggetti nei fiumi per preservare la loro purezza. Durante gli eventi nagashi-bina in tutto il paese, si adottano reti e altre strutture per recuperare le barche di legno e gli oggetti galleggianti, rispettando l’importanza della conservazione ambientale e della salvaguardia dei corsi d’acqua.

Nell’antichità, una pratica dello Shintō prevedeva di colpire il corpo con delle bambole di paglia o carta a forma di essere umano, chiamate hitogata (人形, che significa letteralmente “forma umana”), per purificarsi. Successivamente, queste bambole venivano gettate nei fiumi o nei mari affinché portassero con sé i peccati e i mali delle persone.

Questo rito era anche parte delle cerimonie proprie degli imperatori del Giappone, che, profondamente influenzati dalla cultura cinese, avevano sincronizzato questa pratica con la tradizione cinese del misogi. In questa occasione, il corpo dell’imperatore veniva colpito con una bambola, trasferendo così il male che potesse risiedere in lui alla bambola stessa.

Durante il periodo Heian, questa pratica si diffuse rapidamente tra l’alta nobiltà giapponese. Per quanto riguarda la gente comune, soprattutto i contadini, il mese di marzo segnava l’arrivo della primavera e l’inizio dei lavori nei campi. In questo periodo, i contadini osservavano un periodo di digiuno in onore del ta no kami (田の神, la divinità protrettrice delle risaie) e anch’essi usavano colpirsi con le hitogata per esorcizzare il male, trasferendo le loro impurità su quest’ultime che poi venivano gettate nei corsi fiumi.

Successivamente, con sotto l’influenza del Buddhismo, le persone iniziarono a portare le hitogata al tempio, dove un monaco recitava preghiere per purificare le bambole, liberandole così dal male che vi era stato trasmesso. Venivano poi gettate nell’acqua o bruciate. In alcuni luoghi, venivano fatte un paio di bambole di paglia che venivano poste su una piccola barca di paglia e fatte galleggiare sull’acqua, sempre con l’intento di farle portare via i mali umani.

Verso la conclusione del periodo Muromachi (室町時代, 1336-1573), le hitogata iniziaro a prendere una forma più sofisticata. Talvolta realizzate in legno o argilla e rivestite di stoffa, le bambole furono esposte nelle case dei nobili anziché essere semplicemente gettate via dopo essere state portate al tempio. Man mano che diventavano sempre più graziose e raffinate, le bambole inziarono a trasfromarsi in veri e propri oggetti decorativi perderno il loro potere esorcizzante.

Tuttavia, in alcune regioni del Giappone, l’antica usanza di gettare le bambole nell’acqua proseguì come il rituale conosciuto come hina-nagashi o nagashi-bina, mantenendo il loro potere di esorcizzare. In alcuni santuari shintoisti, vengono ancora forniti piccoli foglietti ritagliati a forma umana. Si usa strofinare il corpo con essi e poi soffiare, trasferendo così impurità e problemi. Queste rappresentazioni umane vengono successivamente purificate da un sacerdote prima di essere bruciate o gettate nell’acqua.

Con il trascorrere del tempo, si crede che il rituale dell’hina-nagashi si è intrecciata con un gioco diffuso tra i bambini nobili noto come hiina-asobi (ひいな遊び), evolvendosi nell’attuale Hina Matsuri.

Le bambole, col passare del tempo, divennero così splendide che non potevano più essere considerate giocattoli e furono utilizzate esclusivamente come oggetti decorativi.

L’usanza di esporre le bambole nelle case come parte di una festa dedicata alle ragazze si è consolidata solo durante il periodo Edo (江戸時代, 1603-1868). Oggi, questa tradizione si è trasformata in una festa in cui parenti e amici si riuniscono per celebrare la crescita e la felicità delle giovani donne.

Come menzionato in precedenza, l’Hina Matsuri affonda le sue radici in antiche celebrazioni cinesi che si sono diffuse in Giappone, evolvendosi nel corso dei secoli fino a raggiungere la sua forma attuale. Durante questo processo di trasformazione, ha assunto il significato di un evento che auspica la salute e la prosperità delle giovani ragazze. È particolarmente significativo che si tenga durante il passaggio dall’inverno alla primavera, quando il clima diventa più dolce e promettente.

Anche la consuetudine di accostare l’Hina masturi con fiori di pesco ha anch’essa origini cinesi. Si riteneva che questi fiori avessero il potere di proteggere dalle influenze negative e dalle malattie, trasformandosi così in simboli di buon auspicio, utilizzati per allontanare avversità e malattie.

Le bambole, vestite con abiti del periodo Heian, vengono collocate su una piattaforma chiamata hina-dan (雛壇), composta da gradini, che si crede possa allontanare la sfortuna.

Nel corso del periodo Edo, quando la celebrazione delle bambole Hina divenne più formale, queste e i loro accessori venivano esposti su pavimenti o piattaforme a un unico livello. Verso la fine del periodo Edo, divenne comune esporli su sette o otto livelli, dando così forma alle bambole Hina e agli accessori che conosciamo oggi.

