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Perché nel linguaggio colloquiale maschile spesso la mamma viene chiamata col termine o-fukuro (il sacco)?

Il termine お袋 (ofukuro) per “mamma” ha origini storiche e culturali interessanti. Ecco una spiegazione dettagliata delle sue origini:

Origini del Termine お袋 (ofukuro)

1. Significato Letterale:
– La parola 袋 (fukuro) significa “sacco” o “borsa” in giapponese. L’aggiunta del prefisso onorifico お (o) è una forma di rispetto che trasforma la parola in お袋 (ofukuro).

2. Uso Storico
– Anticamente, il termine fukuro era usato per riferirsi alle sacche in cui le madri giapponesi conservavano e portavano oggetti essenziali per la famiglia, come cibo e utensili. Queste sacche erano simbolicamente legate al ruolo della madre come custode e nutrice della famiglia.
– Nel periodo Edo (1603-1868), era comune che le donne portassero con sé sacche di tessuto (fukuro) contenenti oggetti personali o cibo. Queste sacche divennero simbolicamente associate alle madri che preparavano e portavano cibo ai loro figli, specialmente quando lavoravano o andavano a scuola.

3. Simbolismo e Affetto
– Con il tempo, il termine fukuro iniziò a essere usato metaforicamente per riferirsi alla madre stessa, poiché era lei che preparava e forniva ciò che era contenuto nelle sacche. L’uso di お袋 (ofukuro) divenne un modo affettuoso e rispettoso per riferirsi alla propria madre, richiamando l’immagine del suo ruolo premuroso e nutriente.

4. **Connotazione Familiare:**
– お袋 (ofukuro) ha una connotazione familiare e intima, spesso utilizzata dai figli per riferirsi alla loro madre in modo affettuoso. È meno formale rispetto a 母 (はは, haha), che è il termine standard per “madre”.

Oggi, お袋 (ofukuro) è ancora utilizzato, anche se può avere una sfumatura un po’ arcaica o regionale. È particolarmente comune sentirlo nelle conversazioni familiari o tra amici intimi. La parola conserva il suo significato affettuoso, evocando immagini di cura e sostegno materno.

 

Perché, a differenza degli inglesi, pur abitando sulle isole i giapponesi non divennero mai navigatori?


Per tre motivi, credo.
Penso che quello principale sia stata la presenza della Cina. Questo paese e la minuscola Corea erano tutto quanto appariva a ovest sull’orizzonte dei giapponesi. Il problema era che la Cina già confinava con praticamente tutti ed era quindi il veicolo principale e più economico di commercio fra Giappone e chicchessia. Non avrebbe quindi avuto senso tentare di sviluppare le considerevoli doti tecniche e le tecnologie necessarie per un viaggio davvero lungo come quello richiesto per raggiungere nuovi mercati.
Dall’altra parte c’era l’abisso del Pacifico. L’immagine del grande navigatore che abbiamo noi europei nella fantasia appartiene a un momento unico della storia, vale a dire la navigazione intercontinentale transoceanica, che iniziò quando divenne tecnicamente possibile, vale a dire molto più tardi. Gli europei furono i primi a superare i grandi problemi tecnici posti dalla navigazione intercontinentale a partire dal XV secolo.
Il particolarissimo momento storico giustifica il loro comportamento anomalo. I viaggi degli esseri umani sono sempre i più brevi possibile e la colonizzazione della terra è avvenuta a piedi e a passetti i più brevi possibili.
Infine, i I giapponesi non avevano la personalità, il carattere giusto. Un popolo che migra è psicologicamente pronto per divenire stanziale. Se arriva per caso in un’isola o un arcipelago, sviluppa una mentalità insulare, che è più di una barzelletta. Per esempio, il mito della creazione maori e quello giapponese hanno in comune il fatto che gli dèi creano solo il paese dei Maori e dei giapponesi rispettivamente. Il resto non esiste. Quanto vedi è reale, ma, in assenza di prove dirette, il resto del mondo è surreale, una diceria. Esattamente questo è il modo in cui i giapponesi vedono il resto dell’umanità. Roba che si vede alla televisione. Come giustamente ha detto Dario Fabbri in uno dei suoi rari momenti di lucidità, i giapponesi sono isolazionisti, non pacifisti. Ai giapponesi il mondo non interessava.
Questo però non è razzismo, ma semplicemente il risultato di non avere contatti diretti con alcuno.

-kyō e -dō

A ciascuno la sua strada

Qualche giorno fa ho scritto un breve articolo sulla mia scoperta che la presenza del suffisso -dō dopo il nome di una disciplina giapponese non è neutrale, ma ha implicazioni precise che non vanno ignorate. 

La scoperta mi ha aperto diverse porte, facendomi realizzare un’altra volta che penso di comprendere cose che in realtà non mi sono chiare. Ora spiego.

Le dottrine e le “vie”

Conosco diverse parole giapponesi che terminano con il suffisso “dō” (道), un carattere usato solo in composti che significa “via” o “cammino”. Ecco alcuni esempi:

1. Judō (柔道), “la via morbida”, un’arte marziale che enfatizza la flessibilità e l’efficienza.

2. Kendō (剣道): “la via della spada”, un’arte marziale che si concentra sull’uso della katana in bambù. Gli scolari in divisa da kndō 

3. Aikidō (合気道) “la via dell’armonia spirituale”, un’arte marziale che mira ad armonizzare l’energia.

4. Karatedō (空手道), ”la via della mano vuota”, un’arte marziale che impiega ogni parte del corpo per l’autodifesa senz’armi.

5. Chadō (茶道) “la via del tè”, più comunemente conosciuta come la cerimonia del tè giapponese.

6. Shodō (書道), “la via della scrittura”, l’arte giapponese della calligrafia.

7. Ikebanadō (生け花道) “la via dell’ikebana”, l’arte giapponese di arrangiare i fiori.

8. Shintō, nome di una religione spacciata per la più antica del popolo giapponese, in realtà un’invenzione dell’amministrazione Meiji. (Nota 1)

Per spiegare un po’ meglio il significato di questo suffisso, -dō indica che, a differenza di quanto accade nel buddhismo, dove esistono e sono sempre esistiti i maestri ( a partire da Siddhartha Gautama), la conoscenza in Giappone viene associata col perseguire una via. Tale via ti darà un obiettivo e null’altro. Il resto dovrai trovarlo da solo nel percorrere la tua strada. Non ci sono insegnamenti, l’essenza della via è la tua crescita personale,  conseguenza diretta dei problemi che incontrerai e delle soluzioni che darai loro.

Il pensiero e l’azione

Sarebbe un errore a questo punto pensare che questo modo di pensare si limiti a queste poche arti. 

Al contrario, l’enciclopedia della filosofia dell’Università di Stanford dichiara che l’unione di azione e pensiero è la caratteristica fondamentale della filosofia giapponese.

Se questo è vero, e non ho ragione di pensare il contrario, la filosofia giapponese si limita al rapporto fra l’individuo e il mondo, un raggio di interessi molto inferiore a quello della filosofia europea, che si estende perlopiù al non umano, per capirlo e definirlo.

Alla base delle manifestazioni di creatività giapponese che abbiamo visto c’è l’incontro con la realtà come momento di comprensione di se stessi. Nel modo di pensare del Giappone l’importante non è la riflessione astratta, quanto quella applicata appunto all’azione.

Credo di avere un episodio tratto dalla mia vita personale che illustra bene il significato di via come appare nella filosofia giapponese. Sono falegname, scadente ma falegname, e mi sono autoimposto alcune condizioni di lavoro piuttosto scomode, ma che mi consentono di evitare di farmi male seriamente. Non uso utensili utensili elettrici, il che vuol dire che passo spesso ore a fare quanto altri fanno in un minuto, meglio di me e con una sega a nastro di costo modesto. Eppure la decisione di non usare utensili elettrici, ma solo una sega a mano Ryōba, originariamente presa per motivi di sicurezza, è stata una delle migliori della mia vita. Le difficoltà extra che mi sono andato a cercare mi hanno tutte insegnato qualcosa di utile. La prima è stata quanto duro e difficile sia essere un falegname, e quanto difficile sia mantenere una famiglia in questo modo. Lavori per due giorni per costituire un oggetto disponibile da qualche parte per metà di quello che hai speso, senza contare il tuo lavoro. 

C’è di più, ovviamente. Costruire qualcosa di concreto, avere un obiettivo preciso in mente, necessitare di cose che non possedevi come la pazienza e l’accettazione serena che un errore può rendere inutili giorni di lavoro, ti cambiano. Per essere un buon falegname devi essere una persona migliore. I tuoi mobili rifletteranno la complessità e la ricchezza della tua personalità. I mille pali fra le ruote che ho trovato prima del successo mi sono stati molto utili in campi molto diversi dalla falegnameria. La pazienza è una dote utile un po’ dappertutto.

Ed ora arriva finalmente l’episodio che avevo nominato in apertura. Avevo notato che molti dei pali usati dall’industria edilizia (2 by 4) qui in Giappone per costruire le case sono fatte in legno bianchissimo. Ho deciso quindi di tagliare uno di questi pali in fettine, ciascuna di dimensione 180 × 12 × 0,5 cm per farne scatole. La prima fetta mi è costata quattro ore di lavoro. Il legno era durissimo e fibroso, uno dei peggiori che avrei potuto scegliere. Non mi pento del mio fallimento. Ci sono due modi per imparare. Uno è la fortuna, l’altro è il fallimento.

A modo mio, , ho trovato il mio “-dō,” la mia strada. ‘’

Note

1 Chi avesse dubbi in proposito può leggere Shinto in the History of Japanese Religion dell’insigne studioso Kuroda Toshio.

兄弟島

Tra l’isola di Kyūshū e Gotō-rettō (五島列島), l’arcipelago delle Gotō, non lontano da casa mia, si estende un mare conosciuto come Sumō-nada (角力灘). Immerse nelle sue acque turchesi, si ergono tre isole conosciute come: Oozumō-jima (大角力島), Kozumō-jima (小角力島) e infine una terza chiamata hako-shima (母子島).

Una di queste isole custodisce un’antica leggenda che, come un sussurro tra le onde, si tramanda di generazione in generazione.

L’isola sulla sinistra, conosciuta come Oozumō-jima, ha una forma davvero singolare. Attraversata da un foro centrale, spesso attraversato anche dalle imbarcazioni turistiche, questa curiosa formazione rocciosa è conosciuta anche come hongee-jima (本げえ島). Un altro nome con cui è conosciuta è kyōdai-jima (兄弟島), “Isola dei fratelli”, data la sua somiglianza a due lottatori impegnati in un eterno duello.

