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L’animismo giapponese

-kyō e -dō

A ciascuno la sua strada

Qualche giorno fa ho scritto un breve articolo sulla mia scoperta che la presenza del suffisso -dō dopo il nome di una disciplina giapponese non è neutrale, ma ha implicazioni precise che non vanno ignorate. 

La scoperta mi ha aperto diverse porte, facendomi realizzare un’altra volta che penso di comprendere cose che in realtà non mi sono chiare. Ora spiego.

Le dottrine e le “vie”

Conosco diverse parole giapponesi che terminano con il suffisso “dō” (道), un carattere usato solo in composti che significa “via” o “cammino”. Ecco alcuni esempi:

1. Judō (柔道), “la via morbida”, un’arte marziale che enfatizza la flessibilità e l’efficienza.

2. Kendō (剣道): “la via della spada”, un’arte marziale che si concentra sull’uso della katana in bambù. Gli scolari in divisa da kndō 

3. Aikidō (合気道) “la via dell’armonia spirituale”, un’arte marziale che mira ad armonizzare l’energia.

4. Karatedō (空手道), ”la via della mano vuota”, un’arte marziale che impiega ogni parte del corpo per l’autodifesa senz’armi.

5. Chadō (茶道) “la via del tè”, più comunemente conosciuta come la cerimonia del tè giapponese.

6. Shodō (書道), “la via della scrittura”, l’arte giapponese della calligrafia.

7. Ikebanadō (生け花道) “la via dell’ikebana”, l’arte giapponese di arrangiare i fiori.

8. Shintō, nome di una religione spacciata per la più antica del popolo giapponese, in realtà un’invenzione dell’amministrazione Meiji. (Nota 1)

Per spiegare un po’ meglio il significato di questo suffisso, -dō indica che, a differenza di quanto accade nel buddhismo, dove esistono e sono sempre esistiti i maestri ( a partire da Siddhartha Gautama), la conoscenza in Giappone viene associata col perseguire una via. Tale via ti darà un obiettivo e null’altro. Il resto dovrai trovarlo da solo nel percorrere la tua strada. Non ci sono insegnamenti, l’essenza della via è la tua crescita personale,  conseguenza diretta dei problemi che incontrerai e delle soluzioni che darai loro.

Il pensiero e l’azione

Sarebbe un errore a questo punto pensare che questo modo di pensare si limiti a queste poche arti. 

Al contrario, l’enciclopedia della filosofia dell’Università di Stanford dichiara che l’unione di azione e pensiero è la caratteristica fondamentale della filosofia giapponese.

Se questo è vero, e non ho ragione di pensare il contrario, la filosofia giapponese si limita al rapporto fra l’individuo e il mondo, un raggio di interessi molto inferiore a quello della filosofia europea, che si estende perlopiù al non umano, per capirlo e definirlo.

Alla base delle manifestazioni di creatività giapponese che abbiamo visto c’è l’incontro con la realtà come momento di comprensione di se stessi. Nel modo di pensare del Giappone l’importante non è la riflessione astratta, quanto quella applicata appunto all’azione.

Credo di avere un episodio tratto dalla mia vita personale che illustra bene il significato di via come appare nella filosofia giapponese. Sono falegname, scadente ma falegname, e mi sono autoimposto alcune condizioni di lavoro piuttosto scomode, ma che mi consentono di evitare di farmi male seriamente. Non uso utensili utensili elettrici, il che vuol dire che passo spesso ore a fare quanto altri fanno in un minuto, meglio di me e con una sega a nastro di costo modesto. Eppure la decisione di non usare utensili elettrici, ma solo una sega a mano Ryōba, originariamente presa per motivi di sicurezza, è stata una delle migliori della mia vita. Le difficoltà extra che mi sono andato a cercare mi hanno tutte insegnato qualcosa di utile. La prima è stata quanto duro e difficile sia essere un falegname, e quanto difficile sia mantenere una famiglia in questo modo. Lavori per due giorni per costituire un oggetto disponibile da qualche parte per metà di quello che hai speso, senza contare il tuo lavoro. 

C’è di più, ovviamente. Costruire qualcosa di concreto, avere un obiettivo preciso in mente, necessitare di cose che non possedevi come la pazienza e l’accettazione serena che un errore può rendere inutili giorni di lavoro, ti cambiano. Per essere un buon falegname devi essere una persona migliore. I tuoi mobili rifletteranno la complessità e la ricchezza della tua personalità. I mille pali fra le ruote che ho trovato prima del successo mi sono stati molto utili in campi molto diversi dalla falegnameria. La pazienza è una dote utile un po’ dappertutto.

Ed ora arriva finalmente l’episodio che avevo nominato in apertura. Avevo notato che molti dei pali usati dall’industria edilizia (2 by 4) qui in Giappone per costruire le case sono fatte in legno bianchissimo. Ho deciso quindi di tagliare uno di questi pali in fettine, ciascuna di dimensione 180 × 12 × 0,5 cm per farne scatole. La prima fetta mi è costata quattro ore di lavoro. Il legno era durissimo e fibroso, uno dei peggiori che avrei potuto scegliere. Non mi pento del mio fallimento. Ci sono due modi per imparare. Uno è la fortuna, l’altro è il fallimento.

A modo mio, , ho trovato il mio “-dō,” la mia strada. ‘’

Note

1 Chi avesse dubbi in proposito può leggere Shinto in the History of Japanese Religion dell’insigne studioso Kuroda Toshio.

Come si contano i kami in giapponese?

“Un kami, è qualsiasi cosa o fenomeno al di fuori dell’ordinario, che possiede un potere superiore o che incute timore”.

Motoori Norinaga – 本居 宣長 (1730-1801), Kojiki-den (古事記伝, commentario sul Kojiki)

Fonte: bushō-japan


Parlando di kami si sente spesso usare l’espressione yaoyorozu no kami (八百万の神, lett. otto milioni di divinità). Questo termine è legato alla tradizione shintoista giapponese e sebbene letteralmente significhi “otto milioni di divinità”, non sta ad indicare una cifra esatta ma viene semplicemente utilizzato per esprimere l’idea dell’esistenza di “innumerevoli” divinità, siano queste di indole mite o malvagia e tutte dotate di una propria personalità. I giapponesi credono che esista un numero infinito di kami, alcuni in grado di controllare i fenomeni atmosferici e altri più strettamente legati alla vita delle persone.

Ma come si contano in kami in giapponese.

