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Nanakusa-gayu – 七草粥

Il 7 gennaio, in molte zone del Giappone si mangia un tipo di porridge di riso condito con sette diversi tipi di erbe chiamato nanakusa-gayu (七草粥), (七) sette, (草) erbe. L’usanza vuole che preparare e mangiare questa zuppa calda abbia lo scopo di tenere lontano gli spiriti maligni. Introdotta dalla Cina, si diffuse in Giappone verso la metà del periodo Heian e, durante il periodo Muromachi, fu trasformata in una sorta di porridge di riso diventando quella oggi conosciamo come nanakusa-gayu.

In passato le erbe usate nel preparare questa pietanza erano molto preziose perché crescevano anche durante la stagione fredda, quando ancora era inverno inoltrato e spesso i campi erano ricoperti dalla neve. La forza vitale di queste erbe, che crescevano fresche e verdi anche in pieno inverno, ha fatto sì che fossero considerate di buon auspicio, diventando parte della cultura alimentare del Giappone. La credenza vuole che mangiando queste erbe si allontanino dal corpo gli spiriti maligni e prevenga i malanni. Il riso poi, cotto in questa maniera, serve anche a far riposare lo stomaco dalle lunghe mangiate delle festività appena concluse.

Quando questa usanza fu introdotta in Giappone nel periodo Nara (710-794), fu combinata con un’ usanza autoctona di quel periodo conosciuta come wakanatsumi (若菜摘み) durante la quale si raccoglievano e si mangiavano le giovani verdure all’inizio dell’anno per dare vitalità. Il nanakusa-gayu è il risultato della fusione delle due traduzioni. In mancanza delle sette erbe sopra indicate si possono utilizzare qualsiasi tipo di verdura di vostro gradimento. L’utilizzo di quante più verdure fresche e giovani possibile corrisponde al concetto originale di ottenere nuova forza vitale della natura.

Inoltre, in Giappone esisteva anche una tradizione che prevedeva l’organizzazione di banchetti alla corte imperiale il 7 Gennaio, chiamati nanuka no sechie (7日の節会). Il sechie era un banchetto di corte che si teneva nei giorni cruciali dell’anno. Annualmente si celebravano cinque banchetti principali: il Ganjitsu no sechie (元日節会, il banchetto di Capodanno) del 1° Gennaio, il Nanuka no sechie (7日の節会, banchetto del Settimo Giorno), Aouma no sechie (青馬の節会, banchetto del Cavallo Bianco) celebrato anche questo il 7 Gennaio, il Tōka no sechie (踏歌の節会, il banchetto della Danza Toka) del 16 Gennaio, il Tango no sechie (端午の節会, Festa della Bandiera Dolce) del 5 Maggio, conosciuto anche come Itsuka no sechie (5日の節会) e il Toyonoakarai no Sechie (豊明節会) che si celebra il mese di Novembre.


In Giappone il 7 Gennaio è conosciuto con diversi nomi come nanakusa no sekku (七草の節句, festa delle sette erbe), nanoka shōgatsu (七日正月, il Capodanno del settimo giorno) o jinjitsu (人日) letteralmente “festa dell’ uomo/umanità”, ricorrenza che si celebra in gran parte del sud est asiatico. Questa festività fa parte del gosekku (五節句), ovvero le 5 festività stagionali più importanti giapponesi distribuite nell’arco dell’anno come segue:

人日 – jinjitsu, 7 gennaio. Detto anche jinji no sekku (人日の節句).

雛祭り- hina matsuri, la festa delle bambole o delle bambine che si celebra il 3 Marzo.

子供の日- kodomo no hi, la festa dei bambini che si celebra il 5 Maggio 

七夕 – tanabata, che si celebra il 7 Luglio

菊の節句 – kiku no sekku, il giorno dei crisantemi che si celebra il 9 Settembre.

Questa festa è la corrispondente di quella cinese detta “renri” (lettura cinese di jinjitsu, 人日) che si festeggia il settimo giorno dello zhengyue (il primo mese del calendario cinese). Secondo la tradizione cinese, il renri fu il giorno della creazione dell’essere umano da parte della divinità femminile della creazione cinese (in Giappone conosciuta con il nome di joka 女媧) che per non sentirsi sola decise di di creare un animale ogni giorno. Al settimo giorno, sentendosi ancora sola, creò l’uomo. Da questa leggenda nasce il jinji no sekku che si celebra il settimo giorno del nuovo anno. 


La preparazione del nanakusa-gayu è piuttosto semplice. È infatti sufficiente lasciar stracuocere il riso per circa 30-40 minuti dal momento dell’ebollizione e poi vanno aggiunte le erbe tagliate, poi fine cottura si può aggiungere anche il sesamo. In Giappone queste erbe sono di solito vendute in tutti i supermercati con il nome di haru no nanakusa setto” (春の七草セット, set delle sette erbe primaverili). Si tratta di un set di erbe fresche pronte per essere utilizzate nella preparazione del nanakusa gayu.

Le sette erbe sono le seguenti (molte di questo non le avevo mai sentite nominare quindi devo ringraziare mia moglie per l’aiuto nel riconoscerle. Per il corrispettivo italiano mi sono affidato a Google):

芹 – Seri: il prezzemolo giapponese. Una pianta aromatica che si dice migliori l’appetito.

薺- Nazuna: la borsa di pastore. Era un alimento molto popolare nel periodo Edo.

御形 – Gogyō: la canapicchia. Si crede nella sua efficacia nel prevenire il raffreddore e alleviare la febbre. Questa erba ė detta anche haha-kogusa (母子草) “erba madre e figlio” scritta con i kanji madre e figlio.

繁縷 – Hakobera: la stellaria media. È ricca di vitamina A, che fa bene agli occhi, e veniva usata come medicina per i dolori di stomaco.

