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Perché nel linguaggio colloquiale maschile spesso la mamma viene chiamata col termine o-fukuro (il sacco)?

Il termine お袋 (ofukuro) per “mamma” ha origini storiche e culturali interessanti. Ecco una spiegazione dettagliata delle sue origini:

Origini del Termine お袋 (ofukuro)

1. Significato Letterale:
– La parola 袋 (fukuro) significa “sacco” o “borsa” in giapponese. L’aggiunta del prefisso onorifico お (o) è una forma di rispetto che trasforma la parola in お袋 (ofukuro).

2. Uso Storico
– Anticamente, il termine fukuro era usato per riferirsi alle sacche in cui le madri giapponesi conservavano e portavano oggetti essenziali per la famiglia, come cibo e utensili. Queste sacche erano simbolicamente legate al ruolo della madre come custode e nutrice della famiglia.
– Nel periodo Edo (1603-1868), era comune che le donne portassero con sé sacche di tessuto (fukuro) contenenti oggetti personali o cibo. Queste sacche divennero simbolicamente associate alle madri che preparavano e portavano cibo ai loro figli, specialmente quando lavoravano o andavano a scuola.

3. Simbolismo e Affetto
– Con il tempo, il termine fukuro iniziò a essere usato metaforicamente per riferirsi alla madre stessa, poiché era lei che preparava e forniva ciò che era contenuto nelle sacche. L’uso di お袋 (ofukuro) divenne un modo affettuoso e rispettoso per riferirsi alla propria madre, richiamando l’immagine del suo ruolo premuroso e nutriente.

4. **Connotazione Familiare:**
– お袋 (ofukuro) ha una connotazione familiare e intima, spesso utilizzata dai figli per riferirsi alla loro madre in modo affettuoso. È meno formale rispetto a 母 (はは, haha), che è il termine standard per “madre”.

Oggi, お袋 (ofukuro) è ancora utilizzato, anche se può avere una sfumatura un po’ arcaica o regionale. È particolarmente comune sentirlo nelle conversazioni familiari o tra amici intimi. La parola conserva il suo significato affettuoso, evocando immagini di cura e sostegno materno.

 

Perché, a differenza degli inglesi, pur abitando sulle isole i giapponesi non divennero mai navigatori?


Per tre motivi, credo.
Penso che quello principale sia stata la presenza della Cina. Questo paese e la minuscola Corea erano tutto quanto appariva a ovest sull’orizzonte dei giapponesi. Il problema era che la Cina già confinava con praticamente tutti ed era quindi il veicolo principale e più economico di commercio fra Giappone e chicchessia. Non avrebbe quindi avuto senso tentare di sviluppare le considerevoli doti tecniche e le tecnologie necessarie per un viaggio davvero lungo come quello richiesto per raggiungere nuovi mercati.
Dall’altra parte c’era l’abisso del Pacifico. L’immagine del grande navigatore che abbiamo noi europei nella fantasia appartiene a un momento unico della storia, vale a dire la navigazione intercontinentale transoceanica, che iniziò quando divenne tecnicamente possibile, vale a dire molto più tardi. Gli europei furono i primi a superare i grandi problemi tecnici posti dalla navigazione intercontinentale a partire dal XV secolo.
Il particolarissimo momento storico giustifica il loro comportamento anomalo. I viaggi degli esseri umani sono sempre i più brevi possibile e la colonizzazione della terra è avvenuta a piedi e a passetti i più brevi possibili.
Infine, i I giapponesi non avevano la personalità, il carattere giusto. Un popolo che migra è psicologicamente pronto per divenire stanziale. Se arriva per caso in un’isola o un arcipelago, sviluppa una mentalità insulare, che è più di una barzelletta. Per esempio, il mito della creazione maori e quello giapponese hanno in comune il fatto che gli dèi creano solo il paese dei Maori e dei giapponesi rispettivamente. Il resto non esiste. Quanto vedi è reale, ma, in assenza di prove dirette, il resto del mondo è surreale, una diceria. Esattamente questo è il modo in cui i giapponesi vedono il resto dell’umanità. Roba che si vede alla televisione. Come giustamente ha detto Dario Fabbri in uno dei suoi rari momenti di lucidità, i giapponesi sono isolazionisti, non pacifisti. Ai giapponesi il mondo non interessava.
Questo però non è razzismo, ma semplicemente il risultato di non avere contatti diretti con alcuno.

