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兄弟島

Tra l’isola di Kyūshū e Gotō-rettō (五島列島), l’arcipelago delle Gotō, non lontano da casa mia, si estende un mare conosciuto come Sumō-nada (角力灘). Immerse nelle sue acque turchesi, si ergono tre isole conosciute come: Oozumō-jima (大角力島), Kozumō-jima (小角力島) e infine una terza chiamata hako-shima (母子島).

Una di queste isole custodisce un’antica leggenda che, come un sussurro tra le onde, si tramanda di generazione in generazione.

L’isola sulla sinistra, conosciuta come Oozumō-jima, ha una forma davvero singolare. Attraversata da un foro centrale, spesso attraversato anche dalle imbarcazioni turistiche, questa curiosa formazione rocciosa è conosciuta anche come hongee-jima (本げえ島). Un altro nome con cui è conosciuta è kyōdai-jima (兄弟島), “Isola dei fratelli”, data la sua somiglianza a due lottatori impegnati in un eterno duello.

Un’antica leggenda narra di un pescatore che, al suo ritorno dal mare, portò in dono ai suoi due figli un mikan (un agrume simile ad un mandarino ma molto più dolce) e un pesce. I due fratelli, incapaci di dividersi equamente i regali del padre, iniziarono a litigare furiosamente. In preda all’ira, il padre punì entrambi con crudeltà inaudita: al più giovane tagliò la spalla, mentre al maggiore squarciò il ventre.

Legati insieme, i due fratelli vennero poi gettati in mare. Secondo la leggenda, i loro corpi si trasformarono nelle rocce che oggi sono chiamate kyōdai-iwa (兄弟岩). Ancora oggi, si dice che sulla cima dell’isola cresca un albero di mikan, simbolo della discordia che portò alla tragedia. La roccia di sinistra, con la sua forma simile a una spalla mutilata, rappresenta il fratello minore. Quella di destra, più alta e con un incavo simile a un ventre squarciato, rappresenta il fratello maggiore.

L’isola dei fratelli, con la sua storia tragica, viene spesso raccontata ai bambini in queste zone e serve da monito per le generazioni future, ricordando loro le terribili conseguenze causate dalla discordia e dell’invidia.

Come ho scritto nel mio articolo sul blog “Ombrelli Rotti” dedicato alla Nagasaki Sunset Road, sono numerosi i turisti che si recano nella zona di Sotome per ammirare il sole che al tramonto si specchia nelle acque del mare di Sumō-nada. Lo spettacolo offerto dal cielo e dal mare è in continua evoluzione, cambiando forma e colore con il cambio delle stagioni. Ogni visita regala un’esperienza unica e indimenticabile.

外海

Le vacanze della Golden Week sono appena finite e, come dopo ogni periodo di pausa, i miei figli al rientro all’asilo dovranno raccontare ai loro compagni le avventure vissute durante il periodo di ferie. Quest’anno, per rendere il loro “speech” ancora più interessante, abbiamo deciso di organizzare una gita fuori porta a tema storico. La nostra destinazione? La vicina cittadina di Sotome, immersa nella prefettura di Nagasaki e ricca di tracce affascinanti del passato cristiano.

Perché questa piccola località, adagiata tra le montagne del Kyūshū e affacciata sul Gotō-nada (五島灘) custodisce un tesoro inestimabile: i resti di una comunità cristiana che, nei secoli scorsi, si nascose in quest’area per fuggire all’editto Tokugawa che bandiva il cristianesi e i suoi fedeli. Una storia poco conosciuta, ma che merita di essere raccontata, soprattutto ai più piccoli.

Durante la nostra gita, abbiamo visitato alcuni dei luoghi simbolo del cristianesimo a Sotome. Abbiamo visitato due chiese stupende, esplorato un cimitero cristiano risalente al XIX secolo e un raro santuario dedicato ad un gesuita portoghese. I miei figli sono rimasti affascinati da questo viaggio nel tempo, incuriositi dalle storie e dalle leggende che popolano questi luoghi silenziosi e carichi di mistero.

Adagiata tra la zona di Nagasaki e Saikai, Sotome si affaccia sul Gotō-nada (五島灘), conosciuto anche come sumō-nada (角力灘), un’area marina che divide il Kyūshū da Gotō-rettō (五島列島), l’arcipelago delle isole Gotō.

Tra il 1600 e il 1800, durante il periodo di bando del Cristianesimo in Giappone, questo zona si trasformò in un rifugio sicuro per i “cristiani nascosti”, noti come senpuku kirishitan (潜伏キリシタン). Attratti dalla sua posizione isolata e raggiungibile solo via mare, che permetteva loro di professare la loro fede in segreto, molti fedeli emigrarono qui da diverse zone dell’odierna prefettura di Nagasaki.

Padre Marc Marie de Rotz, missionario francese giunto a Sotome, ebbe un ruolo fondamentale nella rinascita del Cristianesimo. La sua opera più significativa fu la costruzione della Chiesa di Shitsu, eretta su una collina che domina il mare e divenuta un simbolo di speranza per i fedeli perseguitati.

L’arrivo di Francesco Saverio nel 1549 segnò l’introduzione del Cristianesimo in Giappone. La rapida diffusione della nuova fede destò timori nello shogunato Tokugawa, che la vide come una minaccia al proprio potere. Iniziò così un periodo di persecuzioni che culminò nel bando ufficiale del Cristianesimo nel 1614. Nonostante la repressione, alcuni fedeli continuarono a praticare la loro religione in segreto.

Il Sakoku (鎖国), “paese chiuso”, fu una politica di isolamento attuata in Giappone durante il periodo Edo (1603-1867). Emanate tra l’inizio e la metà del XVII secolo, le direttive del Sakoku imposero al Giappone un autoisolamento dalle potenze straniere. Tra le misure adottate vi furono il bando del Cristianesimo, la proibizione ai cittadini giapponesi di viaggiare all’estero e di farne ritorno, e restrizioni al commercio internazionale con diverse nazioni. La diffidenza nei confronti degli stranieri fu il principale fattore alla base del Sakoku.

Tokugawa Ieyasu, temendo che il Cristianesimo potesse minare il suo potere, lo bandì dal Giappone. Condividendo la xenofobia diffusa tra i leader dell’epoca, Ieyasu sospettava che gli stranieri, in particolare gli europei bianchi (spagnoli), avessero mire espansionistiche sul Giappone. Il Cristianesimo, visto come strumento di controllo sociale e di sovversione dei valori tradizionali, venne associato a queste minacce esterne. Di conseguenza, Ieyasu proibì sia l’ingresso agli stranieri che la pratica del Cristianesimo durante il suo shogunato.

Calò un velo di silenzio sul Giappone: il periodo Edo aveva decretato l’isolamento del paese. Per le potenze esterne, le relazioni diplomatiche e commerciali erano quasi impossibili, ad eccezione di Olanda e Cina. Il Sakoku, questa politica di chiusura, strinse il Giappone in un abbraccio autarchico per quasi duecentocinquant’anni. Solo nella metà del XIX secolo, sotto la spinta di pressioni esterne, il Giappone si vide costretto ad aprire nuovamente le sue porte al mondo.

Nonostante la persecuzione dello shogunato Tokugawa (1600-1868), che bandì il Cristianesimo e deportò i missionari, alcuni fedeli giapponesi non rinunciarono alla loro fede. In villaggi remoti e sulle isole di Nagasaki e Kumamoto, continuarono a praticare la loro religione in segreto, tramandando gli insegnamenti dei missionari e nascondendo oggetti cristiani nelle loro case, rischiando la vita. Le autorità li soprannominarono “senpuku kirishitan” (潜伏キリシタン), che significa “cristiani nascosti”, per indicare la loro fede clandestina. Il termine kirishitan deriva dal portoghese “Christão” e si riferiva al cattolicesimo o ai suoi seguaci dopo l’arrivo di Francesco Saverio in Giappone, fino alla revoca del bando nel 1873.

I senpuku kirishitan erano un gruppo di giapponesi che, pur professando pubblicamente il Buddismo per sfuggire alle persecuzioni, in realtà continuavano a praticare la loro fede cristiana in segreto. Questa strategia di mimetizzazione era necessaria per evitare le severe punizioni inflitte dal governo a chi professava apertamente il Cristianesimo. Esteriormente, i senpuku kirishitan partecipavano a cerimonie e riti buddhisti, ma in segreto custodivano la loro fede cristiana e la trasmettevano alle generazioni successive.

Nonostante la fine della repressione e la revoca del bando del Cristianesimo, un gruppo significativo di senpuku kirishitan non volle ricongiungersi alla Chiesa Cattolica. La ragione di questo rifiuto risiedeva nella necessità di modificare o abbandonare alcuni dei loro riti e oggetti religiosi, che erano diventati parte integrante della loro fede tramandata di generazione in generazione.

Questi gruppi, che scelsero di mantenere intatti i riti e le preghiere appresi fin dall’infanzia, vennero denominati kakure Kirishitan (Cristiani Nascosti) per distinguerli dai senpuku kirishitan del periodo di proibizione Tokugawa. Considerati discendenti storici dei senpuku kirishitan per la loro fedeltà alle tradizioni tramandate dagli antenati, alcuni studiosi li vedono tuttavia come un gruppo che si è allontanato dal Cristianesimo ortodosso, avvicinandosi maggiormente alle religioni popolari giapponesi.

Il termine kakure kirishitan quindi, identifica coloro che, pur potendo professare liberamente la loro fede dopo la revoca del divieto del Cristianesimo, scelsero di non ricongiungersi alla Chiesa Cattolica. Questi gruppi continuarono ad aderire alle credenze e alle pratiche religiose sviluppatesi durante il periodo di clandestinità, dando vita a una forma unica di Cristianesimo.

Verso la fine del periodo Edo, il dominio di Ōmura fu annesso a quello di Saga, che si distingueva per una maggiore tolleranza nei confronti dei cristiani. Durante il Bakumatsu (1853-1868, periodo che precedette la Restaurazione Meiji), quando Padre Petitjean visitò la zona di Sotome, i senpuku kirishitan professarono apertamente la loro fede. Tuttavia, una parte dei cristiani della zona, preoccupati per la persistenza del divieto del cristianesimo non ancora formalmente revocato, si consultarono con il capovillaggio e con un ufficiale del villaggio. Per scoraggiare l’adesione agli insegnamenti dei missionari stranieri, decisero di rubare la preziosa immagine di San Michele e un’altra raffigurante i 15 Misteri del Rosario.

Il furto delle immagini sacre scatenò l’ira dei cristiani nascosti, provocando un tumulto di notevoli proporzioni. Questo evento ebbe come conseguenza una scissione all’interno della comunità senpuku kirishitan di Sotome: una fazione decise di abbracciare apertamente il Cattolicesimo, mentre l’altra, i kakure kirishitan, preferì rimanere nascosta, spostandosi anche nelle vicine isole dell’arcipelago di Gotō.

È una chiesa cattolica situata a Sotome. Fu costruita nel 1882 su progetto di padre Marc Marie de Rotz, un missionario francese, e completata nel 1885.

Motivato dalla convinzione che la zona necessitasse di un luogo di raduno per la fede, Padre de Rotz investì i propri fondi nella costruzione di una chiesa. Egli si impegnò personalmente sia nella progettazione che nella realizzazione dell’edificio. Il terreno prescelto per l’edificazione era un pendio lievemente elevato, scelta motivata dal desiderio di rendere la chiesa visibile da un’ampia area

La costruzione della chiesa non fu possibile solo grazie all’impegno di Padre de Rotz, ma anche alla preziosa collaborazione dei cristiani locali. Essi si dedicarono con dedizione a lavori faticosi, trasportando legname tagliato dalle montagne e mattoni trasportati via barca fino al litorale, contribuendo in modo significativo alla realizzazione dell’edificio sacro.

Nel 1882, dopo un anno di lavori, venne completata la magnifica chiesa bianca, immersa tra risaie a terrazze. La sua struttura, realizzata in mattoni e successivamente intonacata, presenta ingressi a volta e cornici alle finestre che si inseriscono con armonia nel paesaggio circostante. L’interno, pur nella sua semplicità, emana un’atmosfera solenne.

Data la forte ventosità che caratterizza la zona di Sotome, si presume che la chiesa sia stata costruita con un tetto volutamente basso. Un abitante della zona con cui ho parlato mi ha raccontato che che anche il villaggio natale di Padre de Rotz è soggetto a venti intensi e che ospita una chiesa simile a quella di Shitsu per forma. È possibile che il missionario si sia ispirato alla chiesa del suo paese natale nel progettare la chiesa di Sotome.