Nella lingua giapponese non esiste una distinzione tra maschile e femminile come non esiste nemmeno tra singolare e plurale. In italiano per indicare la quantità desiderata ci si limita ad usare il numerale corrispondente. In giapponese invece si ricorre ai josūshi (助数詞) conosciuti come classificatori o contatori. Sono delle particelle che, associate ad un sostantivo, ne indicano il numero, cioè “quante” cose ci sono e, a seconda della natura del sostantivo che lo precede, il parlante dovrà scegliere quello adatto. La scelta del classificatore corretto é legata il più delle volte alla caratteristiche fisiche dell’oggetto che desideriamo contare. Per esempio se stiamo parlando di persone useremo il classificatore “人” mentre per contare un elettrodomestico o le macchine useremo il classificatore “台” e così via. I classificatori più comuni vanno imparati a memoria; mentre per padroneggiare l’uso di quelli più particolari ci vorrà più tempo ed esperienze. A seconda dei casi i classificatori possono anche subire delle modifiche fonetiche.

La lingua giapponese ha un modo specifico anche per contare sia le divinità appartenenti alla tradizione shintoista che quelle appartenenti alla dottrina buddista (che vi racconterò in un altro articolo).

Per contare i kami della tradizione shintoista si usa il contatore hashira (柱) nella sua lettura kun-yomi, la lettura semantica giapponese del kanji.

Si leggerà quindi:

Hito-hashira (一柱), un kami

Futa-hashira (二柱), due kami

Mi-hashira (三柱), tre kami

E così via…


Origini del josūshi hashira.

La nascita di questo contatore deriva dal concetto shintoista dello shintai (神体, lett. Corpo del kami) che rappresenterebbe la manifestazione materiale di un kami, ovvero l’oggetto in cui quest’ultimo vi alberga. Possono essere oggetto come spade, specchi oppure manifestazioni della natura come le montagne (il monte Fuji è considerato un shintai-zan (神体山, montagna sacra) le cascate e nel nostro caso si tratta di un albero.

Fin dall’antichità, i giapponesi hanno sentito la presenza dei kami nella natura. In Giappone, la natura ha da sempre portato abbondanti benedizioni al popolo, che ne era grato e percepiva queste benedizioni come opera dei kami. In origine, il santuario o la divinità principale di un santuario shintoista era la natura stessa. Per il Giappone, paese circondato su tutti i lati dal mare e frastagliato da numerose catene montuose, le foreste sono sempre state percepite come il luogo in cui dimoravano le divinità.

Ancora oggi, la maggior parte dei santuari ha nelle sue immediate vicinanze le cosiddette chinju mori (鎮守森) o foreste sacre, verdi e profonde, che vengono gestite e protette con cura. Gli alberi hanno una propria vita e una propria anima e lo shintoismo ha una cultura religiosa che valorizza gli alberi. Quindi gli alberi, come le pietre e le montagne, sono stati a lungo oggetto di profonda devozione in Giappone. In origine non esistevano santuari o templi, ma un albero, una foresta, un grande masso o una montagna erano il fulcro del culto. Ancora oggi capita spesso di vedere in Giappone alberi, rocce ed altri oggetti circondati da una shimenawa (注連縄, letteralmente “corda di chiusura”), una corda di paglia o canapa intrecciate utilizzate per riti di purificazione shintoisti o usate per delimitare lo spazio appartenente a quello che in giapponese sono conosciuti come yorishiro (依り代, 依代) che per l’animismo giapponese sono degli oggetti che possiedono la capacità di attirare i kami fornendo loro uno spazio fisico da occupare durante i vari matsuri che si svolgono in tutto il paese.

Come detto in precedenza quando un kami dimora in un oggetto questo viene definito uno shintai. Le shimenawa decorate con gli shide (紙垂, 四手) spesso circondano uno yorishiro per manifestare la sua sacralità. Gli shide sono festoni di carta a forma di zig zag che si possono trovare anche come ornamenti sulle porte dei santuari o sui kamidana all’interno delle case giapponesi. Anche una persona può svolgere lo stesso ruolo di uno yorishiro, e in tal caso sono chiamate yorimashi (憑坐, letteralmente “persona posseduta”) o kamigakari (神懸りletteralmente “possessione del kami”).

Nel Giappone antico si credeva che esistesse una sorta di forza misteriosa della natura detta ke (気) che riempiva lo spazio e gli oggetti, che normalmente in giapponese vengono indicati con il termine generico mono (物). Questa forza misteriosa dava vita al mononoke (物の気) che scorreva all’interno anche di alberi e pietre. Alcune tipologie di alberi, come ad esempio il sakaki (榊), sono considerati sacri per questo motivo. Quando uno di questi alberi veniva abbattuto e trasformato in legno utilizzato per la costruzione di un santuario, si credeva che la sacralità dell’albero venisse trasferita all’edificio stesso. La forza spirituale dell’albero rimaneva sotto forma di pilastro attorno al quale veniva costruito il santuario.

Il daikoku-bashira (大黒柱, pilastro centrale) di un santuario o di una semplice casa era spesso ricavato da uno di questi grandi alberi. Da qui è quindi nata la credenza che i kami risiedessero nei pilastri e l’uso di hashira (柱) come contatore. Non c’è da stupirsi che, a causa di questa cultura che valorizza ciò che la circonda, la gente credesse che la divinità risiedesse nel pilastro principale, ricavato da un albero molto grande, e considerasse la divinità stessa come un pilastro. Nel Giappone antico, la preparazione di un pilastro era una cosa molto importante. Tradizionalmente, l’abbattimento del legname era una cerimonia estremamente importante e solenne, eseguita di notte. La preparazione e il posizionamento del legname erano un rito sacro e potevano essere eseguiti solo dai sacerdoti shintoisti.

La data di posizionamento del pilastro centrale era determinata da un decreto imperiale e coincideva con le cerimonie di apertura del terreno per la costruzione di un santuario. Dall’inizio del periodo Edo, il decreto imperiale per questa cerimonia è stato interrotto. Oggi le cerimonie di posa del pilastro e di rottura del terreno si svolgono in giorni diversi. L’erezione di un pilastro sulla terra è visto come un mezzo di collegamento tra il cielo e la terra e funge da richiamo per lo spirito divino che dimora nel cielo. I pilastri si crede conferiscono stabilità alla struttura e alla terra stessa in quanto abitato dai kami.

Perché gli esseri umani hanno sviluppato una conoscenza scientifica solo in questi ultimi secoli?

Il desiderio di capire e il piacere di conoscere sono vecchi quanto il mondo. I metodi di analisi e soprattutto gli assunti taciti alla base del sapere sono però cambiati molto. Questi cambiamenti a loro volta sono all’origine della rivoluzione scientifica, una rivoluzione che ha permesso un aumento senza precedenti della conoscenza e della potenza dell’essere umano. In altri termini, prima di essere quantitativa, l’evoluzione della scienza è stata qualitativa. Ai tempi di Aristotele la personificazione e l’antropomorfizzazione della natura erano procedura normale. Ora l’eliminazione dell’osservatore è uno degli aspetti centrali della sperimentazione.