Un’antica leggenda narra di un pescatore che, al suo ritorno dal mare, portò in dono ai suoi due figli un mikan (un agrume simile ad un mandarino ma molto più dolce) e un pesce. I due fratelli, incapaci di dividersi equamente i regali del padre, iniziarono a litigare furiosamente. In preda all’ira, il padre punì entrambi con crudeltà inaudita: al più giovane tagliò la spalla, mentre al maggiore squarciò il ventre.

Legati insieme, i due fratelli vennero poi gettati in mare. Secondo la leggenda, i loro corpi si trasformarono nelle rocce che oggi sono chiamate kyōdai-iwa (兄弟岩). Ancora oggi, si dice che sulla cima dell’isola cresca un albero di mikan, simbolo della discordia che portò alla tragedia. La roccia di sinistra, con la sua forma simile a una spalla mutilata, rappresenta il fratello minore. Quella di destra, più alta e con un incavo simile a un ventre squarciato, rappresenta il fratello maggiore.

L’isola dei fratelli, con la sua storia tragica, viene spesso raccontata ai bambini in queste zone e serve da monito per le generazioni future, ricordando loro le terribili conseguenze causate dalla discordia e dell’invidia.

Come ho scritto nel mio articolo sul blog “Ombrelli Rotti” dedicato alla Nagasaki Sunset Road, sono numerosi i turisti che si recano nella zona di Sotome per ammirare il sole che al tramonto si specchia nelle acque del mare di Sumō-nada. Lo spettacolo offerto dal cielo e dal mare è in continua evoluzione, cambiando forma e colore con il cambio delle stagioni. Ogni visita regala un’esperienza unica e indimenticabile.

外海

Le vacanze della Golden Week sono appena finite e, come dopo ogni periodo di pausa, i miei figli al rientro all’asilo dovranno raccontare ai loro compagni le avventure vissute durante il periodo di ferie. Quest’anno, per rendere il loro “speech” ancora più interessante, abbiamo deciso di organizzare una gita fuori porta a tema storico. La nostra destinazione? La vicina cittadina di Sotome, immersa nella prefettura di Nagasaki e ricca di tracce affascinanti del passato cristiano.

Perché questa piccola località, adagiata tra le montagne del Kyūshū e affacciata sul Gotō-nada (五島灘) custodisce un tesoro inestimabile: i resti di una comunità cristiana che, nei secoli scorsi, si nascose in quest’area per fuggire all’editto Tokugawa che bandiva il cristianesi e i suoi fedeli. Una storia poco conosciuta, ma che merita di essere raccontata, soprattutto ai più piccoli.

Durante la nostra gita, abbiamo visitato alcuni dei luoghi simbolo del cristianesimo a Sotome. Abbiamo visitato due chiese stupende, esplorato un cimitero cristiano risalente al XIX secolo e un raro santuario dedicato ad un gesuita portoghese. I miei figli sono rimasti affascinati da questo viaggio nel tempo, incuriositi dalle storie e dalle leggende che popolano questi luoghi silenziosi e carichi di mistero.

Adagiata tra la zona di Nagasaki e Saikai, Sotome si affaccia sul Gotō-nada (五島灘), conosciuto anche come sumō-nada (角力灘), un’area marina che divide il Kyūshū da Gotō-rettō (五島列島), l’arcipelago delle isole Gotō.

Tra il 1600 e il 1800, durante il periodo di bando del Cristianesimo in Giappone, questo zona si trasformò in un rifugio sicuro per i “cristiani nascosti”, noti come senpuku kirishitan (潜伏キリシタン). Attratti dalla sua posizione isolata e raggiungibile solo via mare, che permetteva loro di professare la loro fede in segreto, molti fedeli emigrarono qui da diverse zone dell’odierna prefettura di Nagasaki.

Padre Marc Marie de Rotz, missionario francese giunto a Sotome, ebbe un ruolo fondamentale nella rinascita del Cristianesimo. La sua opera più significativa fu la costruzione della Chiesa di Shitsu, eretta su una collina che domina il mare e divenuta un simbolo di speranza per i fedeli perseguitati.

L’arrivo di Francesco Saverio nel 1549 segnò l’introduzione del Cristianesimo in Giappone. La rapida diffusione della nuova fede destò timori nello shogunato Tokugawa, che la vide come una minaccia al proprio potere. Iniziò così un periodo di persecuzioni che culminò nel bando ufficiale del Cristianesimo nel 1614. Nonostante la repressione, alcuni fedeli continuarono a praticare la loro religione in segreto.

Il Sakoku (鎖国), “paese chiuso”, fu una politica di isolamento attuata in Giappone durante il periodo Edo (1603-1867). Emanate tra l’inizio e la metà del XVII secolo, le direttive del Sakoku imposero al Giappone un autoisolamento dalle potenze straniere. Tra le misure adottate vi furono il bando del Cristianesimo, la proibizione ai cittadini giapponesi di viaggiare all’estero e di farne ritorno, e restrizioni al commercio internazionale con diverse nazioni. La diffidenza nei confronti degli stranieri fu il principale fattore alla base del Sakoku.

Tokugawa Ieyasu, temendo che il Cristianesimo potesse minare il suo potere, lo bandì dal Giappone. Condividendo la xenofobia diffusa tra i leader dell’epoca, Ieyasu sospettava che gli stranieri, in particolare gli europei bianchi (spagnoli), avessero mire espansionistiche sul Giappone. Il Cristianesimo, visto come strumento di controllo sociale e di sovversione dei valori tradizionali, venne associato a queste minacce esterne. Di conseguenza, Ieyasu proibì sia l’ingresso agli stranieri che la pratica del Cristianesimo durante il suo shogunato.

Calò un velo di silenzio sul Giappone: il periodo Edo aveva decretato l’isolamento del paese. Per le potenze esterne, le relazioni diplomatiche e commerciali erano quasi impossibili, ad eccezione di Olanda e Cina. Il Sakoku, questa politica di chiusura, strinse il Giappone in un abbraccio autarchico per quasi duecentocinquant’anni. Solo nella metà del XIX secolo, sotto la spinta di pressioni esterne, il Giappone si vide costretto ad aprire nuovamente le sue porte al mondo.

Nonostante la persecuzione dello shogunato Tokugawa (1600-1868), che bandì il Cristianesimo e deportò i missionari, alcuni fedeli giapponesi non rinunciarono alla loro fede. In villaggi remoti e sulle isole di Nagasaki e Kumamoto, continuarono a praticare la loro religione in segreto, tramandando gli insegnamenti dei missionari e nascondendo oggetti cristiani nelle loro case, rischiando la vita. Le autorità li soprannominarono “senpuku kirishitan” (潜伏キリシタン), che significa “cristiani nascosti”, per indicare la loro fede clandestina. Il termine kirishitan deriva dal portoghese “Christão” e si riferiva al cattolicesimo o ai suoi seguaci dopo l’arrivo di Francesco Saverio in Giappone, fino alla revoca del bando nel 1873.

I senpuku kirishitan erano un gruppo di giapponesi che, pur professando pubblicamente il Buddismo per sfuggire alle persecuzioni, in realtà continuavano a praticare la loro fede cristiana in segreto. Questa strategia di mimetizzazione era necessaria per evitare le severe punizioni inflitte dal governo a chi professava apertamente il Cristianesimo. Esteriormente, i senpuku kirishitan partecipavano a cerimonie e riti buddhisti, ma in segreto custodivano la loro fede cristiana e la trasmettevano alle generazioni successive.

Nonostante la fine della repressione e la revoca del bando del Cristianesimo, un gruppo significativo di senpuku kirishitan non volle ricongiungersi alla Chiesa Cattolica. La ragione di questo rifiuto risiedeva nella necessità di modificare o abbandonare alcuni dei loro riti e oggetti religiosi, che erano diventati parte integrante della loro fede tramandata di generazione in generazione.

Questi gruppi, che scelsero di mantenere intatti i riti e le preghiere appresi fin dall’infanzia, vennero denominati kakure Kirishitan (Cristiani Nascosti) per distinguerli dai senpuku kirishitan del periodo di proibizione Tokugawa. Considerati discendenti storici dei senpuku kirishitan per la loro fedeltà alle tradizioni tramandate dagli antenati, alcuni studiosi li vedono tuttavia come un gruppo che si è allontanato dal Cristianesimo ortodosso, avvicinandosi maggiormente alle religioni popolari giapponesi.

Il termine kakure kirishitan quindi, identifica coloro che, pur potendo professare liberamente la loro fede dopo la revoca del divieto del Cristianesimo, scelsero di non ricongiungersi alla Chiesa Cattolica. Questi gruppi continuarono ad aderire alle credenze e alle pratiche religiose sviluppatesi durante il periodo di clandestinità, dando vita a una forma unica di Cristianesimo.

Verso la fine del periodo Edo, il dominio di Ōmura fu annesso a quello di Saga, che si distingueva per una maggiore tolleranza nei confronti dei cristiani. Durante il Bakumatsu (1853-1868, periodo che precedette la Restaurazione Meiji), quando Padre Petitjean visitò la zona di Sotome, i senpuku kirishitan professarono apertamente la loro fede. Tuttavia, una parte dei cristiani della zona, preoccupati per la persistenza del divieto del cristianesimo non ancora formalmente revocato, si consultarono con il capovillaggio e con un ufficiale del villaggio. Per scoraggiare l’adesione agli insegnamenti dei missionari stranieri, decisero di rubare la preziosa immagine di San Michele e un’altra raffigurante i 15 Misteri del Rosario.

Il furto delle immagini sacre scatenò l’ira dei cristiani nascosti, provocando un tumulto di notevoli proporzioni. Questo evento ebbe come conseguenza una scissione all’interno della comunità senpuku kirishitan di Sotome: una fazione decise di abbracciare apertamente il Cattolicesimo, mentre l’altra, i kakure kirishitan, preferì rimanere nascosta, spostandosi anche nelle vicine isole dell’arcipelago di Gotō.

È una chiesa cattolica situata a Sotome. Fu costruita nel 1882 su progetto di padre Marc Marie de Rotz, un missionario francese, e completata nel 1885.