仏の座 – Hotoke no za: la lassana. Pianta simile al tarassaco ed è ricca di fibre. Il nome hotoke-noza deriva dalla forma delle foglie sotto i fiori, che ricordano il daiza (台座), ovvero il piedistallo sul quale siede il Buddha.

菘 – Suzuna: la brassica rapa. Ricca di vitamine.

蘿蔔 – Suzushiro: il rafano bianco. Si crede favorisca la digestione ed aiuti a prevenire il raffreddore.

Per ottenere un buon okayu, viene spesso utilizzata una donabe (土鍋), una pentola giapponese di terracotta, adatte per questo tipi di preparazioni. Mia moglie aggiunge poi le erbe e una volta pronto dispone la pentola al centro tavola.

La nonna di mia moglie mi ha raccontato che quando era bambina, mentre raccoglieva questa erbe lungo il fiume che scorre vicino casa e in seguito durante la preparazione delle stesse, sua madre era solita cantarle una filastrocca, una warabe-uta (わらべ歌) in Giapponese. Anche mia moglie la conosce ma al giorno d’oggi non si usa quasi più.


七種なずな 唐土の鳥が 日本の土地へ 渡らぬ先に 七草たたいて トントントン。

Nanakusa-nazuna.

Tōdo no tori ha Nihon no tochi he wataranu saki mi nanakusa tataite ton-ton-ton.

“Respingi gli uccelli provenienti dalla Cina prima che arrivino in Giappone, colpisci le sette erbe, ton ton ton.”


In passato, si pensava che gli storni di uccelli migratori provenienti dalla Cina portassero la peste e i parassiti che avrebbero danneggiato le coltivazioni del Giappone. Nello scacciare gli uccelli, che rappresentano gli spiriti maligni, è intrinseco un significato di buona salute. La parte finale “tataite ton ton ton” fa riferimento al rumore della preparazione delle erbe che ai credeva cacciasse gli uccelli.

Ogni regione ha sviluppato nel tempo il suo stile nella preparazione di questo piatto. Nel nord del Giappone viene spesso aggiunta l’hondawara (un tipo di alga) mentre qui a sud nel Kyūshū viene spesso preparata anche con i mochi (dolci di riso).

Che ne dite di preparare una buona pentola nanakusa-gayu per il 7 Gennaio e, mangiandola assieme ai vostri amici e familiari non gli raccontate come in quella che sembra una semplice zuppa di riso ed erbe si nasconde un’antica tradizione che è stata tramandata nel tempo.

L’hatsu-mōde – 初詣

La prima preghiera dell’anno

La prima preghiera dell’anno.

Si ritiene che visitare i santuari e i templi all’inizio dell’anno aumenti la felicità nel nuovo anno. L’hatsu-mōde (初詣, la prima preghiera dell’anno) era originariamente un saluto alla divinità locale della zona in cui si viveva, ma in seguito le persone iniziarono a fare visita al santuario o al tempio che si trovava nella direzione fortunata della divinità del nuovo anno. In giapponese recarsi al santuario situato nella direzione fortunata si dice ehō-mairi (恵方参り) termine composto dalla parola ehō (direzione fortunata) e mairi (pregare). Anche se questa tradizione sta svanendo, ci sono famiglie, come quella di mia moglie, che continuano a seguirla. La direzione della benedizione si riferisce alla direzione in cui si crede si trovi la divinità del nuovo anno, conosciuta come toshigami-sama (年神様) o toshitokujin (歳徳神), ed è decisa di anno in anno basandosi sull’ onmyōdō (陰陽道), il concerto dello Ying e Yang e sul jikkan (十干) ovvero il sistema dei tronchi celesti e dei cinque elementi introdotto in Giappone dalla Cina. La direzione della benedizione per il 2024, in Giappone Sesto anno dell’ era Reiwa (令和6年) sarà:

東北東やや東

Tōhokutō yaya higashi

Est, nord-est leggermente est

È quindi consigliabile visitate un santuario, un tempio o anche una chiesa che si trova in questa direzione da casa vostra.

Ci sono diverse opinioni su quando sia il momento migliore per andare a visitare un sanitario o un tempio per l’ hatsu-mōde. Alcune persone si recano in visita in un luogo sacro il 1° Gennaio, mentre altre ritengono che si possa visitare in qualsiasi momento, durante lo shōgatsu-sanga-nichi (正月三が日) ovvero il periodo che va dal 1°al 3 Gennaio o nel periodo fino al 7 Gennaio. Sebbene sia generalmente accettato che l’ hatsu-mōde si svolga il primo giorno del nuovo anno, la realtà è che i santuari più popolari sono estremamente affollati. È diventato comune per molti frequentatori dei santuari o dei templi evitare questo particolare giorno a causa dell’enorme affollamento.

Generalmente, i santuari shintoisti sono i più visitati per questa occasione, ma anche i templi buddisti sono popolari e, vista l’armonia e lo sincretismo che ha sempre contraddistinto la coesistenza di shintoismo e buddismo in Giappone, le celebrazioni hanno sempre attinto i loro elementi da entrambe le tradizioni e così anche nel caso della prima preghiera dell’anno, sia santuari shintoisti (jinja, 神社) che i templi buddisti (otera, お寺) sono luoghi popolari per festeggiare il nuovo anno. 

Fino al periodo Edo, esisteva un’usanza conosciuta come toshigomori (年籠, il primo kanji indica la parola anno mentre il secondo komoru, significa confinarsi all’interno di un luogo) secondo la quale i patriarchi rimanevano chiusi all’interno di un santuario dedicato alla divinità protettrice del clan dalla sera del 31 Dicembre fino alla mattina alle primo Gennaio pregando per un buon raccolto e per la sicurezza della famiglia nel nuovo anno. In seguito, questa usanza è stata prima chiamata joya-mōde (除夜詣, preghiera di capodanno), in seguito gantan-mōde (元旦詣, preghiere del gantan) o ganjitsu-mōde (元日詣) preghiera del primo giorno dell’ anno.

