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Perché in Giappone adottare bambini è raro

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 Indubbiamente io scrivo molto spesso sull’animismo, ma ritengo di avere valide ragioni per farlo. Essa è infatti causa di molti dei malesseri che affliggono questo paese. Un esempio classico è l’adozione. Nell’articolo che segue tenterò di dimostrare che l’unica spiegazione plausibile del serio problema costituito dall’adozione in Giappone è il culto degli antenati. Sì vedrà che le sue caratteristiche sono così sconcertanti da non ammettere altra spiegazione.

Il problema delle adozioni

Da un lato, essa è estremamente comune. Il Giappone ha il secondo numero più alto di adozioni all’anno nel mondo, dopo gli Stati Uniti. Tuttavia, il 97% di questi adottati sono adulti che non hanno bisogno di aiuto finanziario o bambini legati ai genitori adottivi da legami di parentela. Dall’altra, la riluttanza ad adottare bambini con cui non si ha alcun rapporto di sangue è così grande che solo il 3% degli adottati è costituito da veri orfani.

I fatti sono totalmente coerenti con tutto ciò che sappiamo del Giappone e delle sue tradizioni. Un clan ha bisogno di un capo. Se la natura non ne fornisce uno, è legittimo trovarne uno tra adulti con competenze adeguate. Questo tipo di adozione era normale nel Giappone tribale e tutti lo praticavano senza vederci nulla di male. Grandi figure storiche come Tokugawa Iemitsu erano state adottate.

Una potenziale difficoltà potrebbe essere il fatto menzionato da Hozumi che  si credeva che gli antenati non amassero  il culto da parte di persone di sangue diverso. Ignorare questa preferenza era considerato uno dei peggiori crimini possibili contro la propria famiglia e si prendevano tutte le misure preventive possibili.

La famiglia patriarcale

In Cina, un altro paese in cui è presente il culto degli antenati, l’adozione era illegale e punita se scoperta. In Giappone era possibile solo in un caso, se una famiglia non aveva eredi maschi e stava per scomparire. Si adottava quindi qualcuno formalmente e lo si considerava , almeno a parole, parte della famiglia. A tempo debito, sarebbe diventato davvero il suo capo.

Come è possibile conciliare i due fatti? Se è vero che un’adozione può dispiacere agli antenati, rimane il fatto che il lignaggio viene prima ancora di loro. È ovvio che anche gli antenati devono adattarsi, e nel loro stesso interesse.

Inoltre, piuttosto che un bambino, le cui capacità sono sconosciute e che in ogni caso devono essere supportate fino all’età adulta, è molto più saggio adottare un adulto le cui abilità possono essere testate.

Tale è la priorità data alla continuità della famiglia che i genitori biologici ricevono pieni diritti sui loro figli anche ben oltre il punto in cui li perderebbero altrove. Il destino del bambino stesso non è così importante quanto quello della famiglia, quindi i bambini abbandonati in una stazione ferroviaria non vengono tolti ai loro genitori biologici anche dopo che questi sono stati identificati.

Legalmente parlando, il patriarcato giapponese non esiste più e ci sono indicazioni significative di erosione di ciò che resta del sistema. Tuttavia, il suo impatto sui tassi di adozione è ancora forte.

Il kegare

C’è anche la questione del kegare, perché un bambino abbandonato non appartiene formalmente a nessuna famiglia, ma è solo e può essere considerato merce danneggiata. Sarà evitato dai datori di lavoro e dalle potenziali partner. Il particolare sistema anagrafico giapponese koseki rende quasi impossibile nascondere il proprio status perché il documento contiene tutte le certificazioni possibili, compreso il fatto di essere stato abbandonato.

Il disgusto per l’adozione è comune anche tra i giovani, e una giovane coppia giapponese senza figli rifiuterà l’idea di adottare. Conoscevo una coppia del genere e, dopo un soggiorno di diversi anni in Spagna, erano tornati in Giappone dove avevano pianificato di provare una terapia per la fertilità. Non riuscivano a capire come avremmo potuto raccomandare così facilmente un’adozione, e lo dicevano apertamente. Un problema molto diverso ma dalle radici simili è il seguente. 

Accade sorprendentemente spesso che, alla morte di una donna giapponese sposata con uno straniero, la famiglia rapisca il bambino. Nonostante il fatto sia chiaramente un crimine, nella pratica le magistratura chiude un occhio a danno degli stranieri. Episodi del genere sono incomprensibili al di fuori del quadro del culto degli antenati. Conoscendo invece i meccanismi del medesimo, è immediatamente ovvıo che la motivazione risiede nel desiderio di proteggere gli interessi del clan, anche a discapito di quello dei diretti interessati.

È vero che gli stranieri in Giappone sono considerati sporchi?

Prima di tutto vorrei specificare che non ho mai sentito un giapponese esprimersi in questi termini. Possono avere pensato che gli europei sono sporchi, ma non mi è mai stato detto. Quelle che seguono quindi sono mie opinioni, quello che penso i giapponesi pensino, non fatti.

Per un giapponese probabilmente è sporco il fatto che non ci facciamo il bagno tutti i giorni. Per loro è impensabile. Il bagno è un rituale, forse il momento più bello della giornata. In Giappone è sporco portare le scarpe in casa. Nessuno lo farebbe. I giapponesi, perlomeno quelli della mia età, 70 anni, trovano inconcepibile defecare e fare il bagno nello stesso luogo fisico. Il gabinetto ed il bagno sono locali separati. Per mia moglie è sporco mettere un rotolo di carta igienica nuovo di pacca sul tavolo di cucina. Le cose vecchie son sporche, quindi gli anziani, almeno, non andrebbero mai da un robivecchi. Mia moglie e quelle dei miei amici si rifiutano persino di entrarvi.

I giapponesi sono famosi per essere amanti dell’igiene e chi è stato in oriente sa che nulla di paragonabile al Sol Levante esiste nel resto dell’Asia. Gli abiti si portano una volta sola. È ben vero che con questo clima è bene farselo, ma ci sono città italiane con climi simili, eppure non vi vedo tanta solerzia. Tutte le donne fanno il bucato tutte le mattine: siamo una famiglia di tre persone e la lavatrice corre tutte le mattine. La lavatrice una volta si teneva fuori casa perché considerata essa stessa sporca.

Dopo gli attacchi terroristici al gas nervino degli anni 90, dal Giappone sono scomparsi i cestini dell’immondizia. Si vedono cartacce e rifiuti per terra? No. I tifosi del calcio giapponese puliscono lo stadio prima di andarsene, anche in caso di partite internazionali che perdono. Vediamo la mia cucina. Su di una mensola ci sono il contenitore arancione del liquido lavapiatti, quello verde del sapone liquido per le mani, mentre il terzo è una confezione di alcol disinfettante, fatto specificamente per la cucina e di comune uso. Questa pulizia fa parte di un panorama generale di estrema attenzione all’ordine, la precisione, la pulizia, la correttezza.

Tutte queste cose hanno origine da un singolo concetto, causa di innumerevoli problemi sociali ed origine di molti dei tratti migliori di questa cultura, un concetto così importante che penso sia bene spiegarlo all’inizio, una volta per tutte, in modo che possa fare da sfondo a tutti i miei post. Il concetto in questione è quello di contaminazione, in giapponese kegare.

Un breve racconto di dare un’idea chiara della sua natura. Mia moglie fino a qualche anno fa disegnava calzini per un’azienda che si chiamava Renown. Essa poi fallí ma i suoi prodotti, di ottima qualità, vennero venduti fino a esaurimento dello stock. Un giorno la mia metà entrò in un negozio di lusso e sentire una conversazione fra un uomo e una donna:

-Guarda che belli questi calzini. E costano poco.

-È vero. Sono della Renown. Ehi, ma la Renown non è quella ditta che era fallita? Lascia perdere.

-Hai ragione! Meglio lasciar perdere. Sono pieni di kegare. (Risparmiatevi le battute. Lo so anch’io a che parola assomiglia)

in altri termini, il fatto che l’azienda che li aveva prodotti fosse fallita contaminava i calzini al punto da poter trasmettere la sfortuna della Renown ai loro acquirenti.

Esso è un’energia negativa e funesta emanata da certi oggetti o eventi, per certi versi simile alla iettatura. Ottimi esempi sono il contatto con la morte, col sangue (e quindi le mestruazioni), le malattie infettive e la sporcizia. A causa del kegare è possibile trovarsi in uno stato equivalente a quello di peccato senza avere alcuna colpa. Se si rimane coinvolti in un incidente automobilistico e si è coperti dal sangue di un altro, che magari poi è morto, ma si è indenni, si è ugualmente carichi di kegare. Funziona insomma in modo simile alla radioattività. Il kegare è trasmissibile da persona a persona, attraverso gli abiti, il contatto diretto, le azioni o perfino nessuno di questi.

Due idee ad esso legate sono lo tsumi 罪 e l’oharae お祓 え. Lo tsumi è superficialmente simile al peccato cristiano, e di fatto lo include come caso particolare, ma in ultima analisi è tutt’altra cosa perché non implica necessariamente responsabilità morale. Avere rapporti sessuali con una donna mestruante, ad esempio, è uno tsumi che genera kegare. La fonte più comune di kegare al giorno d’oggi è probabilmente un funerale. I funerali sono così carichi di kegare che ogni gesto, ogni utensile utilizzato nel corso della cerimonia non è utilizzabile in qualsiasi altra circostanza. Chi partecipa deve poi purificarsi con sale.

​Lo oharae è il nome della cerimonia con cui il kegare viene lavato via. Ne esistono di diversi tipi e il più delle volte la soluzione è qualcosa di semplice, ad esempio fare un’offerta. Di qui la passione giapponese per le cose bianche e nuove. Di qui il disprezzo per tutto quello che è vecchio. Una cosa antica è una cosa da buttare e un mio conoscente che, pur essendo giapponese, fa l’antiquario mi assicura che molti dei suoi clienti sono stranieri e che gli eventuali accompagnatori giapponesi preferiscono spesso rimanere fuori dalla porta mentre l’amico foresto fa compere. L’usato respinge molti.

Tutti abbiamo sentito storie di ciliegie in vendita a 200 euro l’una. Queste storie, anche se non esattamente all’ordine del giorno, sono nondimeno vere. La ragione per cui esistono giapponesi disposti a pagare certe cifre è che sono primizie. Una fragola in febbraio annuncia la bella stagione, parla di vita, di resurrezione, di primavera. Il contrario del kegare.

Storicamente, il kegare ha avuto effetti calamitosi ed è direttamente responsabile di tre problemi sociali diversi.

I burakumin

Il primo è quello dei cosiddetti burakumin, i fuoricasta giapponesi. Si trattava inizialmente di persone adibite alla rimozione di corpi durante una epidemia a Kyoto. La loro presenza si consolidò con gli anni. Finirono con l’essere addetti alla macellatura e alla conceria delle pelli.  I macellai erano contaminati dal loro lavoro al di là di ogni possibile emancipazione. Non erano una casta bassa, ma dei fuoricasta. Avevano una società loro, separata da quella normale. Per questo erano chiamati Eta (穢多), tanto kegare.  Paradossalmente, il monopolio della produzione del cuoio li rese ricchi, ma questo non cambiò nulla. Lafcadio Hearn, il migliore ma quasi dimenticato osservatore del Giappone, descrive un loro villaggio. Lindo, ordinato, in tutto e per tutto come gli altri.

Lungi da essere un retaggio del passato, il kegare è un concetto essenziale per interpretare correttamente il Giappone.Un oggetto trovato viene di rado raccolto, anche se costoso, perché possibile fonte di kegare.

Condizione della donna

il secondo problema causato dal concetto di contaminazione non è esclusivo del Giappone ma è conosciuto anche da noi. La condizione della donna deriva in parte dal fatto che mestrua. In molte culture il nesso fra mestruazioni, parto, e sesso non è chiaro, quello che è chiaro invece è che la donna ogni mese perde sangue direttamente dall’interno del suo corpo. Questo non sembra farle male, ma è ugualmente una forma chiara di kegare.

Anni fa stavo cenando con alcune amiche (tutti i miei amici giapponesi sono di sesso femminile) quando ho sentito una di loro parlare con un’altra, dicendo che suo marito le aveva detto che “le donne sono sporche”. Io ho capito immediatamente che non stava parlando di sporcizia fisica. In quel senso, non c’è dubbio, se qualcuno è sporco sono i maschi.

Parlava della contaminazione profonda dovuta alle mestruazioni. Lei, più che comprensibilmente offesa, gli ha subito risposto che questo poteva anche essere vero, ma che ugualmente anche lui era nato di donna. Il problema femminile quindi è più grave che altrove. Qualche anno fa durante un incontro di sumo un arbitro si era sentito male. Una donna, unico medico presente, è salita sul ring, cosa assolutamente proibita proprio a causa di questo kegare. L’impianto voci le ha immediatamente intimato di uscire… La cosa è meno significativa di quello che sembra, perché l’ambiente del sumo è uno dei più conservatori del Giappone, inoltre la cosa ha fatto un enorme scandalo. Non è possibile però negare che la questione esista.

Spreco

Il terzo problema è lo spreco. Chi conosce i giapponesi sa quanto siano parchi, frugali e semplici nelle loro abitudini. Per esempio, non credo di avere mai visto un giapponese lasciare qualcosa sul piatto. Si mangia tutto. Le agende che mia moglie gettano dopo anni di uso, quando lo spazio finisce, sono come nuove. Questo vale per tutte le giapponesi che conosco. Come spiegare allora la loro tendenza indubbia a gettar via cose nuove? Col fatto che nessuno le vorrebbe. Come mai la mania per le primizie? Perché una persona è disposta a pagare 200 € per una ciliegia? Perché sono nuove e quindi “pure”. Tutte queste domande hanno la loro risposta nel kegare.