Attratto dalle vicende del cristianesimo a Nagasaki, negli ultimi anni mi sono immerso nella storia di Padre de Rotz e della sua vita in terra nipponica.

Originario di una nobile famiglia francese, Padre de Rotz giunse in Giappone all’età di 28 anni. Tra le sue numerose realizzazioni ricordiamo le stampe litografiche da lui create e le scuole di teologia latina che fondò, sia presso la Cattedrale di Oura a Nagasaki che a Yokohama. All’età di 39 anni, dopo undici anni di permanenza in Giappone, fu destinato alla missione di Sotome. I suoi scritti rivelano il profondo impatto che la povertà della gente del luogo ebbe su di lui, contribuendo a maturare in lui un forte senso del dovere nei loro confronti.

Padre de Rotz svolse un ruolo fondamentale nello sviluppo di queste zone. Oltre alla costruzione delle chiese di Shitsu e Ono, che fungevano da centri per le sue attività missionarie, egli fondò un istituto per l’impiego e l’emancipazione femminile. Inoltre, insegnò tecniche agricole alla popolazione locale, utilizzando terreni bonificati e coltivati a sua cura. Fornì inoltre assistenza ai pescatori per la manutenzione del porto e si adoperò per la cura delle strade nei dintorni del villaggio. Grazie all’istituzione del primo ambulatorio mobile, salvò numerose vite e si dedicò con impegno alla lotta contro le malattie infettive.

La Chiesa di Kurosaki, eretta nel 1920 su un terreno bonificato grazie all’impegno di Padre de Rotz, è nota per essere stata l’ambientazione del romanzo “Silenzio” di Shūsaku Endō. Dallo splendido scenario della chiesa si gode una vista mozzafiato sullo stretto di Sumō-nada, caratterizzato dal suo mare azzurro.

La cattedrale è realizzata con mattoni, posati uno ad uno dai fedeli come segno di devozione. La struttura si sviluppa su un unico livello e il tetto è ricoperto con le classiche tegole giapponesi, dette gawara (瓦).

All’interno, la cattedrale presenta un soffitto a volta a crociera che dona ampiezza allo spazio. Le vetrate colorate filtrano la luce naturale, creando un’atmosfera suggestiva e raccolta. Il campanile annesso, eretto con l’intento di richiamare l’attenzione dei kakure kirishitan (cristiani nascosti), rappresenta un simbolo di fede e di speranza.

Durante il periodo Meiji (1868-1912), l’area occupata dal santuario divenne un luogo di culto per i cristiani nascosti. Inizialmente, l’unico luogo di preghiera era un semplice hokora (祠), un piccolo santuario di pietra. La prima vera e propria struttura in legno fu eretta nel 1938, durante la guerra Sino-Giapponese. I soldati in partenza per il fronte pregavano in questo santuario per ottenere protezione, mentre coloro che facevano ritorno sani e salvi offrivano ciotole di nihonshu in segno di gratitudine. Nel 2003, l’edificio è stato ricostruito fedelmente all’originale.

Il sentiero per il santuario nascosto tra le montagne di Sotome costeggia due enormi rocce piatte. Sotto la roccia più bassa, un incavo (oggi poco visibile) era un tempo utilizzato dai senpuku kirishitan della zona come luogo segreto per memorizzare e praticare le orasho (orazioni), con una vedetta a guardia per scongiurare sorprese.

Inori no iwa – Le rocce delle preghiere

l’Orasho (オラショ), termine che trae origine dal latino “oratio“, rappresenta l’affascinante intreccio tra canti di preghiera portoghesi e la tradizione giapponese. La sua storia affonda le radici nel XVI secolo, quando questi canti giunsero in Giappone, intrecciandosi con la cultura locale e dando vita a una forma espressiva unica.

Il santuario sorge come luogo di riposo eterno per San Juan, frate francescano spagnolo che perse la vita stremato dal freddo e dalla fame. La sua tomba fu scavata in questo luogo dalla gente del posto. San Juan è ricordato per essere stato mentore di Bastian, l’evangelista giapponese autore del calendario liturgico della Chiesa in Giappone e profeta della fine delle persecuzioni cristiane.

All’interno del santuario si trovano due piccoli tempietti in pietra. Il più grande, situato al centro, risale al 1933, mentre il più piccolo, sulla sinistra, risale all’era Meiji (1868-1912).

In origine, il luogo era conosciuto come Jiwan – Karematsu Jinja (ジワン枯松神社), dove Jiwan è la trascrizione giapponese di “Juan“, e successivamente come Karematsu – jinja (枯松神社). Il nome Karematsu, si pensa, derivi dai pini secchi (“枯松”) che un tempo caratterizzavano la zona, oggi sostituiti da altra vegetazione. Le aree circostanti il santuario fungevano da cimiteri cristiani, e le pietre piatte ora accatastate potrebbero essere state lapidi.

Dal 1999, il santuario di Karematsu è teatro di un suggestivo evento “interreligioso”: il Festival di Karematsu. Ogni novembre, cattolici locali, kakure kirishitan e fedeli buddisti si riuniscono per celebrare un rituale congiunto di preghiera per la pace delle anime dei loro antenati. Il festival non è aperto al pubblico, come ho potuto sperimentare alcuni anni fa quando, recatomi al santuario nel giorno dedicato alla celebrazione, sono stato gentilmente fermato all’ingresso del sentiero che conduce al luogo sacro.

La storia dei senpaku e kakure kirishitan di Sotome è un racconto di persecuzione, fede incrollabile e adattamento. Nonostante le difficoltà e i pericoli, queste persone hanno preservato la loro fede per generazioni, trasmettendola in segreto ai loro figli. La loro storia ci ricorda l’importanza della libertà di religione e del rispetto per le diverse credenze.

Oggi, la comunità kakure kirishitan di Sotome è piccola ma vivace. I discendenti di questi cristiani nascosti continuano a celebrare la loro fede in modo discreto, preservando le loro tradizioni e i loro canti sacri. La loro storia è un’importante testimonianza della forza dello spirito umano e della capacità di resistere all’oppressione.

Visitare Sotome e scoprire la storia dei kakure kirishitan è un’esperienza che lascia un segno indelebile. Potrete camminare sui sentieri che una volta percorrevano per sfuggire ai persecutori, visitare i loro luoghi di preghiera segreti e conoscere la loro tenace devozione. La loro storia è un esempio di come la fede possa sopravvivere anche nelle circostanze più difficili, e ci ispira a difendere i nostri valori e a lottare per la libertà di espressione religiosa.

Rikka –  立夏

Rikka è uno dei nijūshi-sekki (二十四節気), i ventiquattro termini solari del calendario tradzionale giapponese. Questo termine, che letteralmente significa “inizio d’estate”, coincide con il periodo in cui i primi segnali della stagione calda iniziano a farsi sentire.

Entrando nel periodo del rikka le giornate si allungano, il sole splende più forte e le temperature aumentano sensibilmente. L’aria si riempie del fruscio delle foglie e del canto degli insetti, preannunciando l’arrivo della stagione più calda dell’anno.

Mia moglie mi ha insegnato tanti anni fa una frase che spesso viene usata in questo periodo:

立夏を迎え、暦の上では夏となりました。

Rikka wo mukae, koyomi no ue de ha natsu to narimashita

Il significato della frase è che il periodo del rikka è arrivato quindi secondo il calendario è iniziata l’estate.

Anche se il rikka segna l’inizio dell’estate dal punto di vista astronomico, in Giappone questa stagione viene generalmente suddivisa in tre ulteriori periodi:

Shoka (初夏): L’inizio dell’estate, che coincide con il rikka. In questo periodo, la natura si risveglia e si colora di verde brillante.

Chūka (仲夏): l’estate è in pieno svolgimento, il periodo più caldo e umido dell’anno.

Banshu (晩夏): conicide con la fine dell’estate, quando le prime brezze autunnali iniziano a rinfrescare l’aria.

Il rikka rappresenta quindi un momento importante per celebrare l’arrivo della bella stagione e per godersi le attività all’aperto. In molte regioni del Giappone si tengono festeggiamenti e rituali per accogliere l’estate.

Anche se il calendario Gregoriano non coincide perfettamente con quello lunare, il rikka inizia generalmente tra il 5 e il 6 Maggio.

È considerato un momento fortunato per iniziare nuovi progetti o intraprendere viaggi e in passato era un giorno in cui le persone si purificavano con il bagno e indossavano nuovi vestiti per celebrare l’arrivo dell’estate.

Quest’anno l’inizio del rikka, cade il 5 Maggio 2024 e copre un periodo di circa 15 giorni, dal 5 al 19. Sebbene ogni anno si verifichi generalmente tra il 6 e il 20 Maggio, la data non è fissa.

Questo perché il rikka, come gli altri ventiquattro termini solari che dividono l’anno in segmenti di circa 15 giorni, si basa sul movimento del sole. Di conseguenza, la data precisa può variare leggermente, anche di un giorno, a seconda dell’anno.

Inoltre, il termine rikka può riferirsi sia al giorno specifico che segna l’inizio dell’estate, sia all’intero periodo di 15 giorni che va dal primo giorno del rikka (il 9° termine solare) allo shōman (小満), il 10° termine solare.

Vale la pena notare che, all’interno dei ventiquattro termini solari, esiste anche un periodo precedente al rikka chiamato kokū (穀雨), che significa “il periodo in cui cadono le piogge che nutrono i cereali”, mentre il periodo successivo al rikka è chiamato shōman (小満), che significa “il periodo in cui tutte le cose crescono completamente”.

Ulteriori divisioni del rikka

I ventiquattro termini solari vengono ulteriormente suddivisi in settantadue (七十二侯, shichijūni kō), ognuno dei quali rappresenta un periodo di circa 5 giorni. Durante il rikka i si susseguono in questo modo:

Shokō – kawazu hajinete naku (初候 – 蛙始鳴): Il primo canto delle Rane (5 Maggio)

In questo periodo, le rane (kawazu/kaeru) iniziano a gracidare. Kawazu è un termine più formale per indicare le rane, mentre kaeru é un termine più colloquiale e informale. Secondo alcune teorie, l’etimologia del termine “kaeru” deriva dal verbo kaeru (帰る, tornare), in quanto le rane sono considerate creature che tornano sempre al loro luogo d’origine. “Kawazu“, invece, deriverebbe da “河之蛙” (kawazu gaeru), che significa “rana di fiume”. In questo periodo il canto delle rane risuona ovunque, creando un coro naturale che annuncia l’arrivo dell’estate.

Jikō – mimizuizuru (次侯 – 蚯蚓出): L’Emersione dei Lombrichi (10 Maggio)

In questo periodo, i lombrichi (mimizu) iniziano a emergere dal terreno. Il termine “mimizu” deriva da miezu/mamiezu (目見えず), che significa “invisibile agli occhi”. Nonostante l’assenza di occhi, i lombrichi percepiscono la luce e tendono a spostarsi verso il buio. Per questo motivo, li vediamo spesso emergere dal suolo durante la notte o in giornate piovose. I lombrichi svolgono un ruolo fondamentale nella fertilità del terreno, nutrendolo e aerandolo. La loro presenza è quindi un segno di un terreno sano e fertile.

Makkō – takenokoshōzu (末侯 – 竹笋生) – La Germogliazione del Bambù  (15 Maggio)

In questo periodo, i takenoko (竹の子), i germogli di bambù, iniziano a spuntare dal terreno. “Take no ko shōzu” è un’espressione poetica ed antica che significa “il germoglio del bambù“, oggi caduta in disuso. Esistono comunque anche altri termini stagionali con lo stesso significato come takōna (筍), o takanna (たかんな).

Sebbene i prodotti a base di bambù siano ormai disponibili tutto l’anno, la vera stagione dei germogli di bambù è l’inizio dell’estate. I più teneri e gustosi sono quelli appena raccolti al mattino e consumati subito sul posto.

Kunpū – 薫風 : la stagione del vento profumato

Durante il mese di Maggio la natura riprende vita e il suo colore verde è splendido e si intensifica giorno dopo giorno. Le espressioni stagionali come kunpū (薫風) e kazekaoru (風薫る) veicolano l’idea di una fragranza percepibile nel vento che scuote le giovani foglie verdi.