Nel tardo periodo Edo (1603-1868), l’ ehō-mairi (pellegrinaggio al santuario o al tempio in direzione della benedizione dell’anno) divenne popolare nel primo giorno dell’anno. Ma fu quando, la rete dei trasporti diventò più capillare durante il periodo Meiji (1868-1912) permettendo alle persone di visitare il loro santuario o tempio preferito, che la pratica si affermò come hatsu-moōde.

Una delle ragioni per cui l’hatsu-mōde è diventato così popolare e consueto sembra sia stata l’influenza delle compagnie ferroviarie: la creazione delle ferrovie nell’era Meiji ha reso più facile raggiungere i santuari e i templi più famosi e lontani. Durante il periodo Meiji ebbe inizio una vera e propria competizione tra le compagnie di trasporto che aumentarono i servizi e crearono anche treni speciali per attirare i clienti durante il Capodanno. All’interno di varie campagne pubblicitarie si faceva grande uso del termine hatsu-mōde che così ha guadagnato in popolarità e sempre ha dato vita a questa usanza.

Ma i giapponesi non hanno sempre festeggiato il Capodanno il primo Gennaio. Fino al 1873 in Giappone si seguiva il wareki (和暦), il calendario lunare cinese, e quindi festeggiavano l’inizio dell’anno un po’ più tardi. 

Nel 1873, cinque anni dopo la Restaurazione Meiji, il Giappone adottò ufficialmente il calendario gregoriano o solare detto seireki (西暦) e da allora iniziò a festeggiare il primo Gennaio, noto in giapponese come gantan (元旦). Tuttavia, alcune delle vecchie tradizioni del calendario lunare vengono ancora celebrate un po’ più avanti nel mese, nell’ambito di una festa non ufficiale chiamata koshogatsu (小正月), il piccolo capodanno giapponese che veniva festeggiato il 15 Febbraio secondo il calendario lunare in concomitanza con la prima la prima luna piena del nuovo anno. 

A differenza del Capodanno durante il quale si prega per la fortuna e la felicità personale, le celebrazioni del koshogatsu erano, e sono tuttora, incentrate sulla collettività e su un raccolto abbondante per l’anno successivo. 

La mattina del koshōgatsu si usava consumare l’ azukigayu (小豆粥), una sorta di pappa di riso mescolata con fagioli azuki. Molto spesso, le famiglie decorano la loro casa con il mayudama (繭玉), che consiste nell’appendere a ramoscelli di salice o di bambù diversi piccoli dolci di riso a forma di bozzolo come portafortuna, tra i quali brillano piccoli tesori come monete d’oro chiamate koban e altri oggetti, che vanno da piccole bottiglie di sakè a portafortuna in legno e così via.

Anche se l’importanza dell’agricoltura è diminuita nel corso degli anni rispetto alla vita quotidiana delle persone, il koshogatsu viene ancora celebrato, soprattutto nelle zone rurali che fanno affidamento sull’agricoltura per il loro sostentamento. Tuttavia, diversi templi, santuari e comunità in tutto il Giappone celebrano il Piccolo Capodanno, tipicamente il 15 gennaio, facendo uso di diverse antiche usanze e tradizioni che sono state tramandate per generazioni. Oggi il koshōgatsu è spesso anche il momento in cui le famiglie giapponesi iniziano a togliere le decorazioni dedicate alla celebrazioni del nuovo anno.


Fonte sito web koto no ha techō

Se vi capiterà di visitare il Giappone nei primi giorni dell’anno vi capiterà di vedere lunghe file presso i santuari e i templi per suonare la campana e offrire una preghiera per il nuovo anno. Sebbene questo gesto possa essere compiuto in qualsiasi giorno dell’anno, l’hatsumode è considerato un momento particolarmente importante per pregare e, a seconda che si visiti un santuario o un tempio, la procedura è leggermente diversa. Per pregare in un santuario, bisogna innanzitutto suonare la campana, se c’è, e poi mettere una moneta nella cassetta delle offerte. Quindi, seguire la regola del Nirei-nihakushu-ichirei (二礼二拍手一礼), ovvero “2 inchini, 2 battiti di mani, preghiera, 1 inchino” per completare il rituale. In un tempio, suonare la campana dopo l’inchino una volta prima di mettere una moneta nella cassetta delle offerte. Poi, pregate con le mani giunte davanti al petto. A differenza dei santuari shintoisti, in un tempio buddista non si battono le mani. Esiste anche un’altro modo di pregare presso un tempio buddista che ho visto fare solo alla nonna di mia moglie che poi mi ha anche spiegato il significato che è legato alle parole tenjō tenge yui ga dokuson (天上天下唯我独尊).

Con termine di si riferisce alla posa del Buddha in cui la mano destra è sollevata in alto con l’indice esteso verso il cielo, mentre la mano sinistra è tenuta in basso e l’indice indica la terra . Il significato di questa posa é: “in cielo e in terra, io sono l’unico ad essere onorato”. Queste si racconta siano state le prime parole del Buddha dopo essere nato puntando le mani verso il cielo e la terra. Se qualche appassionato di Jujutsu-kaisen leggerà questo articolo ricorderà Gojō Satoru assumere questa posa durante lo scontro con Fushiguro Tōji e dicendo le stesse parole.


Se il clima lo permette è facile incontrare persone in raffinati abiti tradizionali che si recano in visita al tempio per rendere omaggio alla divinità. Per questo motivo, è un momento in cui sia le donne che gli uomini possono indossare il kimono. Il Capodanno è un’ottima occasione per indossare gli abiti tradizionali giapponesi. Tuttavia, non è assolutamente necessario. 