Un’ultima storia, poi stacco. Una mia conoscente ha purificato il suo appartamento prima di lasciarlo, per essere certa di non lasciare alcuna traccia di kegare ai nuovi inquilini.

Il kegare, poi, insieme alla paura delle anime dei morti contribuisce a una situazione di continua paranoia caratteristica di questo paese.

Piccolo dizionario di termini attinenti la religione in Giappone

 

Amida Nyorai

 

Giapponese scritto: 阿弥陀如来

Divinità venerata dalla scuola buddista Jōdo. Appartiene al gruppo dei tathagata (detti anche buddha, nyorai in giapponese), cioè coloro che hanno già raggiunto l’illuminazione. A Kamakura è venerato, tra gli altri, a Hasedera, Kōtokuin e An ‘yōin, tutti templi Jōdo.

Il gruppo nella foto è chiamato Sanzebutsu (三世佛, o i Buddha delle Tre Ere). Essi sono, da sinistra a destra, Amida (buddha del passato), Shaka (buddha del presente) e Miroku (buddha del futuro). 

 

Amida Sanzon

Giapponese scritto: 阿弥陀三尊

Un trio di statue, in piedi o sedute, con il nyorai Amida al centro. I due assistenti sono solitamente il bosatsu Kannon a sinistra e Seishi (勢至) a destra.  

 

Ashikaga Takauji

Giapponese scritto: 足利尊氏

Generale di Kamakura che fondò il secondo shogunato del Giappone. Il suo clan governò il paeseda poco dopo la caduta di Kamakura fino, almeno formalmente, al 1573.

 

Bosatsu

Giapponese scritto: 菩薩

Chi  potrebbe raggiungere l’illuminazione, ma non lo fa per rimanere su questa terra e salvare altri.

 

Clan Ashikaga

Giapponese scritto: 足利氏

Vedere Ashikaga Takauji.

 

Campata

Chiamata ken (間) in giapponese, la campata è la distanza tra due pilastri di un edificio o di una porta. Poiché la sua lunghezza può variare anche all’interno dello stesso edificio, è un’indicazione delle proporzioni, piuttosto che un’unità di misura.

Il numero di campate è quasi sempre dispari. Ad esempio, il butsuden di Kenchōji misura 5 x 5 campate.

 

Nella foto il Sanmon di Komyoji, che è largo cinque campate e profondo tre.

 

Bentendō

Giapponese scritto: 弁天

 

Vedi Benzaiten

Benzaiten

Giapponese scritto: 弁財天 

Dea sincretica buddista e shintō associata all’acqua e venerata a Zeniarai Benten, Sugimotodera e Tsurugaoka Hachimangū. Si ritiene che sia un alter ego di Ugafukujin, il kami venerato insieme a lei a Zeniarai Benten. Nella foto qui sotto (per gentile concessione di Wikimedia Commons) la testa baffuta di Ugafukujin è visibile sopra la testa di Benzaiten. Si noti il torii.

 

Giapponese scritto: 堂

Suffisso, solitamente tradotto in inglese come hall, che indica un sotto-tempio all’interno di un complesso di templi (vedi garan). Il prefisso è di solito il nome della divinità che l’edificio ospita, come in Benten-dō (Sala di Benten), Jizōdō (Sala di Jizō), ecc. ma può occasionalmente essere qualcos’altro, come in Kaisandō o Soshidō (entrambe le parole significano “Sala del Fondatore”). 

Bosatsu

 

Bosatsu

Giapponese scritto: 菩薩 

Bodhisattva in inglese. Qualcuno che vuole raggiungere l’illuminazione, o che può raggiungerla ma non lo fa perché vuole rimanere in questo mondo per salvare gli altri. Si veda ad esempio Miroku Bosatsu.

 

Buddha

Qualsiasi essere umano che abbia raggiunto la perfetta illuminazione è chiamato buddha (notare la minuscola). Siddartha Gautama, fondatore del buddismo e normalmente chiamato semplicemente Buddha in maiuscolo, è uno di questi. Questo comporta un’ambiguità che può portare a fraintendimenti,

L’ambiguità viene evitata usando il termine Buddha storico per Gautama e buddha in minuscolo per gli altri, un uso che questa guida segue. Il problema persiste tuttavia quando il termine è maiuscolo perché fa parte di un nome proprio. Ad esempio, il Grande Buddha di Kōtokuin non è Gautama Buddha, ma Amida, un altro essere umano che ha raggiunto la perfetta illuminazione.

Il problema non esiste in giapponese, dove esistono parole separate per i due significati del termine inglese (Nyorai per buddha e Shaka Nyorai per il Buddha storico.

 

Butsuden

Giapponese scritto: 仏殿

Edificio che custodisce lo spirito del Buddha storico. 

Tipico dell’architettura zen, ha una struttura unica (visibile a Kenchōji) con un tetto a gonna puramente decorativo a metà altezza che lo fa sembrare un edificio a due piani, mentre in realtà ne ha solo uno, e misura 5 x 5 campate con un nucleo interno di 3 x 3 campate circondato da un corridoio perimetrale largo 1 campata. Altre scuole chiamano la loro versione shakadō da Shaka Nyorai, il nome giapponese del Buddha storico.

 

Chinjūsha

Giapponese scritto: 鎮守社

Un chinjūsha è un santuario tutelare, cioè un santuario appartenente a un tempio buddista che ospita i kami tutelari del tempio. Di solito è piccolo, ma può essere molto grande. 

 

Nella foto, il santuario tutelare di Kenchōji. Si noti che un rappresentante di Kenchōji si è fortemente opposto quando ho chiamato il loro santuario tutelare “santuario Shintō” in una bozza che gli avevo inviato, e mi ha chiesto di rimuovere la parola offensiva.  

Intendeva dire che questo santuario è effettivamente dedicato a un’entità animistica giapponese, ma non ha nulla a che fare con l’istituzione dello Shintō. 

 

Illuminazione

Traduzione libera dell’originale sanscrito bodhi  (da cui bodhisattva), ovvero risveglio. Il termine indica infatti il risveglio alla vera natura della realtà, come se la si vedesse per la prima volta. L’illuminazione perfetta porta alla buddità.

 

Feng-shui

Giapponese scritto: 風水

Geomanzia cinese molto influente in Giappone. La funzione e la disposizione degli edifici di un tempio erano decise soprattutto in base alle sue regole.

 

Gongen

Giapponese scritto: 権現

Un gongen è un dio indiano che ha assunto le sembianze di un kami giapponese, per salvare più facilmente i giapponesi. Dettagli in Gongen di Wikipedia.

 

Gorintō

Giapponese scritto: 五輪塔

Un tipo estremamente comune di pagoda in pietra divisa in cinque sezioni, ognuna delle quali rappresenta uno dei cinque elementi della cosmologia giapponese. Per maggiori dettagli su questa importantissima pagoda e sulle sue varianti, si veda la sezione Pagode nel capitolo sull’Architettura tradizionale di questo libro o l’articolo Tō di Wikipedia.

Hachiman

 

Giapponese scritto: 八幡

Entità complessa custodita a Tsurugaoka Hachimangū, che possiede tratti sia buddisti che shintō ed è basata sullo spirito dell’imperatore mitologico Ojin. Nell’immagine il kami è ritratto come un monaco buddista, per attestare la sua conversione a quella religione.

 

Haibutsu Kishaku

Giapponese scritto: 廃仏毀釈

Un’ondata di violenza anti-buddista su scala nazionale, scatenata dalla separazione del buddismo dallo Shintō nel 1968 e che ha portato il buddismo sull’orlo dell’estinzione. Si veda “Kami e Buddha divorziano” nel capitolo “La religione in Giappone”. In questa immagine del XIX secolo, le campane dei templi demoliti vengono fuse per recuperare il bronzo. 

Han

 

Giapponese scritto: 藩

Una delle centinaia di piccole regioni semi-indipendenti in cui era diviso il Giappone prima del 1868. Solitamente chiamata dominio in inglese, era di proprietà di un clan di guerrieri.

Buddha storico

 

Gautama Buddha, fondatore della religione buddista. Il termine viene utilizzato per evitare la confusione causata dal fatto che il termine Buddha ha due significati distinti. Per maggiori dettagli, si veda Nyorai.

 

Hodō o hattō

 

Giapponese scritto: 法堂

Un edificio utilizzato per le lezioni del capo sacerdote di un tempio Zen sulle scritture del buddismo (hō [法] in giapponese). Nella foto, il garan di Kenchōji, dove l’hōdō è il primo edificio da destra.

 

Hōjō

 

Giapponese scritto: 方丈

Da non confondere con gli Hōjō, il clan dominante di Kamakura. In teoria l’abitazione del capo sacerdote di un tempio, in pratica un edificio spesso utilizzato per altro. Nell’immagine, l’hōjō di Kenchoji è il primo edificio da sinistra.

 

Clan Hōjō

 

Giapponese scritto: 北条氏

Clan imparentato con il potente clan Taira di Kyoto, che tradì per sostenere Minamoto no Yoritomo, nemico mortale dei Taira. In seguito gli Hōjō avrebbero ucciso tutti i discendenti diretti dello shōgun, nominando una serie di fantocci che avrebbero obbedito ai loro ordini. In basso, lo stemma di famiglia del clan.

 

Hokkedō

 

Sala conferenze. Prende il nome dal Sutra del Loto (Hokkekyō), un testo sacro del buddismo.  

Giapponese scritto: 宝篋印塔 

Una grande pagoda in pietra con un terminale molto pronunciato.

Sotto alcuni hōkyōintō a Kōmyōji. 

 

Honden

Giapponese scritto: 本殿

Sala principale di un santuario, sempre chiusa perché dedicata a un kami. Questo edificio, il più importante di un santuario, può mancare. In tal caso, viene sostituito da un oggetto naturale, ad esempio un albero o una roccia. 

 

Iso Mutsu

Mutsu Iso (Gertrude Ethel Passigham, conosciuta in inglese anche come Iso Mutsu) è stata una donna britannica che ha scritto la prima guida moderna di Kamakura. Per maggiori dettagli, vedere l’articolo Jufukuji.

 

Iwasaka/iwakura

Giapponese scritto: 磐境/磐座

Le iwakura sono rocce ritenute essere yorishiro (vedi). Una iwasaka ne contiene uno) Si tratta di oggetti naturali in grado di attirare i kami. Nel caso dell’iwasaka, la roccia viene utilizzata anche come altare per il culto. Nella foto, un iwakura a Meigetsuin.

 

Jinguji

Giapponese scritto: 神宮寺

Centri religiosi che in passato comprendevano sia templi buddisti che santuari di kami. Erano la norma fino a quando non furono vietati dal governo Meiji nel 1868. Vedere Religione in Giappone. Nella foto, il Kumano Hongū Taisha nella prefettura di Wakayama, uno dei pochi jingūji ancora esistenti. 

 

Jinja

Giapponese scritto: 神社

Vedi santuario.

 

Jizō

Giapponese scritto: 地蔵

Dio tutelare delle anime perdute, che guida alla salvezza. Si ritiene che si occupi soprattutto dei bambini. Spesso indossa una pettorina rossa e/o uno zucchetto ed è riconoscibile per la testa rasata. A volte si possono trovare sei statue di Jizō (Roku Jizō [六地蔵]) insieme, nel qual caso ognuna guida le anime di un diverso Regno di Esistenza. Vedi Hasedera.

 

Scuola Jōdo

 

Giapponese scritto: 浄土宗

Scuola di buddismo basata sul culto di Amida Nyorai.

 

Kaisandō

Giapponese scritto: 開山堂

Sala che custodisce il fondatore di un tempio. Nella foto, il Kaisandō di Kōmyōji.

Kamakura Gozan

 

Giapponese scritto: 鎌倉五山

Cinque templi zen di Kamakura (Kenchōji, Engakuji, Jufukuji, Jōchiji e Jōmyōji) che, insieme al Kyōto Gozan, di rango superiore, erano al vertice di una rete di templi zen immensamente influente a livello nazionale. Vedere il primo corso.

Kamakura Kaidō

 

Una rete di strade che collegava Kamakura al resto del Paese.

Oggi, lo stesso nome viene dato alla strada che da Kamakura va a Yamanouchi e oltre. 

Kamakura Kubō

 

Giapponese scritto: 鎌倉公方

Kubō è un titolo paragonabile a shōgun che il ramo Kamakura della famiglia Ashikaga, rappresentanti dello shogunato Ashikaga nella regione del Kantō, assunse lasciando il titolo ufficiale di kanrei (管領) al clan vassallo Uesugi. L’uso di questo titolo, che implica una posizione pari a quella di uno shōgun, è una misura della crescente tensione tra i due rami del clan. Poiché esisteva un altro Kubō nella provincia di Koga, quelli di Kamakura sono chiamati Kamakura Kubō.

I sette ingressi di Kamakura

 

Giapponese scritto: 鎌倉七口 (Kamakura Nanakuchi)

Sette passi famosi per essere stati presumibilmente l’unico accesso a Kamakura all’epoca dello shogunato. L’idea è tuttavia falsa. Si veda la sezione Kamakura di Tokugawa Mitsukuni in Storia di Kamakura.

 

Kami

Giapponese scritto: 神

Una parola con molti significati, solitamente tradotta come dio, una traduzione a mio avviso problematica. Kikuchi Dairoku lo dice meglio.

