La tua domanda tocca uno degli argomenti più difficili e intrattabili della storia dell’umanità.
L’arte come forma di espressione personale estetica è sempre esistita e ha presumibilmente sempre avuto un valore di mercato. Non mi sembrerebbe strano se un un Neanderthal csi fosse impegnato a dare un pesce a un compagno se questo gli faceva le stesse decorazioni sull’Elsa della sua clava.
Allora come ora, se le tue decorazioni sui manici delle clave sono più popolari di quelle di un altro artigiano( notare il prefisso arti-, che in questo caso sta per tecnica, non per arte), avranno un valore di mercato superiore. Ma allora si parlava di bello, non di arte, che parla di valori assoluti, ci sono questi valori assoluti del problema.
Il concetto di arte come lo intendiamo oggi, come forma di espressione individuale e creativa, è emerso in modo più distintivo durante il Rinascimento europeo nel XIV secolo. In questo periodo, gli artisti come Leonardo da Vinci, Michelangelo e Raffaello furono riconosciuti come figure di grande talento e iniziarono a essere considerati come creatori di opere d’arte uniche e originali.
Da allora, il concetto di arte si è sviluppato ulteriormente attraverso i movimenti artistici successivi, come il Barocco, il Romanticismo, l’Impressionismo, il Cubismo, il Surrealismo e così via. Ogni movimento artistico ha portato con sé nuove prospettive e approcci all’arte, contribuendo alla sua evoluzione e alla definizione di ciò che può essere considerato come tale.
Ricordo un tizio che avevo incontrato sul treno. Era appena andato a Firenze a vedere una mostra con il suo figlioletto di sei o sette anni. Il bambino gli aveva fatto una domanda molto intelligente. Davanti a un quadro di Raffaello, aveva detto: “papà, posso di’ che è brutto?
E lui rispose: “se pensi che è brutto, lo DEVI dire. Sagge parole. Per me, i quadri di Raffaello sono croste.
Ma il succo è che si tenta sempre di dare un valore assoluto all’arte, cosa che non è possibile. E questa idea che causa tutte le contraddizioni.
L’arte deve essere assoluta, quindi godibile nella stessa misura da tutti. Tutti devono per forza trovare sublime Raffaello. Ma chiaramente non è così. Ci sono fattori di conoscenza, sensibilità ed educazione da tenere presenti. Ci sono anche fattori di interesse. Io per esempio sono sensibile alle arti musicali e ho una conoscenza molto profonda e molto estesa delle musiche di tutto il mondo ma l’arte figurativa non mi interessa. Credo che il fatto che in generale io trovi assolutamente priva di interesse di bellezza il 90% dell’arte figurativa sia un mio problema di sensibilità.
ma non abbiamo ancora risposto alla domanda. Chi definisce l’arte?. Di solito la risposta accettata nel mondo del mercato dell’arte è “Gli esperti.” Gli esperti quindi letteralmente creano l’arte dichiarandola tale.
È quello che fa notare il falsario d’arte Eric Hebborn, che si difende sostenendo di non aver mai detto che un quadro fosse stato fatto da tale o talaltro. Lui si limitava a produrre un disegno che assomigliava a quelli di Piranesi, con carta del periodo di Piranesi, portando poi il tutto ad un esperto. Era poi questo esperto che creava l’arte, identificando il disegno come un’opera in edita di Piranesi.
La storia dei nomi in Giappone è legata in modo profondo a quella dei cognomi. Il diiritto ad avere una genealogia e a tenere un butsudan (un mobile di casa dove vivono i propri antenati) fu esteso al popolo da Tokugawa Hidetada nel 1637. Prima di allora solo i nobili (tutti di sangue imperiale) avevano nomi e cognomi. Notare che l’imperatore stesso non aveva cognome. Il possesso di un cognome in sé indicava l’appartenenza a un ramo cadetto della famiglia imperiale. Non solo avevano un cognome, ma ne avevano più di uno. Avevi un nome da bambino e vari da adulto, validi in circostanze diverse. Per esempio, Minamoto no Yoshisada è conosciuto come Nitta Yoshisada perché era capo clan dei Nitta, una suddivisione dei Minamoto. Poi in pratica veniva chiamato, come tutti gli altri leader, non col suo nome ma con titoli come Gosho (御所)”onorevole luogo” per motivi scaramantici, in altri termini evitare il malocchio. Non dirò altro sui nomi e cognomi dei samurai perché a essere onesto non ci ho mai capito molto. È veramente una giungla dalla quale non si viene fuori. Uno aveva vari cognomi (vedi Nitta Yoshisada). Tutto questo perché sia il nome che i cognomi dovevano illustrare la posizione dell’individuo all’interno della complessa struttura a clan della società giapponese. All’epoca della guerra fra gli Stati (dal 1467 al 1615) la storia era diventata molto diversa. I nomi si assumevano e si abbandonavano con facilità. Toyotomi Hideyoshi nacque Hiyoshi-maru, dove -maru è un suffisso infantile. Come contadino, non aveva cognomi. Scelse più tardi il nome Kinoshita Tokichirō per finire con il nome con cui è passato alla leggenda. Hōjō Sōun nacque Ise Moritoki, divenne Ise Shinkurō e finì con Hōjō Sōun, appunto. In questa fase della storia giapponese, di solito le classi meno abbienti avevano nomi ma non cognomi, come detto. Erano nomi molto diversi da quelli attuali, spesso derivati da una professione. La riforma della famiglia attuata dai Tokugawa dava il diritto di un cognome e un nome solo al capofamiglia. Le donne non avevano esistenza legale, gli uomini dopo il primogenito non avevano diritto ad un cognome, non avevano diritto ad una famiglia, anche se potevano averla dietro permesso del primogenito. Come nome avevano gli ordinali nominati da Arturo Camillacci. Vorrei fare una parentesi per spiegare il perché di Queste severissime, per non dire disumane, leggi. La questione della struttura della famiglia era legata intimamente alle ragioni della lunghissima guerra civile da cui il paese era appena uscito. Il diritto di tutti i figli maschi a ereditare, accoppiato all’ereditarietà della carica di feudatario (Gokenin) aveva portato ad un’eccessiva frammentazione del territorio coltivabile, causando una crisi alimentare e più di tre secoli di guerra praticamente continua. Tanto ci volle per ricomporre il paese sotto una sola mano. La nuova struttura della famiglia, insieme ad altre misure, serviva a garantire una pace futura nel paese. A questo punto l’uso di un cognome è comune, ma non universale. La società è divisa in quelle che sono praticamente a caste, che non hanno tutte uguali privilegi. Nel 1868 inizia la restaurazione Meiji. A tutti viene dato il diritto ad un nome e un cognome. Tutti se ne scelgono uno, spesso inventandoselo. Per questo, esistono cognomi estremamente comuni, come Tanaka e Takahashi, ma ne esistono molti altri, 100 mila in tutto, molti rari e spesso regionali. Okinawa in particolare ha cognomi suoi, come Chinen e Shimabukuro. I cognomi giapponesi odierni possono consistere di un singolo carattere, per esempio Hara (原), ma generalmente di due, come per esempio Takahashi (高橋o più. Il cognome di Okinawa Kōhiruimaki 高比類巻 ne ha quattro. Tutti erano originariamente in qualche modo descrittivi, e quindi possono venire tradotti. Tanaka vuol dire “nel campo”, Takahashi “ “Pontealto“ e così via. Penso di fare cosa gradita dando una traduzione letterale, se non un’etimologia, dei cognomi giapponesi più conosciuti da noi. Il significato originario a volte è chiaro, a volte meno. Kawasaki 川崎 Promontorio sul fiume (?) Honda 本田 Campo di origine Mitsui 三井 Tre pozzi Mitsubishi 三菱 Tre diamanti Suzuki 鈴木 albero delle campanelle Toyota 豊田 Ricco campo Makita 牧田 Pastorizia e agricoltura Un aspetto importante di qualsiasi nome o cognome sono i caratteri con cui viene scritto. Per esempio, lo shogun Ashikaga Takauji scriveva inizialmente il suo nome non 足利尊氏 ma 足利高氏. L’uso del carattere 尊 (onore) al posto di quello 高 (alto) gli fu concesso come onorificenza dell’imperatore Go-Daigo. I nomi maschili di solito sono composti da due caratteri, spesso invertibili. Ad esempio Akihiro, Hidetaka, Yoshinobu e Kazuyoshi possono diventare Hiroaki, Takahide, Nobuyoshi e Yoshikazu semplicemente invertendo l’ordine dei caratteri che li compongono. Il significato dei caratteri e di solito qualcosa come onesto, retto, chiaro e roba del genere. Le grafie possibili sono numerosissime, tanto che dal nome in caratteri romani è impossibile risalire con sicurezza al nome originario. I nomi femminili sono molto più elaborati. I suffissi tipici dei nomi femminili sono -ko (子 Akiko), -ka (Norika, Tomoka, Momoka, di solito 香, profumo, o 花 fiore), -yo 代 (nessun significato ovvio), -e (恵Yoshie) -ho (Miho o Kaho) o -na (Riona, Kana) , questi ultimi scritti in molti modi diversi. Sono presenti alcuni nomi femminili di origine europea che potevano essere scritti facilmente con caratteri cinesi. Tre esempi sono Maria, Naomi e Erena (sì, proprio Erena) Viene fatta molta attenzione ai caratteri con cui il nome si scrive e l’effetto ottenuto può essere molto diverso a seconda dei casi. Uno estremo è quello del nome Akiko, che può essere scritto in mille modi fra cui 明子 e 秋子. Il secondo carattere, ko, è un diminutivo come -etta di Simonetta. Il primo nome si scrive col carattere “luce”, il secondo nome col carattere per autunno. La pronuncia è la stessa, l’effetto è molto diverso. È quindi normale chiedere ad un nuovo amico come scrive il suo nome. Il seguente collegamento porta a un sito che elenca i cognomi e nomi più comuni in Giappone. Data and Information for Learning Japanese Un’ultima nota, poi vi lascio. Dopo la morte di un individuo, è buona norma comprargli un nome postumo, diverso da quello che aveva quand’era in vita, in modo che la sfortuna e il male non possano trovarlo/a.
