La sinfonia dell’autunno: l’ultimo canto dei grilli
Il clima sta cambiando e il fresco inizia a farsi sentire, ma la sinfonia degli insetti continua a riempire l’aria. Le loro melodie, dal nitido “rin rin rin” al più rotondo “coro coro coro” e all’acuto “chiririri“, variano a seconda del luogo.
Non appena mi avvicino, la loro delicata musica si interrompe, come se percepissero la mia presenza. Tuttavia, un po’ più lontano, inizia un’altra melodia, a fare eco, quasi a segnalare la mia intrusione. Anche se invisibili, la loro esistenza è palpabile, e il tranquillo atto di ascoltare diventa un momento prezioso che mi allontana dalla frenesia della vita quotidiana.
Kirigiri suto ni ari: le micro-stagioni giapponesi
Una delle settantadue micro-stagioni, kirigiri suto ni ari (蟋蟀在戸), in italiano, “quando i grilli sono vicini alle nostre porte”, si verifica intorno al 18 ottobre ed é parte del diciassettesimo nijūshisekki (二十四節気), termine solare conosciuto come kanro (寒露). Mentre il coro degli insetti si è attenuato svanendo nel silenzio delle lunghe sere autunnali, i grilli e le loro delicate melodie persistono. Queste minuscole creature, giunte ormai alla fine delle loro brevi vite, continuano a cantare nascosti tre le erbe dei campi e i loro fragili e calmanti suoni invitano alla ricerca di calma e serenità.
Mentre le attuali 72 micro-stagioni sono state adattate per adattarsi al clima del Giappone e sono state tramandate fino ai giorni nostri, “Kirigiri su ni ari” è una delle poche che è rimasta invariata sin dalla sua introduzione dalla Cina.
Le radici cinesi della tradizione
La base per questa micro-stagione si trova nello Shikyū (詩経), considerato la più antica raccolta di poesia cinese. È un verso di una poesia che descrive l’anno di un contadino che vive secondo il calendario lunare.
七月在野
Shichigatsu-zaiya
八月在宇
Hachigatsu-zaiu
九月在戸
Kugatsu-toniari
十月蟋蟀
Jūgatsu-kirigirisu
入我牀下
Nyūgashōka
Il verso suggerisce che nel settimo mese, i grilli si trovano nei campi; nell’ottavo, sotto le grondaie; nel nono, vicino alla porta; e nel decimo, entrano nelle nostre cose in cerca di calore. Questa antica saggezza riflette l’eterna osservazione umana dei grilli che cercano calore quando il tempo diventa freddo.
Un’empatia millenaria
È spesso confortante rendersi conto che la nostra empatia per queste creature è rimasta invariata per migliaia di anni. Difficile accada a chi vive nei grandi agglomerati urbani ma chi come me vive nelle campagne giapponesi, capita spesso di trovare un grillo in casa in questo periodo dell’anno. Mia moglie, che non possiede una grande passione per gli insetti, quando ne incontra uno lo saluta sempre ringraziandolo per il suo canto.
Molti poeti cinesi del passato erano soliti inserire nelle loro poesie l’immagine di grilli stanchi che cercavano rifugio sulle soglie delle case e accanto ai letti. Questo tema fu poi introdotto in Giappone, dove i poeti giapponesi, ispirandosi ai loro omologhi cinesi, creando i propri versi che esploravano il legame umano con queste minuscole creature.
L’ultimo canto dell’autunno
Spesso è il declino, piuttosto che l’ascesa, che esercita il fascino più profondo e scuote l’animo umano nel profondo. La luna, per esempio, come racconto nel mio recente articolo sul jūsanya, è più evocativa quando è calante che quando è piena. Allo stesso modo, il canto degli insetti, quando è debole e sul punto di svanire, ha più presa dentro di noi che quando è al suo apice.
Il popolo giapponese ha sempre tenuto l’autunno in grande considerazione, in particolare l’autunno inoltrato. Infatti, troviamo una moltitudine di versi dedicati all’autunno inoltrato nella poesia giapponese. I concetti, ultimamente tanto cari al mondo occidentale, di mono no aware (una profonda sensibilità dell’impermanenza delle cose), wabi-sabi (trovare bellezza nell’imperfezione e nella transitorietà), possono essere visti anche come veri e propri inni al flusso e riflusso della condizione di tutti gli esseri viventi.
È l’ultimo canto autunnale degli insetti che ha sempre colpito la sensibilità di molti giapponesi sin dal passato. Gli insetti che sentiamo ogni giorno e spesso consideriamo fastidiosi, come le cicale durante le calde estati giapponesi, non sono sempre gli stessi, i loro canti cambiano costantemente a seconda delle circostanze che stanno vivendo.
Disclaimer: le foto presenti in questo articolo non sono di mia proprietà e sono riprese dal sito dell’ente per il turismo della città di Kyōto. Durante il mio soggiorno a Kyōto nel 2004, ho scattato tantissime foto. Dopo averle sviluppate, le ho messe via in qualche scatola che ora è in Italia
Fūsō: un’ Antica Pratica Funeraria Giapponese
Il fūsō (風葬) era un’antica pratica funeraria giapponese, particolarmente diffusa a Heiankyō (平安京, Kyōto). Si sottoponevano i corpi all’azione degli elementi, e il lento processo di decomposizione, accelerato dagli avvoltoi che si nutrivano della carne dei cadaveri, dava vita a questo pratica funeraria conosciuta anche come chōsō (鳥葬). L’inizio di un viaggio ultraterreno segnato da un profondo rispetto per il ciclo della vita e della morte, un rito che oggi ci appare straniero ma che un tempo era profondamente radicato nella cultura giapponese.
Il significato spirituale del fūsō
Questo metodo di sepoltura era considerato un modo per riconsegnare il corpo e l’anima alla natura e favorirne il passaggio nell’aldilà. Un’usanza affascinante e al tempo stesso inquietante, che ci rivela un aspetto poco noto della cultura giapponese di quel periodo e che solleva speso interessanti interrogativi sulla concezione della morte e dell’oltretomba nelle società antiche.
Heiankyō
Heian-kyō (平安京) era quella che oggi definiremo una metropoli in costante crescita, con una popolazione stimata tra i 120.000 e i 130.000 abitanti. La gestione dei defunti, in una città così densamente popolata, rappresentava una sfida sanitaria e logistica di primaria importanza. Per garantire l’igiene pubblica e preservare la sacralità dei luoghi, si decise di spostare progressivamente i cimiteri al di fuori dei confini urbani. Tuttavia, la necessità di mantenerli raggiungibili costrinse autorità e abitanti a trovare un equilibrio tra la distanza dalla città e la praticità dei riti funebri.
Toribeno, il confine tra due mondi
Sulle colline di Higashiyama (東山), piu precisamente ai piedi del monte Amidagamine (阿弥陀ヶ峰) sorgeva Toribeno (鳥辺野), una delle necropoli più estese di quel periodo. Questo luogo, ricco di storia e di significati simbolici, era considerato il confine tra il mondo terreno e l’aldilà. A testimonianza di ciò, ancora oggi a Kyōto esiste il rokudō no tsuji (六度の辻, letteralmente “l’incrocio dei sei sentieri”) segnato da due monumenti di pietra. Uno di questi si erge nei pressi rokudō chinnō-ji (六道珍皇寺, un tempio buddista) mentre l’altro è posizionato a sud-est alla base della scalinata che conduceva al Toribeno. Questi due monumenti, che delimitavano simbolicamente il confine tra il mondo dei vivi e l’aldilà, sono un’eredità del passato che ci rivela molto sulla concezione della morte e dell’aldilà nella cultura giapponese.
Toribeno, luogo di eterna quiete, ha accolto nel corso dei secoli figure di spicco della storia e della letteratura giapponese. Non solo il potente reggente Fujiwara no Michinaga (藤原道長), e la consorte imperiale Fijuwara no Sadako (藤原定子), trovarono qui la loro ultima dimora, ma anche i personaggi immortali del Genji Monogatari (源氏物語) di Murasaki Shikibu, furono destinati a riposare in questo luogo.
Kūkai e l’introduzione dei riti funerari
L’antica usanza di lasciare i corpi esposti agli elementi si trasformò radicalmente quando il saggio Kūkai, recatosi nella capitale colpita da una grave epidemia, insegnò alla popolazione locale la pratica di seppellire i morti nel terreno, per contenere l’epidemia, e a pregare per loro. A tale scopo fondò anche il Gochizanrengeji (五智山如来寺). La fondazione di questo tempio fu un punto di svolta, sancendo l’abbandono progressivo di una pratica arcaica a favore di una concezione più rispettosa della morte.
Usanze funerarie nella società di periodo Heian
Nell’antica capitale giapponese le disparità sociali si riflettevano anche nelle usanze funerarie. Mentre i nobili, a partire dal rango di sanmi (三位, il terzo rango più alto all’interno della corte) godevano di elaborate cerimonie funebri e tombe, i comuni cittadini erano limitati a sepolture più semplici e spesso collettive, a causa dei costi proibitivi della cremazione (dovuto in gran parte alla grande quantità di legna da ardere necessaria), pratica quindi nota ma ristretta ad un numero ristretto di persone.