Queste bambole rappresentano i membri della Corte Imperiale: in cima troviamod due bambole dette dairi-bina (内裏雛), che rappresentano l’imperatore e l’imperatrice.

In una canzone per bambini intitolata “Ureshii Hinamatsuri“, la bambola maschile è chiamata o-Dairi-sama (お内裏様) e quella femminile o-Hina-sama (お雛様), diventando così i termini comunemente utilizzati.

Nel gradino sottostante sono posizionate le san-nin kanjo (三人官女), le tre dame di corte. Con il termine “Kanjo” ci si riferisce alle donne che prestano servizio nel palazzo interno dove risiede l’Imperatrice. Le tre Kanjo delle bambole Hina condividono questa stessa caratteristica, avendo avuto il compito di prendersi cura e istruire l’Imperatrice fin dalla sua infanzia.

In altre parole, le tre Kanjo sono donne di alto rango tra coloro che servono accanto all’Imperatrice, e per lei rappresentano figure affidabili e insostituibili, spesso paragonate a genitori o sorelle, che l’hanno sostenuta sin dalla sua infanzia.

Sul terzo gradino troviamo i go-nin bayashi (五人囃子), i cinuque musicisti secondo un disposizione ben precisa. In alcuni set di bambole Hina, questa posizione può essere occupata anche da musicisti di gagaku (雅楽), la musica di corte giapponese.

Guardando da sinistra a destra, avremo il suonatore di taiko (太鼓, il tamburo), l’ookawa-tsudzumi (大皮鼓, il grande tamburo a pelle), il kotsudzumi (小鼓, piccolo tamburo), il fue (笛, il flauto), e infine il cantante con in mano l’ōgi (扇, il ventaglio).

Scendendo di gradino troviamo gli assistenti di corte, che sono le guardie del corpo, conosciuti come zuijin (随身). I guardiani sono rappresentati come un giovane e un anziano, vestiti come samurai armati di archi e frecce in alcune set o come ministri del governo in altre. Tra le due bambole vengono riposti i doni destinati alla famiglia imperiale.

Sul gradino piu basso troviamo gli shichō (仕丁), conosciuti anche con il nome di Eji (衛士), agiscono come servi del sovrano, svolgendo varie mansioni. Partendo da destra, portano un cappello a falde larghe, uno sgabello per i sandali e un ombrello a lato. In diversi set, sono spesso rappresentati con attrezzi per la pulizia del palazzo imperiale, come scope, paletti e raschietti. Se osservati da vicino, mostrano una vasta gamma di espressioni.

Sui rimaneneti ripiaiani vengono riposti diversi tipi di accessori.

Potrebbe sembrare molto lavoro esporre tutte questa bambole, ma l’Hina Matsuri è un’usanza essenziale praticata in tutto il Giappone e di solito, nella maggior parte delle famiglie, vengono esposte solo le bambole del livello superiore (l’imperatore e l’imperatrice).

Le bambole rivestono un ruolo di grande importanza nella celebrazione della vita delle bambine, soprattutto per quelle di età compresa tra 0 e 1 anno. Durante questo momento speciale, le bambine vengono vestite con graziosi kimono e ricevono nuove bambole hina dai loro genitori o dai loro nonni, simboleggiando la gioia per la loro crescita e prosperità.

Anche se non esiste una data precisa, di solito le bambole vengono esposte dalla metà di febbraio, coincidendo con la festa di risshun (立春), il giorno che segna l’inizio della primavera nel calendario giapponese, fino alla metà di Marzo.

Tuttavia, è consigliabile evitare di esporre le bambole il giorno prima del festival di Jōshi no Sekku, ovvero il 3 Marzo, poiché si crede che possa portare sfortuna. Questo gesto è associato alle preparazioni della sera precedente a un funerale.

Secondo la tradizione giapponese, si crede che ritardare troppo nel riporre le bambole Hina potrebbe influire negativamente sul matrimonio. Queste bambole, parte integrante delle decorazioni stagionali, simboleggiano il rispetto per ciò che è prezioso e l’importanza di mantenere un ambiente ordinato.

Generalmente, le bambole Hina vengono riposte dopo il 3 Marzo. Tuttavia, è consigliabile non affrettarsi a farlo se le giornate sono umide o con tempo inclemente, poiché l’umidità potrebbe danneggiarle. È fondamentale riporle in giornate soleggiate e asciutte.

In alcune regioni del Giappone, è consuetudine esporle fino ai primi giorni di aprile. Generalmente si raccomanda di riporle entro la fine del mese di Marzo.

Non esiste una regola definita riguardo all’età fino alla quale le bambole Hina dovrebbero essere esposte. Poiché varia da famiglia a famiglia, si è soliti prendere una decisione in base alla cultura familiare e alle tradizioni locali.