Il 7 gennaio, in molte zone del Giappone si mangia un tipo di porridge di riso condito con sette diversi tipi di erbe chiamato nanakusa-gayu (七草粥), (七) sette, (草) erbe. L’usanza vuole che preparare e mangiare questa zuppa calda abbia lo scopo di tenere lontano gli spiriti maligni. Introdotta dalla Cina, si diffuse in Giappone verso la metà del periodo Heian e, durante il periodo Muromachi, fu trasformata in una sorta di porridge di riso diventando quella oggi conosciamo come nanakusa-gayu.
In passato le erbe usate nel preparare questa pietanza erano molto preziose perché crescevano anche durante la stagione fredda, quando ancora era inverno inoltrato e spesso i campi erano ricoperti dalla neve. La forza vitale di queste erbe, che crescevano fresche e verdi anche in pieno inverno, ha fatto sì che fossero considerate di buon auspicio, diventando parte della cultura alimentare del Giappone. La credenza vuole che mangiando queste erbe si allontanino dal corpo gli spiriti maligni e prevenga i malanni. Il riso poi, cotto in questa maniera, serve anche a far riposare lo stomaco dalle lunghe mangiate delle festività appena concluse.
Quando questa usanza fu introdotta in Giappone nel periodo Nara (710-794), fu combinata con un’ usanza autoctona di quel periodo conosciuta come wakanatsumi (若菜摘み) durante la quale si raccoglievano e si mangiavano le giovani verdure all’inizio dell’anno per dare vitalità. Il nanakusa-gayu è il risultato della fusione delle due traduzioni. In mancanza delle sette erbe sopra indicate si possono utilizzare qualsiasi tipo di verdura di vostro gradimento. L’utilizzo di quante più verdure fresche e giovani possibile corrisponde al concetto originale di ottenere nuova forza vitale della natura.
Inoltre, in Giappone esisteva anche una tradizione che prevedeva l’organizzazione di banchetti alla corte imperiale il 7 Gennaio, chiamati nanuka no sechie (7日の節会). Il sechie era un banchetto di corte che si teneva nei giorni cruciali dell’anno. Annualmente si celebravano cinque banchetti principali: il Ganjitsu no sechie (元日節会, il banchetto di Capodanno) del 1° Gennaio, il Nanuka no sechie (7日の節会, banchetto del Settimo Giorno), Aouma no sechie (青馬の節会, banchetto del Cavallo Bianco) celebrato anche questo il 7 Gennaio, il Tōka no sechie (踏歌の節会, il banchetto della Danza Toka) del 16 Gennaio, il Tango no sechie (端午の節会, Festa della Bandiera Dolce) del 5 Maggio, conosciuto anche come Itsuka no sechie (5日の節会) e il Toyonoakarai no Sechie (豊明節会) che si celebra il mese di Novembre.
In Giappone il 7 Gennaio è conosciuto con diversi nomi come nanakusa no sekku (七草の節句, festa delle sette erbe), nanoka shōgatsu (七日正月, il Capodanno del settimo giorno) o jinjitsu (人日) letteralmente “festa dell’ uomo/umanità”, ricorrenza che si celebra in gran parte del sud est asiatico. Questa festività fa parte del gosekku (五節句), ovvero le 5 festività stagionali più importanti giapponesi distribuite nell’arco dell’anno come segue:
人日 – jinjitsu, 7 gennaio. Detto anche jinji no sekku (人日の節句).
雛祭り- hina matsuri, la festa delle bambole o delle bambine che si celebra il 3 Marzo.
子供の日- kodomo no hi, la festa dei bambini che si celebra il 5 Maggio
七夕 – tanabata, che si celebra il 7 Luglio
菊の節句 – kiku no sekku, il giorno dei crisantemi che si celebra il 9 Settembre.
Questa festa è la corrispondente di quella cinese detta “renri” (lettura cinese di jinjitsu, 人日) che si festeggia il settimo giorno dello zhengyue (il primo mese del calendario cinese). Secondo la tradizione cinese, il renri fu il giorno della creazione dell’essere umano da parte della divinità femminile della creazione cinese (in Giappone conosciuta con il nome di joka 女媧) che per non sentirsi sola decise di di creare un animale ogni giorno. Al settimo giorno, sentendosi ancora sola, creò l’uomo. Da questa leggenda nasce il jinji no sekku che si celebra il settimo giorno del nuovo anno.
La preparazione del nanakusa-gayu è piuttosto semplice. È infatti sufficiente lasciar stracuocere il riso per circa 30-40 minuti dal momento dell’ebollizione e poi vanno aggiunte le erbe tagliate, poi fine cottura si può aggiungere anche il sesamo. In Giappone queste erbe sono di solito vendute in tutti i supermercati con il nome di haru no nanakusasetto” (春の七草セット, set delle sette erbe primaverili). Si tratta di un set di erbe fresche pronte per essere utilizzate nella preparazione del nanakusa gayu.
Le sette erbe sono le seguenti (molte di questo non le avevo mai sentite nominare quindi devo ringraziare mia moglie per l’aiuto nel riconoscerle. Per il corrispettivo italiano mi sono affidato a Google):
芹 – Seri: il prezzemolo giapponese. Una pianta aromatica che si dice migliori l’appetito.
薺- Nazuna: la borsa di pastore. Era un alimento molto popolare nel periodo Edo.
御形 – Gogyō: la canapicchia. Si crede nella sua efficacia nel prevenire il raffreddore e alleviare la febbre. Questa erba ė detta anche haha-kogusa (母子草) “erba madre e figlio” scritta con i kanji madre e figlio.
繁縷 – Hakobera: la stellaria media. È ricca di vitamina A, che fa bene agli occhi, e veniva usata come medicina per i dolori di stomaco.
仏の座 – Hotoke no za: la lassana. Pianta simile al tarassaco ed è ricca di fibre. Il nome hotoke-noza deriva dalla forma delle foglie sotto i fiori, che ricordano il daiza (台座), ovvero il piedistallo sul quale siede il Buddha.
菘 – Suzuna: la brassica rapa. Ricca di vitamine.
蘿蔔 – Suzushiro: il rafano bianco. Si crede favorisca la digestione ed aiuti a prevenire il raffreddore.
Per ottenere un buon okayu, viene spesso utilizzata una donabe (土鍋), una pentola giapponese di terracotta, adatte per questo tipi di preparazioni. Mia moglie aggiunge poi le erbe e una volta pronto dispone la pentola al centro tavola.
La nonna di mia moglie mi ha raccontato che quando era bambina, mentre raccoglieva questa erbe lungo il fiume che scorre vicino casa e in seguito durante la preparazione delle stesse, sua madre era solita cantarle una filastrocca, una warabe-uta (わらべ歌) in Giapponese. Anche mia moglie la conosce ma al giorno d’oggi non si usa quasi più.
七種なずな 唐土の鳥が 日本の土地へ 渡らぬ先に 七草たたいて トントントン。
Nanakusa-nazuna.
Tōdo no tori ha Nihon no tochi he wataranu saki mi nanakusa tataite ton-ton-ton.
“Respingi gli uccelli provenienti dalla Cina prima che arrivino in Giappone, colpisci le sette erbe, ton ton ton.”
In passato, si pensava che gli storni di uccelli migratori provenienti dalla Cina portassero la peste e i parassiti che avrebbero danneggiato le coltivazioni del Giappone. Nello scacciare gli uccelli, che rappresentano gli spiriti maligni, è intrinseco un significato di buona salute. La parte finale “tataite ton ton ton” fa riferimento al rumore della preparazione delle erbe che ai credeva cacciasse gli uccelli.
Ogni regione ha sviluppato nel tempo il suo stile nella preparazione di questo piatto. Nel nord del Giappone viene spesso aggiunta l’hondawara (un tipo di alga) mentre qui a sud nel Kyūshū viene spesso preparata anche con i mochi (dolci di riso).