Mi sono convinto che questa rivoluzione scientifica non sia stata né ovvia né necessaria, ma che al contrario sia una caratteristica della nostra particolare evoluzione di europei. Vivo in estremo oriente da decenni, ma solo da qualche anno mi sono accorto di alcune differenze molto profonde nei modi di pensare asiatici e europei. Dopo molte ore di conversazione con Robby Shima, ti ringrazio, mi sono accorto della grande somiglianza fra il pensiero classico greco e romano e certi aspetti del pensiero moderno asiatico.

Prima di procedere però credo sia bene chiarire quali tipi di conoscenza esistono.

Esistono le scienze sociali, che studiano l’essere umano e hanno metodologie proprie.

Esistono poi le scienze naturali, che sono puramente descrittive e quantitative e mirano a spiegare sulla base di leggi il reale e quindi prevederlo. Personalmente non vedo ragioni di principio per cui alcune, ma non tutte, le prime non possano venire assorbite futuro almeno in parte nelle seconde.

Poi poi ci sono l’ingegneria e la tecnologia. Passo l’onore e l’onere di definirle a Vito LaVecchia

che afferma che: 

  1. L’ingegneria è la mente e lo sforzo per creare qualcosa; la tecnologia è il risultato dell’applicazione di questa mente e di questo sforzo.
  2. L’ingegneria è più specifica della tecnologia.
  3. L’ingegneria è un problema mentre la tecnologia è la soluzione.
  4. La stessa tecnologia può essere utilizzata più e più volte.
  5. La tecnologia disponibile viene utilizzata per progettare una tecnologia più avanzata.
  6. La tecnologia è più affidabile dell’ingegnerizzazione di qualcosa di nuovo.

Molta della conoscenza accumulata in passato era in realtà ingegneria e tecnologia, ma non scienza. Non era rivolta a conoscere ma a fare. Una distinzione sottile, ma significativa. Eratostene, che pagò qualcuno perché contasse i passi fino a Siene perché aveva udito che a mezzogiorno un obelisco non vi proiettava ombra, mentre uno dove abitava lui sì, si servì poi di tale dato per calcolare il diametro della terra. Agì da ingegnere, ma anche da scienziato, perché nella circonferenza terrestre cercava conoscenza fine a se stessa. Si servì delle tecnologie di cui disponeva in modo sagace. Ma perfino lui non era un uomo moderno. Come tutti i suoi contemporanei, anche lui credeva che le cose si muovono perché esse stesse in qualche modo si vogliono muovere. Questo stato di cose e continuato fino a tempi recentissimi.

Robert Boyle, Roger Bacon, Isaac Newton e mille altri scienziati erano anche alchimisti, e non vedevano una contraddizione fra le due attività.

Eppure l’alchimia è incompatibile con la scienza moderna. SI serviva di metodi usati anche dalla scienza, in particolare dalla chimica, ma era più affine alle scienze umane perché vedeva lo sperimentatore come parte dell’esperimento. In altri termini, un esperimento poteva riuscire a Paracelso e non a un suo discepolo per ragioni del tutto spirituali. In questo senso, tali scienziati non fanno ancora parte della scienza moderna, ma di una sua fase tradizionale. La scienza moderna è europea nel senso che è il prodotto di fattori non presenti altrove. Non è una conseguenza necessaria del progresso. Che questo sia il caso strato dimostrato in modo che personalmente trovo convincente da un’analisi delle culture dell’estremo oriente. 

Quasi la metà della produzione industriale proviene da solo tre nazioni, quattro includendo Taiwan. Nessuna delle quattro ha un passato simile al nostro, tutte sono animiste e politeiste. Vorrei dimostrare che questo non può non avere conseguenze negative analoghe a quelle che hanno ritardato l’evoluzione della scienza in Europa.

Animismo e politeismo dipendono l’uno dall’altro in un modo complesso, ma sono due facce della stessa cosa.

L’animismo attribuisce caratteristiche umane a oggetti inanimati. attribuisce anche caratteristiche esclusive degli organismi a enti che non hanno la struttura che definisce un organismo. Una roccia non ha organi.

Il politeismo separa le forze della natura dal loro contesto, vedendole come indipendenti e non assolute, nel senso di non necessariamente sempre valide. Essendo il prodotto della volontà di una entità dentro di sé in modo simile a un essere umano, esistono nella misura in cui questi lo decide. Un corollario di questo fatto è che ogni fenomeno, ogni evento è il risultato di una volontà precisa e non di un meccanismo naturale risultato dell’interazione di enti non necessariamente coscienti di sé.

Un altro il fatto che le creature che sono la personificazione di queste forze fanno una sola cosa. Perfino il creatore sa solo creare un universo, poi scompare.

Il politeismo ritiene inoltre che l’esistenza sia fatta di cicli, ciascuno legato ad un luogo o evento.

Il cristianesimo ha portato il tempo lineare. Il Dio cristiano è un Dio radicalmente diverso dai precedenti. Non è un Dio esclusivamente creatore, non appartiene a un luogo o evento preciso ma e in grado di muoversi linearmente nel tempo.

Il monoteismo anche portato l’abitudine al pensiero astratto. L’animismo e politeismo invece è al tempo stesso estremamente concreto ed estremamente astratto. È estremamente concreto perché ritiene che solo l’esperienza individuale conti qualcosa. Crede quindi solo a ciò che si vede e si tocca. L’astratto non esiste. Perfino l’anima mangia, dorme, si ammala. Al tempo stesso, la sua stessa metodologia lo costringe a trovare soluzioni assurde, come la credenza diffusa in tutto il mondo che chi annega lo fa perché chi è annegato prima di lui gli tira le gambe. Questo fra l’altro è un esempio di come l’animismo generi spontaneamente la paura. Se non esistono eventi che non siano voluti, è evidente che qualsiasi cosa negativa appaia è opera di un nemico..

Il cristianesimo infine ha diviso il mondo dei morti da quello dei vivi, rendendo impossibili il culto degli antenati e quindi le lotte tribali. La sua fiducia nell’esistenza di un’origine unica della realtà ha facilitato il nascere della fiducia nell’esistenza di regole universali cui la materia deve obbedire.

Le caratteristiche del pensiero moderno sono:
1 Abbandono dell’intuizione a favore del pensiero astratto e logico. Il politeismo cinese e l’animismo giapponese non ho mai

2 Enfasi sul pensiero quantitativo.

3 Il concetto di natura come una macchina, una macchina di cui l’osservatore umano è parte.

4 Il dubbio metodico di Descartes, a mio parere il concetto più importante fra questi.

L’illuminismo fu una delle conseguenze della rivoluzione scientifica. La scienza, che piaccia o meno, è divenuta l’argomento risolutivo, anche arbitra di morale quando possibile. Il suo valore viene ritenuto (giustamente) assoluto. Una teoria scientifica non è mai stata provata falsa, ma sempre vera come caso speciale della teoria che viene a sostituire.