-kyō e -dō

A ciascuno la sua strada

Qualche giorno fa ho scritto un breve articolo sulla mia scoperta che la presenza del suffisso -dō dopo il nome di una disciplina giapponese non è neutrale, ma ha implicazioni precise che non vanno ignorate. 

La scoperta mi ha aperto diverse porte, facendomi realizzare un’altra volta che penso di comprendere cose che in realtà non mi sono chiare. Ora spiego.

Le dottrine e le “vie”

Conosco diverse parole giapponesi che terminano con il suffisso “dō” (道), un carattere usato solo in composti che significa “via” o “cammino”. Ecco alcuni esempi:

1. Judō (柔道), “la via morbida”, un’arte marziale che enfatizza la flessibilità e l’efficienza.

2. Kendō (剣道): “la via della spada”, un’arte marziale che si concentra sull’uso della katana in bambù. Gli scolari in divisa da kndō 

3. Aikidō (合気道) “la via dell’armonia spirituale”, un’arte marziale che mira ad armonizzare l’energia.

4. Karatedō (空手道), ”la via della mano vuota”, un’arte marziale che impiega ogni parte del corpo per l’autodifesa senz’armi.

5. Chadō (茶道) “la via del tè”, più comunemente conosciuta come la cerimonia del tè giapponese.

6. Shodō (書道), “la via della scrittura”, l’arte giapponese della calligrafia.

7. Ikebanadō (生け花道) “la via dell’ikebana”, l’arte giapponese di arrangiare i fiori.

8. Shintō, nome di una religione spacciata per la più antica del popolo giapponese, in realtà un’invenzione dell’amministrazione Meiji. (Nota 1)

Per spiegare un po’ meglio il significato di questo suffisso, -dō indica che, a differenza di quanto accade nel buddhismo, dove esistono e sono sempre esistiti i maestri ( a partire da Siddhartha Gautama), la conoscenza in Giappone viene associata col perseguire una via. Tale via ti darà un obiettivo e null’altro. Il resto dovrai trovarlo da solo nel percorrere la tua strada. Non ci sono insegnamenti, l’essenza della via è la tua crescita personale,  conseguenza diretta dei problemi che incontrerai e delle soluzioni che darai loro.

Il pensiero e l’azione

Sarebbe un errore a questo punto pensare che questo modo di pensare si limiti a queste poche arti. 

Al contrario, l’enciclopedia della filosofia dell’Università di Stanford dichiara che l’unione di azione e pensiero è la caratteristica fondamentale della filosofia giapponese.

Se questo è vero, e non ho ragione di pensare il contrario, la filosofia giapponese si limita al rapporto fra l’individuo e il mondo, un raggio di interessi molto inferiore a quello della filosofia europea, che si estende perlopiù al non umano, per capirlo e definirlo.

Alla base delle manifestazioni di creatività giapponese che abbiamo visto c’è l’incontro con la realtà come momento di comprensione di se stessi. Nel modo di pensare del Giappone l’importante non è la riflessione astratta, quanto quella applicata appunto all’azione.

Credo di avere un episodio tratto dalla mia vita personale che illustra bene il significato di via come appare nella filosofia giapponese. Sono falegname, scadente ma falegname, e mi sono autoimposto alcune condizioni di lavoro piuttosto scomode, ma che mi consentono di evitare di farmi male seriamente. Non uso utensili utensili elettrici, il che vuol dire che passo spesso ore a fare quanto altri fanno in un minuto, meglio di me e con una sega a nastro di costo modesto. Eppure la decisione di non usare utensili elettrici, ma solo una sega a mano Ryōba, originariamente presa per motivi di sicurezza, è stata una delle migliori della mia vita. Le difficoltà extra che mi sono andato a cercare mi hanno tutte insegnato qualcosa di utile. La prima è stata quanto duro e difficile sia essere un falegname, e quanto difficile sia mantenere una famiglia in questo modo. Lavori per due giorni per costituire un oggetto disponibile da qualche parte per metà di quello che hai speso, senza contare il tuo lavoro. 