Un punto di riferimento è rappresentato dai momenti salienti della crescita. Le bambole Hina, considerate come degli “amuleti” che proteggono dai mali e dalle sfortune, segnano un passaggio importante per le ragazze, simboleggiando il successo nell’acquisire l’indipendenza. Momenti come l’inizio degli studi universitari, l’ingresso nel mondo del lavoro o il matrimonio possono essere considerati il momento opportuno per concludere questa pratica.

Non solo i buoni auspici vengono celebrati tramite le bambole, ma soprattutto attraverso il cibo. In questa occasione, ci sono cibi speciali, ognuno con un proprio simbolismo.

Preparato con una varietà di ingredienti, il chirashi-zushi è confezionato con la speranza che la figlia non sia mai costretta a soffrire la fame nella sua vita. Tra i simboli più comuni, le radici di loto prevedono il futuro, mentre gamberi e gamberetti augurano longevità. Durante l’Hina Matsuri, il chirashi-zushi è ampiamente reperibile nei negozi di sushi, supermercati e gastronomie.

Hamaguri è una varietà di vongola e l’o-suimono è una zuppa chiara giapponese. Questa trasparente zuppa di vongole simboleggia una coppia perfetta grazie alla bivalvia delle vongole. Consumare questo piatto augura un matrimonio felice in futuro.

Questo dolce giapponese ha la forma di un diamante e si compone di tre strati colorati disposti dall’alto verso il basso: rosso, bianco e verde. Il rosso o rosa simboleggia i fiori di pesco o la vita, il bianco rappresenta l’inverno e il verde evoca la primavera. La forma a diamante è associata alla fertilità, mentre i tre colori nel loro insieme significano buona salute.

Fatti con riso e colorati con pesca, verde, rosso/rosa e bianco, questi cracker di riso in miniatura rappresentano le quattro stagioni e augurano una buona salute e vitalità per tutto l’anno. Originari di Kyōto, nella versione Kansai si trovano in diverse tonalità, che possono variare anche in base al sapore, come gamberi per il rosa o aonori per il verde. Al contrario, la versione Kantō ha una forma sferica, è dolcificata e colorata con lo zucchero.

L’amazake, conosciuto anche come shiro-zake (白酒, sake bianco), viene prodotto attraverso la fermentazione del riso glutinoso. Questa bevanda dolce e alcolica contiene meno dell’1 percento di alcol, rendendola sicura anche per i bambini. Questa versione è stata creata seguendo la consuetudine di bere l’amazake per purificare il corpo.

Durante l’Hina Matsuri, si cominciò a bere shirozake verso la metà del periodo Edo. Si narra che questa abitudine sia nata per scacciare i mali e la sfortuna dalle ragazze, e che le distillerie di quel periodo abbiano iniziato a vendere shirozake in corrispondenza di questa festività, trasformandolo in una bevenda popolare consumato ogni anno.

Questi dolci mochi rosa, morbidi e invitanti, sono farciti con anko (dolce pasta di fagioli rossi) e avvolti in una foglia di sakura marinata. La combinazione della consistenza masticabile esterna e dell’interno cremoso, insieme al sapore dolce dell’anko e della foglia salata, è davvero eccezionale.

Le temari erano originariamente delle sfere di stoffa ricamate utilizzate per giochi tradizionali. Allo stesso tempo, sono anche piccoli sushi a forma di palline, facili da preparare e personalizzabili con vari ingredienti colorati. Durante l’Hinamatsuri, queste palline sono spesso decorate con ingredienti dai colori verde, rosa, bianco e giallo, come foglie di shiso, salmone affumicato, calamari e omelette.

In conclusione, l’Hinamatsuri offre non solo un’opportunità per celebrare le giovani donne e augurare loro una vita piena di felicità e prosperità, ma rappresenta anche un momento speciale per riunire famiglie e amici, condividendo tradizioni secolari e creando ricordi preziosi per le generazioni future.

Festival delle lanterne di Nagasaki

Il festival delle lanterne [長崎ランタンフェスティバル], originariamente iniziato come una celebrazione del Capodanno cinese da parte dei commercianti cinesi che risiedevano a Nagasaki, si è trasformato nel principale evento invernale della città, diventando anche il più grande del suo genere in tutto il Giappone.

Più di 15.000 lanterne colorate e installazioni adornano l’intera città, partendo dal palco allestito presso il minato kōen [湊公園, “parco Minato] attraverso le strade di Chinatown e dell’animata kankō-doori fino a Chūōen e il suggestivo meganebashi (letteralmente “ponte degli occhiali”), oltre a numerosi altri luoghi sparsi per l’intera Nagasaki.

Durante tutto il periodo dell’evento, oltre alle lanterne, numerosi oggetti artistici, detti obuje [オブジェ, dal francese “objet“] di varie forme e dimensioni adornano le strade di Nagasaki, alcuni dei quali superano i 10 metri di altezza.

Nel cuore della nuova Chinatown [長崎新地中華街, Nagasaki shinchi chūka machi], che è la principale sede del festival, un palco ospita spettacoli quotidiani legati alla cultura cinese. Gli spettatori possono godersi la ja-odori [龍踊り, “la danza del drago”], gli spettacoli acrobatici cinesi e le esibizioni dell’Erhu, lo strumento a corda tipico cinese.