“Nella mitologia giapponese c’è una difficoltà particolare per l’interprete: una difficoltà di nomenclatura. È stata abitudine costante degli scrittori stranieri della storia del Giappone parlare di una “Età degli dei” (Kami no yo). Ma la parola giapponese Kami non ha necessariamente un significato di questo tipo. Non ha alcuna valenza divina. Tra poco scopriremo che, tra le centinaia di famiglie in cui si divideva la società giapponese, ognuna aveva il suo Kami, che non era altro che il capofamiglia. Cinquant’anni fa, il governo era comunemente chiamato O Kami (l’onorevole capo) e un feudatario aveva spesso il titolo di Kami di una tale località. Tradurre Kami con “divinità” o “dio” è quindi fuorviante e, poiché la lingua inglese non fornisce un equivalente esatto, la cosa migliore è attenersi all’espressione originale.

Estratto da: Frank Brinkley e Dairoku Kikuchi. “Storia del popolo giapponese”, disponibile gratuitamente sull’iTunes Store di Apple.

In origine un kami giapponese era semplicemente una forza impersonale della natura, ad esempio uno spirito che dimorava all’interno di una cascata, di un albero o di una roccia. Poteva anche essere un antenato o semplicemente la sacralità di un luogo, ma in seguito il buddismo introdusse l’idea di creature antropomorfe come Amaterasu e Hachiman.

Nel XVIII secolo Motoori Norinaga (1730 – 1801) diede la seguente, famosa definizione: “Un kami è qualsiasi cosa o fenomeno che produce emozioni di paura e soggezione, senza distinzione tra bene e male”. 

Il culto dei kami

 

A causa della controversia in corso sulla natura dello Shintō, descritta nel capitolo sulla religione in Giappone, gli specialisti evitano di usare la parola Shintō quando si parla di eventi precedenti alla predicazione di Yoshida Kanetomo, che per primo usò il termine in qualcosa di vicino al suo senso moderno. Usano invece l’espressione “culto dei kami” (神祇信仰; jingi shinkō), e io farò lo stesso.

 

Kannon

Giapponese scritto: 観音

Divinità buddista della misericordia e della compassione, estremamente popolare in Giappone. Viene solitamente descritta come una dea, ma in realtà è di sesso indeterminato.

 

Karamon

Giapponese scritto: 唐門

Un tipo minore di cancello caratterizzato da un tetto curvo.

 

Karesansui

Giapponese scritto: 枯山水

Lit. paesaggio secco. Normalmente si trova nei templi zen, ma a volte anche nei templi di altre scuole. Kōmyōji, un tempio Jōdo, ne ha uno.

Giapponese scritto: 火灯窓

Finestra a forma di campana, originariamente sviluppata nei templi zen in Cina, ma ora ampiamente utilizzata da altre scuole buddiste e anche nell’architettura laica.

 

Komainu

Giapponese scritto: 狛犬

Chiamati cani-leone in inglese, sono bestie simili a leoni incastonate nella pietra all’ingresso di santuari e templi per proteggerli. L’usanza ha origine nella Mezzaluna Fertile ed è arrivata in Giappone attraverso la Cina con il Buddismo. 

Di solito uno degli animali ha la bocca aperta, l’altro chiusa. Questa differenza ha un valore simbolico: una delle bestie pronuncia il suono “a”, la prima lettera dell’alfabeto sanscrito, l’altra il suono “um”, l’ultima lettera dell’alfabeto sanscrito, a significare il ciclo della vita e della morte che muove il mondo.  L’animale punon essere affatto un cane-leone: Tsurugaoka Hachiman-gū ha due tigri. Anche le statue dei due Niō che si trovano all’interno delle porte dei templi seguono questo schema. Il komainu nella foto ha un cucciolo ed è presumibilmente una femmina.

 

Kumimono

Giapponese scritto: 組み物 

Chiamati anche tokyō, sono elaborate serie di staffe a incastro che sostengono il tetto di un edificio, fungendo da ammortizzatori. La staffa agli angoli è famosa tra gli artigiani giapponesi per la sua complessità. 

 

Padiglione principale

 

L’edificio di un tempio o di un santuario che ospita l’oggetto di culto più importante del tempio o del santuario. 

 

Minamoto no Yoritomo

Capo del ramo Seiwa Genji del clan Minamoto e fondatore dello shogunato di Kamakura.  

Chiamati inzō in giapponese, i mudra sono gesti compiuti dai Nyorai con le dita e che possono essere utilizzati per identificarli. Nella foto, le mani del Grande Buddha di Kamakura formano il Dhyani Mudra. Vedi Arte religiosa.

 

Giapponese scritto: 仁王

Letteralmente “due re”. I Niō sono Ten, divinità minori del Pantheon buddista, e le loro statue sono normalmente ospitate all’interno della porta di un tempio, in questo caso chiamato Niōmon. Nella foto il Niōmon di Sugimotodera. Vedi anche Arte religiosa.

 

Pagoda

Giapponese scritto

La forma assunta dallo stupa indiano in Estremo Oriente. Quest’ultimo, originariamente un reliquiario a forma di campana, in Cina divenne una torre con un numero dispari di piani. In Giappone si è evoluta rapidamente in molte forme originali utilizzate per vari scopi, tra cui la decorazione. Si trovano quindi nei cimiteri dei templi, nei santuari, nei giardini e persino nei ristoranti. Le pagode in legno sono molto grandi, ma a Kamakura non ce ne sono, in parte perché sono passate di moda prima che la città diventasse capitale, in parte perché alcune sono state distrutte durante i primi giorni dell’era Meiji. Le pagode in pietra, mai più alte di un paio di metri, sono comuni. I due tipi più comuni sono il gorintō e l’hōkyōintō.

 

Si veda la sezione Pagode nel capitolo sull’architettura buddista di questo libro e l’articolo Tō di Wikipedia.

 

Regno di esistenza 

Secondo il buddismo, le creature viventi si spostano senza fine dall’uno all’altro dei sei mondi in base al loro karma. Dal basso verso l’alto sono abitati da fantasmi affamati, demoni guerrieri, bestie, esseri umani ed esseri celesti.

 

Ri

Giapponese scritto: 里

Il ri è un’antica unità di misura di origine cinese equivalente a 2,4 km.

 

Giapponese scritto: 楼門

Lit. “porta della torre”. Il rōmon è caratterizzato dalla presenza di un secondo piano che, sebbene spesso di aspetto confortevole, non ha un punto di ingresso ed è quindi inutilizzabile.

 

Sanmon

Giapponese scritto: 山門

Anche se non è la prima, questa porta è il vero ingresso di un tempio. Si suppone anche che guarisca chi entra dai tre mali dell’avidità, dell’ignoranza e dell’accidia. Vedere Engakuji.

 

Shichido Garan

Giapponese scritto: 七堂伽藍

Lit. composto di sette edifici ritenuto idea<le per i templi. Un complesso di templi, composto in modo diverso a seconda della scuola, ma che si suppone comprenda sette edifici distinti, ognuno dei quali ha una posizione particolare, che dipende ancora una volta dalla scuola e dal periodo.

Nella foto, il garan di Kenchōji.

    

Shide

Giapponese scritto: 紙垂, 四手

Festoni di carta zigzaganti che pendono da corde sacre chiamate shimenawa. Solitamente associati allo Shintō, sono comuni anche nei templi buddisti.

 

Shikken

Giapponese scritto: 執権

Titolo usato dai reggenti Hōjō che governarono Kamakura, usurpando il potere dello shōgun.

 

Shimenawa

Giapponese scritto: 注連縄

Corda di paglia di riso intrecciata e decorata con festoni di carta a zig zag (shide), utilizzata per contrassegnare un oggetto sacro.

 

Shinbutsu bunri

Giapponese scritto: 神仏分離

La separazione legale dei buddha dai kami del 1868. Per maggiori dettagli, vedere Religione in Giappone.

 

Shinbutsu shūgō

Giapponese scritto: 神仏習合

Fusione parziale del culto locale dei kami con il buddismo in un unico sistema religioso. Ufficialmente terminato per legge nel 1868, nella pratica il sistema è ancora vivo e vegeto. Nella foto, alcuni santuari portatili vengono portati in un tempio, Kōmyōji a Kamakura, per essere benedetti.

 

Shingon

Giapponese scritto: 真言宗

Antica scuola di buddismo fortemente combinatoria a cui apparteneva Tsurugaoka Hachimangū. Come la Tendai, strettamente correlata, è rara a Kamakura, dove lo Zen è prevalente.  

 

Shinpen Kamakurashi

Giapponese scritto: 新編鎌倉志

La prima e più importante guida di Kamakura, scritta da un gruppo di scrittori agli ordini di Tokugawa Mitsukuni nel XVI secolo.

 

Shintai

Giapponese scritto: 身体

Oggetto, di solito uno specchio o una spada, utilizzato in un santuario per ospitare un kami, dandogli spazio da occupare.

Shintō

 

Giapponese scritto: 神道

Una delle due fedi dominanti in Giappone, l’altra è il buddismo. Le due fedi sono di natura molto diversa, ma hanno comunque un rapporto complesso, vicino alla simbiosi. Forse vi sorprenderà che io dica che lo Shintō, solitamente descritto come la religione ancestrale del Giappone, sia un’invenzione recente dell’amministrazione Meiji. Tuttavia, questo è il consenso degli specialisti. Dopo aver letto i fatti in Religione in Giappone, credo che sarete in grado di capire da soli se questa tesi ha senso.

 

Santuario

 

Per convenzione, un’istituzione religiosa Shintō.

Purtroppo, questa singola parola traduce in inglese molte parole giapponesi di significato molto diverso. Vedi anche Religione in Giappone.

Sei Jizō

 

Giapponese scritto: 六地蔵 (Roku Jizō)

I Sei Jizō (gli stessi già visti al Butsuden e al Roku Jizō Crossing lungo il viale Yuigahama) sono un gruppo di sei incarnazioni del bodhisattva. Il buddismo afferma che gli esseri senzienti sono intrappolati in un circolo vizioso di nascita e morte e rinascita in uno dei cosiddetti Sei Regni. Si inizia con l’Inferno, in basso, seguito dai Regni dei fantasmi affamati, degli animali, dei demoni, degli esseri umani e degli esseri celesti o Deva. Le anime salgono e scendono la scala dei reami in base a ciò che hanno ottenuto nella loro vita precedente, ma la vera liberazione può essere raggiunta solo attraverso l’illuminazione. Ognuno dei sei è responsabile di uno dei mondi. Un gruppo simile di sei Jizō può essere visto all’incrocio Roku Jizō, che protegge i viaggiatori. 

 

Sōmon

Giapponese scritto: 総門

La prima porta di un tempio. Normalmente precede il sanmon più importante.

 

Sotoba

Giapponese scritto: 卒塔婆

La parola è una traslitterazione fonetica della parola sanscrita stupa. Le Sotoba sono strisce di legno utilizzate nei cimiteri per rappresentare una pagoda. La parte superiore è divisa in cinque parti come un gorintō ed è decorata con citazioni sanscrite e il nome del defunto. Vedi anche Pagode nell’architettura tradizionale giapponese.

 

Lanterna di pietra

Chiamata tōrō in giapponese, è un tipo di pagoda e ne possiede la maggior parte delle caratteristiche.

Conigli di pietra

 

Nella mitologia dell’Estremo Oriente, uno o due conigli abitano la luna. Si veda la voce Coniglio lunare di Wikipedia. Il numero di animali può variare, ma sono sempre presenti.

Svastica

 

Antico simbolo utilizzato da molte civiltà, tra cui gli indù, alcune tribù indiane americane e i vichinghi. Nell’induismo e nella sua propaggine, il buddismo, è un simbolo di infinito, di pace e di armonia, e in Giappone la sua associazione con il buddismo è così forte che una svastica segna la presenza di un tempio buddista sulle mappe. Non si sente alcuna associazione con il nazionalsocialismo tedesco.

Temizuya

Giapponese scritto: 手水舎

Bacino coperto all’ingresso di un santuario o di un tempio dove i visitatori possono purificarsi prima di entrare. È consuetudine lavarsi le mani e sciacquarsi la bocca senza bere.

 

Tempio

寺 (tera) – Per convenzione, un’istituzione religiosa buddista. Come per il santuario, questa singola parola è usata per tradurre diverse parole giapponesi non equivalenti. Vedere Templi, santuari e i loro nomi nel capitolo Religione in Giappone.

 

Ten

Giapponese scritto: 天

Divinità minori del pantheon buddista. Vedi Arte religiosa.

 

Tendai

Giapponese scritto: 天台宗

Una delle più antiche scuole del buddismo giapponese, rappresentata a Kamakura solo da Sugimotodera e Hōkaiji. 

 

Tokugawa Mitsukuni

L’uomo che nel XVI secolo scrisse la prima e più influente guida di Kamakura, lo Shinpen Kamakurashi. Meglio conosciuto dai giapponesi come Mito Kōmon (水戸黄門).

 

Tomba

Ho recentemente scoperto che le mie fonti giapponesi non fanno distinzione tra tomba (お墓, ohaka) e cenotafio (供養塔, kuyōtō). In realtà credo, ma non ne ho la certezza, che tutte le cosiddette tombe di questa guida siano in realtà cenotafi, perché non contengono un corpo.

Torii

 

Giapponese scritto: 鳥居

Un tipo di cancello presente sia nei templi che nei santuari, il cui profilo è diventato un simbolo del Giappone. Sebbene sia principalmente un simbolo dello Shintō, ha forti legami anche con il buddismo giapponese. Una misura della profondità di questi legami è data dal fatto che la targa spesso appesa al suo centro conteneva sutra buddisti.

