Posts By francesco baldessari

Perché nel linguaggio colloquiale maschile spesso la mamma viene chiamata col termine o-fukuro (il sacco)?

Il termine お袋 (ofukuro) per “mamma” ha origini storiche e culturali interessanti. Ecco una spiegazione dettagliata delle sue origini:

Origini del Termine お袋 (ofukuro)

1. Significato Letterale:
– La parola 袋 (fukuro) significa “sacco” o “borsa” in giapponese. L’aggiunta del prefisso onorifico お (o) è una forma di rispetto che trasforma la parola in お袋 (ofukuro).

2. Uso Storico
– Anticamente, il termine fukuro era usato per riferirsi alle sacche in cui le madri giapponesi conservavano e portavano oggetti essenziali per la famiglia, come cibo e utensili. Queste sacche erano simbolicamente legate al ruolo della madre come custode e nutrice della famiglia.
– Nel periodo Edo (1603-1868), era comune che le donne portassero con sé sacche di tessuto (fukuro) contenenti oggetti personali o cibo. Queste sacche divennero simbolicamente associate alle madri che preparavano e portavano cibo ai loro figli, specialmente quando lavoravano o andavano a scuola.

3. Simbolismo e Affetto
– Con il tempo, il termine fukuro iniziò a essere usato metaforicamente per riferirsi alla madre stessa, poiché era lei che preparava e forniva ciò che era contenuto nelle sacche. L’uso di お袋 (ofukuro) divenne un modo affettuoso e rispettoso per riferirsi alla propria madre, richiamando l’immagine del suo ruolo premuroso e nutriente.

4. **Connotazione Familiare:**
– お袋 (ofukuro) ha una connotazione familiare e intima, spesso utilizzata dai figli per riferirsi alla loro madre in modo affettuoso. È meno formale rispetto a 母 (はは, haha), che è il termine standard per “madre”.

Oggi, お袋 (ofukuro) è ancora utilizzato, anche se può avere una sfumatura un po’ arcaica o regionale. È particolarmente comune sentirlo nelle conversazioni familiari o tra amici intimi. La parola conserva il suo significato affettuoso, evocando immagini di cura e sostegno materno.

 

Perché, a differenza degli inglesi, pur abitando sulle isole i giapponesi non divennero mai navigatori?


Per tre motivi, credo.
Penso che quello principale sia stata la presenza della Cina. Questo paese e la minuscola Corea erano tutto quanto appariva a ovest sull’orizzonte dei giapponesi. Il problema era che la Cina già confinava con praticamente tutti ed era quindi il veicolo principale e più economico di commercio fra Giappone e chicchessia. Non avrebbe quindi avuto senso tentare di sviluppare le considerevoli doti tecniche e le tecnologie necessarie per un viaggio davvero lungo come quello richiesto per raggiungere nuovi mercati.
Dall’altra parte c’era l’abisso del Pacifico. L’immagine del grande navigatore che abbiamo noi europei nella fantasia appartiene a un momento unico della storia, vale a dire la navigazione intercontinentale transoceanica, che iniziò quando divenne tecnicamente possibile, vale a dire molto più tardi. Gli europei furono i primi a superare i grandi problemi tecnici posti dalla navigazione intercontinentale a partire dal XV secolo.
Il particolarissimo momento storico giustifica il loro comportamento anomalo. I viaggi degli esseri umani sono sempre i più brevi possibile e la colonizzazione della terra è avvenuta a piedi e a passetti i più brevi possibili.
Infine, i I giapponesi non avevano la personalità, il carattere giusto. Un popolo che migra è psicologicamente pronto per divenire stanziale. Se arriva per caso in un’isola o un arcipelago, sviluppa una mentalità insulare, che è più di una barzelletta. Per esempio, il mito della creazione maori e quello giapponese hanno in comune il fatto che gli dèi creano solo il paese dei Maori e dei giapponesi rispettivamente. Il resto non esiste. Quanto vedi è reale, ma, in assenza di prove dirette, il resto del mondo è surreale, una diceria. Esattamente questo è il modo in cui i giapponesi vedono il resto dell’umanità. Roba che si vede alla televisione. Come giustamente ha detto Dario Fabbri in uno dei suoi rari momenti di lucidità, i giapponesi sono isolazionisti, non pacifisti. Ai giapponesi il mondo non interessava.
Questo però non è razzismo, ma semplicemente il risultato di non avere contatti diretti con alcuno.

-kyō e -dō

A ciascuno la sua strada

Qualche giorno fa ho scritto un breve articolo sulla mia scoperta che la presenza del suffisso -dō dopo il nome di una disciplina giapponese non è neutrale, ma ha implicazioni precise che non vanno ignorate. 

La scoperta mi ha aperto diverse porte, facendomi realizzare un’altra volta che penso di comprendere cose che in realtà non mi sono chiare. Ora spiego.