Citiamo la Britannica (si, lo so che è un’enciclopedia)

L’improvvisa comparsa di nuove informazioni durante la rivoluzione scientifica ha messo in discussione le credenze religiose, i principi morali e lo schema tradizionale della natura. Ha anche messo a dura prova le vecchie istituzioni e pratiche, rendendo necessari nuovi modi di comunicare e diffondere le informazioni. Innovazioni di spicco includevano società scientifiche (che sono state create per discutere e convalidare nuove scoperte) e articoli scientifici (che sono stati sviluppati come strumenti per comunicare nuove informazioni in modo comprensibile e testare le scoperte e le ipotesi fatte dai loro autori).

Io vivo in una società (quella giapponese) ed in un continente (l’Asia e, più esattamente, in Estremo Oriente) molto particolari. Il Giappone e la Cina costituiscono il 36.7% dell’output industriale mondiale, il che vuol dire che, aggiungendovi la Corea del Sud e Taiwan, quest’area quasi certamente produce il 45% almeno di tutta la tecnologia del mondo.

La rivoluzione scientifica qui non è avvenuta. Ne ho parlato più volte, ma riassumo brevemente le caratteristiche mi sembra il pensiero abbia in Giappone.
1) Una forte ostilità nei confronti del pensiero astratto e fine a sé stesso. Il pensiero giapponese acquista coerenza e profondità se è finalizzato.

2 Una forte tendenza all’animismo, che si esprime nell’umanizzazione della natura e nell’uso dell’intuizione, non la logica, nel conoscere la realtà, e nella diffusa credenza che gli oggetti sono vivi. Per sincerarsi che questo effettivamente accade, leggere i libri di Marie Kondo, stampati anche in Italia.

3 Una visione politeistica del mondo, visto come composto di forze che possono agire al di fuori di un contesto. Le leggi della natura possono avere eccezioni quando un individuo possiede le caratteristiche spirituali necessarie.

4 Il fine di un gruppo non è la giustizia/verità, ma l’armonia.

5 Nella natura esistono altre forze, oltre quelle a noi conosciute. La sorte è una di queste. La magia è un’altra. vedi il punto 3.

6. Siccome l’agire delle forze della natura è affidato ad un ente antropomorfico, che le scatena con una decisione sua conscia, nessun evento è casuale, ma al contrario deciso da qualcuno e diretto a qualcun altro. La mia risposta a questa domanda sarebbe:

La scienza moderna è un evento unico e non necessario risultato di una serie di eventi particolari della storia europea. La produzione di sapere si è moltiplicata e accelerata come conseguenza di tali eventi. L’Asia ha avuto una storia diversa. Mi aspetto quindi l’insorgere di differenze future fra Europa ed Asia nel settore scientifico in termini di metodologia e risultati. Ammetto di stare parlando di cose complesse che conosco e capisco solo in parte. Caveat emptor.

Note a piè di pagina

Il paese dove le cose parlano, parte seconda

Una signora nata cristiana che conoscevo aveva abbandonato la religione perché non voleva andare in Paradiso. Troppo lontano, diceva, preferiva rimanere a Zushi, il paese dove è nata e dove vive la sua famiglia. Questa include anche i morti, che sono ancora membri attivi della società.

Le strade sono quindi piene di spiriti che una volta erano persone. Vivono accanto a te e sanno come farsi sentire e rispettare, all’occorrenza. Il morto è cosciente di sé, vive dove è morto, deve mangiare, bere, dormire, ha bisogno di compagnia, affetto e così via. Se è stato operato di appendicite, lo spirito porterà la cicatrice.

Se il tuo antenato trova spazio nel tuo butsudan (una specie di altare in casa dove vivono TUTTI i tuoi antenati), tutto è a posto. Potrai chiedergli favori e protezione in cambio delle tue cure.
Ma supponiamo uno muoia di morte violenta lontano da casa, come è successo spesso nel corso della storia giapponese. Rimarrà abbandonato, divenendo sempre più ostile ai viventi. Di qui la paura continua dei morti e delle loro possibili azioni.

Un mio amico canadese stava visitando un castello quando ha visto un’insegna sopra una fontana, che diceva che lì in passato si lavavano le teste dei condannati a morte. Sua moglie si è messa ad urlare per la paura, perché il luogo era evidentemente rigonfio di anime di morti per morte violenta, i peggiori.

Da anni bombardo i miei amici con domande strane. Sanno che ho il pallino dell’animismo e mi lasciano fare. Qualche tempo fa stavo parlando con una amica, Shizuka, e le ho domandato se credeva nei fantasmi. Mi ha detto combattiva che non aveva bisogno di credere, perché sapeva che i fantasmi esistono. Shizuka non è assolutamente la persona che pensereste creda a queste cose. Solida, pratica, non ha mai parlato di spiriti se non quella volta. Quella volta lo ha fatto perché le ho fatto una domanda. Siamo saliti in macchina e si è diretta verso casa mia. Le ho chiesto di raccontarmi un episodio in cui ha visto uno spirito. Sa benissimo che io non credo a queste cose, ma sa anche che sto facendo una ricerca seria, e non ha remore.

Stava guidando quella stessa auto, ha raccontato, quando accanto all’acceleratore ha visto spuntare una gamba. Dopo qualche secondo è scomparsa. Poi è ricomparsa, si è flessa ed estesa, infine è sparita di nuovo nel cofano. Era spaventata? Non particolarmente. Tutti gli altri in auto, tre donne, la presero sul serio, come mi aspettavo.

Ho un amico che ama fischiettare a letto, nel buio, sua moglie si spaventa sempre perché dice che “loro vengono se li chiami”. Sua moglie è un chirurgo.

Il paradiso e l’inferno sono una grandissima protezione psicologica, perché liberano il mondo dalla presenza dei morti. Credo che pochi in Italia sentano la presenza di un caro perduto nel visitarne la tomba. Il 2 di novembre è una festa di rimembranza.

Obon, invece, è un giorno in cui i morti tornano in carne ed ossa. Un mio conoscente mi raccontava che tutti gli anni aspetta suo suocero con la sua famiglia. Si mettono ad aspettarlo con lanterne sulla porta di casa finché sentono che è arrivato. Dopo di che entra in casa e rimane tre giorni. L’intera famiglia ne parla come se fosse fisicamente presente nella stanza. Viene chiamato ed invitato a sedersi nella sedia a lui riservata.
Questo NON è un comportamento raro, né strano.

Questa concezione della morte ha avuto riflessi sull’urbanistica del paese. I centri abitati sono circondati da un cordone sanitario di difese spirituali (non materiali e ancor meno militari) per proteggere la comunità dai demoni e spiriti furiosi associati con le foreste e le montagne.

Nella foto vedete una composizione quintessenzialmente animista. L’essere umano e le sue creazioni minuscoli ed impotenti al cospetto dell’immensa forza di una natura indifferente. Una immagine di questo genere non avrebbe senso in un tempio buddista, e non ve la troverete mai. Il buddismo è egocentrico e poco interessato alla natura. In un giardino zen la natura è addomesticata e docile, niente di più di un aiuto al ritorno a sé stessi.