Fonte sito web Yasukuni Jinja

Dovete sapere che per i giapponesi una visita a un santuario non è completa senza l’acquisto di uno dei portafortuna disponibili. Questo è particolarmente consigliato ai visitatori del Giappone, per chiunque sia interessato a portare a casa un souvenir culturalmente significativo e al tempo stesso economico. Sto parlando degli omamori (御守), un portafortuna tradizionale giapponese. Si tratta di un piccolo sacchetto di stoffa che contiene un piccolo oggetto fatto di carta, legno, stoffa o metallo, su cui è inciso un testo sacro o un sutra. Al centro del ciondolo è ricamato il nome del santuario. È consuetudine portare al santuario i vecchi omamori dell’anno precedente per bruciarli in modo cerimoniale. Disponibili in una varietà di colori diversi che simboleggiano il tipo di fortuna che porteranno, gli omamori più diffusi sono quelli che portano fortuna in termini di ricchezza, salute e amore.

Foto Tōkyō Keizai On-line

Oltre agli omamori si possono acquistare anche dei portafortuna chiamati omikuji  (おみくじ), che sono delle strisce di carta contenenti una predizione divina. Tradizionalmente si conservano gli omikuji che contengono frasi portafortuna poiché descrivono in dettaglio la fortuna del destinatario nell’anno a venire. Quelli che invece indicano la sfortuna possono essere legate a un ramo di un albero o su appositi luoghi in un’area designata all’interno del perimetro del santuario, in modo da lasciare all’interno di quest’ultimo qualsiasi tipo di sfortuna predetta. L’ omikuji, tuttavia, non deve fungere solo da carta della fortuna. Deve essere considerato anche un consiglio, per dare piccole indicazioni nella vita di tutti i giorni.

Foto dal sito web si Okumiya Jinja

Durante l’ hatsumōde spesso i giapponesi comprano anche un ema (絵馬) per garantire il proprio successo negli affari o negli studi. Gli ema sono delle targhe di legno sulle quali si scrive il proprio desiderio o la proprie speranze per l’anno successivo. Sono spesso decorati con simboli shintoisti di buon auspicio e alcuni sono unici per un particolare santuario. In origine, l’ema era un piatto di legno con l’immagine di un cavallo, derivante da un’usanza che consisteva nell’offrire cavalli vivi a una divinità, da questa tradizione deriva anche il temine ema e come secondo kanji ha proprio quello di cavallo. Una volta scritto il vostro desiderio, dovrete appenderlo nell’apposito spazio del santuario.

Spesso mi chiedono dove è meglio recarsi per l’hatsumōde. Non esiste una regola scritta, si può scegliere un luogo in base alla posizione o alla popolarità, ma la cosa migliore sarebbe visitare un luogo in cui i propri desideri e i propri benefici trovano corrispondenza. Tuttavia, qui in Giappone quando si parla dei kami si usa il temine yaoyorozu no kami (八百万の神), ovvero si pensa che ci siano otto milioni di divinità, quindi no è difficile trovare un luogo che corrisponda ai proprio desideri. Seguendo i consigli di mia moglie giapponesi suggerisco sempre di usare il nome del santuario o del tempio che ti premetto di farti un’idea, per quanto approssimativa, della tipologia di benefici offerti dai vari luoghi sacri.

Se si vuole pregare per la pace e la sicurezza della propria famiglia allora dovreste recarvi presso un santuario con il nome che termina con jingu (神宮) ad esempio il Meiji Jingū (明治神宮) di Tōkyō. All’interno dei jingū è custodita e si prega la divinità ancestrale dell’imperatore. 

Se volete pregare per il successo nel mondo degli affari o negli studi, per una lunga vita e per la protezione dalla sfortuna alla dovrete recarvi presso un un santuario che contenga la parola hachiman (八幡). In questi luoghi sacri si venera Hachiman, divinità dei guerrieri. Per esempio l’azienda per cui lavoro si raduna per l’ hatsumōde stesso un santuario di Hachiman della nostra città.

Se siete in procinto di sostenere un esame di ammissione all’università o un concorso statale o volete pregare per il successo scolastico dei vostri figli potete recarvi presso un santuario che contiene il termine tenjin (天神) o tenma (天満). In questi luoghi si venera Sugawara no Michizane (菅原道真) il kami dell’ apprendimento.

Infine se cercate un luogo dove pregare per la prosperità degli affari della vostra azienda o se la vostra azienda è legata al mondo rurale e agricolo e quindi desiderate ricevere una benedizione per un buon raccolto non vi resta che recarvi presso un santuario dedicato ad Inari (稲荷), kami dell’agricoltura e dei commerci.

Se la fortuna in amore è quello che cercate ci sono moltissimi santuari dove è possibile recarsi. Ma, il momento migliore dell’anno per pregare per quello che in Giappone e conosciuto come en-musubi (縁結び) ovvero la creazione di legami, é durante il kannazuki (神無月), ovvero il mese di Ottobre. Ma questa è un’altra tradizione che descriverò in un altro articolo.

In ogni epoca, la prima preghiera dell’anno è sempre stata uno degli eventi familiari più importanti ed emozionanti del Capodanno. Ogni anno un gran numero di persone che vi si recano insieme come famiglia.

La prima uscita dopo il nuovo anno si chiama hatsu-kadome (初門出), ed è considerata anch’essa un’occasione molto felice.

Se visitate il Giappone in concomitanza del Capodanno cogliete l’occasione per godervi questa usanza unica.

Ozōni (お雑煮) e Mochi (餅)

Ogni Capodanno in Giappone, le famiglie che si riuniscono per i festeggiamenti sono solite mangiare l’ o-zōni (お雑煮) una zuppa piena di teneri mochi e tanti altri buonissimi ingredienti. Come molti ormai sapranno i mochi (餅) sono dei morbidi dolci giapponesi a base di riso. Ci sono diverse tipologie di mochi ognuno con un suo proprio simbolismo. Fortuna e longevità sono solo due delle tante qualità associate ai mochi.