Motivato dalla convinzione che la zona necessitasse di un luogo di raduno per la fede, Padre de Rotz investì i propri fondi nella costruzione di una chiesa. Egli si impegnò personalmente sia nella progettazione che nella realizzazione dell’edificio. Il terreno prescelto per l’edificazione era un pendio lievemente elevato, scelta motivata dal desiderio di rendere la chiesa visibile da un’ampia area

La costruzione della chiesa non fu possibile solo grazie all’impegno di Padre de Rotz, ma anche alla preziosa collaborazione dei cristiani locali. Essi si dedicarono con dedizione a lavori faticosi, trasportando legname tagliato dalle montagne e mattoni trasportati via barca fino al litorale, contribuendo in modo significativo alla realizzazione dell’edificio sacro.

Nel 1882, dopo un anno di lavori, venne completata la magnifica chiesa bianca, immersa tra risaie a terrazze. La sua struttura, realizzata in mattoni e successivamente intonacata, presenta ingressi a volta e cornici alle finestre che si inseriscono con armonia nel paesaggio circostante. L’interno, pur nella sua semplicità, emana un’atmosfera solenne.

Data la forte ventosità che caratterizza la zona di Sotome, si presume che la chiesa sia stata costruita con un tetto volutamente basso. Un abitante della zona con cui ho parlato mi ha raccontato che che anche il villaggio natale di Padre de Rotz è soggetto a venti intensi e che ospita una chiesa simile a quella di Shitsu per forma. È possibile che il missionario si sia ispirato alla chiesa del suo paese natale nel progettare la chiesa di Sotome.

Attratto dalle vicende del cristianesimo a Nagasaki, negli ultimi anni mi sono immerso nella storia di Padre de Rotz e della sua vita in terra nipponica.

Originario di una nobile famiglia francese, Padre de Rotz giunse in Giappone all’età di 28 anni. Tra le sue numerose realizzazioni ricordiamo le stampe litografiche da lui create e le scuole di teologia latina che fondò, sia presso la Cattedrale di Oura a Nagasaki che a Yokohama. All’età di 39 anni, dopo undici anni di permanenza in Giappone, fu destinato alla missione di Sotome. I suoi scritti rivelano il profondo impatto che la povertà della gente del luogo ebbe su di lui, contribuendo a maturare in lui un forte senso del dovere nei loro confronti.

Padre de Rotz svolse un ruolo fondamentale nello sviluppo di queste zone. Oltre alla costruzione delle chiese di Shitsu e Ono, che fungevano da centri per le sue attività missionarie, egli fondò un istituto per l’impiego e l’emancipazione femminile. Inoltre, insegnò tecniche agricole alla popolazione locale, utilizzando terreni bonificati e coltivati a sua cura. Fornì inoltre assistenza ai pescatori per la manutenzione del porto e si adoperò per la cura delle strade nei dintorni del villaggio. Grazie all’istituzione del primo ambulatorio mobile, salvò numerose vite e si dedicò con impegno alla lotta contro le malattie infettive.

La Chiesa di Kurosaki, eretta nel 1920 su un terreno bonificato grazie all’impegno di Padre de Rotz, è nota per essere stata l’ambientazione del romanzo “Silenzio” di Shūsaku Endō. Dallo splendido scenario della chiesa si gode una vista mozzafiato sullo stretto di Sumō-nada, caratterizzato dal suo mare azzurro.

La cattedrale è realizzata con mattoni, posati uno ad uno dai fedeli come segno di devozione. La struttura si sviluppa su un unico livello e il tetto è ricoperto con le classiche tegole giapponesi, dette gawara (瓦).

All’interno, la cattedrale presenta un soffitto a volta a crociera che dona ampiezza allo spazio. Le vetrate colorate filtrano la luce naturale, creando un’atmosfera suggestiva e raccolta. Il campanile annesso, eretto con l’intento di richiamare l’attenzione dei kakure kirishitan (cristiani nascosti), rappresenta un simbolo di fede e di speranza.

Durante il periodo Meiji (1868-1912), l’area occupata dal santuario divenne un luogo di culto per i cristiani nascosti. Inizialmente, l’unico luogo di preghiera era un semplice hokora (祠), un piccolo santuario di pietra. La prima vera e propria struttura in legno fu eretta nel 1938, durante la guerra Sino-Giapponese. I soldati in partenza per il fronte pregavano in questo santuario per ottenere protezione, mentre coloro che facevano ritorno sani e salvi offrivano ciotole di nihonshu in segno di gratitudine. Nel 2003, l’edificio è stato ricostruito fedelmente all’originale.

Il sentiero per il santuario nascosto tra le montagne di Sotome costeggia due enormi rocce piatte. Sotto la roccia più bassa, un incavo (oggi poco visibile) era un tempo utilizzato dai senpuku kirishitan della zona come luogo segreto per memorizzare e praticare le orasho (orazioni), con una vedetta a guardia per scongiurare sorprese.

Inori no iwa – Le rocce delle preghiere

l’Orasho (オラショ), termine che trae origine dal latino “oratio“, rappresenta l’affascinante intreccio tra canti di preghiera portoghesi e la tradizione giapponese. La sua storia affonda le radici nel XVI secolo, quando questi canti giunsero in Giappone, intrecciandosi con la cultura locale e dando vita a una forma espressiva unica.

Il santuario sorge come luogo di riposo eterno per San Juan, frate francescano spagnolo che perse la vita stremato dal freddo e dalla fame. La sua tomba fu scavata in questo luogo dalla gente del posto. San Juan è ricordato per essere stato mentore di Bastian, l’evangelista giapponese autore del calendario liturgico della Chiesa in Giappone e profeta della fine delle persecuzioni cristiane.

All’interno del santuario si trovano due piccoli tempietti in pietra. Il più grande, situato al centro, risale al 1933, mentre il più piccolo, sulla sinistra, risale all’era Meiji (1868-1912).

In origine, il luogo era conosciuto come Jiwan – Karematsu Jinja (ジワン枯松神社), dove Jiwan è la trascrizione giapponese di “Juan“, e successivamente come Karematsu – jinja (枯松神社). Il nome Karematsu, si pensa, derivi dai pini secchi (“枯松”) che un tempo caratterizzavano la zona, oggi sostituiti da altra vegetazione. Le aree circostanti il santuario fungevano da cimiteri cristiani, e le pietre piatte ora accatastate potrebbero essere state lapidi.

Dal 1999, il santuario di Karematsu è teatro di un suggestivo evento “interreligioso”: il Festival di Karematsu. Ogni novembre, cattolici locali, kakure kirishitan e fedeli buddisti si riuniscono per celebrare un rituale congiunto di preghiera per la pace delle anime dei loro antenati. Il festival non è aperto al pubblico, come ho potuto sperimentare alcuni anni fa quando, recatomi al santuario nel giorno dedicato alla celebrazione, sono stato gentilmente fermato all’ingresso del sentiero che conduce al luogo sacro.

La storia dei senpaku e kakure kirishitan di Sotome è un racconto di persecuzione, fede incrollabile e adattamento. Nonostante le difficoltà e i pericoli, queste persone hanno preservato la loro fede per generazioni, trasmettendola in segreto ai loro figli. La loro storia ci ricorda l’importanza della libertà di religione e del rispetto per le diverse credenze.

Oggi, la comunità kakure kirishitan di Sotome è piccola ma vivace. I discendenti di questi cristiani nascosti continuano a celebrare la loro fede in modo discreto, preservando le loro tradizioni e i loro canti sacri. La loro storia è un’importante testimonianza della forza dello spirito umano e della capacità di resistere all’oppressione.

Visitare Sotome e scoprire la storia dei kakure kirishitan è un’esperienza che lascia un segno indelebile. Potrete camminare sui sentieri che una volta percorrevano per sfuggire ai persecutori, visitare i loro luoghi di preghiera segreti e conoscere la loro tenace devozione. La loro storia è un esempio di come la fede possa sopravvivere anche nelle circostanze più difficili, e ci ispira a difendere i nostri valori e a lottare per la libertà di espressione religiosa.

Rikka –  立夏

Rikka è uno dei nijūshi-sekki (二十四節気), i ventiquattro termini solari del calendario tradzionale giapponese. Questo termine, che letteralmente significa “inizio d’estate”, coincide con il periodo in cui i primi segnali della stagione calda iniziano a farsi sentire.

Entrando nel periodo del rikka le giornate si allungano, il sole splende più forte e le temperature aumentano sensibilmente. L’aria si riempie del fruscio delle foglie e del canto degli insetti, preannunciando l’arrivo della stagione più calda dell’anno.

Mia moglie mi ha insegnato tanti anni fa una frase che spesso viene usata in questo periodo:

立夏を迎え、暦の上では夏となりました。

Rikka wo mukae, koyomi no ue de ha natsu to narimashita

Il significato della frase è che il periodo del rikka è arrivato quindi secondo il calendario è iniziata l’estate.

Anche se il rikka segna l’inizio dell’estate dal punto di vista astronomico, in Giappone questa stagione viene generalmente suddivisa in tre ulteriori periodi:

Shoka (初夏): L’inizio dell’estate, che coincide con il rikka. In questo periodo, la natura si risveglia e si colora di verde brillante.

Chūka (仲夏): l’estate è in pieno svolgimento, il periodo più caldo e umido dell’anno.

Banshu (晩夏): conicide con la fine dell’estate, quando le prime brezze autunnali iniziano a rinfrescare l’aria.

Il rikka rappresenta quindi un momento importante per celebrare l’arrivo della bella stagione e per godersi le attività all’aperto. In molte regioni del Giappone si tengono festeggiamenti e rituali per accogliere l’estate.

Anche se il calendario Gregoriano non coincide perfettamente con quello lunare, il rikka inizia generalmente tra il 5 e il 6 Maggio.

È considerato un momento fortunato per iniziare nuovi progetti o intraprendere viaggi e in passato era un giorno in cui le persone si purificavano con il bagno e indossavano nuovi vestiti per celebrare l’arrivo dell’estate.

Quest’anno l’inizio del rikka, cade il 5 Maggio 2024 e copre un periodo di circa 15 giorni, dal 5 al 19. Sebbene ogni anno si verifichi generalmente tra il 6 e il 20 Maggio, la data non è fissa.

Questo perché il rikka, come gli altri ventiquattro termini solari che dividono l’anno in segmenti di circa 15 giorni, si basa sul movimento del sole. Di conseguenza, la data precisa può variare leggermente, anche di un giorno, a seconda dell’anno.

Inoltre, il termine rikka può riferirsi sia al giorno specifico che segna l’inizio dell’estate, sia all’intero periodo di 15 giorni che va dal primo giorno del rikka (il 9° termine solare) allo shōman (小満), il 10° termine solare.