Adorazione o culto della natura, si dice, Ma il termine secondo me non vuole dire quello che sembra. Non è meraviglia davanti allo spettacolo di una cascata, anche se può a volte esserlo. Il rapporto vero del Giappone con la natura è quello implicito nell’immagine qui sopra. La natura non è amica dell’umanità, ma neppure nemica.
Semplicemente, è un fattore da non ignorare nell’equazione della sopravvivenza.

Prima di proseguire, ricordo che un tempio è buddista, un santuario è animista ma non necessariamente Shinto. Spiegherò nei dettagli più oltre (se ci sarà ancora qualcuno che mi legge).

Lo yamatologo austriaco Bernhard Scheid fa notare che l’urbanistica del Giappone tradizionale riflette chiaramente questo rapporto con la natura. Più importante è una istituzione religiosa e più probabile è infatti che si trovi fuori città, in posizioni poco o per nulla accessibili. Questa foto può dare una idea del loro isolamento.

(Si tratta di un santuario adibito alla protezione di un passo di montagna diretto a nord-est, una direzione nefasta.)

Ne consegue che templi e santuari non sono né necessariamente né principalmente luoghi di culto. (Un tempio è, oltre che una struttura di difesa, soprattutto un monastero).

Un tempio o un santuario ha la forma di imbuto. Da una parte un pesante cancello rinforzato da un secondo e più grande cancello che viene subito dopo. Ambedue sono irrobustiti da fortificazioni spirituali. Statue di santi e via discorrendo.

Un tempio può essere costituito da decine di sottotempli dedicati a dei diversi, oltre a uffici, refettori e toilet, per cui parlare di un suo piano urbanistico è più che legittimo. L’orientamento delle strade (nord-sud), il tipo di vegetazione (aceri, pini, querce, ecc.) la sua distribuzione (querce a nord est, aceri a sud, ecc, ma questi sono esempi che mi invento ora), la posizione, il numero, la funzione e la disposizione dei sottotempli, la loro architettura e perfino il numero di finestre che hanno (1, 3 o 5, sicuramente non 2 o 4) sono fattori attentamente studiati per la difesa spirituale del tempio.

Dall’altra parte, quella opposta al centro abitato, il tempio semplicemente sparisce gradualmente, sciogliendo se nella foresta come vedete nella fotografia qui sopra. Un tempio è quindi una specie di membrana semipermeabile che controlla l’accesso alla comunità.

Lo stesso vale fino a un certo punto anche per i santuari. Una istituzione religiosa è quindi una fortezza eretta contro le minacce presenti nel mondo esterno.

Nella cartina in mezzo vedete la città dove abito. Il triangolo nero contiene l’area densamente popolata. I punti rossi sono i templi o santuari più importanti. Come vedete, nessuno di essi è in città. La maggior parte si trova su colline che la sovrastano, e questa distribuzione non è un caso.

Se il culto della natura fosse adorazione della bellezza della natura, come affermato dalle autorità Shinto all’estero (ma non in Giappone, vedi caso) ci aspetteremmo di non trovare alcun edificio e di vedere cerimonie religiose fatte direttamente davanti alla cascata, roccia o altro oggetto di culto del santuario. Questo è infatti quello che accadeva una volta ed accade ancora in certi santuari di vecchio stampo.

Quello che invece troviamo sono spiriti di antenati, strappati al loro terreno natale, messi a guardare le frontiere e a tenere a bada i nostri nemici. I nemici sono prima di tutto quei morti che non hanno nessuno che li assista e nutra. Si concentrano fuori dell’abitato e da sempre sono associati con le montagne e le foreste. Ci sono poi demoni, volpi ed altre creature.

Il lettore sveglio si sarà però anche accorto che antenati =buono, morti=cattivo. La storia di come si trasforma un morto in un antenato la vedremo la prossima volta.

Le foto sono mie.

Nella foto vedete una composizione quintessenzialmente animista. L’essere umano e le sue creazioni minuscoli ed impotenti al cospetto dell’immensa forza di una natura indifferente. Una immagine di questo genere non avrebbe senso in un tempio buddista, e non ve la troverete mai. Il buddismo è egocentrico e poco interessato alla natura. In un giardino zen la natura è addomesticata e docile, niente di più di un aiuto al ritorno a sé stessi.

Adorazione o culto della natura, si dice, Ma il termine secondo me non vuole dire quello che sembra. Non è meraviglia davanti allo spettacolo di una cascata, anche se può a volte esserlo. Il rapporto vero del Giappone con la natura è quello implicito nell’immagine qui sopra. La natura non è amica dell’umanità, ma neppure nemica.
Semplicemente, è un fattore da non ignorare nell’equazione della sopravvivenza.

Prima di proseguire, ricordo che un tempio è buddista, un santuario è animista ma non necessariamente Shinto. Spiegherò nei dettagli più oltre (se ci sarà ancora qualcuno che mi legge).

Lo yamatologo austriaco Bernhard Scheid fa notare che l’urbanistica del Giappone tradizionale riflette chiaramente questo rapporto con la natura. Più importante è una istituzione religiosa e più probabile è infatti che si trovi fuori città, in posizioni poco o per nulla accessibili. Questa foto può dare una idea del loro isolamento.

(Si tratta di un santuario adibito alla protezione di un passo di montagna diretto a nord-est, una direzione nefasta.)

Ne consegue che templi e santuari non sono né necessariamente né principalmente luoghi di culto. (Un tempio è, oltre che una struttura di difesa, soprattutto un monastero).

Un tempio o un santuario ha la forma di imbuto. Da una parte un pesante cancello rinforzato da un secondo e più grande cancello che viene subito dopo. Ambedue sono irrobustiti da fortificazioni spirituali. Statue di santi e via discorrendo.

Un tempio può essere costituito da decine di sottotempli dedicati a dei diversi, oltre a uffici, refettori e toilet, per cui parlare di un suo piano urbanistico è più che legittimo. L’orientamento delle strade (nord-sud), il tipo di vegetazione (aceri, pini, querce, ecc.) la sua distribuzione (querce a nord est, aceri a sud, ecc, ma questi sono esempi che mi invento ora), la posizione, il numero, la funzione e la disposizione dei sottotempli, la loro architettura e perfino il numero di finestre che hanno (1, 3 o 5, sicuramente non 2 o 4) sono fattori attentamente studiati per la difesa spirituale del tempio.

Dall’altra parte, quella opposta al centro abitato, il tempio semplicemente sparisce gradualmente, sciogliendo se nella foresta come vedete nella fotografia qui sopra. Un tempio è quindi una specie di membrana semipermeabile che controlla l’accesso alla comunità.

