Posts in Category: Lo shintō

-kyō e -dō

A ciascuno la sua strada

Qualche giorno fa ho scritto un breve articolo sulla mia scoperta che la presenza del suffisso -dō dopo il nome di una disciplina giapponese non è neutrale, ma ha implicazioni precise che non vanno ignorate. 

La scoperta mi ha aperto diverse porte, facendomi realizzare un’altra volta che penso di comprendere cose che in realtà non mi sono chiare. Ora spiego.

Le dottrine e le “vie”

Conosco diverse parole giapponesi che terminano con il suffisso “dō” (道), un carattere usato solo in composti che significa “via” o “cammino”. Ecco alcuni esempi:

1. Judō (柔道), “la via morbida”, un’arte marziale che enfatizza la flessibilità e l’efficienza.

2. Kendō (剣道): “la via della spada”, un’arte marziale che si concentra sull’uso della katana in bambù. Gli scolari in divisa da kndō 

3. Aikidō (合気道) “la via dell’armonia spirituale”, un’arte marziale che mira ad armonizzare l’energia.

4. Karatedō (空手道), ”la via della mano vuota”, un’arte marziale che impiega ogni parte del corpo per l’autodifesa senz’armi.

5. Chadō (茶道) “la via del tè”, più comunemente conosciuta come la cerimonia del tè giapponese.

6. Shodō (書道), “la via della scrittura”, l’arte giapponese della calligrafia.

7. Ikebanadō (生け花道) “la via dell’ikebana”, l’arte giapponese di arrangiare i fiori.

8. Shintō, nome di una religione spacciata per la più antica del popolo giapponese, in realtà un’invenzione dell’amministrazione Meiji. (Nota 1)

Per spiegare un po’ meglio il significato di questo suffisso, -dō indica che, a differenza di quanto accade nel buddhismo, dove esistono e sono sempre esistiti i maestri ( a partire da Siddhartha Gautama), la conoscenza in Giappone viene associata col perseguire una via. Tale via ti darà un obiettivo e null’altro. Il resto dovrai trovarlo da solo nel percorrere la tua strada. Non ci sono insegnamenti, l’essenza della via è la tua crescita personale,  conseguenza diretta dei problemi che incontrerai e delle soluzioni che darai loro.

Il pensiero e l’azione

Sarebbe un errore a questo punto pensare che questo modo di pensare si limiti a queste poche arti. 

Al contrario, l’enciclopedia della filosofia dell’Università di Stanford dichiara che l’unione di azione e pensiero è la caratteristica fondamentale della filosofia giapponese.

Se questo è vero, e non ho ragione di pensare il contrario, la filosofia giapponese si limita al rapporto fra l’individuo e il mondo, un raggio di interessi molto inferiore a quello della filosofia europea, che si estende perlopiù al non umano, per capirlo e definirlo.

Alla base delle manifestazioni di creatività giapponese che abbiamo visto c’è l’incontro con la realtà come momento di comprensione di se stessi. Nel modo di pensare del Giappone l’importante non è la riflessione astratta, quanto quella applicata appunto all’azione.

Credo di avere un episodio tratto dalla mia vita personale che illustra bene il significato di via come appare nella filosofia giapponese. Sono falegname, scadente ma falegname, e mi sono autoimposto alcune condizioni di lavoro piuttosto scomode, ma che mi consentono di evitare di farmi male seriamente. Non uso utensili utensili elettrici, il che vuol dire che passo spesso ore a fare quanto altri fanno in un minuto, meglio di me e con una sega a nastro di costo modesto. Eppure la decisione di non usare utensili elettrici, ma solo una sega a mano Ryōba, originariamente presa per motivi di sicurezza, è stata una delle migliori della mia vita. Le difficoltà extra che mi sono andato a cercare mi hanno tutte insegnato qualcosa di utile. La prima è stata quanto duro e difficile sia essere un falegname, e quanto difficile sia mantenere una famiglia in questo modo. Lavori per due giorni per costituire un oggetto disponibile da qualche parte per metà di quello che hai speso, senza contare il tuo lavoro. 

C’è di più, ovviamente. Costruire qualcosa di concreto, avere un obiettivo preciso in mente, necessitare di cose che non possedevi come la pazienza e l’accettazione serena che un errore può rendere inutili giorni di lavoro, ti cambiano. Per essere un buon falegname devi essere una persona migliore. I tuoi mobili rifletteranno la complessità e la ricchezza della tua personalità. I mille pali fra le ruote che ho trovato prima del successo mi sono stati molto utili in campi molto diversi dalla falegnameria. La pazienza è una dote utile un po’ dappertutto.

Ed ora arriva finalmente l’episodio che avevo nominato in apertura. Avevo notato che molti dei pali usati dall’industria edilizia (2 by 4) qui in Giappone per costruire le case sono fatte in legno bianchissimo. Ho deciso quindi di tagliare uno di questi pali in fettine, ciascuna di dimensione 180 × 12 × 0,5 cm per farne scatole. La prima fetta mi è costata quattro ore di lavoro. Il legno era durissimo e fibroso, uno dei peggiori che avrei potuto scegliere. Non mi pento del mio fallimento. Ci sono due modi per imparare. Uno è la fortuna, l’altro è il fallimento.

A modo mio, , ho trovato il mio “-dō,” la mia strada. ‘’

Note

1 Chi avesse dubbi in proposito può leggere Shinto in the History of Japanese Religion dell’insigne studioso Kuroda Toshio.

Il pensiero e l’azione nella filosofia giapponese, Parte prima

Perché il termine buddhismo in giapponese finisce in -kyō e quello Shintō in -tō (come Jūdō, Kendō, Kyūdō e Aikidō)?

L’altro giorno ho parlato del mio nuovo amico che è un sacerdote Shinto. Nello spiegarmi perché lo Shintō a suo parere non è una religione, Otomo ha menzionato il fatto che la parola giapponese per buddismo finisce in –kyō (bukkyō, insegnamento di Buddha) e quella Shinto in – (strada). 

Mi sono chiesto allora che differenza fa.

Il suffisso “-do” di Shintō viene usato nelle arti marziali giapponesi, come in Jūdō,” “Kendō,” “Aikidō,” “Karatedō”, ecc., dove significa “via” o “percorso”. )

Ho cercato su Internet e non ho trovato quello che cercavo. Alla fine credo di esserci arrivato da solo. Il –kyō del buddismo indica la presenza di un insegnamento e di un maestro, in altri termini, di una guida. 

La strada cui allude il – di Shintō è un percorso del quale conosci solo il punto di arrivo. Il resto lo devi scoprire da solo.

Setsubun

Il termine setsubun [節分], letteralmente “divisione stagionale”, indica il giorno che precede l’inizio della primavera secondo il vecchio calendario lunare giapponese. Durante questa celebrazione, vengono eseguiti rituali per allontanare gli spiriti maligni e accogliere la buona fortuna.

I riti variano da regione a regione, ma uno dei rituali più conosciuto è il mamemaki [豆撒き, “lanciare i fagioli”). Durante questo rituale, le persone lanciano fagioli di soia arrostiti, conosciuti anche come fukumame [福豆, “fagioli della fortuna”], all’interno delle loro case o dei santuari mentre gridano “Oni wa soto! Fuku wa uchi!” [鬼は外!福は内!, “Fuori i demoni! Dentro la fortuna!”]. Un membro della famiglia indosserà una maschera da oni (鬼, “demone o orco”) mentre il resto della famiglia gli lancia contro i fagioli. Successivamente, ogni individuo mangerà il numero di fagioli corrispondente alla propria età.

Che cos’è il setsubun?


Il setsubun [節分] indica la divisione di due stagioni: inverno e primavera. Secondo il calendario luni-solare che un tempo era ufficialmente usato in Giappone, con setsubun ci si riferisce alla fine dell’inverno, che celebra anche l’arrivo della primavera, giorno che in giapponese é conosciuto come risshun [立春].

Fonte: Wikipedia

Considerando i nijūshi-sekki [二十四節気, “i ventiquattro termini solari”] del tradizionale calendario luni-solare giapponese, il giorno del risshun segna l’inizio del nuovo anno, mentre setsubun è simile alla vigilia di Capodanno [大晦日, Ōmisoka]. Poiché le date del vecchio calendario lunare erano prossime e talvolta si sovrapponevano, fino al periodo Edo, entrambe erano considerate come il giorno conclusivo dell’anno.

Può sembrare strano poiché Febbraio fa ancora freddo e generalmente é considerato parte della stagione invernale. Ma in Giappone si dice che passato il risshun, il tempo diventerà più mite.

Tecnicamente al giorno d’oggi, l’inizio della primavera è determinato dall’istante in cui la longitudine eclittica del sole raggiunge i 315 gradi, secondo le osservazioni del Kokuritsu-tenmon-dai [国立天文台,”l’ Osservatorio Astronomico Nazionale”]. Se l’inizio della primavera cambia, anche il giorno del setsubun cambia si conseguenza.


Si crede che, come altre tradizioni giapponesi, anche il setsubun sia stato introdotto dalla Cina durante il Periodo Heian [794-1185] ma, come riportato su documenti storici, solamente durante il Periodo Muromachi [1336-1573] si iniziarono a lanciare fagioli per scacciare i demoni che rappresentano gli spiriti portatori di catastrofi ed eventi tragici.

Il lancio dei fagioli rimane una delle parti più importanti dell’evento ancora oggi. Essendo uno dei gokoku [五穀, “cinque grani”], i mame erano considerati un alimento base essenziale per la sopravvivenza e, si credeva avessero il potere sacro, come il riso, di cacciare gli spiriti maligni.

L’ oni-yarai [鬼やらい] e il setsubun [節分] erano originariamente due rituali diversi.

Si ritiene che il tsuinai [追儺], considerato il precursore dello oni-yarai, sia stato introdotto dalla Cina basandosi sull’usanza conosciuta come daina [大儺]. Come riportato nello Shoku nihongi [続日本紀, opera che raccoglie tutte le decisioni prese dalla corte imperiale nel periodo temporale che va dal 697 d.c. al 701 d.c] il tsuina è stato celebrato in Giappone fin dal periodo Asuka [飛鳥時代, 706 d.C.].