Nel 1994, la vivace comunità della Shinchi Chinatown di Nagasaki, una delle tre più grandi Chinatown del Paese [le altre si trovano a Kobe e Yokohama], ha trasformato la popolare celebrazione del kyūshōgatsu [旧正月], conosciuto anche come shunsetsu [春節], il Capodanno cinese, nel suggestivo Nagasaki Lantern Festival.

Questa trasformazione ha reso il festival una delle principali tradizioni invernali della città, attirando ogni anno più di un milione di persone provenienti da tutto il paese, contribuendo così a promuovere la città a livello nazionale.

Questo festival si ispira al genshōsetsu [元宵節], il festival delle lanterne cinesi che si svolge nella notte del quindicesimo giorno del primo mese del calendario lunare. Le lanterne esposte a Nagasaki, seguendo lo stile cinese, sono chiamate chūgoku-chōchin [中国提灯], in omaggio a questa tradizione.

Lo shunsetsu [春節], letteralmente “festa di primavera”, rappresenta il Capodanno cinese ed è l’evento annuale più significativo del paese. Si celebra il primo giorno del primo mese del calendario lunare (Febbraio secondo il calendario gregoriano), e la notte precedente è nota come joseki [除夕], durante la quale le famiglie si riuniscono per accogliere il nuovo anno festeggiando.

Lo shunsetsusai [春節祭, “Festival di Primavera”] rappresenta un evento originariamente dedicato alle celebrazioni del Capodanno cinese dai residenti cinesi a Nagasaki. Iniziato principalmente nella Chinatown Shinchi di Nagasaki nel 1987, è stato ampliato nel 1994, diventando l’attuale festival.

Il genshōsetsu [元宵節], la festa delle lanterne, si celebra il quindicesimo giorno del primo mese del calendario lunare, ed è considerato il momento in cui gli spiriti celesti possono essere avvistati nel cielo. Si narra che in questa notte le lanterne venissero accese e portate in processione per le strade della città, al fine di facilitare la individuazione degli spiriti anche in presenza di nuvole e nebbia.

Durante questa festa si onorano anche le anime degli antenati defunti e si festeggia la prima luna piena del nuovo anno lunare, segnando la conclusione del Capodanno cinese. Le abitazioni vengono addobbate con lanterne colorate, spesso adornate da indovinelli; chi riesce a risolverli correttamente può ricevere un piccolo omaggio in segno di buon auspicio.

Questa antica tradizione sembra risalire alla dinastia cinese degli Han, periodo in cui i monaci buddisti accendevano lanterne il quindicesimo giorno del primo mese lunare in onore del Buddha. Successivamente, il rito fu adottato dalla popolazione e si diffuse in tutta la Cina e in altre regioni dell’Asia.

Uno dei luoghi più affascinanti da visitare è il Minato Kōen, incastonato nel cuore della vivace Chinatown. Questo parco è rinomato per la sue suggestie decorazioni con lanterne di diverse tonalità e dimensioni, che creano un’atmosfera magica e colorata.

L’attrazione principale del parco è senz’altro l’installazione artistica composta da lanterne che rappresenta il segno zodiacale dell’anno in corso. Questa installazione non solo attira l’attenzione dei visitatori, ma incanta anche per la sua bellezza e la sua simbologia.

Inoltre, all’interno del parco viene allestito un palco dove si tengono spettacoli e performance di vario genere. Qui è possibile godersi esibizioni di danza tradizionale, musica folkloristica e altre forme d’arte che celebrano la cultura cinese.

Il Minato Kōen è un luogo imperdibile per coloro che desiderano immergersi nell’atmosfera unica di questa affascinante zona della città.


Durante il periodo del festival, presso il Minato Kōen, è tradizione esporre le nama-kubi [生首], teste di maiale, come offerta a Kan-u [関羽], uno dei protagonisti della saga dei Tre Regni, simbolo di coraggio e saggezza. Questa pratica rende omaggio alla profonda lealtà di Kan-u, il quale gode di grande popolarità in Giappone, dove è considerato un valoroso generale.

Conosciuto anche con il nome di kantei [関帝]. Dopo la sua morte, è stato venerato come una divinità per favorire il successo nei commerci, attirare la fortuna e scacciare gli spiriti maligni.

La disposizione dei maiali sull’altare e le code conficcate sulla fronte hanno significati profondi: il maiale stesso simboleggia la prosperità, mentre la presenza della coda infissa sulla fronte del maiale è un gesto simbolico che accoglie i clienti, indicando che un intero maiale è stato preparato in loro onore.


Tutte le strade che si intersacano all’interno della nuva Chinatown sono decorate con lanterne illuminate che, al tramonto, danzano al vento, creando un’atmosfera unica e magica.


Oltre a Dejima [出嶋], la piccola isola artificiale a Nagasaki dove i commercianti olandesi erano confinati, è forse il simbolo più conosciuto di ciò che è conosiuto come il periodo di isolamento del Giappone noto come sakoku [鎖国, “paese chiuso”] che è stato in vigore durante il periodo Edo fino all’apertura del Giappone nel 1858.