Toribeno e lo Tsurezuregusa
Un riscontro che la cremazione fosse utilizzata anche presso il Toribeno risale al periodo Kamakura (鎌倉時代, 1185-1333), quando il saggista Yoshida Kenkō (吉田兼好), con la sua proverbiale sensibilità, immortalò nell’opera intitolata Tsurezuregusa (徒然草) il seguente verso:
あだし野の露、鳥辺野の煙
adashino no tsuyu, toribeno no kemuri
La rugiada di Adashino, il fumo di Toribeno
Adashino, che si trova non distante da Arashiyama, era un’altro grande cimitero utilizzato durante il periodo Heian e dove veniva praticato il fūsō. Si racconta che Kūkai fondò il Nenbutsuji (念仏寺) e all’interno di questo tempio fece disporre 10.000 statue del Buddha per commemorare le anime di coloro che non avevano ricevuto una degna sepoltura.
Sai no Kawara
Molte di queste sono andare distrutte, sepolte e disperse nelle zone limitrofe con il passare degli anni. A metà dell’era Meiji (1868-1912), gli abitanti della zona e i funzionari del tempio iniziarono a riunire tutte le statue all’interno del perimetro del tempio in una zona conosciuta come sai no kawara (西の河原).
Il nome di quest’area deriva da sai no kawara (賽の河原) che nell’inferno buddista, è la sponda del fiume sanzu dove le anime dei bambini morti prematuramente (水の子, mizuko) sono costrette a costruire torri di pietre come punizione per aver causato gravi sofferenze ai propri genitori. Come in un limbo questo bambini costruiscono queste torri di pietra che vengono continuamente abbattute da dei demoni fino a quando Jizō Bosatsu (地蔵菩薩) non arriva in loro aiuto salvandoli da questo supplizio.
Sentō kuyō
Tutte le statue, ad oggi se contano circa 8.000, sono collocate rivolte verso il centro dove si trova una pagoda e una stato si Amida Nyorai. Le statue sono spesso paragonate a persone attente ad ascoltare un sermone del Buddha. Ogni anno passate le celebrazione del Bon migliaia di candele vengono accese in un rituale chiamato sentō kuyō (千灯供養) durante il quale le persone si raccolgono in preghiera.
Ritornando al verso dello Tsurezuregusa si può intuire come questo voglia essere una metafora, che evoca la precarietà dell’esistenza umana. L’ immagine delle statue di pietra di Adashino, costantemente bagnate dalla rugiada, l’idea di una continua presenza della morte e dell’eterno ricordo dei defunti. La rugiada, simbolo di vita e rinascita, si contrappone alla morte rappresentata dalle statue, creando un’atmosfera di profonda malinconia e riflessione sulla transitorietà della vita.
L’immagine del fumo perenne che si alza verso il cielo da Toribeno, suggerisce l’idea di una vita che continua a bruciare, di un ciclo continuo di nascita e morte. Sottolinea l’idea che la morte è una parte integrante della vita e che la memoria dei defunti rimane viva.
Toribeno: un portale verso l’aldilà
Gli storici ritengono che la scelta di Toribeno come cimitero a Heiankyō non sia stata puramente casuale o dettata solamente da necessità logistico sanitarie, ma abbia avuto anche significati più profondi. La sua posizione geografica, a est della città, era considerata propizia per il viaggio spirituale verso la saihō jōdo (西方浄土), “la terra pura occidentale”, che Amida Nyorai insegna si trovi a “dieci miliardi di terre buddhiste a ovest del mondo degli umani”. Questa credenza, radicata nel buddismo, trasformava Toribeno in un vero e proprio portale verso l’aldilà attraverso il quale le anime potessero raggiungere la terra pura a ovest.
Toribeno e il clan Taira
L’attuale Toribeno è un vasto cimitero situato vicino al Kiyomizu-dera (清水寺). Taira no Kiyomori (平 清盛), il primo leader a stabilire un governo militare in Giappone, deciso di trasferirlo in questa zona. Nelle vicinanze sorge il Rokuharamitsuji (六波羅蜜寺), tempio che oltre ad essere un importante sito storico della citta, in passato fu l’epicentro del potere del clan Taira alla fine dell’era Heian.
Il clan Taira fu una potente famiglia aristocratica che dominò il Giappone durante il periodo Heian e questo tempio fu teatro di numerosi eventi cruciali nella storia del paese, tra cui la genpei gassen (源平合戦1180-1185, “Guerra Genpei“) che vide il clan Taira opporsi a quello dei Minimoto. I giapponesi chiamano spesso questa guerra jishō juei no ran (治承寿永の乱), dalle ere Jishō (治承) e Juei (寿永) in cui si svolse.
Nonostante lo splendido paesaggio urbano della odierna Kyōto, si crede che molti luoghi con nomi che terminano con il kanji “野” in passato siano serviti come cimiteri. Questi luoghi, un tempo destinati alla sepoltura, offrono oggi uno spaccato affascinante sulla storia della città.
In Giappone siamo entrati nel periodo del kanro (寒露), uno dei nijūshisekki (二十四節気) o 24 termini solari. Questo periodo, caratterizzato dalla prima rugiada mattutina segna il pieno arrivo dell’autunno. La natura si prepara al letargo invernale offrendo uno spettacolo di colori indimenticabile: le foglie degli alberi si tingono di rosso, arancione e giallo, creando un paesaggio mozzafiato.
Kanro, il diciassettesimo termine solare
Come già scritto in altri articoli di questo blog i nijūshisekki (二十四節気) o 24 termini solari, suddividono l’anno in 24 periodi, ognuno con un nome che riflette le caratteristiche climatiche e stagionali.
Passato il lungo periodo delle piogge dello shūrin (秋霖), che accompagna l’inizio dell’autunno, l’aria si fa più fresca e i cieli più limpidi, creando uno scenario perfetto per ammirare le prime sfumature autunnali. Un periodo di transizione ricco di fascino, dove la natura si rinnova e si prepara ad affrontare il freddo invernale.
In autunno, il cielo è alto e i cavalli ingrassano.
Come recita un antico proverbio cinese:
天高く馬肥ゆる秋 Tentakaku umakoyuru aki In autunno, il cielo è alto e i cavalli ingrassano
Questo proverbio, spesso tradotto come “In autunno, il cielo è alto e i cavalli ingrassano”, sembra celebrare la bellezza e l’abbondanza dell’autunno. Tuttavia, le sue origini nascondono un significato più profondo. In realtà, questo proverbio era inizialmente un avvertimento riguardo alle tribù nomadi che, proprio in autunno, quando i loro cavalli erano più forti e ben nutriti, compivano incursioni e prendevano i villaggi.
Micro stagioni del kanro
Oltre ai 24 termini solari, esiste una divisione stagionale più dettagliata conosciuta come shichijūnikō (七十二候) che potremmo tradurre in italiano come “72 micro-stagioni”. Ciascuno dei 24 termini solari viene quindi ulteriormente diviso in tre periodi di circa cinque giorni.
Kanro si divide in tre periodi:
Kōgan-kitaru (鴻雁来): un’antica tradizione giapponese che celebra l’arrivo delle oche selvatiche. Questo evento, ricco di significato simbolico, segna l’inizio dell’autunno e l’avvicinarsi dell’inverno. Le oche, con il loro volo maestoso, sono da sempre considerate messaggere dei kami e simboli di longevità e fedeltà e sono spesso citate in poesie, canzoni e ritrarre in opere d’arte.
Kiku no Hana Hiraku (菊花開): una celebrazione dell’autunno giapponese, quando i crisantemi, simbolo di perfezione e rinascita, colorano i giardini. Questa antica espressione evoca una profonda connessione con la natura e le tradizioni nipponiche, dove i crisantemi sono protagonisti di numerose festività autunnali.
Kirigiri suto ari (蟋蟀在戸), letteralmente “i grilli cantano alla porta”, è un’espressione che evoca l’atmosfera unica dell’autunno in Giappone. Questo termine indica il periodo in cui i grilli, in particolare il suzumushi (鈴虫), o grillo campana, iniziano a cantare le loro melodiose serenate.
Il termine kirigiri-suto-ari utilizza il kanji antico “蟋蟀” (kirigirisu), che un tempo indicava genericamente i grilli. Oggi, il termine più comune è “koorogi“. L’espressione “alla porta” sottolinea l’intimità e la familiarità con cui molti giapponesi percepiscono il canto dei grilli, quasi come se fossero ospiti benvenuti nelle loro case.
Un suono inconfondibile
Il canto del grillo maschio, che si protrae per circa venti giorni durante l’autunno, è inconfondibile. Il suono prodotto dallo sfregamento delle ali ricorda quello di un dito che scorre su un pettine o, secondo la tradizione giapponese, il tintinnio di una piccola campana, da cui il nome “suzumushi“.
Una tradizione antica
L’ascolto del canto dei grilli è una tradizione profondamente radicata nella cultura giapponese. Da secoli, i giapponesi apprezzano la bellezza e la serenità del loro canto, che viene associato all’arrivo dell’autunno e alla contemplazione della natura.
Nagasaki Kunchi
Il festival dello Okunchi (おくんち) è un tesoro culturale del Giappone, che celebra la ricca storia multietnica e le tradizioni di Nagasaki. Questa antica festa, nata dalla fusione di elementi locali, cinesi, olandesi e portoghesi è un esempio straordinario di come la cultura possa evolversi e adattarsi nel corso dei secoli. Il Kunchi è molto più di una semplice festa: è un’espressione dell’identità di Nagasaki e un ponte tra passato e presente.