Vale la pena notare che, all’interno dei ventiquattro termini solari, esiste anche un periodo precedente al rikka chiamato kokū (穀雨), che significa “il periodo in cui cadono le piogge che nutrono i cereali”, mentre il periodo successivo al rikka è chiamato shōman (小満), che significa “il periodo in cui tutte le cose crescono completamente”.

Ulteriori divisioni del rikka

I ventiquattro termini solari vengono ulteriormente suddivisi in settantadue (七十二侯, shichijūni kō), ognuno dei quali rappresenta un periodo di circa 5 giorni. Durante il rikka i si susseguono in questo modo:

Shokō – kawazu hajinete naku (初候 – 蛙始鳴): Il primo canto delle Rane (5 Maggio)

In questo periodo, le rane (kawazu/kaeru) iniziano a gracidare. Kawazu è un termine più formale per indicare le rane, mentre kaeru é un termine più colloquiale e informale. Secondo alcune teorie, l’etimologia del termine “kaeru” deriva dal verbo kaeru (帰る, tornare), in quanto le rane sono considerate creature che tornano sempre al loro luogo d’origine. “Kawazu“, invece, deriverebbe da “河之蛙” (kawazu gaeru), che significa “rana di fiume”. In questo periodo il canto delle rane risuona ovunque, creando un coro naturale che annuncia l’arrivo dell’estate.

Jikō – mimizuizuru (次侯 – 蚯蚓出): L’Emersione dei Lombrichi (10 Maggio)

In questo periodo, i lombrichi (mimizu) iniziano a emergere dal terreno. Il termine “mimizu” deriva da miezu/mamiezu (目見えず), che significa “invisibile agli occhi”. Nonostante l’assenza di occhi, i lombrichi percepiscono la luce e tendono a spostarsi verso il buio. Per questo motivo, li vediamo spesso emergere dal suolo durante la notte o in giornate piovose. I lombrichi svolgono un ruolo fondamentale nella fertilità del terreno, nutrendolo e aerandolo. La loro presenza è quindi un segno di un terreno sano e fertile.

Makkō – takenokoshōzu (末侯 – 竹笋生) – La Germogliazione del Bambù  (15 Maggio)

In questo periodo, i takenoko (竹の子), i germogli di bambù, iniziano a spuntare dal terreno. “Take no ko shōzu” è un’espressione poetica ed antica che significa “il germoglio del bambù“, oggi caduta in disuso. Esistono comunque anche altri termini stagionali con lo stesso significato come takōna (筍), o takanna (たかんな).

Sebbene i prodotti a base di bambù siano ormai disponibili tutto l’anno, la vera stagione dei germogli di bambù è l’inizio dell’estate. I più teneri e gustosi sono quelli appena raccolti al mattino e consumati subito sul posto.

Kunpū – 薫風 : la stagione del vento profumato

Durante il mese di Maggio la natura riprende vita e il suo colore verde è splendido e si intensifica giorno dopo giorno. Le espressioni stagionali come kunpū (薫風) e kazekaoru (風薫る) veicolano l’idea di una fragranza percepibile nel vento che scuote le giovani foglie verdi.

In giapponese esiste un saluto stagionale che recita come segue:

風薫る季節となりました。

Kaze kaoru kisetsu to narimashita.

è un saluto comune all’inizio dell’estate.

I giapponesi sono famosi per essere un popolo indiretto e per avere una lingua che utilizza moltissime sfumature in modi interessanti, alcuni dei quali a volte poco comprensibile e ridondanti per noi stranieri, che ci chiediamo perché la conversazione che stiamo ascoltando da cinque minuti sembri priva di un vero e proprio soggetto.

La lingua scritta non fa eccezione e specialmente nelle lettere, ma anche nelle e-mail, i giapponesi, seguono un formato molto rigido. Specialmente nelle lettere prima di arrivare al focus del discorso i giapponesi inseriscono una frase conosciuta come jikō no aisatsu (時候の挨拶), il saluto stagionale, che cambia a seconda del periodo dell’anno.

In questo periodo, gli alberi entrano nella fase di crescita più rigogliosa e il loro profumo riempie l’aria. Esistono espressioni come wakaba-kaze (若葉風, “il vento che soffia la tra le giovani foglie”) oppure kusawake no kaze (草分けの風, “il vento che divide l’erba”) che evocano la freschezza e i profumi tipici di inizio dell’estate.

Otaueshinji – 御田植神事

Rikka segna anche l’avvio della stagione della semina e precede la stagione delle piogge, tsuyu, (梅雨), in giapponese.  Di conseguenza, in molte regioni durante questo periodo si svolgono feste per invocare raccolti abbondanti. Tra queste, l’Otaue Shinji (御田植神事) è un esempio particolarmente famoso.

Durante l’Otaue Shinji, donne e bambini si sottopongono a riti di purificazione prima di piantare piantine di riso ed eseguire danze tradizionali per invocare un raccolto abbondante. Queste vivaci celebrazioni mettono in mostra tradizioni culturali radicate e incarnano le speranze e le aspirazioni delle comunità agricole.

Il significato dell’Otaue Shinji

L’Otaue Shinji riveste un significato profondo nella cultura giapponese, intrecciandosi profondamente con il ciclo agricolo e la venerazione della natura. Rappresenta una messa in scena simbolica del processo di piantagione, incarnando la convivenza armoniosa tra uomo e mondo naturale.

In Giappone, cultura del riso e religione sono strettamente legate. Nella maggior parte delle regioni, la stagione agricola inizia e finisce con rituali shintoisti: si svolgono cerimonie durante la semina per invocare una buona crescita delle piantine di riso e feste del raccolto per ringraziare i kami del suo buon esito. Tra i riti di piantagione del riso più famosi del Giappone si annovera l’Otaue Shinji del santuario Sumiyoshi Taisha, che viene celebrato fedelmente fin dai tempi antichi.

La leggenda narra che il rito dell’Otaue Shinji risalga addirittura al 211 d.C., quando la leggendaria imperatrice Jingū, ordinò la creazione di una nuova risaia da dedicare alle divinità del santuario. Per preparare la risaia, fece arrivare dalle zone che oggi corrispondono alla prefettura di Yamaguchi, delle “vergini piantatrici”, conosciute come ueme (植女), appositamente addestrate. Ancora oggi, per il rito viene utilizzata la stessa risaia, situata appena a sud-ovest dell’area principale del santuario.

Il rito dell’Otaue-shinji:

L’Otaue Shinji inizia con un rituale di purificazione sia per le piantine di riso che per i partecipanti. La sacra risaia viene arata da buoi che trainano un aratro di legno, per poi essere cosparsa di acqua consacrata. Mentre le ueme piantano il riso, danzatori e musicisti in sgargianti costumi si esibiscono ai bordi della risaia. Si dice che la loro energia infonda salute e vigore alle piantine.

L’Otaue Shinji si svolge ogni anno il 14 giugno. Il governo lo ha designato come bene immateriale folkloristico.

Tradizioni propizie per il Rikka

In occasione del Rikka, che coincide con la festività del kodomo no hi (子供の日), è tradizone immergersi nello shōbuyu (菖蒲湯) e gustare i buonissimi kashiwa mochi (柏餅).

菖蒲湯 – shōbuyu : un bagno propizio

Lo shōbu (菖蒲) è un tipo di iris con lunghe foglie che assomigliano alle spade brandite deai samurai. Questa tradizione non possiede solo un simbolismo di competizione e spirito marziale legato al mondo dei samurai (尚武 – shōbu), ma si credeva anche nelle sue proprietà benefiche contro le malattie. Il suo utilizzo in questa festività è considerato un’usanza propizia.

Lo shōbu è anche una pianta officinale con proprietà che includono il miglioramento della circolazione sanguigna, l’idratazione della pelle e l’alleviamento di dolori come nevralgie, mal di schiena e mal di stomaco.

柏餅 – kashiwa mochi

Il kashiwa mochi è un dolce a base di riso glutinoso ripieno di anko (pasta di fagioli rossi dolci) avvolto in foglie di kashiwa, la quercia. La scelta di questa foglia non è casuale: la sua caratteristica di non perdere le vecchie foglie fino a quando i nuovi germogli non sono cresciuti simboleggia la prosperità e la continuità della progenie.

In un’epoca come l’era Edo, quando il tasso di mortalità infantile superava il 50%, questo dolce rappresentava un augurio per la salute e la forza dei bambini. Non sorprende che questa tradizione sia diventata così radicata.

Sebbene oggi la realtà sia, fortunatemente, ben diversa, non si può non apprezzare la saggezza e la cura con cui gli antichi usavano le tradizioni e le credenze popolari per promuovere il benessere dei più piccoli.


Lasciamo che il rikka sia un’ispirazione per vivere una vita più sana, felice e in armonia con il mondo che ci circonda.

Satsuki – 皐


Maggio è arrivato, ammantando il paesaggio con una vegetazione rigogliosa che abbaglia gli occhi. Quando si parla di nomi tradizionali giapponesi per questo mese, satsuki è sicuramente il più familiare. Ma sapete che Maggio vanta una ricca varietà di appellativi alternativi?

Molti calendari, oltre ai numeri da 1 a 12 per i mesi, riportano anche i nomi alternativi dei mesi appartenenti al kyūreki (旧暦), il vecchio calendario luni-solare. Sebbene ci sia una differenza di circa un mese tra il calendario lunare e quello solare, i nomi alternativi dei mesi, wafū-getsumei (和風月名), sono ancora molto suggestivi, apprezzati e utilizzati anche nel calendario solare.

Nella tradizione giapponese, il mese di Maggio era conosciuto con il nome di satsuki (皐月). L’origine di questo appellativo è incerta e avvolta nel fascino della storia.

Una delle ipotesi più accreditate suggerisce che il termine satsuki derivi da sanaezuki (早苗月), un termine antico che indicava il “mese del sanane“, ovvero il periodo in cui le piantine di riso venivano trapiantate nelle risaie. Con il tempo, sanaezuki si sarebbe semplificato in satsuki, conservando comunque  il legame profondo con la coltivazione del riso. Basandosi su questa ipotesi, il termine satsuki rappresenterebbe semplicemente il “mese del trapianto del riso”, sottolineando l’importanza cruciale di questa attività per la società agricola giapponese.