Le dottrine e le “vie”

Conosco diverse parole giapponesi che terminano con il suffisso “dō” (道), un carattere usato solo in composti che significa “via” o “cammino”. Ecco alcuni esempi:

1. Judō (柔道), “la via morbida”, un’arte marziale che enfatizza la flessibilità e l’efficienza.

2. Kendō (剣道): “la via della spada”, un’arte marziale che si concentra sull’uso della katana in bambù. Gli scolari in divisa da kndō 

3. Aikidō (合気道) “la via dell’armonia spirituale”, un’arte marziale che mira ad armonizzare l’energia.

4. Karatedō (空手道), ”la via della mano vuota”, un’arte marziale che impiega ogni parte del corpo per l’autodifesa senz’armi.

5. Chadō (茶道) “la via del tè”, più comunemente conosciuta come la cerimonia del tè giapponese.

6. Shodō (書道), “la via della scrittura”, l’arte giapponese della calligrafia.

7. Ikebanadō (生け花道) “la via dell’ikebana”, l’arte giapponese di arrangiare i fiori.

8. Shintō, nome di una religione spacciata per la più antica del popolo giapponese, in realtà un’invenzione dell’amministrazione Meiji. (Nota 1)

Per spiegare un po’ meglio il significato di questo suffisso, -dō indica che, a differenza di quanto accade nel buddhismo, dove esistono e sono sempre esistiti i maestri ( a partire da Siddhartha Gautama), la conoscenza in Giappone viene associata col perseguire una via. Tale via ti darà un obiettivo e null’altro. Il resto dovrai trovarlo da solo nel percorrere la tua strada. Non ci sono insegnamenti, l’essenza della via è la tua crescita personale,  conseguenza diretta dei problemi che incontrerai e delle soluzioni che darai loro.

Il pensiero e l’azione

Sarebbe un errore a questo punto pensare che questo modo di pensare si limiti a queste poche arti. 

Al contrario, l’enciclopedia della filosofia dell’Università di Stanford dichiara che l’unione di azione e pensiero è la caratteristica fondamentale della filosofia giapponese.

Se questo è vero, e non ho ragione di pensare il contrario, la filosofia giapponese si limita al rapporto fra l’individuo e il mondo, un raggio di interessi molto inferiore a quello della filosofia europea, che si estende perlopiù al non umano, per capirlo e definirlo.

Alla base delle manifestazioni di creatività giapponese che abbiamo visto c’è l’incontro con la realtà come momento di comprensione di se stessi. Nel modo di pensare del Giappone l’importante non è la riflessione astratta, quanto quella applicata appunto all’azione.

Credo di avere un episodio tratto dalla mia vita personale che illustra bene il significato di via come appare nella filosofia giapponese. Sono falegname, scadente ma falegname, e mi sono autoimposto alcune condizioni di lavoro piuttosto scomode, ma che mi consentono di evitare di farmi male seriamente. Non uso utensili utensili elettrici, il che vuol dire che passo spesso ore a fare quanto altri fanno in un minuto, meglio di me e con una sega a nastro di costo modesto. Eppure la decisione di non usare utensili elettrici, ma solo una sega a mano Ryōba, originariamente presa per motivi di sicurezza, è stata una delle migliori della mia vita. Le difficoltà extra che mi sono andato a cercare mi hanno tutte insegnato qualcosa di utile. La prima è stata quanto duro e difficile sia essere un falegname, e quanto difficile sia mantenere una famiglia in questo modo. Lavori per due giorni per costituire un oggetto disponibile da qualche parte per metà di quello che hai speso, senza contare il tuo lavoro. 

C’è di più, ovviamente. Costruire qualcosa di concreto, avere un obiettivo preciso in mente, necessitare di cose che non possedevi come la pazienza e l’accettazione serena che un errore può rendere inutili giorni di lavoro, ti cambiano. Per essere un buon falegname devi essere una persona migliore. I tuoi mobili rifletteranno la complessità e la ricchezza della tua personalità. I mille pali fra le ruote che ho trovato prima del successo mi sono stati molto utili in campi molto diversi dalla falegnameria. La pazienza è una dote utile un po’ dappertutto.

Ed ora arriva finalmente l’episodio che avevo nominato in apertura. Avevo notato che molti dei pali usati dall’industria edilizia (2 by 4) qui in Giappone per costruire le case sono fatte in legno bianchissimo. Ho deciso quindi di tagliare uno di questi pali in fettine, ciascuna di dimensione 180 × 12 × 0,5 cm per farne scatole. La prima fetta mi è costata quattro ore di lavoro. Il legno era durissimo e fibroso, uno dei peggiori che avrei potuto scegliere. Non mi pento del mio fallimento. Ci sono due modi per imparare. Uno è la fortuna, l’altro è il fallimento.

A modo mio, , ho trovato il mio “-dō,” la mia strada. ‘’

Note

1 Chi avesse dubbi in proposito può leggere Shinto in the History of Japanese Religion dell’insigne studioso Kuroda Toshio.