C’è di più, ovviamente. Costruire qualcosa di concreto, avere un obiettivo preciso in mente, necessitare di cose che non possedevi come la pazienza e l’accettazione serena che un errore può rendere inutili giorni di lavoro, ti cambiano. Per essere un buon falegname devi essere una persona migliore. I tuoi mobili rifletteranno la complessità e la ricchezza della tua personalità. I mille pali fra le ruote che ho trovato prima del successo mi sono stati molto utili in campi molto diversi dalla falegnameria. La pazienza è una dote utile un po’ dappertutto.

Ed ora arriva finalmente l’episodio che avevo nominato in apertura. Avevo notato che molti dei pali usati dall’industria edilizia (2 by 4) qui in Giappone per costruire le case sono fatte in legno bianchissimo. Ho deciso quindi di tagliare uno di questi pali in fettine, ciascuna di dimensione 180 × 12 × 0,5 cm per farne scatole. La prima fetta mi è costata quattro ore di lavoro. Il legno era durissimo e fibroso, uno dei peggiori che avrei potuto scegliere. Non mi pento del mio fallimento. Ci sono due modi per imparare. Uno è la fortuna, l’altro è il fallimento.

A modo mio, , ho trovato il mio “-dō,” la mia strada. ‘’

Note

1 Chi avesse dubbi in proposito può leggere Shinto in the History of Japanese Religion dell’insigne studioso Kuroda Toshio.

Sbirciando dalla finestra mentre dentro fan festa

I ponti ad arco di Edo

Devi aggiungere un widget, una riga o un layout precostruito per poter vedere qualcosa qui. 🙂
Katsushika Hokusai, Kameido Tenjin Bridge

Le stampe giapponesi dette ukiyoe nacquero a Edo, la Tokyo di oggi, per cui è più che comprensibile che quasi sempre ritraggano quella città. 

Una città strampalata, priva di traffico su ruote, di animali da soma, con ponti ad arco dovunque ci fosse dell’acqua. Beninteso, la tecnologia fondamentale dei ponti è l’arco anche in Europa, ma questo arco è completamente al di sotto del livello del suolo. In Giappone al contrario i ponti erano di solito costruiti del tutto al di fuori dell’acqua, rendendo necessarie mostruosità come quella che vedete qui sopra.

Questo ponte si trovava a Kameido più o meno nell’area vista nella fotografia. Il suo inizio è praticamente verticale e si vedono persone letteralmente arrampicarsi per passare dall’altra parte. Un simile ponte è impraticabile per un animale o un anziano. è un disastro per i trasporti, quindi, addirittura un ostacolo alla circolazione. Ponti come questo erano sicuramente la ragione per l’uso quasi esclusivo delle braccia umane per far andare avanti la città, con il buddismo come coadiuvante. L’uso degli animali per i trasporto era condannato dai sutra.

Ma a questo punto viene da domandarsi perché usare ponti simili. La risposta può essere una sola. Essi erano fatti di legno per poter resistere a terremoti. Ma l’essere fatti di legno li rendeva inadatti ad essere messi in acqua.

Non vedo altre ragioni che possono spiegare il mistero. È vero che sono molto belli e decorativi. Nella terza tavola, il ponte è in muratura, cosa che dimostra che la tecnologia non era sconosciuta. Era accettabile qui in un giardino, non un posto come Nihonbashi, il cui ponte vedete nell’ultima tavola.

La distanza fra le due rive, il flusso enorme e continuo di traffico, in questo caso occasionalmente anche animale, e l’altezza dei banchi del canale rendono impossibile un ponte del tutto fuori dell’acqua. Il ponte a Nihonbashi infatti è sostenuto da enormi tronchi, che sicuramente dovevano venire sostituiti spesso.

Setsubun

Il termine setsubun [節分], letteralmente “divisione stagionale”, indica il giorno che precede l’inizio della primavera secondo il vecchio calendario lunare giapponese. Durante questa celebrazione, vengono eseguiti rituali per allontanare gli spiriti maligni e accogliere la buona fortuna.