Che ne dite di preparare una buona pentola nanakusa-gayu per il 7 Gennaio e, mangiandola assieme ai vostri amici e familiari non gli raccontate come in quella che sembra una semplice zuppa di riso ed erbe si nasconde un’antica tradizione che è stata tramandata nel tempo.
In Giappone, durante le vacanze di Capodanno ci sono molte tradizioni e festeggiamenti. Inoltre, l’inizio dell’anno è un momento perfetto per decidere cosa vogliamo realizzare durante l’anno. Ultimamente si sente molto dire che se si scrivono i propri propositi su un foglio di carta è più probabile che questi vengano raggiunti. Anche i giapponesi hanno l’usanza di scrivere i loro propositi per il nuovo anno con un pennello calligrafico il 2 Gennaio. Questa tradizione è nota come kakizome (書き初め), la prima scrittura del nuovo anno. Nel Giappone antico il kakizome era pratica esclusiva degli ambienti della corte imperiale ma, grazie alla diffusione dell’istruzione nelle scuole interne a templi e santuari questa tradizione si diffuse anche tra la popolazione durante il periodo Edo. Oggi il kakizome è un’usanza che può essere pratica da chiunque, senza limiti di età o classe sociale, per accogliere nel migliore dei modi il nuovo anno.
書は人なり。
Sho ha hito nari.
“La scrittura rivela la personalità”
La scrittura è un’esternalizzazione della personalità di una persona, che rappresenta quindi uno sforzo di crescita come persona. Per questo motivo i giapponesi cercano di avere sempre una bella scrittura. Lo shodō (書道) o shūji (習字), ovvero la calligrafia, è una materia obbligatoria alle scuole elementari, dove i bambini giapponesi imparano non solo a scrivere correttamente hiragana, katakana e kanji, ma anche la corretta postura di scrittura e la corretta impugnatura del fude (筆) il pennello che si usa nella calligrafia. È usanza normale che gli insegnanti assegnano ai bambini il kakizome, come compito durante le vacanze di Capodanno e durante quelle estive.
Avere una bella calligrafia è molto importante in Giappone non solo per mostrare le proprie abilità ma anche perché la maggior parte delle aziende giapponesi richiedono ancora curriculum scritti a mano. Un bel curriculum scritto a mano dà quasi sempre una buona impressione, quindi chi cerca lavoro ci mette molta cura nel prepararlo. Specialmente nel caso di noi stranieri, presentare un curriculum scritto con cura, avrà di sicuro un ottimo impatto sui possibili datori di lavoro che per esperienza sono sempre molto zelanti ed attenti a questi dettagli.
Il kakizome era, ed è tuttora, considerato un rituale speciale che aiuta le persone a liberare la mente e concentrarsi sull’espressione della loro determinazione attraverso la scrittura. Ogni linea, ogni tratto ed ogni punto, diventano una forma di meditazione. Una volta finito il vostro kakizome, appendetelo alla parete. La sua vista ci darà la determinazione e la volontà di realizzare il vostro proposito per il nuovo anno. I kakizome vanno poi normalmente portati al santuario per essere bruciati assieme alla decorazioni utilizzate durante lo shōgatsu.
Il kakizome affonda le sue radici nell’evento di corte di periodo Heian chiamato kissho no sō (吉書の奏), che consisteva nella presentazione di un documento all’Imperatore per celebrare eventi come il nuovo anno ma anche il cambio di nome di una regione o il cambio di un capofamiglia. Si trattava più di una procedura amministrativa, dal contenuto cerimoniale, per indicare che tutto stava procedendo senza intoppi. Questo rituale fu ripreso poi durante il periodo Kamakura e Muromachi come evento rituale di Capodanno chiamato ed il nome cambiò in kissho-hajime (吉書始め). Questo documento veniva prodotto da un magistrato, conosciuto con il nome di kissho-bugyō, ed era ovviamente scritto utilizzando un mōhitsu (毛筆), un pennello per la scrittura.
Nel periodo Edo (1603-1867), il kissho-hajime si diffuse tra la popolazione comune come evento per celebrare il nuovo anno. Sempre durante questo periodo per poter entrare in servizi presso il bakufu, si doveva sostenere un esame detto hissan-ginmi (筆算吟味), ovvero una prova di aritmetica scritta ed era quindi fondamentale possedere una buona calligrafia.
Quando il kakizome iniziò a diffondersi tra la popolazione era usanza prendere la wakamizu (若水), la prima acqua dell’anno direttamente dal pozzo e averla offerta ai kami veniva usato per preparare l’inchiostro con il quale venivano scritti dei versi di poesia rivolti verso la direzione della benedizione dell’anno.
Che significato ha il kakizome?
Attraverso il kakizome si esprime il desiderio di migliorare la propria calligrafia. Scrivendo con la prima acqua dell’anno si prega il kami del nuovo anno di aiutarci a migliorare la propria scrittura.
Rinfrescare la mente sulle proprie aspirazioni. Si crede che scrivere obiettivi e aspirazioni per l’anno a venire sia un modo per rinnovare la propria volontà.
Spesso si scrivono aspirazioni e preghiere per il nuovo anno, ed è prassi scrivere parole che esprimono obiettivi e sforzi. Sono anche comuni gli yoji-jukugo (四字熟語) che sono delle composti idiomatuci di quattro kanji che sono usati anche per augurare buona salute e felicità.
Di seguito un elenco di parole e yoji-jukugo più maggiormente usati nel kakizome
Hishō – 飛翔
Significa volare, spiccare il volo. È un classico che viene spesso scritto come kakizome perché si crede porti fortuna. Inoltre, entrambi i kanji che formano la parola sono ricchi di punti e hane che richiedono un equilibrio sorprendente per essere scritti bene.
Chōsen – 挑戦
I termini sfida e battaglia che compongono questa parola sono particolarmente adatti in prospettiva dell’anno nuovo.
Ichigo-ichie – 一期一会
Letteralmente può essere tradotto come “un arco di tempo, un incontro”. Nel senso che ogni incontro è un fatto unico nell’arco della vita di una persona. Ogni incontro con un’altra persona va affrontato pensando anche che non potremmo rivedere mai più quella persona e quindi bisogna far sì di non avere rimpianti per come ci si è comportati.
Ichii-senshin – 一意専心
Concentrarsi su una cosa alla volta e perseverate fino a che non l’avete portata a termine. Se avete qualcosa di importante che state facendo da molto tempo, queste parole sono consigliate per rinnovare i vostri propositi nel nuovo anno.
Come scritto in precedenza, una volta completato, il vostro kakizome va affisso in bella vista in modo da poter essere riletto per rinnovare il proprio spirito. Normalmente vanno conservati fino alla fine del del matsu no uchi (ovvero il 7 o 15 Gennaio a seconda della zona del Giappone), il periodo in cui si dice che il kami del nuovo anno rimanga nelle nostre case. Finito questo periodo, vengono portati al santuario e bruciati insieme alle decorazioni di Capodanno in un festival noto come sagichō (左義長). Questo rituale è un evento conosciuto in diverse regioni come dondo-yaki (どんど焼き), saito-yaki (さいと焼き) oppure oni-bitaki (鬼火焚き). Si crede che più le fiamme si alzano durante questo evento, più la propria scrittura migliori.
Chiunque può avvicinarsi alla calligrafia perché per iniziare non è proprio necessario possedere il set completo. In commercio sono vendute delle penne per calligrafia, dette fude-pen (筆ペン) che permettono a chiunque di esercitare scrivendo sulla carta comune.
Se siete dei turisti e vi trovate in Giappone durante il Capodanno potreste fare questa esperienza. I tratti decisi che compongo i kanji, impressi su un pezzo di carta bianca immacolata potrebbero darvi la determinazione e la volontà di realizzare i vostri propositi per il nuovo anno. O forse rimarranno solo una bella opera d’arte da guardare ogni giorno. In ogni caso, è un grande pezzo di cultura giapponese da tenere con sé.
Il Giappone ha un concetto di spiritualità molto particolare sia per la sua ampiezza che per la sua interminabile sincresia di credenze, tradizioni e riti.
L’esempio più esplicativo di questa mescolanza tra folklore (shintoismo) e buddismo sono le sette divinità della fortuna conosciute con il nome di shichifukujin (七福神). Sebbene siano sempre rappresentate in gruppo, questa sette divinità possiedono personalità e caratteristiche ben definite ed hanno origini molto diverse.
Solamente una delle sette ha origini giapponesi mentre le altre sei appartengono alla cultura di due paesi differenti. Tre hanno origine dalla cultura buddista-indusita dell’India e le altre tre trovano le loro origini nella tradizione buddista-taoaista tipica della Cina.
La prima apparizione di queste sette divinità come gruppo risale al periodo Muromachi (dal 1336 al 1573). In quel periodo, a Fushimi, Kyōto, si svolse la prima processione delle sette divinità, che le raffigurava come un gruppo. La credenza in queste sette divinità era diffusa soprattutto tra i contadini e i pesscatori e la loro popolarità continuò a crescere durante il periodo Edo (1603-1867), così come la loro associazione con il nuovo anno e le tradizioni di buona fortuna.