Nella parte settentrionale del Kyūshū, un crogiolo di culture e un’antica tradizione cinese si sono mescolati con le usanze locali, dando vita a una trilogia di spettacolari festival, noti collettivamente come i nihon sandai kunchi (日本三大くんち), ovvero i “Tre Grandi Festival Kunchi del Giappone”. Ciascuno di questi eventi, un vero e proprio capolavoro di coreografia e tradizione, offre uno spettacolo unico e indimenticabile. Il più famoso, quello di Nagasaki, è un trionfo di colori e suoni che incanta ogni anno migliaia di spettatori. Ma anche l’Hakata Kunchi di Fukuoka e il Karatsu Kunchi, con le loro sfilate e danze tradizionali, animano le città con un’energia contagiosa, trasformandole in veri e propri palcoscenici a cielo aperto.
Si dice che questo festival abbia avuto origine a Nagasaki nel 1634, quando una prostituta dedicò una rappresentazione conosciuta con il nome di komai (小舞), un’espressione artistica che rifletteva la vibrante cultura multietnica della città, al santuario di Suwa (諏訪神社, suwajinja) la dimora del kami protettore di Nagasaki. Da quel momento, il festival è cresciuto in modo esponenziale, radicandosi profondamente nel cuore dei cittadini e diventando un vero e proprio patrimonio culturale.
Durante i tre giorni di festa, i vari quartieri della città, gli odocchō (踊町), si sfidano in spettacolari rappresentazioni tradizionali, un mosaico di influenze culturali che spazia dalla Cina all’Olanda e al Portogallo. Queste esibizioni, riconosciute come Beni Culturali Folklorici Intangibili dal governo giapponese, sono un tesoro vivente che celebra la storia e l’identità culturale di Nagasaki.
Fonte: foto dell’autore. Nagasaki Kunchi 2024
L’autunno, con le sue giornate miti e le notti che si allungano lentamente, invita a godere appieno della natura. Le foglie degli alberi si tingono di mille colori, creando paesaggi mozzafiato perfetti per lunghe passeggiate o picnic all’aria aperta. Un’atmosfera magica avvolge i parchi e i giardini, rendendo questo periodo dell’anno ideale per rilassarsi e ricaricare le energie prima dell’arrivo dell’inverno.
L’uomo, da sempre affascinato dagli astri, ha rivolto al cielo notturno e alla sua candida regina uno sguardo colmo di reverenza e meraviglia. Il termine jūsanya (十三夜), mutuato dall’antico calendario lunare giapponese, indica la tredicesima notte di ogni mese lunare. In particolare, si riferisce all’osservazione lunare che si celebra il 13° giorno del decimo mese lunare. Circa un mese dopo il più celebre jūgoya (十五夜), il jūsanya è considerato la seconda notte dell’anno in cui il nostro satellite naturale emana una luce di straordinaria bellezza. Per questo motivo, viene spesso denominata la “luna successiva”, nochi no tsuki (後の月), ed è da sempre una tradizione profondamente radicata nella cultura nipponica.
A differenza del jūgoya, con le sue radici affondate nella tradizione cinese, il jūsanya è un’usanza esclusivamente nipponica che pone l’accento sulla gratitudine per i frutti della terra, in particolare per il ricco raccolto autunnale, specialmente nelle regioni dove la mietitura del riso è giunta al termine. In un’epoca in cui l’uomo si affidava al ciclo lunare per scandire il tempo, la luna rivestiva un ruolo centrale nella vita quotidiana.
È un equivoco comune pensare che il jūsanya, che cade il 13° giorno del nono mese lunare, corrisponda sempre al 13 ottobre del nostro calendario. In realtà, il calendario lunare e quello gregoriano non sono perfettamente sincronizzati. Il primo, basato sulle fasi lunari, è più breve di circa undici giorni rispetto al secondo. Di conseguenza, la data esatta del jūsanya nel nostro calendario varia di anno in anno, collocandosi generalmente tra i primi di ottobre e i primi di novembre. Inoltre, poiché il ciclo lunare non è costante, anche la luna piena del jūgoya può subire delle fluttuazioni di un giorno rispetto all’anno precedente.
Il calendario lunare ha inizio con la luna nuova ogni mese. La luna piena si verifica tipicamente tra il 14° e il 17° giorno. Il jūgoya, che cade il 15° giorno, presenta una luna piena o quasi piena. Nonostante durante la notte del jūsanya la luna sia leggermente calante, è considerata la seconda notte dell’anno più propizia per ammirare la candida regina della notte.
Le origini del jūsanya
Come per altre tradizioni anche le origini del jūsanya sono avvolte nel mistero, ma la tradizione più accreditata le attribuisce un’origine imperiale. Si narra che l’Imperatore Daigo (醍醐天皇), durante il florido periodo Heian (794-1185) organizzasse sontuosi banchetti sotto la luce della luna, intrattenendo i suoi nobili ospiti con raffinate poesie. Un’altra testimonianza letteraria, risalente al tardo periodo Heian, descrive un meigetsu no utage (名月の宴), un “banchetto della luna piena”, durante il quale l’Imperatore Uda (宇多天皇) compose un verso di ammirata contemplazione della luna, a riprova di una pratica già profondamente radicata nella cultura di corte.
Nella tradizione nipponica, sia la quindicesima che la tredicesima notte del mese lunare sono considerate occasioni propizie per l’osservazione della luna. Tuttavia, ammirare solo una di queste due lune, usanza nota come katamitsuki (片見月) o katatsukimi (片月見), è considerato di cattivo auspicio, portando sfortuna a chi lo fa. Al contrario, l’osservazione congiunta della quindicesima e della tredicesima notte, denominata futatsuki (二夜の月), è considerata un rito propiziatorio, simbolo di armonia e buon auspicio.
Due lune, un’unica magia: nochi no jūgoya e nochi no jūsanya
Negli anni in cui si verifica un uruuzuki (閏月), un mese intercalare inserito tra settembre e ottobre per sincronizzare il calendario lunare con quello solare, si ha la fortunata opportunità di celebrare due volte sia lo tsukimi del 15 che quello del 13. Queste seconde celebrazioni sono denominate rispettivamente nochi no jūgoya (後の十五夜) e nochi no jūsanya (後の十三夜), letteralmente “successivo quindicesimo giorno del mese lunare” e “successivo tredicesimo giorno del mese lunare”. Tale evento astronomico offre agli appassionati un doppio appuntamento con la candida regina della notte.
Nelle regioni orientali del Giappone, un’ulteriore celebrazione lunare, il tookanya (十日夜), si svolge il 10 ottobre del calendario lunare. A differenza dello tsukimi, focalizzato sull’aspetto estetico della luna, il tookanya ha un significato più profondo, intrinsecamente legato ai ritmi della natura e ai cicli agricoli. Si credeva, infatti, che la luna di quella notte segnasse la conclusione dei lavori nei campi, diventando così un simbolo di ringraziamento per i frutti della terra e di auspicio per il futuro.
Perché sono importanti queste celebrazioni?
Queste tradizioni millenarie testimoniano l’intima connessione che il popolo giapponese ha sempre intrattenuto con i ritmi della natura. L’osservazione della luna, oltre a essere un momento di soave contemplazione, era un rituale che scandiva i tempi dell’agricoltura e della vita comunitaria, esprimendo gratitudine per i doni della terra. Si credeva, infatti, che un cielo stellato durante queste celebrazioni fosse un presagio di abbondanza e benessere per l’anno venturo.
Radicate nel cuore della cultura giapponese, sono state per secoli un potente collante sociale, riunendo le comunità attorno a un rito condiviso. Osservare la luna insieme ai propri cari era un modo per rafforzare i legami familiari e amicali, tramandando di generazione in generazione un patrimonio di valori e tradizioni.
Nonostante l’incalzare della modernità, l’antica usanza di osservare la luna resiste tenacemente, tramandata come un prezioso patrimonio culturale. In un mondo sempre più frenetico, l’atto di volgere lo sguardo al cielo notturno offre un’ancora di salvezza, un momento di pausa per riconnettersi con le proprie radici e con i cicli naturali.
Quest’anno, la luna ha illuminato il cielo giapponese con una luminosità inusuale in occasione del jūgoya, che è caduto il 17 settembre, un martedì. E a breve, il 15 ottobre, sempre di martedì, sarà la volta del jūsanya. Questi appuntamenti annuali con la luna, dettati dall’ instancabile moto del nostro satellite, sono per noi un’occasione imperdibile per celebrare la bellezza effimera della natura e rinsaldare i legami familiari.
La luna dei fagioli e delle castagne
Il jūsanya è noto anche come mame meigetsu (豆名月), la “luna dei fagioli”, o kuri meigetsu (栗名月), la “luna delle castagne”. Questi nomi evocativi ci riportano alle antiche usanze agricole, quando i raccolti autunnali di fagioli e castagne venivano offerti alla luna in segno di gratitudine. Un rito che celebrava non solo l’astro luminoso, ma anche i frutti della terra e i sapori inconfondibili della stagione autunnale.
Offerte esclusive per la notte del jūsanya
Nella suggestiva atmosfera del jūsanya si rinnova l’antico rituale di offrire alla luna i frutti più pregiati della terra. Un gesto di profonda gratitudine che fortifica il legame ancestrale con la divinità celeste.