Anche l’adozione del primo kanji “皐” (questo kanji era utilizzato come sostituto del kanji 早 che compone il temine sanae “早苗”) che come compone la parola satsuki non è casuale. Questo carattere racchiude in sé un significato: “riso offerto ai kami“. La scelta di questo kanji riflette la venerazione e la gratitudine che il popolo giapponese nutriva nei confronti delle divinità agricole, considerate garanti del raccolto e della prosperità.

Maggio, con la sua esplosione di verdeggiante bellezza, rappresentava per i giapponesi un momento di grande fermento e speranza. Era il mese in cui si onoravano i kami, e si celebrava il rito propiziatorio del trapianto del riso, un gesto che simboleggiava la rinascita e la promessa di un futuro abbondante.


Facendo qualche ulteriore ricerca si può scoprire che oltre al sopracitato satsuki, il mese di Maggio vanta un ricco repertorio di nomi alternativi nella tradizione giapponese legata all’antico calendario lunare.

Le piantine di riso vengono coltivate nelle nawashiro (苗代), le semenzaie, fino a raggiungere un’altezza di circa 20 centimetri, pronte per essere trapiantate nelle risaie. Queste giovani piantine sono chiamate proprio sanae (早苗).

Nel calendario lunare, Maggio coincideva con il periodo del trapianto del riso, da cui il nome sanaezuki, che letteralmente significa “mese del sanae” (mese del trapianto del riso).

Samidare (五月雨) è il termine giapponese che indica lo tsuyu (梅雨), ovvero stagione delle piogge, un periodo caratterizzato da precipitazioni frequenti e intense.

Anche in questo la lettura “sa” di “samidare” (五月雨) è lo stesso “sa” di “satsuki” (皐月), mentre “midare” (みだれ) significa “gocciolare”. Nel giapponese antico, “samida” (五月雨) era usato anche come verbo, nella forma “samidareru” (五月雨る). In questa eccezione di “samidare“, assume il senso di “pioggia scrosciante”, sottolineando l’abbondanza e l’intensità delle precipitazioni tipiche di questo periodo.

In passato, le popolazioni rurali sfruttavano sapientemente le piogge di Maggio per facilitare il trapianto del riso nelle risaie. L’acqua abbondante creava infatti un ambiente ideale per l’attecchimento delle piantine e per il loro successivo sviluppo.

La coincidenza del periodo delle piogge con il mese di Maggio nel calendario lunare ha dato origine al nome samidarezuki, che testimonia il profondo legame tra la cultura giapponese e i ritmi naturali, riconoscendo nella pioggia di Maggio un elemento essenziale per la prosperità dei campi e la sussistenza della comunità.

Durante la stagione delle piogge, il cielo è spesso coperto da dense coltri di nuvole, rendendo la luna quasi invisibile. Per questo motivo, il mese di Maggio nel calendario lunare era anche conosciuto come tsukimizuzuki ( 月不見月), che letteralmente significa “mese in cui la luna scompare”.

L’oscurità persistente di queste notti di pioggia era chiamata satsukiyami (五月闇). In un’epoca priva di elettricità, la differenza di luminosità tra una notte con luna e una senza luna era abissale ed influenzava sostanzialmente la vita delle persone.

L’assenza della luna durante il mese di Maggio non era solo un fatto naturale e pratico, ma assumeva anche una valenza simbolica e poetica. L’oscurità profonda avvolgeva la natura in un velo di mistero, alimentando la fantasia e l’immaginazione. Le leggende e i racconti popolari si intrecciavano con le paure ataviche dell’uomo di fronte all’ignoto.

L’impossibilità di ammirare la luna, simbolo di bellezza e serenità, poteva anche indurre a un senso di malinconia e nostalgia. In questa atmosfera silenziosa e raccolta, le persone erano piu propense a riflettere sulla propria vita, sui propri sogni e sulle proprie paure.

L’oscurità persistente poteva anche essere vista come un monito sulla transitorietà della vita e sulla caducità di tutte le cose. La luna, pur nella sua bellezza e luminosità, era soggetta a periodi di assenza, così come la vita umana è costellata di momenti di gioia e di dolore.

L’assenza della luna durante il mese di Maggio poteva anche essere interpretata come un invito a riscoprire la bellezza dell’ordinario e a valorizzare la luce che ci circonda ogni giorno. Le stelle, pur meno appariscenti della luna, continuavano a brillare nel cielo, offrendo un tenue ma suggestivo bagliore.

Tsukimizuzuki, il mese in cui la luna scompare, rappresentava un periodo ricco di sfumature e suggestioni per le persone dell’antico Giappone. Un momento di oscurità e mistero, ma anche di riflessione, introspezione e riscoperta della bellezza dell’ordinario. Un monito sulla fragilità della vita, ma anche un invito ad apprezzare la luce che ci circonda ogni giorno.

La stagione delle piogge (梅雨, tsuyu in giapponese) coincide con il periodo di maturazione delle prugne, da cui il termine “tsuyu” (梅雨), che letteralmente significa “pioggia di prugne”.

Nel calendario lunare, Maggio corrispondeva al momento in cui le prugne, inizialmente verdi, si tingevano gradualmente di giallo e rosso. Questo fenomeno cromatico diede origine al nome alternativo Ume no irozuki (梅の色月), che significa “mese in cui le prugne si tingono di colore”.

Un altro appellativo per Maggio nel calendario lunare era umezuki (梅月 o bai-getsu), che significa semplicemente “mese delle prugne”.

L’associazione tra le prugne e il mese di Maggio testimonia il profondo legame che univa gli antichi giapponesi alla natura. Essi erano attenti osservatori del mondo naturale e ne traevano ispirazione per la loro vita quotidiana, la loro arte e la loro cultura.

I pruni e i loro frutti in maturazione rappresentavano per gli antichi giapponesi un simbolo di bellezza, fragilità e rinascita. La loro breve fioritura e il rapido passaggio dal verde al giallo e al rosso richiamavano la caducità della vita e la bellezza effimera della natura. Un momento di contemplazione della bellezza effimera della natura, un invito alla riflessione sulla vita e sulla sua transitorietà, e una celebrazione del profondo legame che univa l’uomo al mondo naturale.

Gogetsu (午月) è un altro nome per il mese di maggio in giapponese e deriva dal fatto che in questo mese si celebra il tango no sekku (端午の節句) meglio conosciuto come kodomo no hi (子供の日), il giorno dei bambini.

Il kanji tan” (端) che compone il termine “tango” preso singolarmente significa “inizio” o “primo”. In origine, il tango no sekku si celebrava il primo giorno “uma” (午) del mese, che corrisponde al segno del cavallo nello zodiaco cinese. Da qui sembra derivino le origini del termine gogetsu. Tuttavia, nel corso del tempo, la data è stata fissata al 5 Maggio.

Si dice che in questo periodo, le persone erano tormentate da malattie e insetti, quindi il tango no hi divenne anche un’occasione per scacciare gli spiriti maligni e pregare per la fine delle epidemie.

Esiste un’ altra teoria legata a questa variante del nome di Maggio importara dall’antica Cina la cui popolazione ha sempre ha dimostrato un grande interesse per il firmamento, specialmente per la costellazione dell’orsa maggiore. Secondo il sistema detto gekken (月建), le tre stelle che formano il manico del “mestolo celeste” erano conosciute con il nome di tohei (斗柄). La posizione serale del tohei rispetto ai dodici segni zodiacali cinesi determinava il nome di ogni mese.

Seguendo questa logica, il 5° mese lunare era chiamato keigo no tsuki (建午月), o uma no tsuki (午の月).

Questo sistema di denominazione lunare, basato sulla posizione dell’Orsa Maggiore, era un modo ingegnoso per tenere traccia del tempo e connettere i cicli celesti con i mesi dell’anno. Sebbene non sia più utilizzato nella vita quotidiana, offre un affascinante spunto di riflessione sulla relazione tra l’uomo e il cosmo nell’antica cultura cinese e giapponese.

Il termine giapponese tagusa (田草) si riferisce alle erbacce che crescono tra le piantine di riso nelle risaie. In questo periodo, le erbacce proliferano e la loro rimozione detta takusatori (田草取り), era un lavoro fondamentale dopo la piantagione del riso.

Le erbacce, se non estirpate, crescono rapidamente e ostacolano la crescita del riso. Per questo motivo, era necessario ripetere l’operazione più volte durante questo mese.

Il mese di maggio lunare era anche chiamato tachibazuki (橘月) perché in questo periodo fioriscono i fiori di tachibana.

Tachibana è una pianta appartenente alla famiglia degli agrumi. I suoi fiori sono bianchi e profumano di freschezza.


Satsuki, con la sua ricca storia e le sue molteplici sfumature di significato, rappresenta un affascinante tassello del patrimonio culturale giapponese, offrendo una preziosa testimonianza del profondo legame che univa l’uomo alla natura e ai suoi cicli vitali.

Shōwa no hi – 「昭和の日」

Ogni anno, il 29 Aprile, il Giappone si immerge in un’atmosfera di commemorazione e riflessione durante lo Shōwa no Hi, il “Giorno Shōwa“. Istituito nel 1989, questo giorno festivo coincide con il compleanno dell’Imperatore Hirohito, figura centrale del periodo Shōwa (1926-1989), un’epoca di profondi cambiamenti e sconvolgimenti per la nazione.

昭和

In italiano, la parola Shōwa significa “pace illuminata”. Questo è il nome attribuito postumo all’Imperatore Hirohito, e anche il nome dell’era durante la quale egli regnò.

La Kokumin no shukujitsu ni kansuru hōritsu (国民の祝日に関する法律), o “Legge sulle festività nazionali”, promulgata nel 1948, ha sancito 16 giorni festivi ufficiali nel calendario nipponico. Tra questi, lo Shōwa no Hi si distingue per la sua data fissa, che lo colloca immutabilmente nel cuore della primavera.

Diversamente da altre festività che ruotano attorno a giorni variabili della settimana, lo Shōwa no Hi offre un punto di riferimento stabile, un’occasione per ripercorrere la storia del Giappone e riflettere sul lascito del periodo Shōwa. Un’epoca segnata da conflitti e tragedie, ma anche da una tenace ricostruzione e da un’ascesa economica senza precedenti.

Il 29 Aprile rievoca un passato ricco di significati per il Giappone. Risalendo agli anni dal 1948 al 1988, questo giorno era solennemente celebrato come Tennō tanjōbi (天皇誕生日), il “Giorno del compleanno dell’Imperatore Hirohito“.