Quali sono le cause della fine del periodo Sengoku (1467 — 1603)

Prima di questo articolo, leggere quello Quali furono le cause del periodo sengoku?

Il periodo Sengoku, noto anche come l’era dei regni combattenti, è stato un periodo tumultuoso nella storia del Giappone che si è esteso dal XV al XVI secolo. Vi sono ben tre date diverse usate per segnare l’inizio di questo periodo, la prima è l’incidente di Kyōtoku, la seconda è la guerra di Ōnin, e la terza l’incidente di Meiō. Quelle per la sua fine sono molte di più e vanno dal 1568 al 1638. Io ho scelto la guerra di Ōnin per l’inizio, l’arrivo di Ieyasu a Edo per la fine (1467-1603).

Il fattore decisivo che portò alla fine del periodo della guerra fra gli Stati (1467-1603) furono le armi da fuoco, portate dai portoghesi, subito imitate dai giapponesi e usate con giudizio soprattutto da Oda Nobunaga. Una figura estremamente interessante, Costui era noto per la sua curiosità per tutto quello Che era nuovo. Si procurò armi da fuoco, teneva in camera sua un mappamondo che guardava spesso e volentieri, aveva nominato un africano al rango di samurai. Doveva averne fiducia, perché lo accompagnò sempre anche nei momenti di grande importanza. Yusuke Era con lui la notte dell’incidente a Honnoji , Il misterioso evento che gli costò la vita. Fu lui a capire immediatamente il valore Degli archibugi e a procurarsene. Ne erano già arrivati diversi tipi dalla dalla Cina, ma nessuno poteva competere con i fucili portoghesi e presto nacque la figura del fuciliere appiedato, il cosiddetto Ashigaru,, raramente un guerriero e di solito un contadino. Fu una figura di grande importanza storica, parte del gruppo di motivi che portò all’eclissi Della casta guerriera.

Il samurai medio considerava contaminante degradante l’uso delle armi da fuoco perché Richiedevano un addestramento molto minore e rifiutava di procurarsene. Ma questo non fece altro che approfondire la crisi del suo ruolo, Crisi che poi sfociò con la scomparsa completa della figura del guerriero . A causa della presenza degli Ashigaru del rifiuto del samurai di armarsi, Nel periodo Edo L’esercito smise di essere un affare di casta e si burocratizzo. Iniziò invece l’era dei Ronin. Di solito sono descritti come guerrieri che avevano perso il padrone, dando l’impressione che il loro destino fosse Normale, ma raro. La realtà era l’opposto. La Scomparsa immediata, traumatica e imprevista della classe militare sostituita da un esercito di professionisti segnò il momento di nascita Della figura del Ronin, In realtà un’intera classe messa su una strada senza becco di un quattrino ma con due spade alla cintura. Sono meglio descritti come reduci e vittime della scomparsa della loro classe al termine della guerra civile. La scomparsa del guerriero come figura sociale non sarebbe stata così completa alla fine della guerra civile se non fosse stato per le armi, che distrussero completamente la necessità di un guerriero con due spade. La guerra civile era durata un secolo e mezzo. Il problema dei reduci era quindi proporzionalmente molto ma molto più grande che In qualsiasi altro conflitto precedente. Il problema dello tsujigiri, L’uccisione a casaccio di passanti dopo il tramonto, fu una espressione Di protesta da parte dei Ronin, una protesta irrazionale e destinata a fallire ma sicuramente non l’ignobile atto di pregiudizio di classe con cui viene solitamente definito. Il problema dei Ronin durò a lungo, come prova la ribellione di Saigo Takamori, che combatté per la restaurazione Meiji Fin quando si rese conto che il termine restaurazione era solo una parola. Nessuno aveva intenzione di ritornare al passato. Takamori passò alla parte opposta del conflitto, Perdendo la vita per una causa che sapeva persa. Come si vede, le armi da fuoco Ebbero ripercussioni che andarono molto al di là della guerra civile.

Quali furono le cause dell’epoca dei regni combattenti?

Il periodo Sengoku, noto anche come l’era dei regni combattenti, è stato un periodo tumultuoso nella storia del Giappone che si è esteso dal XV al XVI secolo. Di sua natura, un periodo simile e difficile da racchiudere fra due date esatte ma, in generale, Esso vide il completo crollo dell’autorità centrale nel Kanto e nel Kansai. Ci sono state diverse cause che hanno contribuito all’inizio e alla durata di questo periodo, la più importante delle quali è stata senza dubbio la legge sull’eredità promulgata dallo shogunato stesso.

Questo prevedeva la divisione delle terre governate dai vassalli tra i loro figli maschi. Questo portò alla frammentazione delle terre e dei domini, creando molte entità politiche indipendenti all’interno del paese, una situazione difficilissima da cambiare in modo non violento, perché qualsiasi soluzione coinvolgeva il ledere gli interessi di un grande numero di persone.