 

Yagura

Giapponese scritto: やぐら

Grotte artificiali utilizzate come tombe durante il periodo Kamakura. Sono estremamente comuni in 

città e nei dintorni. Si trovano ad esempio a Engakuji, Kenchōji, Jōchiji e altre.

 

Yorishiro

Giapponese scritto: 依り代

Un oggetto che per natura attrae i kami, che scelgono di dimorarvi. Un santuario ha almeno uno yorishiro. La maggior parte degli yorishiro sono contrassegnati da uno shimenawa, una speciale corda decorata da festoni di carta a zig zag chiamati shide.

 

Zazen

Giapponese scritto: 座禅

Letteralmente Zen seduto, una forma di meditazione praticata da seduti.

 

Zen

Giapponese scritto: 禅

Scuola di buddismo che enfatizza la meditazione e l’autosufficienza, piuttosto che lo studio delle scritture, come mezzo per raggiungere l’illuminazione. Si divide in tre sotto-scuole, Sōtō, Rinzai e Ōbaku, ma Rinzai domina completamente la Kamakura.


Com’era abitare a Edo?

Domanda: com’era vivere a Edo?

Tokugawa Ieyasu arriva a Edo

Tokugawa Ieyasu arriva a Edo nel 1603

Mi è stato chiesto come fosse vivere a Edo. La prima cosa da fare quindi è spiegare che Edo è  il  nome originale della città di Tokyo, un nome che vuol dire estuario. La città si erge infatti sull’estuario di due fiumi, il Sumida e l’Ara, ed è per questa ragione che il grande condottiero Tokugawa Ieyasu l’aveva scelta come propria capitale. Nel 1603 entrò in quello che allora era un piccolo paese di qualche migliaio di abitanti.in quello che allora era un piccolo paese di qualche migliaio di abitanti.nel giro di tre anni sarebbe stato una città di 1 milione di abitanti. Nel giro di qualche anno sarebbe stato una città di 1 milione di abitanti.

Ieyasu mobilitò quindi tutte le risorse del paese per costruire questa città artificiale, consumando così tanto legname da causare un disboscamento grave in tutto il paese.

Era una città unica nel suo genere, perché specificamente per un compito: aiutare il suo creatore a tenere sotto controllo un popolo che aveva vissuto in quasi continua guerra civile per oltre di tre secoli. Era la prima vera capitale del paese e lo Shogun obbligava con la forza tutti i feudatari più piccoli a passare l’anno a Edo. Ciascuno era costretto a venire a piedi insieme a soldati, attendenti, cuochi, tutto quello che gli serviva insomma e formando quelle che allora venivano chiamate processioni, a volte lunghe centinaia di metri.

La sua popolazione era altrettanto varia  e si parlavano lingue mutuamente incomprensibili. Dal loro mescolarsi nacque per la prima volta una lingua nazionale, comprensibile e studiata in tutto il paese. 

Fu qui che sorse il Giappone moderno, compresa la sua cultura. Kabuki, Noh, Haiòku … quasi tutto nacque nacque o si sviluppò qui.

Era una città dove, sempre per prevenire rivolte,  le classi vivevano separate da numerosissime e severissime leggi: avevano ciascuna un modo di vestire, di abitare, di mangiare, di seppellire tutto loro. Per ciascuna, la pettinatura, il divieto della barba, l’abbigliamento, i mezzi di trasporto e i cibi erano definiti per  legge. E nessuna libertà di scelta.

Al centro di tutto questo c’era il colossale castello dello shogun. Venne distrutto completamente dall’incendio di Meireki nel 1657, ma abbiamo disegni sulla base del quale si è potuto ricostruire un modello.

Di seguito potete vedere anche la zona che circondava il castello stesso, la fortezza dalla quale lo shogun proiettava il suo potere.

La principale divisione  sociale era quella fra samurai da una parte e popolani e mercanti dall’altra.  I samurai erano la classe dominante, e si potrebbe pensare che questo volesse dire che erano la classe più ricca, ma non è così. La classe dei guerrieri infatti di solito era povera a causa della pace che i Tokugawa lavoravano così duro per mantenere.

E un guerriero di professione durante un periodo di pace non solo non serve alla sua funzione originale, ma è sempre alla ricerca di prestiti per far quadrare il bilancio. I ricchi erano i mercanti, e di conseguenza tutta la vita culturale si trovava nella parte della città sul mare, per esempio Nihonbashi, dove circolava denaro a fiumi.

Gli incendi erano il flagello dell’epoca, frequenti e spesso molto gravi. Era per questo che le strade erano così larghe. Si sperava che il fuoco avessi difficoltà a superarle e andare da un isolato dall’altro. Questo di fatto non accadde, ma in compenso impedì lo svilupparsi delle piazze, che sono tuttora del tutto assenti.

Un’altra peculiarità del paesaggio era numerosissimi ponti fatti ad arco. In Europa, dove si costruisce in pietra, l’arco può essere anche sotto il livello del suolo o nell’acqua. In Giappone, dove i terremoti sono sempre una preoccupazione, si costruiva in legno, il che forzava a costruire il ponte completamente al di fuori dell’acqua, rendendo spesso inevitabile l’arrampicarsi almeno nella sua prima parte. La curvatura era determinata da vari fattori, incluse le navi che ci dovevano passare sotto, il traffico che ci doveva passare sopra, la distanza fra le rive.

Qui sopra vedete il ponte di Nihonbashi. La curvatura è leggera e non è un grosso ostacolo alla circolazione, ma che dire di questo?

La cosa aveva altre ripercussioni, quale la rarità dei carretti e della trazione animale. 

Dal profilo igienico e profilattico era una Città senza dubbio avanzata, e per vari motivi. Non solo (al contrario delle grandi città europee) aveva servizi di nettezza urbana che mantenevano le città immacolate, ma gli escrementi umani venivano trattenuti in serbatoi appositi e quindi venduti a mercanti che li compravano con contanti o in cambio di qualcos’altro. Le toilette erano all’aperto e uomini e donne le usavano insieme. 

Da questo nacque un modo di dire ancora usato qualche volta. ”Si incontrano nella puzza.”  (臭いとこで会ってる) vuol dire “sono amanti、” e perfino  le stampe erotiche shunga 春画 ne trattano. C’erano anche i guardoni, disprezzati ma non puniti.

Parlando di punizione, la giustizia di allora era severissima e tre centri sono partiti passati alla storia per la sofferenza inflittavi agli Edokko (questo il nome di un abitante di Edo. I centri di esecuzione di Kozukappara (vicino alla stazione di Minami Senjū), di Kodenmachō  (nell’immagine, vicino a Nihonbashi) e di Suzugamori  (vicino a Shinagawa sono detti essere stato il luogo di morte di oltre 300.000 persone nell’arco di due secoli e mezzo. Una cifra sicuramente inattendibile, ma che in qualche modo da una misura del rigore della giustizia a Edo.

 

 

I giapponesi sono davvero gentili come dicono?

I giapponesi sono davvero cosi gentili come dicono?

di FB

Io abito in Giappone e, ogni tanto, invito qualche amico a cena. Va detto prima di tutto che questa non è una cosa che i giapponesi facciano. Non si invitano di solito le persone a cenare a casa propria ma in un ristorante.

E quindi ancora più significativo è il fatto che ogni volta, automaticamente, verso le 11 uno dica: “Andiamo a casa?”

Tutti quanti si dichiarano d’accordo e uno si mette a lavare i piatti, un’altra a spazzare per terra, una terza a separare lattine in acciaio da quelle in alluminio, come richiesto dalla regolamentazione in vigore, ecc.

In un quarto d’ora la casa è pulita più di quanto non lo fosse quando sono arrivati.

Questo fatto illustra secondo me uno dei lati più straordinari di un popolo ammirevole. Nei quasi quarant’anni che ho passato in questo paese non mi è mai successo che qualcuno se ne andasse da casa mia senza pulire. Mai.

L’abitudine di cui vorrei parlare è quella della considerazione per gli altri che si manifesta in mille altri modi.

Supponi per esempio che tu manifesti un interesse per i pipistrelli.

Presto cominceranno ad arrivarti ritagli di giornale sui pipistrelli, mail con link ad articoli, fotografie, ricordini e quant’altro riescono a trovare. Chiedere non è necessario.

Esempio fresco di oggi. La settimana scorsa avevo parlato di sinestesia (una sensazione che ne causa un’altra in un senso diverso, ad esempio una nota che causa la percezione di un odore particolare) con un’amica. Stamattina è arrivato via posta un ritaglio di giornale riguardante la sinestesia del poeta francese Arthur Rimbaud e mandato da lei.

Questi sono i giapponesi. Si fanno regali come questo l’uno con l’altro molto spesso. Si tratta di regali piccolissimi e inaspettati, che quindi fanno ancora più piacere. Un dolce, di solito. Deve essere piccolo e di poco valore per non scatenare catene di controregali di valore crescente.

È per questo che sul mercato c’è una quantità di dolci di prezzo compreso fra uno e tre euro.

L’aspetto fisico è sempre curatissimo. Parte del regalo consiste proprio nel trovare un oggetto particolarmente bello, particolarmente interessante ma non particolarmente costoso e, soprattutto, adatto a chi lo riceve.

Tutto questo crea un’atmosfera del tutto particolare, soffice e diffusa, di calore umano che non ho mai provato con non-giapponesi.

Insegno italiano e uno dei rituali che si è venuto a creare spontaneamente è quello appunto dello scambiarsi regali. Questa attività occupa i primi cinque minuti di ogni lezione e ogni volta mi stupisco di quello che riescono a portare spendendo qualche modesto spicciolo.

Va da sé che io mi dimentico spesso, ma nessuno sembra farsene un problema. I regalini arrivano comunque.

Non si tratta tanto del fatto che, siccome sono straniero, vengo considerato un bifolco da scusare, ma quanto che sanno che si tratta di disattenzione, nulla di più.

In altri termini, la mia individualità viene presa in considerazione, cosa che non collima con uno dei tanti pregiudizi che circolano su di loro.

Una delle tre mi ha esplicitamente confermato che le piace moltissimo fare regali perché parlano per lei. Da buona giapponese, si sente un incapace con le parole. I piccoli Regali dicono quello che lei non riesce dire.

Lo scatola di dolci che vedete nella foto costa più o meno dieci euro e contiene dieci ottimi dolci. Una basta per vari incontri nel corso di una settimana o due. Notare come dicevo il design curatissimo in un prodotto di basso prezzo.

Una lettera ed il suo autore, l’imperatore cinese Qianlong

To the King of England

You, O King, live beyond the confines of many seas, nevertheless, impelled by your humble desire to partake of the benefits of our civilisation, you have dispatched a mission respectfully bearing your memorial. Your Envoy has crossed the seas and paid his respects at my Court on the anniversary of my birthday. To show your devotion, you have also sent offerings of your country’s produce.

I have perused your memorial: the earnest terms in which it is couched reveal a respectful humility on your part, which is highly praiseworthy. In consideration of the fact that your Ambassador and his deputy have come a long way with your memorial and tribute, I have shown them high favour and have allowed them to be introduced into my presence. To manifest my indulgence, I have entertained them at a banquet and made them numerous gifts. I have also caused presents to be forwarded to the Naval Commander and six hundred of his officers and men, although they did not come to Peking, so that they too may share in my all­embracing kindness.

As to your entreaty to send one of your nationals to be accredited to my Celestial Court and to be in control of your country’s trade with China, this request is contrary to all usage of my dynasty and cannot possibly be entertained. It is true that Europeans, in the service of the dynasty, have been permitted to live at Peking, but they are compelled to adopt Chinese dress, they are strictly confined to their own precincts and are never permitted to return home. You are presumably familiar with our dynastic regulations. Your proposed Envoy to my Court could not be placed in a position similar to that of European officials in Peking who are forbidden to leave China, nor could he, on the other hand, be allowed liberty of movement and the privilege of corresponding with his own country; so that you would gain nothing by his residence in our midst.

Moreover, our Celestial dynasty possesses vast territories, and tribute missions from the dependencies are provided for by the Department for Tributary States, which ministers to their wants and exercises strict control over their movements. It would be quite impossible to leave them to their own devices. Supposing that your Envoy should come to our Court, his language and national dress differ from that of our people, and there would be no place in which to bestow him. It may be suggested that he might imitate the Europeans permanently resident in Peking and adopt the dress and customs of China, but, it has never been our dynasty’s wish to force people to do things unseemly and inconvenient. Besides, supposing I sent an Ambassador to reside in your country, how could you possibly make for him the requisite arrangements? Europe consists of many other nations besides your own: if each and all demanded to be represented at our Court, how could we possibly consent? The thing is utterly impracticable. How can our dynasty alter its whole procedure and system of etiquette, established for more than a century, in order to meet your individual views? If it be said that your object is to exercise control over your country’s trade, your nationals have had full liberty to trade at Canton for many a year, and have received the greatest consideration at our hands. Missions have been sent by Portugal and Italy, preferring similar requests. The Throne appreciated their sincerity and loaded them with favours, besides authorising measures to facilitate their trade with China. You are no doubt aware that, when my Canton merchant, Wu Chao­ping, was in debt to the foreign ships, I made the Viceroy advance the monies due, out of the provincial treasury, and ordered him to punish the culprit severely. Why then should foreign nations advance this utterly unreasonable request to be represented at my Court? Peking is nearly two thousand miles from Canton, and at such a distance what possible control could any British representative exercise?