Ciò che è molto meno conosciuto è che c’era anche un secondo complesso a Nagasaki dove erano confinati mercanti e marinai cinesi. Chiamato tōjin-yakishi, fu costruito sul pendio che sorge alle spalle dell’attuale chinatown.


Le arcate della vivace shōtengai di Nagasaki sono abbellite con moltissime lanterne rosse. In questa zona di trova l’installazione rappresentante Lao Zi. In giapponese conosciuto come gekka-rōjiin [月下老人], protettore dei matrimoni.


Lungo il fiume Nagashima, sede della più celebre attrazione turistica di Nagasaki, il ponte Megane, le lanterne gialle si specchiano sulla superficie del fiume, regalando uno spettacolo mozzafiato ai visitatori.

Il Meganebashi (眼鏡橋, letteralmente “ponte degli occhiali”) è il più notevole tra i vari ponti in pietra che attraversano il fiume Nakashima nel centro di Nagasaki.

l ponte, che prende il nome dalla sua somiglianza con un paio di occhiali quando è riflesso nell’acqua del fiume, è una popolare attrazione turistica ed è designato come un importante patrimonio culturale della città.


Questo parco è abbellito da splendide installazioni raffiguranti una varietà di animali ed è molto popolare tra le famiglie con bambini.


Il Santuario di Confucio a Nagasaki (孔子廟, Kōshi-byō) è uno dei pochi santuari dedicati al filosofo cinese Confucio in Giappone. Il santuario fu costruito nel 1893 dalla comunità cinese di Nagasaki.

All’interno del santuario si può assistere allo henmen-show [変面ショー, “show del cambio delle maschere”], una performance cinese trazionale tenuta durante eventi particolari, è molto popolare sia tra la popolazione locale che tra i turisti.


Durante il festival, si tengono numerosi eventi che celebrano la cultura tradizionale cinese. Tra le attrazioni più spettacolari e affascinanti vi sono la parata dell’Imperatore, la processione di Mazu, le danze del drago e le esibizioni di erhu.

La Parata dell’Imperatore, che si tiene di solito solamente due volte durante il festival, è una magnifica processione ispirata alle celebrazioni del Capodanno della dinastia Qing.

Partendo da Chūō-kōen e terminando a Minato-kōen, la parata presenta un carro dell’Imperatore e dell’Imperatrice, accompagnati da circa 100 persone, tra cui portabandiera, indossanti sontuosi costumi cinesi per ricreare l’atmosfera festosa del nuovo anno.


La Processione è un evento dedicato a Mazu, la divinità del mare, per invocare la sua protezione e la prosperità delle attività marittime.


La Danza del Drago, affonda le sue radici in un antico rituale celebrato per invocare un buon raccolto e la pioggia, vede impeganti abili danzatori che guidano un drago di 20 metri di lunghezza con grande maestria, eseguendo movimenti vigorosi per attirare le precipitazioni.


l’erhu, conosciuto in giapponese come niko [二胡], è uno strumento a due corde, simle al violino, molto popolare nella musica tradizionale cinese.


Lo spettacolo delle maschere cinesi, presentato quotidianamente presso il Tempio di Confucio, rappresenta un’antica forma d’arte segreta proveniente dal Teatro del Fiume di Sichuan.

Questo enigmatico spettacolo, con maschere che si trasformano in un batter d’occhio di fronte agli occhi degli spettatori, offre uno spettacolo affascinante e misterioso.


Cosa si deve assolutamente assaggiare durante il Festival delle Lanterne.

L’hatosi è un piatto che si dice sia stato trasmesso dalla Cina, consiste nel friggere due fette di pane farcite con polpa di gamberi. Ha le dimensioni pefertte per mangiarlo passeggiando tra le vie del festival.


Non c’è niente di meglio che mangiare un butaman caldo durante le fredde e ventose giornate del festival. I più buoni sono quelli di una bottega conosciuta come Momotaro.


Le jagachan sono delle patate cotte a vapore, ricoperte di burro e poi fritte. Il risultato finale è cibo dolce e salato. Le patate, coltivate nei ricchi suoli vulcanici, sono diventate una specialità della Penisola di Shimabara.


Se vi paice la pancetta di maiale, una cosa che devote assolutamente provare se venite a Nagasaki sono i kakuni manju. Spessi pezzi di pancetta di maiale vengono cotti a fuoco lento con dashi, salsa di soia, sakè, zucchero e mirin fino a diventare morbidi e scioglievoli in bocca. Questi pezzi di maiale vengono poi avvolti in un leggero e soffice panino cotto a vapore.


Il Lantern Festival di Nagasaki incanta con la sua magica atmosfera luminosa, unendo tradizione, cultura e spettacolo in una celebrazione indimenticabile per tutti i visitatori.

Zenzai: una dolce zuppa invernale

Niente batte una calda zuppa per riscaldarsi durante le giornate invernali.