In giapponese esiste un saluto stagionale che recita come segue:

風薫る季節となりました。

Kaze kaoru kisetsu to narimashita.

è un saluto comune all’inizio dell’estate.

I giapponesi sono famosi per essere un popolo indiretto e per avere una lingua che utilizza moltissime sfumature in modi interessanti, alcuni dei quali a volte poco comprensibile e ridondanti per noi stranieri, che ci chiediamo perché la conversazione che stiamo ascoltando da cinque minuti sembri priva di un vero e proprio soggetto.

La lingua scritta non fa eccezione e specialmente nelle lettere, ma anche nelle e-mail, i giapponesi, seguono un formato molto rigido. Specialmente nelle lettere prima di arrivare al focus del discorso i giapponesi inseriscono una frase conosciuta come jikō no aisatsu (時候の挨拶), il saluto stagionale, che cambia a seconda del periodo dell’anno.

In questo periodo, gli alberi entrano nella fase di crescita più rigogliosa e il loro profumo riempie l’aria. Esistono espressioni come wakaba-kaze (若葉風, “il vento che soffia la tra le giovani foglie”) oppure kusawake no kaze (草分けの風, “il vento che divide l’erba”) che evocano la freschezza e i profumi tipici di inizio dell’estate.

Otaueshinji – 御田植神事

Rikka segna anche l’avvio della stagione della semina e precede la stagione delle piogge, tsuyu, (梅雨), in giapponese.  Di conseguenza, in molte regioni durante questo periodo si svolgono feste per invocare raccolti abbondanti. Tra queste, l’Otaue Shinji (御田植神事) è un esempio particolarmente famoso.

Durante l’Otaue Shinji, donne e bambini si sottopongono a riti di purificazione prima di piantare piantine di riso ed eseguire danze tradizionali per invocare un raccolto abbondante. Queste vivaci celebrazioni mettono in mostra tradizioni culturali radicate e incarnano le speranze e le aspirazioni delle comunità agricole.

Il significato dell’Otaue Shinji

L’Otaue Shinji riveste un significato profondo nella cultura giapponese, intrecciandosi profondamente con il ciclo agricolo e la venerazione della natura. Rappresenta una messa in scena simbolica del processo di piantagione, incarnando la convivenza armoniosa tra uomo e mondo naturale.

In Giappone, cultura del riso e religione sono strettamente legate. Nella maggior parte delle regioni, la stagione agricola inizia e finisce con rituali shintoisti: si svolgono cerimonie durante la semina per invocare una buona crescita delle piantine di riso e feste del raccolto per ringraziare i kami del suo buon esito. Tra i riti di piantagione del riso più famosi del Giappone si annovera l’Otaue Shinji del santuario Sumiyoshi Taisha, che viene celebrato fedelmente fin dai tempi antichi.

La leggenda narra che il rito dell’Otaue Shinji risalga addirittura al 211 d.C., quando la leggendaria imperatrice Jingū, ordinò la creazione di una nuova risaia da dedicare alle divinità del santuario. Per preparare la risaia, fece arrivare dalle zone che oggi corrispondono alla prefettura di Yamaguchi, delle “vergini piantatrici”, conosciute come ueme (植女), appositamente addestrate. Ancora oggi, per il rito viene utilizzata la stessa risaia, situata appena a sud-ovest dell’area principale del santuario.

Il rito dell’Otaue-shinji:

L’Otaue Shinji inizia con un rituale di purificazione sia per le piantine di riso che per i partecipanti. La sacra risaia viene arata da buoi che trainano un aratro di legno, per poi essere cosparsa di acqua consacrata. Mentre le ueme piantano il riso, danzatori e musicisti in sgargianti costumi si esibiscono ai bordi della risaia. Si dice che la loro energia infonda salute e vigore alle piantine.

L’Otaue Shinji si svolge ogni anno il 14 giugno. Il governo lo ha designato come bene immateriale folkloristico.

Tradizioni propizie per il Rikka

In occasione del Rikka, che coincide con la festività del kodomo no hi (子供の日), è tradizone immergersi nello shōbuyu (菖蒲湯) e gustare i buonissimi kashiwa mochi (柏餅).

菖蒲湯 – shōbuyu : un bagno propizio

Lo shōbu (菖蒲) è un tipo di iris con lunghe foglie che assomigliano alle spade brandite deai samurai. Questa tradizione non possiede solo un simbolismo di competizione e spirito marziale legato al mondo dei samurai (尚武 – shōbu), ma si credeva anche nelle sue proprietà benefiche contro le malattie. Il suo utilizzo in questa festività è considerato un’usanza propizia.

Lo shōbu è anche una pianta officinale con proprietà che includono il miglioramento della circolazione sanguigna, l’idratazione della pelle e l’alleviamento di dolori come nevralgie, mal di schiena e mal di stomaco.

柏餅 – kashiwa mochi

Il kashiwa mochi è un dolce a base di riso glutinoso ripieno di anko (pasta di fagioli rossi dolci) avvolto in foglie di kashiwa, la quercia. La scelta di questa foglia non è casuale: la sua caratteristica di non perdere le vecchie foglie fino a quando i nuovi germogli non sono cresciuti simboleggia la prosperità e la continuità della progenie.

In un’epoca come l’era Edo, quando il tasso di mortalità infantile superava il 50%, questo dolce rappresentava un augurio per la salute e la forza dei bambini. Non sorprende che questa tradizione sia diventata così radicata.

Sebbene oggi la realtà sia, fortunatemente, ben diversa, non si può non apprezzare la saggezza e la cura con cui gli antichi usavano le tradizioni e le credenze popolari per promuovere il benessere dei più piccoli.


Lasciamo che il rikka sia un’ispirazione per vivere una vita più sana, felice e in armonia con il mondo che ci circonda.

Satsuki – 皐


Maggio è arrivato, ammantando il paesaggio con una vegetazione rigogliosa che abbaglia gli occhi. Quando si parla di nomi tradizionali giapponesi per questo mese, satsuki è sicuramente il più familiare. Ma sapete che Maggio vanta una ricca varietà di appellativi alternativi?

Molti calendari, oltre ai numeri da 1 a 12 per i mesi, riportano anche i nomi alternativi dei mesi appartenenti al kyūreki (旧暦), il vecchio calendario luni-solare. Sebbene ci sia una differenza di circa un mese tra il calendario lunare e quello solare, i nomi alternativi dei mesi, wafū-getsumei (和風月名), sono ancora molto suggestivi, apprezzati e utilizzati anche nel calendario solare.

Nella tradizione giapponese, il mese di Maggio era conosciuto con il nome di satsuki (皐月). L’origine di questo appellativo è incerta e avvolta nel fascino della storia.

Una delle ipotesi più accreditate suggerisce che il termine satsuki derivi da sanaezuki (早苗月), un termine antico che indicava il “mese del sanane“, ovvero il periodo in cui le piantine di riso venivano trapiantate nelle risaie. Con il tempo, sanaezuki si sarebbe semplificato in satsuki, conservando comunque  il legame profondo con la coltivazione del riso. Basandosi su questa ipotesi, il termine satsuki rappresenterebbe semplicemente il “mese del trapianto del riso”, sottolineando l’importanza cruciale di questa attività per la società agricola giapponese.

Anche l’adozione del primo kanji “皐” (questo kanji era utilizzato come sostituto del kanji 早 che compone il temine sanae “早苗”) che come compone la parola satsuki non è casuale. Questo carattere racchiude in sé un significato: “riso offerto ai kami“. La scelta di questo kanji riflette la venerazione e la gratitudine che il popolo giapponese nutriva nei confronti delle divinità agricole, considerate garanti del raccolto e della prosperità.

Maggio, con la sua esplosione di verdeggiante bellezza, rappresentava per i giapponesi un momento di grande fermento e speranza. Era il mese in cui si onoravano i kami, e si celebrava il rito propiziatorio del trapianto del riso, un gesto che simboleggiava la rinascita e la promessa di un futuro abbondante.


Facendo qualche ulteriore ricerca si può scoprire che oltre al sopracitato satsuki, il mese di Maggio vanta un ricco repertorio di nomi alternativi nella tradizione giapponese legata all’antico calendario lunare.

Le piantine di riso vengono coltivate nelle nawashiro (苗代), le semenzaie, fino a raggiungere un’altezza di circa 20 centimetri, pronte per essere trapiantate nelle risaie. Queste giovani piantine sono chiamate proprio sanae (早苗).

Nel calendario lunare, Maggio coincideva con il periodo del trapianto del riso, da cui il nome sanaezuki, che letteralmente significa “mese del sanae” (mese del trapianto del riso).

Samidare (五月雨) è il termine giapponese che indica lo tsuyu (梅雨), ovvero stagione delle piogge, un periodo caratterizzato da precipitazioni frequenti e intense.

Anche in questo la lettura “sa” di “samidare” (五月雨) è lo stesso “sa” di “satsuki” (皐月), mentre “midare” (みだれ) significa “gocciolare”. Nel giapponese antico, “samida” (五月雨) era usato anche come verbo, nella forma “samidareru” (五月雨る). In questa eccezione di “samidare“, assume il senso di “pioggia scrosciante”, sottolineando l’abbondanza e l’intensità delle precipitazioni tipiche di questo periodo.

In passato, le popolazioni rurali sfruttavano sapientemente le piogge di Maggio per facilitare il trapianto del riso nelle risaie. L’acqua abbondante creava infatti un ambiente ideale per l’attecchimento delle piantine e per il loro successivo sviluppo.

La coincidenza del periodo delle piogge con il mese di Maggio nel calendario lunare ha dato origine al nome samidarezuki, che testimonia il profondo legame tra la cultura giapponese e i ritmi naturali, riconoscendo nella pioggia di Maggio un elemento essenziale per la prosperità dei campi e la sussistenza della comunità.

Durante la stagione delle piogge, il cielo è spesso coperto da dense coltri di nuvole, rendendo la luna quasi invisibile. Per questo motivo, il mese di Maggio nel calendario lunare era anche conosciuto come tsukimizuzuki ( 月不見月), che letteralmente significa “mese in cui la luna scompare”.

L’oscurità persistente di queste notti di pioggia era chiamata satsukiyami (五月闇). In un’epoca priva di elettricità, la differenza di luminosità tra una notte con luna e una senza luna era abissale ed influenzava sostanzialmente la vita delle persone.

L’assenza della luna durante il mese di Maggio non era solo un fatto naturale e pratico, ma assumeva anche una valenza simbolica e poetica. L’oscurità profonda avvolgeva la natura in un velo di mistero, alimentando la fantasia e l’immaginazione. Le leggende e i racconti popolari si intrecciavano con le paure ataviche dell’uomo di fronte all’ignoto.

L’impossibilità di ammirare la luna, simbolo di bellezza e serenità, poteva anche indurre a un senso di malinconia e nostalgia. In questa atmosfera silenziosa e raccolta, le persone erano piu propense a riflettere sulla propria vita, sui propri sogni e sulle proprie paure.

L’oscurità persistente poteva anche essere vista come un monito sulla transitorietà della vita e sulla caducità di tutte le cose. La luna, pur nella sua bellezza e luminosità, era soggetta a periodi di assenza, così come la vita umana è costellata di momenti di gioia e di dolore.

L’assenza della luna durante il mese di Maggio poteva anche essere interpretata come un invito a riscoprire la bellezza dell’ordinario e a valorizzare la luce che ci circonda ogni giorno. Le stelle, pur meno appariscenti della luna, continuavano a brillare nel cielo, offrendo un tenue ma suggestivo bagliore.

Tsukimizuzuki, il mese in cui la luna scompare, rappresentava un periodo ricco di sfumature e suggestioni per le persone dell’antico Giappone. Un momento di oscurità e mistero, ma anche di riflessione, introspezione e riscoperta della bellezza dell’ordinario. Un monito sulla fragilità della vita, ma anche un invito ad apprezzare la luce che ci circonda ogni giorno.

La stagione delle piogge (梅雨, tsuyu in giapponese) coincide con il periodo di maturazione delle prugne, da cui il termine “tsuyu” (梅雨), che letteralmente significa “pioggia di prugne”.

Nel calendario lunare, Maggio corrispondeva al momento in cui le prugne, inizialmente verdi, si tingevano gradualmente di giallo e rosso. Questo fenomeno cromatico diede origine al nome alternativo Ume no irozuki (梅の色月), che significa “mese in cui le prugne si tingono di colore”.