Similmente al jūgoya, anche in questa occasione si offrono i deliziosi tsukimi-dango (月見団子), dolcetti di riso dalla forma sferica che simboleggiano la luna piena. Tuttavia, per il jūsanya si segue una disposizione particolare: nove dango al primo livello e quattro al secondo, a rappresentare un auspicio di abbondanza e prosperità. Questi doni vengono esposti in un luogo visibile alla luce lunare o nel tradizionale tokonoma, l’alcova presente in molte case giapponesi dove si ê soliti esporre gli oggetti più preziosi seguendo spesso il ritmo delle stagione come usa fare mia moglie.
Assieme ai dango, si offrono altri prodotti del raccolto autunnale: castagne, grappoli d’uva succosa e altre prelibatezze di stagione. Ogni frutto è un omaggio alla generosità della natura e un augurio di fertilità per l’anno venturo.
Un elemento imprescindibile delle offerte è il susuki (すすき), il miscanto dalle lunghe e sottili spighe. Questa graminacea, considerata un yorishiro (依代), un tramite sacro per comunicare con gli spiriti, è da sempre venerata per la sua capacità di invitare e accogliere le divinità celesti. Si narra che il suo fusto cavo sia il rifugio degli kami (神), gli spiriti ancestrali.
Mia moglie di solito mette il susuki in un vaso, spesso in compagnia di altri fiori autunnali. Inoltre, si crede che le affilate lame del miscanto abbiano il potere di allontanare gli spiriti maligni e proteggere le case dalle calamità. Per questo motivo, dopo la notte del jūsanya è consuetudine appendere le spighe di miscanto all’ingresso delle abitazioni, per proteggere le famiglie dalle energie negative.
Da millenni, la cultura giapponese intreccia indissolubilmente l’esistenza umana con i ritmi della natura. L’osservazione della luna, un rito ancestrale, ci invita a rendere omaggio all’autunno, un periodo di abbondanza e trasformazione. In un’epoca dominata dalla frenesia, concedersi un momento di contemplazione sotto la luce lunare rigenera l’anima, un modo per riconnettersi con le proprie radici e ritrovare un profondo senso di pace interiore.
La maggior parte delle persone associa indubbiamente questo giorno all’equilibrio perfetto tra luce e oscurità, un equinozio celeste che segna l’esatto momento in cui il sole attraversa l’equatore celeste. Sebbene nel 2024 shūbun no hi (秋分の日) cada il 22 settembre, la data è soggetta a minime fluttuazioni annuali, dettate da precisi calcoli celesti. Negli ultimi anni, questa festività ha acquisito un’importanza crescente per i giapponesi, diventando unpunto di riferimento culturale che spesso incide sulla durata della Golden Week autunnale, meglio conosciuta come “Silver Week“. L’autunno si conferma la stagione prediletta per i viaggi itineranti e lo svago all’aria aperta.
Una Festa Nazionale Unica
Lalegislazione nipponica, nel 1948, ha sancito loshūbun no hi, l’equinozio d’autunno, quale festività nazionale, consacrando un legame profondo tra l’uomo e i ritmi cosmici. Sebbene nel 2024 ricada il 22 settembre, la data esatta di tale ricorrenza è soggetta a minime oscillazioni annuali, determinate dai complessi movimenti celesti del sole.
Questa consuetudine di ancorare una festività a fenomeni celesti è un tratto distintivo del calendario giapponese, un vero e proprio patrimonio culturale unico nel panorama internazionale. È interessante notare come lo shūbun no hi si inserisca nel più ampio contesto dei nijūshisekki (二十四節気), un raffinato sistema di divisione dell’anno in termini solari di origine cinese, adottato e rielaborato dalla tradizione nipponica.
L’equinozio è un istante cosmico preciso in cui il sole, nel suo percorso apicale, raggiunge lo zenith sull’equatore terrestre. Questo fenomeno astronomico, frutto dell’intersezione tra l’eclittica del sole e l’equatore celeste, segna l’equilibrato connubio tra luce e oscurità, un momento di perfetta simmetria cosmica. In questi giorni, luce ed oscurità hanno la stessa durata, celebrando un’effimera armonia tra le forze celesti.
Equinozi in Giappone: un viaggio tra passato e presente
Il Giappone, da sempre terra di tradizioni millenarie e di un profondo reverenziale rispetto per la natura e gli antenati, celebra due importanti festività legate agli equinozi: lo shūbun no hi (秋分の日), l’equinozio d’autunno, e lo shunbun no hi (春分の日), l’equinozio di primavera.
Dalla corte imperiale al cuore del popolo
Prima della Seconda Guerra Mondiale, questi equinozi erano legati a cerimoniali più formali e riservati alla corte imperiale. L’equinozio d’autunno, ad esempio, era conosciuto come shūki-kōreisai(秋期皇霊祭), un solenne rito dedicato al ricordo degli spiriti ancestrali dei precedenti imperatori e della famiglia imperiale. Similmente, lo shunbun no hi era chiamato shunki-kōreisai(春季皇霊祭).
Con la fine del conflitto mondiale e l’inizio di un nuovo capitolo nella storia del Giappone, queste festività hanno subito una profonda metamorfosi. Nel 1948, sia l’equinozio d’autunno che quello di primavera sono stati ridefiniti, diventando celebrazioni più inclusive e aperte a tutti i cittadini.
Lo shūbun no hi è diventato un momento per onorare non solo gli antenati imperiali, ma tutti i defunti, in particolare coloro che hanno sacrificato la vita durante il conflitto. È un giorno dedicato alla contemplazione, alla gratitudine e al ricordo dei propri cari.
Lo shunbun no hi invece, è stato consacrato alla celebrazione della rinascita della natura e alla speranza per il futuro. È un momento per esaltare la bellezza della primavera e per ringraziare per la vita.
Shūbun no hi e higan
L’equinozio d’autunno è anche conosciuto come higan no chūnichi (彼岸の中日), “il giorno centrale dello higan“. Ma cosa significa esattamente “higan” e perché è così strettamente legato all’equinozio d’autunno?
Ohigan
L’equinozio d’autunno, insieme ai tre giorni precedenti e successivi, costituisce un periodo di sette giorni noto come aki no ohigan (秋のお彼岸), letteralmente “higan d’autunno”. Il primo giorno è chiamato higan-iri (彼岸入り), “inizio dello higan” mentre l’ultimo giorno higan-ake (彼岸明け), “fine dell’Ohigan”. Il giorno centrale, che risulta essere l’equinozio d’autunno stesso, è chiamato higan no chūnichi (彼岸の中日), “il giorno centrale dell’Ohigan”.
Higan e shigan
Questa usanza, tipicamente giapponese, ha origini antiche, risalenti addirittura al periodo Heian (794-1185). Nel buddismo, il mondo in cui si crede risiedono i nostri antenati, ovvero un luogo di illuminazione, è chiamato higan (彼岸, letteralmente l’”altra sponda”), mentre il nostro mondo, pieno di turbolenze e affanni, è chiamato shigan (此岸 , letteralmente “questa sponda”).
Poiché nell’equinozio d’autunno la durata del giorno e della notte è quasi identica, si credeva che in questo periodo la distanza tra il nostro mondo e quello dei nostri antenati fosse minima, rendendo più facile esprimere loro la nostra gratitudine. Da qui ha origine la tradizione dell’Ohigan.
Pertanto, il periodo intorno all’equinozio d’autunno è dedicato al culto degli antenati, con visite alle tombe di famiglia e offerte all’altare buddista.
Anche l’equinozio di primavera, con i suoi tre giorni precedenti e successivi, è chiamato Ohigan. Ma di questo ne parleremo in un altro articolo.
Ohagi
Durante l’equinozio d’autunno, il giorno centrale del periodo dello higan è consuetudine consumare gli ohagi (おはぎ). Esistono varie teorie legate alle origini di questa tradizione. Quella prevalente sostiene che la pratica ebbe inizio quando i fagioli rossi azuki, venerati per la loro capacità di allontanare gli spiriti maligni, furono presentati come offerte agli antenati.
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L’ohagi è uno dei dolci tradizionali giapponesi che le persone consumano durante l’autunno. I giapponesi lo preparano cuocendo il riso glutinoso e pestandolo leggermente fino a quando la metà dei grani rimane intatta, quindi lo cospargono di pasta di fagioli, farina di soia e semi di sesamo.
L’ ohagi deve il suo nome dal fiore stagionale l’hagi (萩), o trifoglio giapponese, che fiorisce proprio in questo periodo e che nelle tradizione giapponese rappresenta la gratitudine per le benedizioni del raccolto.
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Gli ohagi sono simili ai botamochi ma i primi sono serviti esclusivamente durante l’autunno e il botamochi in primavera. E tradizione in certe famiglie giapponese onorare gli spiriti dei loro antenati preparando in casa gli ohagi, per poi offrirli sia sul butsudan sia a parenti e vicini come segno di amicizia. È una tradizione tramandata in Giappone sin dal periodo Edo (1603-1868). (Quelli della foto sono stati fatti in casa dalla zia di mia moglie)
I fagioli azuki
I fagioli azuki, un alimento di base nella dieta giapponese fin dal periodo Jomon, sono da lungo tempo profondamente radicati nel patrimonio culinario della nazione. Mentre lo zucchero, una preziosa merce in epoche passate, elevò l’ohagi allo status di dolce di lusso, in particolare modo tra la gente comune del periodo Edo.