I riti variano da regione a regione, ma uno dei rituali più conosciuto è il mamemaki [豆撒き, “lanciare i fagioli”). Durante questo rituale, le persone lanciano fagioli di soia arrostiti, conosciuti anche come fukumame [福豆, “fagioli della fortuna”], all’interno delle loro case o dei santuari mentre gridano “Oni wa soto! Fuku wa uchi!” [鬼は外!福は内!, “Fuori i demoni! Dentro la fortuna!”]. Un membro della famiglia indosserà una maschera da oni (鬼, “demone o orco”) mentre il resto della famiglia gli lancia contro i fagioli. Successivamente, ogni individuo mangerà il numero di fagioli corrispondente alla propria età.

Che cos’è il setsubun?


Il setsubun [節分] indica la divisione di due stagioni: inverno e primavera. Secondo il calendario luni-solare che un tempo era ufficialmente usato in Giappone, con setsubun ci si riferisce alla fine dell’inverno, che celebra anche l’arrivo della primavera, giorno che in giapponese é conosciuto come risshun [立春].

Fonte: Wikipedia

Considerando i nijūshi-sekki [二十四節気, “i ventiquattro termini solari”] del tradizionale calendario luni-solare giapponese, il giorno del risshun segna l’inizio del nuovo anno, mentre setsubun è simile alla vigilia di Capodanno [大晦日, Ōmisoka]. Poiché le date del vecchio calendario lunare erano prossime e talvolta si sovrapponevano, fino al periodo Edo, entrambe erano considerate come il giorno conclusivo dell’anno.

Può sembrare strano poiché Febbraio fa ancora freddo e generalmente é considerato parte della stagione invernale. Ma in Giappone si dice che passato il risshun, il tempo diventerà più mite.

Tecnicamente al giorno d’oggi, l’inizio della primavera è determinato dall’istante in cui la longitudine eclittica del sole raggiunge i 315 gradi, secondo le osservazioni del Kokuritsu-tenmon-dai [国立天文台,”l’ Osservatorio Astronomico Nazionale”]. Se l’inizio della primavera cambia, anche il giorno del setsubun cambia si conseguenza.


Si crede che, come altre tradizioni giapponesi, anche il setsubun sia stato introdotto dalla Cina durante il Periodo Heian [794-1185] ma, come riportato su documenti storici, solamente durante il Periodo Muromachi [1336-1573] si iniziarono a lanciare fagioli per scacciare i demoni che rappresentano gli spiriti portatori di catastrofi ed eventi tragici.

Il lancio dei fagioli rimane una delle parti più importanti dell’evento ancora oggi. Essendo uno dei gokoku [五穀, “cinque grani”], i mame erano considerati un alimento base essenziale per la sopravvivenza e, si credeva avessero il potere sacro, come il riso, di cacciare gli spiriti maligni.

L’ oni-yarai [鬼やらい] e il setsubun [節分] erano originariamente due rituali diversi.

Si ritiene che il tsuinai [追儺], considerato il precursore dello oni-yarai, sia stato introdotto dalla Cina basandosi sull’usanza conosciuta come daina [大儺]. Come riportato nello Shoku nihongi [続日本紀, opera che raccoglie tutte le decisioni prese dalla corte imperiale nel periodo temporale che va dal 697 d.c. al 701 d.c] il tsuina è stato celebrato in Giappone fin dal periodo Asuka [飛鳥時代, 706 d.C.].

In origine questo evento si svolgeva la notte di capodanno (secondo il calendario lunare) per scacciare le malattie e le epidemie. Originariamente, un sacerdote chiamato hōsōshi (方相氏), vestito da divinità, scacciava gli spiriti maligni invisibili. Ma alla fine del periodo Heian, l’hōsōshi, che fino ad allora aveva cacciato gli spiriti, fu invece raffigurato come un demone e cacciato a sua volta dai cortigiani.

Questo rituale diventò un evento di corte durante il quale i nobili di alto rango, chiamati tenjōbito [殿上人], armati di momo no yumi [桃の弓, archi fatti con legno di ciliegio] e frecce di canna, inseguivano e cacciavano i servitori travestiti da demoni urlando e suonando tamburi.

L’oni-yarai, nelle corti imperiali, è gradualmente caduto in disuso, ma è stato tramandato e adattato dalle varie strutture religiose locali in tutto il paese, diffondendosi anche tra la popolazione comune.