La pratica dello shoen seido, combinata con altre leggi sull’eredità, portò a una serie di conflitti sulla proprietà delle terre e sulla successione dei daimyo. Queste questioni di eredità divennero spesso il catalizzatore per le guerre tra i clan, in quanto i daimyo cercavano di espandere il loro dominio e ottenere terre attraverso conquista o alleanze matrimoniali.

Vi sono ben tre date diverse usate per segnare l’inizio di questo periodo, la prima è l’incidente di Kyōtoku, la seconda è la guerra di Ōnin, e la terza l’incidente di Meiō. Quelle per la sua fine sono molte di più e vanno dal 1568 al 1638. Io ho scelto la guerra di Ōnin per l’inizio, l’arrivo di Jason a Edo per la fine (1467-1603)

Durante i tre secoli di disordine che vanno dalla caduta di Kamakura alla vittoria di Tokugawa Ieyasu vediamo prima il crollo completo dello shoen seido, poi la nascita di un nuovo sistema, rigidissimo nello stabilire un solo erede. La differenza fra un daimyo e i gokenin, le figura che viene a sostituire, sta principalmente proprio nel modo in cui viene trasmessa la proprietà. L’erede non deve essere necessariamente dello stesso sangue dello shogun. La sua competenza è più importante e il terzo shogun della dinastia dei Tokugawa, Iemitsu, il migliore dopo Ieyasu, non era figlio del secondo. Ma l’erede doveva pur sempre essere sempre uno solo.

Durante il periodo Sengoku, le leggi sull’eredità e la successione variano notevolmente a seconda dei clan e delle famiglie nobiliari coinvolte. Non c’era un sistema di successione uniforme o centralizzato come si potrebbe trovare in altre culture o periodi storici.

In generale, il sistema di eredità dipendeva dalle tradizioni e dalle regole stabilite da ciascun clan. Alcuni clan seguivano un sistema di primogenitura, in cui il primogenito maschio aveva diritto a ereditare il titolo, le terre e le proprietà del padre. Tuttavia, in molti casi, la successione poteva essere contestata o combattuta tra i membri della famiglia o tra i daimyo rivali.

La legge sulla successione poteva anche essere influenzata dal potere politico e militare. I signori della guerra più forti e influenti avevano maggiori probabilità di garantire la successione dei loro discendenti, anche se ciò significava ignorare la linea di successione tradizionale. La stabilità e la continuità dinastica spesso erano secondarie rispetto alla capacità di un leader di mantenere il controllo sul proprio dominio.

Inoltre, durante il periodo Sengoku, molti clan e famiglie nobiliari si estinsero a causa della guerra, delle alleanze mutevoli e delle rivalità interne. Ciò ha portato a una continua ridefinizione delle dinastie e delle linee di successione. A questo si ricollega poi il problema dei Ronin visto nell’articolo Lo tsujigiri, un fenomeno complesso

Il crollo delle istituzioni precedenti era tuttavia necessario perché fosse possibile stabilirne di nuove Quando appaiono Oda Nobunaga, Toyotomi Hideyoshi e Tokugawa Ieyasu, il nuovo metodo a erede singolo è fermamente al suo posto. Esso sarà una delle caratteristiche nuove e significative del nuovo Shogunato Tokugawa. La figura del Daimyo è infatti definita dal modo in cui trasmette la propria proprietà a un erede.

Un secondo e importante motivo fu il modo in cui il fondatore del secondo Shogunato, Ashikaga Takauji, conquistò il potere. Lo strappò infatti direttamente all’imperatore Go-Daigo, che avevo visto nel crollo dello Shogunato di Kamakura un’occasione di ritornare al potere effettivo. Takauji nominò perfino un imperatore dalla cui dinastia di scendono gli attuali imperatore del Giappone. Notare che non esiste alcun dubbio circa la loro legittimità perché possiedono i tre oggetti sacri che attribuiscono il potere al sovrano. Le due dinastie si combatterono per circa sessant’anni, un lungo periodo di caos totale che preparò il cataclisma che doveva venire.

Lo tsujigiri, un fenomeno complesso

Qualche mese fa incidentalmente lessi una definizione dello tsujigiri, un fenomeno sconcertante di violenza estrema che durò per tutto il periodo Edo. Esso consisteva di attacchi mortali a danno di sconosciuti incontrati per caso e perpetrati da Rōnin. Questa non è la definizione che trovate normalmente. Quella dice che lo tsujigiri consisteva nell’attaccare un passante per testare il filo della propria spada, una definizione che troverai immediatamente incredibile, assolutamente incredibile, e che oreuna definizione che troverai immediatamente incredibile, assolutamente incredibile, e che ora sono sono convinto non sia altro che propaganda. Non solo, ma la ricerca fatta per chiarire questo episodio ha cambiato di molto le mie opinioni circa gli eventi nel periodo immediatamente dopo la fine della guerra civile

Vediamo ora i fatti.