Lo stesso vale fino a un certo punto anche per i santuari. Una istituzione religiosa è quindi una fortezza eretta contro le minacce presenti nel mondo esterno.

Nella cartina in mezzo vedete la città dove abito. Il triangolo nero contiene l’area densamente popolata. I punti rossi sono i templi o santuari più importanti. Come vedete, nessuno di essi è in città. La maggior parte si trova su colline che la sovrastano, e questa distribuzione non è un caso.

Se il culto della natura fosse adorazione della bellezza della natura, come affermato dalle autorità Shinto all’estero (ma non in Giappone, vedi caso) ci aspetteremmo di non trovare alcun edificio e di vedere cerimo

Il paese dove le cose parlano, Parte terza

Pietro De Colle afferma che il mio uso della parola animismo non è standard. La definizione solita è chiara, dice. L’animismo consiste nel ritenere che le cose sono vive. E BASTA, dice Peter. Il cristianesimo e l’animismo hanno posizioni diametralmente opposte perché il cristianesimo sostiene che solo gli esseri umani hanno anima. Vorrei quindi spiegare perché uso una definizione più ampia, la seguente.[1]

Animismo è la proiezione inconscia sulla natura da parte di un osservatore umano di caratteristiche fisiche o mentali dell’osservatore stesso.

La mia definizione deriva da quella di Jean Piaget, ampiamente diffusa in antropologia, che definisce il punto di vista animistico come egocentrico.

Peter contesta anche il mio applicare il termine animismo al cristianesimo. Liquidiamo subito questo primo problema. Peter ammette che ci sono “tracce” (termine suo) di animismo nel cristianesimo.

Secondo me sono ben più di tracce, sono inclusioni fondamentali per fare funzionare l’intero sistema. I santi, ad esempio, sono essenzialmente elementi di animismo necessari per sostituire il dio cristiano, un dio che gli studiosi di religione comparata classificano come un dio distante, troppo astratto per venire sentito come reale dalla maggior parte dei fedeli. Ma questa è una discussione da fare in altra sede.

La definizione che Peter cita è solo la più comune, probabilmente a causa dei suoi accenti indubbiamente poetici che catturano la fantasia. Ce ne sono molte altre, che prenderò da Internet così che siano verificabili.

Cominciamo con l’Enciclopedia Britannica[2], di proprietà dell’Università di Chicago, una istituzione che sforna Nobel su base quasi annuale:

Animism, belief in innumerable spiritual beings concerned with human affairs and capable of helping or harming human interests. Animistic beliefs were first competently surveyed by Sir Edward Burnett Tylor in his work Primitive Culture (1871), to which is owed the continued currency of the term.

Manca il riferimento alle cose che vivono. Visto che manca anche nelle altre versioni (Wikisource ha quella, ora in pubblico dominio, del 1911 e già quella non faceva accenno alla definizione standard.), è difficile pensare sia un caso.

La Britannica specifica anche:

The term animism denotes not a single creed or doctrine but a view of the world consistent with a certain range of religious beliefs and practices, many of which may survive in more-complex and hierarchical religions. Modern scholarship’s concern with animism is coeval with the problem of rational or scientific understanding of religion itself.

Non si tratta di una religione ma di una visione del mondo. Non è possibile derivare la definizione di Peter da quella della Britannica. Nemmeno la mia, ma se leggete la seguente frase:

WIkipedia :

Animism (from Latin anima, “breath, spirit, life”)[1][2] is the religious belief that objects, places and creatures all possess a distinct spiritual essence.[3][4][5][6] Potentially, animism perceives all things—animals, plants, rocks, rivers, weather systems, human handiwork and perhaps even words—as animated and alive.

Importante, non tutti gli oggetti sono necessariamente vivi ma possiedono ugualmente una forza spirituale. Tenere presente che questa definizione è supportata da quattro testi diversi. Questa precisazione è fondamentale.

Altra definizione simile

Animists believe that an impersonal power is present in all objects. This power may be called mana, or life-force, or force-vital, or life essence or dynamism. . . The person in possession of this force may use it as he sees fit, but always stands the chance of losing it.”[2] In addition to this force that is present in all objects, animists believe that spirits inhabit certain objects, places and things.

Arriviamo al punto. L’animismo crede in forze impersonali come quelle che ho descritto. La mana non ha carattere e volontà propri. Confronta la mana con i kami del kamidana che ho descritto.

Penso sia chiaro a questo punto che la definizione standard, quella comune che afferma che l’animismo dice che le cose sono vive, è problematica. 

La mana o certi tipi di kami non sono classificabili con chiarezza, ma sono comunque forze impersonali. È difficile dire che siano vivi.

Note a piè di pagina

Il paese dove le cose parlano, parte quinta

Ma le cose sono vive o no? Ad esempio, le pietre del bellissimo giardino di rocce di Ryōan-ji potrebbero essere vive? La domanda ha, sono felice di poter dire, una risposta definitiva: no.

Non sono organismi e non hanno né organi né metabolismo, non consumano energia, non si nutrono e non producono escreti, ed internamente non mostrano alcuna struttura degna di menzione, salvo l’occasionale reticolo cristallino, che però contiene pochissima informazione.

Gli animisti attribuiscono proprietà degli organismi e della chimica organica ad entità che mancano di quanto necessario per averle.

Ma allora da dove viene tutto questo entusiasmo per l’animismo in Giappone ed in Europa? Dal momento della mia scoperta dell’animismo me lo sono visto esplodere in faccia ed ora lo trovo dappertutto. Conosco il vecchio proverbio statunitense che dice che, se l’unico utensile che hai è un martello, ogni problema inizia ad assomigliare a un chiodo, ma non sono nato ieri.

Un esempio. Mi sono anche tornate in mente vecchie storie con mia moglie cui non avevo dato importanza, ad esempio quella della mattina in cui mi ha visto gettare nell’immondizia delle pillole. Si è arrabbiata immediatamente e, quando la ho informata del fatto che mi erano cadute per terra e non erano costose, mi ha risposto che non importava. Il punto è che non provavo gratitudine per i medicinali che mi mantengono sano.

E allora mi sono dato da fare per capire cosa fosse questo animismo scoprendo che, per quanto comune, la definizione che riportano le enciclopedie non è completa. Tale definizione è:

L’animismo è il credere che gli oggetti abbiano tutti un’anima e siano in grado di influenzare gli eventi del mondo che li circonda.

Quella completa è stata formulata, fra gli altri, da Jean Piaget che la definisce la proiezione di caratteristiche dell’osservatore sull’osservato. In altri termini, nel nostro caso, interpretare gli oggetti ed il loro comportamento attraverso analogie con sé stessi e dando quindi loro caratteristiche umane. Il punto quindi non è se le cose siano vive o meno. L’animismo assume siano vive, ma quello che conta non è tanto che si tratta di una conclusione scorretta, ma che è scorretta perché raggiunta con metodi scorretti, vale a dire usando l’introspezione piuttosto che l’analisi.