Per quanto riguarda il setsubun si trovano riferimenti a questo rituale all’interno dei diari dei nobili di periodo Heian. Durante il setsubun in quel periodo, si svolgevano delle cerimonie buddiste con l’obiettivo di proteggere dalle catastrofi e ottenere longevità anziché respingere i demoni o il male.

Come detto in precedenza, solamente dal periodo Muromachi in poi si trovano riscontri del lancio di fagioli per scacciare i demoni ma non è stato possibile datare precisamente il momento di inizio di questa tradizione. Le fonti riportano invece che tale usanza non era più solo relegata agli ambienti di corte o dei samurai, ma si diffuse velocemente anche tra la popolazione.

Sebbene tsuinai e setsubun fossero originariamente eventi separati, durante il periodo Edo sono diventati strettamente collegati. Originariamente in Giappone si praticava anche un rituale chiamato sangū [散供], che consisteva nel spargere granaglie per purificare e benedire il terreno. Ancora oggi si può assistere scene a questo genere di rituale, chiamato sanmai [散米], all’interno dei santuari dove viene spesso sparsi il riso come atto purificativo.

Anche il mame-maki, [豆まき], il lancio dei fagioli che vedremo in seguito, ha due significati: scacciare i demoni e donare grazia, tranquillità mangando i fagioli. In passato si credeva che i cereali avessero poteri spirituali e che il luogo seminato fosse purificato e sacro. Questo è il motivo per cui dicendo “Fuku wa uchi“, si lanciano fagioli anche all’interno delle case.


人間の心にある煩悩の象徴

Ningen no kokoro ni aru bonnō noshōchō

Il simbolo dei desideri rinchiusi nel cuore degli esseri umani


La pratica di lanciare i fagioli contro gli oni trova le sue radici nei principi del Buddismo.

Gli oni sono considerati come “il simbolo dei desideri rinchiusi nel cuore degli esseri umani”. Esistono cinque tipi di oni, ognuno rappresentante un tipo di desiderio, identificati dai colori:

Oni rosso: desideri, brama.
Oni blu: odio, risentimento, rabbia, malizia.
Oni verde: scarsa salute, sonnolenza, mancanza di motivazione e pigrizia.
Oni nero: lamentele, comportamenti contraddittori.
Oni giallo (bianco): rimpianti, dipendenza, egoismo, frivolezza.

Fonte: X

In passato, la popolazione attribuiva le calamità naturali e i fenomeni inspiegabili agli oni e, essendo questi più vicini alla vita quotidiana rispetto a quanto lo siano oggi, sembrava che i desideri umani fossero associati agli oni stessi.

Il lancio dei mame contro gli oni, era un modo per scacciare i desideri umani negativi e iniziare il nuovo anno con uno spirito fresco e puro.

In passato, il setsubun veniva spessp celebrato offrendo fagioli di soia arrostiti sull’altare domestico, chiamato kamidana [神棚], la notte prima del risshun. Tuttavia, ai giorni nostri, si è trasformato in un’occasione più gioiosa per le famiglie e le comunità. Durante il setsubun si cacciano gli spiriti maligni e si accoglie la buona sorte sia per sé che per la propria famiglia.

Secondo il folclore giapponese, si crede che gli spiriti maligni siano particolarmente attivi durante i cambi di stagione, pertanto è importante allontanarli prima dell’arrivo della primavera.

豆まき – Mame-maki – Lancio dei fagioli


I daizu [大豆, “fagioli di soia”], non sono solamente molto diffuso in Giappone ma sono anche usati per celebrare rituali e tradizioni centenarie.

Il mamemaki (豆まき), il lancio di fagioli di soia arrostiti, è un rituale che viene esclusivamente eseguito durante il setsubun. La tradizione vuole che si inizi dalla stanza che si trova più lontana dall’ingresso e che porte e finestre siano tenute aperte durante il lancio dei fagioli in modo che gli spiriti maligni possano uscire.

Come scritto in precedenza, per coinvolgere anche i bambini in questa tradizione, si usa anche lanciare fagioli contro un membro della famiglia che per l’occasione si traveste da demone.