Lo tsujigiri divenne talmente diffuso e problematico che lo shogunato dei Tokugawa dovette intervenire per contenerlo. Nel 1602, vennero emanate leggi specifiche per vietarlo espressamente come omicidio e coloro che venivano colti in flagrante venivano puniti severamente, a volte anche con la morte. Si istituirono stazioni di polizia apposite per impedirlo, stazioni che sono le progenitrici dell’attuale Kōban. Vennero persino create forze dell’ordine specificamente dedicata al compito di sradicare il fenomeno. Le unità abitative dei quartieri poveri venivano chiuse dall’esterno tenere per proteggere chi vi  abitava .

Penso che a questo punto vada da sé che la definizione ufficiale di tsujigiri, vale a dire che questi omicidi erano semplicemente eccessi di alcuni samurai, non sia per nulla plausibile. Il fenomeno santuario e politicamente insignificante descritto dalle varie definizioni che circolano su Internet era in realtà una piaga sociale di una certa importanza che riuscì perfino a far cambiare l’architettura urbana. Non ritengo impossibile che l’abitudine dei giapponesi di chiudersi in casa dall’interno quando vanno a dormire, ancora comune fra gli anziani, abbia nelle sue radici in questo periodo. Si tratta altrimenti di un gesto inspiegabile in un paese sicuro e tutt’altro che violento come il Giappone di oggi.

Ma allora, chi erano gli omicidi? Chi poteva avere interesse ad esercitare violenza casuale in questo modo? Chi aveva la possibilità di farlo, perché non tutti potevano portare armi?

C’è una figura storica che sembra costruita appositamente per spiegare tutti i misteri che abbiamo visto.  Nonostante ci siano testimonianze che  uno dei figli del secondo shogun Hidetada e uno dei 47 Ronin fossero essi stessi tsujigiri, i primi sospetti sono i membri di un gruppo sociale che al momento aveva più di un motivo per essere scontento, verso esercitava la violenza per processione e aveva il diritto legale di portare due spade: i Ronin.

I rōnin sono definiti come samurai senza padrone. La verità nel Giappone del XVII secolo era molto più difficile. La verità nel Giappone del XVII secolo era molto più difficile. Prima di tutto i reduci dovevano essere moltissimi. Dopo 147 anni di guerra continua, il numero di soldati che all’improvviso si trovavano senza lavoro in un mercato che non aveva bisogno delle loro qualifiche dove essere altissimo. Per la persona coinvolta doveva essere una catastrofe.

  1. Gli veniva a mancare il rispetto a cui era abituato. Perdeva l’autorità di dare ordini ai membri delle classi inferiori.
  2. Per un samurai, esserlo era più che è un mezzo per sostentarsi. Era un’identità che ora veniva a scomparire, non solo a livello individuale ma anche a livello societario, perché con la Pax Tokugawa pur rimanendo di nome, di fatto il samurai scompare.
  3. Il destino di un soldato è legato a quello del suo clan e del suo padrone.unIl destino di un soldato è legato a quello del suo clan e del suo padrone.un soldato sconfitto quindi con tutta probabilità perde anche il suo clan, l’ultima difesa che aveva.squindi con tutta probabilità perde anche il suo clan, l’ultima difesa che aveva. Alla fine della interminabile guerra civile, la perdita del legame Alla fine della interminabile guerra civile, la perdita del legame con il proprio clan Alla fine della interminabile guerra civile, la perdita del legame con il proprio clan e col proprio clan era un evento all’ordine del giorno
  4. L’ironia del destino volle che proprio i samurai, che in teoria dominavano la scena politica di questa epoca, ne fossero le maggiori vittime. Una pace duratura come quella dell’era Edo, 250 anni e più, non è un bene per chi possiede un solo mestiere, le arti marziali. La rabbia di samurai come Saigo Takamori, che lo portò a ribellarsi contro i Tokugawa, non era sicuramente solo sua.

In sintesi, la fine della guerra civile non è stato solo un passaggio da un modo di vivere un altro, ma è stata una catastrofe per coloro che di guerra vivevano.ilIn sintesi, la fine della guerra civile non è stato solo un passaggio da un modo di vivere un altro, ma è stata una catastrofe per coloro che di guerra vivevano. Nominalmente al potere i samurai si trovavano in effetti di fronte alla scomparsa del loro ruolo sociale.Per sopravvivere, alcuni divennero effetti di fronte alla scomparsa del loro ruolo sociale.Per sopravvivere, alcuni divennero taroccati burocrati.