Un altro appellativo per Maggio nel calendario lunare era umezuki (梅月 o bai-getsu), che significa semplicemente “mese delle prugne”.

L’associazione tra le prugne e il mese di Maggio testimonia il profondo legame che univa gli antichi giapponesi alla natura. Essi erano attenti osservatori del mondo naturale e ne traevano ispirazione per la loro vita quotidiana, la loro arte e la loro cultura.

I pruni e i loro frutti in maturazione rappresentavano per gli antichi giapponesi un simbolo di bellezza, fragilità e rinascita. La loro breve fioritura e il rapido passaggio dal verde al giallo e al rosso richiamavano la caducità della vita e la bellezza effimera della natura. Un momento di contemplazione della bellezza effimera della natura, un invito alla riflessione sulla vita e sulla sua transitorietà, e una celebrazione del profondo legame che univa l’uomo al mondo naturale.

Gogetsu (午月) è un altro nome per il mese di maggio in giapponese e deriva dal fatto che in questo mese si celebra il tango no sekku (端午の節句) meglio conosciuto come kodomo no hi (子供の日), il giorno dei bambini.

Il kanji tan” (端) che compone il termine “tango” preso singolarmente significa “inizio” o “primo”. In origine, il tango no sekku si celebrava il primo giorno “uma” (午) del mese, che corrisponde al segno del cavallo nello zodiaco cinese. Da qui sembra derivino le origini del termine gogetsu. Tuttavia, nel corso del tempo, la data è stata fissata al 5 Maggio.

Si dice che in questo periodo, le persone erano tormentate da malattie e insetti, quindi il tango no hi divenne anche un’occasione per scacciare gli spiriti maligni e pregare per la fine delle epidemie.

Esiste un’ altra teoria legata a questa variante del nome di Maggio importara dall’antica Cina la cui popolazione ha sempre ha dimostrato un grande interesse per il firmamento, specialmente per la costellazione dell’orsa maggiore. Secondo il sistema detto gekken (月建), le tre stelle che formano il manico del “mestolo celeste” erano conosciute con il nome di tohei (斗柄). La posizione serale del tohei rispetto ai dodici segni zodiacali cinesi determinava il nome di ogni mese.

Seguendo questa logica, il 5° mese lunare era chiamato keigo no tsuki (建午月), o uma no tsuki (午の月).

Questo sistema di denominazione lunare, basato sulla posizione dell’Orsa Maggiore, era un modo ingegnoso per tenere traccia del tempo e connettere i cicli celesti con i mesi dell’anno. Sebbene non sia più utilizzato nella vita quotidiana, offre un affascinante spunto di riflessione sulla relazione tra l’uomo e il cosmo nell’antica cultura cinese e giapponese.

Il termine giapponese tagusa (田草) si riferisce alle erbacce che crescono tra le piantine di riso nelle risaie. In questo periodo, le erbacce proliferano e la loro rimozione detta takusatori (田草取り), era un lavoro fondamentale dopo la piantagione del riso.

Le erbacce, se non estirpate, crescono rapidamente e ostacolano la crescita del riso. Per questo motivo, era necessario ripetere l’operazione più volte durante questo mese.

Il mese di maggio lunare era anche chiamato tachibazuki (橘月) perché in questo periodo fioriscono i fiori di tachibana.

Tachibana è una pianta appartenente alla famiglia degli agrumi. I suoi fiori sono bianchi e profumano di freschezza.


Satsuki, con la sua ricca storia e le sue molteplici sfumature di significato, rappresenta un affascinante tassello del patrimonio culturale giapponese, offrendo una preziosa testimonianza del profondo legame che univa l’uomo alla natura e ai suoi cicli vitali.

Shōwa no hi – 「昭和の日」

Ogni anno, il 29 Aprile, il Giappone si immerge in un’atmosfera di commemorazione e riflessione durante lo Shōwa no Hi, il “Giorno Shōwa“. Istituito nel 1989, questo giorno festivo coincide con il compleanno dell’Imperatore Hirohito, figura centrale del periodo Shōwa (1926-1989), un’epoca di profondi cambiamenti e sconvolgimenti per la nazione.

昭和

In italiano, la parola Shōwa significa “pace illuminata”. Questo è il nome attribuito postumo all’Imperatore Hirohito, e anche il nome dell’era durante la quale egli regnò.

La Kokumin no shukujitsu ni kansuru hōritsu (国民の祝日に関する法律), o “Legge sulle festività nazionali”, promulgata nel 1948, ha sancito 16 giorni festivi ufficiali nel calendario nipponico. Tra questi, lo Shōwa no Hi si distingue per la sua data fissa, che lo colloca immutabilmente nel cuore della primavera.

Diversamente da altre festività che ruotano attorno a giorni variabili della settimana, lo Shōwa no Hi offre un punto di riferimento stabile, un’occasione per ripercorrere la storia del Giappone e riflettere sul lascito del periodo Shōwa. Un’epoca segnata da conflitti e tragedie, ma anche da una tenace ricostruzione e da un’ascesa economica senza precedenti.

Il 29 Aprile rievoca un passato ricco di significati per il Giappone. Risalendo agli anni dal 1948 al 1988, questo giorno era solennemente celebrato come Tennō tanjōbi (天皇誕生日), il “Giorno del compleanno dell’Imperatore Hirohito“.

Dopo la scomparsa dell’Imperatore nel 1989, in omaggio alla sua profonda passione per la botanica, il 29 Aprile assunse una nuova veste, divenendo il Midori no Hi (みどりの日), ovvero il “Giorno del Verde”. Una giornata dedicata a riscoprire il legame con la natura, apprezzandone i doni e coltivando un animo sensibile.

Nel 2007, una modifica alla legge sui giorni festivi conferì al 29 Aprile la denominazione di Shōwa no Hi. Un’occasione per ripercorrere l’era omonima, un periodo segnato da profondi sconvolgimenti ma anche da una tenace ricostruzione, traendo preziosi insegnamenti per guardare al futuro del paese con rinnovata speranza.

Conseguentemente a questa modifica, il Midori no Hi venne spostato al 4 Maggio, conservando comunque il suo valore di sensibilizzazione verso l’ambiente e la sua tutela.

In Giappone, la celebrazione del compleanno dell’Imperatore, vanta una storia ricca di fascino e trasformazioni. Prima del 1947 (anno 22 dell’era Shōwa), questa festività era conosciuta come Tenchōsetsu (天長節), un nome che riecheggia la sua antica origine.

Le radici del Tenchōsetsu affondano nella Cina della dinastia Tang (618-907), quando l’Imperatore Xuanzong istituì la festività ispirandosi all’espressione tenchi chōkyū (天地長久) del filosofo Lao-zi. Questa locuzione, che significa “auspicare una vita infinita per l’Imperatore come quella del Cielo e della Terra”, trovò eco in Giappone nell’anno 775 (anno 6 dell’era Hōki, 770-781), quando l’imperatore Kōnin (光仁天皇) celebrò il proprio compleanno con un decreto imperiale.

Tradizionalmente, la data del Tenchōsetsu cambiava con l’ascesa al trono di un nuovo Imperatore. Pertanto, durante i regni dell’imperatore Meiji, dell’imperatore Taishō e dell’imperatore Shōwa, la festività cadeva rispettivamente il 3 Novembre, il 31 Agosto e il 29 Aprile, in concomitanza con i loro compleanni.

Con l’entrata in vigore della “Legge sui giorni festivi nazionali” nel 1948, il Tenchōsetsu venne ribattezzato Tennō tanjōbi. Alla morte dell’imperatore Shōwa, la festività fu spostata al 23 Dicembre, data di nascita dell’imperatore Akihito (明仁天皇), allora Imperatore regnante dell’era Heisei.

Dunque, se si considera l’evoluzione a partire dal Tenchōsetsu del periodo prebellico, la festività celebrata il 29 Aprile ha subito ben tre cambi di nome. La decisione di mantenere il compleanno dell’imperatore Shōwa come giorno festivo fu principalmente motivata dal timore che lo spostamento al 4 Maggio avrebbe comportato un accorciamento della Golden Week, con ripercussioni economiche e sociali negative per la popolazione.

Mentre il compleanno dell’Imperatore Meiji, il 3 Novembre, è diventato il Bunka no Hi (文化の日), il “Giorno della Cultura” e quello dell’Imperatore Hirohito è il “Giorno Shōwa“, molti si chiedono perché il compleanno dell’attuale Imperatore Emerito Naruhito, il 23 Dicembre, non sia un giorno festivo.

In effetti, durante i 30 anni dell’era Heisei (平成時代 1989-2019), il 23 Dicembre era di fatto un giorno festivo ma, con il cambio dell’era in Reiwa, molti hanno avvertito un senso di disorientamento nel vederlo diventare un giorno feriale.

Nel 2019, l’abdicazione dell’Imperatore Akihito e l’ascesa al trono del Principe Naruhito inaugurarono l’era Reiwa. Il compleanno dell’Imperatore Naruhito, il 23 Febbraio, non è attualmente un giorno festivo. Alcune discussioni si sono accese sulla possibilità di istituire l’ Heisei no Hi (平成の日), ovvero “Giorno Heisei“, il 23 Dicembre, in onore dell’Imperatore Emerito Akihito. Tuttavia, al momento, questa data rimane un giorno feriale.

La decisione di non rendere il compleanno dell’Imperatore Naruhito un giorno festivo riflette diverse considerazioni, tra cui il fatto che la sua ascesa al trono è avvenuta tramite un’abdicazione, un evento raro nella storia giapponese, e il desiderio di evitare di creare una “doppia autorità” celebrando contemporaneamente il compleanno di due imperatori.

Lo Shōwa no Hi è definito come un giorno per “ricordare l’era Shōwa, caratterizzata da periodi tumultuosi e dalla successiva ricostruzione, e per riflettere sul futuro del paese”.

L’era Shōwa, durata oltre 60 anni, è stata segnata da eventi tragici come la Guerra del Pacifico e disastri naturali senza precedenti. Per il popolo giapponese, è stata un’epoca di immense sofferenze e di rinascita. Tuttavia, ha anche visto periodi di grande prosperità, con lo svolgimento dei Giochi Olimpici di Tōkyō e dell’Esposizione Universale di Ōsaka, e la trasformazione del Giappone in una delle principali potenze economiche del mondo.

Come sottolineato dal governo giapponese, “il Giappone di oggi è stato costruito sulle fondamenta di quell’epoca. Guardare indietro all’era Shōwa, attingere alle sue lezioni storiche e riflettere sulla natura di un Giappone pacifico ci permette di trarre insegnamenti preziosi per il futuro del nostro paese.”

Lo Shōwa no Hi segna anche l’inizio della “Golden Week“, un periodo di vacanze che va dal 29 Aprile al 5 Maggio. La Golden Week è uno dei periodi festivi più lunghi in Giappone. È anche uno dei periodi di vacanza più trafficati, con molte persone che approfittano del tempo libero per fare viaggi e godersi il fresco tempo primaverile.

Alcuni scelgono anche di visitare santuari, musei o il Musashi ryōbochi (武蔵陵墓地), il Mausoleo Imperiale a Tōkyō, zona Hachiōji (dove è sepolto l’Imperatore Shōwa). In questa giornata, molti musei, come lo Shōwa-kan (昭和館), il Museo Nazionale della Memoria Shōwa di Tōkyō, organizzano conferenze per i visitatori, raccontando loro del periodo Shōwa e della Seconda Guerra Mondiale.

In diverse città del Giappone come ad esempio quella in cui vivo, per far conoscere ai bambini l’era Shōwa, un’idea interessante è quella di proporre loro giochi che erano popolari in quell’epoca. Immergersi in queste attività ricreative di una volta non solo divertirà i più piccoli, ma permetterà loro di comprendere meglio lo stile di vita e la cultura dell’era Shōwa.

L’Otedama è un gioco non competitivo di origine giapponese, in cui si utilizzano piccole palline di stoffa cucite a mano, riempite di fagioli e solitamente realizzate in casa. La sfida consiste nel mettere alla prova la propria agilità cercando di afferrare il maggior numero di palline con una mano sola, mentre se ne lancia un’altra in aria, il tutto cantando canzoni tradizionali giapponesi per bambini. Esistono diverse varianti di questo gioco e infinite possibilità per decorare le palline di stoffa con motivi personalizzati.