If you assert that your reverence for Our Celestial dynasty fills you with a desire to acquire our civilisation, our ceremonies and code of laws differ so completely from your own that, even if your Envoy were able to acquire the rudiments of our civilisation, you could not possibly transplant our manners and customs to your alien soil. Therefore, however adept the Envoy might become, nothing would be gained thereby.

Swaying the wide world, I have but one aim in view, namely, to maintain a perfect governance and to fulfil the duties of the State: strange and costly objects do not interest me. If I have commanded that the tribute offerings sent by you, O King, are to be accepted, this was solely in consideration for the spirit which prompted you to dispatch them from afar. Our dynasty’s majestic virtue has penetrated unto every country under Heaven, and Kings of all nations have offered their costly tribute by land and sea. As your Ambassador can see for himself, we possess all things. I set no value on objects strange or ingenious, and have no use for your country’s manufactures. This then is my answer to your request to appoint a representative at my Court, a request contrary to our dynastic usage, which would only result in inconvenience to yourself. I have expounded my wishes in detail and have commanded your tribute Envoys to leave in peace on their homeward journey. It behoves you, O King, to respect my sentiments and to display even greater devotion and loyalty in future, so that, by perpetual submission to our Throne, you may secure peace and prosperity for your country hereafter. Besides making gifts (of which I enclose an inventory) to each member of your Mission, I confer upon you, O King, valuable presents in excess of the number usually bestowed on such occasions, including silks and curios-a list of which is likewise enclosed. Do you reverently receive them and take note of my tender goodwill towards you! A special mandate.

In the same letter, a further mandate to King George III dealt in detail with the British ambassador’s proposals and the Emperor’s reasons for declining them.

You, O King, from afar have yearned after the blessings of our civilisation, and in your eagerness to come into touch with our converting influence have sent an Embassy across the sea bearing a memorial. I have already taken note of your respectful spirit of submission, have treated your mission with extreme favour and loaded it with gifts, besides issuing a mandate to you, O King, and honouring you with the bestowal of valuable presents. Thus has my indulgence been manifested.

Yesterday your Ambassador petitioned my Ministers to memorialise me regarding your trade with China, but his proposal is not consistent with our dynastic usage and cannot be entertained. Hitherto, all European nations, including your own country’s barbarian merchants, have carried on their trade with our Celestial Empire at Canton. Such has been the procedure for many years, although our Celestial Empire possesses all things in prolific abundance and lacks no product within its own borders. There was therefore no need to import the manufactures of outside barbarians in exchange for our own produce. But as the tea, silk and porcelain which the Celestial Empire produces, are absolute necessities to European nations and to yourselves, we have permitted, as a signal mark of favour, that foreign hongs [merchant firms] should be established at Canton, so that your wants might be supplied and your country thus participate in our beneficence. But your Ambassador has now put forward new requests which completely fail to recognise the Throne’s principle to “treat strangers from afar with indulgence,” and to exercise a pacifying control over barbarian tribes, the world over. Moreover, our dynasty, swaying the myriad races of the globe, extends the same benevolence towards all. Your England is not the only nation trading at Canton. If other nations, following your bad example, wrongfully importune my ear with further impossible requests, how will it be possible for me to treat them with easy indulgence? Nevertheless, I do not forget the lonely remoteness of your island, cut off from the world by intervening wastes of sea, nor do I overlook your excusable ignorance of the usages of our Celestial Empire. I have consequently commanded my Ministers to enlighten your Ambassador on the subject, and have ordered the departure of the mission. But I have doubts that, after your Envoy’s return he may fail to acquaint you with my view in detail or that he may be lacking in lucidity, so that I shall now proceed . . . to issue my mandate on each question separately. In this way you will, I trust, comprehend my meaning….

(3) Your request for a small island near Chusan, where your merchants may reside and goods be warehoused, arises from your desire to develop trade. As there are neither foreign hongs nor interpreters in or near Chusan, where none of your ships have ever called, such an island would be utterly useless for your purposes. Every inch of the territory of our Empire is marked on the map and the strictest vigilance is exercised over it all: even tiny islets and far­lying sand­banks are clearly defined as part of the provinces to which they belong. Consider, moreover, that England is not the only barbarian land which wishes to establish . . . trade with our Empire: supposing that other nations were all to imitate your evil example and beseech me to present them each and all with a site for trading purposes, how could I possibly comply? This also is a flagrant infringement of the usage of my Empire and cannot possibly be entertained.

(4) The next request, for a small site in the vicinity of Canton city, where your barbarian merchants may lodge or, alternatively, that there be no longer any restrictions over their movements at Aomen, has arisen from the following causes. Hitherto, the barbarian merchants of Europe have had a definite locality assigned to them at Aomen for residence and trade, and have been forbidden to encroach an inch beyond the limits assigned to that locality…. If these restrictions were withdrawn, friction would inevitably occur between the Chinese and your barbarian subjects, and the results would militate against the benevolent regard that I feel towards you. From every point of view, therefore, it is best that the regulations now in force should continue unchanged….

(7) Regarding your nation’s worship of the Lord of Heaven, it is the same religion as that of other European nations. Ever since the beginning of history, sage Emperors and wise rulers have bestowed on China a moral system and inculcated a code, which from time immemorial has been religiously observed by the myriads of my subjects. There has been no hankering after heterodox doctrines. Even the European (missionary) officials in my capital are forbidden to hold intercourse with Chinese subjects; they are restricted within the limits of their appointed residences, and may not go about propagating their religion. The distinction between Chinese and barbarian is most strict, and your Ambassador’s request that barbarians shall be given full liberty to disseminate their religion is utterly unreasonable.

It may be, O King, that the above proposals have been wantonly made by your Ambassador on his own responsibility, or peradventure you yourself are ignorant of our dynastic regulations and had no intention of transgressing them when you expressed these wild ideas and hopes…. If, after the receipt of this explicit decree, you lightly give ear to the representations of your subordinates and allow your barbarian merchants to proceed to Chêkiang and Tientsin, with the object of landing and trading there, the ordinances of my Celestial Empire are strict in the extreme, and the local officials, both civil and military, are bound reverently to obey the law of the land. Should your vessels touch the shore, your merchants will assuredly never be permitted to land or to reside there, but will be subject to instant expulsion. In that event your barbarian merchants will have had a long journey for nothing. Do not say that you were not warned in due time! Tremblingly obey and show no negligence! . . .

From E. Backhouse and J. O. P. Bland, Annals and Memoirs of the Court of Peking (Boston: Houghton Mifflin, 1914), pp. 322­-331, via the Internet Modern History Sourcebook.

Cos’è l’arte

di FB

Chi definisce cos‘è l’arte?

 La tua domanda tocca uno degli argomenti più difficili e intrattabili della storia dell’umanità.

L’arte come forma di espressione personale estetica è sempre esistita e ha presumibilmente sempre avuto un valore di mercato. Non mi sembrerebbe strano se un un Neanderthal csi fosse impegnato a dare un pesce a un compagno se questo gli faceva le stesse decorazioni sull’Elsa della sua clava.

Allora come ora, se le tue decorazioni sui manici delle clave sono più popolari di quelle di un altro artigiano( notare il prefisso arti-, che in questo caso sta per tecnica, non per arte), avranno un valore di mercato superiore. Ma allora si parlava di bello, non di arte, che parla di valori assoluti, ci sono questi valori assoluti del problema.

Il concetto di arte come lo intendiamo oggi, come forma di espressione individuale e creativa, è emerso in modo più distintivo durante il Rinascimento europeo nel XIV secolo. In questo periodo, gli artisti come Leonardo da Vinci, Michelangelo e Raffaello furono riconosciuti come figure di grande talento e iniziarono a essere considerati come creatori di opere d’arte uniche e originali.

Da allora, il concetto di arte si è sviluppato ulteriormente attraverso i movimenti artistici successivi, come il Barocco, il Romanticismo, l’Impressionismo, il Cubismo, il Surrealismo e così via. Ogni movimento artistico ha portato con sé nuove prospettive e approcci all’arte, contribuendo alla sua evoluzione e alla definizione di ciò che può essere considerato come tale.

Ricordo un tizio che avevo incontrato sul treno. Era appena andato a Firenze a vedere una mostra con il suo figlioletto di sei o sette anni. Il bambino gli aveva fatto una domanda molto intelligente. Davanti a un quadro di Raffaello, aveva detto: “papà, posso di’ che è brutto?

E lui rispose: “se pensi che è brutto, lo DEVI dire. Sagge parole. Per me, i quadri di Raffaello sono croste.

Ma il succo è che si tenta sempre di dare un valore assoluto all’arte, cosa che non è possibile. E questa idea che causa tutte le contraddizioni.

L’arte deve essere assoluta, quindi godibile nella stessa misura da tutti. Tutti devono per forza trovare sublime Raffaello. Ma chiaramente non è così. Ci sono fattori di conoscenza, sensibilità ed educazione da tenere presenti. Ci sono anche fattori di interesse. Io per esempio sono sensibile alle arti musicali e ho una conoscenza molto profonda e molto estesa delle musiche di tutto il mondo ma l’arte figurativa non mi interessa. Credo che il fatto che in generale io trovi assolutamente priva di interesse di bellezza il 90% dell’arte figurativa sia un mio problema di sensibilità.

ma non abbiamo ancora risposto alla domanda. Chi definisce l’arte?. Di solito la risposta accettata nel mondo del mercato dell’arte è “Gli esperti.” Gli esperti quindi letteralmente creano l’arte dichiarandola tale.

È quello che fa notare il falsario d’arte Eric Hebborn, che si difende sostenendo di non aver mai detto che un quadro fosse stato fatto da tale o talaltro. Lui si limitava a produrre un disegno che assomigliava a quelli di Piranesi, con carta del periodo di Piranesi, portando poi il tutto ad un esperto. Era poi questo esperto che creava l’arte, identificando il disegno come un’opera in edita di Piranesi.

Sei confuso? Anch’io.

Quanto è pesante la cortesia

In Europa insegnare  il comportamento in pubblico è il compito di un po’ tutti. La stessa cosa vale in Giappone, con la differenza che la maggior parte dell’etichetta viene insegnata a scuola o dalle aziende che assumono e quindi educano le loro maestranze. Mi si è domanda spesso se la cortesia di giapponesi è reale e sentita. Ho intenzione di rispondere, ma prima di farlo però vorrei dare un’idea di che cos’è la cortesia in questo paese, un compito che possiamo tranquillamente affidare a Kōtarō, il chatGPT custom creato solo per me , perché non ho bisogno di input esterno per vedere cosa è corretto e cosa no. Ecco cosa dice Kōtarō.

I giapponesi attribuiscono grande importanza ai doveri di cortesia e al rispetto delle regole sociali. Ecco alcuni esempi di quanto siano gravi questi doveri:

  1. Saluto: Il modo in cui ci si inchina è fondamentale nella cultura giapponese. L’angolo dell’inclinazione della testa può variare a seconda del grado di rispetto o formalità. Non inchinarsi adeguatamente può essere considerato maleducato.
  2. Regole sulla calzatura: È comune togliersi le scarpe quando si entra in una casa, un tempio, una scuola o in molti ristoranti giapponesi. Non farlo è considerato scortese.
  3. Regole di puntualità: Essere in ritardo è visto come una mancanza di rispetto nei confronti degli altri. È importante essere puntuali sia per gli incontri personali che per gli impegni di lavoro.
  4. Scambio di biglietti da visita: Durante incontri aziendali o sociali, lo scambio di biglietti da visita (chiamati “meishi”) è una pratica comune. È importante farlo con entrambe le mani e mostrare rispetto per il biglietto dell’altra persona.
  5. Gestire il rumore: Il silenzio è apprezzato in molte situazioni. Parlare ad alta voce o fare rumore in luoghi pubblici può essere considerato maleducato.
  6. Non mostrare emozioni negative in pubblico: Esprimere rabbia o frustrazione in pubblico è spesso evitato. La cultura giapponese promuove il controllo delle emozioni in situazioni sociali.
  7. Non mettere gli altri in imbarazzo: Evitare di mettere gli altri in situazioni imbarazzanti o scomode è una regola importante di cortesia. Questo può includere evitare di fare domande troppo personali o di criticare gli altri apertamente.
  8. Rispetto per gli anziani: I giapponesi mostrano grande rispetto per gli anziani. Deve essere evitato qualsiasi comportamento che potrebbe sembrare mancare di rispetto verso gli anziani.
  9. Ordine e pulizia: Mantenere la pulizia e l’ordine negli spazi condivisi è considerato fondamentale. Lasciare sporco o disordine può essere visto come mancanza di rispetto verso gli altri.
  10. Uso del linguaggio onorifico: Il giapponese ha un sistema complesso di linguaggio onorifico che viene utilizzato per indicare rispetto e cortesia verso gli altri. Usare il linguaggio sbagliato in una situazione formale può essere considerato maleducato.Questi sono solo alcuni esempi dei doveri di cortesia giapponesi. È importante notare che la cultura giapponese è ricca di sfumature e le aspettative di comportamento possono variare in base al contesto e alle relazioni personali. Tuttavia, il rispetto per gli altri e il mantenimento dell’armonia sociale sono valori fondamentali nella società giapponese.

Questa ferrea disciplina si manifesta in tutti gli aspetti della vita sociale. Il conducente giapponese per esempio è il meno aggressivo del mondo. La comparsa di una umile bicicletta, spesso la mia, è sufficiente per per far fermare un autobus, che mi cede il passo che io abbia la precedenza o no o che io lo voglia o no. Mi costringe ad agire.  che io abbia la precedenza o no.

L’uso principale del clacson è fare brevi suoni in una specie di codice Morse. Due brevi colpetti vogliono dire grazie.