Si dice che visitando i templi e i santuari dedicati a ciascuna di queste divinità, si ricevono benedizioni come longevità e prosperità degli affari.
I nana-hashira (七柱), altro termine giappone usato per indicate queste sette divinità (hashira nella lingua giapponese è un josūshi (助数詞) ovvero il classificatore usato per contare le divinità) sono:
Fonte: https://tabi-mag.jp/
Ebisu – 恵比寿 (Giappone)
Daikokuten – 大黒天 (India)
Bishamonten – 毘沙門天 (India)
Benzeiten – 弁財天 (India)
Hoteison – 布袋尊 (Cina)
Hukurokuju – 福禄寿 (Cina)
Jurōjin – 寿老人 (Cina)
Sono spesso raffigurati insieme a bordo di una nave, detta takara-bune (宝船, nave del tesoro) carica di oro, argento e tesori e si dice siano di grande auspicio per il nuovo anno come simbolo di ricchezza e felicità.
七つの災難が消え、七つの福が生まれ。
Nanatsu no sainan ga kie, nanatsu no fuku ga umare.
“Sette sfortune scompariranno e sette fortune nasceranno”
Esistono varie teorie sull’origine di queste divinità, ma la teoria prevalente è che il numero sette si basi sulla frase “shichi-nansoku-metsushichi-huku-sokushō “七難即滅、七福即生” contenuta all’interno del sutra buddista conosciuto come ninnōgyō (仁王経) di cui trovate la spiegazione e traduzione sopra. Il ninnō-gyō o ninnō-kyō, è un testo sacro della scuola Shingon sui rituali di preghiera per la pace e la protezione della nazione.
Conosciamo meglio allora queste sette divinità, i loro tratti distintivi e come riconiscerle.
Ebisu – 恵比寿
La divinità portatrice di un abbondante pesca. Ebisu è l’unica divinità giapponese tra le sette divinità della fortuna nonché la più famosa ed usata dai Giapponesi. Alcuni ritengono che sia Hiruko, il primo figlio di Izanami e Izanagi, abbandonato dopo la sua nascita a causa delle deformità del suo corpo. È considerata la divinità protettrice del commercio e degli affari, nonché dell’abbondanza dei raccolti. È anche il patrono dei pescatori perché spesso è raffigurato con un’orata nella mano sinistra e una canna da pesca nella destra. Esiste anche un mito secondo il quale Ebisu, poiché all’età di tre anni non era in grado di camminare, si spostava a bordo di una barca. Per quanto motivo è sempre stato venerato dai pescatori come una divinità portatrice di una pesca abbondante. Viene spesso considerato come simbolo della capacità di fornire cibo sufficiente alla propria famiglia e ai propri cari.
Daikokuten – 大黒天
Daikokuten, in origine era un’incarnazione di Shiva, il dio della creazione e della distruzione nella mitologia indiana. Poiché la parola “daikoku” in giapponese può essere scritto come la parola ōkuni (大国) è stato considerato tutt’uno con la divinità giapponese Ōkuninushi ni Mikoto (大国主命). Proveniente dalla cultura indo-buddista è spesso raffigurato ed associato a Ebisu in quanto hanno significati simili. Daikokuten è la divinità del commercio, degli scambi e dell’agricoltura ed è spesso raffigurato a cavallo di due dischi di riso, portante un grande sacco che rappresenta un tesoro e un martello da cui si crede scaturisca la ricchezza.
Spesso venerato come kami del kamado, luogo centrale della casa dove si era soliti cucinare.
Bishamonten – 毘沙門天
Bishamonten è un’antica divinità indu, nota anche come Vaisravana, leader dei Quattro Re Celesti che proteggono il mondo buddista e conosciuta anche come tamonten (多聞天). Noto anche come divinità della guerra viene raffigurato vestito di un’armatura e con una pagoda in miniatura in mano, che rappresenta le sue origini guerriere e la sua protezione della fede buddista. Naturalmente, Bishamonten è considerato il protettore dei guerrieri e dei combattenti. Si dice anche che la fede in Bishamonten porti anche altri benefici e dieci tipi di benedizioni per allontanare la sfortuna.
Benzeiten – 弁財天
Benzaiten è l’unica divinità femminile a far parte del gruppo e deriva dalla dea indiana Saraswati. È spesso associata all’acqua ed è comunemente raffigurata con un cancello tori e mentre suona un biwa, uno strumento tradizionale giapponese. È anche comunemente accompagnata da un serpente bianco. Benzaiten è la dea delle arti, della musica, della bellezza e dell’eleganza. È stata considerata la patrona di artisti, scrittori, musicisti, geishe e professioni simili.
Hoteison – 布袋尊
Conosciuto anche come Budai, è una divinità di origine cinese che si dice sia realmente esistita. Hotei era un monaco salito al rango di divinità per le sue credenze e grazie alle azioni compiute durante la sua vita. È la divinità della salute e della felicità. È considerato il patrono e il guardiano dei bambini. Viene spesso raffigurato mentre porta un grande sacco. Si dice che questo rappresenti la pazienza o la felicità, che egli distribuisce ai suoi fedeli. Il sacco che porta sempre con sé é detto kannin-bukuro (堪忍袋) ovvero il “sacco delle pazienza”. Da qui deriva il detto giapponese:
堪忍袋の緒が切れる
Kannin-bukuro no o ga kireru
“Perdere la pazienza”
Chi è sposato con una giapponese conoscerà di sicuro la credenza delle mittsu no fukuro (三つの袋). Il significato letterale di “mittsu no fukuro” è “tre borse”, e queste borse sono spesso citate come cose importanti nella vita matrimoniale o come chiavi essenziali per l’armonia del legame stesso.
La prima borsa è conosciuta come kyūryō-bukuro (給料袋), che significa “busta paga”. La stabilità economica derivante da un buon stipendio ovviamente è considerata importante per le stabilità di un matrimonio.
La seconda borsa è la kannin-bukuro (堪忍袋) che significa la “borsa della pazienza”. Moglie e marito devono sopportarsi a vicendea per avere una vita matrimoniale felice.
La terza ma non meno importante è o-fukuro (お袋), parola giapponese usata per indicare la propria madre. È un linguaggio più maschile e può essere usato tra amici o in contesti formali per parlare della propria madre. Non ci si deve mai dimenticare che i nostri genitori ci hanno cresciuto e che dobbiamo prenderci cura di loro fino alla fine.
Fukurokuju – 福禄寿
Di origine cinese ed è considerato la divinità della felicità e della longevità. Si dice che sia stato un monaco eremita in Cina, capace di sopravvivere senza nutritsi. Viene solitamente rappresentato come un uomo anziano con una grande fronte, simbolo taoista di lunga vita. Spesso viene anche raffigurato con una gru o una tartaruga, animali che in Giappone rappresentano la lunga vita. Si dice che i tre kanji che compongono il suo nome:
Fuku – 福=幸福 (kōfuku) felicità
Roku – 禄=fuku, status
Ju – 寿=kotobuki, longevità
portino benefici come la prosperità della prole, la fortuna finanziaria, la salute e la longevità.
Jurōjin – 寿老人
Jurōjin è strettamente associato a Fukurokuju, in quanto è anch’esso una divinità associata alla longevità e di origine cinese. Come Fukurokuju, viene rappresentato con una lunga fronte, con un rotolo in mano e accompagnato da una gru o da un cervo. È considerato il protettore delle persone anziane.
Questa sette divinità vengono venerate all’interno di santuari e templi e il recarsi in visita presso questi luoghi sacri è conosciuto come shichifukujin-meguri (七福神巡り). Per la maggior parte delle persone che crede che buddismo e Shintō siano sempre state due religioni separate spese che queste divinità siano venerate sia presso i santuari che presso i templi suona alquanto bizzarro. Il motivo è che i santuari e i templi erano spesso uniti prima del periodo Meiji (1868-1912). Non a caso all’inizio di questo articolo ho parlato di sincretismo shintoista-buddista conosciuto come shinbutsu-shūgo (神仏習合). Nonostante i tentativi formali dei reggenti di periodo Meiji di creare una netta separazione tra lo Shintō, considerato la religione autoctona e ancestrale del paese, e il buddismo, la religione importata dal continente, la mescolanza tra le due religioni è sopravvissuta ed è ancora viva e vegeta. Shintō e buddismo non solo hanno condiviso i luoghi sacri ma anche i loro riti e tradizioni si sono influenzati a vicenda creando un qualcosa di unico che ancora oggi è oggetto di studio.