Il veterano ritorna a casa con un senso di credito nei confronti della società da cui proviene per l’aver combattuto per essa e avere subito danni che notevoli per il suo bene. Di solito invece trova indifferenza, difficoltà nel trovare lavoro

Non mi sembrerebbe quindi strano che, con le sue due spade ancora alla cintola, un guerriero si desse allo tsujigiri. In realtà, non vedo altra possibile spiegazione.Con il passare del tempo, quello che era iniziato come tsujigiri,si trasformò o fu associato a forme di banditismo. Durante i periodi di instabilità politica o economica, i samurai divennero rōnini. Senza una fonte stabile di reddito o uno scopo sociale, alcuni di questi rōnin si rivolsero al banditismo per sopravvivere. Questi ex samurai, abituati alla violenza e alla disciplina militare, divennero spesso banditi organizzati e temuti. Essi potevano mettere a segno rapine, estorsioni e, in alcuni casi, continuare la pratica dello tsujigiri come dimostrazione della loro abilità e per terrorizzare le popolazioni locali. Questi atti di banditismo non erano solo il risultato della disperazione economica ma anche dell’erosione del sistema feudale e del codice d’onore samurai, in un periodo in cui il Giappone stava subendo profondi cambiamenti sociali e politici.
sujigiri fu menzionato come una delle cause che contribuirono al malcontento che portò alla Ribellione di Shimabara (1637-1638). La Ribellione di Shimabara fu un’insurrezione di contadini, la maggior parte dei quali erano cristiani, insieme a rōnin (samurai senza padrone) e altri gruppi, contro il dominio locale e le politiche oppressive dello shogunato Tokugawa. Avvenne nella penisola di Shimabara e nelle isole Amakusa nel Giappone sud-occidentale.
Le cause della ribellione furono molteplici e complesse, includendo l’oppressione economica, come tasse eccessive e carestie, le persecuzioni religiose contro i cristiani e il malcontento sociale generale. Lo tsujigiri, in questo contesto, è emblematico del più ampio disordine sociale e della legge marziale che caratterizzavano il periodo. La pratica dello tsujigiri da parte di alcuni samurai rōnin contribuì a creare un clima di paura e instabilità, riflettendo il malcontento e la frustrazione di alcuni segmenti della società giapponese dell’epoca.
Tuttavia, è importante notare che lo tsujigiri non fu la causa principale della Ribellione di Shimabara. Fu piuttosto uno dei tanti sintomi del malcontento e della tensione sociale che si stavano accumulando in Giappone sotto lo shogunato Tokugawa, in particolare tra le classi contadine e i rōnin. La ribellione fu una manifestazione estrema di resistenza contro un insieme complesso di problemi, tra cui l’oppressione economica, la persecuzione religiosa e l’instabilità sociale.

Negli ultimi anni, ha preso piede una nuova teoria che spiega lo scopo dell’editto come un tentativo di cambiare la mentalità del popolo. Ho trovato diverse fonti online sull’argomento.
All’epoca di Tsunayoshi (Anni di regno: 1780-1820),sebbene la “pace” fosse stata raggiunta, l’atmosfera della società era ancora permeata dalla brutalità del periodo delle guerrecivili. A Edo, ad esempio, c’erano i “kabukimono”, teppisti che seminavano il terrore.
Secondo questa teoria, Tsunayoshi sperava che l’editto avrebbe contribuito a civilizzare la società e a rendere il popolo più compassionevole e gentile.
Fine prima parte

È possibile leggere il giapponese scritto senza kanji?

Certamente, particolarmente se farlo è un obiettivo esplicito di chi scrive. Molti sono convinti che il giapponese non possa venire scritto foneticamente. Io stesso l’ho creduto per molti anni fino a che ho scoperto che il mio amico Sohan, che è indiano e come lingua madre ha una lingua indoeuropea, lo parla correntemente e lo usa tutti i giorni per lavoro (dirige un ristorante a Tokyo) senza saper leggere un solo hiragana. Dopo di allora, ho scoperto che per scrivere un testo in giapponese che sia difficile da comprendere in hiragana ci vuole impegno.
È perfettamente possibile scrivere in giapponese comprensibile senza caratteri cinesi, il punto è che nessuno lo fa se non per annotare su un foglio cosa comprare per la spesa. Come in Italia, in Giappone l’oscurità del testo testimoniare e testimonianza è creduta essere testimonianza dell’educazione di chi ha scritto un testo, ma questa è una favola.questa è una favola.questa è una favola.
L’inglese non ha affatto un registro separato per il linguaggio scritto particolarmente negli Stati Uniti, si scrive come si parla e negli USA sentire il presidente degli Stati Uniti parlare alla televisione facendo uso di slang non è particolarmente raro.
Anche in italiano c’è chi parla come magna e chi no, c’è chi è molto facilmente comprensibile e chi no, ma in giapponese questa differenza è esasperata da fattori di carattere culturale, primo fra tutti l’orgoglio del giapponese come assetto culturale, come elemento di unicità emotivo di orgoglio per la nazione.

ひらがなだけでも、わかりやすいにほんごをかくのはむりではありません.

Hiragana e katakana sono disprezzati come indegni di un adulto. E questo è il vero problema per gli stranieri.

Sbirciando dalla finestra mentre dentro fan festa

Secondo voi una scrittura a ideogrammi, come il cinese o il giapponese, oltre ad alcune evidenti complicazioni come l’enorme numero di segni ha qualche vantaggio rispetto alla nostra scrittura alfabetica?