Dopo la scomparsa dell’Imperatore nel 1989, in omaggio alla sua profonda passione per la botanica, il 29 Aprile assunse una nuova veste, divenendo il Midori no Hi (みどりの日), ovvero il “Giorno del Verde”. Una giornata dedicata a riscoprire il legame con la natura, apprezzandone i doni e coltivando un animo sensibile.

Nel 2007, una modifica alla legge sui giorni festivi conferì al 29 Aprile la denominazione di Shōwa no Hi. Un’occasione per ripercorrere l’era omonima, un periodo segnato da profondi sconvolgimenti ma anche da una tenace ricostruzione, traendo preziosi insegnamenti per guardare al futuro del paese con rinnovata speranza.

Conseguentemente a questa modifica, il Midori no Hi venne spostato al 4 Maggio, conservando comunque il suo valore di sensibilizzazione verso l’ambiente e la sua tutela.

In Giappone, la celebrazione del compleanno dell’Imperatore, vanta una storia ricca di fascino e trasformazioni. Prima del 1947 (anno 22 dell’era Shōwa), questa festività era conosciuta come Tenchōsetsu (天長節), un nome che riecheggia la sua antica origine.

Le radici del Tenchōsetsu affondano nella Cina della dinastia Tang (618-907), quando l’Imperatore Xuanzong istituì la festività ispirandosi all’espressione tenchi chōkyū (天地長久) del filosofo Lao-zi. Questa locuzione, che significa “auspicare una vita infinita per l’Imperatore come quella del Cielo e della Terra”, trovò eco in Giappone nell’anno 775 (anno 6 dell’era Hōki, 770-781), quando l’imperatore Kōnin (光仁天皇) celebrò il proprio compleanno con un decreto imperiale.

Tradizionalmente, la data del Tenchōsetsu cambiava con l’ascesa al trono di un nuovo Imperatore. Pertanto, durante i regni dell’imperatore Meiji, dell’imperatore Taishō e dell’imperatore Shōwa, la festività cadeva rispettivamente il 3 Novembre, il 31 Agosto e il 29 Aprile, in concomitanza con i loro compleanni.

Con l’entrata in vigore della “Legge sui giorni festivi nazionali” nel 1948, il Tenchōsetsu venne ribattezzato Tennō tanjōbi. Alla morte dell’imperatore Shōwa, la festività fu spostata al 23 Dicembre, data di nascita dell’imperatore Akihito (明仁天皇), allora Imperatore regnante dell’era Heisei.

Dunque, se si considera l’evoluzione a partire dal Tenchōsetsu del periodo prebellico, la festività celebrata il 29 Aprile ha subito ben tre cambi di nome. La decisione di mantenere il compleanno dell’imperatore Shōwa come giorno festivo fu principalmente motivata dal timore che lo spostamento al 4 Maggio avrebbe comportato un accorciamento della Golden Week, con ripercussioni economiche e sociali negative per la popolazione.

Mentre il compleanno dell’Imperatore Meiji, il 3 Novembre, è diventato il Bunka no Hi (文化の日), il “Giorno della Cultura” e quello dell’Imperatore Hirohito è il “Giorno Shōwa“, molti si chiedono perché il compleanno dell’attuale Imperatore Emerito Naruhito, il 23 Dicembre, non sia un giorno festivo.

In effetti, durante i 30 anni dell’era Heisei (平成時代 1989-2019), il 23 Dicembre era di fatto un giorno festivo ma, con il cambio dell’era in Reiwa, molti hanno avvertito un senso di disorientamento nel vederlo diventare un giorno feriale.

Nel 2019, l’abdicazione dell’Imperatore Akihito e l’ascesa al trono del Principe Naruhito inaugurarono l’era Reiwa. Il compleanno dell’Imperatore Naruhito, il 23 Febbraio, non è attualmente un giorno festivo. Alcune discussioni si sono accese sulla possibilità di istituire l’ Heisei no Hi (平成の日), ovvero “Giorno Heisei“, il 23 Dicembre, in onore dell’Imperatore Emerito Akihito. Tuttavia, al momento, questa data rimane un giorno feriale.

La decisione di non rendere il compleanno dell’Imperatore Naruhito un giorno festivo riflette diverse considerazioni, tra cui il fatto che la sua ascesa al trono è avvenuta tramite un’abdicazione, un evento raro nella storia giapponese, e il desiderio di evitare di creare una “doppia autorità” celebrando contemporaneamente il compleanno di due imperatori.

Lo Shōwa no Hi è definito come un giorno per “ricordare l’era Shōwa, caratterizzata da periodi tumultuosi e dalla successiva ricostruzione, e per riflettere sul futuro del paese”.

L’era Shōwa, durata oltre 60 anni, è stata segnata da eventi tragici come la Guerra del Pacifico e disastri naturali senza precedenti. Per il popolo giapponese, è stata un’epoca di immense sofferenze e di rinascita. Tuttavia, ha anche visto periodi di grande prosperità, con lo svolgimento dei Giochi Olimpici di Tōkyō e dell’Esposizione Universale di Ōsaka, e la trasformazione del Giappone in una delle principali potenze economiche del mondo.

Come sottolineato dal governo giapponese, “il Giappone di oggi è stato costruito sulle fondamenta di quell’epoca. Guardare indietro all’era Shōwa, attingere alle sue lezioni storiche e riflettere sulla natura di un Giappone pacifico ci permette di trarre insegnamenti preziosi per il futuro del nostro paese.”

Lo Shōwa no Hi segna anche l’inizio della “Golden Week“, un periodo di vacanze che va dal 29 Aprile al 5 Maggio. La Golden Week è uno dei periodi festivi più lunghi in Giappone. È anche uno dei periodi di vacanza più trafficati, con molte persone che approfittano del tempo libero per fare viaggi e godersi il fresco tempo primaverile.

Alcuni scelgono anche di visitare santuari, musei o il Musashi ryōbochi (武蔵陵墓地), il Mausoleo Imperiale a Tōkyō, zona Hachiōji (dove è sepolto l’Imperatore Shōwa). In questa giornata, molti musei, come lo Shōwa-kan (昭和館), il Museo Nazionale della Memoria Shōwa di Tōkyō, organizzano conferenze per i visitatori, raccontando loro del periodo Shōwa e della Seconda Guerra Mondiale.

In diverse città del Giappone come ad esempio quella in cui vivo, per far conoscere ai bambini l’era Shōwa, un’idea interessante è quella di proporre loro giochi che erano popolari in quell’epoca. Immergersi in queste attività ricreative di una volta non solo divertirà i più piccoli, ma permetterà loro di comprendere meglio lo stile di vita e la cultura dell’era Shōwa.

L’Otedama è un gioco non competitivo di origine giapponese, in cui si utilizzano piccole palline di stoffa cucite a mano, riempite di fagioli e solitamente realizzate in casa. La sfida consiste nel mettere alla prova la propria agilità cercando di afferrare il maggior numero di palline con una mano sola, mentre se ne lancia un’altra in aria, il tutto cantando canzoni tradizionali giapponesi per bambini. Esistono diverse varianti di questo gioco e infinite possibilità per decorare le palline di stoffa con motivi personalizzati.

Questo gioco consiste nel colpire con la propria carta quella dell’avversario per rovesciarla o farla uscire dal campo di gioco. Per renderlo più coinvolgente, si possono creare Menko personalizzate decorandole con disegni e motivi originali.

Fonte Wikipedia

Utilizzando un filo di lana o di cotone, i bambini possono creare diverse forme con le dita, da soli o in collaborazione con altri.

ll taketonbo è un giocattolo volante realizzato con il bambù. I bambini si divertono a farlo roteare nell’aria sfruttando la forza delle loro mani. Oltre a utilizzare un taketonbo già pronto, viene anche insegnato ai bambini come realizzarne uno con materiali semplici come scatole di latte o cannucce.

Un gioco che consiste nel colpire con una piccola pietra (ohajiki) altre pietre disposte a terra. Il giocatore che riesce a conquistare il maggior numero di ohajiki vince la partita.


In conclusione lo Shōwa no Hi rappresenta un’occasione preziosa per riflettere sulla storia del Giappone e per onorare l’eredità dell’imperatore Hirohito. Celebrare questa ricorrenza non significa solo ricordare il passato, ma anche guardare al futuro con rinnovata speranza e impegno per la pace e la prosperità del Paese.

Oltre alle cerimonie ufficiali e alle manifestazioni pubbliche, questa festività offre l’opportunità di riscoprire le tradizioni e la cultura giapponese attraverso attività divertenti e coinvolgenti, come i giochi tradizionali, la musica e la gastronomia. Trascorrere questa giornata in famiglia o con gli amici rappresenta un modo significativo per rafforzare i legami comunitari e per trasmettere alle nuove generazioni i valori fondanti della società giapponese.

In un mondo in continua evoluzione, lo Shōwa no Hi ci ricorda l’importanza di preservare la propria identità culturale e di trasmettere alle generazioni future il rispetto per la storia e le tradizioni. Celebrare questa ricorrenza con entusiasmo e consapevolezza significa anche contribuire a costruire un futuro migliore per il paese e per i nostri figli.

Shunbun no hi, l’equinozio di primavera

La Festa di Primavera, conosciuta in giapponese come shunbun no hi (春分の日), è una delle festività nazionali più amate in Giappone. A differenza di altre festività, la data precisa di questa celebrazione non è fissa, ma varia ogni anno. In questo articolo, viaggeremo attraverso la ricca tradizione di questa festa, scoprendone le origini, il significato e le diverse sfumature.

Lo shunbun no hi è uno dei ventiquattro termini solari (nijūshi sekki, 二十四節気), che dividono l’anno in 24 segmenti basandosi sulla posizione del sole lungo la sua eclittica. In questo giorno, la durata del giorno e della notte è quasi uguale in tutto il mondo. In astronomia, il giorno di primavera segna l’inizio della primavera ed è il momento in cui si inizia a percepire il tepore primaverile.

「自然をたたえ、生物をいつくしむ」

“Onorare la natura e celebrare le creature viventi”

Secondo il naikakufu (内閣府), l’ufficio di gabinetto giapponese, questa festa nazionale (国民の祝日,kokumin no shukujitsu) è stata istituita per “onorare la natura e celebrare le creature viventi”.

Il termine shunbun è composto da due ideogrammi: shun/haru (春) che significa “primavera” e bun (分) che significa “divisione”. Come scritto in precedenza questa festa cade infatti in un giorno particolare, quando la durata del giorno e della notte è quasi uguale in tutto il mondo. Questo evento astronomico, chiamato equinozio di primavera, segna l’inizio ufficiale della stagione primaverile nell’emisfero settentrionale.