In origine questo evento si svolgeva la notte di capodanno (secondo il calendario lunare) per scacciare le malattie e le epidemie. Originariamente, un sacerdote chiamato hōsōshi (方相氏), vestito da divinità, scacciava gli spiriti maligni invisibili. Ma alla fine del periodo Heian, l’hōsōshi, che fino ad allora aveva cacciato gli spiriti, fu invece raffigurato come un demone e cacciato a sua volta dai cortigiani.

Questo rituale diventò un evento di corte durante il quale i nobili di alto rango, chiamati tenjōbito [殿上人], armati di momo no yumi [桃の弓, archi fatti con legno di ciliegio] e frecce di canna, inseguivano e cacciavano i servitori travestiti da demoni urlando e suonando tamburi.

L’oni-yarai, nelle corti imperiali, è gradualmente caduto in disuso, ma è stato tramandato e adattato dalle varie strutture religiose locali in tutto il paese, diffondendosi anche tra la popolazione comune.

Per quanto riguarda il setsubun si trovano riferimenti a questo rituale all’interno dei diari dei nobili di periodo Heian. Durante il setsubun in quel periodo, si svolgevano delle cerimonie buddiste con l’obiettivo di proteggere dalle catastrofi e ottenere longevità anziché respingere i demoni o il male.

Come detto in precedenza, solamente dal periodo Muromachi in poi si trovano riscontri del lancio di fagioli per scacciare i demoni ma non è stato possibile datare precisamente il momento di inizio di questa tradizione. Le fonti riportano invece che tale usanza non era più solo relegata agli ambienti di corte o dei samurai, ma si diffuse velocemente anche tra la popolazione.

Sebbene tsuinai e setsubun fossero originariamente eventi separati, durante il periodo Edo sono diventati strettamente collegati. Originariamente in Giappone si praticava anche un rituale chiamato sangū [散供], che consisteva nel spargere granaglie per purificare e benedire il terreno. Ancora oggi si può assistere scene a questo genere di rituale, chiamato sanmai [散米], all’interno dei santuari dove viene spesso sparsi il riso come atto purificativo.

Anche il mame-maki, [豆まき], il lancio dei fagioli che vedremo in seguito, ha due significati: scacciare i demoni e donare grazia, tranquillità mangando i fagioli. In passato si credeva che i cereali avessero poteri spirituali e che il luogo seminato fosse purificato e sacro. Questo è il motivo per cui dicendo “Fuku wa uchi“, si lanciano fagioli anche all’interno delle case.


人間の心にある煩悩の象徴

Ningen no kokoro ni aru bonnō noshōchō

Il simbolo dei desideri rinchiusi nel cuore degli esseri umani


La pratica di lanciare i fagioli contro gli oni trova le sue radici nei principi del Buddismo.

Gli oni sono considerati come “il simbolo dei desideri rinchiusi nel cuore degli esseri umani”. Esistono cinque tipi di oni, ognuno rappresentante un tipo di desiderio, identificati dai colori:

Oni rosso: desideri, brama.
Oni blu: odio, risentimento, rabbia, malizia.
Oni verde: scarsa salute, sonnolenza, mancanza di motivazione e pigrizia.
Oni nero: lamentele, comportamenti contraddittori.
Oni giallo (bianco): rimpianti, dipendenza, egoismo, frivolezza.

Fonte: X

In passato, la popolazione attribuiva le calamità naturali e i fenomeni inspiegabili agli oni e, essendo questi più vicini alla vita quotidiana rispetto a quanto lo siano oggi, sembrava che i desideri umani fossero associati agli oni stessi.

Il lancio dei mame contro gli oni, era un modo per scacciare i desideri umani negativi e iniziare il nuovo anno con uno spirito fresco e puro.

In passato, il setsubun veniva spessp celebrato offrendo fagioli di soia arrostiti sull’altare domestico, chiamato kamidana [神棚], la notte prima del risshun. Tuttavia, ai giorni nostri, si è trasformato in un’occasione più gioiosa per le famiglie e le comunità. Durante il setsubun si cacciano gli spiriti maligni e si accoglie la buona sorte sia per sé che per la propria famiglia.

Secondo il folclore giapponese, si crede che gli spiriti maligni siano particolarmente attivi durante i cambi di stagione, pertanto è importante allontanarli prima dell’arrivo della primavera.

豆まき – Mame-maki – Lancio dei fagioli


I daizu [大豆, “fagioli di soia”], non sono solamente molto diffuso in Giappone ma sono anche usati per celebrare rituali e tradizioni centenarie.

Il mamemaki (豆まき), il lancio di fagioli di soia arrostiti, è un rituale che viene esclusivamente eseguito durante il setsubun. La tradizione vuole che si inizi dalla stanza che si trova più lontana dall’ingresso e che porte e finestre siano tenute aperte durante il lancio dei fagioli in modo che gli spiriti maligni possano uscire.

Come scritto in precedenza, per coinvolgere anche i bambini in questa tradizione, si usa anche lanciare fagioli contro un membro della famiglia che per l’occasione si traveste da demone.

鬼は外、福は内!

Oni wa soto! Fuku wa uchi!

Fuori i demoni! dentro la fortuna!

La sfortuna è rappresentata da un volontario vestito da oni (鬼), spesso impersonato dal padre. Gli altri membri della famiglia lanciano fagioli di soia arrostiti contro di lui e lo scacciano fuori casa, al grido di “Oni wa soto! Fuku wa uchi!” (鬼は外、福は内), che significa “Fuori i demoni, dentro la fortuna!”.

Nella tradizione folkloristica giapponese, gli oni sono visti come portatori di malattie, carestie e catastrofi naturali, per questo motivo la gente desidera tenerli lontani dalle proprie abitazioni. Quando i demoni vengono scacciati, si crede che con loro se ne vada anche la sfortuna accumulata durante l’anno, liberando la casa da influenze negative.

Perché si usano i mame?


Il processo di tostatura dei fagioli in giapponese è chiamato “mame wo iru” (豆を炒る). Questo termine ha un significato più profondo, poiché sfrutta le diverse letture dei kanji per indicare anche “sparare negli occhi ai demoni”, con “mame ni iru” (魔目に射る).

La parola “mame” può essere scritta anche con il kanji per “demone” (魔), letto come “ma”, seguito dal kanji per “occhi” (目), letto come “me”. Anche se la forma del verbo “sparare” in giapponese è diversa, ha la stessa pronuncia di “tostare”.

I fagioli di soia sono stati scelti per questo rituale poiché la pianta è considerata di buon auspicio e si ritiene che ospiti la divinità dei cereali. E, come detto in precedenza fatto parte dei gokoku, i cinque grani essenziali per la sopravvivenza.

Il modo corretto per lanciare i mame


Anche se esistono varie tradizioni a livello locale e familiare, di seguito descriverò come lo facciamo nella mia famiglia

Preparare i fuku-mame

Poiché i fuku-mame [福豆], “fagioli della fortuna”, sono considerati portatori di poteri spirituali, nei giorni che precedono il setsubun, li mettiamo come offerta sul kamidana. Normalmente il contenitore con i mame, detto masu [升], andrebbe posto sopra un apposito piedistallo detto sanpō [三方]. Nell’altare di casa mia (vedi foto) mia moglie non lo usa mai. Se non disponete di un altare, mettere la scatola in un luogo elevato va comunque bene.

Se non si comprano in un negozio i mame vanno cotti perché il loro germogliare è considerato presagio di cattiva sorte. La maggior parte dei fagioli in commercio sono tostati, quindi non c’è motivo di preoccuparsi.

夜 – Yoru – La notte

Il mame-maki si svolge la notte perché si crede che questo sia il periodo di maggiore attività dei demoni. La tradizione racconta che i demoni fanno la loro apparizione durante l’ushi-tora no koku [丑寅の刻, “l’ora della bue e della tigre”], ovvero la mezzanotte. Normalmente con la mia famiglia lo facciamo sempre dopo cena. Anche i rituali pubblici presso i santuari ai svolgono prevalentemente durante l’ora di cena per permettere ai bambini si parteciparvi.

Chi lancia i mame

La tradizione vuole che spargere i mame sia un compito del capo famiglia. Tuttavia, poiché è considerato un evento familiare, normalmente si coinvolge tutta la famiglia.

Volendo seguire la traduzione il capofamiglia può essere sostituito o coadiuvato solo dal toshi-otoko [年男] e dalla toshi-onna [年女]. Ovvero un componente della famiglia, uomo o donna, nato in un anno con lo stesso segno zodiacale cinese dell’anno corrente.

Può spargere i mame anche un componente della famiglia che si trova in un’età considerata sfortunata. In giapponese esistono i cosiddetti yakudoshi [厄年, “anni sfavorevoli”], che sono età tradizionalmente ritenute sfortunate.

Le età considerate più sfortunate sono 25, 42 e 61 anni per gli uomini, e 19, 33 e 37 anni per le donne.

Oggigiorno durante il mame-maki, i padri normalmente assumono il ruolo di demoni, mentre moglie e figli gli lanciano contro i fagioli.

Tuttavia, il vero significato del demone del setsubun è quello di rappresentare energie negative invisibili che possono causare malattie o disastri, quindi in realtà il ruolo del demone non è propriamente necessario.

Poiché il rito del mame-maki ha subito cambiamenti nel tempo a cui vanno aggiunte le varianti regionali, non esistono regole assolute, ma ogni famiglia ha suo modo di festeggiare il setsubun.

Da dove si inizia il mame-maki?

Normalmente iniziamo dalla stanza più distante dal genkan [玄関], l’ingresso principale e procedendo verso di questo, apriamo tutte le porte e le finestre di ogni stanza lanciando i fuku-mame, e urlando “fuori i demoni”, “oni ha soto!” [鬼は外].

Dopo aver sparso i mame all’interno della stanza chiudiamo subito le finestre per evitare che i demoni rientrino e poi volgendosi verso la porta diciamo “la fortuna è dentro” “fuku ha chi!” [福は内]. Ripetiamo questo procedimento per tutte le stanze della casa.