Durante la metà del periodo Edo il pellegrinaggio dedicato alle Sette Divinità della Fortuna, divenne estremamente popolare tanto quanto il monte Fuji e il kōshin. Il kōshin-shinkō (庚申信仰) è un insieme di credenze e pratiche popolari di origine taoista che una volte introdotta in Giappone fu subito influenzata da shintoismo e buddhismo. Il kōshinkō è incentrato sull’idea che tre entità dette sanshi (三尸) vivano all’interno del corpo umano e salgano in cielo una volta ogni sessanta giorni, mentre la persona dorme, per riferire sulle sue malefatte. I praticanti della fede Kōshinkō organizzano eventi in quei giorni, cantando il Sutra del Cuore e impegnandosi in altre attività per tutta la notte, senza dormire, in modo che queste entità non riescano a salire fino all’Imperatore Celeste conosciuto come tentei (天帝) per riferire sulle malefatte delle persone.
Oggi è possibile visitare luoghi dedicati alle sette divinità della fortuna a Tōkyō, più precisamente nella zona di Nihonbashi. Quindi se vi trovate in Giappone vi consiglio di visitare questi luoghi perché sono molto interessanti e possono essere raggiunti anche a piedi senza l’uso dei mezzi.
Il santuario dedicato a Fukurokuju, il Koami-jinja (小網神社)
Il santuario dedicato a Hoteison, il Chanoki-jinja (茶ノ木神社)
Il santuario dedicato a Benzaiten, il Suitengu (水天宮)
Ho avuto la fortuna di visitarlo mentre mi trovavo a Tōkyō per i miei studi e sono delle vere e proprie perle incastonate tra gli edifici delle città che consiglio a tutti di visitare.
Le sette divinità della fortuna sono molto popolari in Giappone e si crede elargiscono sempre molte benedizioni. Alcune di queste divinità possono essere facilmente confuse con altre, ma è possibile distinguerle osservando ciò che portano con sé e ciò che indossano. Se ne avete la possibilità, vi consigliamo di visitare templi e santuari e di pregare per ottenere anche voi un po’ di fortuna.
In Giappone, l’hatsu-yume (初, primo e 夢, sogno) è letteralmente il primo sogno che si fa dopo il 31 Dicembre e si dice che sia premonitore della fortuna per l’anno nuovo. Tradizionalmente, le immagini che appaiono in un songo considerato portatore di fortuna sono il monte Fuji, un falco e una melanzana, proprio in questo ordine. Lo so che suona abbastanza bizzarro ma ogni elemento è un omonimo di parole positive in giapponese. In Giappone infatti si dice porti fortuna sognare:
Foto: mainichi nōtore
一富士二鷹三茄子
Ichi fuji ni taka san nasubi
“Il primo è il monte Fuji, il secondo è un falco e il terzo delle melanzane.”
Ognuna di queste tre parole è legata a una specifica simbologia e a giochi di parole che si crede rendano questi tre elementi portatori di fortuna per il nuovo anno.
Esistono tre interpretazioni diverse, due di queste sono legate alla figura di Tokugawa Ieyasu e ad una regione del Giappone conosciuta un tempo come Suruga no kuni (駿河国) e che oggi corrisponde alla zona di Shizuoka dove si dice Ieyasu abbia vissuto l’ultima parte della sua vita.
La prima e la più accreditata ed accetta da la seguente spiegazione:
Monte Fuji – 富士山
Taka-gari (鷹狩り) Caccia con il falco
Nasu – (茄子) melanzane
Ovvero si pensa che queste tre parole non fossero altro che l’ordine delle cose preferite da Tokugawa Ieyasu. La teoria è che si volesse onorare Tokugawa Ieyasu, che conquistò il paese e istituì lo shogunato di Edo, riportando le cose a lui preferite: il Fuji come scenario, il caccia con il falco come hobby e le melanzane come cibo preferito.
La seconda spiegazione colloca il monte Fuji al primo posto come montagna più alta del Giappone. Mentre taka, sarebbe un richiamo della montagna più alta in Suruga, il monte Ashitakayama (愛鷹山), nel cui nome è uscito proprio il kanji di falco. Infine, riguardo alle melanzane, si racconta che le prime dell’anno provenienti dalla regione di Suruga fossero le più care dell’intero Giappone.
L’ultima teoria, non legata alla figura di Ieyasu ne alla regione di Suruga collega il nome Fuji al termine giapponese buji (無事) che significa sicurezza. Alcuni spingono oltre accostando il nome Fuji alla parola giapponese fushi (不死) che significa immortale. Per quanto riguarda la parola taka (鷹), ovvero falco, la sua pronuncia ricorda la parola takai (高) ovvero alto nel suo accettino di nobile. La pronuncia della parola melanzana, ovvero nasu, rimanda al verbo nasu (成す) che in giapponese significa realizzare.
Shiogi-gotabako-rokuzatō – 四扇五煙草六座頭
Credit: hitori-kōho
Shiōgi-gotabako-rokuzatō è considerato come la continuazione dell ichifuji-nitaka-sannasubi come riportato un dizionario di lingua giapponese di periodo Edo che raccoglieva modi di dire di quel periodo e conosciuto come rigen-shūran (俚言集覧).
In altre parole esisterebbe un totale di sei tipi di cose fortunate da vedere nel primo sogno come riassunte di seguito:
富士山 – Fujisan: il monte Fuji
鷹 – taka: il falco
茄子 – nasubi: le melanzane
扇 – Ōgi: il ventaglio pieghevole. La forma allargata del ventaglio pieghevole giapponese indica prosperità della prole e degli affari.
煙草 – tabako: legato alla caratteristica del fumo del tabacco di salire verso l’alto considerata considerato di buon auspicio.
座頭 – zatō: in riferimento ai biwa hōshi, monaci erranti, ciechi, che si spostavano di paese in paese raccontando storie suonando il biwa. La loro testa completamente rasata e priva di ferite era associata all’idea di sicurezza della propria abitazione.
Non si conoscono le origini degli ultimi tre punti e non si è certi se questi siano stati presenti sin dall’origine o se siano stati aggiunti in un secondo tempo. Anche la maggior parte dei giapponesi non ne è a conoscenza.
C’è sempre stata una discussione sia sul periodo in cui questa usanza del primo sogno sia iniziata sia sui giorni in cui il primo sogno dell’anno doveva essere fatto. Durante il periodo Muromachi (1336-1573), sembra che il primo sogno andasse fatto nel periodo di tempo compreso tra il setsubun (節分) all’alba del risshun (立春).
Durante il periodo Edo, era consuetudine trascorrere la notte di Capodanno senza dormire per dare il benvenuto al nuovo anno e al dio della fortuna, e “il sogno visto durante la notte tra il primo e il secondo giorno del nuovo anno” è considerato il primo sogno. Tuttavia, con l’avvento della modernità e il continuo cambiamento degli stili di vita, anche il termine “primo sogno” è diventato “il primo sogno visto nel nuovo anno”. Si tratta di un cambiamento che permette a tutti di godere dell’evento del primo sogno, senza essere vincolati da vecchie usanze.
Esistono comunque altre cose che si dice porteranno fortuna a chi le vede durante il primo sogno dell’anno.
Fonte: tenki.jp
La takara-bune (宝船, nave del tesoro) e le shichifukujiin (七福神, le sette divinità della fortuna). La takara-bune è la nave del tesoro che trasporta denaro, un martello, una balla di riso ed altri beni e ha il significato di buona fortuna e si dice che sia positiva se appare in sogno.
È ancora più fortunato se, oltre alla nave del tesoro, compare anche una delle Sette Divinità della Fortuna.
Il serpente. Anche se potrebbe spaventare molte persone, sognare un serpente può essere un segno di buona fortuna. Se il serpente è bianco o dorato, è probabile che quell’anno abbiate fortuna con il denaro. Tra l’altro, tutti gli animali di colore bianco simboleggiano quelli che servono le divinità e anche i delfini e i gufi bianchi sono considerati di buon auspicio.
Mattina, sole del mattino.
In giapponese si suol dire:
日が昇る。
Hi ga noboru.
“Il sole sorge”
Che equivale a:
運気が上昇。
Unki ga jōshō
“Fortuna un aumento”
Significa che sognare un’alba porta buona fortuna nel lavoro e nell’incontro con nuove persone.
Torii
Sognare di passare attraverso un cancello torii. Si tratta di un sogno positivo, poiché si ritiene che i propri desideri si realizzeranno nel lavoro, nel denaro e nell’amore.
Ci sono più delle cose o situazioni che se sognate rappresentano buoni auspici, ma che a prima vista non sembrano tali. Come ad esempio:
Sognare di aumentare di peso.
Suggerisce un aumento della fortuna e delle opportunità finanziarie.
Sognare un incendio.
Più le fiamme sono potenti, più si dice che indichino fortuna e prosperità in aumento.
Sognare la cacca.
Segni di una maggiore fortuna finanziaria dovuta alla parola “un” (che significa “fortuna”) contenuta nella parola unchi che significa “cacca”.
Sognare di litigare con un ex fidanzato.
Questo può essere un buon sogno, in quanto sarete in grado di risolvere i vostri problemi e le vostre paure e di andare avanti per affrontare un nuovo amore.