Questo gioco consiste nel colpire con la propria carta quella dell’avversario per rovesciarla o farla uscire dal campo di gioco. Per renderlo più coinvolgente, si possono creare Menko personalizzate decorandole con disegni e motivi originali.

Fonte Wikipedia

Utilizzando un filo di lana o di cotone, i bambini possono creare diverse forme con le dita, da soli o in collaborazione con altri.

ll taketonbo è un giocattolo volante realizzato con il bambù. I bambini si divertono a farlo roteare nell’aria sfruttando la forza delle loro mani. Oltre a utilizzare un taketonbo già pronto, viene anche insegnato ai bambini come realizzarne uno con materiali semplici come scatole di latte o cannucce.

Un gioco che consiste nel colpire con una piccola pietra (ohajiki) altre pietre disposte a terra. Il giocatore che riesce a conquistare il maggior numero di ohajiki vince la partita.


In conclusione lo Shōwa no Hi rappresenta un’occasione preziosa per riflettere sulla storia del Giappone e per onorare l’eredità dell’imperatore Hirohito. Celebrare questa ricorrenza non significa solo ricordare il passato, ma anche guardare al futuro con rinnovata speranza e impegno per la pace e la prosperità del Paese.

Oltre alle cerimonie ufficiali e alle manifestazioni pubbliche, questa festività offre l’opportunità di riscoprire le tradizioni e la cultura giapponese attraverso attività divertenti e coinvolgenti, come i giochi tradizionali, la musica e la gastronomia. Trascorrere questa giornata in famiglia o con gli amici rappresenta un modo significativo per rafforzare i legami comunitari e per trasmettere alle nuove generazioni i valori fondanti della società giapponese.

In un mondo in continua evoluzione, lo Shōwa no Hi ci ricorda l’importanza di preservare la propria identità culturale e di trasmettere alle generazioni future il rispetto per la storia e le tradizioni. Celebrare questa ricorrenza con entusiasmo e consapevolezza significa anche contribuire a costruire un futuro migliore per il paese e per i nostri figli.

Usuzumi – 薄墨

L’inchiostro diluito

Perché i giapponesi usano l’usuzumi per scrivere sulle buste di condoglianze?

Nelle cerimonie funebri giapponesi, le buste di condoglianze, dette gokōden (御香典), sono un elemento fondamentale. La tradizione vuole che vengano scritte a mano con inchiostro nero, ma in modo particolare, si consiglia infatti di diluire l’inchiostro per ottenere variazioni di grigio più tenui. Questo inchiostro diluito ė conosciuto in Giappone con il nome di usuzumi (薄墨).

Il termine usuzumi (薄墨) è composto da due kanji:

薄 (usu): significa “sottile”, “leggero”, “debole”.
(sumi): che indica “inchiostro giapponese”.
Quindi, letteralmente, usuzumi, significa “inchiostro sottile” o “inchiostro leggero”. In italiano, viene tradotto come “inchiostro diluito”.

Chiaramente al giorno d’oggi raramente si utilizza il pennello e l’inchiostro ma si trovano in vendita delle penna o dei timbri con il vostro nome di famiglia con inchiostro di varie gradazioni di grigio.

Perché si usa l’inchiostro diluito per scrivere sulle buste delle condoglianze in Giappone?

Simboleggiare il lutto

L’usuzumi, con la sua tonalità più tenue, evoca l’immagine delle lacrime versate per il defunto, la gravità e la solennità del momento.

Rispetto per il defunto e la sua famiglia

L’inchiostro diluito esprime umiltà e rispetto verso il defunto e per il dolore della sua famiglia. Mia moglie mi spiegava che scrivere con inchiostro nero intenso potrebbe essere visto come un atto di arroganza e poco rispettoso.

Esistono diverse teorie sul perché si usi l’inchiostro diluito. La più diffusa è che simboleggia il dolore per la perdita del defunto. In passato, non esistevano penne come le conosciamo oggi, e la scrittura avveniva principalmente con pennelli intinti nell’inchiostro. L’inchiostro diluito, essendo più fluido e chiaro rispetto all’inchiostro normale, evoca l’immagine delle lacrime che offuscano la vista e diluiscono l’inchiostro.

Un’altra teoria sostiene che l’inchiostro diluito rappresenti la fretta con cui ci si reca al funerale dopo aver appreso la notizia della morte. In questo caso, il tempo per preparare l’inchiostro correttamente è limitato, e si usa quindi l’inchiostro diluito per simboleggiare la premura di giungere al fianco del defunto e dei suoi familiari.

Indipendentemente da una teoria specifica, l’uso dell’usuzumi sulle buste di condoglianze è una tradizione consolidata che affonda le sue radici nel passato. Si presume che questa usanza risalga al periodo Edo (江戸時代, 1603-1868), ben prima che le penne diventassero di uso comune, ovvero prima dell’epoca Meiji (明治時代, 1868-1912).

Sebbene sia generalmente considerato un segno di rispetto utilizzare l’inchiostro diluito per scrivere sulle buste di condoglianze, questa regola non è universale.

In alcune zone del Giappone, infatti, è consuetudine utilizzare inchiostro normale anziché diluito. Per esempio un mio collega che proviene dal Kansai mi ha detto che a Kyōto, l’inchiostro diluito non veniva mai usato in passato. Solo ultimamente l’utilizzo dell’inchiostro diluito sta diventando più frequente, anche se non ancora la norma.

Per questo motivo, se vi siete appena trasferiti in Giappone o da una regione ad un’altra all’interno del paese, è sempre consigliabile informarsi in anticipo sulle usanze locali per evitare di commettere errori e dare un’impressione negativa.

Esistono infatti diverse altre zone del Giappone dove l’inchiostro diluito non è utilizzato. Non conoscendo le usanze locali, si rischia di incorrere involontariamente in una mancanza di rispetto.

Se non possedete un pennello e inchiostro diluito, non è un problema utilizzare un normale pennello con inchiostro nero. Tuttavia, oggigiorno è possibile trovare facilmente pennelli con inchiostro diluito, detti usuzumi no fudepen  (薄墨の筆ペン) anche presso i konbini, quindi è consigliabile procurarsi uno di questi se non si è di fretta. Normalmente questi pennelli possiedono due estremità, una per scrivere con il classico inchiostro nero e una per scrivere usando l’ usuzumi. Quelli economici hanno poco inchiostro al loro interno e durano decisamente poco.

Quando scrivete con questi pennelli vi consiglio di fare molta attenzione perché l’usuzumi, contenendo più acqua rispetto all’inchiostro normale, è più facile che si vada a sbavare e renda la scrittura poco leggibile. Per evitare questo problema, consiglio di muovere il pennello più velocemente durante la scrittura. Inoltre, tamponate la punta del pennello con un fazzoletto di carta prima di scrivere per rimuovere l’eccesso di inchiostro.

Volendo seguire alla lettera l’etichetta di preparazione del kōden sappiate che esistono diverse gradazioni di grigio da utilizzare a seconda del grado di parentela con il defunto. Un grigio più chiaro indica un legame più lontano.

L’unica parte della busta di condoglianze su cui è possibile utilizzare penne a sfera o pennarelli è la busta interna. In questo caso, la leggibilità è fondamentale, in quanto l’importo del denaro donato deve essere chiaro per i familiari del defunto. Importante scrivere anche l’indirizzo per ricevere il dono di ritorno, okaeshi (お返し), che la famiglia del defunto è solita spedire a casa per chi non ha potuto partecipare ma ha comunque consegnato il kōden tramite un’altra persona.

In molti negozi è possibile trovare buste di condoglianze già prestampate. In questo caso, non è necessario preoccuparsi di scrivere a mano, ma è importante assicurarsi che la stampa sia di alta qualità e che l’inchiostro sia di un colore nitido e mai sbiadito.

Il motivo per cui si usa l’usuzumi per i kōden, che si consegna quando ci si reca alla tsuya (通夜), la veglia funebre e alla cerimonia di commiato è perché si tratta di eventi improvvisi, a cui non ci si può preparare e a cui si partecipa in fretta, dopo aver ricevuto la notizia improvvisa del lutto. Come abbiamo già detto, in generale si usa l’inchiostro diluito per le condoglianze per esprimere il proprio dolore per la perdita del defunto, ma è importante ricordare che si usa anche per simboleggiare proprio la fretta con cui si è giunti al funerale.

Curiosità che riguarda le banconote che vanno inserite nel kōden. Normalmente in Giappone quando si consegnano dei regali in segno di augurio o di congratulazioni, come quando si partecipa ad un matrimonio, vengono sempre usate banconote nuove, perfette senza nessuna piega.

Al contrario, le banconote inserite in un kōden sono normalmente dalle banconote usate. Ciò si basa sulla convinzione che, poiché le banconote nuove devono essere preparate in anticipo, se le avete pronte, potrebbe passare il messaggio che avete previsto la morte della persona.

Al contrario, per commemorazioni come il shijūkunichi (四十九日, quarantanovesimo giorno dopo la morte), l’isshuki (一周忌) e il sankaiki (三回忌), rispettivamente il primo anno e il secondo anniversario della morte, si usa il classico inchiostro scuro. Questo perché non c’è bisogno di usare l’inchiostro diluito per eventi che sono programmati in anticipo e per i quali si ha quindi il tempo di prepararsi.

In conclusione mi sento di dire che l’ utilizzo dell’usuzumi nella preparazione del kōden è un gesto di rispetto e di attenzione verso il defunto e la sua famiglia. È importante seguire l’etichetta e utilizzare l’inchiostro diluito solo per le occasioni appropriate. In questo modo, si dimostra la propria sensibilità sia verso il defunto sia verso la sua famiglia.

啓蟄 – Keichitsu

Questa mattina, mentre mi avviavo verso il genkan il calendario appeso alla parete mi ha ricordato che domani, 6 Marzo, è il giorno del Keichitsu (啓蟄), il “risveglio degli insetti”. È quel momento dell’anno in cui gli insetti cominciano a emergere dalla terra, lasciandosi alle spalle il gelo dell’inverno.

Vivendo in Giappone da più di 10 anni, sono riuscito a percepire il profondo legame che il suo popolo ha con le stagioni, un legame molto diverso da quello che conoscevo prima del mio trasferimento.

L’importanza e l’influenza delle stagioni sulla vita quotidiana affondano le loro radici nell’antico Giappone agricolo, dove l’osservazione del ciclo stagionale era fondamentale per adattarsi alle mutevoli condizioni climatiche. Questa consapevolezza permea ancora oggi vari aspetti della cultura giapponese che ho imparato a conoscere nel corso degli anni.

Nella cucina giapponese, ad esempio, si privilegia l’utilizzo di ingredienti stagionali, che riflettono la freschezza e la varietà delle stagioni. Anche nel design del packaging dei prodotti commercializzati e nelle campagne pubblicitarie, si nota un’attenzione particolare alla stagionalità e alla natura mutevole dell’ambiente circostante.

Questo profondo rispetto per le stagioni è diventato parte integrante della mia esperienza qui in Giappone, arricchendo il mio rapporto con la cultura e l’ambiente che mi circonda.

Da quando mi sono trasferito in Giappone, ho scoperto un approccio unico alla percezione delle stagioni, che si discosta notevolmente dalla nostra consapevolezza delle quattro posizioni fondamentali del sole (gli equinozi e i solstizi, che delineano le quattro stagioni).

Qui in Giappone, così come in altre zone dell’Asia, ho imparato che si individua una serie molto più fitta di posizioni del sole che si succedono approssimativamente ogni 15 giorni, dando origine a stagioni chiaramente definite e ricche di significato. Questa prospettiva mi ha permesso di apprezzare e comprendere meglio il profondo legame che i giapponesi hanno con la natura e con il passare del tempo.

Ho sperimentato personalmente la differenza nello scorrere delle stagioni rispetto all’Italia, dove il concetto di quattro stagioni è saldamente radicato. Qui, le stagioni non sono solo quattro, ma molte di più, ognuna con una caratteristica precisa che riflette un momento distintivo nel ciclo della natura.

Questa prospettiva mi ha fatto comprendere quanto il concetto di tempo e stagioni sia diverso qui in Giappone, e ho potuto sperimentare personalmente come il fluire del tempo si manifesti in modo unico sulla mia pelle, offrendomi una nuova prospettiva sul ciclo della natura e sul passare delle stagioni.