Kazoe-doshi e toshi-tori mame: mangiare un numero di fuku-mame pari alla propria età, più uno

Terminato il lancio dei fagioli, si prega per la salute e la protezione dell’anno a venire e si mangia un fagiolo per ogni anno vissuto, detto kazoedoshi [数え年), e poi uno in più per garantire fortuna per l’intero anno, in riferimento alla “fortuna dentro” del detto. Il mangiare in fagiolo in più come auspicio per il nuovo anno é conosciuto in Giappone come toshi-tori mame [年取り豆].

Questa tradizione risalente al periodo Muromachi [室町時代, 1336-1573] si svolge ancora sia nelle case dei giapponesi sia presso santuari e templi di tutto il paese.

恵方巻 – Ehō-maki – Maki della fortuna


Ci sono altre tradizioni, che fanno parte della celebrazione e dell’osservanza del setsubun. Alcune di queste usanze sono locali, come la tradizione del Kansai di mangiare makizushi senza tagliarli noti come ehō-maki (“rotolo della direzione fortunata” 恵方巻) in silenzio, rivolti verso la direzione fortunata dell’anno, determinata dal simbolo dello zodiaco di quell’anno. Nonostante sia una tradizione nata e legata alla città di Ōsaka, si è recentemente diffusa in tutto il paese, in parte grazie alle iniziative di marketing dei supermercati e dei konbini.

Ehō-maki è un tipo unico di maki che viene consumato solamente durante il setsubun. Si presenta relativamente più lungo e grande rispetto ai normali maki che si possono trovare normalmente nei ristoranti. In generale, è considerato auspicabile utilizzare sette ingredienti nella preparazione l’ehō-maki poiché il numero sette è associato alla fortuna e alle sette divinità della fortuna chiamati Shichifukujin (七福神).

Quando si mangia l’ehō-maki, è necessario voltarsi verso la direzione che si ritiene porti fortuna durante l’anno. La direzione per il 2024 é “est-nord-un po’ ad est” [東北東やや東]. È anche importante espirme un desiderio con gli occhi chiusi mentre si mangia l’intero maki in una volta sola senza fermarsi.

Ingredienti e il loro significato

In commercio oggi si trovano ehō-maki per soddisfare tutti i gusti ma secondo la tradizione solo i seguenti sette ingredienti dovrebbe essere usati per preparare questo particolare maki.

Kanpyō: sono lunghe striscie si zucca giapponese essiccate marinate nel dashi e nel mirin (una varietà di sake dolciastro). La forma lunga e sottile del kanpyō, è associata alla longevità [chōju-kigan, 長寿祈願] e alla felicità coniugale [en-musubi, 縁結び].

Shiitake-ni: funghi shiitake cotti. La forma della cappella del fungo che ricorda gli jingasa [陣笠], i copricapo indossato in passato sai soldati, simboleggia la protezione del corpo.

Tamagoyaki [卵焼き] / Datemaki [伊達巻]: il colore dorato del tamagoyaki simboleggia l’aumento della fortuna finanziaria, mentre la forma simile a un rotolo di pergamena del datemaki rappresenta l’aumento della cultura e conoscenza personale.

Unagi: l’ anguilla simboleggia l’ascesa e il successo personale. Questo é ispirato dall’ unagi-nobori [うなぎ登り], ovvero la caratteristica di questi animali di nuotare vigorosamente verso monte, indipendentemente dalla forza della corrente.

Sakura-denbu [桜田麩]: è un condimento di merluzzo stagionato di colore rosa. Sakura (桜) significa ciliegio in fiore, mentre denbu (田麩) si riferisce a scaglie di pesce bianco che vengono bollite, disidratate, condite e colorate di rosa grazie a coloranti alimentari.

Il colore rosa ciliegia simbolico della primavera, rappresenta la felicità e la buona fortuna.

Kyūri: il cetriolo. Dal nome giapponese “kyū no ri wo eru” [九の利を得る, ottenere i nove benefici] si ritiene porti fortuna.

Renkon: i numerosi fori presenti sulla radice del fiore di loto sono considerati simbolo di grande capacità di percepire gli eventi futuri e viene utilizzato per auspicare un futuro luminoso.

Fonte: foodie.co.jp

柊鰯 – Hiiragi-iwashi


Un’altra insolita usanza è appendere piccoli ornamenti fatti con teste di sardine e foglie di agrifoglio detti hiiragi- iwashi [柊鰯] sull’ingresso della propria casa per scacciare gli spiriti maligni.

Questa tradizione si pensa sia iniziata durante il periodo Heian.

L’agrifoglio [hiiragi] è considerato in grado di respingere gli spiriti maligni e spesso viene piantato sul limitare dei giardini delle case giapponesi. Si dice che le sue foglie spinose pungano gli occhi dei demoni.

Per quanto riguarda le sardine [iwashi], si dice che il loro odore quando vengono arrostite allontani i demoni, oppure che li attiri per poi essere pungolati con l’agrifoglio. Nella parte occidnetale del Giappone, sono chiamate anche yaikagashi [焼嗅がし,letteralmente “odore di bruciato”].

落花生 – Rakkasei – Le arachidi


Un mio collega mi ha raccontato che nel Kyūshū, dove vivo, più precisamente nelle prefetture di Miyazaki e Kagoshima c’è l’usanza di usare le arachidi al posto dei mame.

Controllando on-line ho scoperto che, secondo l’Associazione Nazionale delle Arachidi, questa pratica si diffuse intorno agli anni ’30 e ’40 del periodo Showa [昭和時代, 1926-1989]. Le ragioni sembrano essere legate alla praticità di raccoglierle e mangiarle in modo igienico (vista la presenza della buccia) oltre alla loro facilità di raccolta e alla loro grandezza.

おかめ – Okame


Quando si comprano i mame presso i negozi sono spesso accompagnati da un set di maschere. Una raffigurante un oni un altra raffigurante il volto di una donna, conosciuta con il nome di Okame.

Okame è una maschera tradizionale giapponese caratterizzata da un viso tondo, un naso basso e arrotondato, e guance piene e prominenti.

Okame [お亀/阿亀], che in giapponese significa “tartaruga”, animale simbolo di longevità questa maschera, é conosciuta anche con il nome, otafuku [お多福/阿多福] che letteralmente significa “molta buona fortuna”.

Si ritiene che l’origine di questa maschera sia Ame no uzume no mikoto [天宇受売命], la divinità shintoista dell’alba, maestra di festeggiamenti, umorismo e della danza. Rappresenta un kami estremamente positivo e fu la sua ingegnosità che riportò Amaterasu, la dea del sole, nel mondo, salvando la terra dalla notte eterna. Una divinità popolare riconosciuta come protrettice delle arti performative.

Okame e i demoni

La relazione tra Okame e i demoni ha origine nelle storie del teatro tradizionale giapponese kyōgen [狂言]. Mentre la gente cerca di respingere i demoni con fagioli durante setsubun, i demoni diventano incontrollabili. A questo punto entra in scena l’Okame, che con sorriso e gentilezza convince i demoni a pentirsi. Questo dimostra quanto sia importante la presenza dell’Okame durante setsubun.

Il Giappone è patria di molte tradizioni tramandate nei secoli che riflettono l’ottimismo di questo Paese riguardo alle celebrazioni del nuovo anno, le sue opportunità e le sue sfide.

Il pensiero e l’azione nella filosofia giapponese, Parte Seconda

Qualche giorno fa ho scritto un breve articolo sulla mia scoperta che la presenza del suffisso -dō dopo il nome di una disciplina giapponese non è neutrale, ma ha implicazioni precise che non vanno ignorate. 

Andō Hiroshige, le 53 stazioni della Tōkaidō

La scoperta mi ha aperto diverse porte, facendomi realizzare un’altra volta che penso di comprendere cose che in realtà non mi sono chiare. Ora spiego.

L’azione ed il pensiero

Conosco diverse parole giapponesi che terminano con il suffisso -dō (道), che significa”via” o “cammino”. Ecco alcuni esempi:

1. Judō (柔道)”, la via della morbidezza”, un’arte marziale che enfatizza la flessibilità e l’efficienza.

2. Kendō (剣道): “la via della spada”, un’arte marziale che si concentra sull’uso del bambù katana.

3. Aikidō (合気道) “la via dell’armonia spirituale”, un’arte marziale che mira ad armonizzare l’energia.

4. Karatedō (空手道), ”la via della mano vuota”, un’arte marziale che impiega tecniche di pugno e di calci.

5. Chadō (茶道) “la via del tè”, più comunemente conosciuta come la cerimonia del tè giapponese.

6. Shodō (書道)”la via della scrittura”, l’arte della calligrafia giapponese.

7. Ikebanadō (生け花道) “la via dell’ikebana”, l’arte giapponese di arrangiare i fiori.

8. Shintō, nome di una religione spacciata per la più antica del popolo giapponese, in realtà un’invenzione dell’amministrazione Meiji.(1).

Per spiegare un po’ meglio il significato di questo suffisso, il -dō indica che, a differenza del buddhismo, dove esistono e sono sempre esistiti i maestri, a partire da Siddhartha Gautama,, la conoscenza in Giappone viene associata col perseguire una via. Tale via ti darà un obiettivo e null’altro. Sta a te scoprire il resto. Non ci sono insegnamenti, l’essenza della via è la tua crescita personale, conseguenza dei problemi che incontrerai e delle soluzioni che darai loro.

Sarebbe un errore a questo punto pensare che questo modo di pensare si limiti a queste poche arti. Al contrario, l’Enciclopedia della Filosofia dell’Università di Stanford dichiara che l’unione di azione e pensiero è la caratteristica fondamentale della filosofia giapponese.

Se questo è vero, e non ho ragione di pensare il contrario, la filosofia giapponese si limita al rapporto fra l’individuo e il mondo, un raggio di interessi molto inferiore a quello della filosofia europea, che si estende perlopiù al non umano, per capirlo e definirlo.

Ma, per tornare al tema, alla base delle manifestazioni di creatività giapponese che abbiamo visto c’è l’incontro con la realtà come momento di comprensione di se stessi. Nel modo di pensare del Giappone l’importante non è la riflessione astratta, quanto quella applicata appunto all’azione.