Zenzai e Oshiruko: due nomi ma un unico ingrediente base

La zenzai [ぜんざい, 善哉], nota anche come Oshiruko [汁粉], è una deliziosa zuppa di fagioli rossi con all’interno teneri mochi [餅花] o shiratama dango [白玉だんご].

Foto di sinistra: Oshiruku / Foto di destra: zenzai

Nonostante i due nomi diversi l’elemento base in comune sono gli azuki [小豆], i fagioli rossi. Quando vengono lasciati interi o a pezzetti a creare una consistenza ad ogni morso, si chiama zenzai. Quando invece non ci sono azuki nella ciotola ma solo succo allora si chiama Oshiruko.

Disponibile tutto l’anno, viene consumata più frequentemente nei mesi invernali. Molte famiglie giapponesi la gustano in concomitanza con la cerimonia tradizionale del kagami-biraki [鏡開き, apertura dello specchio] che si tiene l’undici Gennaio. Il kagami-mochi [鏡餅], rimosso dall’altare di casa e spezzato a mano o con un piccolo martello di legno, viene mangiato per rinnovare spirito e salute per il nuovo anno. In questo contesto, la zenzai gioca un ruolo importante: spesso, invece di mangiare piccoli pezzi di mochi da soli, le persone li immergono in questa deliziosa ciotola di fagioli rossi bolliti.

Azuki – 小豆

Gli azuki (小豆), sono menzionati nel più antico documento storico giapponese, il Kojiki [古事記] e nelle cronache del Giappone, Nihon Shoki [日本書紀] come uno dei gokoku [五穀], i cinque cereali fondamentali della tradizione giapponese. Kome [米, riso], mugi [麦, frumento], awa [粟] e kibi [粟] due specie diverse di miglio, ed infine mame [豆, legumi]. In passato si pensava che gli azuki fossero stati importati dalla Cina, ma ricerche recenti hanno dimostrato che questo legume, in Giappone, si è sviluppato geneticamente in maniera separata da quello cinese.

Azuki come alimento medicale


In Giappone, gli azuki sono sempre stati consumati anche come medicina fin dall’antichità. Si credeva che il particolare colore rosso di questi legumi simboleggiasse la vita ed aiutasse le persone ad allontanare il male.

Azuki e festività giapponesi


Kagami-biraki [鏡開き, apertura dello specchio]

l kagami-biraki, celebrato l’ 11 Gennaio, prevede l’apertura del kagami-mochi, che tradizionalmente racchiude l’anima del toshigami [年神], il kami dell’anno. L’anima divina viene liberata e simbolicamente condivisa tra tutti i membri della famiglia, spezzando e consumando il mochi, spesso accompagnato con la zenzai. Questo atto esprime gratitudine verso i kami e augura buona salute per il nuovo anno.

Ohigan – お彼岸 di primavera e i bota-mochi


L’ Ohigan [お彼岸] viene celebrato due volte all’anno, durante il “giorno dell’equinozio di primavera” e il “giorno dell’equinozio d’autunno”, insieme ai tre giorni precedenti e successivi. Durante l’equinozio di primavera, quando giorni e notti hanno una durata uguale, si crede che il mondo dei vivi e dei morti si trovino nel loro punto più vicino. Questo cambio di stagione diventa un momento di riflessione personale e di commemorazione e onore per i defunti.

Per manifestare riconoscenza verso gli antenati, le persone offrono i bota-mochi [ぼた餅], mochi ricoperti di pasta di fagioli azuki.

Kodomo no hi, la festa dei bambini


Inizialmente nota come tango no sekku [端午の節句], il kodomo no hi [子供の日], la “festività dei bambini”, viene celebrata il cinque Maggio. In questa giornata, si celebra e si ringraziano i kami per la salute e la crescita dei figli. Nelle case, vengono esposti i kabuto [兜], gli elmi da samurai, e i koinobori [鯉のぼり]. Inoltre, si gustano i kashiwa-mochi [柏餅], mochi ripieni di pasta di fagioli azuki, avvolti nelle foglie di quercia (kashiwa in giapponese).

Ohigan d’autunno


Come per l’equinozio di primavera anche lo Ohigan d’autunno è un giorno di rispetto per gli antenati e di ricordo dei defunti.
Per esprimere la loro gratitudine agli antenati, le persone offrono l’ohagi, (お萩), un mochi ricoperto di pasta di fagioli azuki. Si differenziano dai bota-mochi offerti durante l’ohigan di primavera per la consistenza della pasta di azuki.

Shici-go-san


Il 15 Novembre dell’anno in cui i bambini compiono tre, cinque o sette anni, si celebra la loro crescita e buona salute con il shichi-go-san [七五三, letteralmente Sette, cinque, tre]. In questa giornata, si regalano ai bambini le chitose-ame [千歳飴], caramelle lunghe e colorate, e si prega per la loro crescita e longevità. Solitamente, in questa giornata si consuma anche il sekihan [赤飯], un riso cucinato con fagioli azuki, che si crede aiuti ad allontanare malanni e disastri.