Nel tempo questo semplice dolce si è evoluto in un’offerta per la venerazione degli antenati fungendo contemporaneamente come mezzo per invocare protezione divina contro le forze maligne e pregare per la buona salute di tutta la famiglia.
La somiglianza tra i fiori di hagi e i fagioli azuki diede origine fece si che all’inizio il nome di questo dolce fosse ohagimochi (御萩餅). Nel tempo, il suffisso “mochi” (餅) fu gradualmente omesso, risultando nella forma contemporanea, “ohagi“, scritta in hiragana おはぎ.
La misteriosa bellezza degli higan-bana
Con i suoi petali di un rosso fiammeggiante e la sua forma esoterica, il manjushage (曼珠沙華) cattura lo sguardo di chiunque si trovi in Giappone durante l’autunno. Questo fiore, noto anche come higanbana(彼岸花), cela un significato profondo, radicato nella tradizione buddista e shintoista. In sanscrito, manjushage significa letteralmente “fiore che sboccia nel paradiso”, evocando immagini di serenità e bellezza ultraterrena.
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Tipico fiore autunnale, il manjushagesboccia proprio nel periodo dello shūbun, offrendo uno spettacolo di rara bellezza che dura circa una settimana. Da qui il nome higan-bana, o “fiore dello higan“, che lo lega indissolubilmente all’equinozio d’autunno e alle celebrazioni dedicate agli antenati. Originario della Cina, in Giappone si è naturalizzato, diventando un simbolo dell’autunno e popolando i cimiteri, le risaie e i bordi delle strade.
Higanbana: un velo di mistero e fascino
Proprio perché crescono spesso in prossimità dei luoghi sacri, gli higanbana hanno guadagnato appellativi carichi di mistero come yūrei-bana (幽霊花), “fiore dei fantasmi”, o shibito-bana (死人花)”fiore dei morti”, alimentando così un’aura di inquietudine e fascino.
Un guardiano velenoso
La presenza di questi fiori in questi luoghi non è casuale: essi contengono alcaloidi letali, concentrati soprattutto nel bulbo. Ingerirli può provocare convulsioni spasmodiche, difficoltà respiratorie e persino la morte. Si narra che un tempo le persone fossero solite piantarli ai confini dei campi, nelle risaie o nei pressi delle tombe di famiglia per tenere a bada creature infestanticome talpe e topi, sfruttandone la tossicità. Questa antica usanza ha lasciato un’impronta indelebile, regalandoci oggi uno spettacolo diincomparabile bellezza in occasione dell’equinozio d’autunno.
In Giappone, ci sono numerosi luoghi che offrono la possibilità di ammirare distese di manjushage. Tra questi, il “Kinchakuda Manjushage Kōen” di Hiki, nella prefettura di Saitama, è famoso per la sua vastità e la sua bellezza mozzafiato.
Un momento di riflessione
Come avevo riportato in un precedente contributo un detto giapponese che recita.
「暑さ寒さも彼岸まで」
Atsusa samusa mo higan made
“Il caldo e il freddo finiscono con lo Higan“
Questa saggia massima popolare ci ricorda come, in corrispondenza degli equinozi di primavera e d’autunno, il clima inizi gradualmente a mitigarsi, segnando un delicato passaggio verso una nuova stagione.
L’equinozio d’autunno, in particolare, sancisce l’inizio di un periodo caratterizzato da temperature clementi e piacevoli, in netto contrasto con le torride giornate estive. Sebbene oggi possa sembrare una data come tante altre, in passato l’equinozio d’autunno rivestiva un significato sacrale, essendo dedicato al ricordo e al rispetto dei nostri antenati, e alla gratitudine per i doni della vita.
Ricordare i nostri cari che ci hanno preceduto e apprezzare le piccole gioie della quotidianità è un modo sublime per affrontare questo periodo dell’anno, intriso di malinconica bellezza.
Chi ha avuto modo di seguire l’adattamento animato o di leggere il manga di Jujutsu Kaisen (呪術廻戦) ricorderà certamente l’iconica scena dell’intervento di Tōdō Aoi (東堂葵) durante l’”Incidente di Shibuya“, in cui salva Itadori Yuji dall’attacco mortale di Mahito. In questa sequenza cruciale, l’autore affida al personaggio di Tōdō una frase che riecheggia antiche saggezze:
Il suono delle campane del Gionshōja (祇園精舎) ci ricorda che tutti i fenomeni di questo mondo sono in costante cambiamento. Il colore dei fiori di sara (娑羅), invece, rappresenta la verità secondo cui anche i più prosperi sono destinati a declinare. Ma, noi siamo destinati a splendere in eterno!
Questo passaggio esprime l’idea che ogni ascesa ha un suo tramonto. Eppure, Todō sfida questa legge universale, affermando: “Noi siamo destinati a splendere in eterno!” riferendosi a Itadori Yuji.
Questa affermazione, ricca di simbolismo e riferimenti religiosi, avrà sicuramente suscitato curiosità tra i lettori piu attenti e curiosi.
Heike Monogatari
Vi chiederete sicuramente quale connessione ci sia con lo Heike Monogatari (平家物語). Ebbene, queste parole ne rappresentano l’incipit, l’inizio di una delle più celebri epopee giapponesi. lo Heike Monogatari, classificabile come gunki monogatari (軍記物語, “cronaca di guerra”), narra l’ascesa e la caduta del clan Taira, e della sua rivalità con il clan dei Minamoto. Considerato un pilastro della letteratura giapponese, offre uno sguardo vivido sul tumultuoso mondo del Giappone feudale.
Il Gionshōja
Sebbene il nome “Gion” possa farti pensare a un tempio di Kyōto, il nome Gionshōja si riferisce in realtà a un monastero buddista che esisteva nell’India antica. È un comune equivoco pensare che si trovi in Giappone.
Il dizionario del buddismo riporta che il nome si riferisce a un monastero che si trovava a Shravasti, la capitale del regno di Kosala nell’antica India. Si racconta che Sudatta, un ricco mercante di Shravasti, impiegò la sua fortuna personale per acquistare il giardino del principe Jeta e costruì lì un monastero per Buddha e la sua comunità monastica.
Poiché il monastero fu costruito sul giardino del principe Jeta, fu tradotto in cinese come “Gijū” o “Gion“.
La divinità protettrice di questo monastero era Gōzutennō (牛頭天皇). In Giappone, fu costruito un santuario dedicato a questa divinità, che divenne il centro dell’attuale quartiere di Gion a Kyōto.
È così che il nome “Gion” si diffuse in Giappone. Sebbene il termine “Gionshōja” suoni molto giapponese, in realtà è un nome importato dall’India insieme al Buddhismo.
Per inciso, il santuario di Gion fu rinominato Yasakajinja (八坂神社) durante la separazione tra Shintoismo e Buddhismo nel periodo Meiji, e oggi è famoso in tutto il Giappone per il Gion Matsuri.
L’impermanenza
Lo Heike Monogatari inizia con questi versi potenti e ricchi di significato: il suono delle campane del monastero di Gion. Questo tintinnio, ci ricorda l’autore, è un costante memento mori, un richiamo alla shōgyō mujō (諸行無常), l’impermanenza di ogni esistenza. Un’idea ulteriormente rafforzata dall’immagine dai due alberi di sara (沙羅双樹), effimeri come la vita stessa, che secondo la tradizione buddhista erano presenti al momento del parinirvana del Buddha. Questo ci insegna che ogni esistenza, per quanto gloriosa, è destinata a finire.
Shōgyō mujō
Shōgyō mujō, o impermanenza è un concetto buddista che indica la natura impermanente di tutti i fenomeni. Suggerisce che tutto nell’universo è in costante cambiamento e nulla rimane statico. Nel buddismo, mentre la morte è considerata sofferenza, la vera sofferenza deriva non dalla morte stessa, ma dal desiderio di essere permanenti in un mondo che è intrinsecamente impermanente.
Una volta compreso il concetto di shōgyō mujō , possiamo vedere come il nostro desiderio di cose immutabili, come l’amore costante o un lavoro stabile, spesso porta a sofferenze inutili. Riconoscere la natura impermanente del mondo può aiutare ad alleviare questo tipo di ansia.
Il Gionshōja, dove il Buddha tenne molti dei suoi sermoni, era un luogo di profonda spiritualità. In particolare, il mujōdō (無常堂), il “padiglione dell’impermanenza”, era dedicato alla contemplazione della transitorietà dell’esistenza. Qui, al momento della morte di un monaco, il suono dolce di piccole campane di cristallo dette hari annunciava la fine di una vita terrena, invitando alla riflessione sulla natura ciclica dell’esistenza.
Il suono delle campane di Gion, dunque, non è solo un semplice segnale funebre, ma un invito a considerare la vita e la morte alla luce della shōgyō mujō e del concetto di jōsha hissui (盛者必衰) l’inevitabile declino di ogni cosa. I fiori di sara e il mujōdō si intrecciano a questo suono, creando un’atmosfera di profonda spiritualità e malinconica bellezza.