L’animismo di sua natura non è curioso perché fa risalire tutto all’osservatore. L’intuizione è regina, l’analisi superfua. Un mio amico canadese mi spiegava che le sue tre figlie e sua moglie, essendo giapponesi, credono negli spiriti, roba che popola il Giappone con grande varietà di dimensioni, colori ed intenzioni. Lui invece non avrebbe creduto agli spiriti neppure se ne avesse visto uno ad un palmo dal suo naso. Avrebbe considerato un’allucinazione più probabile che uno spirito.

I due errori principali dell’animismo sono la personificazione e l’antropomorfizzazione.
La personificazione consiste nell’attribuire emozioni e pensieri umani a cose ed animali. A mio avviso, spesso persone con la migliore delle intenzioni propone la personificazione della natura. Perfino Robert Attenborough a volte lo fa. L’idea è trattarla come una persona che ha un diritto inalienabile a vivere. Plaudo l’idea, ma mi rifiuto di umanizzare il mondo, Non siamo né saggi, né onesti sufficientemente per farlo, per cui la politica migliore è lasciare che il mondo badi a sé stesso.

L’antropomorfizzazione è fare lo stesso sul piano fisico, vedi quelli che hanno paura di donare un organo per timore che la loro anima poi, nell’aldilà, debba arrangiarsi senza cuore, senza polmoni o senza la gamba destra. Ti verrebbe da ridere se non fosse che questo timore è la ragione per cui in Giappone il numero di trapianti all’anno PER TUTTI GLI ORGANI si mantiene sulle due cifra, 58 nel 2015 se non mi sbaglio.

In ogni caso, il vero aspetto preoccupante dell’animismo è il fatto che comporta necessariamente la credenza nell’esistenza di spiriti e dell’esistenza di magia.

Basta pensare a quali mezzi può avere un oggetto, il nostro ombrello rotto per esempio, per farci del male se è scontento di noi e del nostro operato. L’unico metodo possibile è la magia.

Magia che contraddice leggi scientifiche che sappiamo essere universali. Conservazione dell’energia, entropia, distinzione chimica fra organico ed inorganico, roba seria, non sciocchezze.

Per finire. un’altra caratteristica dell’animismo di grande importanza pratica. E’ evidente che, se da una parte tutte le entità ed esseri visibili ed invisibili attorno a noi sono capaci di magia—e devono esserlo perché la nostra ipotesi che hanno sia l’intenzione che i mezzi per influenzarci sia vera—i soli che invece non sono in grado di fare uso della magia sono gli esseri umani. 

Di qui il continuo sospettare e guardarsi dietro le spalle dell’animista, per il quale il mondo è una fonte inesauribile di minacce. Dove noi vediamo ombrelli e lanterne rotti, l‘animismo vede esseri da placare.

Nella foto, una cerimonia funebre per dei pennelli da artista vecchi. Foto mia.

Il paese dove le cose parlano, parte prima

Può una persona sana di mente avere paura di un ombrello rotto? Recentemente ho scoperto che, sebbene la risposta ovvia sia no, quella corretta è sì.

Per quanto improbabile possa sembrare, un comportamento senza alcun dubbio patologico in una cultura può essere completamente normale in un’altra, vedi le molte culture che temono le ombre che i corpi proiettano o gli specchi.

Ho sempre saputo che i giapponesi sono animisti, che cioè credono che pietre, alberi e cascate non siano solo vivi ma consapevoli di sé. Il termine però non era riuscito ad attrarre veramente la mia attenzione nei primi trent’anni trascorsi in questo paese, e solo un incidente inaspettato mi ha forzato finalmente a vedere il mio mondo con nuovi occhi.

Stavo latitando in una scuola dove faccio lavoro volontario con alcuni amici giapponesi quando una di loro si mise a scarabocchiare con foglio e pennarello. Una sbirciatina mi rivelò che aveva disegnato un ombrello dotato di un solo occhio e di una sola gamba. Potete vedere qui sotto una rappresentazione classica della creatura.

Le ho chiesto cosa fosse. Mi ha risposto che era il fantasma di un ombrello rotto. Devo essere rimasto letteralmente a bocca aperta, perché si è messa a ridere ed ha rincarato la dose disegnando una seconda figura. Questa volta si trattava di una lanterna di carta, una chōchin in giapponese, del tipo che si vedono spesso nei ristoranti cinesi. Presentava uno strappo, strappo che indicava come anche lei fosse un fantasma risentito e furente. La mia amica aveva persino aggiunto un dettaglio cruento. 
La lingua della lanterna di carta, sporgente di un palmo dalla bocca, era trafitta, una punizione che più tardi ho scoperto essere standard per i peccatori relegati all’inferno buddista, probabilmente—non sto scherzando—come punizione per la sua lunga partecipazione ad attività come i quartieri a luci rosse, bar e ristoranti.

Ciò che la creatura porta in testa (non presente in questi disegni) è un dettaglio importante. È un sara, un piatto contenente acqua posseduto da altre creature come i kappa . Esso li nutre ed è la sola cosa che mangiano. Se il sara si secca, il kappa o fantasma è nei guai. Gli umani cercano di ingannare tali esseri perché si inchinino in modo che il sara si svuoti e muoiano.

Gli altri presenti, dopo un’occhiata rapida, sono tornati a quello che stavano facendo. Io però non ero convinto. Come può un semplice ombrello trasformarsi in un fantasma malevolo? L’amica mi ha detto che, quando rompi un ombrello, la sua anima non ha più un posto dove andare e per questo è furiosa con te, causa prima delle sue sventure.

Il punto di vista occidentale secondo cui le cose sono morte, senz’anima e incapaci di agire è così profondamente radicato in me che c’è voluto del tempo prima che mi rendessi pienamente conto delle conseguenze di ciò che aveva detto. Ciò che aveva detto implicava che l’ombrello fosse vivo, consapevole di sé, senziente insomma.

Nei giorni seguenti, ossessionato dalla cosa, sono tornato al soggetto così spesso che tutti hanno finito col credermi un appassionato di storie di fantasmi. Siccome i giapponesi sono appunto giapponesi, libri e articoli di riviste sull’argomento hanno cominciato ad arrivare.

Mi dicevo: “È mai possibile che i miei amici abbiano paura di una scopa mor, ehm … rotta? Maddai”

Comunque … dovevo chiedere. Avrebbe paura del fantasma di un ombrello rotto? La mia amica rispose di sì.

Ciononostante dubitavo. Come ho già detto, personalmente vivo in un universo newtoniano / cartesiano dove nulla è senza causa e tutto obbedisce a leggi immutabili e prevedibili. Gli oggetti per definizione non possono essere vivi. Solo gli organismi, dotati appunto di organi, possono esserlo. Ogni fibra del mio corpo rifiutava di credere all’evidenza. Ci è voluta un’altra amica, Aki, per farmi capire che avevo a che fare con una visione del mondo, non con le paure superstiziose di un individuo.