La mia via

Credo di avere un episodio tratto dalla mia vita personale che illustra bene il significato di via come appare nella filosofia giapponese. Sono falegname, scadente ma falegname, e mi sono autoimposto alcune condizioni di lavoro piuttosto scomode, ma che mi consentono di evitare di farmi male seriamente. Non uso utensili utensili elettrici, il che vuol dire che passo spesso ore a fare quanto altri fanno in un minuto, meglio di me e con una sega a nastro di costo modesto. Eppure la decisione di non usare utensili elettrici, ma solo una sega a mano Ryōba, originariamente presa per motivi di sicurezza, è stata una delle migliori della mia vita. Le difficoltà extra che mi sono andato a cercare mi hanno tutte insegnato qualcosa di utile. La prima è stata quanto duro e difficile sia essere un falegname, e quanto difficile sia mantenere una famiglia in questo modo. Lavori per due giorni per costituire un oggetto disponibile da qualche parte per metà di quello che hai speso, senza contare il tuo lavoro. 

C’è di più, ovviamente. Costruire qualcosa di concreto, avere un obiettivo preciso in mente, necessitare di cose che non possedevi come la pazienza e l’accettazione serena che un errore può rendere inutili giorni di lavoro, ti cambiano. Per essere un buon falegname devi essere una persona migliore. I tuoi mobili rifletteranno la complessità e la ricchezza della tua personalità. I mille pali fra le ruote che ho trovato prima del successo mi sono stati molto utili in campi molto diversi dalla falegnameria. La pazienza è una dote utile un po’ dappertutto.

Ed ora arriva finalmente l’episodio che avevo nominato in apertura. Avevo notato che molti dei pali usati dall’industria edilizia (2 by 4) qui in Giappone per costruire le case sono fatte in legno bianchissimo. Ho deciso quindi di tagliare uno di questi pali in fettine, ciascuna di dimensione 180 × 12 × 0,5 cm per farne scatole. La prima fetta mi è costata quattro ore di lavoro. Il legno era durissimo e fibroso, uno dei peggiori che avrei potuto scegliere. Non mi pento del mio fallimento. Ci sono due modi per imparare. Uno è la fortuna, l’altro è il fallimento.

A modo mio, , ho trovato il mio -dō, la mia strada. ‘’

È vero che gli stranieri in Giappone sono considerati sporchi?

Prima di tutto vorrei specificare che non ho mai sentito un giapponese esprimersi in questi termini. Possono avere pensato che gli europei sono sporchi, ma non mi è mai stato detto. Quelle che seguono quindi sono mie opinioni, quello che penso i giapponesi pensino, non fatti.

Per un giapponese probabilmente è sporco il fatto che non ci facciamo il bagno tutti i giorni. Per loro è impensabile. Il bagno è un rituale, forse il momento più bello della giornata. In Giappone è sporco portare le scarpe in casa. Nessuno lo farebbe. I giapponesi, perlomeno quelli della mia età, 70 anni, trovano inconcepibile defecare e fare il bagno nello stesso luogo fisico. Il gabinetto ed il bagno sono locali separati. Per mia moglie è sporco mettere un rotolo di carta igienica nuovo di pacca sul tavolo di cucina. Le cose vecchie son sporche, quindi gli anziani, almeno, non andrebbero mai da un robivecchi. Mia moglie e quelle dei miei amici si rifiutano persino di entrarvi.

I giapponesi sono famosi per essere amanti dell’igiene e chi è stato in oriente sa che nulla di paragonabile al Sol Levante esiste nel resto dell’Asia. Gli abiti si portano una volta sola. È ben vero che con questo clima è bene farselo, ma ci sono città italiane con climi simili, eppure non vi vedo tanta solerzia. Tutte le donne fanno il bucato tutte le mattine: siamo una famiglia di tre persone e la lavatrice corre tutte le mattine. La lavatrice una volta si teneva fuori casa perché considerata essa stessa sporca.

Dopo gli attacchi terroristici al gas nervino degli anni 90, dal Giappone sono scomparsi i cestini dell’immondizia. Si vedono cartacce e rifiuti per terra? No. I tifosi del calcio giapponese puliscono lo stadio prima di andarsene, anche in caso di partite internazionali che perdono. Vediamo la mia cucina. Su di una mensola ci sono il contenitore arancione del liquido lavapiatti, quello verde del sapone liquido per le mani, mentre il terzo è una confezione di alcol disinfettante, fatto specificamente per la cucina e di comune uso. Questa pulizia fa parte di un panorama generale di estrema attenzione all’ordine, la precisione, la pulizia, la correttezza.

Tutte queste cose hanno origine da un singolo concetto, causa di innumerevoli problemi sociali ed origine di molti dei tratti migliori di questa cultura, un concetto così importante che penso sia bene spiegarlo all’inizio, una volta per tutte, in modo che possa fare da sfondo a tutti i miei post. Il concetto in questione è quello di contaminazione, in giapponese kegare.

Un breve racconto di dare un’idea chiara della sua natura. Mia moglie fino a qualche anno fa disegnava calzini per un’azienda che si chiamava Renown. Essa poi fallí ma i suoi prodotti, di ottima qualità, vennero venduti fino a esaurimento dello stock. Un giorno la mia metà entrò in un negozio di lusso e sentire una conversazione fra un uomo e una donna:

-Guarda che belli questi calzini. E costano poco.

-È vero. Sono della Renown. Ehi, ma la Renown non è quella ditta che era fallita? Lascia perdere.

-Hai ragione! Meglio lasciar perdere. Sono pieni di kegare. (Risparmiatevi le battute. Lo so anch’io a che parola assomiglia)

in altri termini, il fatto che l’azienda che li aveva prodotti fosse fallita contaminava i calzini al punto da poter trasmettere la sfortuna della Renown ai loro acquirenti.

Esso è un’energia negativa e funesta emanata da certi oggetti o eventi, per certi versi simile alla iettatura. Ottimi esempi sono il contatto con la morte, col sangue (e quindi le mestruazioni), le malattie infettive e la sporcizia. A causa del kegare è possibile trovarsi in uno stato equivalente a quello di peccato senza avere alcuna colpa. Se si rimane coinvolti in un incidente automobilistico e si è coperti dal sangue di un altro, che magari poi è morto, ma si è indenni, si è ugualmente carichi di kegare. Funziona insomma in modo simile alla radioattività. Il kegare è trasmissibile da persona a persona, attraverso gli abiti, il contatto diretto, le azioni o perfino nessuno di questi.

Due idee ad esso legate sono lo tsumi 罪 e l’oharae お祓 え. Lo tsumi è superficialmente simile al peccato cristiano, e di fatto lo include come caso particolare, ma in ultima analisi è tutt’altra cosa perché non implica necessariamente responsabilità morale. Avere rapporti sessuali con una donna mestruante, ad esempio, è uno tsumi che genera kegare. La fonte più comune di kegare al giorno d’oggi è probabilmente un funerale. I funerali sono così carichi di kegare che ogni gesto, ogni utensile utilizzato nel corso della cerimonia non è utilizzabile in qualsiasi altra circostanza. Chi partecipa deve poi purificarsi con sale.

​Lo oharae è il nome della cerimonia con cui il kegare viene lavato via. Ne esistono di diversi tipi e il più delle volte la soluzione è qualcosa di semplice, ad esempio fare un’offerta. Di qui la passione giapponese per le cose bianche e nuove. Di qui il disprezzo per tutto quello che è vecchio. Una cosa antica è una cosa da buttare e un mio conoscente che, pur essendo giapponese, fa l’antiquario mi assicura che molti dei suoi clienti sono stranieri e che gli eventuali accompagnatori giapponesi preferiscono spesso rimanere fuori dalla porta mentre l’amico foresto fa compere. L’usato respinge molti.

Tutti abbiamo sentito storie di ciliegie in vendita a 200 euro l’una. Queste storie, anche se non esattamente all’ordine del giorno, sono nondimeno vere. La ragione per cui esistono giapponesi disposti a pagare certe cifre è che sono primizie. Una fragola in febbraio annuncia la bella stagione, parla di vita, di resurrezione, di primavera. Il contrario del kegare.

Storicamente, il kegare ha avuto effetti calamitosi ed è direttamente responsabile di tre problemi sociali diversi.

I burakumin

Il primo è quello dei cosiddetti burakumin, i fuoricasta giapponesi. Si trattava inizialmente di persone adibite alla rimozione di corpi durante una epidemia a Kyoto. La loro presenza si consolidò con gli anni. Finirono con l’essere addetti alla macellatura e alla conceria delle pelli.  I macellai erano contaminati dal loro lavoro al di là di ogni possibile emancipazione. Non erano una casta bassa, ma dei fuoricasta. Avevano una società loro, separata da quella normale. Per questo erano chiamati Eta (穢多), tanto kegare.  Paradossalmente, il monopolio della produzione del cuoio li rese ricchi, ma questo non cambiò nulla. Lafcadio Hearn, il migliore ma quasi dimenticato osservatore del Giappone, descrive un loro villaggio. Lindo, ordinato, in tutto e per tutto come gli altri.

Lungi da essere un retaggio del passato, il kegare è un concetto essenziale per interpretare correttamente il Giappone.Un oggetto trovato viene di rado raccolto, anche se costoso, perché possibile fonte di kegare.

Condizione della donna

il secondo problema causato dal concetto di contaminazione non è esclusivo del Giappone ma è conosciuto anche da noi. La condizione della donna deriva in parte dal fatto che mestrua. In molte culture il nesso fra mestruazioni, parto, e sesso non è chiaro, quello che è chiaro invece è che la donna ogni mese perde sangue direttamente dall’interno del suo corpo. Questo non sembra farle male, ma è ugualmente una forma chiara di kegare.

Anni fa stavo cenando con alcune amiche (tutti i miei amici giapponesi sono di sesso femminile) quando ho sentito una di loro parlare con un’altra, dicendo che suo marito le aveva detto che “le donne sono sporche”. Io ho capito immediatamente che non stava parlando di sporcizia fisica. In quel senso, non c’è dubbio, se qualcuno è sporco sono i maschi.