鬼は外、福は内!

Oni wa soto! Fuku wa uchi!

Fuori i demoni! dentro la fortuna!

La sfortuna è rappresentata da un volontario vestito da oni (鬼), spesso impersonato dal padre. Gli altri membri della famiglia lanciano fagioli di soia arrostiti contro di lui e lo scacciano fuori casa, al grido di “Oni wa soto! Fuku wa uchi!” (鬼は外、福は内), che significa “Fuori i demoni, dentro la fortuna!”.

Nella tradizione folkloristica giapponese, gli oni sono visti come portatori di malattie, carestie e catastrofi naturali, per questo motivo la gente desidera tenerli lontani dalle proprie abitazioni. Quando i demoni vengono scacciati, si crede che con loro se ne vada anche la sfortuna accumulata durante l’anno, liberando la casa da influenze negative.

Perché si usano i mame?


Il processo di tostatura dei fagioli in giapponese è chiamato “mame wo iru” (豆を炒る). Questo termine ha un significato più profondo, poiché sfrutta le diverse letture dei kanji per indicare anche “sparare negli occhi ai demoni”, con “mame ni iru” (魔目に射る).

La parola “mame” può essere scritta anche con il kanji per “demone” (魔), letto come “ma”, seguito dal kanji per “occhi” (目), letto come “me”. Anche se la forma del verbo “sparare” in giapponese è diversa, ha la stessa pronuncia di “tostare”.

I fagioli di soia sono stati scelti per questo rituale poiché la pianta è considerata di buon auspicio e si ritiene che ospiti la divinità dei cereali. E, come detto in precedenza fatto parte dei gokoku, i cinque grani essenziali per la sopravvivenza.

Il modo corretto per lanciare i mame


Anche se esistono varie tradizioni a livello locale e familiare, di seguito descriverò come lo facciamo nella mia famiglia

Preparare i fuku-mame

Poiché i fuku-mame [福豆], “fagioli della fortuna”, sono considerati portatori di poteri spirituali, nei giorni che precedono il setsubun, li mettiamo come offerta sul kamidana. Normalmente il contenitore con i mame, detto masu [升], andrebbe posto sopra un apposito piedistallo detto sanpō [三方]. Nell’altare di casa mia (vedi foto) mia moglie non lo usa mai. Se non disponete di un altare, mettere la scatola in un luogo elevato va comunque bene.

Se non si comprano in un negozio i mame vanno cotti perché il loro germogliare è considerato presagio di cattiva sorte. La maggior parte dei fagioli in commercio sono tostati, quindi non c’è motivo di preoccuparsi.

夜 – Yoru – La notte

Il mame-maki si svolge la notte perché si crede che questo sia il periodo di maggiore attività dei demoni. La tradizione racconta che i demoni fanno la loro apparizione durante l’ushi-tora no koku [丑寅の刻, “l’ora della bue e della tigre”], ovvero la mezzanotte. Normalmente con la mia famiglia lo facciamo sempre dopo cena. Anche i rituali pubblici presso i santuari ai svolgono prevalentemente durante l’ora di cena per permettere ai bambini si parteciparvi.

Chi lancia i mame

La tradizione vuole che spargere i mame sia un compito del capo famiglia. Tuttavia, poiché è considerato un evento familiare, normalmente si coinvolge tutta la famiglia.

Volendo seguire la traduzione il capofamiglia può essere sostituito o coadiuvato solo dal toshi-otoko [年男] e dalla toshi-onna [年女]. Ovvero un componente della famiglia, uomo o donna, nato in un anno con lo stesso segno zodiacale cinese dell’anno corrente.

Può spargere i mame anche un componente della famiglia che si trova in un’età considerata sfortunata. In giapponese esistono i cosiddetti yakudoshi [厄年, “anni sfavorevoli”], che sono età tradizionalmente ritenute sfortunate.

Le età considerate più sfortunate sono 25, 42 e 61 anni per gli uomini, e 19, 33 e 37 anni per le donne.

Oggigiorno durante il mame-maki, i padri normalmente assumono il ruolo di demoni, mentre moglie e figli gli lanciano contro i fagioli.