In che modo attirare la fortuna nel primo sogno del nuovo anno. La tradizione folkloristica giapponese prevede tre passaggi distinti:
Procuratevi scaricandola da internet o disegnando voi stessi un’immagine della takara-bune (宝船), la nave del tesoro. A bordo di questa nave di sono le shichifukujin (七福神) le sette divinità della fortuna. Sull’immagine si deve scrivere la seguente poesia che in giapponese è detta kaibunka (回文歌), dove kaibun, significa palindromo. La poesia recita
“なかきよの とおのねふりの みなめさめ なみのりふねの おとのよきかな”, scritta in kanji;
“長き世の遠の眠りのみな目ざめ、波乗り船の音の良きかな’. La traduzione in italiano è la seguente:
“Il lungo sonno del mondo si sta risvegliando, e si sente il dolce suono delle onde che spingono la takarabune.
Prima di andare a letto ripetere per tre volte questa poesia come se si trattasse di un incantesimo.
Una volta finito di ripetere questa poesia riponete l’immagine sotto il cuscino ed andate a dormire
Durante il periodo Muromachi (1336-1573), quando le persone facevano brutti sogni, la mattina dopo lavavano l’immagine della barca del tesoro lungo il fiume perché si credeva fosse un modo per recuperare la fortuna.
Oggigiorno se si fa un brutto un sogno, i giapponesi hanno due soluzioni. La prima è pragmatica e segue la teoria del sakayume (逆夢, falso sogno). Ovvero considerano il brutto sogno come qualcosa che non accadrà nella realtà.
La seconda è quella di chiamare un tapiro per chiedere aiuto. Si dice che i tapiri siano bestie sacre che mangiano i sogni degli uomini. Si credeva che i tapiri mangiassero i sogni cattivi che potevano accadere. Quindi, si può chiedere il suo aiuto ripetendo: “Do il mio brutto sogno di ieri sera al tapiro”. Con tapiro si fa riferimento alla figura del baku (獏 o 貘) che sono esseri soprannaturali che si dice divorino gli incubi. Secondo la leggenda, furono creati dal materiale avanzato quando le divinità finirono di creare tutti gli altri animali.
Anche se queste metodi non garantisco che il 100% delle volte il vostro primo sogno sia come lo desiderate. Ma vale comunque la pena di provarci.
Hatsuhinode, la prima alba dell’anno, è un’importante tradizione che molti giapponesi osservano svegliandosi molto presto per assistere al primo sorgere del sole il primo Gennaio. Non importa che lo si osservi da un santuario, dalla cima di una montagna o da un palazzo di una metropoli, la vista dei primi raggi del sole del nuovo anno si crede darà l’energia necessaria per affrontare l’anno che verrà.
「昨年の感謝と新しい年の幸せと健康」
Kyōnen no kansha to atarashi toshi no shiawase to kenkō
“Gratitudine per l’anno trascorso e felicità e salute per l’anno nuovo”
Il culto del primo sorgere del sole è rivolto al toshigami-sama verso cui si esprime gratitudine per l’anno passato e si chiede felicità e salite per l’anno a venire.
Come in molti altri Paesi del mondo, anche in Giappone il 1° Gennaio segna l’inizio del nuovo anno. Il primo giorno dell’anno è chiamato gantan (元旦). In questa celebrazione annuale, le famiglie si riuniscono per accogliere il toshigami-sama e inaugurare il nuovo anno. Di fatto, è la festa più importante e più osservata in Giappone. Poiché l’intero paese è impegnato nei festeggiamenti in casa, non si trovano eventi pubblici su larga scala come accade in altre metropoli del mondo e molte attività commerciali, dai ristoranti ai grandi magazzini, rimangono chiuse per dare modo ai loro dipendenti di festeggiare con le proprie famiglie.
Esiste tuttavia un’usanza speciale, molto diffusa in Giappone, che consiste nel vedere il primo sorgere del sole dell’anno. La prima alba del mattino del 1°Gennaio è chiamata hatsuhinode (初日の出) o goraiko (ご来光), termine che descrive letteralmente un’alba vista dalla vetta di una montagna.
Come ho già avuto modo di scrivere in un’altro articolo di questo blog secondo quanto narrato dalla leggenda, Toshigami-sama (年神様), la divinità del nuovo anno, appare durante la prima alba dell’anno. Assistere al primo sorgere del sole è un modo per dare il benvenuto alla divinità e al nuovo anno che ci attende. Guardando il primo sorgere del sole, le persone pregano per la buona sorte. Alcune fanno anche dei propositi per il nuovo anno e si pongono degli obiettivi per migliorare la propria salute e felicità.
La parola hatsu non viene usata solo per indicare il primo sorgere del sole dell’anno, ma viene usata per indicare qualsiasi attività svolta per la prima volta nel nuovo anno. Per esempio, la prima visita a un santuario è nota come hatsumode (初詣). C’è anche lo hatsuyume (初夢), ovvero il primo sogno. Esiste persino un termine per indicare la prima risata dell’ anno ovvero hatsuwarai (初笑い).
Fonte: Kunaichō
Già durante il periodo Heian, il “primo sorgere del sole” divenne un evento per pregare per un raccolto abbondante e una buona salute nel nuovo anno, insieme al rituale di corte, conosciuto come shihōhai (四方拝, pregare nelle quattro direzioni), che si svolge ancora oggi. Lo shihōhai è una cerimonia durante la quale l’Imperatore prega con le divinità delle quattro direzioni del cielo e della terra la mattina del 1° Gennaio, di ogni anno. L’ Imperatore invita i kami delle quattro direzioni a pregare con lui per la nazione e il popolo giapponese. L’ usanza di assistere alla prima alba dell’anno nuovo sarebbe iniziata intorno alla metà del periodo Edo (1603-1867) come forma di visita turistica da parte della gente comune. Come è riportato in diversi documenti scritti le persone erano solite radunarsi in diversi luoghi della città per ammirare la prima alba dell’anno. In seguito, il governo Meiji ereditò queto usanza insieme alla bandiera nazionale conosciuta come hinomaru (二の丸) che fu istituita alla fine del periodo Edo, adottò il calendario solare e, dopo le vittorie nelle guerre sino-giapponesi e russo-giapponesi, il sole nascente ritratto nella bandiera fu trattato come un simbolo di fortuna e di crescita per il paese. La bandiera del Giappone ufficialmente si chiama Nisshōki (日章旗). Assieme alla bandiera kyokujitsuki (旭日旗) diventò uno dei simboli dell’impero giapponese e fonte di orgoglio e patriottismo diventando presto io simbolo di devozione verso il paese e l’imperatore che sosteneva i soldati al fronte. Questa bandiera é stata spesso associata all’ ultranazionalismo e durante il periodo bellico era simbolo di aggressione ed imperialismo.
Come scritto in precedenza il modo più comune e tradizionale di trascorrere il Capodanno era quello di rimanere a casa e aspettare in silenzio l’arrivo del “kami del nuovo anno”. Ma, durante il periodo Heian (794-1185), gli appartenenti all’aristocrazia di Kyōto credevano che gli spiriti degli antenati defunti avrebbero fatto loro visita durante il primo giorno del nuovo anno e celebravano riti in loro onore conosciuti come tama-matsuri (魂祭り). All’interno dell’opera tsuretsuregusa (徒然草) che vi consiglio di leggere nella versione italiana intitolata “Ore d’ozio o Momenti d’ozio” di Yoshida Kenkō vi è proprio un passaggio riferito a questa usanza che recita:
“La notte dell’arrivo dei defunti, la notte in cui si venerano le anime dei morti, in questo periodo non c’era nulla nella capitale, ma nell’est è ancora una cosa che si usa fare”
Nella sua opera Yoshida Kenkō, che visse durante il periodo di sconvolgimenti tra la caduta dello shogunato Kamakura e la fase travagliata che porto al periodo Muromachi , fu profondamente colpito dal fatto che nella parte orientale del paese si praticasse ancora il culto degli spiriti ancestrali, che all’epoca era caduto in disuso nella capitale.
L’usanza di venerare la prima alba del nuovo anno si è diffusa in tutto il Paese solo dopo l’era Meiji. Il nuovo contesto storico, ha avuto una profonda influenza sul modo in cui le persone hanno iniziato a vedere la prima alba dell’anno. Le vittorie nelle seguenti guerre sino-giapponesi e russo-giapponesi rafforzarono la visione shintoista di stato:
日出ずる国
Hi izuru kuni
“Paese del Sol Levante”.‘
L’ immagine del sole nascente fu usata per simboleggiare la crescente volontà di combattere del popolo giapponese. Proprio in questo periodo Il primo giorno dell’anno gente si recava diversi luoghi per ammirare insieme il primo sorgere del sole dell’anno. Si crede quindi che la pratica di venerare la prima alba dell’anno sia diventata popolare proprio durante il periodo Meiji.
Anche se non è il primo paese al mondo ad iniziare il nuovo anno, guardare la prima alba dell’anno in Giappone può essere un modo meraviglioso per iniziare il nuovo anno.
Similmente all’usanza occidentale di inviare biglietti di Natale, in Giappone esiste la tradizione di inviare biglietti di auguri per il nuovo anno, chiamati nengajō (年賀状). Poiché al giorno d’oggi si trovano in vendita già scritte su apposite cartoline, sono conosciute anche come nenga-hagaki (年賀はがき), o cartoline di Capodanno.