L’equinozio di primavera può verificarsi tra il 20 e il 21 Marzo di ogni anno. La data precisa viene calcolata in base a complessi calcoli astronomici che tengono conto del moto di rotazione terrestre. Per questo motivo, la festa di primavera non ha una data fissa sul calendario.

Questa data non è fissata per legge, ma viene determinata in base al reki-yōkō (暦要項), un calendario ufficiale pubblicato dall’Osservatorio Astronomico Nazionale del Giappone, il Kokuritsu-tenmon-dai (国立天文台).

Il reki yōkō viene pubblicato circa un anno prima, fornendo la data ufficiale dello shunbun no hi per l’anno successivo

Secondo quando riportato sul sito dell’ Osservatorio Astronomico Nazionale, sebbene il shunbun no hi cada generalmente il 20 o 21 Marzo di ogni anno, la data precisa può variare a causa di due fattori principali:

  1. Il moto del Sole e della Terra:

Il Sole si muove lungo un’orbita immaginaria chiamata eclittica, kōdō (黄道) in giapponese.

L’equatore terrestre, se prolungata fino al cielo, forma un’altra linea immaginaria chiamata equatore celeste, ten no sekidō (天の赤道) in giapponese.

I due punti in cui l’eclittica e l’equatore celeste si intersecano sono chiamati punto di primavera (春分点, shubun ten) e punto d’autunno (秋分点, shūbun ten).

Lo shunbun no hi cade il giorno esatto in cui il sole, lungo la sua orbita eclittica attraversa il punto di primavera.

  1. Le variazioni del moto terrestre:

La rotazione terrestre non è costante e può subire lievi accelerazioni o decelerazioni nel tempo.

Questi cambiamenti, seppur minimi, possono accumularsi e causare un leggero spostamento del punto di primavera.

Per questo motivo, la data dello shunbun no hi non è mai la stessa e deve essere calcolata ogni anno con precisione.

Le feste nazionali giapponesi hanno spesso origine da cerimonie religiose, conosciute come kyūchū-saishi (宮中祭祀) tenute dall’imperatore e dall’imperatrice per la felicità del popolo. Il giorno di primavera non è da meno, traendo origine dalla cerimonia di primavera per gli spiriti imperiali, la shunki kōreisai (春季皇霊祭).

Questa cerimonia celebra il periodo in cui tutta la vita nella natura si risveglia e rinasce. Per questo motivo, dopo la Seconda Guerra Mondiale, il giorno di primavera è stato adottato come festa nazionale.

Sebbene comunemente chiamata festa di primavera, lo shunhun no hi, nello Shintō è anche conosciuto come “Cerimonia di Primavera per gli Spiriti Imperiali” (春季皇霊祭, Shunki Kōreisai).

Si tratta del nome antico della festività e, pur essendo oggi una festa nazionale, le sue origini risiedono in un rito religioso. In origine, l’imperatore si recava presso il Kōreiden (皇霊殿), uno dei tre santuari presenti all’interno del palazzo imperiale, per venerare gli spiriti dei suoi antenati, a partire dai primi imperatori fino ai membri defunti della famiglia imperiale.

Le prime attestazioni di questo rituale si trovano nel Kojiki (古事記) e nel Nihon Shoki (日本書紀) due testi storici giapponesi. Inizialmente, durante il periodo Heian (平安時代794-1185), la cerimonia si svolgeva secondo la tradizione buddista nel seiryōden (清涼殿) all’interno del Kyōto-gosho (京都御所), il palazzo imperiale di Kyōto. Tuttavia, durante il periodo Meiji (明治時代, 1868-1912), il rito venne convertito in un culto shintoista.

Questo giorno ci fa riflettere sulla nostra stessa esistenza, frutto del sacrificio e del lavoro dei nostri antenati.

Importante è ricordare il legame del shunbun ni hi con la festività buddista dell’Ohigan (お彼岸)

L’Ohigan (お彼岸) è una festività buddista celebrata due volte all’anno, in corrispondenza proprio dell’equinozio di  primavera e dell’equinozio d’autunno (秋分の日, shūbun ni hi). La celebrazione vera e propria dura sette giorni, includendo i tre giorni prima e i tre giorni dopo l’equinozio.

Nella tradizione dello Jōdo Shinshū (浄土真宗, il Buddismo della terra pura), il mondo in cui viviamo, pieno di sofferenza e illusioni, è chiamato shigan (此岸, letteralmente “questo mondo”), mentre il nirvana, la terra della beatitudine eterna, è chiamato higan (彼岸, letteralmente “l’altra riva”).

Durante gli equinozi, giorno e notte hanno la stessa durata. Secondo la tradizione, in questo periodo il confine tra il mondo dei vivi e quello dei morti si assottiglia. Questo cambio di stagione diventa un’occasione per la riflessione personale e per ricordare e onorare i defunti.

Il cibo tipico di questa giornata è il bota-mochi (ぼた餅), un dolce fatto con il mochigome (糯米/もち米), riso glutinoso e ricoperto di pasta di azuki (小豆), i fagioli rossi. Il colore rosso della pasta di fagioli è considerato un portafortuna e si dice che abbia il potere di allontanare gli spiriti maligni. Si pensa che l’usanza di mangiare il botamochi derivi dalla tradizione di offrirlo agli antenati durante l’Ohigan.

Il termine botamochi (牡丹餅) è composto da due kanji (anche se quasi sempre lo si vede scritto in hiragana):

Bota (牡丹) che significa “peonia”

Mochi (餅) che significa “dolce di riso glutinoso”

Si crede che l’origine del nome sia legata all’aspetto del dolce. La forma arrotondata del botamochi, servito spesso avvolto in un foglio di bambù, ricorda infatti il nocciolo del fiore di peonia.

Esistono due teorie principali sul perché il botamochi sia stato associato alla peonia:

  1. Periodo di fioritura:

Il botamochi viene tradizionalmente consumato durante la stagione della peonia, che in Giappone va da metà Marzo a Maggio. In questo periodo, i fiori di peonia sbocciano in tutta la loro bellezza, e il dolce rappresenta un modo per celebrare questa stagione. Il colore rosso dei fiori di peonia è considerato di buon auspicio in Giappone.

  1. Simbolismo:

La peonia con il suo colore rosso è un fiore molto apprezzato in Giappone, simbolo di ricchezza, prosperità e fortuna. Il botamochi, con la sua forma rotonda e il colore rosso rimanda a questi stessi simboli, assumendo un significato propiziatorio .

Le prime attestazioni del botamochi risalgono al periodo Heian (平安時代, 794-1185). In quel periodo, il dolce era conosciuto come kaimochi (かいもち). Il nome botamochi si diffuse in seguito, diventando il termine più utilizzato a partire dal periodo Edo (江戸時代, 1603-1868).

「棚からぼたもち」

Tana kara botamochi

Esiste un proverbio giapponese che recita: Tana kara botamochi (棚からぼたもち), che significa letteralmente “un botamochi cade da una mensola”. Il proverbio è usato per indicare una situazione di fortuna inaspettata, un vero e proprio “colpo di fortuna”.

Il potere benefico del riso rosso, sekihan: un tocco di fortuna per l’equinozio.

Analogamente al botamochi, anche il sekihan (赤飯, riso rosso con fagioli azuki) è considerato un alimento con proprietà propiziatorie.

Il termine sekihan (赤飯), vuole dire letteralmente “riso rosso”, indica un piatto tipico della cucina giapponese a base di mochigome (餅米, il riso glutinoso) e fagioli azuki.

Le origini del sekihan sono antiche e risalgono al periodo Jomon (縄文時代, 14.000-300 a.C.). In origine, il piatto era preparato con riso selvatico e fagioli rossi fermentati. La versione moderna si è diffusa durante il periodo Edo (1603-1868).

Fin dall’antichità in Giappone, si credeva che il colore rosso dei fagioli azuki avesse il potere di scacciare gli spiriti maligni. Per questo motivo, durante l’equinozio di primavera e d’autunno, è tradizione preparare e offrire il sekihan come simbolo di buon auspicio e protezione.

Il consumo del sekihan durante l’equinozio assume un significato più profondo, associandosi al rituale di purificazione e rinascita. Il colore rosso, emblema di vitalità e forza, rappresenta la vittoria della vita sulla morte e la speranza di un nuovo inizio.

La preparazione del sekihan è semplice e richiede pochi ingredienti: mochigome, riso glutinoso, fagioli azuki, acqua e sale. Il riso viene cotto a vapore insieme ai fagioli, assumendo una caratteristica colorazione rosso intenso. Il sapore dolce e leggermente salato del sekihan lo rende un piatto versatile, perfetto per accompagnare diverse pietanze o da gustare da solo.

Esistono diverse varianti del sekihan a seconda della regione del Giappone. In alcune zone si aggiungono verdure, castagne o altri ingredienti al riso.

Oltre al suo valore simbolico, il sekihan rappresenta un momento di condivisione e convivialità. Durante l’equinozio, le famiglie si riuniscono per preparare e gustare questo piatto antico, tramandando di generazione in generazione una questa ricetta ricca di significato e di gusto.

Il passaggio dall’inverno rigido alla mite primavera rappresenta un momento di cambiamento delicato per il nostro corpo. Le temperature incostanti e il risveglio della natura possono influenzare il nostro equilibrio e le nostre difese.

In Giappone, per accompagnare questo periodo di transizione, esiste una tradizione secolare: il consumo di higan-soba (彼岸そば) e higan-udon (彼岸うどん), i soba e gli udon dell’equinozio di primavera o dello Ohigan)

Questi due tipi di alimenti sono particolarmente indicati per questo periodo grazie alle loro proprietà:

Digestibilità: facili da digerire, aiutano a lenire lo stomaco e l’intestino dopo i rigori invernali.

Nutrienti: ricchi di carboidrati, forniscono energia e sostengono il corpo durante il cambio di stagione.

Simbolismo: la caratteristica lunghezza di soba e udon rappresenta la longevità e la prosperità.

Consumare i soba e udon durante l’equinozio di primavera non è considerato solo un mero atto di gusto, ma un vero e proprio rituale di benessere. Un momento per prendersi cura di sé, con un piatto semplice e nutriente che rinvigorisce il corpo e lo spirito.

Il loro sapore delicato e versatile si presta a diverse preparazioni, con brodi caldi o freddi, verdure di stagione e altri ingredienti a seconda dei gusti e delle tradizioni locali. Un piatto che unisce gusto e tradizione, celebrando la rinascita della natura e la nuova energia della primavera.