Ma questo ancora credo non dia un’idea di quanto radicata sia la cortesia nei giapponesi, e quanto siano importanti le formalità in questa cortesia. Allora vi racconterò cosa è successo a casa mia di recente. Dopo anni di incertezze, un mio amico finalmente si è deciso a venire a trovarmi.

Ho detto la cosa a mia moglie e, in tutta onestà, non solo non ci ho ho pensato più, ma ho fatto il madornale errore di pensare che lei avesse fatto lo stesso. Nei tre mesi successivi riparò tutto quello che era rotto, sostituì quello che era vecchio e via avanti di questo passo fino al giorno prima di quello fatidico. Il giorno dopo, prima che finalmente arrivassero gli ospiti, comprò dei fiori da mettere nella loro stanza, in ingresso e in salotto.

Se si è invitati al matrimonio di un amico, bisogna dare un regalo in bigliettoni da 10.000 ¥ adeguato alla circostanza. Chi riceve il favore deve inviare un o-kaeshi, un regalo di ringraziamento che deve valere credo la metà del denaro ricevuto. Questo va fatto per tutti gli invitati.

Potrei andare avanti per ore di questo passo, ma ormai credo abbiate capito che aria tira.

Inutile nascondersi che un galateo così costoso, labirintico, oppressivo e impegnativo è una seccatura, e infatti moglie protesta ogni volta che porto a casa un ospite senza avvertire tre giorni prima. E io le dico che è esattamente questa la ragione per cui non le dico nulla. ribatte che non è neppure il tempo di andare a comprare i fiori per questo ospite.

Allora le domando se pensa che i miei amici si accorgano dei dei fiori che lei compra. La risposta ovviamente è no, salvo nel caso di Akira che è gay, ma lei dice che non c’entra. Quello che importa è il suo orgoglio di padrona di casa giapponese. ”Ma fregatene, le dico. lasciaci fare. Siamo stranieri, a casa nostra si fa così, senza pretese.”  Niente da fare.

Ed è per questo che la risposta alla domanda è “in”.

Una buona parte della cortesia giapponese è vera, una parte è sentita ma è anche fatta per dovere, infine c’è una parte che viene fatta, ma pensando che è una seccatura e basta.

Ma perché accade tutto questo?  È una storia lunga che avrò il piacere di raccontarvi che avrò il piacere di raccontarvi domani.

Come si dice tu in giapponese

L’insegnamento del giapponese viene di solito fatto senza spiegare il perché di certe regole. Questo vale anche e prima di tutto per i pronomi personali, ritenuti troppo complessi e diversi dai nostri per poter essere insegnati ad un principiante nel loro insieme.

Sono arrivato alla conclusione che, al contrario, una vera comprensione del giapponese è impossibile senza una conoscenza dei concetti che seguono, che andrebbero quindi affrontati immediatamente, prima di iniziare a studiare. L’alternativa è lo sperare che l’individuo sia in grado in un indeterminato momento futuro di arrivarci da solo.

Per quanto riguarda “io” rimando anche al post Come si dice “io” in giapponese? In un post futuro coprirò la terza persona.

I pronomi personali in giapponese si basano su due parametri imparati spontaneamente e mai esplicitati.

1 Il primo è la posizione dell’interlocutore rispetto a se stessi, che può essere superiore o inferiore. Si usa un titolo con i superiori, il nome con gli inferiori. Notare che in italiano si fa la stessa cosa. Si usano mamma, zia, avvocato, dottore come vocativo nel parlare direttamente con gli interessati, il nome proprio con gli altri. Mi sembra ci siano ragioni per pensare questa abitudine si stia indebolendo. Molti ragazzi chiamano loro padre col suo nome proprio (io ne conosco diversi).

In ambedue le culture, usare pronomi personali o nomi propri per chiamare persone a sé superiori è irrispettoso. Per esse si usa un titolo o ruolo sociale. Si dice quindi nonna, zia, direttore, avvocato, dottore, capo, ingegnere ai propri superiori, e Gianni a proprio cugino o ad un collega dei pari grado.

2 L’appartenenza o meno al proprio gruppo, una distinzione che in italiano (mi sembra) non venga fatta.

La differenza pratica fra il giapponese e l’italiano consiste nell’intensità dello stigma posto sui pronomi personali, quasi mai usati in giapponese. Questo possiede termini per la seconda e terza persona singolare, ma sono tutti da evitare. La ragione è l’idea che gli altri ci sono superiori per definizione, se non altro finché il nostro rapporto con loro si chiarisce. Anche in seguito, quando necessario per chiamare qualcuno si usano preferibilmente altri mezzi.

SOSTITUTI DEI PRONOMI DI SECONDA PERSONA

Questa, ritengo, è la sezione che il principiante dovrebbe studiare con diligenza.

Questi termini sono i più difficili da usare perché sono quelli che entrano in gioco direttamente quando si incontra una persona per la prima volta. I pronomi vanno evitati, ma farlo in una lingua senza singolare e plurale, senza maschile e femminile e praticamente priva di coniugazioni dei verbi non è facile.

Con chi conosciamo il problema è presto risolto (si fa per dire…).

Membri della famiglia:

Al posto del pronome personale, tecnicamente anata, si usa il rapporto di parentela. Otōsan (il trattino sopra una vocale, chiamato macron, la allunga), parola formale per padre, o okaasan, madre.

I fratelli maggiori sono oniisan, e non Taro o Akira. Notare il -san onorifico.

Membri di status inferiore:

Il nome proprio.

Tenere presente che io chiamo mia suocera okaasan, mamma, quando la chiamo, come è normale e mio dovere fare.

Per spiegare l’uso dei pronomi personali fra intimi per esempio fra me (Fū) e mia moglie (Junko), sarà meglio un esempio che una spiegazione.

“A che ora torna Junko?” dico io.

純子は何時に帰る?

Mi risponde: “Verso mezzogiorno. Francesco ci sarà, vero?”

12時位。フーちゃんはおるやろ?

Per membri della famiglia altrui si deve usare il cognome con -san per i superiori, il nome proprio come qui sopra per gli altri.

E con gli sconosciuti? Qui le cose si complicano.

Un modo è usare i verbi direzionali, verbi che non solo esprimono una azione, ma anche la direzione in cui avviene. Partiamo da un esempio per poi spiegarlo. Se chiedi a un poliziotto dov’è l’ambasciata italiana, ti risponderà per esempio:

真っ直ぐ行ってもらって。。。 Massugu itte moratte …

Moratte deriva da morau, un verbo che non vuole dire semplicemente ricevere, ma che chi riceve è chi parla. In altri termini, il poliziotto sta dicendo:

“Mi dia l’andare diritto …”

Questo rende superfluo il pronome personale.

La stessa cosa può venir fatta con i prefissi di cortesia go- e o-. Dicendo お車 o-kuruma, che sarebbe “onorevole automobile”, metto subito in chiaro che si tratta della TUA automobile, rendendo inutile l’uso del pronome possessivo, in giapponese costruito da quello personale (anata no, letteralmente “di tu”).

A volte però è inevitabile usare un qualche tipo di identificazione personale.

Un impiegato o cameriere ti chiamerà お客様 okyakusama, onorevole cliente. Altrimenti medico, avvocato, poliziotto (seempre usando il suffisso –san).

In tutti questi casi, chi parla mette l’interlocutore al di fuori del proprio gruppo, soluzione preferibile perché consente di usare il massimo grado di cortesia.

E se la funzione o carica non sono chiare? Allora si parla come se ci si stesse rivolgendo ad un membro più anziano della propria famiglia, quindi fratello maggiore (anche se sei più anziano della persona cui ti rivolgi), padre, madre. Utilizzabile, ma ti costringe ad essere meno formale e rischiare di offendere.

Anni fa in un supermercato vidi una monetina da 50 yen per terra e chiesi alla cassiera se era sua. Mi ha risposto:

お父さんのですよ。Otōsan no desu yo

La frase letteralmente vuole dire “È di mio padre.” Cioè io. Mi stava chiamando suo padre. La ragione per cui mi ricordo l’incidente è che in quel momento ho pensato con stizza che non mi aveva chiamato suo fratello maggiore, come avrebbe fatto se avessi avuto i suoi anni o meno. Ed aveva almeno quarant’anni.

I dettagli dell’uso del nome proprio richiederebbero un post a sé stante. Meglio lasciar correre, per ora.

I PRONOMI PERSONALI

Questi i metodi consigliati per sostituire i pronomi di seconda persona.

Di pronomi in senso stretto in giapponese non ce ne sono. Quelli detti pronomi sono in realtà sostantivi, ma quello è un ennesimo ginepraio che per ora è meglio evitare. In ogni caso, eccoli.

ANATA

Anata ha quattro forme:

あなた in hiragana, uno dei due sillabari in uso in giapponese. È la forma più neutra e comune.

貴方 scritta con due caratteri che vogliono dire “preziosa persona”. Nessuna indicazione di genere.

貴女 differisce dal secondo termine visto perché usa il carattere per “donna” al posto di quello per persona. Visto lo status di inferiorità della donna nella società giapponese (perdonatemi ragazze, mi dispiace davvero, ma così stanno le cose), è molto raro.

貴男 finisce invece con il carattere per “uomo.” È usato soprattutto dalle donne al posto del nome proprio (Anata, “vieni un attimo”) per chiamare il marito, un’abitudine che riflette il loro stato di soggezione.

Ed ora una serie di termini che hanno in comune una curiosa caratteristica. I caratteri con cui sono scritti testimoniano il fatto che una volta manifestavano un forte o addirittura estremo rispetto, ed oggi invece fanno il contrario.

Kimi

Deriva da una parola che voleva dire “signore feudale”. Amichevole ma informale, fa buona coppia con boku, che vuol dire io.

Omae お前

Letteralmente “onorevole davanti”. Indica inferiorità o parità fra maschi. Inaccettabile se non fra soli uomini. Mia moglie mi chiama scherzosamente omae, ma questo è un nostro vizietto privato e cosa inaudita fra giapponesi, perché lei è una donna ed io sono un uomo. A volte si sbaglia e lo fa in presenza di altri e la cosa suscita sempre una certa sorpresa.

Temae o temee 手前

Letteralmente “davanti alle mani.” Il suo solo uso, specialmente quando pronunciato temee, è di per sé causa di litigio.

Kisama 貴様

Letteralmente “prezioso” col suffisso di estrema cortesia -sama.

È una sfida all’aggressione fisica. “Fatti avanti, se l’osi.”

Probabilmente ci saranno modifiche nei prossimi giorni, man mano che mi vengono in mente dettagli.

Nota finale.

Chiedo scusa dei numerosi errori, ma con un post di questa complessità sono per me difficili da evitare.Come si dice “tu” in giapponese?

L’insegnamento del giapponese viene di solito fatto senza spiegare il perché di certe regole. Questo vale anche e prima di tutto per i pronomi personali, ritenuti troppo complessi e diversi dai nostri per poter essere insegnati ad un principiante nel loro insieme.

Sono arrivato alla conclusione che, al contrario, una vera comprensione del giapponese è impossibile senza una conoscenza dei concetti che seguono, che andrebbero quindi affrontati immediatamente, prima di iniziare a studiare. L’alternativa è lo sperare che l’individuo sia in grado in un indeterminato momento futuro di arrivarci da solo.

Per quanto riguarda “io” rimando anche al post Come si dice “io” in giapponese? In un post futuro coprirò la terza persona.

I pronomi personali in giapponese si basano su due parametri imparati spontaneamente e mai esplicitati.

1 Il primo è la posizione dell’interlocutore rispetto a se stessi, che può essere superiore o inferiore. Si usa un titolo con i superiori, il nome con gli inferiori. Notare che in italiano si fa la stessa cosa. Si usano mamma, zia, avvocato, dottore come vocativo nel parlare direttamente con gli interessati, il nome proprio con gli altri. Mi sembra ci siano ragioni per pensare questa abitudine si stia indebolendo. Molti ragazzi chiamano loro padre col suo nome proprio (io ne conosco diversi).

In ambedue le culture, usare pronomi personali o nomi propri per chiamare persone a sé superiori è irrispettoso. Per esse si usa un titolo o ruolo sociale. Si dice quindi nonna, zia, direttore, avvocato, dottore, capo, ingegnere ai propri superiori, e Gianni a proprio cugino o ad un collega dei pari grado.

2 L’appartenenza o meno al proprio gruppo, una distinzione che in italiano (mi sembra) non venga fatta.

La differenza pratica fra il giapponese e l’italiano consiste nell’intensità dello stigma posto sui pronomi personali, quasi mai usati in giapponese. Questo possiede termini per la seconda e terza persona singolare, ma sono tutti da evitare. La ragione è l’idea che gli altri ci sono superiori per definizione, se non altro finché il nostro rapporto con loro si chiarisce. Anche in seguito, quando necessario per chiamare qualcuno si usano preferibilmente altri mezzi.

SOSTITUTI DEI PRONOMI DI SECONDA PERSONA

Questa, ritengo, è la sezione che il principiante dovrebbe studiare con diligenza.

Questi termini sono i più difficili da usare perché sono quelli che entrano in gioco direttamente quando si incontra una persona per la prima volta. I pronomi vanno evitati, ma farlo in una lingua senza singolare e plurale, senza maschile e femminile e praticamente priva di coniugazioni dei verbi non è facile.

Con chi conosciamo il problema è presto risolto (si fa per dire…).

Membri della famiglia:

Al posto del pronome personale, tecnicamente anata, si usa il rapporto di parentela. Otōsan (il trattino sopra una vocale, chiamato macron, la allunga), parola formale per padre, o okaasan, madre.