Questa usanza sembra essere nata durante il periodo Heian (794-1185), quando la nobiltà iniziò a scrivere lettere alle persone che vivevano troppo lontane per potersi recare in visita a porgere i consueti auguri di buon anno. Quando, nel 1871, il servizio postale giapponese seguì l’esempio europeo e creò le cartoline, queste si adattarono perfettamente a questi auguri che richiedevano solo la scrittura della frase Buon Anno, il proprio nome e un indirizzo. La tradizione si è conservata da allora, diventando una delle ricorrenze di capodanno più comuni nella storia del Giappone.
Nonostante la diffusione dei social e delle app di messaggistica abbiano contribuito al declino di questa tradizione il servizio postale giapponese stima che ogni anno ogni giapponese spedisca circa 15 nengajō.
Lo scopo primario di questi biglietti è quello di esprimere la vostra gratitudine a parenti, amici o colleghi che vi hanno aiutato nel corso dell’anno. Spesso sono anche usate come un modo per rimanere in contatto con persone che non si ha la possibilità di vedere spesso. Nel caso in cui si riceva uno di questi biglietti da qualcuno a cui non sono fatti gli auguri, la regola vuole che si risponda con una nengajō.
La sola regola da tenere a mente è non inviare una nengajō a qualcuno che ha avuto un lutto in famiglia durante l’anno trascorso. È usanza delle famiglie che hanno avuto in lutto spedire anticipatamente una cartolina detta mochū-hagaki (喪中はがき) per comunicare ai tutti i loro conoscenti che non festeggeranno la fine dell’anno. L’usanza del mochū-hagaki non rappresenta la norma, cambia da famiglia a famiglia.
Per essere certi che le vostre cartoline vengano consegnate in tempo (cioè il 1° Gennaio), il servizio postale giapponese inizia ad accettare le cartoline contrassegnate con la parola nenga, dal 15 dicembre e le conserva per la consegna il 1 Gennaio. Normalmente è meglio consegnare le cartoline entro il 25 Dicembre. È preferibile che le nengajō arrivino a destinazione entro il 3 Gennaio, che in genere è l’ultimo giorno di vacanza. Il termine ultimo di consegna delle nengajo è il 7 Gennaio. Tutte le cartoline consegnate dopo questa data sono considerate come kanchu-mimai (寒中見舞い), ovvero auguri invernali.
Le nengajō, già affrancate, sono normalmente acquistabili presso tutti gli uffici postali o presso in konbini. Ce ne sono in vendita di tutti i tipi. Da quelle bianche dove potete aggiungere decorazioni voi stessi a quelle già disegnate. Qualsiasi biglietto può essere spedito come nengajō apponendo un apposito francobollo dal prezzo di 52 yen e scrivendo la parola nenga sopra ‘indirizzo del destinatario.
Esistono anche siti web che offrono disegni stampabili: il sito ufficiale delle poste giapponesi ha una sezione, chiamata crea la tua nengajō ,contenente più di 400 stili per tra i quali poter scegliere.
Le cartoline che si trovano in vendita sono molto semplici da compilare in quanto prevedono già tutti gli spazi necessari per inserire indirizzo di mittente e destinatario. L’indirizzo del destinatario si trova sul lato destro mentre quello del mittente sul lato sinistro. Sulla parte alta troverete gli spazi esatti per inserire il codice di avviamento postale, essenziale in Giappone, visto che non esistono i nomi delle vie. Il nome del destinatario e di ogni membro della famiglia, se ne si è a conoscenza, va scritto sulla cartolina seguito dall’ onorifico sama (様). Il cognome può essere scritto solo una volta. Ricordatevi di scrivere i nomi utilizzando dei caratteri più grandi rispetto a quelli usati per l’indirizzo.
I messaggi più frequenti riportati sulla cartolina sono:
明けましておめでとうございます。
Akemashite omedetō gozaimasu.
新年おめでとうございます。
Shinnen omedeto gozaimasu.
謹賀新年。
Kinga-shinnen.
Tutti e tre questi messaggi significano semplicemente “Buon Anno”.
Normalmente uno di questi tre auguri viene seguito dalla seguente frase:
昨年はお世話になりました。
Sakunen wa o-sewa ni narimashita.
“Grazie per tutto il vostro sostegno dell’anno scorso”.
Seguita da:
今年もよろしくお願いします。
Kotoshi mo yoroshiku onegaishimasu.
che in italiano potremmo rendere come “spero che la sua gentilezza verso di me continui anche durante l’anno nuovo”.
Le nengajō sono spesso decorate con una foto di famiglia o ritraente un evento importante accaduto durante l’anno passato come un matrimonio o una nascita. Molto popolari sono anche le rappresentazioni dello zodiaco cinese che distingue l’anno a venire.
Il 2024, in giapponese Reiwa Roku Nen (令和6年), sarà il tatsu-doshi (辰年) anno del drago, quindi sono già in vendita le cartoline a tema.
Quindi, ora che sapete cosa sono le nengajō e siete in vacanza in Giappone compratene alcune e speditele a vostri familiari in Italia. Sicuramente farà felici anche loro. Attraverso le poste giapponesi è possibile recapitare le nengajo in quasi tutti i paesi del mondo.
Continuano la nostra rassegna delle tradizioni giapponesi legate ai festeggiamenti dell’anno nuovo parlando delle otoshi-dama (お年玉), che sono un dono in denaro che viene dato ai bambini durante i primi giorni dell’anno.
Questi regali oggigiorno sono per lo più in denaro, ma in origine si usava regalare dei mochi, considerati un simbolo dell’anima (tamashii, 魂) che, nella cultura giapponese è l’espressione del potere di vivere e rappresenta l’energia che permette a tutte le creature di vivere. Come ho spiegato in un mio precedente articolo, la tradizione vuole che lo spirito del nuovo anno fosse condiviso dal toshigami-sama (年神様, divinità dell’anno nuovo), con tutte le creature viventi, donando loro la forza per vivere l’intero anno. In Giappone, si tengono una serie di eventi per accogliere, intrattenere e salutare il kami del nuovo anno che condividerà con noi il suo spirito, insieme alla felicità e alle benedizioni per il nuovo anno.
Ai bambini giapponesi piace molto il periodo di Capodanno perché ricevono le otoshi-dama dai genitori o dai parenti più stretti. Il dono viene consegnato mettendo il denaro all’interno di una piccola busta detta otoshi-dama bukuro (お年玉袋) o pochi-bukuro (ポチ袋). Esistono diversi tipi di buste in commercio, da quelle classice a quelle raffiguranti i personaggi di anime e manga.
Si dice che il termine otoshi-dama sia legato al concetto di “anima del nuovo anno”. “L’anima del nuovo anno” é detta anche “Toshi-gami-sama no tamashii” (年神様の魂, anima del kami del nuovo anno). Le festività legate al Capodanno sono eventi che danno il benvenuto alla divinità del nuovo anno e sono strettamente legati alla tradizione shintoista. Si dice che toshigami-sama dimori nel kagami-mochi durante questo periodo. Aprendo e mangiando questo dolce, le persone ricevono una parte dell’anima della divinità che gli conferisce l’energia vitale necessaria per il nuovo anno. Un tempo era molto diffuso un rituale shintoista, conosciuto con il nome di kamgami-biraki (鏡開き, Lett apertura dello specchio), durante il quale si aprivano i kagami-mochi. L’apertura di questo dolce rappresenta simbolicamente il rilascio dell’anima del toshigami-sama e, una volta terminato, i partecipanti ne ricevevano una parte. Quando tornavano a casa, schiacciavano e dividevano ulteriormente la parte ricevuta, avvolgevano le parti in carta e le condividevano con la famiglia e la servitù: questa usanza è considerata la nascita dell’ otoshi-dama. Si racconta che questa tradizione sia diventata di uso comune tra la popolazione durante il periodo Edo (1603-1868), quando le famiglie ricche e i commercianti erano soliti distribuire sacchetti di mochi e mikan (un’arancia mandarino giapponese) alle famiglie per diffondere la felicità all’inizio di ogni anno. Si diffuse anche l’usanza di portare don, chiamati onenshi (御年始), quando ci si recava in visita a parenti o amici durante la notte di Capodanno. È quando si cominciò a regalarli ai bambini che nacque l’attuale tradizione dell’ otoshi-dama. Inizialmente venivano regalati ai bambini i kagami-mochi, ma poi, con il passare del tempo furono sostituiti da altri beni fino a giungere ai soldi. Questa usanza è stata tramandata durante le epoche Meiji, Taisho e Showa, ma fu a partire dal periodo di rapida crescita economica alla fine degli anni Cinquanta, che il denaro divenne la norma, soprattutto nelle aree urbane, e si dice che i destinatari fossero esclusivamente i bambini.
Ma che cifra viene donata normalmente?