Questi alimenti rappresentano un ponte tra passato e presente, un antico rituale che si rinnova ogni anno, unendo la saggezza della tradizione al gusto e al benessere del corpo. Un modo per connettersi con la natura e con i propri cari, assaporando un piatto semplice ma ricco di significato.

Conosciuta anche come hyakka no ō (百花の王), la “regina dei fiori”, la peonia si distingue per la sua bellezza regale, con fiori grandi e colorati che sbocciano in primavera.

La peonia è un simbolo di buon auspicio in molte culture, associata alla ricchezza, alla prosperità e alla felicità. In Cina, è considerata un fiore sacro e viene spesso regalata come simbolo di augurio per il nuovo anno.

La peonia compare in diverse forme d’arte giapponesi, come la poesia, la letteratura e la pittura. Il suo nome, botan (牡丹), deriva da “botan-e“, che significa “fiore rosso”. La peonia è anche un motivo decorativo popolare sin dal periodo Heian, presente su kimono, ceramiche e altri oggetti d’arte.

Dalla fine di marzo alla fine di aprile, gli alberi di magnolia ci regalano la loro bellezza con fiori che sfoggiano un delicato contrasto: bianco all’interno e rosso porpora all’esterno.

I boccioli della magnolia custodiscono un segreto: sono sempre rivolti verso nord. Un enigma che ha dato origine al soprannome di “fiore bussola”.


La Festa di Primavera rappresenta un momento di rinascita e di speranza per il popolo giapponese. È un’occasione per riflettere sulla bellezza della natura e per apprezzare i doni che essa ci offre. Le celebrazioni di questa festa sono un modo per rafforzare il legame con la tradizione e per guardare al futuro con ottimismo.

啓蟄 – Keichitsu

Questa mattina, mentre mi avviavo verso il genkan il calendario appeso alla parete mi ha ricordato che domani, 6 Marzo, è il giorno del Keichitsu (啓蟄), il “risveglio degli insetti”. È quel momento dell’anno in cui gli insetti cominciano a emergere dalla terra, lasciandosi alle spalle il gelo dell’inverno.

Vivendo in Giappone da più di 10 anni, sono riuscito a percepire il profondo legame che il suo popolo ha con le stagioni, un legame molto diverso da quello che conoscevo prima del mio trasferimento.

L’importanza e l’influenza delle stagioni sulla vita quotidiana affondano le loro radici nell’antico Giappone agricolo, dove l’osservazione del ciclo stagionale era fondamentale per adattarsi alle mutevoli condizioni climatiche. Questa consapevolezza permea ancora oggi vari aspetti della cultura giapponese che ho imparato a conoscere nel corso degli anni.

Nella cucina giapponese, ad esempio, si privilegia l’utilizzo di ingredienti stagionali, che riflettono la freschezza e la varietà delle stagioni. Anche nel design del packaging dei prodotti commercializzati e nelle campagne pubblicitarie, si nota un’attenzione particolare alla stagionalità e alla natura mutevole dell’ambiente circostante.

Questo profondo rispetto per le stagioni è diventato parte integrante della mia esperienza qui in Giappone, arricchendo il mio rapporto con la cultura e l’ambiente che mi circonda.

Da quando mi sono trasferito in Giappone, ho scoperto un approccio unico alla percezione delle stagioni, che si discosta notevolmente dalla nostra consapevolezza delle quattro posizioni fondamentali del sole (gli equinozi e i solstizi, che delineano le quattro stagioni).

Qui in Giappone, così come in altre zone dell’Asia, ho imparato che si individua una serie molto più fitta di posizioni del sole che si succedono approssimativamente ogni 15 giorni, dando origine a stagioni chiaramente definite e ricche di significato. Questa prospettiva mi ha permesso di apprezzare e comprendere meglio il profondo legame che i giapponesi hanno con la natura e con il passare del tempo.

Ho sperimentato personalmente la differenza nello scorrere delle stagioni rispetto all’Italia, dove il concetto di quattro stagioni è saldamente radicato. Qui, le stagioni non sono solo quattro, ma molte di più, ognuna con una caratteristica precisa che riflette un momento distintivo nel ciclo della natura.

Questa prospettiva mi ha fatto comprendere quanto il concetto di tempo e stagioni sia diverso qui in Giappone, e ho potuto sperimentare personalmente come il fluire del tempo si manifesti in modo unico sulla mia pelle, offrendomi una nuova prospettiva sul ciclo della natura e sul passare delle stagioni.

Prima dell’adozione del calendario gregoriano nel 1873 durante il periodo Meiji (1868-1912), il Giappone utilizzava il kyūreki (旧暦), il calendario lunare per contare il tempo. L’ anno era suddiviso in 24 parti dette setsu (節句), conosciuti anche come termini solari, secondo la definizione dei nijūshi-sekki (二十四節気) ovvero i 24 momenti salienti caratterizzanti ogni setsu. Questi segnano lo scorrere del tempo e il cambio delle stagioni, permettendo di percepire con precisione il momento in cui ci si trovava nel ciclo annuale.

Questo calendario si basava sul ciclo di crescita e declino della luna, risultando spesso non in sincronia con le effettive stagioni. Di conseguenza, gli agricoltori si basavano sui nijūshi sekki (i 24 termini solari) per determinare i tempi di semina e raccolta nei loro campi.

I nijūshi sekki iniziano con il giorno del risshun (立春, “l’inizio della primavera”) e terminano con daikan (大寒 “la stagione più fredda”).

I nijūshi sekki non solo diventarono un mezzo pratico per riconoscere i cambiamenti stagionali, ma anche giorni in cui si celebravano una varietà di feste popolari. In particolare, giorni come setsubun (節分, il giorno prima di risshun), il shunbun (春分)l’equinozio di primavera), il shūbun (秋分 l’equinozio d’autunno) e il tōji (冬至, solstizio d’inverno) divennero momenti significativi in cui una vasta gamma di festività religiose, risalenti all’antichità, si svolgevano sia alla corte imperiale che tra la gente comune.

Questa stretta connessione tra i nijūshi sekki e i matsuri giapponesi riflette la profonda relazione del popolo giapponese con le stagioni e le tradizioni culturali che ne derivano.

Fino al 1843, alla fine del Periodo Edo (1603-1868), le divisioni stagionali venivano calcolate dividendo l’anno lunare in ventiquattro parti uguali, utilizzando un metodo noto come heikihō (平気法) o kōkihō (恒気法). Successivamente fu introdotto un metodo diverso chiamato teikihō (定期法), basato su ventiquattro divisioni uguali.

Il sistema precedente si fondava su un mese lunare di 28 giorni, il quale risultava più breve di diversi giorni rispetto all’anno solare di 365 giorni. Questo rendeva necessaria l’inserzione di un mese intercalare ogni due o tre anni. Con il nuovo metodo, il ciclo è suddiviso in ventiquattro parti uguali, riducendo al minimo le variazioni annuali.

Keichitsu (啓蟄) è proprio uno di questi 24 termini solari. La parola si compone di 2 kanji, 啓 (kei o hiraku) significa “apertura, aprirsi” e 蟄 (chissu) indica proprio il letargo degli insetti durante i gelidi mesi invernali.

Keichitsu, rappresenta un momento significativo dell’anno, indicando la posizione precisa del sole mentre avanza nel suo ciclo annuale, marcando l’inizio del declino dell’inverno e l’avvicinarsi della primavera. Questo periodo, che cade intorno al 5-6 marzo nel calendario gregoriano e si conclude nel giorno del shunbun (春分, equinozio di primavera) il 20 Marzo, segna il momento in cui le temperature iniziano a risalire, sciogliendo il gelo invernale e permettendo agli insetti di risvegliarsi e tornare alla vita attiva. È un momento di transizione, in cui la natura comincia a risvegliarsi dalla sua dormienza invernale, anticipando il ritorno della vitalità e della rinascita che caratterizzano la stagione primaverile in Giappone.

Keichitsu è anche conosciuto come sugomori-mushito wo hiraki (蟄虫啓戸). Ovvero gli insetti che si risvegliano dal letargo invernale iniziano a muoversi.

I kanji di hiraku (啓, aprire) e to (戸, porta) fa riferimento alla fine del letargo quando gli insetti e gli animali escono dalle loro tane ai primi tepori primaverili.

Il kanji 蟄 all’interno del composto 蟄虫啓戸 significa proprio  che gli animali si nascondono nel terreno durante il periodo invernale.

Il kami 啓 significa aprire qualcosa che è stato chiuso.

Infine il kanji 戸 si riferisce a una porta.

Anche se utilizziamo il termine mushi (虫) “insetti”, è importante notare che si tratta di una categoria ampia che include vari animali come rane, serpenti e lucertole, e tutti iniziano il loro risveglio in questo periodo.

Questi animali, considerati sotto il termine ombrello “mushi“, potrebbero suscitare una certa inquietudine per chi ha paura di rane o serpenti. Tuttavia, l’immagine di queste creature che emergono, ancora un po’ assonnate, è un momento tenero che ci fa sorridere e augurare con serenità all’arrivo della bella stagione.

Con il tepore del sole che avvolge il paesaggio, in Giappone è giunto il momento perfetto per dare inizio ai lavori agricoli.

Da tempi antichi, l’ 8 Febbraio è conosciuto come kotohajime (事始め) ovvero il momento di inizio delle celebrazioni annuali e dei cicli agricoli.  Questa data, legata al calendario lunare, coincide con il periodo attuale di Marzo, segnando l’avvento della primavera. L’8 Febbraio rappresenta l’inizio di un lungo viaggio attraverso le stagioni agricole, conosciuto con il nome di koto-yōka (事八日), che termina con il koto-osame (事納め) dell’8 Dicembre.

Con l’avvio dei lavori agricoli, si accolgono i raccolti autunnali, e così, da tempi immemorabili, la vita agricola in Giappone è stata scandita dal susseguirsi delle stagioni. Il calendario e la coltivazione del riso, in particolare, sono intrecciati in un legame indissolubile, riflettendo la natura ciclica della vita agricola.

Sebbene io possa solo immaginare la fatica e la gioia di questo stile di vita, mi ritrovo a percepire un senso di affetto mentre a cena preparo il riso o lo mangio assieme alla mia famiglia, consapevole delle molteplici emozioni trasmesse attraverso questo semplice gesto. La storia dell’agricoltura giapponese è un viaggio che abbraccia le stagioni, un’ode alla connessione intima tra l’uomo e la natura.