I fratelli maggiori sono oniisan, e non Taro o Akira. Notare il -san onorifico.

Membri di status inferiore:

Il nome proprio.

Tenere presente che io chiamo mia suocera okaasan, mamma, quando la chiamo, come è normale e mio dovere fare.

Per spiegare l’uso dei pronomi personali fra intimi per esempio fra me (Fū) e mia moglie (Junko), sarà meglio un esempio che una spiegazione.

“A che ora torna Junko?” dico io.

純子は何時に帰る?

Mi risponde: “Verso mezzogiorno. Francesco ci sarà, vero?”

12時位。フーちゃんはおるやろ?

Per membri della famiglia altrui si deve usare il cognome con -san per i superiori, il nome proprio come qui sopra per gli altri.

E con gli sconosciuti? Qui le cose si complicano.

Un modo è usare i verbi direzionali, verbi che non solo esprimono una azione, ma anche la direzione in cui avviene. Partiamo da un esempio per poi spiegarlo. Se chiedi a un poliziotto dov’è l’ambasciata italiana, ti risponderà per esempio:

真っ直ぐ行ってもらって。。。 Massugu itte moratte …

Moratte deriva da morau, un verbo che non vuole dire semplicemente ricevere, ma che chi riceve è chi parla. In altri termini, il poliziotto sta dicendo:

“Mi dia l’andare diritto …”

Questo rende superfluo il pronome personale.

La stessa cosa può venir fatta con i prefissi di cortesia go- e o-. Dicendo お車 o-kuruma, che sarebbe “onorevole automobile”, metto subito in chiaro che si tratta della TUA automobile, rendendo inutile l’uso del pronome possessivo, in giapponese costruito da quello personale (anata no, letteralmente “di tu”).

A volte però è inevitabile usare un qualche tipo di identificazione personale.

Un impiegato o cameriere ti chiamerà お客様 okyakusama, onorevole cliente. Altrimenti medico, avvocato, poliziotto (seempre usando il suffisso –san).

In tutti questi casi, chi parla mette l’interlocutore al di fuori del proprio gruppo, soluzione preferibile perché consente di usare il massimo grado di cortesia.

E se la funzione o carica non sono chiare? Allora si parla come se ci si stesse rivolgendo ad un membro più anziano della propria famiglia, quindi fratello maggiore (anche se sei più anziano della persona cui ti rivolgi), padre, madre. Utilizzabile, ma ti costringe ad essere meno formale e rischiare di offendere.

Anni fa in un supermercato vidi una monetina da 50 yen per terra e chiesi alla cassiera se era sua. Mi ha risposto:

お父さんのですよ。Otōsan no desu yo

La frase letteralmente vuole dire “È di mio padre.” Cioè io. Mi stava chiamando suo padre. La ragione per cui mi ricordo l’incidente è che in quel momento ho pensato con stizza che non mi aveva chiamato suo fratello maggiore, come avrebbe fatto se avessi avuto i suoi anni o meno. Ed aveva almeno quarant’anni.

I dettagli dell’uso del nome proprio richiederebbero un post a sé stante. Meglio lasciar correre, per ora.

L’insegnamento del giapponese viene di solito fatto senza spiegare il perché di certe regole. Questo vale anche e prima di tutto per i pronomi personali, ritenuti troppo complessi e diversi dai nostri per poter essere insegnati ad un principiante nel loro insieme.

Sono arrivato alla conclusione che, al contrario, una vera comprensione del giapponese è impossibile senza una conoscenza dei concetti che seguono, che andrebbero quindi affrontati immediatamente, prima di iniziare a studiare. L’alternativa è lo sperare che l’individuo sia in grado in un indeterminato momento futuro di arrivarci da solo.

Per quanto riguarda “io” rimando anche al post Come si dice “io” in giapponese? In un post futuro coprirò la terza persona.

I pronomi personali in giapponese si basano su due parametri imparati spontaneamente e mai esplicitati.

1 Il primo è la posizione dell’interlocutore rispetto a se stessi, che può essere superiore o inferiore. Si usa un titolo con i superiori, il nome con gli inferiori. Notare che in italiano si fa la stessa cosa. Si usano mamma, zia, avvocato, dottore come vocativo nel parlare direttamente con gli interessati, il nome proprio con gli altri. Mi sembra ci siano ragioni per pensare questa abitudine si stia indebolendo. Molti ragazzi chiamano loro padre col suo nome proprio (io ne conosco diversi).

In ambedue le culture, usare pronomi personali o nomi propri per chiamare persone a sé superiori è irrispettoso. Per esse si usa un titolo o ruolo sociale. Si dice quindi nonna, zia, direttore, avvocato, dottore, capo, ingegnere ai propri superiori, e Gianni a proprio cugino o ad un collega dei pari grado.

2 L’appartenenza o meno al proprio gruppo, una distinzione che in italiano (mi sembra) non venga fatta.

La differenza pratica fra il giapponese e l’italiano consiste nell’intensità dello stigma posto sui pronomi personali, quasi mai usati in giapponese. Questo possiede termini per la seconda e terza persona singolare, ma sono tutti da evitare. La ragione è l’idea che gli altri ci sono superiori per definizione, se non altro finché il nostro rapporto con loro si chiarisce. Anche in seguito, quando necessario per chiamare qualcuno si usano preferibilmente altri mezzi.

SOSTITUTI DEI PRONOMI DI SECONDA PERSONA

Questa, ritengo, è la sezione che il principiante dovrebbe studiare con diligenza.

Questi termini sono i più difficili da usare perché sono quelli che entrano in gioco direttamente quando si incontra una persona per la prima volta. I pronomi vanno evitati, ma farlo in una lingua senza singolare e plurale, senza maschile e femminile e praticamente priva di coniugazioni dei verbi non è facile.

Con chi conosciamo il problema è presto risolto (si fa per dire…).

Membri della famiglia:

Al posto del pronome personale, tecnicamente anata, si usa il rapporto di parentela. Otōsan (il trattino sopra una vocale, chiamato macron, la allunga), parola formale per padre, o okaasan, madre.

I fratelli maggiori sono oniisan, e non Taro o Akira. Notare il -san onorifico.

Membri di status inferiore:

Il nome proprio.

Tenere presente che io chiamo mia suocera okaasan, mamma, quando la chiamo, come è normale e mio dovere fare.

Per spiegare l’uso dei pronomi personali fra intimi per esempio fra me (Fū) e mia moglie (Junko), sarà meglio un esempio che una spiegazione.

“A che ora torna Junko?” dico io.

純子は何時に帰る?

Mi risponde: “Verso mezzogiorno. Francesco ci sarà, vero?”

12時位。フーちゃんはおるやろ?

Per membri della famiglia altrui si deve usare il cognome con -san per i superiori, il nome proprio come qui sopra per gli altri.

E con gli sconosciuti? Qui le cose si complicano.

Un modo è usare i verbi direzionali, verbi che non solo esprimono una azione, ma anche la direzione in cui avviene. Partiamo da un esempio per poi spiegarlo. Se chiedi a un poliziotto dov’è l’ambasciata italiana, ti risponderà per esempio:

真っ直ぐ行ってもらって。。。 Massugu itte moratte …

Moratte deriva da morau, un verbo che non vuole dire semplicemente ricevere, ma che chi riceve è chi parla. In altri termini, il poliziotto sta dicendo:

“Mi dia l’andare diritto …”

Questo rende superfluo il pronome personale.

La stessa cosa può venir fatta con i prefissi di cortesia go- e o-. Dicendo お車 o-kuruma, che sarebbe “onorevole automobile”, metto subito in chiaro che si tratta della TUA automobile, rendendo inutile l’uso del pronome possessivo, in giapponese costruito da quello personale (anata no, letteralmente “di tu”).

A volte però è inevitabile usare un qualche tipo di identificazione personale.

Un impiegato o cameriere ti chiamerà お客様 okyakusama, onorevole cliente. Altrimenti medico, avvocato, poliziotto (seempre usando il suffisso –san).

In tutti questi casi, chi parla mette l’interlocutore al di fuori del proprio gruppo, soluzione preferibile perché consente di usare il massimo grado di cortesia.

E se la funzione o carica non sono chiare? Allora si parla come se ci si stesse rivolgendo ad un membro più anziano della propria famiglia, quindi fratello maggiore (anche se sei più anziano della persona cui ti rivolgi), padre, madre. Utilizzabile, ma ti costringe ad essere meno formale e rischiare di offendere.

Anni fa in un supermercato vidi una monetina da 50 yen per terra e chiesi alla cassiera se era sua. Mi ha risposto:

お父さんのですよ。Otōsan no desu yo

La frase letteralmente vuole dire “È di mio padre.” Cioè io. Mi stava chiamando suo padre. La ragione per cui mi ricordo l’incidente è che in quel momento ho pensato con stizza che non mi aveva chiamato suo fratello maggiore, come avrebbe fatto se avessi avuto i suoi anni o meno. Ed aveva almeno quarant’anni.

I dettagli dell’uso del nome proprio richiederebbero un post a sé stante. Meglio lasciar correre, per ora.

I PRONOMI PERSONALI

Questi i metodi consigliati per sostituire i pronomi di seconda persona.

Di pronomi in senso stretto in giapponese non ce ne sono. Quelli detti pronomi sono in realtà sostantivi, ma quello è un ennesimo ginepraio che per ora è meglio evitare. In ogni caso, eccoli.

ANATA

Anata ha quattro forme:

あなた in hiragana, uno dei due sillabari in uso in giapponese. È la forma più neutra e comune.

貴方 scritta con due caratteri che vogliono dire “preziosa persona”. Nessuna indicazione di genere.

貴女 differisce dal secondo termine visto perché usa il carattere per “donna” al posto di quello per persona. Visto lo status di inferiorità della donna nella società giapponese (perdonatemi ragazze, mi dispiace davvero, ma così stanno le cose), è molto raro.

貴男 finisce invece con il carattere per “uomo.” È usato soprattutto dalle donne al posto del nome proprio (Anata, “vieni un attimo”) per chiamare il marito, un’abitudine che riflette il loro stato di soggezione.

Ed ora una serie di termini che hanno in comune una curiosa caratteristica. I caratteri con cui sono scritti testimoniano il fatto che una volta manifestavano un forte o addirittura estremo rispetto, ed oggi invece fanno il contrario.

Kimi

Deriva da una parola che voleva dire “signore feudale”. Amichevole ma informale, fa buona coppia con boku, che vuol dire io.

Omae お前

Letteralmente “onorevole davanti”. Indica inferiorità o parità fra maschi. Inaccettabile se non fra soli uomini. Mia moglie mi chiama scherzosamente omae, ma questo è un nostro vizietto privato e cosa inaudita fra giapponesi, perché lei è una donna ed io sono un uomo. A volte si sbaglia e lo fa in presenza di altri e la cosa suscita sempre una certa sorpresa.

Temae o temee 手前

Letteralmente “davanti alle mani.” Il suo solo uso, specialmente quando pronunciato temee, è di per sé causa di litigio.

Kisama 貴様

Letteralmente “prezioso” col suffisso di estrema cortesia -sama.

È una sfida all’aggressione fisica. “Fatti avanti, se l’osi.”

Probabilmente ci saranno modifiche nei prossimi giorni, man mano che mi vengono in mente dettagli.

Nota finale.

Chiedo scusa dei numerosi errori, ma con un post di questa complessità sono per me difficili da evitare.Come si dice “tu” in giapponese?

L’insegnamento del giapponese viene di solito fatto senza spiegare il perché di certe regole. Questo vale anche e prima di tutto per i pronomi personali, ritenuti troppo complessi e diversi dai nostri per poter essere insegnati ad un principiante nel loro insieme.

Sono arrivato alla conclusione che, al contrario, una vera comprensione del giapponese è impossibile senza una conoscenza dei concetti che seguono, che andrebbero quindi affrontati immediatamente, prima di iniziare a studiare. L’alternativa è lo sperare che l’individuo sia in grado in un indeterminato momento futuro di arrivarci da solo.

Per quanto riguarda “io” rimando anche al post Come si dice “io” in giapponese? In un post futuro coprirò la terza persona.

I pronomi personali in giapponese si basano su due parametri imparati spontaneamente e mai esplicitati.

1 Il primo è la posizione dell’interlocutore rispetto a se stessi, che può essere superiore o inferiore. Si usa un titolo con i superiori, il nome con gli inferiori. Notare che in italiano si fa la stessa cosa. Si usano mamma, zia, avvocato, dottore come vocativo nel parlare direttamente con gli interessati, il nome proprio con gli altri. Mi sembra ci siano ragioni per pensare questa abitudine si stia indebolendo. Molti ragazzi chiamano loro padre col suo nome proprio (io ne conosco diversi).

In ambedue le culture, usare pronomi personali o nomi propri per chiamare persone a sé superiori è irrispettoso. Per esse si usa un titolo o ruolo sociale. Si dice quindi nonna, zia, direttore, avvocato, dottore, capo, ingegnere ai propri superiori, e Gianni a proprio cugino o ad un collega dei pari grado.

2 L’appartenenza o meno al proprio gruppo, una distinzione che in italiano (mi sembra) non venga fatta.

La differenza pratica fra il giapponese e l’italiano consiste nell’intensità dello stigma posto sui pronomi personali, quasi mai usati in giapponese. Questo possiede termini per la seconda e terza persona singolare, ma sono tutti da evitare. La ragione è l’idea che gli altri ci sono superiori per definizione, se non altro finché il nostro rapporto con loro si chiarisce. Anche in seguito, quando necessario per chiamare qualcuno si usano preferibilmente altri mezzi.