Questo post non può essere completo, ma darà una idea vaga di come stanno le cose. Credo sia prima di tutto necessario chiarire di cosa stiamo parlando, per poter poi capire bene gli immensi svantaggi di un sistema come quello cinese o, peggio, giapponese, svantaggi molto più gravi della semplice difficoltà grafica.

Svantaggi

Il sistema è molto più complesso di quanto normalmente creduto. Per cominciare, quelli cinesi non sono ideogrammi perché non assomigliano più a quanto rappresentano.

Il primo è un pittogramma, il secondo è un simbolo fonografico che sta per la parola giapponese per pollo (niwatori). È una differenza cruciale, perché ci dice che uno dei vantaggi degli ideogrammi, la comprensibilità indipendentemente dalla lingua parlata, se ne è andata. È vero che spesso, ma non sempre, un cinese può leggere un carattere giapponese e capire cosa vuol dire senza sapere come si pronuncia, ma questo perché ha memorizzato un insieme complesso di segni, di per sé privi di significato o somiglianza, e non perché quello che ha letto assomigli ad un pollo.

Perché sono stati abbandonati gli ideogrammi? All’inizio c’erano i pittogrammi, che rappresentavano un oggetto concreto, ad esempio un pollo.

Poi sono arrivati gli ideogrammi, che rappresentavano un’idea, ad esempio quella di pollo. La differenza è sottile ma importante. Per poter rappresentare via segni cose non rappresentabili direttamente, come nel caso del sapore del pollo, si usava supponi una parola composta da una lingua umana e un‘immagine del pollo.

Gli ideogrammi si sono poi a poco a poco allontanati dal realismo iniziale, in parte per rappresentare idee sempre piú astratte, arrivando ai simboli fonografici, che rappresentano un suono e basta.

Ryū o 龍, drago.

Quale dei due metodi di scrittura sembra più efficiente?

Il processo di creazione di caratteri nuovi è stato quindi razionalizzato dando loro una struttura interna e limitando i caratteri semplici utilizzabili per crearne di nuovi ai soli membri di una certa lista. Questa pagina del vecchio ed eccezionale dizionario Nelson illustra i 214 tasselli Lego utilizzabili per costruire nuovi caratteri.

Ecco il nostro pollo ed il carattere diviso in radicali (cosi si chiamano i componenti semplici di un carattere).

I caratteri hanno quindi una dimensione nascosta. Regole su regole su come comporre e non comporre, scriverli o non scriverli.

Infine, ed è il problema più grave posto da questo sistema, i caratteri portano sia all’impoverirsi, sia al distorcersi del corredo di suoni che una lingua possiede. Gli omofoni sono un flagello caratteristico di queste società. Cina, Corea, Giappone ne soffrono tutti le conseguenze.

Per dettagli, vedere Kanji and Homophones Part I – Does Japanese Have Too Few Sounds?

Il giapponese ha dieci vocali e circa 20 consonanti, ma non permette sequenze di consonanti. Tenendo questo presente possiamo arrivare a 400 sillabe combinabili in 160 000 modi diversi. Sarebbero sufficienti, ma ci sono i caratteri cinesi.

I giapponesi usano il cinese come noi il greco. (Crio, freddo) (scopia, osservare), crioscopia, è una parola che mi sono inventato, ma si capisce immediatamente cosa vuol dire. Analisi visiva attraverso l’uso del freddo. Le parole composte in giapponese funzionano allo stesso modo col cinese.

Ahimé, il cinese è tonale, il giapponese no, così che quattro vocali di altrettante parole cinesi (ad esempio mā, má, mǎ, and mà) vengono ridotte ad una, ma. Quattro parole diverse in cinese vengono compresse in quattro omofoni in giapponese. Di qui il sovraccarico su alcune sillabe (la sillaba tō, per questa e altre ragioni, corrisponde ad oltre 40 differenti caratteri), mentre altre cadono in disuso. Questo riduce le possibili pronunce dei caratteri cinesi a solo 300 circa.

Il problema del sovraccarico semantico (e quindi delle omofonie) esiste anche in cinese perché, per facilitar la vita a sé stessi e ai lettori, nel creare neologismi uno tende ad evitare caratteri rari, sovraccaricando quelli che sono già fin dall’inizio abusati.

Ho ottenuto questa immagine digitando hoosoo, la prima parola che mi è venuta in mente, nel vocabolario del mio telefonino . Sapendo che quella verticale è la pronuncia, senza sapere il giapponese potete verificare voi stessi che esistono moltissime parole composte pronunciate in questo modo. L’unica cosa che le distingue è il carattere cinese con cui sono scritte. Ed è per questo che, una volta che inizi a scrivere in questo modo, è difficile smettere. I giapponesi ci hanno provato ed hanno desistito. Il problema è tale che in Giappone tracciare un carattere cinese col dito sulla mano per far capire ad un interlocutore di quale omofono si stia parlando è un evento assolutamente normale.