Il sakura mochi (桜餅) solitamente disponibile durante la stagione primaverile. È considerato come una sorta di wagashi (和菓子, dolci tradizionali giapponesi che di solito si accompagnano al tè) ed è famoso per il suo aspetto e colore graziosi. La dolcezza del mochi si sposa bene con il sapore del tè. Di colore rosa ha un ripieno di anko (餡, pasta di fagioli rossi) e viene servito avvolto in foglie di ciliegio salate e commestibili. I giapponesi sono soliti mangiare wagashi diversi a seconda della stagione e poiché il colore di questo mochi ricorda quello dei fiori di ciliegio è stato rapidamente associato alla primavera. Assieme all’ hishi mochi (菱餅), un mochi a tre strati verde, bianco, rosa é diventato il simbolo dell’ hina matsuri (雛祭り, Giornata delle ragazze) rappresentando la fertilità e la salute.

I mochi un tempo erano un’offerta per le feste e i rituali legati principalmente alla religione buddista. Ma a partire dal periodo Edo (1603-1868), divennero disponibili per la gente comune. A quanto pare, è in questo periodo che si iniziò la tradizione di mangiarli per accogliere il nuovo anno.

I mochi sono anche mangiati, durante le festività per il nuovo anno, accompagnati o immersi in una zuppa chiamata ozōni, che si traduce approssimativamente in “vari tipi di cottura a fuoco lento”. Come suggerisce il nome, c’è molta flessibilità nel modo in cui viene preparata. Ogni regione e famiglia ha il proprio modo di prepararla, con ingredienti diversi.

Sembra che l’ozōni fosse originariamente servita all’inizio dei pasti rituali chiamati honzen-ryōri (本膳料理) che erano popolari tra la classe dei samurai durante il periodo Muromachi (1333-1336). Essendo l’ozōni uno dei primi piatti ad essere servito si pensa che sia passato a essere il primo pasto servito nel nuovo anno dopo la sua diffusione in Giappone, circa 500 anni fa.

Oggigiorno gli ingredienti principali per preparare l’ozōni possono essere distinti in quattro gruppi: la base di dashi, il condimento del dashi, i mochi e gli ingredienti aggiuntivi.

Un macro divisione può essere fatta tra l’ozōni servito nella zona del kansai (関西風), caratterizzata dal bordo bianco e cremoso dovuti all’utilizzo del famoso e buonissimo saikyo miso (西京みそ) di Kyōto. Mentre quella servita nella zona del kantō (関東風) è più salata e presenta un colore più scuro dovuto all’aggiunta della salsa di soia.

Gli eventi e il cibo del Capodanno giapponese, così come  l’ozōni, hanno origine dalla tradizione shintoista e varie usanze sono nate dall’idea del shinjin kyōshoku (神人共食) che significa mangiare cibo offerto agli dei per ricevere il potere degli dei ed essere più energici. L’ozōni viene solitamente preparata il primo Gennaio perché la tradizione vuole che venga utilizzata la prima acqua dell’anno. Conosciuta come wakamizu (若水, Lett acqua giovane), in passato si prendeva direttamente dal pozzo oggigiorno direttamente dal rubinetto di casa.

La preparazione di questa pietanza varia da regione a regione e con essa anche gli ingredienti utilizzati. Ci sono solo due componenti principali comuni in tutte le regioni del Giappone. I mochi e il dashi.

Per quanto riguarda i mochi si possono trovare in due forme: rotonda e quadrata.In genere, i mochi rotondi sono utilizzati nel Giappone occidentale, mentre quelli quadrati sono utilizzati nel Giappone orientale. È interessante notare come il confine tra l’uso di un tipo e l’altro di mochi coincida con la zona di Sekigahara (関ヶ原), dove si svolse la battaglia che vide la vittoria Tokugawa e segnò la fine del sengoku jidai (戦国時代) il periodo degli stati combattenti. La regione da nord a sud, ovvero la parete di territorio che da Aomori scende fino a Sekigahara, è la zona dove i mochi hanno forma quadrata, noti anche come kaku-mochi (角餅), ottenuti appiattendo e tagliando il riso precedentemente pestato. Alcuni sostengono che durante il periodo Edo, quando i mochi divennero popolari tra la gente comune, erano di forma quadrata perché nella città di Edo (l’attuale Tōkyō) la richiesta di mochi era così elevata che si decise di prepararli di forma quadrata perché più pratico e veloce. La regione a ovest di Sekigahara è la zona in cui i mochi sono hanno sempre avuto una forma rotonda. A Kyōto, dove si trovava la capitale, i mochi rotondi erano i principali portafortuna ed erano simbolo di amicizia.

Fonte: Maff

Il dashi e il condimento dell’ozōni variano da regione a regione. Nel Giappone orientale è comune aggiungere katsuobushi, sardine e alga kobu nella preparazione del brodo della zuppa, aggiungendo salsa di soia per aggiustare il sapore. Nella regione del Kansai, il miso bianco è molto diffuso. Il miso bianco era un ingrediente molto costoso una volta e aveva un forte sapore dolce, preparato con molta crusca di riso, per cui l’ozōni di miso bianco divenne popolare tra la corte e i nobili di Kyōto nel tardo periodo Edo. Nel Tohoku, nord del Giappone, si preferisce una zuppa con brodo più chiaro, aromatizzata con salsa di soia e con aggiunta di carne di pollo.

Qui nel Kyūshū, molte zone utilizzano un brodo chiaro a base di ago (pesce volante essiccato). Oltre al brodo e al mochi, il tocco di unicità dell’ozōni sta negli ingredienti aggiuntivi. Carote, daikon, kamaboko una pasta di pesce dai colori bianco e rosso. Bianco e rosso, come spiegato in un articolo precedente sono considerati o colori portafortuna per l’anno nuovo legati alla dottrina shintoista. Il bianco richiama la purezza mentre il rosso, dalla sua sfumatura vermiglia, si pensa allontani gli spiriti maligni. Vengono aggiunte poi delle verdure a foglia come gli spinaci e carne di pollo generalmente.