SOSTITUTI DEI PRONOMI DI SECONDA PERSONA

Questa, ritengo, è la sezione che il principiante dovrebbe studiare con diligenza.

Questi termini sono i più difficili da usare perché sono quelli che entrano in gioco direttamente quando si incontra una persona per la prima volta. I pronomi vanno evitati, ma farlo in una lingua senza singolare e plurale, senza maschile e femminile e praticamente priva di coniugazioni dei verbi non è facile.

Con chi conosciamo il problema è presto risolto (si fa per dire…).

Membri della famiglia:

Al posto del pronome personale, tecnicamente anata, si usa il rapporto di parentela. Otōsan (il trattino sopra una vocale, chiamato macron, la allunga), parola formale per padre, o okaasan, madre.

I fratelli maggiori sono oniisan, e non Taro o Akira. Notare il -san onorifico.

Membri di status inferiore:

Il nome proprio.

Tenere presente che io chiamo mia suocera okaasan, mamma, quando la chiamo, come è normale e mio dovere fare.

Per spiegare l’uso dei pronomi personali fra intimi per esempio fra me (Fū) e mia moglie (Junko), sarà meglio un esempio che una spiegazione.

“A che ora torna Junko?” dico io.

純子は何時に帰る?

Mi risponde: “Verso mezzogiorno. Francesco ci sarà, vero?”

12時位。フーちゃんはおるやろ?

Per membri della famiglia altrui si deve usare il cognome con -san per i superiori, il nome proprio come qui sopra per gli altri.

E con gli sconosciuti? Qui le cose si complicano.

Un modo è usare i verbi direzionali, verbi che non solo esprimono una azione, ma anche la direzione in cui avviene. Partiamo da un esempio per poi spiegarlo. Se chiedi a un poliziotto dov’è l’ambasciata italiana, ti risponderà per esempio:

真っ直ぐ行ってもらって。。。 Massugu itte moratte …

Moratte deriva da morau, un verbo che non vuole dire semplicemente ricevere, ma che chi riceve è chi parla. In altri termini, il poliziotto sta dicendo:

“Mi dia l’andare diritto …”

Questo rende superfluo il pronome personale.

La stessa cosa può venir fatta con i prefissi di cortesia go- e o-. Dicendo お車 o-kuruma, che sarebbe “onorevole automobile”, metto subito in chiaro che si tratta della TUA automobile, rendendo inutile l’uso del pronome possessivo, in giapponese costruito da quello personale (anata no, letteralmente “di tu”).

A volte però è inevitabile usare un qualche tipo di identificazione personale.

Un impiegato o cameriere ti chiamerà お客様 okyakusama, onorevole cliente. Altrimenti medico, avvocato, poliziotto (seempre usando il suffisso –san).

In tutti questi casi, chi parla mette l’interlocutore al di fuori del proprio gruppo, soluzione preferibile perché consente di usare il massimo grado di cortesia.

E se la funzione o carica non sono chiare? Allora si parla come se ci si stesse rivolgendo ad un membro più anziano della propria famiglia, quindi fratello maggiore (anche se sei più anziano della persona cui ti rivolgi), padre, madre. Utilizzabile, ma ti costringe ad essere meno formale e rischiare di offendere.

Anni fa in un supermercato vidi una monetina da 50 yen per terra e chiesi alla cassiera se era sua. Mi ha risposto:

お父さんのですよ。Otōsan no desu yo

La frase letteralmente vuole dire “È di mio padre.” Cioè io. Mi stava chiamando suo padre. La ragione per cui mi ricordo l’incidente è che in quel momento ho pensato con stizza che non mi aveva chiamato suo fratello maggiore, come avrebbe fatto se avessi avuto i suoi anni o meno. Ed aveva almeno quarant’anni.

I dettagli dell’uso del nome proprio richiederebbero un post a sé stante. Meglio lasciar correre, per ora.

I ritmi astrali e le attività umane

I ritmi astrali e le attività umane

I ritmi astrali e le attività dell’essere umano

Qualche giorno fa Christian Savini ha postato un articolo sullo higan (equinozio d’autunno) in Giappone. Non avevo mai sentito il termine ma, guarda caso, il giorno dopo sono andato a visitare un tempio vicino a casa mia il cui portone principale è sempre chiuso. Questa volta era aperto. Ho domandato perché e la ragione era proprio lo higan.

Ora so che in giapponese la parola “higan” (彼岸) si riferisce a un concetto associato al Buddhismo giapponese. È spesso utilizzata per riferirsi al periodo di sette giorni intorno all’equinozio d’autunno, che di solito cade a metà settembre. Questo periodo è noto come “Higan no chūgen” (彼岸の中元) o semplicemente “Higan.”

Higan è un periodo in cui molte persone in Giappone visitano i cimiteri per onorare i propri antenati e pregare per il riposo delle loro anime. Per qualche ragione che sarebbe molto interessante sapere, si ritiene che l’abbia qualche rapporto con gli antenati. È una pratica buddista che riflette l’idea di passare dallo “Shigan” (o mondo terreno) allo Higan” (o altro mondo) e rappresenta un momento di riflessione, gratitudine e rispetto per gli antenati. Durante li higan, è comune offrire fiori e pulire le tombe dei defunti.

Questa non è che è una delle tantissime feste giapponesi basate su un evento siderale.

Setsubun: Questa festa si celebra il 3 febbraio ed è associata all’equinozio di primavera. Durante il Setsubun, le persone lanciano fagioli per scacciare i demoni e portare la buona fortuna per l’anno a venire

Hina Matsuri (Festa delle bambole): Si celebra il 3 marzo ed è una festa tradizionale dedicata alle bambine. Le famiglie espongono una serie di bambole chiamate “hina ningyo” per auspicare prosperità e felicità per le loro figlie.

Hanami (ammirare i fiori di ciliegio): Questa festa non ha una data specifica, ma di solito avviene tra marzo e aprile, quando i ciliegi sono in fiore. Le persone si riuniscono nei parchi per ammirare i ciliegi in fiore, fare picnic e festeggiare la bellezza della primavera.

Tanabata (Festa delle stelle): Si celebra il 7 luglio (o il 7 agosto secondo il calendario lunare). La festa di Tanabata coinvolge la scrittura di desideri su pezzi di carta colorato e appenderli a rami di bambù per celebrare l’incontro annuale di due stelle, Orihime e Hikoboshi.

Obon: Questa festività dura tre giorni e cade generalmente in agosto, ma le date variano da regione a regione. Obon è una festa in cui le persone commemorano i propri antenati. Si crede che le anime dei defunti ritornino in questo mondo, quindi si praticano danze tradizionali come il Bon Odori.

Tsukimi (Festa della luna piena): Si celebra durante la luna piena di settembre o ottobre. Durante Tsukimi, le persone ammirano la luna e spesso consumano cibi tradizionali come il mochi (dolce di riso glutinoso) per celebrare l’autunno.

Queste festività sono solo alcune delle celebrazioni basate su eventi siderali e stagionali in Giappone.

Sorge spontanea la domanda: perché? C’è una risposta ovvia. I ritmi della natura sono importanti nelle società preindustriali.

Ma ci sono altre ragioni. Da sempre, il cielo è associato con gli dei e il divino. Tutte le società celebrano in qualche modo le stelle e tentano di predire il futuro sulla base del loro comportamento. Le stelle ed il loro movimento sono visti come un modo per penetrare il mistero delle intenzioni degli dei, appunto nel cielo

È anche comune l’associazione di antenati e stelle.

Infine, si crede che le stelle in qualche modo controllino il nostro destino. Quanti modi di dire si basano appunto sull’idea che le stelle controllano il nostro futuro?

Un elemento sicuramente è la costanza della loro presenza, che ci induce a pensarle eterne. Un altro è il fatto che non cambiano mai, e sono quindi incorruttibili, salvo alcune, che invece cambiano spesso, i pianeti. Ce ne sono alcuni, per esempio Giove, che addirittura cambiano direzione improvvisamente in certe date.

Ma ecco un’altra parola che sta per destino. I pianeti.

L’associazione tra antenati, stelle e fortuna può variare da cultura a cultura, ma è presente ovunque.

Mi viene in mente ora che le montagne sono oggetto di culto praticamente ovunque per vari motivi, ma uno che è sempre presente è il fatto che toccano il cielo. Basta questo per renderle sacre. Il culto delle montagne poi ha multiple conseguenze, una delle quali sono i giardini zen, dai quali possono sparire del tutto le piante, ma dove le pietre sono indispensabili. Le pietre nella cultura giapponese rappresentano infatti le montagne quelle montagne la cui forza dipende in parte dal fatto che raggiungono gli astri, astri in cui riposano i nostri antenati.

Nei prossimi giorni cercherò di imparare di più su questo bellissimo argomento.

I ritmi astrali e le attività dell’essere umano

Qualche giorno fa Christian Savini ha postato un articolo sullo higan (equinozio d’autunno) in Giappone. Non avevo mai sentito il termine ma, guarda caso, il giorno dopo sono andato a visitare un tempio vicino a casa mia il cui portone principale è sempre chiuso. Questa volta era aperto. Ho domandato perché e la ragione era proprio lo higan.

Ora so che in giapponese la parola “higan” (彼岸) si riferisce a un concetto associato al Buddhismo giapponese. È spesso utilizzata per riferirsi al periodo di sette giorni intorno all’equinozio d’autunno, che di solito cade a metà settembre. Questo periodo è noto come “Higan no chūgen” (彼岸の中元) o semplicemente “Higan.”

Higan è un periodo in cui molte persone in Giappone visitano i cimiteri per onorare i propri antenati e pregare per il riposo delle loro anime. Per qualche ragione che sarebbe molto interessante sapere, si ritiene che l’abbia qualche rapporto con gli antenati. È una pratica buddista che riflette l’idea di passare dallo “Shigan” (o mondo terreno) allo Higan” (o altro mondo) e rappresenta un momento di riflessione, gratitudine e rispetto per gli antenati. Durante li higan, è comune offrire fiori e pulire le tombe dei defunti.

Questa non è che è una delle tantissime feste giapponesi basate su un evento siderale.

Setsubun: Questa festa si celebra il 3 febbraio ed è associata all’equinozio di primavera. Durante il Setsubun, le persone lanciano fagioli per scacciare i demoni e portare la buona fortuna per l’anno a venire

Hina Matsuri (Festa delle bambole): Si celebra il 3 marzo ed è una festa tradizionale dedicata alle bambine. Le famiglie espongono una serie di bambole chiamate “hina ningyo” per auspicare prosperità e felicità per le loro figlie.

Hanami (ammirare i fiori di ciliegio): Questa festa non ha una data specifica, ma di solito avviene tra marzo e aprile, quando i ciliegi sono in fiore. Le persone si riuniscono nei parchi per ammirare i ciliegi in fiore, fare picnic e festeggiare la bellezza della primavera.

Tanabata (Festa delle stelle): Si celebra il 7 luglio (o il 7 agosto secondo il calendario lunare). La festa di Tanabata coinvolge la scrittura di desideri su pezzi di carta colorato e appenderli a rami di bambù per celebrare l’incontro annuale di due stelle, Orihime e Hikoboshi.

Obon: Questa festività dura tre giorni e cade generalmente in agosto, ma le date variano da regione a regione. Obon è una festa in cui le persone commemorano i propri antenati. Si crede che le anime dei defunti ritornino in questo mondo, quindi si praticano danze tradizionali come il Bon Odori.

Tsukimi (Festa della luna piena): Si celebra durante la luna piena di settembre o ottobre. Durante Tsukimi, le persone ammirano la luna e spesso consumano cibi tradizionali come il mochi (dolce di riso glutinoso) per celebrare l’autunno.

Queste festività sono solo alcune delle celebrazioni basate su eventi siderali e stagionali in Giappone.

Sorge spontanea la domanda: perché? C’è una risposta ovvia. I ritmi della natura sono importanti nelle società preindustriali.

Ma ci sono altre ragioni. Da sempre, il cielo è associato con gli dei e il divino. Tutte le società celebrano in qualche modo le stelle e tentano di predire il futuro sulla base del loro comportamento. Le stelle ed il loro movimento sono visti come un modo per penetrare il mistero delle intenzioni degli dei, appunto nel cielo

È anche comune l’associazione di antenati e stelle.

Infine, si crede che le stelle in qualche modo controllino il nostro destino. Quanti modi di dire si basano appunto sull’idea che le stelle controllano il nostro futuro?

Un elemento sicuramente è la costanza della loro presenza, che ci induce a pensarle eterne. Un altro è il fatto che non cambiano mai, e sono quindi incorruttibili, salvo alcune, che invece cambiano spesso, i pianeti. Ce ne sono alcuni, per esempio Giove, che addirittura cambiano direzione improvvisamente in certe date.

Ma ecco un’altra parola che sta per destino. I pianeti.

L’associazione tra antenati, stelle e fortuna può variare da cultura a cultura, ma è presente ovunque.

Mi viene in mente ora che le montagne sono oggetto di culto praticamente ovunque per vari motivi, ma uno che è sempre presente è il fatto che toccano il cielo. Basta questo per renderle sacre. Il culto delle montagne poi ha multiple conseguenze, una delle quali sono i giardini zen, dai quali possono sparire del tutto le piante, ma dove le pietre sono indispensabili. Le pietre nella cultura giapponese rappresentano infatti le montagne quelle montagne la cui forza dipende in parte dal fatto che raggiungono gli astri, astri in cui riposano i nostri antenati.

Nei prossimi giorni cercherò di imparare di più su questo bellissimo argomento.