I coreani hanno smesso l’uso di caratteri cinesi (non del tutto), ma ho letto che ne pagano le conseguenze in termini di mancanza di chiarezza.

Nello scrivere, poi, c’è una forte preferenza per le parole composte, appunto di origine cinese e quindi intrinsecamente problematiche a causa delle omofonie.

Scrivere in giapponese è poi un lavoro da certosini che i giapponesi stessi considerano una seccatura, anche con i computer.

Dulcis in fundo, in giapponese non si usano spazi.

Vantaggi

Quando si tratta di tradizioni ci si affeziona un po’ a tutto. Dio ti protegga quindi se osi criticare l’uso di caratteri cinesi, ma io personalmente ci farei la birra. I vantaggi sono una certa brevità del testo, una grande bellezza e decoratività. Poca cosa a paragone dei disagi causati.

Per concludere, qualcosa di divertente. Un linguista cinese ha composto una favola composta esclusivamente dal suono shi pronunciato con toni diversi. Una fantasmagoria di omofoni.

Ed ecco la traduzione per Paolo Lo Re e Francesco Iovine, che sicuramente e giustamente la chiederebbero.

In un covo di pietra, un poeta chiamato Shi Shi,

affetto da dipendenza da leoni, aveva giurato di mangiare dieci leoni.

Andava spesso al mercato a cercare leoni.

Alle dieci, dieci leoni erano appena arrivati al mercato.

In quel momento, Shi era appena arrivato al mercato.

Vide quei dieci leoni e, colla forza delle frecce, fece morire quei dieci leoni.

Shi raccolse i cadaveri dei dieci leoni e andò al covo di pietra.

Il covo di pietra era umido. Lo fece pulire ai suoi servitori.

Pulito che fu il covo di pietra, cercò di mangiare quei dieci leoni.

Mentre mangiava, si rese conto che questi dieci leoni erano in realtà dieci cadaveri di leoni di pietra.

Prova a spiegare questa storia.

Il ruolo dei caratteri cinesi nella storia di quel paese

Questo articolo non sarebbe completo senza la menzione del ruolo esercitato dai caratteri cinesi nella storia di quel paese. La Cina è un’entità molto difficile da definire, particolarmente in lingue europee, che mancano delle categorie necessarie per definirla con esattezza. La Cina è infatti costituita da centinaia di etnie che parlano moltissime lingue.come fanno quindi questi popoli così diversi a riconoscersi come membri di una cultura articolare?

Uno dei pochi modi sensati per definirla è attraverso i caratteri cinesi. Questi ultimi permettono a popolazioni di lingua e posizione geografica molto diverse di condividere una letteratura e una storia scritta e quindi una cultura. Non è quindi esagerato dire che i caratteri cinesi hanno un ruolo fondamentale nel definire. la Cina.

I ponti ad arco di Edo

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Katsushika Hokusai, Kameido Tenjin Bridge

Le stampe giapponesi dette ukiyoe nacquero a Edo, la Tokyo di oggi, per cui è più che comprensibile che quasi sempre ritraggano quella città. 

Una città strampalata, priva di traffico su ruote, di animali da soma, con ponti ad arco dovunque ci fosse dell’acqua. Beninteso, la tecnologia fondamentale dei ponti è l’arco anche in Europa, ma questo arco è completamente al di sotto del livello del suolo. In Giappone al contrario i ponti erano di solito costruiti del tutto al di fuori dell’acqua, rendendo necessarie mostruosità come quella che vedete qui sopra.

Questo ponte si trovava a Kameido più o meno nell’area vista nella fotografia. Il suo inizio è praticamente verticale e si vedono persone letteralmente arrampicarsi per passare dall’altra parte. Un simile ponte è impraticabile per un animale o un anziano. è un disastro per i trasporti, quindi, addirittura un ostacolo alla circolazione. Ponti come questo erano sicuramente la ragione per l’uso quasi esclusivo delle braccia umane per far andare avanti la città, con il buddismo come coadiuvante. L’uso degli animali per i trasporto era condannato dai sutra.

Ma a questo punto viene da domandarsi perché usare ponti simili. La risposta può essere una sola. Essi erano fatti di legno per poter resistere a terremoti. Ma l’essere fatti di legno li rendeva inadatti ad essere messi in acqua.

Non vedo altre ragioni che possono spiegare il mistero. È vero che sono molto belli e decorativi. Nella terza tavola, il ponte è in muratura, cosa che dimostra che la tecnologia non era sconosciuta. Era accettabile qui in un giardino, non un posto come Nihonbashi, il cui ponte vedete nell’ultima tavola.

La distanza fra le due rive, il flusso enorme e continuo di traffico, in questo caso occasionalmente anche animale, e l’altezza dei banchi del canale rendono impossibile un ponte del tutto fuori dell’acqua. Il ponte a Nihonbashi infatti è sostenuto da enormi tronchi, che sicuramente dovevano venire sostituiti spesso.