Non esiste una regola precisa sulla quantità di denaro da dare, ma c’è una linea guida approssimativa che molte persone seguono. Ad esempio, 2.000 yen per i bambini in età prescolare, 3.000 yen per gli studenti delle scuole elementari, 5.000 yen per gli studenti delle scuole medie e superiori e così via. L’importo varia anche in base al rapporto con il bambino: il proprio, quello dei parenti stretti, quello dei figli degli amici, ecc. Per i bambini troppo piccoli per capire il valore del denaro, al posto dei contanti si regalano giocattoli. Nella mia famiglia si usa regalare una moneta da 500 yen accompagnata da un gioco ai neonati.
Ogni anno con i miei figli si pone sempre il problema di come spendere questi soldi. Generalmente, in caso di somme ingenti, i genitori chiedono ai bambini di metterne da parte almeno una parte per i loro risparmi futuri. A volte i bambini possono usarla per un oggetto speciale e costoso che desiderano da tempo. Tutto dipende dalla famiglia. Indipendentemente da come viene speso il denaro, una cosa su cui la maggior parte dei bambini giapponesi è d’accordo è che ricevere l’otoshi-dama è uno dei momenti più emozionanti del nuovo anno!
Ogni Capodanno in Giappone, le famiglie che si riuniscono per i festeggiamenti sono solite mangiare l’ o-zōni (お雑煮) una zuppa piena di teneri mochi e tanti altri buonissimi ingredienti. Come molti ormai sapranno i mochi (餅) sono dei morbidi dolci giapponesi a base di riso. Ci sono diverse tipologie di mochi ognuno con un suo proprio simbolismo. Fortuna e longevità sono solo due delle tante qualità associate ai mochi.
Il sakura mochi (桜餅) solitamente disponibile durante la stagione primaverile. È considerato come una sorta di wagashi (和菓子, dolci tradizionali giapponesi che di solito si accompagnano al tè) ed è famoso per il suo aspetto e colore graziosi. La dolcezza del mochi si sposa bene con il sapore del tè. Di colore rosa ha un ripieno di anko (餡, pasta di fagioli rossi) e viene servito avvolto in foglie di ciliegio salate e commestibili. I giapponesi sono soliti mangiare wagashi diversi a seconda della stagione e poiché il colore di questo mochi ricorda quello dei fiori di ciliegio è stato rapidamente associato alla primavera. Assieme all’ hishi mochi (菱餅), un mochi a tre strati verde, bianco, rosa é diventato il simbolo dell’ hina matsuri (雛祭り, Giornata delle ragazze) rappresentando la fertilità e la salute.
I mochi un tempo erano un’offerta per le feste e i rituali legati principalmente alla religione buddista. Ma a partire dal periodo Edo (1603-1868), divennero disponibili per la gente comune. A quanto pare, è in questo periodo che si iniziò la tradizione di mangiarli per accogliere il nuovo anno.
I mochi sono anche mangiati, durante le festività per il nuovo anno, accompagnati o immersi in una zuppa chiamata ozōni, che si traduce approssimativamente in “vari tipi di cottura a fuoco lento”. Come suggerisce il nome, c’è molta flessibilità nel modo in cui viene preparata. Ogni regione e famiglia ha il proprio modo di prepararla, con ingredienti diversi.
Sembra che l’ozōni fosse originariamente servita all’inizio dei pasti rituali chiamati honzen-ryōri (本膳料理) che erano popolari tra la classe dei samurai durante il periodo Muromachi (1333-1336). Essendo l’ozōni uno dei primi piatti ad essere servito si pensa che sia passato a essere il primo pasto servito nel nuovo anno dopo la sua diffusione in Giappone, circa 500 anni fa.
Oggigiorno gli ingredienti principali per preparare l’ozōni possono essere distinti in quattro gruppi: la base di dashi, il condimento del dashi, i mochi e gli ingredienti aggiuntivi.
Un macro divisione può essere fatta tra l’ozōni servito nella zona del kansai (関西風), caratterizzata dal bordo bianco e cremoso dovuti all’utilizzo del famoso e buonissimo saikyo miso (西京みそ) di Kyōto. Mentre quella servita nella zona del kantō (関東風) è più salata e presenta un colore più scuro dovuto all’aggiunta della salsa di soia.
Gli eventi e il cibo del Capodanno giapponese, così come l’ozōni, hanno origine dalla tradizione shintoista e varie usanze sono nate dall’idea del shinjin kyōshoku (神人共食) che significa mangiare cibo offerto agli dei per ricevere il potere degli dei ed essere più energici. L’ozōni viene solitamente preparata il primo Gennaio perché la tradizione vuole che venga utilizzata la prima acqua dell’anno. Conosciuta come wakamizu (若水, Lett acqua giovane), in passato si prendeva direttamente dal pozzo oggigiorno direttamente dal rubinetto di casa.
La preparazione di questa pietanza varia da regione a regione e con essa anche gli ingredienti utilizzati. Ci sono solo due componenti principali comuni in tutte le regioni del Giappone. I mochi e il dashi.
Per quanto riguarda i mochi si possono trovare in due forme: rotonda e quadrata.In genere, i mochi rotondi sono utilizzati nel Giappone occidentale, mentre quelli quadrati sono utilizzati nel Giappone orientale. È interessante notare come il confine tra l’uso di un tipo e l’altro di mochi coincida con la zona di Sekigahara (関ヶ原), dove si svolse la battaglia che vide la vittoria Tokugawa e segnò la fine del sengoku jidai (戦国時代) il periodo degli stati combattenti. La regione da nord a sud, ovvero la parete di territorio che da Aomori scende fino a Sekigahara, è la zona dove i mochi hanno forma quadrata, noti anche come kaku-mochi (角餅), ottenuti appiattendo e tagliando il riso precedentemente pestato. Alcuni sostengono che durante il periodo Edo, quando i mochi divennero popolari tra la gente comune, erano di forma quadrata perché nella città di Edo (l’attuale Tōkyō) la richiesta di mochi era così elevata che si decise di prepararli di forma quadrata perché più pratico e veloce. La regione a ovest di Sekigahara è la zona in cui i mochi sono hanno sempre avuto una forma rotonda. A Kyōto, dove si trovava la capitale, i mochi rotondi erano i principali portafortuna ed erano simbolo di amicizia.
Fonte: Maff
Il dashi e il condimento dell’ozōni variano da regione a regione. Nel Giappone orientale è comune aggiungere katsuobushi, sardine e alga kobu nella preparazione del brodo della zuppa, aggiungendo salsa di soia per aggiustare il sapore. Nella regione del Kansai, il miso bianco è molto diffuso. Il miso bianco era un ingrediente molto costoso una volta e aveva un forte sapore dolce, preparato con molta crusca di riso, per cui l’ozōni di miso bianco divenne popolare tra la corte e i nobili di Kyōto nel tardo periodo Edo. Nel Tohoku, nord del Giappone, si preferisce una zuppa con brodo più chiaro, aromatizzata con salsa di soia e con aggiunta di carne di pollo.
Qui nel Kyūshū, molte zone utilizzano un brodo chiaro a base di ago (pesce volante essiccato). Oltre al brodo e al mochi, il tocco di unicità dell’ozōni sta negli ingredienti aggiuntivi. Carote, daikon, kamaboko una pasta di pesce dai colori bianco e rosso. Bianco e rosso, come spiegato in un articolo precedente sono considerati o colori portafortuna per l’anno nuovo legati alla dottrina shintoista. Il bianco richiama la purezza mentre il rosso, dalla sua sfumatura vermiglia, si pensa allontani gli spiriti maligni. Vengono aggiunte poi delle verdure a foglia come gli spinaci e carne di pollo generalmente.
Oltre allo stile regionale dell’ozōni, ogni famiglia ha la sua storia e il suo sapore. In molti casi, quando uomini e donne di regioni diverse si sposano, gli stili di preparazione delle rispettive famiglie si fondono insieme per creare uno stile unico. Nel Kyūshū, dove vivo, ci sono tre modi differenti di preparare l’ozōni rispettivamente nelle zone di Fukuoka, Nagasaki e Kagoshima.
L’ hakata zōni è una zuppa tipica di Fukuoka con brodo a base di sardine grigliate, con l’aggiunta di una verdura tradizionale detta katsuna (カツオ菜) e di un pesce, il buri, (la ricciola) che porta fortuna per il successo nella vita. I mochi vengono aggiunti bolliti o grigliati.
Nella zona di Nagasaki si usa aggiungere i funghi shiitake e la carne di pollo.
L’ozoni della prefettura di Kagoshima, conosciuto come Satsuma Ebi Zoni (薩摩えび雑煮. Satsuma è l’antico nome di questa zona) è caratterizzato da gamberi così grandi da sporgere dalla ciotola.
La maggior parte dei giapponesi festeggia il Capodanno con la famiglia e i parenti e raramente consuma l’ozōni a casa di altri, anche se si tratta di amici stretti. Come scritto in un precedente articolo al giorno d’oggi, è diventato usuale ordinare molte delle pietanze tipiche di questo periodo presso negozi specializzati. Solamente l’ozōni continua ad essere preparata tramandata in casa in tutte le sue varianti.