Prima dell’adozione del calendario gregoriano nel 1873 durante il periodo Meiji (1868-1912), il Giappone utilizzava il kyūreki (旧暦), il calendario lunare per contare il tempo. L’ anno era suddiviso in 24 parti dette setsu (節句), conosciuti anche come termini solari, secondo la definizione dei nijūshi-sekki (二十四節気) ovvero i 24 momenti salienti caratterizzanti ogni setsu. Questi segnano lo scorrere del tempo e il cambio delle stagioni, permettendo di percepire con precisione il momento in cui ci si trovava nel ciclo annuale.

Questo calendario si basava sul ciclo di crescita e declino della luna, risultando spesso non in sincronia con le effettive stagioni. Di conseguenza, gli agricoltori si basavano sui nijūshi sekki (i 24 termini solari) per determinare i tempi di semina e raccolta nei loro campi.

I nijūshi sekki iniziano con il giorno del risshun (立春, “l’inizio della primavera”) e terminano con daikan (大寒 “la stagione più fredda”).

I nijūshi sekki non solo diventarono un mezzo pratico per riconoscere i cambiamenti stagionali, ma anche giorni in cui si celebravano una varietà di feste popolari. In particolare, giorni come setsubun (節分, il giorno prima di risshun), il shunbun (春分)l’equinozio di primavera), il shūbun (秋分 l’equinozio d’autunno) e il tōji (冬至, solstizio d’inverno) divennero momenti significativi in cui una vasta gamma di festività religiose, risalenti all’antichità, si svolgevano sia alla corte imperiale che tra la gente comune.

Questa stretta connessione tra i nijūshi sekki e i matsuri giapponesi riflette la profonda relazione del popolo giapponese con le stagioni e le tradizioni culturali che ne derivano.

Fino al 1843, alla fine del Periodo Edo (1603-1868), le divisioni stagionali venivano calcolate dividendo l’anno lunare in ventiquattro parti uguali, utilizzando un metodo noto come heikihō (平気法) o kōkihō (恒気法). Successivamente fu introdotto un metodo diverso chiamato teikihō (定期法), basato su ventiquattro divisioni uguali.

Il sistema precedente si fondava su un mese lunare di 28 giorni, il quale risultava più breve di diversi giorni rispetto all’anno solare di 365 giorni. Questo rendeva necessaria l’inserzione di un mese intercalare ogni due o tre anni. Con il nuovo metodo, il ciclo è suddiviso in ventiquattro parti uguali, riducendo al minimo le variazioni annuali.

Keichitsu (啓蟄) è proprio uno di questi 24 termini solari. La parola si compone di 2 kanji, 啓 (kei o hiraku) significa “apertura, aprirsi” e 蟄 (chissu) indica proprio il letargo degli insetti durante i gelidi mesi invernali.

Keichitsu, rappresenta un momento significativo dell’anno, indicando la posizione precisa del sole mentre avanza nel suo ciclo annuale, marcando l’inizio del declino dell’inverno e l’avvicinarsi della primavera. Questo periodo, che cade intorno al 5-6 marzo nel calendario gregoriano e si conclude nel giorno del shunbun (春分, equinozio di primavera) il 20 Marzo, segna il momento in cui le temperature iniziano a risalire, sciogliendo il gelo invernale e permettendo agli insetti di risvegliarsi e tornare alla vita attiva. È un momento di transizione, in cui la natura comincia a risvegliarsi dalla sua dormienza invernale, anticipando il ritorno della vitalità e della rinascita che caratterizzano la stagione primaverile in Giappone.

Keichitsu è anche conosciuto come sugomori-mushito wo hiraki (蟄虫啓戸). Ovvero gli insetti che si risvegliano dal letargo invernale iniziano a muoversi.

I kanji di hiraku (啓, aprire) e to (戸, porta) fa riferimento alla fine del letargo quando gli insetti e gli animali escono dalle loro tane ai primi tepori primaverili.

Il kanji 蟄 all’interno del composto 蟄虫啓戸 significa proprio  che gli animali si nascondono nel terreno durante il periodo invernale.

Il kami 啓 significa aprire qualcosa che è stato chiuso.

Infine il kanji 戸 si riferisce a una porta.

Anche se utilizziamo il termine mushi (虫) “insetti”, è importante notare che si tratta di una categoria ampia che include vari animali come rane, serpenti e lucertole, e tutti iniziano il loro risveglio in questo periodo.

Questi animali, considerati sotto il termine ombrello “mushi“, potrebbero suscitare una certa inquietudine per chi ha paura di rane o serpenti. Tuttavia, l’immagine di queste creature che emergono, ancora un po’ assonnate, è un momento tenero che ci fa sorridere e augurare con serenità all’arrivo della bella stagione.

Con il tepore del sole che avvolge il paesaggio, in Giappone è giunto il momento perfetto per dare inizio ai lavori agricoli.

Da tempi antichi, l’ 8 Febbraio è conosciuto come kotohajime (事始め) ovvero il momento di inizio delle celebrazioni annuali e dei cicli agricoli.  Questa data, legata al calendario lunare, coincide con il periodo attuale di Marzo, segnando l’avvento della primavera. L’8 Febbraio rappresenta l’inizio di un lungo viaggio attraverso le stagioni agricole, conosciuto con il nome di koto-yōka (事八日), che termina con il koto-osame (事納め) dell’8 Dicembre.

Con l’avvio dei lavori agricoli, si accolgono i raccolti autunnali, e così, da tempi immemorabili, la vita agricola in Giappone è stata scandita dal susseguirsi delle stagioni. Il calendario e la coltivazione del riso, in particolare, sono intrecciati in un legame indissolubile, riflettendo la natura ciclica della vita agricola.

Sebbene io possa solo immaginare la fatica e la gioia di questo stile di vita, mi ritrovo a percepire un senso di affetto mentre a cena preparo il riso o lo mangio assieme alla mia famiglia, consapevole delle molteplici emozioni trasmesse attraverso questo semplice gesto. La storia dell’agricoltura giapponese è un viaggio che abbraccia le stagioni, un’ode alla connessione intima tra l’uomo e la natura.

La Nagasaki Sunset Road: tramonti, cristianesimo e Godzilla

La Nagasaki Sunset Road [長崎サンセットロード] è un affascinante percorso che attraversa città come Matsuura [松浦], Hirado [平戸], Sasebo [佐世保] e Saikai [西海] lungo la suggestiva costa occidentale della prefettura di Nagasaki [長崎], fino a giungere a Nomozaki [野母崎]. Questo itinerario abbraccia la linea costiera più occidentale del Giappone da nord a sud, offrendo l’opportunità di godersi appieno i tramonti sul mare da qualsiasi punto lungo il percorso.

Da Matsuura, una cittadina situata a nord della prefettura, la strada prosegue attraverso Hirado, conosciuta dagli europei come Firando. Qui, nel 1609, gli olandesi stabilirono il loro primo avamposto commerciale in Giappone. Hirado è stata il principale centro degli scambi commerciali tra il Giappone e il resto del mondo fino a quando, sotto la pressione del bakufu Tokugawa, fu trasferito a Nagasaki sull’isola artificiale di Dejima [出島].

La strada prosegue attraverso la città di Sasebo, dove attualmente risiedo. Da un umile villaggio di pescatori controllato dalla vicina Hirado, Sasebo si trasformò durante il periodo Meiji [1603-1867] in una città di rilevanza non solo nazionale, ma anche internazionale.

Grazie alla morfologia del suo porto, caratterizzato da acque profonde e protette, la Marina Giapponese scelse di stabilire qui la sua base per le missioni durante le guerre sino-giapponese e russo-giapponese. Nonostante il ruolo cruciale svolto durante il conflitto nel Pacifico, la città fu risparmiata dai bombardamenti americani, probabilmente perché gli Stati Uniti avevano già individuato questa struttura preesistente per le proprie attività.

Nel 1946, la Marina Militare degli Stati Uniti assunse il controllo delle strutture e istituì U.S Fleet Activities Sasebo, che ancora oggi fornisce supporto logistico alla Settima Flotta del Pacifico, con sede principale a Yokosuka.

Nella zona di Sasebo attraversata dalla Sunset Road si possono ammirare le kujūku-shima [九十九島], conosciute come le “99 isole”. In realtà, queste isolette superano le 200, formando un labirinto incredibile da esplorare. Il nome kujūku-shima, in modo figurativo, riflette l’impossibilità di contare con precisione il loro numero.

Questo concetto mi porta alla filosofia shintoista che descrive il Giappone come il paese degli yaoyorozu no kami [八百万の神], ovvero “otto milioni di kami”. La forte componente animista presente nelle shintoismo crede che ogni oggetto o fenomeno naturale possa essere abitato da un kami (divinità), il termine yaoyorozu viene utilizzato per indicare l’impossibilità di enumerarli tutti.

Fonte: sasebo.com

La scena d’apertura del film “L’Ultimo Samurai” si svolge proprio sulla vista delle 99 isole, osservate da un’altura conosciuta come Ishidake [石岳]. Questo punto panoramico è noto come tenkaihō [展海峰], e sulla sua cima si erge un tenbōdai [展望台], un belvedere, che offre una magnifica vista a 180° sulle isole. La bellezza scenografica di questo luogo, soprattutto al tramonto, lo ha reso la location ideale per il film hollywoodiano.

Fonte: Nagasaki-tabinet

Dopo aver lasciato Sasebo, il viaggio prosegue verso sud attraverso il Saikai-bashi [西海橋], il Ponte di Saikai. Questo imponente ponte ad arco attraversa lo stretto di Hario [針尾], collegandosi alla Nishisonogi-hantō [ 西彼杵半島], la penisola di Nishisonogi, dove sorge anche Nagasaki.

Costruito nel 1955, al momento della sua realizzazione era il terzo ponte più grande al mondo e il più grande in Asia.

Grazie alla forza delle maree nello stretto di Hario, durante la primavera e l’autunno si formano vortici enormi che attraggono numerosi visitatori per partecipare all’uzu-shio matsuri [うず潮祭り], il “Festival dei Vortici”. Questo evento si tiene sia in primavera che in autunno. Se desiderate partecipare a questo matsuri, vi consiglio di visitare durante la primavera, quando circa mille ciliegi sono in fiore nel parco vicino al ponte. Un momento particolarmente suggestivo è quando i petali di ciliegio cadono nelle acque agitate e cominciano a vorteggiare, creando un effetto di grande bellezza.

Fonte: Saikai-machi web site

Come raccontato in un precedente articolo, nella penisola di Nishisonogi i Kakure Kirishitans, i “cristiani nascosti”, giapponesi che fuggivano dall’editto che proibiva il Cristianesimo durante il periodo Edo, trovarono rifugio presso la città di Sotome [外海]. I Kakure Kirishitans di questa zona, così come quelli di Hirado e di altre aree della prefettura di Nagasaki, continuarono a seguire le proprie tradizioni religiose, anche se nel tempo si sono notevolmente differenziate dal Cristianesimo che tutti conosciamo.

La Sunset Road si sovrappone al percorso del pellegrinaggio di Nagasaki, contribuendo a creare un’unica “strada panoramica” che celebra sia la bellezza naturale che la ricca cultura della regione. In collaborazione con le organizzazioni lungo il tragitto, l’obiettivo è sviluppare la Nagasaki Sunset Road come una delle principali attrazioni della prefettura.

I siti che offrirono rifugio ai kakure kirishitan sono stati ufficialmente riconosciuti come Patrimonio Mondiale dell’UNESCO. Questo riconoscimento celebra la ricca storia del cristianesimo in Giappone, una storia caratterizzata da una fede tenace che ha sempre convissuto con le tradizioni dello shintoismo e del buddismo, così come con le dinamiche sociali del paese.

Il cristianesimo giapponese ha mantenuto la sua identità unica anche durante i periodi in cui è stato vietato. I luoghi di culto cristiani nelle regioni di Nagasaki, Shimabara, Hirado e Amakusa sono testimonianze viventi di questa tradizione straordinaria e del modo di vita dei fedeli, che hanno segretamente tramandato la propria fede anche a rischio della propria vita.

Questi siti sono veri e propri tesori storici che raccontano storie di resilienza, coraggio e devozione, incarnando la perseveranza e la determinazione delle comunità cristiane giapponesi nel preservare la propria fede attraverso i secoli.

La designazione come Patrimonio Mondiale dell’UNESCO è un tributo alla loro importanza culturale e al loro significato universale, che va oltre i confini del Giappone e parla alla condizione umana universale di ricerca spirituale e di difesa delle proprie convinzioni, anche nelle circostanze più difficili.