Parlava della contaminazione profonda dovuta alle mestruazioni. Lei, più che comprensibilmente offesa, gli ha subito risposto che questo poteva anche essere vero, ma che ugualmente anche lui era nato di donna. Il problema femminile quindi è più grave che altrove. Qualche anno fa durante un incontro di sumo un arbitro si era sentito male. Una donna, unico medico presente, è salita sul ring, cosa assolutamente proibita proprio a causa di questo kegare. L’impianto voci le ha immediatamente intimato di uscire… La cosa è meno significativa di quello che sembra, perché l’ambiente del sumo è uno dei più conservatori del Giappone, inoltre la cosa ha fatto un enorme scandalo. Non è possibile però negare che la questione esista.

Spreco

Il terzo problema è lo spreco. Chi conosce i giapponesi sa quanto siano parchi, frugali e semplici nelle loro abitudini. Per esempio, non credo di avere mai visto un giapponese lasciare qualcosa sul piatto. Si mangia tutto. Le agende che mia moglie gettano dopo anni di uso, quando lo spazio finisce, sono come nuove. Questo vale per tutte le giapponesi che conosco. Come spiegare allora la loro tendenza indubbia a gettar via cose nuove? Col fatto che nessuno le vorrebbe. Come mai la mania per le primizie? Perché una persona è disposta a pagare 200 € per una ciliegia? Perché sono nuove e quindi “pure”. Tutte queste domande hanno la loro risposta nel kegare.

Un’ultima storia, poi stacco. Una mia conoscente ha purificato il suo appartamento prima di lasciarlo, per essere certa di non lasciare alcuna traccia di kegare ai nuovi inquilini.

Il kegare, poi, insieme alla paura delle anime dei morti contribuisce a una situazione di continua paranoia caratteristica di questo paese.

Cenni di architettura giapponese

Cenni di architettura giapponese

Con le dovute eccezioni, i luoghi storicamente significativi a Kamakura sono luoghi di culto. Ciò è in parte dovuto al fatto che, in Giappone come in altri paesi, le istituzioni religiose hanno attirato più denaro e migliori talenti rispetto ad altri strati sociali. Infine, è successo perché i templi e i santuari, dedicati come sono agli dei, tendono a durare più a lungo. A Kamakura sopravvive pochissima architettura originale e gran parte di ciò che si vede è solo una copia, anche se fedele. Quello che non vedrete nemmeno tra le copie è la vera architettura shintoista, che è rara in Giappone e praticamente assente da Kamakura.

Questo perché, quando arrivò il buddismo, l’idea di luoghi di culto permanenti non esisteva. I santuari venivano costruiti quando e dove necessario. L’architettura del buddismo, una religione superiore in organizzazione e in quasi qualsiasi altro aspetto allo shintō, si diffuse immediatamente. Molto è stato distrutto durante l’ondata di violenza contro i templi del XIX secolo (ho scritto più volte e a lungo. Chi fosse interessato, cerchi il termine haibutsu kishaku) , ma il buddismo si è ripreso e così ha fatto la sua architettura.

L’architettura tradizionale giapponese è arrivata in Giappone dalla Cina insieme al buddismo e al concetto di luoghi di culto permanenti. L’architettura tradizionale giapponese è, infatti, solo una variante dell’architettura tradizionale cinese, di cui segue da vicino le idee. Stili che sono scomparsi da tempo in Cina sopravvivono in Giappone, e i cinesi a volte vengono in Giappone per studiare il loro passato architettonico.

Questo non vuol dire che gli architetti giapponesi si siano limitati al plagio. La loro più grande abilità sta nel miglioramento graduale piuttosto che nel cambiamento drastico. L’eleganza, la semplicità e la leggerezza degli stili architettonici che si sono sviluppati in tutto il Giappone – Wayō, Daibutsuyō e Zenshūyō – sono distintamente giapponesi e in qualche modo miglioramenti rispetto al modello originale.

L’architettura giapponese si basa su principi molto diversi da quelli dell’architettura europea, a partire dall’assenza di archi e capriate. Sospetto che ciò sia dovuto al fatto che tali elementi, per quanto forti siano alla trazione e alla compressione, sono sensibili alla torsione e alle sollecitazioni orizzontali derivanti da terremoti. Invece di archi e capriate, semplici file di pilastri sono collegate da travi trasversali con pali verticali al centro per sostenere i tetti. A Kamakura sopravvive pochissima architettura originale e gran parte di ciò che vedi è solo una copia, anche se fedele. Quello che non vedrai nemmeno tra le copie è la vera architettura shintoista, che è rara in Giappone e praticamente assente da Kamakura.

Questo perché, quando arrivò il buddismo, l’idea di luoghi di culto permanenti non esisteva. I santuari sono stati costruiti quando e dove necessario. L’architettura del buddismo, superiore nell’organizzazione, si diffuse immediatamente. Molto è stato distrutto durante l’ondata di violenza contro i templi del XIX secolo – vedi il divorzio di Kami e buddha – ma il buddismo si è ripreso e così ha fatto la sua architettura.

L’architettura tradizionale giapponese è arrivata in Giappone dalla Cina insieme al buddismo e al concetto di luoghi di culto permanenti. L’architettura tradizionale giapponese è, infatti, solo una variante dell’architettura tradizionale cinese, di cui segue da vicino le idee. Gli stili che sono scomparsi da tempo in Cina sopravvivono in Giappone, e i cinesi a volte vengono in Giappone per studiare il loro passato architettonico.

Questo non vuol dire che gli architetti giapponesi si siano limitati alla copia. La loro più grande abilità sta nel miglioramento graduale piuttosto che nel cambiamento drastico. L’eleganza, la semplicità e la leggerezza degli stili architettonici che si sono sviluppati in tutto il Giappone – Wayō, Daibutsuyō e Zenshūyō – sono distintamente giapponesi e in qualche modo miglioramenti rispetto al modello originale.

L’architettura giapponese si basa su principi molto diversi da quelli europei, a partire dall’assenza di archi e capriate. Sospetto che ciò sia dovuto al fatto che tali elementi, per quanto forti possano essere, sono sensibili alla torsione e alle sollecitazioni orizzontali derivanti dai terremoti. Invece di archi e capriate, semplici disposizioni di pilastri sono collegate da travi trasversali con pali verticali al centro per sostenere i tetti. Con rare eccezioni, luoghi storicamente significativi a Kamakura sono luoghi di culto. Ciò è in parte dovuto al fatto che, in Giappone come in altri paesi, le istituzioni religiose hanno attirato più denaro e una migliore costruzione di talenti rispetto ad altri aspetti della società. È anche in parte perché templi e santuari, dedicati come Con rare eccezioni, luoghi storicamente significativi a Kamakura sono luoghi di culto. Ciò è in parte dovuto al fatto che, in Giappone come in altri paesi, le istituzioni religiose hanno attirato più denaro e una migliore costruzione di talenti rispetto ad altri aspetti della società. È anche in parte perché i templi e i santuari, dedicati come sono agli dei, tendono a durare più a lungo.

A Kamakura sopravvive pochissima architettura originale e gran parte di ciò che vedi è solo una copia, anche se fedele. Quello che non vedrai nemmeno tra le copie è la vera architettura shintoista, che è rara in Giappone e praticamente assente da Kamakura.

Questo perché, quando arrivò il buddismo, l’idea di luoghi di culto permanenti non esisteva. I santuari sono stati costruiti quando e dove necessario. L’architettura del buddismo, superiore nell’organizzazione, si diffonde immediatamente. Molto è stato distrutto durante l’ondata di violenza contro i templi del XIX secolo – vedi il divorzio di Kami e buddha – ma il buddismo si è ripreso e così ha fatto la sua architettura.

Caratteristiche generali dell’architettura tradizionale giapponese • Tutte le parti sono in legno non verniciato • Niente chiodi, quindi tutto è libero di muoversi rispetto a tutto il resto

• Gli elementi strutturali sono sempre visibili e spesso decorati

• La distinzione tra interno ed esterno è a volte sfocata

• Le pareti non hanno peso e possono mancare

• Le staffe a forma di W sostengono il tetto

• Le dimensioni sono misurate in campate, la distanza tra due pilastri

Uno sguardo alla struttura nella foto seguente rivela diverse importanti caratteristiche dell’architettura tradizionale giapponese. L’edificio è realizzato interamente in legno e senza chiodi. Le sue pareti non portano peso e quindi possono essere sottili e facilmente rimovibili, consentendo la rapida riconfigurazione dello spazio. Possono anche essere rimosse del tutto, come nel caso del

I giapponesi pensano che gli elementi strutturali, i pilastri e i giunti abbiano un valore decorativo e sono quindi lasciati esposti, un’idea applicata anche a oggetti comuni come mobili e scatole come quella che segue. Notate come la struttura generale del cancello che precede – pilastri portanti, travi di supporto e cravatta, arcarecci e travi a sbalzo del tetto – sia chiaramente visibile, le sue parti decorate con sculture elaborate. Gli elementi strutturali e non strutturali sono spesso dipinti in colori contrastanti per un effetto estetico.

Modularità

Un’altra caratteristica importante è la modularità. Gli elementi architettonici sono limitati a determinate proporzioni misurate in multipli di un’unità chiamata campata, che è definita come la distanza tra due pilastri. Le campate in un singolo edificio tendono ad avere la stessa lunghezza, ma possono differire da edificio a edificio o anche all’interno dello stesso edificio. Essa è quindi un indicatore di proporzione piuttosto che di dimensione.

Conta le campate nelle strutture giapponesi e scoprirai che di solito sono in numero dispari: uno, tre, cinque, sette, nove. Il sanmon raffigurato misura quattro per due pilastri ed è quindi largo tre campate e profondo due campate, proporzioni che rendono il tempio di cui il sanmon fa parte un tempio di status intermedio.

Questa preferenza per i numeri dispari, evidente in tutta la società giapponese oggi, si basa sulla numerologia cinese. I numeri pari sono facilmente divisi e quindi deboli, femminili e negativi. I numeri dispari sono l’opposto.