Oltre allo stile regionale dell’ozōni, ogni famiglia ha la sua storia e il suo sapore. In molti casi, quando uomini e donne di regioni diverse si sposano, gli stili di preparazione delle rispettive famiglie si fondono insieme per creare uno stile unico. Nel Kyūshū, dove vivo, ci sono tre modi differenti di preparare l’ozōni rispettivamente nelle zone di Fukuoka, Nagasaki e Kagoshima.

L’ hakata zōni è una zuppa tipica di Fukuoka con brodo a base di sardine grigliate, con l’aggiunta di una verdura tradizionale detta katsuna (カツオ菜) e di un pesce, il buri, (la ricciola) che porta fortuna per il successo nella vita. I mochi vengono aggiunti bolliti o grigliati.

Nella zona di Nagasaki si usa aggiungere i funghi shiitake e la carne di pollo.

L’ozoni della prefettura di Kagoshima, conosciuto come Satsuma Ebi Zoni (薩摩えび雑煮. Satsuma è l’antico nome di questa zona) è caratterizzato da gamberi così grandi da sporgere dalla ciotola.

La maggior parte dei giapponesi festeggia il Capodanno con la famiglia e i parenti e raramente consuma l’ozōni a casa di altri, anche se si tratta di amici stretti. Come scritto in un precedente articolo al giorno d’oggi, è diventato usuale ordinare molte delle pietanze tipiche di questo periodo presso negozi specializzati. Solamente l’ozōni continua ad essere preparata tramandata in casa in tutte le sue varianti.

O-sechi ryōri – お節料理

Continua il nostro viaggio nelle usanze culinarie giapponesi che si possono gustare nei primi giorni dell’anno parlando dell’ osechi ryōri (お節料理).

di Christian Savini

Sono molte le tradizioni e i detti associati all’osechi ryōri e tutti auspicano la felicità della famiglia. Mettere in questi piatti tutto l’amore e gustarli insieme a tutta la famiglia riunita é uno dei momenti più importanti dei festeggiamenti per il nuovo anno.

L’ osechi ryōri è un’usanza profondamente radicata nella cultura giapponese. Si dice che le sue origini risalgono al periodo Yayoi (300 a.C. – 300 d.C.), quando le persone erano solite offrire cibo alle divinità durante la festa del raccolto per ringraziarli delle loro benedizioni. Si trattava di un’usanza conosciuta come sekku (節句), da cui si ritiene provenga direttamente la parola osechi (お節). La lettera “o” che precede il tendine sechi è un onorifico.

Durante il periodo Nara (710-794), il sekku (節句) era diventato, sotto l’influenza della tradizione cinese, un evento che celebrava il cambio di stagione. Le offerte di cibo alle divinità erano chiamate osechiku (御節供) e venivano preparate in speciali banchetti cerimoniali che si svolgevano nei giorni che segnavano il cambio di stagione, chiamati sechinichi (節日), e uno di questi giorni era proprio il 1° Gennaio, giorno di Capodanno.

Con il passaggio al periodo Heian, questi banchetti erano perlopiù prerogativa della nobiltà del tempo. Tuttavia, nel periodo Edo, anche la gente comune iniziò a praticare questa tradizione e, cercando un modo per rendere la preparazione molto più semplice ed economica, diede vita all’ osechi ryori che tutti conosciamo oggi, servito in scatole impilate chiamate jūbako (重箱), poste al centro della tavola il primo giorno dell’anno e dove vi rimarranno per i tre giorni successivi. I cibi contenuti al suo interno vengono condivisi con tutta la famiglia e gli amici, ed ognuno rappresenta un particolare desiderio per l’anno successivo. Siccome i primi tre giorni del nuovo anno erano i più importanti del periodo dei festeggiamenti. Per evitare di cucinare in quel periodo, le persone preparavano gli osechi ryori in anticipo e li conservavano in queste scatole speciali impilate una sull’altra e li mettevano al centro della tavola la sera di Capodanno. Il primo gennaio, tutti si riunivano e condividevano i pasti nel corso dei tre giorni successivi.

Nel corso dei secoli, questa tradizione si è diffusa nel resto della società e dal periodo Edo (1603-1868) viene servita comunemente in tutto il Giappone. Essa si combinava con altre credenze, in particolare con il fatto che nei primi giorni del nuovo anno si deve evitare qualsiasi tipo di lavoro, compreso quello di cucinare. Ci sono due teorie contrastanti sul perché di questa scelta. Una era legata alla credenza secondo la quale il kami del nuovo anno non dovesse essere disturbato dal rumore della cucina e delle faccende domestiche. Si cercava anche di usare meno possibile il kamado per permettere alla divinità di riposare.

La seconda teoria è semplicemente che l’inizio dell’anno doveva essere un momento di riposo, in cui tutti, e in particolare le donne di casa, che all’epoca svolgevano la maggior parte dei lavori domestici, potevano godersi una meritata pausa.

Le jūbako sono simili alle scatole per il bentō e hanno da tre a nove livelli (la dimensione media è di 2-5 livelli, la dimensione più diffusa in commercio è quella a tre livelli). A differenza delle normali scatole bentō, le jūbako sono laccate e sono molto appariscenti. Queste scatole hanno inoltre un significato simbolico e, secondo la tradizione si dovrebbe mangiare il cibo al loro interno con un paio di bacchette speciali. Il termine jūbako potremmo tradurlo in italiano come “scatole impilate “. Impilare le scatole una sull’altra rappresenta il desiderio della famiglia di “accumulare le proprie benedizioni”. Anche l’ordine in cui si impilano le scatole e  si mangia il cibo contenuto al loro interno è molto importante. Si dovrebbero mangiare per primi i piatti della fila superiore, che contiene piatti leggeri come antipasti e spuntini. Man mano che si scende, si trovano i piatti principali negli. Tradizionalmente, si dovrebbe lasciare vuoto lo strato inferiore, dove si riceverebbe simbolicamente la benedizione del cibo.