Jōsha hissui
“Coloro che prosperano sicuramente declineranno”, questo è il significato del termine jōsha hissui. È un concetto buddista radicato nell’idea dell’impermanenza ed è un insegnamento che suggerisce che anche coloro che sperimentano una grande prosperità alla fine declineranno, poiché tutto in questo mondo è impermanente. Nel mondo degli affari e dello sport, spesso vediamo esempi di questo: anche gli individui più di successo alla fine si ritirano e vengono sostituiti da nuove stelle. Similmente, anche le tendenze e le mode popolari alla fine svaniscono.
Sarasōja, i due alberi di sara
L’albero di sara è considerato uno dei tre alberi sacri nel buddismo perché si dice che Buddha sia passato a miglior vita sdraiato sotto due di questi alberi. Secondo la leggenda, questi alberi si seccarono al momento del passaggio di Buddha e poi fiorirono magnificamente con fiori bianchi.
Provate a rileggere questo passaggio del manga o rivedete la punta dell’anime con una comprensione più profonda di concetti legati al Gionshōja , l’impermanenza di tutte le cose e l’inevitabile declino dei prosperi, per averne un’esperienza completamente nuova e profonda. È un promemoria che la conoscenza e l’apprendimento modellano davvero il modo in cui percepiamo il mondo che ci circonda.
Disclaimer: le connessioni tra il personaggio di GojōSatoru e i concetti buddhisti presentate in questo articolo sono frutto di un’analisi personale e di una passione per entrambe le tematiche. È importante sottolineare che non esiste una conferma ufficiale da parte dell’autore, Gege Akutami, riguardo a queste influenze. Questo articolo vuole essere un invito alla riflessione e all’approfondimento, stimolando il lettore a scoprire autonomamente le molteplici sfaccettature di Jujutsukaisen.
Chi non conosce Gojō Satoru (五条悟), il potente stregone di Jujutsu Kaisen? Il suo ryōiki-tenkai (呪術回線), o “espansione del dominio”, ha lasciato tutti a bocca aperta, soprattutto durante lo scontro con Jōgo (漏瑚). Ma sapevate che dietro la forza straordinaria di Gojō si nasconde un segreto legato a una delle religioni più antiche e affascinanti del mondo? Il concetto di muryōkūsho (無量空処), o “vuoto infinito”, che caratterizza il suo potere, ha radici profonde nel buddhismo. Scopriamo insieme come la spiritualità buddista abbia ispirato la creazione di uno dei personaggi più amati dei manga e anime.
Gojō Satoru
Il nome di Gojō Satoru nasconde un profondo significato. Satori (悟り) significa “illuminazione” in giapponese, un concetto chiave nel Buddhismo che indica un risveglio spirituale, la liberazione dall’illusione e il raggiungimento della verità eterna trascendendo la nascita e la morte, il Nirvana. È interessante notare come questo nome risuoni perfettamente con il suo personaggio: Gojō, infatti, è spesso raffigurato in pose che ricordano quelle dei Buddha, come quando, durante un combattimento cruciale, contro Fushiguro Tōji, assume la posizione del Buddha Shakyamuni, pronunciando le parole, tenjō tengen yuiga dokuson (天上天下唯我独尊), che significano “in cielo e in terra io sono l’unico ad essere onorato”. Questa posa iconica, con l’indice della mano destra alzato verso il cielo e quello della mano sinistra verso la terra, è un chiaro riferimento al momento della sua illuminazione. Un dettaglio che non può sfuggire ai lettori più attenti e che aggiunge un ulteriore livello di profondità al personaggio. Tenjō tengen yui ga dokuson, oltre al riferimento alla posa del Buddha si racconta siano state le sue prime parole pronunciate al momento della nascita.
Rikugan
Il sesto occhio, o rikugan (六眼) in giapponese, nella storia raccontata da Akutami è una capacità innata che si risveglia sporadicamente all’interno del clan Gojō attraverso occhi di un colore azzurro intenso, scintillanti di un’energia innaturale. Non si tratta solo di una caratteristica estetica, ma di una vera e propria porta verso un mondo sensoriale superiore. Grazie al rikugan, il possessore può manipolare l’energia maledetta con una precisione e una potenza inimmaginabili, sbloccando tecniche potentissime come la mukagenjujutsu (無下限呪術), o tecnica dell’infinito. Si dice che un antenato del potente Gojō, vissuto addirittura prima del periodo Edo, possedesse già questa combinazione letale. Un potere incredibile che rende Gojō Satoru uno stregone senza pari negli ultimi 400 anni.
Gogen, i cinque occhi del buddismo
Hai mai sentito parlare dei gogen (五眼), i “cinque occhi” del buddismo? Sono un po’ come dei super poteri spirituali che permettono di vedere oltre la realtà che conosciamo. Immagina di avere un occhio che ti permette di guardare nei cieli e vedere i reami celesti, o un altro che ti fa capire la vera natura delle cose, svelando i segreti dell’universo.
l’idea di base che c’è dietro il rikugan che si vede in Jujutsu Kaisen molto probabilmente derivano proprio dal concetto gogen. Nella tradizione buddista, i “cinque occhi” rappresentano cinque tipi di visione spirituale che essere vivente può ottenere durante il suo percorso verso l’illuminazione.
L’occhio fisico (肉眼 – nikugan): rappresenta la percezione sensoriale ordinaria, limitata al mondo materiale. L’occhio celeste (天眼 – tengen): è la capacità di vedere al di là del mondo materiale, di percepire i reami celesti o altre dimensioni. L’occhio saggio (慧眼 – egen): è la capacità di discernere la verità, di penetrare l’illusione e di comprendere la natura delle cose. L’occhio della legge (法眼 – hōgen): è la capacità di vedere la legge universale, il dharma, e di comprendere le relazioni causali. L’occhio del Buddha (仏眼 – butsugen): è la visione completa e perfetta della realtà, raggiunta solo da un essere illuminato.
Immagina un percorso spirituale come una lunga scalinata. Ad ogni gradino, la nostra percezione della realtà si affina, si amplia. I gogen rappresentano proprio questi gradini. Dal nikugan, l’occhio fisico che ci permette di vedere il mondo materiale, si arriva al butsugen, l’occhio del Buddha, che ci svela la vera natura delle cose. È un viaggio meditativo, che ci porta da una percezione limitata e superficiale a una comprensione profonda e completa della realtà.
Questa classificazione in cinque livelli della percezione è un modo per descrivere il percorso spirituale di un individuo, dalle prime esperienze sensoriali fino alla realizzazione finale della verità. Originariamente buddista, è stata adattata e utilizzata in vari contesti filosofici e religiosi. L’idea di base è quella di suddividere la percezione in cinque categorie sempre più raffinate, che vanno dalla percezione sensoriale più semplice (l’occhio fisico) fino alla comprensione profonda e completa della realtà (l’occhio del Buddha). Questa classificazione a cinque livelli della percezione è un modo per descrivere il percorso spirituale di un individuo, dalle prime esperienze sensoriali fino alla realizzazione finale della verità.
Gogen e rikugan
Se il gogen rappresenta una porta d’accesso a una dimensione percettiva più vasta, il rikugan ne è l’evoluzione naturale. Chi possiede il rikugantrascende i limiti del gogen, acquisendo una comprensione più profonda e raffinata della realtà. Mentre il gogen permette di percepire tutte le entità all’interno del dominio buddhista (per usare linguaggio legato all’opera), il rikugan si spinge oltre, includendo fenomeni più sfuggevoli come la forze demoniache e gli incantesimi. È come passare da una visione monocromatica a una a colori, o meglio, a una visione che comprende anche le frequenze invisibili allo spettro visibile.
Satoru, con la sua capacità di comprendere e interagire con le forze spirituali, non si limita a percepire l’essenza delle cose (gogen), ma ne penetra i meccanismi più profondi. Questa capacità innata gli permette di individuare e analizzare qualsiasi tipo di energia, permettendogli di anticipare le mosse dei suoi avversari e di manipolare l’energia spirituale a suo piacimento.
Il colore degli occhi
Hai mai pensato che i colori potessero nascondere significati profondi? Nel Buddhismo, i cinque colori, chiamati gohsiki (五色), non sono semplici sfumature, ma veri e propri portali verso una comprensione più profonda dell’universo e di noi stessi.
Il colori, nel buddhismo, non sono solo una percezione visiva, ma un ponte profondo che collega l’uomo all’universo. Ogni tinta, con la sua vibrazione unica, è legata a un elemento, una direzione e un significato simbolico, offrendo una chiave di lettura per comprendere l’armonia cosmica.
Guardando verso l’oriente, all’alba, lo sguardo si posa su un cielo che si tinge di blu. Questo colore, nell’immaginario buddhista, simboleggia l’infinito, il cielo, e il potere curativo. È associato all’elemento acqua, che nutre e purifica. Il blu, infatti, invita alla calma e alla riflessione, favorendo la connessione con il proprio io più profondo.
Ruri (瑠璃), il lapislazzulo, è una gemma di un blu intenso che, nella tradizione buddhista, è considerata una delle sette gemme piu preziose. Si narra che provenga dal Monte Sumeru, il centro dell’universo buddhista, e sia una delle sette gemme preziose. Il lapislazzulo, con la sua profondità e luminosità, rappresenta la saggezza e la compassione, due qualità fondamentali per raggiungere l’illuminazione.