Flessibilità

A causa dell’assenza di chiodi, tutte le articolazioni hanno un gioco considerevole, consentendo il movimento indipendente di ogni parte. Questo rende l’intera struttura abbastanza stabile anche in mezzo al movimento side-to-side causato dai terremoti, che sono eventi comuni in Giappone. Non solo ogni parte si muove in modo indipendente, ma anche gli elementi mobili generano attrito. Quell’attrito è un altro modo importante per dissipare l’energia sismica.

Guardate l’elaborato sistema di staffe ad incastro fatte a mano, note come tokyō o kumimono, sotto il tetto nella foto a destra. Ognuno è una notevole impresa artigianale. Queste staffe sostengono il tetto e consentono alla grondaia di sporgere più lontano di quanto altrimenti possibile. Inoltre, come le articolazioni senza chiodi, assorbono energia e fungono da molle. La loro elasticità è, durante gli eventi sismici, cruciale per l’integrità strutturale di un edificio coperto da un tetto così pesante.

Tetti, pareti e cancelli

Sicuramente avete notato come il tetto di un tempio o di un santuario sia il suo più grande elemento strutturale. Le dimensioni del tetto sono principalmente dovute all’estetica, ma hanno anche una funzione pratica. Le grondaie di grandi dimensioni proteggono l’edificio e i suoi occupanti dalla pioggia. Un effetto collaterale gradito è la caratteristica penosità rilassante degli interni degli edifici. Un elemento comune nell’architettura Zen è il tetto decorativo simile a una gonna a metà altezza, visibile nella foto del cancello nella pagina successiva. Nel caso del cancello raffigurato, questo tetto centrale corrisponde a una divisione tra piani. In altri come quello del butsuden di Kenchōji, Kamakura – che sembra avere due piani, ne ha uno solo.

Poiché le pareti possono essere spostate e rimosse, la separazione tra interno ed esterno è sfocata. Questo in una certa misura porta l’ambiente esterno all’interno dell’edificio, una strategia usata spesso e con grande effetto con la grondaia sporgenti. Lo spazio coperto dalla grondaia non è né all’interno né all’esterno, ma in ambedue.

A volte, come nella finestra rotonda di Meigetsuin, il panorama è parte integrante del concetto dell’edificio. La finestra è sempre aperta e ha lo scopo di portare l’esterno all’interno.

Templi e santuari hanno tutti porte simili a quelle che abbiamo esaminato e spesso più di una. I cancelli sono disponibili in molte dimensioni e forme, ma tutti hanno una funzione diversa dai cancelli europei. I cancelli del tempio e del santuario giapponesi non sono normalmente destinati a controllare l’accesso. Spesso, quindi, non hanno porte e non possono nemmeno essere chiusi. Separano semplicemente due mondi, il sacro e il profano.

Le caratteristiche architettoniche che abbiamo esaminato finora sono comuni sia all’architettura sacra che a quella secolare. Convertire una casa in un tempio è facile, come nel caso del famoso Hōryūji di Nara, che in precedenza era la residenza di una nobildonna. Ginkakuji e Kinkakuji di Kyōto sono altri noti esempi di case private convertite all’uso religioso.

Shichifukujin – 七福神

Le sette divinita della fortuna

Il Giappone ha un concetto di spiritualità molto particolare sia per la sua ampiezza che per la sua interminabile sincresia di credenze, tradizioni e riti.

L’esempio più esplicativo di questa mescolanza tra folklore (shintoismo) e buddismo sono le sette divinità della fortuna conosciute con il nome di shichifukujin (七福神). Sebbene siano sempre rappresentate in gruppo, questa sette divinità possiedono personalità e caratteristiche ben definite ed hanno origini molto diverse.
Solamente una delle sette ha origini giapponesi mentre le altre sei appartengono alla cultura di due paesi differenti. Tre hanno origine dalla cultura buddista-indusita dell’India e le altre tre trovano le loro origini nella tradizione buddista-taoaista tipica della Cina.

La prima apparizione di queste sette divinità come gruppo risale al periodo Muromachi (dal 1336 al 1573). In quel periodo, a Fushimi, Kyōto, si svolse la prima processione delle sette divinità, che le raffigurava come un gruppo. La credenza in queste sette divinità era diffusa soprattutto tra i contadini e i pesscatori e la loro popolarità continuò a crescere durante il periodo Edo (1603-1867), così come la loro associazione con il nuovo anno e le tradizioni di buona fortuna.

Si dice che visitando i templi e i santuari dedicati a ciascuna di queste divinità, si ricevono benedizioni come longevità e prosperità degli affari.

I nana-hashira (七柱), altro termine giappone usato per indicate queste sette divinità (hashira nella lingua giapponese è un josūshi (助数詞) ovvero il classificatore usato per contare le divinità) sono:

Fonte: https://tabi-mag.jp/

Ebisu – 恵比寿  (Giappone)

Daikokuten – 大黒天 (India)

Bishamonten – 毘沙門天 (India)

Benzeiten – 弁財天 (India)

Hoteison – 布袋尊 (Cina)

Hukurokuju – 福禄寿 (Cina)

Jurōjin – 寿老人 (Cina)

Sono spesso raffigurati insieme a bordo di una nave, detta takara-bune (宝船, nave del tesoro) carica di oro, argento e tesori e si dice siano di grande auspicio per il nuovo anno come simbolo di ricchezza e felicità.

七つの災難が消え、七つの福が生まれ。

Nanatsu no sainan ga kie, nanatsu no fuku ga umare.

“Sette sfortune scompariranno e sette fortune nasceranno”

Esistono varie teorie sull’origine di queste divinità, ma la teoria prevalente è che il numero sette si basi sulla frase “shichi-nansoku-metsushichi-huku-sokushō “七難即滅、七福即生”  contenuta all’interno del sutra buddista conosciuto come ninnōgyō (仁王経) di cui trovate la spiegazione e traduzione sopra. Il ninnō-gyō o ninnō-kyō, è un testo sacro della scuola Shingon sui rituali di preghiera per la pace e la protezione della nazione.

Conosciamo meglio allora queste sette divinità, i loro tratti distintivi e come riconiscerle.

Ebisu – 恵比寿

La divinità portatrice di un abbondante pesca. Ebisu è l’unica divinità giapponese tra le sette divinità della fortuna nonché la più famosa ed usata dai Giapponesi. Alcuni ritengono che sia Hiruko, il primo figlio di Izanami e Izanagi,  abbandonato dopo la sua nascita a causa delle deformità del suo corpo. È considerata la divinità protettrice del commercio e degli affari, nonché dell’abbondanza dei raccolti. È anche il patrono dei pescatori perché spesso è raffigurato con un’orata nella mano sinistra e una canna da pesca nella destra. Esiste anche un mito secondo il quale Ebisu, poiché all’età di tre anni non era in grado di camminare, si spostava a bordo di una barca. Per quanto motivo è sempre stato venerato dai pescatori come una divinità portatrice di una pesca abbondante. Viene spesso considerato come simbolo della capacità di fornire cibo sufficiente alla propria famiglia e ai propri cari.

Daikokuten – 大黒天

Daikokuten, in origine era un’incarnazione di Shiva, il dio della creazione e della distruzione nella mitologia indiana. Poiché la parola “daikoku” in giapponese può essere scritto come la parola ōkuni (大国) è stato considerato tutt’uno con la divinità giapponese Ōkuninushi ni Mikoto (大国主命). Proveniente dalla cultura indo-buddista è spesso raffigurato ed associato a Ebisu in quanto hanno significati simili. Daikokuten è la divinità del commercio, degli scambi e dell’agricoltura ed è spesso raffigurato a cavallo di due dischi di riso, portante un grande sacco che rappresenta un tesoro e un martello da cui si crede scaturisca la ricchezza.
Spesso venerato come kami del kamado, luogo centrale della casa dove si era soliti cucinare.

Bishamonten – 毘沙門天

Bishamonten è un’antica divinità indu, nota anche come Vaisravana, leader dei Quattro Re Celesti che proteggono il mondo buddista e conosciuta anche come tamonten (多聞天). Noto anche come divinità della guerra viene raffigurato vestito di un’armatura e con una pagoda in miniatura in mano, che rappresenta le sue origini guerriere e la sua protezione della fede buddista. Naturalmente, Bishamonten è considerato il protettore dei guerrieri e dei combattenti. Si dice anche che la fede in Bishamonten porti anche altri benefici e dieci tipi di benedizioni per allontanare la sfortuna.

Benzeiten – 弁財天

Benzaiten è l’unica divinità femminile a far parte del gruppo e deriva dalla dea indiana Saraswati. È spesso associata all’acqua ed è comunemente raffigurata con un cancello tori e mentre suona un biwa, uno strumento tradizionale giapponese. È anche comunemente accompagnata da un serpente bianco. Benzaiten è la dea delle arti, della musica, della bellezza e dell’eleganza. È stata considerata la patrona di artisti, scrittori, musicisti, geishe e professioni simili.

Hoteison – 布袋尊

Conosciuto anche come Budai, è una divinità di origine cinese che si dice sia realmente esistita. Hotei era un monaco salito al rango di divinità per le sue credenze e grazie alle azioni compiute durante la sua vita. È la divinità della salute e della felicità. È considerato il patrono e il guardiano dei bambini. Viene spesso raffigurato mentre porta un grande sacco. Si dice che questo rappresenti la pazienza o la felicità, che egli distribuisce ai suoi fedeli. Il sacco che porta sempre con sé é detto kannin-bukuro (堪忍袋) ovvero il “sacco delle pazienza”. Da qui deriva il detto giapponese:

堪忍袋の緒が切れる

Kannin-bukuro no o ga kireru

“Perdere la pazienza”

Chi è sposato con una giapponese conoscerà di sicuro la credenza delle mittsu no fukuro (三つの袋). Il significato letterale di “mittsu no fukuro” è “tre borse”, e queste borse sono spesso citate come cose importanti nella vita matrimoniale o come chiavi essenziali per l’armonia del legame stesso.

La prima borsa è conosciuta come kyūryō-bukuro (給料袋), che significa “busta paga”. La stabilità economica derivante da un buon stipendio ovviamente è considerata importante per le stabilità di un matrimonio.

La seconda borsa è la kannin-bukuro (堪忍袋) che significa la “borsa della pazienza”. Moglie e marito devono sopportarsi a vicendea per avere una vita matrimoniale felice.