Nella zona di Sotome è anche possibile esplorare il bungaku-kan [文学館], il Museo Letterario dedicato a Shūsaku Endō [遠藤周作], l’autore del celebre romanzo “Chinmoku” [沈黙], che ha ispirato il film “Silence” del regista premio Oscar, Martin Scorsese.

「神様が僕のためにとっておいてくれた場所」

“Il posto che Dio ha tenuto per me”

Affascinato dalla storia e dalla cultura uniche di queste zone, si dice che Endō abbia visitato questo luogo anche dopo aver completato il romanzo, definendolo persino “il posto che Dio ha tenuto per me”.

l museo letterario, situato su una collina che domina il sumō-nada [角力灘], il mare di Sumō(すもうなだ), è un elegante edificio, all’interno del quale, sono esposti gli oggetti appartenuti allo scrittore, insieme ai suoi manoscritti originali e alla sua collezione di libri, offrendo una panoramica della sua vita e del suo lavoro. Oltre alla mostra permanente, vengono organizzate mostre speciali ogni due anni, ognuna con un tema diverso.

Nagasaki tabinet

Poiché vi trovate nella zona, consiglio vivamente di fare una breve visita anche al Karematsu Jinja [枯松神社]. L’interessante storia di questo santuario sarà trattata in un articolo a parte.

Continuando verso sud lungo la Sunset Road, si attraversa la città di Teguma [手熊], di cui ho già parlato in un articolo precedente riguardante le celebrazioni tradizionali del setsubun nella prefettura di Nagasaki.

Guardando verso il Gotō-nada [五島灘], il mare che si estende tra l’isola di Kyūshū e le isole Gotō, noterete immediatamente unp scoglio che assomiglia al più famoso kaijū [怪獣] che il mondo abbia mai conosciuto. Sto parlando di Gojira [ゴジラ], o come è conosciuto al di fuori del Giappone, Godzilla.

Gli abitanti del luogo la chiamano gojira-iwa [ゴジラ岩] e vista dalla strada sembra proprio che Godzilla stia tornando in mare.


Quello di Teguma non è l’unico scoglio in Giappone ad avere le sembianze di Gojira. Ce ne sono altri cinque rispettivamente in Hokkaidō, Akita, Ōshima [un’isola al largo delle coste di Tōkyō], Ishikawa e Kyōto.

Il nome Godzilla deriva dalla traslitterazione (romanizzazione) del nome originale giapponese Gojira (ゴジラ), che è composto da due parole giapponesi: gorira (ゴリラ), “gorilla”, e kujira (クジラ), “balena”. Questa combinazione di termini riflette le dimensioni, la potenza e l’origine acquatica del leggendario mostro Godzilla.

Gojira è il nome originale giapponese dell’iconico mostro, che in seguito è stato adattato in “Godzilla” per il pubblico di lingua inglese.

Il viaggio prosegue verso sud, dove si attraversa il Megami-oohashi [女神大橋]. Questo ponte, che si erge a oltre 65 metri al di sopra del livello del mare, permette alle imponenti navi da crociera di entrare nella baia di Nagasaki. Ogni sera, il ponte viene illuminato, creando uno spettacolo meraviglioso che lascia senza fiato.


Passato il ponte Megami-bashi la Nagasaki Sunset Road continua il suo viaggio verso sud lungo la Nomozaki Hantō attraversando villaggi di pescatori e natura incontaminata.

Situata a soli 40 minuti di navigazione dal porto di Nagasaki, c’è un isola chiamata Hashima [端島], ma conosciuta da tutti come Gunkanjima [軍艦島], che significa in giapponese “nave da guerra”. Originariamente una miniera di carbone sottomarina do proprietà della Mistubishi, questa piccola isola è stata trasformata in un’area abitativa artificiale riempiendo gli spazi gli scogli circostanti.

La caratteristica più distintiva di Gunkanjima è la sua somiglianza con la maestosa nave da guerra Tosa, che ha ispirato il suo soprannome. Nel 1960, l’isola era la casa di circa 5300 abitanti, vantando la più alta densità di popolazione in Giappone all’epoca.

Le sue strade strette erano animate da scuole elementari e medie, ospedali e una miriade di strutture ricreative, tra cui cinema e sale da gioco, che soddisfacevano le esigenze degli abitanti.

Il carbone estratto dalle miniere di carbone di Hashima era di ottima qualità e ha contribuito in modo significativo alla modernizzazione del Giappone. Tuttavia, con il passaggio dal carbone al petrolio, l’isola ha iniziato a declinare e ha chiuso nel 1974. Gli abitanti dell’isola se ne andarono portando con sé una varietà di esperienze, trasformandola in un’isola disabitata.

Nel 2009 è diventato possibile per il pubblico sbarcare sull’isola e oggi molte persone partecipano a tour che permettono di visitare l’Isola Gunkanjima. Nel luglio 2015 è stata ufficialmente registrata come Patrimonio Mondiale dell’Umanità sotto il nome di “Industrializzazione dell’era Meiji in Giappone – Ferro e Acciaio, Cantieristica Navale, Industria del Carbone”.


Percorrendo la kokudō 499 [国道499号線], la strada statale 499 lungo la penisola di Nomozaki, con il mare di Sumō che si staglia alla vostra destra, oltre alla possibilità di ammirare una vista mozzafiato della costa, e l’imponente Gunkanjima, si vedrà una formazione rocciosa davvero singolare, con una corda tesa tra di esse: sto parlando delle celebri meoto-iwa [夫婦岩], le rocce “Marito e Moglie”.


Guardando verso il mare, sulla sinistra si erge la otoko-iwa [男岩] roccia maschile, che si innalza per 11 metri, mentre sulla destra troviamo la meiwa [女岩] roccia femminile, della stessa altezza.

Questa è una località rinomata per i suoi tramonti, soprattutto durante il solstizio d’estate, quando il sole tramonta all’orizzonte e si tuffa nel mare attraverso lo spazio tra le imponenti rocce.

Nel 1994, questo luogo è stato ufficialmente designato come monumento naturale dalla prefettura di Nagasaki. Inoltre, nel 2013 è stato riconosciuto come una delle “100 vedute naturali viventi di Nagasaki“, confermando la sua importanza e bellezza nella regione.

Situato all’estremità meridionale della suggestiva penisola di Nagasaki, sorge il Nagasaki Nomozaki kyōryū Paaku [長崎のもざき恐竜パーク], il Parco dei dinosauri di Nagasaki-Mozaki un gioiello incantato che ospita uno spettacolo mozzafiato: il suisen no oka [水仙の丘], la collina dei narcisi.

Questo parco incantato si estende su tre piccole colline panoramiche, ognuna con il suo punto di osservazione unico: l’osservatorio nord, l’osservatorio est e l’osservatorio ovest. Qui, tra i sentieri tortuosi e le viste panoramiche, circa 10 milioni di narcisi creano un mare di colori e profumi, regalando un’esperienza sensoriale indimenticabile per chiunque abbia la fortuna di visitarlo.


L’imponente panorama marino di Nomozaki è davvero mozzafiato. Dall’osservatorio settentrionale, si può ammirare l’incantevole isola di Ta no kojima [田の子島], accessibile a piedi durante la bassa marea, e godersi una vista panoramica su Gunkanjima, patrimonio mondiale dell’UNESCO.

Durante i mesi invernali quando il cielo è terso, lo sguardo può spaziare fino a Gotō rettō[五島列島, ]’arcipelago di Gotō. Il contrasto tra il cielo azzurro e il mare profondo è straordinario. Dall’osservatorio occidentale, si può contemplare lo spettacolo del vasto mare e dell’adorabile cittadina di pescatori Nomo-gyokō [野母漁港].

Tra la fine di dicembre e la metà di gennaio ogni anno, le colline sono magnificamente adornate di narcisi in fiore, creando un’atmosfera colorata e ricca di profumi. Nomozaki è rinomata come una delle principali regioni produttrici di narcisi del Giappone occidentale, e in questo periodo si tiene il Nomozaki suisen matsuri [のもざき水仙まつり], il Festival dei narcisi di Nomozaki, che attira moltissime persone da tutto il paese.

La Nagasaki Sunset Road offre molto più di un semplice percorso panoramico. È un viaggio attraverso la storia, la cultura e la bellezza naturale di Nagasaki, che si svela gradualmente con ogni curva della strada. I tramonti mozzafiato che si possono ammirare lungo questo percorso rimangono impressi nella memoria, mentre le pittoresche vedute sul mare e sulle colline creano un’atmosfera di pace e serenità.

Chi percorre la Nagasaki Sunset Road ha l’opportunità di immergersi completamente nell’incantevole paesaggio di questa regione, lasciandosi trasportare dalle emozioni che solo un tramonto sul mare può suscitare. È un’esperienza che rimane nel cuore di chiunque abbia avuto il privilegio di attraversare queste strade e di contemplare lo spettacolo della natura in tutto il suo splendore.

Che si tratti di un viaggio breve o di un’esperienza più prolungata, la Nagasaki Sunset Road offre un viaggio indimenticabile attraverso la bellezza e la tranquillità del paesaggio giapponese.

Festival delle lanterne di Nagasaki

Il festival delle lanterne [長崎ランタンフェスティバル], originariamente iniziato come una celebrazione del Capodanno cinese da parte dei commercianti cinesi che risiedevano a Nagasaki, si è trasformato nel principale evento invernale della città, diventando anche il più grande del suo genere in tutto il Giappone.

Più di 15.000 lanterne colorate e installazioni adornano l’intera città, partendo dal palco allestito presso il minato kōen [湊公園, “parco Minato] attraverso le strade di Chinatown e dell’animata kankō-doori fino a Chūōen e il suggestivo meganebashi (letteralmente “ponte degli occhiali”), oltre a numerosi altri luoghi sparsi per l’intera Nagasaki.

Durante tutto il periodo dell’evento, oltre alle lanterne, numerosi oggetti artistici, detti obuje [オブジェ, dal francese “objet“] di varie forme e dimensioni adornano le strade di Nagasaki, alcuni dei quali superano i 10 metri di altezza.

Nel cuore della nuova Chinatown [長崎新地中華街, Nagasaki shinchi chūka machi], che è la principale sede del festival, un palco ospita spettacoli quotidiani legati alla cultura cinese. Gli spettatori possono godersi la ja-odori [龍踊り, “la danza del drago”], gli spettacoli acrobatici cinesi e le esibizioni dell’Erhu, lo strumento a corda tipico cinese.

Nel 1994, la vivace comunità della Shinchi Chinatown di Nagasaki, una delle tre più grandi Chinatown del Paese [le altre si trovano a Kobe e Yokohama], ha trasformato la popolare celebrazione del kyūshōgatsu [旧正月], conosciuto anche come shunsetsu [春節], il Capodanno cinese, nel suggestivo Nagasaki Lantern Festival.

Questa trasformazione ha reso il festival una delle principali tradizioni invernali della città, attirando ogni anno più di un milione di persone provenienti da tutto il paese, contribuendo così a promuovere la città a livello nazionale.

Questo festival si ispira al genshōsetsu [元宵節], il festival delle lanterne cinesi che si svolge nella notte del quindicesimo giorno del primo mese del calendario lunare. Le lanterne esposte a Nagasaki, seguendo lo stile cinese, sono chiamate chūgoku-chōchin [中国提灯], in omaggio a questa tradizione.

Lo shunsetsu [春節], letteralmente “festa di primavera”, rappresenta il Capodanno cinese ed è l’evento annuale più significativo del paese. Si celebra il primo giorno del primo mese del calendario lunare (Febbraio secondo il calendario gregoriano), e la notte precedente è nota come joseki [除夕], durante la quale le famiglie si riuniscono per accogliere il nuovo anno festeggiando.

Lo shunsetsusai [春節祭, “Festival di Primavera”] rappresenta un evento originariamente dedicato alle celebrazioni del Capodanno cinese dai residenti cinesi a Nagasaki. Iniziato principalmente nella Chinatown Shinchi di Nagasaki nel 1987, è stato ampliato nel 1994, diventando l’attuale festival.

Il genshōsetsu [元宵節], la festa delle lanterne, si celebra il quindicesimo giorno del primo mese del calendario lunare, ed è considerato il momento in cui gli spiriti celesti possono essere avvistati nel cielo. Si narra che in questa notte le lanterne venissero accese e portate in processione per le strade della città, al fine di facilitare la individuazione degli spiriti anche in presenza di nuvole e nebbia.