Tecnicamente le insegno italiano ma, dato che siamo simili su così tante cose, spesso finiamo per discutere in giapponese di cose di reciproco interesse. Un giorno mi ha spiegato che aveva appena gettato via un paio di vecchie bambole che la figlia di 15 anni non desiderava più. Aveva bendato loro gli occhi e le aveva gettate nell’immondizia.

Strabiliato, le ho chiesto: “Hai fatto cosa?” “Le ho bendate”.

Perché? Non ci aveva mai pensato. Aveva solo fatto ciò che sua madre le aveva insegnato: sempre bendare le bambole prima di buttarle via. Aki non sembrava trovare nulla di strano in quello che aveva fatto, e il mio stupore pareva divertirla, così le ho chiesto perché pensava sua madre le avesse trasmesso quella tradizione. Probabilmente perché le bambole non potessero vedere chi le stava gettando via. Tempo dopo, un’amica cinese mi ha detto che lei avrebbe fatto lo stesso per un motivo diverso, evitare che le bambole potessero ritornare.

Un pomeriggio di fine estate, qualche tempo dopo, stavo camminando lungo la riva del laghetto di Shinobazu a Tokyo – un posto meraviglioso, eccellente per osservare le fioriture di loto ad agosto – quando ho notato uno striscione appeso di fronte a Kan’eiji. Kan’eiji è ora un piccolo tempio buddista, ma occupava un tempo gran parte di quello che oggi è il grande distretto di Ueno.

Il tempio, prima di essere raso al suolo dai rivoluzionari nel 1868, era immenso e potente, il tempio funerario del clan Tokugawa. Quattro dei nove shogun Tokugawa erano sepolti lì. Ora le tombe sono nel cortile di una banca, inaccessibili. Sic transit gloria mundi.

E lo striscione pubblicizzava il fatto che il tempio su richiesta eseguiva riti funebri per bambole.

Più tardi ho riferita la mia scoperta a un’amica giapponese—tutti i miei amici giapponesi sono donne— esprimendo il mio stupore nel vedere un tempio del calibro di Kan’eiji abbassarsi a fare funerali a bambole. Il suo divertimento per la mia sorpresa si è trasformato in allarme quando si è resa conto che in Europa le bambole le buttiamo nella spazzatura e basta. Per noi una bambola è una bambola.

Questo incidente finalmente ha fatto sparire la mia paura di venire preso in giro, permettendomi per la prima volta di vedere una realtà che, anche se sempre sotto il mio naso dal giorno in cui sono uscito dall’aereo, non avevo mai visto. Uno vede quello che la sua mente può vedere. Dopo mesi passati a guardare le porte della percezione aprirsi, finalmente ho capito che tutti gli accenni che mi erano stati fatti e che avevo inconsciamente scartato come semplici allegorie andavano invece presi alla lettera.

Quando Saichō, fondatore della scuola buddhista Tendai, disse che tutti gli esseri sono capaci di illuminazione, nel numero includeva anche piccoli ciottoli, rane e alberi. Quando qualcuno tira fuori alcune bambole dall’armadio e le mette alla finestra in modo che “possano prendere un po’ d’aria”, come ha fatto il marito di una mia conoscente, la sua non è necessariamente una figura retorica.

Questa realizzazione mi ha fatto capire quanto il Giappone, che sapevo molto diverso da tutto quel che conoscevo, lo sia ancora più di quanto avessi mai sospettato. Per tutti questi anni, come la maggior parte, se non tutti, gli occidentali, ho visto i robot industriali, le fotocamere, i macchinari sofisticati, l’eleganza del design giapponese e la genialità con cui questo antico popolo si è adattato all’elettronica e alle fibre ottiche, ma non questo lato magico e primitivo.

E lo Shinto? Lo Shinto in fondo è animismo, no? Sì, ma lo Shinto è una religione—ma non in senso europeo—mentre qui si parla di un modo di interpretare la realtà, un precursore della religione.

A questo punto, un’obiezione che sento spesso è che spesso “ Queste sono solo superstizioni. Ci sono anche in Italia.” No, non è la stessa cosa. In Italia queste sarebbero effettivamente superstizioni, residui di paganesimo privi del loro contesto originale che dava loro senso, importanza e soprattutto un posto a tavola in società. Chi crede se ne vergogna.

Ma quando simili idee sono modi accettati di conoscere il mondo insegnati da una generazione all’altra, condivisi da diverse religioni, istituzioni politiche e ogni strato della società, diventano una visione del mondo che non può essere liquidata così facilmente perché definisce una cultura.

Ma come ho potuto – insieme a praticamente tutti gli altri – non notare nulla? Come puoi vivere per decenni in un paese e ignorare una differenza colossale come questa, insieme alle sue manifestazioni e conseguenze?

Credo sia più semplice di quanto sembri. Vi è mai capitato di leggere da qualche parte, per caso, un nome mai sentito prima solo per vederlo ovunque da allora in poi? Ti chiedi come avresti potuto mancarlo, ma scartare ciò che non serve è un meccanismo naturale della nostra memoria.

Ho reinterpretato, e reinterpretato male, ciò che ho visto sulla base di ciò che sapevo. Ho interpretato metafora poetica l’affermazione di Saichō , storicamente importante, che tutti gli esseri sono in grado di raggiungere il satori come un metafora poetica, per esempio, perché non potevo concepire che Saichō credesse che una rana può raggiungere l’illuminazione.

Il motivo per cui quel disegno ha avuto un impatto così grande su di me è che era interpretabile in un solo modo e quel modo si scontrava con tutto ciò che credevo e credo. Un semplice disegno ha innescato un cambiamento immenso. Una volta saputo dove guardare, anche con una sana dose di scetticismo sono giunto alla conclusione che l’animismo è davvero ovunque in Giappone. E ho capito che la mia visione della realtà e quella del popolo giapponese sono incompatibili.

Il problema più grande che l’incomprensione della natura dell’animismo porta ad una serie di errori non casuali ma altamente sistematici. Questa sistematicità nasconde le contraddizioni interne dell’animismo a chi lo osserva.

Due libri sono stati fondamentali per me per arrivare a questa conclusione. Essi hanno trasformato una serie di enigmi in altrettante ovvietà, cose che non potrebbero essere altrimenti.

Il primo è Japan, An Attempt to an Interpretation, di Lafcadio Hearn, del 1904. Il secondo è Ancestor Worship and Japanese Law di Nobushige Hozumi, del 1901.

Ambedue dicono la stessa cosa. Il Giappone e la sua cultura si basano sul culto degli antenati, che a sua volta poggia sull’animismo. Hozumi dice che l’intero sistema legale giapponese nel 1901 aveva come scopo la protezione e regolamentazione del culto degli antenati.