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Frizioni storiche fra Tibet e Giappone

Sebbene attualmente non ci siano particolari attriti tra la piccola comunità della diaspora tibetana in Giappone, appena cento individui, e i locali, la domanda si riferisce alla prospettiva storica e qua le cose si fanno un po’ più complesse. Facciamo un passo indietro alla prima metà del secolo scorso, l’Europa è scossa dalle ideologie e dagli estremismi, visioni del mondo inconciliabili tra di loro, una cupa atmosfera che porterà ai due conflitti mondiali, tra esse il nazismo accarezzerà e accoglierà in sé mitologie, esoterismo e idee antiscientifiche o antistoriche pur di assecondare la propria narrazione che vede la razza ariana egemone e di sostenere la sua corsa con qualsiasi mezzo, inclusa la magia nera. Meno note al grande pubblico occidentale pure in Giappone emergono in loco o attecchiscono idee non meno astruse a supporto della propria grandeur militare e di una ricostruzione assolutamente parziale della Storia per sostenere il progetto di “estendere il proprio protettorato su tutta l’Asia”.

Questa premessa perché non solo i nazisti si misero alla ricerca delle proprie fantomatiche origini ariane con spedizioni come quelle della Deutsches Ahnenerbe – Studiengesellschaft für Geistesurgeschichte (Eredità tedesca degli antenati – Società di studi per la preistoria dello spirito) capitanata nientemeno che da Himmler, ma pure membri della 玄洋社/Gen’yōsha (lett. “Società dell’Oceano Nero),l’associazione segreta ultranazionalista giapponese si diressero a Lhasa e dintorni mossi dall’ideologia pan-asiatista e pan-buddhista che lo considerava di cruciale importanza per questo, il Tibet divenne quindi un crocevia di monaci e spie nipponiche a partire da Ekai Kawaguchi, in rappresentanza dei primi, e da Narita Yasuteru per le seconde.

In questo senso il Tibet e i suoi abitanti hanno esercitato una considerevole attrazione per l’intelligentsia di Tokyo e sebbene la stessa bandiera tibetana sia stata disegnata da un giapponese, il monaco Aoki Bunkyō, le ragioni di stato di quegli anni hanno fatto declinare la richiesta avanzata dal Dalai Lama dell’epoca, mi riferisco al quarantennio d’indipendenza de facto del Tibet (1912–1951), al governo nipponico, di supportarli nel mantenimento della stessa e riconoscimento anche de jure in quanto quest’ultimo ha preferito la tutela dei propri rapporti col Regno Unito.

Concludendo, direi che storicamente i giapponesi, almeno le sue elite e le autorità buddhiste, hanno mostrato un rispetto verso i tibetani, di gran lunga superiore a quanto espresso verso i popoli più ad essi vicini.