La terza ma non meno importante è o-fukuro (お袋), parola giapponese usata per indicare la propria madre. È un linguaggio più maschile e può essere usato tra amici o in contesti formali per parlare della propria madre. Non ci si deve mai dimenticare che i nostri genitori ci hanno cresciuto e che dobbiamo prenderci cura di loro fino alla fine.

Fukurokuju – 福禄寿

Di origine cinese ed è considerato la divinità della felicità e della longevità. Si dice che sia stato un monaco eremita in Cina, capace di sopravvivere senza nutritsi. Viene solitamente rappresentato come un uomo anziano con una grande fronte, simbolo taoista di lunga vita. Spesso viene anche raffigurato con una gru o una tartaruga, animali che in Giappone rappresentano la lunga vita. Si dice che i tre kanji che compongono il suo nome:

Fuku – 福=幸福 (kōfuku) felicità

Roku – 禄=fuku, status

Ju – 寿=kotobuki, longevità

portino benefici come la prosperità della prole, la fortuna finanziaria, la salute e la longevità.

Jurōjin – 寿老人

Jurōjin è strettamente associato a Fukurokuju, in quanto è anch’esso una divinità associata alla longevità e di origine cinese. Come Fukurokuju, viene rappresentato con una lunga fronte, con un rotolo in mano e accompagnato da una gru o da un cervo. È considerato il protettore delle persone anziane.


Questa sette divinità vengono venerate all’interno di santuari e templi e il recarsi in visita presso questi luoghi sacri è conosciuto come shichifukujin-meguri (七福神巡り). Per la maggior parte delle persone che crede che buddismo e Shintō siano sempre state due religioni separate spese che queste divinità siano venerate sia presso i santuari che presso i templi suona alquanto bizzarro. Il motivo è che i santuari e i templi erano spesso uniti prima del periodo Meiji (1868-1912). Non a caso all’inizio di questo articolo ho parlato di sincretismo shintoista-buddista conosciuto come shinbutsu-shūgo (神仏習合). Nonostante i tentativi formali dei reggenti di periodo Meiji di creare una netta separazione tra lo Shintō, considerato la religione autoctona e ancestrale del paese, e il buddismo, la religione importata dal continente, la mescolanza tra le due religioni è sopravvissuta ed è ancora viva e vegeta. Shintō e buddismo non solo hanno condiviso i luoghi sacri ma anche i loro riti e tradizioni si sono influenzati a vicenda creando un qualcosa di unico che ancora oggi è oggetto di studio.

Durante la metà del periodo Edo il pellegrinaggio dedicato alle Sette Divinità della Fortuna, divenne estremamente popolare tanto quanto il monte Fuji e il kōshin. Il kōshin-shinkō (庚申信仰) è un insieme di credenze e pratiche popolari di origine taoista che una volte introdotta in Giappone fu subito influenzata da shintoismo e buddhismo. Il kōshinkō è incentrato sull’idea che tre entità dette sanshi (三尸) vivano all’interno del corpo umano e salgano in cielo una volta ogni sessanta giorni, mentre la persona dorme, per riferire sulle sue malefatte. I praticanti della fede Kōshinkō organizzano eventi in quei giorni, cantando il Sutra del Cuore e impegnandosi in altre attività per tutta la notte, senza dormire, in modo che queste entità non riescano a salire fino all’Imperatore Celeste conosciuto come tentei (天帝) per riferire sulle malefatte delle persone.


Oggi è possibile visitare luoghi dedicati alle sette divinità della fortuna a Tōkyō, più precisamente nella zona di Nihonbashi. Quindi se vi trovate in Giappone vi consiglio di visitare questi luoghi perché sono molto interessanti e possono essere raggiunti anche a piedi senza l’uso dei mezzi.

  1. Il santuario dedicato a Fukurokuju, il Koami-jinja (小網神社)

  2. Il santuario dedicato a Hoteison, il Chanoki-jinja (茶ノ木神社)

  3. Il santuario dedicato a Benzaiten, il Suitengu (水天宮)

  4. Il santuario dedicato a Daikokuten, il Matsushima-jinja (松島神社)

  5. Il santuario dedicato a Bishamonten, il Suehiro-jinja (末廣神社)

  6. Il santuario dedicato a Jurōjin, il Kasama-jinja (笠間稲荷神社)

  7. Il santuario dedicato ad Ebisu, il Suginomori-jinja (椙森神社)

Ho avuto la fortuna di visitarlo mentre mi trovavo a Tōkyō per i miei studi e sono delle vere e proprie perle incastonate tra gli edifici delle città che consiglio a tutti di visitare.

Le sette divinità della fortuna sono molto popolari in Giappone e si crede elargiscono sempre molte benedizioni. Alcune di queste divinità possono essere facilmente confuse con altre, ma è possibile distinguerle osservando ciò che portano con sé e ciò che indossano. Se ne avete la possibilità, vi consigliamo di visitare templi e santuari e di pregare per ottenere anche voi un po’ di fortuna.

Il paese dove le cose parlano, parte seconda

Una signora nata cristiana che conoscevo aveva abbandonato la religione perché non voleva andare in Paradiso. Troppo lontano, diceva, preferiva rimanere a Zushi, il paese dove è nata e dove vive la sua famiglia. Questa include anche i morti, che sono ancora membri attivi della società.

Le strade sono quindi piene di spiriti che una volta erano persone. Vivono accanto a te e sanno come farsi sentire e rispettare, all’occorrenza. Il morto è cosciente di sé, vive dove è morto, deve mangiare, bere, dormire, ha bisogno di compagnia, affetto e così via. Se è stato operato di appendicite, lo spirito porterà la cicatrice.

Se il tuo antenato trova spazio nel tuo butsudan (una specie di altare in casa dove vivono TUTTI i tuoi antenati), tutto è a posto. Potrai chiedergli favori e protezione in cambio delle tue cure.
Ma supponiamo uno muoia di morte violenta lontano da casa, come è successo spesso nel corso della storia giapponese. Rimarrà abbandonato, divenendo sempre più ostile ai viventi. Di qui la paura continua dei morti e delle loro possibili azioni.

Un mio amico canadese stava visitando un castello quando ha visto un’insegna sopra una fontana, che diceva che lì in passato si lavavano le teste dei condannati a morte. Sua moglie si è messa ad urlare per la paura, perché il luogo era evidentemente rigonfio di anime di morti per morte violenta, i peggiori.

Da anni bombardo i miei amici con domande strane. Sanno che ho il pallino dell’animismo e mi lasciano fare. Qualche tempo fa stavo parlando con una amica, Shizuka, e le ho domandato se credeva nei fantasmi. Mi ha detto combattiva che non aveva bisogno di credere, perché sapeva che i fantasmi esistono. Shizuka non è assolutamente la persona che pensereste creda a queste cose. Solida, pratica, non ha mai parlato di spiriti se non quella volta. Quella volta lo ha fatto perché le ho fatto una domanda. Siamo saliti in macchina e si è diretta verso casa mia. Le ho chiesto di raccontarmi un episodio in cui ha visto uno spirito. Sa benissimo che io non credo a queste cose, ma sa anche che sto facendo una ricerca seria, e non ha remore.

Stava guidando quella stessa auto, ha raccontato, quando accanto all’acceleratore ha visto spuntare una gamba. Dopo qualche secondo è scomparsa. Poi è ricomparsa, si è flessa ed estesa, infine è sparita di nuovo nel cofano. Era spaventata? Non particolarmente. Tutti gli altri in auto, tre donne, la presero sul serio, come mi aspettavo.

Ho un amico che ama fischiettare a letto, nel buio, sua moglie si spaventa sempre perché dice che “loro vengono se li chiami”. Sua moglie è un chirurgo.

Il paradiso e l’inferno sono una grandissima protezione psicologica, perché liberano il mondo dalla presenza dei morti. Credo che pochi in Italia sentano la presenza di un caro perduto nel visitarne la tomba. Il 2 di novembre è una festa di rimembranza.

Obon, invece, è un giorno in cui i morti tornano in carne ed ossa. Un mio conoscente mi raccontava che tutti gli anni aspetta suo suocero con la sua famiglia. Si mettono ad aspettarlo con lanterne sulla porta di casa finché sentono che è arrivato. Dopo di che entra in casa e rimane tre giorni. L’intera famiglia ne parla come se fosse fisicamente presente nella stanza. Viene chiamato ed invitato a sedersi nella sedia a lui riservata.
Questo NON è un comportamento raro, né strano.

Questa concezione della morte ha avuto riflessi sull’urbanistica del paese. I centri abitati sono circondati da un cordone sanitario di difese spirituali (non materiali e ancor meno militari) per proteggere la comunità dai demoni e spiriti furiosi associati con le foreste e le montagne.

Nella foto vedete una composizione quintessenzialmente animista. L’essere umano e le sue creazioni minuscoli ed impotenti al cospetto dell’immensa forza di una natura indifferente. Una immagine di questo genere non avrebbe senso in un tempio buddista, e non ve la troverete mai. Il buddismo è egocentrico e poco interessato alla natura. In un giardino zen la natura è addomesticata e docile, niente di più di un aiuto al ritorno a sé stessi.

Adorazione o culto della natura, si dice, Ma il termine secondo me non vuole dire quello che sembra. Non è meraviglia davanti allo spettacolo di una cascata, anche se può a volte esserlo. Il rapporto vero del Giappone con la natura è quello implicito nell’immagine qui sopra. La natura non è amica dell’umanità, ma neppure nemica.
Semplicemente, è un fattore da non ignorare nell’equazione della sopravvivenza.

Prima di proseguire, ricordo che un tempio è buddista, un santuario è animista ma non necessariamente Shinto. Spiegherò nei dettagli più oltre (se ci sarà ancora qualcuno che mi legge).

Lo yamatologo austriaco Bernhard Scheid fa notare che l’urbanistica del Giappone tradizionale riflette chiaramente questo rapporto con la natura. Più importante è una istituzione religiosa e più probabile è infatti che si trovi fuori città, in posizioni poco o per nulla accessibili. Questa foto può dare una idea del loro isolamento.

(Si tratta di un santuario adibito alla protezione di un passo di montagna diretto a nord-est, una direzione nefasta.)