Essere consapevoli di questi colori nella vita quotidiana è estremamente utile per mantenere un’armonia con la natura e perseguire la tranquillità mentale. Gli insegnamenti buddhisti sui cinque colori ci guidano verso una comprensione dell’equilibrio tra il mondo materiale e quello spirituale, arricchendo così la nostra mente.
È interessante notare come il personaggio di Gojō Satoru, con i suoi intensi occhi azzurri, possa essere visto come una rappresentazione simbolica di questa saggezza. I suoi occhi, come il lapislazzulo, potrebbero suggerire una profonda comprensione del mondo e una capacità di vedere oltre l’apparenza, portatori di una concentrazione meditativa profonda che permette di penetrare la vera natura delle cose. Nel buddhismo, il blu è spesso associato a questo stato di quiete e di illuminazione, e gli occhi di Gojō potrebbero essere una visualizzazione artistica di questa profonda connessione con l’universo.
Muryōkūsho, perché l’espansione del dominio di Gojō Satoru è così potente?
Immagina uno spazio infinito, senza limiti, dove non esiste né tempo né distanza. Questo è il muryōkūsho (無量空処). Quando Gojō attiva il suo dominio, trascina chiunque si trovi nelle vicinanze in questo spazio infinito. All’interno di questo dominio, lo stregone ha il controllo assoluto su tutto: spazio, tempo, e persino le leggi della fisica.
Pensa a un pesce in una piccola pozza d’acqua. Per quanto il pesce si sforzi di nuotare verso l’orizzonte, si ritrova sempre nello stesso punto. Questo è ciò che accade agli avversari di Gojō all’interno del suo dominio: non importa quanto cerchino di scappare, sono intrappolati in uno spazio infinito senza via d’uscita. È una combinazione di potere assoluto, controllo totale dello spazio e del tempo, e una percezione infinita. Non a caso, è considerata una delle tecniche più potenti dell’universo di Jujutsu Kaisen.
Muryōkūsho è una tecnica estremamente potente che sovraccarica il cervello dell’avversario con una quantità infinita di informazioni visive, paralizzandolo completamente. Questa abilità è così devastante che, una volta intrappolati al suo interno, è quasi impossibile sfuggire. Un comune essere umano perde i sensi dopo appena 0,2 secondi all’interno del dominio e può impiegare fino a due mesi per riprendersi. Anche una maledizione di grado speciale è stata vista rimanere immobile e incapace di agire per diversi minuti.
Il vuoto infinito e le sue radici nel buddhismo
Abbiamo già analizzato l’incredibile potenza del dominio di Gojō, il vuoto Infinito. Ma da dove trae origine questa tecnica così devastante? La risposta ci riporta al buddhismo e al concetto del kūmuhensho (空無辺処), che indica proprio uno stato di spazio infinito e vuoto. Il buddhismo quindi potrebbe essere la chiave di volta di questa abilità. Un legame profondo che collega il mondo di questo shōnen a quello della meditazione e della spiritualità.
Kūmuhensho e un termine di buddista che indica uno stato in cui non c’è nulla e non c’è fine. Uno stato di meditazione profonda in cui si comprende l’infinita vastità di uno spazio privo di qualsiasi entità materiale. Rappresenta un livello di realizzazione spirituale che trascende tutte le forme materiali presenti nel yokukai (欲界), ovvero il regno del desiderio e dello shikikai (色界), il regno della forma. In questo stato, si osserva un vuoto infinito e inconcepibile, privo di qualsiasi intenzione o scopo.
Il kūmuhensho è un concetto molto profondo nella filosofia buddista e rappresenta il culmine di un percorso meditativo volto a trascendere ogni forma di dualità e a realizzare la natura ultima della realtà. È uno stato in cui si sperimenta direttamente l’infinito e l’inconcepibile, liberandosi da ogni limitazione e attaccamento. Da qui la mia idea che entrambi kūmuhensho e muryōkūsho, pur appartenendo a contesti diversi (filosofico-religioso il primo e fantastico il secondo), condividono il concetto di un’estensione infinita e priva di limiti. Entrambi evocano un senso di vastità e di assenza di confini, uno stato che può essere sia liberatorio che opprimente a seconda del punto di vista.
Il dominio di Gojō può essere quindi paragonato ad un cosmo o a uno spazio-tempo, che inviando una grande quantità di informazioni al cervello di un avversario, che non avendo raggiunto un livello così elevato, si paralizza. Una paralisi non solamente fisica, ma anche un blocco mentale, causato dall’impossibilità di elaborare la quantità di informazioni ricevute.
Il kūmuhensho appartiene a uno dei quattro cieli del mushikikai (無色界), il livello più alto all’interno della visione del cosmo buddista. Questo regno è caratterizzato dall’assenza di forma e di materia, un concetto che si allinea perfettamente con l’idea di uno spazio infinito e vuoto come quello evocato da Gojō.
Un viaggio attraverso i reami del buddhismo
Immaginate un universo diviso in sei regni, ciascuno con le proprie regole. Nel buddhismo, si crede che ogni essere vivente rinasca in uno di questi regni in base alle azioni compiute nella vita precedente. Questi sei regni sono a loro volta divisi in tre sfere: del desiderio (欲界 yokkai), della forma (色界 – shikikai) e senza forma (無色界 – mushikikai). Salendo sempre più in alto, si raggiungono sfere sempre più pure e spirituali. Al culmine di questo percorso, troviamo i tre regni formati dalla meditazione profonda. Il più alto di questi, il mushikikaiè un mondo fatto di pura coscienza. Al suo interno, il kūmuhenshoè il primo regno, uno stato di meditazione dove si sperimenta l’infinita vastità dello spazio, un vuoto cosmico che ingloba tutto.
Muryōkūsho come il kūmuhensho indica quindi un particolare stato di coscienza raggiunto attraverso la meditazione. In entrambi i casi, si tratta di stati molto avanzati, caratterizzati da un’espansione infinita della consapevolezza e dalla dissoluzione dei confini tra sé e quello che ci circonda. Un discorso che l’autore del manga fa pronunciare a Gojō potrebbe essere un riferimento o un’allusione al concetto buddista del kūmuhensho. È interessante notare come questo concetto sia in qualche modo richiamato dalla tecnica di espansione del dominio di Gojō.
La posizione delle dita
Per chi sta leggendo il manga o vedendo l’anime sa che i vari personaggi, al momento dell’attivazione dell’espansione del dominio, sono soliti assumere una determinata forma con le dita della mani.
Quando Gojō attiva il suo dominio, la posa delle sue dita ricorda quella di una divinità chiamata Taishakuten (帝釈天), che nella mitologia indo-vedica, è considerato una delle divinità più potenti e nella religione buddista è uno dei suoi protettori. Conosciuto anche come dio della guerra, era un abile guerriero. Si dice che abbia sconfitto il demone Asura, un feroce guerriero, in una battaglia leggendaria.
Chi avrebbe mai pensato che un’opera come Jujutsu Kaisen potesse nascondere al suo interno riferimenti così profondi alla filosofia buddhista? Il kūmuhensho, un concetto apparentemente astratto e complesso, viene a mio parere qui trasformato in un elemento chiave della trama, legando Gojō Satoru e il suo potere a un’idea millenaria sulla natura della realtà.
Questo è solo uno dei tanti esempi di come la cultura possa attingere a fonti antiche e complesse per creare storie originali e significative. Jujutsukaisen dimostra che è possibile coniugare l’intrattenimento con la riflessione, offrendo ai lettori un’esperienza coinvolgente e stimolante. In fondo, è proprio questo il fascino dei manga e degli anime: la capacità di farci viaggiare nel tempo e nello spazio, di farci conoscere culture diverse e di farci riflettere su questioni profonde. E chi l’avrebbe mai detto che un semplice shōnen potesse nascondere riflessioni così preziose?
Durante il vostro soggiorno a Tōkyō, perché non aggiungere un tocco di mistero alla vostra vacanza? Oltre ai templi e santuari più famosi, potreste visitare luoghi meno conosciuti, ma altrettanto affascinanti. Alcuni di questi sono dedicati a Enmaō (閻魔王), re e giudice degli inferi, conosciuto anche come Enma-Daiō (閻魔大王).
Non spaventatevi! In Giappone, Enma-sama non è visto come un semplice bogeyman, ma come una figura che insegna l’importanza della bontà e dell’onestà, soprattutto ai più piccoli. Recarsi in visita ad una delle sue statue è come fare un viaggio nel cuore della cultura giapponese e scoprire come un parte della religione e del folklore abbia plasmato la società.
Mia moglie dice spesso ai nostri figli frase del tipo:
“Se dici bugie, Enma-sama ti tirerà fuori la lingua”
un modo di dire usato per scoraggiare i bambini dal mentire, suggerendo che Enma punirà i bugiardi. In italiano, un equivalente potrebbe essere “Se mentirai, ti verrà tagliata la lingua”.
Oppure:
“Se andrai all’inferno o in paradiso lo deciderà Enma-sama“
significa che Enma decide la destinazione finale delle anime dopo la morte, in base alle loro azioni durante la vita.
Enma infatti è spesso rappresentato come un giudice severo, con un aspetto minaccioso e un lungo bastone che usa per punire i peccatori.
Enma shinkō, il culto di Enma
Chi l’avrebbe mai detto? Anche nel cuore di Tōkyō, una delle città più moderne del mondo, c’è un profondo legame con il mondo dell’ aldilà. L’ Enma shinkō (閻魔信仰), letteralmente “culto di Enma” è stato una parte importante della cultura giapponese.