Tuttavia, il vero significato del demone del setsubun è quello di rappresentare energie negative invisibili che possono causare malattie o disastri, quindi in realtà il ruolo del demone non è propriamente necessario.

Poiché il rito del mame-maki ha subito cambiamenti nel tempo a cui vanno aggiunte le varianti regionali, non esistono regole assolute, ma ogni famiglia ha suo modo di festeggiare il setsubun.

Da dove si inizia il mame-maki?

Normalmente iniziamo dalla stanza più distante dal genkan [玄関], l’ingresso principale e procedendo verso di questo, apriamo tutte le porte e le finestre di ogni stanza lanciando i fuku-mame, e urlando “fuori i demoni”, “oni ha soto!” [鬼は外].

Dopo aver sparso i mame all’interno della stanza chiudiamo subito le finestre per evitare che i demoni rientrino e poi volgendosi verso la porta diciamo “la fortuna è dentro” “fuku ha chi!” [福は内]. Ripetiamo questo procedimento per tutte le stanze della casa.

Kazoe-doshi e toshi-tori mame: mangiare un numero di fuku-mame pari alla propria età, più uno

Terminato il lancio dei fagioli, si prega per la salute e la protezione dell’anno a venire e si mangia un fagiolo per ogni anno vissuto, detto kazoedoshi [数え年), e poi uno in più per garantire fortuna per l’intero anno, in riferimento alla “fortuna dentro” del detto. Il mangiare in fagiolo in più come auspicio per il nuovo anno é conosciuto in Giappone come toshi-tori mame [年取り豆].

Questa tradizione risalente al periodo Muromachi [室町時代, 1336-1573] si svolge ancora sia nelle case dei giapponesi sia presso santuari e templi di tutto il paese.

恵方巻 – Ehō-maki – Maki della fortuna


Ci sono altre tradizioni, che fanno parte della celebrazione e dell’osservanza del setsubun. Alcune di queste usanze sono locali, come la tradizione del Kansai di mangiare makizushi senza tagliarli noti come ehō-maki (“rotolo della direzione fortunata” 恵方巻) in silenzio, rivolti verso la direzione fortunata dell’anno, determinata dal simbolo dello zodiaco di quell’anno. Nonostante sia una tradizione nata e legata alla città di Ōsaka, si è recentemente diffusa in tutto il paese, in parte grazie alle iniziative di marketing dei supermercati e dei konbini.

Ehō-maki è un tipo unico di maki che viene consumato solamente durante il setsubun. Si presenta relativamente più lungo e grande rispetto ai normali maki che si possono trovare normalmente nei ristoranti. In generale, è considerato auspicabile utilizzare sette ingredienti nella preparazione l’ehō-maki poiché il numero sette è associato alla fortuna e alle sette divinità della fortuna chiamati Shichifukujin (七福神).

Quando si mangia l’ehō-maki, è necessario voltarsi verso la direzione che si ritiene porti fortuna durante l’anno. La direzione per il 2024 é “est-nord-un po’ ad est” [東北東やや東]. È anche importante espirme un desiderio con gli occhi chiusi mentre si mangia l’intero maki in una volta sola senza fermarsi.

Ingredienti e il loro significato

In commercio oggi si trovano ehō-maki per soddisfare tutti i gusti ma secondo la tradizione solo i seguenti sette ingredienti dovrebbe essere usati per preparare questo particolare maki.

Kanpyō: sono lunghe striscie si zucca giapponese essiccate marinate nel dashi e nel mirin (una varietà di sake dolciastro). La forma lunga e sottile del kanpyō, è associata alla longevità [chōju-kigan, 長寿祈願] e alla felicità coniugale [en-musubi, 縁結び].

Shiitake-ni: funghi shiitake cotti. La forma della cappella del fungo che ricorda gli jingasa [陣笠], i copricapo indossato in passato sai soldati, simboleggia la protezione del corpo.

Tamagoyaki [卵焼き] / Datemaki [伊達巻]: il colore dorato del tamagoyaki simboleggia l’aumento della fortuna finanziaria, mentre la forma simile a un rotolo di pergamena del datemaki rappresenta l’aumento della cultura e conoscenza personale.