Poiché la nascita di questa tradizione è precedente alla nascita della refrigerazione moderna, i cibi contenuti all’interno delle jūbako dovevano essere alimenti che si potevano conservare o lasciare a temperatura ambiente per diversi giorni. Tra i piatti base, presenti ancora oggi, ci sono i nimono (煮物, verdure cotte a fuoco lento) e gli tsukemono (漬け物,cibi in salamoia). Ogni piatto rappresenta anche una benedizione specifica o un desiderio per l’anno successivo. Sono considerati di buon auspicio in base ad aspetti come il colore, il nome o persino la forma.

In vari cibi vengono disposti all’interno dei ripiani delle jūbako secondo un ordine ben preciso. La descrizione che segue dei cibi non é divisa per ripiano, vi basti sapere che i cibi nei cinque ripiani sono divisi per categorie come segue.

Ichi no jū – 一の重

Il primo ripiano contiene gli antipasti

Ni no jū – 二の重

Il secondo ripiano contiene gli yakimono (焼き物,cibi cotti/grigliati). Specialmente pesce che è di buon auspicio.

San no jū – 三の重

Contiene i nimono (煮物, cibi stufati). Il cibo proviene principalmente dalle montagne e viene bollito in modo che la famiglia possa essere vicina e unita.

Yo no jū – 与の重

Il quarto ripiano contiene i sunomono (酢の物, cibi conditi con l’aceto). Perlopiù verdure condite con l’aceto.

Go no jū – 五の重

Il quinto ripiano detto anche hikae no jū (控えの重) va lasciato vuoto perché va riempito con la buona sorte elargita dalle divinità del nuovo anno, oppure si può riempire  con i piatti preferiti della famiglia.

Come scritto in precedenza l’osechi ryōri è nata semplice, composta solo da verdure bollite e riso (si usavano perlopiù solo riso e verdure per chiedere la protezione dei kami per l’anno e i raccolti futuri). Oggi questa tradizione è composta da vari piatti che hanno diversi significati simbolici.

Ogni famiglia prepara, o ordina a negozi specializzati, l’osechi ryōri in modo diverso. Le preferenze personali, il budget e il tempo necessario per preparare i piatti sono presi in considerazione per decidere cosa mettere nelle jūbako. Tuttavia, ci sono piatti comuni che non mancano mai.

Kuromame –  黒豆

I kuromame sono fagioli neri bolliti, caratterizzati da una consistenza morbida e dolce. Il colore nero è associato alla protezione dagli spiriti maligni, mentre la parola che indica il fagiolo, “mame”, viene usata per descrivere una persona diligente e gran lavoratore. Per questo motivo i kuromame sono considerati simbolo di buona salute e duro lavoro per il resto dell’anno.

Kazunoko – 数の子

Kazunoko, significa letteralmente “molti figli”. Questo piatto simboleggia la fertilità e una famiglia numerosa e prospera. Sono uova di aringa salate e marinate in dashi stagionato.

Tazukuri – 田作り

Chiamati anche gomame (五万米) sono piccole sardine essiccate. La traduzione letterale del loro nome è “creatore di risaie”. Questo perché in passato venivano utilizzate come fertilizzanti per le risaie. Simboleggiano così la speranza di abbondanza per l’anno successivo.

Kurikinton – 栗きんとん

Molto amato dai bambini, il kurikinton è un tipo di dolce giapponese a base di castagne e purè di patate. Kuri, ê il termine giapponese utilizzato per indicare la castagna, mentre kinton, significa gnocco dorato o futon dorato. Questo piatto è associato alla ricchezza e al successo. Inoltre, il suo colore dorato e la sua forma rotonda ricordano le monete dorate di forma ovale detta koban (小判) utilizzate durante il periodo Edo.

Datemaki – 伊達巻

Simili ai tamagoyaki, sono omelette dolci arrotolate. L’unica differenza è che i datemaki sono mescolati con pasta di pesce o di gamberi. Sono inoltre conditi con lo stesso aceto utilizzato per il riso utilizzato nella preparazione del sushi. La sua forma arrotolata ricorda la pergamena di uno studioso, motivo per cui è associata alla conoscenza e alla saggezza. Simboleggia anche il successo accademico e il progresso culturale.

Kobumaki – 昆布巻き

Il kobumaki, o alga arrotolata giapponese, è uno dei piatti dell’ osechi ryōri più tradizionali. È associato alla felicità perché kobu (alga) fa parte della parola giapponese che significa felicità, yorokobu (養老昆布). Questo piatto simboleggia l’augurio di un felice anno nuovo. Il ripieno classico di questi maki e il salmone e vengono poi chiusi con una obi di zucca secca detta kanpyō. Questi fagottini vengono poi cotti con salsa di soia, zucchero e mirin.

Kōhaku Namasu – 紅白なます

È un piatto a base di carote e ravanelli sottaceto tagliati a strisce. I colori rosso e bianco sono tradizionali per le celebrazioni Shintō: il rosso è associato alle benedizioni e il bianco ai nuovi inizi. Le verdure utilizzate, carote e ravanelli, simboleggiano i forti legami familiari.

Ebi – 海老

Gamberi bolliti che per la loro forma ricurva e le lunghe antenne, i gamberi sono associati alle persone anziane e simboleggiano quindi l’augurio di una lunga vita. Il riferimento alle persone anziane è anche veicolato da uno dei due kanji che compongono la parola. I kanji usati sono quello di mare e quello di anziano che potremmo rendere come “vecchio uomo di mare”.