Tōji – 冬至


Il solstizio d’inverno è il giorno con meno luce dell’anno. Tradizionalmente, in questa giornata si prepara l’itokoni [いとこ煮], cuocendo la kabocha (zucca giapponese) o il taro insieme agli azuki, come auspicio per la buona salute. Si consuma anche un kayu (粥), un porridge di riso con azuki, con la speranza di evitare raffreddori.

Gli azuki sono ampiamente apprezzati per il loro elevato valore nutrizionale e il loro colore rosso, considerato un simbolo di fortuna contro gli spiriti maligni. Fin dall’antichità, i giapponesi hanno integrato gli azuki in piatti come il sekihan [赤飯, riso bollito con fagioli rossi] e l’azuki-gayu [小豆粥, porridge di riso con azuki] durante gli eventi annuali, come augurio di buona salute. Tuttavia, è solo nel periodo Edo, con la diffusione dello zucchero, che la gente ha iniziato a consumare gli azuki dolci.

Anko

L’anko [餡子] è una “confettura” ottenuta dai fagioli azuki [小豆] e rappresenta un elemento fondamentale nel wagashi [和菓子], la pasticceria tradizionale giapponese. Gli azuki sono altamente digeribili e ricchi di proteine.

Tsubu-an [粒あん]


Si tratta di un tipo di anko particolarmente denso, in cui gli azuki sono mantenuti integrali o tagliati a pezzi, inclusa la buccia.

Koshi-an [こし餡]


È una preparazione più omogenea e liscia, privata delle bucce e sottoposta a filtrazioni multiple. Solitamente impiegata nei dessert tradizionali più raffinati, ha un sapore meno dolce rispetto al tsubu-an.

Fonte: living.jp
Sinistra: tsubu-an / Destra: koshi-an

Mochi e shiratmama-dango

Sia mochi [餅花] che i shiratama-dango (白玉団子] si accompagnano con la zenzai o la Oshiruko.

I mochi rappresentano un cibo tradizionale giapponese consumato non solo durante il Capodanno, ma anche in diverse celebrazioni annuali. Assieme al sushi e al ramen, sono tra i piatti giapponesi più apprezzati a livello internazionale.

I mochi hanno un’ampia varietà di forme, ed esistono diversi modi di prepararli a seconda della regione.

Che cosa sono i mochi?


I mochi sono un alimento giapponese caratterizzato da una forma rotonda e piatta, ottenuto tramite la lavorazione del mochigome [餅米], un particolare tipo di riso glutinoso. Solitamente, il mochigome viene cotto al vapore e successivamente pestato [mochi-tsuki 餅つき] con una mazza di legno [kine, 杵] all’interno di un mortaio [usu, 臼] per ottenere il mochi. Tuttavia, è possibile produrlo anche utilizzando altri tipi di cereali o farina di riso.

La produzioni e il consumo di mochi si sono evoluti parallelamente alla coltivazione del riso. Le prime tracce della presenza dei mochi, risalgono al periodo Nara [710-794], come dolci popolari tra l’aristocrazia. Durante l’era Heian [794-1185] e nel periodo Kamakura [1185-1333], diverse varianti di mochi diventarono ampiamente apprezzate. Fu durante il periodo Edo [1603-1868] che la popolazione cominciò a includere il mochigashi [餅菓子] tra le specialità alimentari degli eventi annuali.

Shiratama-dango


Lo shiratama-dango [白玉団子] è un wagashi giapponese realizzato mescolando lo shiratamako [白玉粉], una particolare farina di riso, con acqua, formando poi gnocchi o palline e facendoli bollire. Il termine “shiratama” [白玉] significa “palla bianca”, mentre “dango” [団子] si riferisce agli gnocchi di riso. Presentano una consistenza morbida, elastica e appiccicosa e, poiché privi di sapore, vengono spesso serviti con anko [餡子], kinako [きな粉, farina di soia tostata] o kuromitsu [黒蜜, sciroppo di zucchero di canna].

Quando si consumano dango, compresi gli shiratama, da parte di bambini o anziani, è necessario prestare molta attenzione poiché esiste il rischio di soffocamento. Di solito, vengono divisi in piccoli pezzi per garantire la sicurezza di ci li mangia.

Etimologia dei termini zenzai e shiruko

Oshiruko


Inizialmente, il termine shiruko era utilizzato per descrivere l’ingrediente di una zuppa. Nel tardo periodo Edo, la zuppa an-shiruko-mochi [餡汁子], composta da pasta dolce di azuki con shiratama e mochi, ottenne popolarità tra la gente comune. Si racconta che successivamente il nome venne abbreviato in Oshiruko.

In quel periodo, l’Oshiruko non possedeva la dolcezza di quello odierna, ma era apprezzata come uno spuntino dal sapore salato, perfetto in abbinamento a bevande alcoliche.

Zenzai


Ci sono due teorie sull’origine del termine zenzai, una associata alla città di Izumo e l’altra al buddismo.