Unagi: l’ anguilla simboleggia l’ascesa e il successo personale. Questo é ispirato dall’ unagi-nobori [うなぎ登り], ovvero la caratteristica di questi animali di nuotare vigorosamente verso monte, indipendentemente dalla forza della corrente.

Sakura-denbu [桜田麩]: è un condimento di merluzzo stagionato di colore rosa. Sakura (桜) significa ciliegio in fiore, mentre denbu (田麩) si riferisce a scaglie di pesce bianco che vengono bollite, disidratate, condite e colorate di rosa grazie a coloranti alimentari.

Il colore rosa ciliegia simbolico della primavera, rappresenta la felicità e la buona fortuna.

Kyūri: il cetriolo. Dal nome giapponese “kyū no ri wo eru” [九の利を得る, ottenere i nove benefici] si ritiene porti fortuna.

Renkon: i numerosi fori presenti sulla radice del fiore di loto sono considerati simbolo di grande capacità di percepire gli eventi futuri e viene utilizzato per auspicare un futuro luminoso.

Fonte: foodie.co.jp

柊鰯 – Hiiragi-iwashi


Un’altra insolita usanza è appendere piccoli ornamenti fatti con teste di sardine e foglie di agrifoglio detti hiiragi- iwashi [柊鰯] sull’ingresso della propria casa per scacciare gli spiriti maligni.

Questa tradizione si pensa sia iniziata durante il periodo Heian.

L’agrifoglio [hiiragi] è considerato in grado di respingere gli spiriti maligni e spesso viene piantato sul limitare dei giardini delle case giapponesi. Si dice che le sue foglie spinose pungano gli occhi dei demoni.

Per quanto riguarda le sardine [iwashi], si dice che il loro odore quando vengono arrostite allontani i demoni, oppure che li attiri per poi essere pungolati con l’agrifoglio. Nella parte occidnetale del Giappone, sono chiamate anche yaikagashi [焼嗅がし,letteralmente “odore di bruciato”].

落花生 – Rakkasei – Le arachidi


Un mio collega mi ha raccontato che nel Kyūshū, dove vivo, più precisamente nelle prefetture di Miyazaki e Kagoshima c’è l’usanza di usare le arachidi al posto dei mame.

Controllando on-line ho scoperto che, secondo l’Associazione Nazionale delle Arachidi, questa pratica si diffuse intorno agli anni ’30 e ’40 del periodo Showa [昭和時代, 1926-1989]. Le ragioni sembrano essere legate alla praticità di raccoglierle e mangiarle in modo igienico (vista la presenza della buccia) oltre alla loro facilità di raccolta e alla loro grandezza.

おかめ – Okame


Quando si comprano i mame presso i negozi sono spesso accompagnati da un set di maschere. Una raffigurante un oni un altra raffigurante il volto di una donna, conosciuta con il nome di Okame.

Okame è una maschera tradizionale giapponese caratterizzata da un viso tondo, un naso basso e arrotondato, e guance piene e prominenti.

Okame [お亀/阿亀], che in giapponese significa “tartaruga”, animale simbolo di longevità questa maschera, é conosciuta anche con il nome, otafuku [お多福/阿多福] che letteralmente significa “molta buona fortuna”.

Si ritiene che l’origine di questa maschera sia Ame no uzume no mikoto [天宇受売命], la divinità shintoista dell’alba, maestra di festeggiamenti, umorismo e della danza. Rappresenta un kami estremamente positivo e fu la sua ingegnosità che riportò Amaterasu, la dea del sole, nel mondo, salvando la terra dalla notte eterna. Una divinità popolare riconosciuta come protrettice delle arti performative.

Okame e i demoni

La relazione tra Okame e i demoni ha origine nelle storie del teatro tradizionale giapponese kyōgen [狂言]. Mentre la gente cerca di respingere i demoni con fagioli durante setsubun, i demoni diventano incontrollabili. A questo punto entra in scena l’Okame, che con sorriso e gentilezza convince i demoni a pentirsi. Questo dimostra quanto sia importante la presenza dell’Okame durante setsubun.

Il Giappone è patria di molte tradizioni tramandate nei secoli che riflettono l’ottimismo di questo Paese riguardo alle celebrazioni del nuovo anno, le sue opportunità e le sue sfide.