Renkon – れんこん

Le radici di loto, conosciuta anche con il nome di hasu, è la parte sotterranea della pianta che conserva tutti gli alimenti nutritivi necessari a quest’ ultima per rigenerarsi. Se avete mai visto o mangiato questa radice molto croccante, avrete notato che sono  piene di piccoli fori. Questi simboleggiano la speranza di poter vedere il futuro ed evitare le disgrazie.

Kohaku kamaboko – 紅白かまぼこ

Il kamaboko è un noto alimento giapponese ottenuto tramite una particolare lavorazione del pesce. Composto principalmente da pesce azzurro e surimi frullati e spesso colorati sino ad ottenere una purea che poi viene compattata formando dei lunghi panetti che vengono cotti fino a quando raggiungono una data solidità che ne permette il taglio. Kohaku, in giapponese, significa rosso e bianco. I colori rappresentano il Giappone e sono generalmente considerati di buon auspicio. Il colore rosso, caratteristico dello shintoismo serve a prevenire gli spiriti maligni, mentre il bianco rappresenta la purezza.

Kōhaku Uta Gassen è anche uno speciale televisivo annuale prodotto dalla NHK più seguito a Capodanno: si tratta di una gara di canto tra due squadre, quella bianca e quella rossa.

Tai – 鯛

L’orata. Il nome di questo pesce ha un significato simbolico che si basa su un gioco di parole. La parola tai è contenuta in un altra parola giapponese medatai (目出度い) che significa felice, gioioso. In Giappone l’orata viene spesso seguita in occasioni speciali ed è anche uno dei piatti che viene servito durante l’ okuizome (お食い初め), la cerimonia del primo pasto che viene dato ai bambini passati i 100 giorni dalla sua nascita. Nella cucina o-sechi, ha lo scopo di portare gioia e felicità nel nuovo anno.

Satoimo – 里芋

Conosciuto anche come radice di taro, questo piatto viene consumato nella speranza che la famiglia sia benedetta da molti figli, proprio come molti piccoli tuberi che crescono dal tubero principale.

Kuwai – くわい

Il kuwai, conosciuto anche come Fukuyama no kuwai,dal nome della zona del Giappone dove viene coltivato, è un tubero acquatico di colore azzurro e con una consistenza molto tenera. La sua forma allungata ha fatto sì che venisse associata a una carriera lunga e stabile.

Gobō – ごぼう

La radice di bardana è un ortaggio comunemente consumato in Giappone. Viene usato per creare diversi piatti come il kimpira, i nimono, insalate ed è usato anche nelle fritture. E una pianta difficile da tagliare e che rimane saldamente ancorata al terreno. Vista questa sua caratteristica si crede che conferisca forza e stabilità.

Zōni – 雑煮

Non poteva mancare una zuppa. Lo zōni è una zuppa molto semplice aromatizzata con dashi nel Giappone orientale e con miso nella zona del Kansai, servita con dei mochi al suo interno. Pubblicherò nei prossimi giorni un articolo dedicato a questo piatto in particolare.

Iwai-bashi – 祝い箸

Le iwai-bashi” bacchette speciali per le feste) sono prodotto con legno di salice o di altro legno bianco, sottili su entrambe le estremità, e utilizzate per i pasti celebrativi come il Capodanno e le cerimonie nuziali. Di solito sono confezionate in un sacchetto di carta ornamentale. Sono realizzate in legno di salice, difficile da rompere, e sono più spesse al centro e più sottili alle due estremità. Si dice che il motivo per cui entrambe le estremità sono sottili è che un’estremità è utilizzata dai kami e si pensava che ricevere le stesse bacchette delle divinità portasse la loro benedizione. La lunghezza è di circa 24 cm e vengono presentati all’interno di un sacchetto che spesso riporta la scritta kotobuki (壽, longevità”) e colori festivi come il vermiglio o l’oro. I sacchetti di bacchette sono disponibili in una varietà di design, per cui è possibile scegliere quello più adatto ai propri gusti.

Nella famiglia di mia moglie, mio suocero scrive i nomi dei membri della famiglia su ogni sacchetto di bacchette la sera di Capodanno, inserisce le bacchette e poi li appoggia tutti sull’altare per pregare per la felicità di ogni membro della famiglia. La tradizione vorrebbe che si continui ad usare le iwai-bashi fino al sette Gennaio in quando non sono usa e getta e possono essere tranquillamente lavate e riutilizzate. Questo dipende sempre da famiglia a famiglia.

Poiché queste bacchette sono considerate come un oggetto portafortuna, è usanza tradizionale portarle in un santuario e bruciarle insieme alle decorazioni di Capodanno durante il dondon-yaki, un rituale per raccogliere e bruciare le decorazioni di Capodanno in un santuario il 15 Gennaio.

Le iwai-bashi vengono sono conosciute anche con altri come come ad esempio:

Ryōkuchi-bashi – 両口箸

Come scritto in precedenza entrambe le bacchette hanno le estremità affusolate, una per le divinità e l’altra per le persone, a significare il shinjin-kyōshoku (神人共食, la condivisione del cibo con le divinità). L’ osechi ha lo scopo di celebrare il nuovo anno e portare felicità condividendo le offerte con le divinità del nuovo anno, quindi le persone condividono il pasto con le divinità utilizzando queste bacchette che possono essere utilizzate su entrambi lati.

Yanagi-bashi – 柳箸

Il salice (yanagi, significa salice bella lingua giapponese) viene utilizzato per la sua robustezza e resistenza alla rottura, in quanto secondo la tradizione porterebbe sfortuna la rottura di una bacchetta durante le celebrazioni.

Tawara-bashi – 俵箸

La parte centrale più spessa è fatta in modo da assomigliare ad un mochi nella speranza di un buon raccolto.

Spero che questo articolo ti sia piaciuto e ti abbia aiutato a comprendere un po’ di più questa tradizione giapponese. Se ti trovi in vacanza in Giappone in questo periodo non perdere l’occasione di provare questa squisita cucina