Durante questa festa si onorano anche le anime degli antenati defunti e si festeggia la prima luna piena del nuovo anno lunare, segnando la conclusione del Capodanno cinese. Le abitazioni vengono addobbate con lanterne colorate, spesso adornate da indovinelli; chi riesce a risolverli correttamente può ricevere un piccolo omaggio in segno di buon auspicio.

Questa antica tradizione sembra risalire alla dinastia cinese degli Han, periodo in cui i monaci buddisti accendevano lanterne il quindicesimo giorno del primo mese lunare in onore del Buddha. Successivamente, il rito fu adottato dalla popolazione e si diffuse in tutta la Cina e in altre regioni dell’Asia.

Uno dei luoghi più affascinanti da visitare è il Minato Kōen, incastonato nel cuore della vivace Chinatown. Questo parco è rinomato per la sue suggestie decorazioni con lanterne di diverse tonalità e dimensioni, che creano un’atmosfera magica e colorata.

L’attrazione principale del parco è senz’altro l’installazione artistica composta da lanterne che rappresenta il segno zodiacale dell’anno in corso. Questa installazione non solo attira l’attenzione dei visitatori, ma incanta anche per la sua bellezza e la sua simbologia.

Inoltre, all’interno del parco viene allestito un palco dove si tengono spettacoli e performance di vario genere. Qui è possibile godersi esibizioni di danza tradizionale, musica folkloristica e altre forme d’arte che celebrano la cultura cinese.

Il Minato Kōen è un luogo imperdibile per coloro che desiderano immergersi nell’atmosfera unica di questa affascinante zona della città.


Durante il periodo del festival, presso il Minato Kōen, è tradizione esporre le nama-kubi [生首], teste di maiale, come offerta a Kan-u [関羽], uno dei protagonisti della saga dei Tre Regni, simbolo di coraggio e saggezza. Questa pratica rende omaggio alla profonda lealtà di Kan-u, il quale gode di grande popolarità in Giappone, dove è considerato un valoroso generale.

Conosciuto anche con il nome di kantei [関帝]. Dopo la sua morte, è stato venerato come una divinità per favorire il successo nei commerci, attirare la fortuna e scacciare gli spiriti maligni.

La disposizione dei maiali sull’altare e le code conficcate sulla fronte hanno significati profondi: il maiale stesso simboleggia la prosperità, mentre la presenza della coda infissa sulla fronte del maiale è un gesto simbolico che accoglie i clienti, indicando che un intero maiale è stato preparato in loro onore.


Tutte le strade che si intersacano all’interno della nuva Chinatown sono decorate con lanterne illuminate che, al tramonto, danzano al vento, creando un’atmosfera unica e magica.


Oltre a Dejima [出嶋], la piccola isola artificiale a Nagasaki dove i commercianti olandesi erano confinati, è forse il simbolo più conosciuto di ciò che è conosiuto come il periodo di isolamento del Giappone noto come sakoku [鎖国, “paese chiuso”] che è stato in vigore durante il periodo Edo fino all’apertura del Giappone nel 1858.

Ciò che è molto meno conosciuto è che c’era anche un secondo complesso a Nagasaki dove erano confinati mercanti e marinai cinesi. Chiamato tōjin-yakishi, fu costruito sul pendio che sorge alle spalle dell’attuale chinatown.


Le arcate della vivace shōtengai di Nagasaki sono abbellite con moltissime lanterne rosse. In questa zona di trova l’installazione rappresentante Lao Zi. In giapponese conosciuto come gekka-rōjiin [月下老人], protettore dei matrimoni.


Lungo il fiume Nagashima, sede della più celebre attrazione turistica di Nagasaki, il ponte Megane, le lanterne gialle si specchiano sulla superficie del fiume, regalando uno spettacolo mozzafiato ai visitatori.

Il Meganebashi (眼鏡橋, letteralmente “ponte degli occhiali”) è il più notevole tra i vari ponti in pietra che attraversano il fiume Nakashima nel centro di Nagasaki.

l ponte, che prende il nome dalla sua somiglianza con un paio di occhiali quando è riflesso nell’acqua del fiume, è una popolare attrazione turistica ed è designato come un importante patrimonio culturale della città.


Questo parco è abbellito da splendide installazioni raffiguranti una varietà di animali ed è molto popolare tra le famiglie con bambini.


Il Santuario di Confucio a Nagasaki (孔子廟, Kōshi-byō) è uno dei pochi santuari dedicati al filosofo cinese Confucio in Giappone. Il santuario fu costruito nel 1893 dalla comunità cinese di Nagasaki.

All’interno del santuario si può assistere allo henmen-show [変面ショー, “show del cambio delle maschere”], una performance cinese trazionale tenuta durante eventi particolari, è molto popolare sia tra la popolazione locale che tra i turisti.


Durante il festival, si tengono numerosi eventi che celebrano la cultura tradizionale cinese. Tra le attrazioni più spettacolari e affascinanti vi sono la parata dell’Imperatore, la processione di Mazu, le danze del drago e le esibizioni di erhu.

La Parata dell’Imperatore, che si tiene di solito solamente due volte durante il festival, è una magnifica processione ispirata alle celebrazioni del Capodanno della dinastia Qing.

Partendo da Chūō-kōen e terminando a Minato-kōen, la parata presenta un carro dell’Imperatore e dell’Imperatrice, accompagnati da circa 100 persone, tra cui portabandiera, indossanti sontuosi costumi cinesi per ricreare l’atmosfera festosa del nuovo anno.


La Processione è un evento dedicato a Mazu, la divinità del mare, per invocare la sua protezione e la prosperità delle attività marittime.


La Danza del Drago, affonda le sue radici in un antico rituale celebrato per invocare un buon raccolto e la pioggia, vede impeganti abili danzatori che guidano un drago di 20 metri di lunghezza con grande maestria, eseguendo movimenti vigorosi per attirare le precipitazioni.


l’erhu, conosciuto in giapponese come niko [二胡], è uno strumento a due corde, simle al violino, molto popolare nella musica tradizionale cinese.


Lo spettacolo delle maschere cinesi, presentato quotidianamente presso il Tempio di Confucio, rappresenta un’antica forma d’arte segreta proveniente dal Teatro del Fiume di Sichuan.

Questo enigmatico spettacolo, con maschere che si trasformano in un batter d’occhio di fronte agli occhi degli spettatori, offre uno spettacolo affascinante e misterioso.


Cosa si deve assolutamente assaggiare durante il Festival delle Lanterne.

L’hatosi è un piatto che si dice sia stato trasmesso dalla Cina, consiste nel friggere due fette di pane farcite con polpa di gamberi. Ha le dimensioni pefertte per mangiarlo passeggiando tra le vie del festival.


Non c’è niente di meglio che mangiare un butaman caldo durante le fredde e ventose giornate del festival. I più buoni sono quelli di una bottega conosciuta come Momotaro.


Le jagachan sono delle patate cotte a vapore, ricoperte di burro e poi fritte. Il risultato finale è cibo dolce e salato. Le patate, coltivate nei ricchi suoli vulcanici, sono diventate una specialità della Penisola di Shimabara.


Se vi paice la pancetta di maiale, una cosa che devote assolutamente provare se venite a Nagasaki sono i kakuni manju. Spessi pezzi di pancetta di maiale vengono cotti a fuoco lento con dashi, salsa di soia, sakè, zucchero e mirin fino a diventare morbidi e scioglievoli in bocca. Questi pezzi di maiale vengono poi avvolti in un leggero e soffice panino cotto a vapore.


Il Lantern Festival di Nagasaki incanta con la sua magica atmosfera luminosa, unendo tradizione, cultura e spettacolo in una celebrazione indimenticabile per tutti i visitatori.

Il motto-mo

Dopo un periodo di pausa forzata causato dall’impatto della pandemia di COVID-19, le vivaci grida del motto-ji [モットモ爺, “nonno motto”] e dei bambini terrorizzati hanno di nuovo animato le case delle cittadine di Teguma [手熊] e Kakidomari [柿泊], situate nella zona occidentale di Nagasaki.

Nelle aree menzionate, il setsubun [節分] è festeggiato attraverso una tradizione conosciuta come motto-mo [モットモ]. Questo rito, simile ad altri rituali associati al setsubun, è concepito per scacciare i demoni e attirare la fortuna.

La nascita di questa tradizione non è documentata in fonti scritte; piuttosto, è stata tramandata oralmente da oltre cento anni. Ogni individuo che vi ha preso parte ha appreso questa tradizione dalle generazioni precedenti e a sua volta l’ha insegnata a quelle successive, creando così un legame duraturo tra passato e futuro.

Nel 2015, il motto-mo è stato ufficialmente designato come patrimonio folkloristico immateriale nazionale [重要無形文化財, jūyōmukei-minzoku-bukazai], per il suo significato nel contesto delle caratteristiche regionali e dello sviluppo dei riti associati al setsubun.

Le cittadine di Teguma e Kakidomari celebrano il setsubun rispettivamente il 2 e il 3 di Febbraio.

Durante il rituale, un gruppo di tre persone, composto dal toshi-otoko [年男, “ragazzo dell’anno”], dalla fuku-musume [福娘, la “ragazza della fortuna”] e dal motto-mo ji [モットモ爺, il “nonno Motto-mo“], si reca in visita nelle case della zona.

Il termine toshi-otoko [年男], che letteralmente significa “l’uomo dell’anno”, si riferisce a un individuo nato sotto lo stesso segno zodiacale (cinese) dell’anno in corso. In Giappone, il concetto di toshi-otoko si estende anche al capofamiglia maschile, responsabile della conduzione dei riti di fine anno.

La fuku-musume [福娘], nota come la “ragazza della fortuna”, è una figura comune nei santuari giapponesi, spesso selezionata annualmente per distribuire gli amuleti portafortuna. Durante il motto-mo, indossa un kimono e il volto è dipinto di bianco. A Teguma, la fuku-musume può essere interpretata da un uomo travestito da ragazza, aggiungendo un tocco unico alla tradizione locale.

Il motto-mo-ji [モットモ爺], letteralmente “nonno motto-mo“, si presenta con il volto dipinto di rosso e nero e indossa un copri abito chiamato shuro-mino [棕櫚蓑], fatto di foglie di palma di canapa intrecciate, un tempo utilizzato dai contadini della regione. Spesso, durante le celebrazioni, vengono anche indossate maschere per aggiungere ulteriore mistero e fascino alla tradizione.

La prima persona ad entrare in casa è il toshi-otoko, il quale sparge i mame mentre urla “Oni ha soto!” [鬼は外!], ossia “fuori i demoni”, seguito dalla fuku-musume che grida “Fuku ha uchi!” [福は内!], “dentro la fortuna”. Questo momento simbolico marca l’inizio delle festività e dei rituali del setsubun.

Infine, gridando motto-mooo! [モットモー!]”, il motto-mo ji fa il suo ingresso nella casa, battendo i piedi e picchiando il pavimento con un bastone, prendendo in braccio i bambini che piangono e si nascondono terrorizzati. Si crede che più i bambini piangono, più la famiglia sarà fortunata durante l’anno nuovo, mantenendo viva la tradizione e il folklore della festività del setsubun.

La pratica di picchiare energicamente il pavimento con i piedi e un bastone, creando un forte rumore, ha lo scopo di placare gli spiriti maligni. Questo gesto condivide il medesimo significato dello shiko [四股], il cerimoniale eseguito dai lottatori di sumō quando alzano le gambe in aria e colpiscono con forza il terreno, un atto che simboleggia la purificazione e la scacciata delle energie negative.

Quando i tre lasciano la casa, un accompagnatore dice “le divinità della fortuna sono venuti a trovarvi” e riceve un dono della famiglia.

Sebbene in passato eventi simili al motto-mo siano stati tramandati in tutte le cittadine della penisola di Nishisonogi [西彼杵半島, “Nishisonogi Hantō“, dove sorge anche Nagasaki], negli ultimi decenni molte di queste celebrazioni sono state abbandonate a causa della mancanza di persone disponibili ad impegnarsi nel preservare e portare avanti tali tradizioni. Tuttavia, c’è speranza che con il rinnovato e crescente interesse per il folklore locale, possa esserci un ritorno e una rinascita di questi rituali nel futuro.