Zenzai e l’ Izumo jinzai-mochi


Situata nella prefettura di Shimane, Izumo è celebre per ospitare l’Izumo Taisha [出雲大社, “Grande santuario di Izumo“], uno dei santuari più antichi del Giappone.

Nel decimo mese del calendario lunare, generalmente nei mesi di Novembre e Dicembre secondo il calendario gregoriano, Izumo celebra il kamiarisai [神在祭, “il mese con i kami“]. Si narra che tutti i kami si riuniscano ad Izumo per una settimana per discutere il destino dell’anno successivo. A causa di questo rituale, nel resto del Giappone il decimo mese del calendario lunare è chiamato Kannazuki [神無月], il “mese senza kami“. Poiché si crede che tutte le divinità si trovino a Izumo, le persone provenienti da ogni parte del Giappone si recano in visita in questa città. Si dice che lo zenzai sia nato proprio da questa celebrazione.

Mentre i visitatori attendevano il loro turno per accedere al santuario, veniva loro offerta una ciotola calda di zenzai. Questa tradizione continua in modo simile anche oggi, con molti locali nelle vicinanze del santuario che vendono questo dolce noto come jinzai-mochi [神在餅], il “mochi dei kami“.

Nella pronuncia del dialetto di Izumo, tuttavia, sembrava che si usasse zunzai mochi. I visitatori, al loro arrivo, spesso confondevano questa parola con “zenzai“, e così che il nome si é diffuso insieme al piatto nel resto del Giappone.

Zenzai e buddismo


La seconda teoria suggerisce che il nome di questo dolce derivi dal termine buddista “zenzai“. I kanji [善哉] che formano la parola “zenzai” possono anche essere letti come “yokikana“, che significa “splendido”. Secondo la tradizione giapponese, durante il periodo Muromachi [1336-1537], un monaco assaggiando questo wagashi rimase così impressionato dal suo sapore che esclamò: “Zenzai (molto gustoso)!”, dando così, involontariamente, il nome al wagashi.

Differenze tra zenzai e Oshiruko

Dopo aver fatto ricerche online e aver chiesto a mia moglie, che la prepara spesso, sono giunto alla conclusione che la differenza principale risiede nella presenza della zuppa. Nella preparazione dell’ Oshiruko, si utilizza il koshi-an cotto in acqua per formare la zuppa, dove vengono aggiunti i mochi come guarnizione. Nel caso del zenzai, si utilizza il tsubu-an cotto in acqua, che alla fine viene completamente rimossa, lasciando solo il composto finale al quale verranno aggiunte le guarnizioni.

In commercio si trovano già pronti all’uso sia lo tsubu-an che il koshi-an quindi nella preparazione di questo dolce non é quasi più necessario partire dagli azuki.

Varianti regionali

Esistono diverse varianti regionali di zenzai e Oshiruko

Kantō


Nella regione del Kantō, la gente usa esclusivamente il termine Oshiruko per riferirsi a questo dolce. A seconda del negozio e del tipo di pasta di azuki utilizzata, il modo di chiamare l’Oshiruko può variare. Quello preparato con il koshi-an è denominato gozen-shiruko [御膳汁粉], mentre se preparato con il tsubu-an può essere chiamato inanka-shiruku [田舎汁粉] o azuki-shiruko [小豆汁粉].

Kansai


Nella regione del Kansai, l’Oshiruko è preparata con il koshi-an, mentre la zenzai si realizza con il tsubu-an, ma entrambe sono servite con una generosa quantità di zuppa. Zenzai senza zuppa è noto con vari nomi, tra cui kameyama [亀山] o kintoki [金時].

Fonte: maff.co.jp

Il kintoki è comunemente utilizzato come topping per le kakigōri (かき氷), le granite giapponesi. Una variante famosa è l’Uji kintoki (宇治金時), una granita che combina il sapore matcha (抹茶, tè verde, con Uji tra i migliori) con la dolcezza del kintoki e la morbidezza degli shiratama dango.

Kyūshū


Qui nel Kyūshū, viene seguita la stessa distinzione del Kansai. Tuttavia, in alcune zone si sostiene che nell’Oshiruko dovrebbero essere aggiunti i mochi, mentre nello zenzai andrebbero inseriti gli shiratama, e viceversa.

Hokkaidō


Anche nell’ Hokkaidō non emerge una distinzione significativa tra Oshiruko e Zenzai. Tuttavia, come nel Kyūshū, ci sono regioni con modi peculiari di gustare questo piatto.

Kabocha-shiruko

I mochi e gli shiratama-dango vengono sostituiti con la kabocha, la zucca giapponese. L’origine di questa pratica risale alla storia di questa regione con un clima molto fresco, in cui la raccolta del riso poteva essere difficoltosa. Le comunità locali usavano la zucca come sostituto del mochi.


In conclusione, possiamo affermare che ci sono disparità tra l’Oshiruko e lo zenzai riguardo alla loro storia, modalità di produzione e varietà regionali. Comprendere le differenze, le peculiarità e le radici di entrambe contribuisce a una più apprezzata esperienza gustativa.