Ne consegue che templi e santuari non sono né necessariamente né principalmente luoghi di culto. (Un tempio è, oltre che una struttura di difesa, soprattutto un monastero).

Un tempio o un santuario ha la forma di imbuto. Da una parte un pesante cancello rinforzato da un secondo e più grande cancello che viene subito dopo. Ambedue sono irrobustiti da fortificazioni spirituali. Statue di santi e via discorrendo.

Un tempio può essere costituito da decine di sottotempli dedicati a dei diversi, oltre a uffici, refettori e toilet, per cui parlare di un suo piano urbanistico è più che legittimo. L’orientamento delle strade (nord-sud), il tipo di vegetazione (aceri, pini, querce, ecc.) la sua distribuzione (querce a nord est, aceri a sud, ecc, ma questi sono esempi che mi invento ora), la posizione, il numero, la funzione e la disposizione dei sottotempli, la loro architettura e perfino il numero di finestre che hanno (1, 3 o 5, sicuramente non 2 o 4) sono fattori attentamente studiati per la difesa spirituale del tempio.

Dall’altra parte, quella opposta al centro abitato, il tempio semplicemente sparisce gradualmente, sciogliendo se nella foresta come vedete nella fotografia qui sopra. Un tempio è quindi una specie di membrana semipermeabile che controlla l’accesso alla comunità.

Lo stesso vale fino a un certo punto anche per i santuari. Una istituzione religiosa è quindi una fortezza eretta contro le minacce presenti nel mondo esterno.

Nella cartina in mezzo vedete la città dove abito. Il triangolo nero contiene l’area densamente popolata. I punti rossi sono i templi o santuari più importanti. Come vedete, nessuno di essi è in città. La maggior parte si trova su colline che la sovrastano, e questa distribuzione non è un caso.

Se il culto della natura fosse adorazione della bellezza della natura, come affermato dalle autorità Shinto all’estero (ma non in Giappone, vedi caso) ci aspetteremmo di non trovare alcun edificio e di vedere cerimonie religiose fatte direttamente davanti alla cascata, roccia o altro oggetto di culto del santuario. Questo è infatti quello che accadeva una volta ed accade ancora in certi santuari di vecchio stampo.

Quello che invece troviamo sono spiriti di antenati, strappati al loro terreno natale, messi a guardare le frontiere e a tenere a bada i nostri nemici. I nemici sono prima di tutto quei morti che non hanno nessuno che li assista e nutra. Si concentrano fuori dell’abitato e da sempre sono associati con le montagne e le foreste. Ci sono poi demoni, volpi ed altre creature.

Il lettore sveglio si sarà però anche accorto che antenati =buono, morti=cattivo. La storia di come si trasforma un morto in un antenato la vedremo la prossima volta.

Le foto sono mie.

Nella foto vedete una composizione quintessenzialmente animista. L’essere umano e le sue creazioni minuscoli ed impotenti al cospetto dell’immensa forza di una natura indifferente. Una immagine di questo genere non avrebbe senso in un tempio buddista, e non ve la troverete mai. Il buddismo è egocentrico e poco interessato alla natura. In un giardino zen la natura è addomesticata e docile, niente di più di un aiuto al ritorno a sé stessi.

Adorazione o culto della natura, si dice, Ma il termine secondo me non vuole dire quello che sembra. Non è meraviglia davanti allo spettacolo di una cascata, anche se può a volte esserlo. Il rapporto vero del Giappone con la natura è quello implicito nell’immagine qui sopra. La natura non è amica dell’umanità, ma neppure nemica.
Semplicemente, è un fattore da non ignorare nell’equazione della sopravvivenza.

Prima di proseguire, ricordo che un tempio è buddista, un santuario è animista ma non necessariamente Shinto. Spiegherò nei dettagli più oltre (se ci sarà ancora qualcuno che mi legge).

Lo yamatologo austriaco Bernhard Scheid fa notare che l’urbanistica del Giappone tradizionale riflette chiaramente questo rapporto con la natura. Più importante è una istituzione religiosa e più probabile è infatti che si trovi fuori città, in posizioni poco o per nulla accessibili. Questa foto può dare una idea del loro isolamento.

(Si tratta di un santuario adibito alla protezione di un passo di montagna diretto a nord-est, una direzione nefasta.)

Ne consegue che templi e santuari non sono né necessariamente né principalmente luoghi di culto. (Un tempio è, oltre che una struttura di difesa, soprattutto un monastero).

Un tempio o un santuario ha la forma di imbuto. Da una parte un pesante cancello rinforzato da un secondo e più grande cancello che viene subito dopo. Ambedue sono irrobustiti da fortificazioni spirituali. Statue di santi e via discorrendo.

Un tempio può essere costituito da decine di sottotempli dedicati a dei diversi, oltre a uffici, refettori e toilet, per cui parlare di un suo piano urbanistico è più che legittimo. L’orientamento delle strade (nord-sud), il tipo di vegetazione (aceri, pini, querce, ecc.) la sua distribuzione (querce a nord est, aceri a sud, ecc, ma questi sono esempi che mi invento ora), la posizione, il numero, la funzione e la disposizione dei sottotempli, la loro architettura e perfino il numero di finestre che hanno (1, 3 o 5, sicuramente non 2 o 4) sono fattori attentamente studiati per la difesa spirituale del tempio.

Dall’altra parte, quella opposta al centro abitato, il tempio semplicemente sparisce gradualmente, sciogliendo se nella foresta come vedete nella fotografia qui sopra. Un tempio è quindi una specie di membrana semipermeabile che controlla l’accesso alla comunità.

Lo stesso vale fino a un certo punto anche per i santuari. Una istituzione religiosa è quindi una fortezza eretta contro le minacce presenti nel mondo esterno.

Nella cartina in mezzo vedete la città dove abito. Il triangolo nero contiene l’area densamente popolata. I punti rossi sono i templi o santuari più importanti. Come vedete, nessuno di essi è in città. La maggior parte si trova su colline che la sovrastano, e questa distribuzione non è un caso.

Se il culto della natura fosse adorazione della bellezza della natura, come affermato dalle autorità Shinto all’estero (ma non in Giappone, vedi caso) ci aspetteremmo di non trovare alcun edificio e di vedere cerimo

Il paese dove le cose parlano, Parte terza

Pietro De Colle afferma che il mio uso della parola animismo non è standard. La definizione solita è chiara, dice. L’animismo consiste nel ritenere che le cose sono vive. E BASTA, dice Peter. Il cristianesimo e l’animismo hanno posizioni diametralmente opposte perché il cristianesimo sostiene che solo gli esseri umani hanno anima. Vorrei quindi spiegare perché uso una definizione più ampia, la seguente.[1]

Animismo è la proiezione inconscia sulla natura da parte di un osservatore umano di caratteristiche fisiche o mentali dell’osservatore stesso.

La mia definizione deriva da quella di Jean Piaget, ampiamente diffusa in antropologia, che definisce il punto di vista animistico come egocentrico.

Peter contesta anche il mio applicare il termine animismo al cristianesimo. Liquidiamo subito questo primo problema. Peter ammette che ci sono “tracce” (termine suo) di animismo nel cristianesimo.

Secondo me sono ben più di tracce, sono inclusioni fondamentali per fare funzionare l’intero sistema. I santi, ad esempio, sono essenzialmente elementi di animismo necessari per sostituire il dio cristiano, un dio che gli studiosi di religione comparata classificano come un dio distante, troppo astratto per venire sentito come reale dalla maggior parte dei fedeli. Ma questa è una discussione da fare in altra sede.

La definizione che Peter cita è solo la più comune, probabilmente a causa dei suoi accenti indubbiamente poetici che catturano la fantasia. Ce ne sono molte altre, che prenderò da Internet così che siano verificabili.

Cominciamo con l’Enciclopedia Britannica[2], di proprietà dell’Università di Chicago, una istituzione che sforna Nobel su base quasi annuale:

Animism, belief in innumerable spiritual beings concerned with human affairs and capable of helping or harming human interests. Animistic beliefs were first competently surveyed by Sir Edward Burnett Tylor in his work Primitive Culture (1871), to which is owed the continued currency of the term.

Manca il riferimento alle cose che vivono. Visto che manca anche nelle altre versioni (Wikisource ha quella, ora in pubblico dominio, del 1911 e già quella non faceva accenno alla definizione standard.), è difficile pensare sia un caso.

La Britannica specifica anche:

The term animism denotes not a single creed or doctrine but a view of the world consistent with a certain range of religious beliefs and practices, many of which may survive in more-complex and hierarchical religions. Modern scholarship’s concern with animism is coeval with the problem of rational or scientific understanding of religion itself.

Non si tratta di una religione ma di una visione del mondo. Non è possibile derivare la definizione di Peter da quella della Britannica. Nemmeno la mia, ma se leggete la seguente frase:

WIkipedia :

Animism (from Latin anima, “breath, spirit, life”)[1][2] is the religious belief that objects, places and creatures all possess a distinct spiritual essence.[3][4][5][6] Potentially, animism perceives all things—animals, plants, rocks, rivers, weather systems, human handiwork and perhaps even words—as animated and alive.

Importante, non tutti gli oggetti sono necessariamente vivi ma possiedono ugualmente una forza spirituale. Tenere presente che questa definizione è supportata da quattro testi diversi. Questa precisazione è fondamentale.

Altra definizione simile

Animists believe that an impersonal power is present in all objects. This power may be called mana, or life-force, or force-vital, or life essence or dynamism. . . The person in possession of this force may use it as he sees fit, but always stands the chance of losing it.”[2] In addition to this force that is present in all objects, animists believe that spirits inhabit certain objects, places and things.

Arriviamo al punto. L’animismo crede in forze impersonali come quelle che ho descritto. La mana non ha carattere e volontà propri. Confronta la mana con i kami del kamidana che ho descritto.

Penso sia chiaro a questo punto che la definizione standard, quella comune che afferma che l’animismo dice che le cose sono vive, è problematica. 

La mana o certi tipi di kami non sono classificabili con chiarezza, ma sono comunque forze impersonali. È difficile dire che siano vivi.

Note a piè di pagina