Ci sono circa 40 statue di Enmasparse per la città e c’è un motivo particolare per cui questi luoghi erano così popolari in periodo Edo. Il 16 di ogni mese è dedicato al giudice degli inferi, ma il 16 Gennaio e il 16 Luglio sono date ancora più speciali. Il 16 Gennaio, chiamato anche hatsu Enma (初閻魔) e il 16 Luglio, ultimo giorno dedicato alle celebrazioni per il Bon, i templi di Enma erano affollatissimi. Sembra che anche l’inferno abbia i suoi giorni di festa.
Hatsu-Enma e lo yabuiri
Il 16 Gennaio si celebra lo hatsu Enma (初閻魔), la prima festa dell’anno dedicata al temibile giudice. In passato, questo giorno coincideva con lo yabuiri (薮入り), il giorno in cui veniva concesso ai servi un giorno libero. Si credeva che anche Enma in persona scendesse sulla terra in questo giorno.
Lo yabuiri
Nel periodo Edo (1603-1868), un’epoca che ha profondamente segnato la storia del Giappone, i servi che lavoravano nei negozi e presso le famiglie più ricche, godevano di un giorno di riposo speciale chiamato yabuiri (薮入り), il 16 Gennaio, nel giorno successivo al koshōgatsu (小正月), letteralmente il “piccolo capodanno”, durante il quale si celebra la prima luna piena dell’ anno nuovo.
In questa giornata, oltre a ricevere doni e denaro dai loro padroni, si racconta che i servitori erano soliti visitare i santuari dedicati ad Enma. Questa usanza nasceva dalla credenza che anche nell’aldilà ci fossero dei momenti di pausa. Si pensava infatti che, coincidendo il riposo dei servi con le celebrazioni dedicate ad Enma, anche l’inferno si prendesse un giorno di pausa, permettendo così al grande giudice di scendere sulla Terra. Un’affascinante testimonianza di come la spiritualità e le tradizioni popolari si intrecciassero nella vita quotidiana dei giapponesi di un tempo.
Anche il 16 Luglio, data che coincideva con la conclusione dei festeggiamenti del Bon, come il 16 Gennaio era un giorno particolarmente significativo, chiamato daisaiji (大斎日), ed era un giorno dedicato alle pratiche purificative. In questa data, i templi dedicati ad Enma erano particolarmente affollati. Questa usanza, nata nel periodo Edo, si è tramandata, seppur in forma ridotta, fino ai giorni nostri: ancora oggi, in alcuni templi di Tōkyō, si tengono cerimonie speciali e le statue di Enma vengono esposte al pubblico. È un modo per mantenere viva una tradizione millenaria e per riflettere sul significato della vita e della morte.
Taisōji
Il 16 Luglio, in occasione dell’ Enma-saijitsu (閻魔祭日), vi invito a visitare e scoprire il Taisōji (太宗寺), un tempio buddista nascosto nel cuore del quartiere di Shinjuku. Facilmente raggiungibile dalla stazione Shinjuku Gyoenmae (新宿御苑前駅), questo tempio, seppur privo del tradizionale sanmon (山門), offre un’atmosfera tranquilla e suggestiva. All’ingresso vi accoglie una delle roku–edojizō (江戸地蔵), statue di Jizō (地蔵) che un tempo segnavano gli ingressi principali di Edo. Superata questa statua, si giunge all’Enma-dō (閻魔堂), dove è custodita la statua di Enma. Un luogo ideale per immergersi in una parte della spiritualità giapponese.
IlTaisōji era considerato uno dei tre principali luoghi di Edo dedicati al culto di Enma (江戸三大閻魔, Edo Sandai Emma). Gli altri due sono il Zenyōji (善養寺) in zona Edogawa e il Ketokuin (華徳院), a Suginami.
La statua di Enma è davvero enorme, alta oltre cinque metri, venne installata in questo tempio nel 1814 e divenne subito un punto di riferimento religioso per la zona di Naitō Shinjuku (内藤新宿), tanto da essere anche conosciuta come naitō Shinjuku no Enma-sama (内藤新宿のおえんま様), “l’ Enma di Naitō Shinjuku“.
Intorno alla metà del XIX secolo, si diffuse la voce che gli occhi di questa statua, fossero fatti di cristallo. Così, un folle, forse in preda ai fumi dell’ alcol, ci credette così tanto da rubarne uno. Questo fatto divenne talmente famoso da essere raffigurato in stampe e reso celebre in tutto il paese.
Vicino alla statua di Enma c’è anche quella di datsueba (奪衣婆). Letteralmente “la vecchia che strappa i vestiti”, è una figura infernale al servizio di Enma. È un demone che assume le sembianze di una vecchia e si occupa di spogliare i vestiti di coloro che si presentano al fiume Sanzu senza le sei monete, il compenso necessario per attraversarlo. Datsueba spoglia le persone dei loro abiti e li consegna al suo consorte, un’anziano demone di nome keneō (懸衣翁) che li appende a un albero chiamato eryōju (衣領樹). Misurando la curvatura dei rami, riesce a determinare il peso degli abiti e, di conseguenza, la gravità dei peccati commessi dalla persona. Chi è innocente non viene giudicato, mentre i peccatori sono condotti al cospetto di Enma.
Datsueba, visto il suo compito di spogliare le persone, fu venerata anche come divinità protettrice delle case di piacere di Naito Shinjuku.
Genkakuji
Come abbiamo già scritto in precedenza nel folklore giapponese, Enma è una figura molto importante. Viene spesso raffigurato come il giudice supremo dell’oltretomba, colui che decide il destino delle anime dopo la morte. Tra le tante rappresentazioni di Enma, una delle più famose si trova presso il Gengakuji (源覚寺), un tempio buddista situato nel quartiere di Bunkyō. In questa statua, particolarmente significativa, si nota un dettaglio curioso: l’occhio destro è tinti di nero, quasi come se Enma avesse assistito a così tante sofferenze da portarne un segno indelebile sul suo corpo.
Konnyaku Enma
Esiste una leggenda che racconta di una donna anziana, vissuta durante l’era Hōreki (1751-1764), che soffriva di una malattia agli occhi. Dopo aver pregato il grande re Enma per 21 giorni, le apparve in sogno e le promise:
“Come ricompensa per la tua devozione, ti donerò uno dei miei occhi”
Il giorno in cui la sua preghiera fu finalmente esaudita, la vista della donna tornò a essere perfetta. Si racconta che da quel giorno l’occhio destro della statua di Enma si tinse di colore nero. In segno di profonda gratitudine, la donna decise di rinunciare al suo cibo preferito, il konnyaku, e di offrirlo regolarmente ad Enma. Da allora, l’Enma del Gengakujiè conosciuto come konnyaku Enma (こんにゃく閻魔), “Enma del konnyaku” e viene venerato da coloro che soffrono di problemi alla vista.
Il konnyaku non è in vendita all’interno del tempio, quindi lo si deve portare da casa o può essere acquistato in un supermercato o in un konbini che si trovano nelle vicinanze.
Curiosità
Per chi di voi avesse letto Kokoro di Natsume Soseki, ricorderà sicuramente la parte dove l’autore scrive proprio di “camminare lungo la strada di konnyaku Enma“.
Il Gengakuji è un luogo ricco di storia e di spiritualità. Nel corso della sua storia, il tempio ha superato quattro grandi incendi tra cui il “Grande incendio di Meireki” (1657). Fortunatamente, sia il Buddha principale che la statua di Enmasono riusciti a sfuggire a questi disastri ogni volta. Anche durante i bombardamenti aerei su Tōkyō nella Seconda Guerra Mondiale, il tempio principale riuscì a evitare di essere coinvolto nelle fiamme.
Ancora oggi continua ad essere un punto di riferimento per la comunità. La leggenda di konnyaku Enma e la sua associazione con il tempio hanno contribuito a renderlo un luogo di culto e di interesse storico.
Hōjōin
Con oltre 390 anni di storia, l’ Hōjōin (法乗院) è un tempio che affonda le sue radici nel quartiere di Fukagawa. Al suo interno, i fedeli venerano il Daichinyorai (大日如来), una figura centrale nel buddhismo. Conosciuto anche come Fukugawa Enmadō (福川えんま堂), il “tempio di Enma“, questo luogo di culto è da sempre un punto di riferimento per la comunità locale e offre un’oasi di pace e spiritualità.
Sebbene oggi sia quasi completamente urbanizzato, il quartiere di Fukagawa era in origine una zona ricca di corsi d’acqua e canali, come suggerisce il suo nome. In passato anche l’Hōjōin era circondato dall’acqua. Attraversare il ponte per recarsi al tempio doveva evocare nella mente delle persone l’attraversamento del fiume Sanzu per raggiungere il regno dei morti.
High-tech Enma
La statua di Enma che possiamo ammirare oggi è una ricostruzione. L’originale, purtroppo, fu distrutta dal grande terremoto che ha colpito il Kantō nel 1923. La nuova statua, creata nel 1989, è però, molto più di una semplice replica. È un capolavoro tecnologico che unisce tradizione e innovazione.
Questa statua di Enma è un vero e proprio gioiello tecnologico, è conosciuta infatti anche con il nome di “high-tech Enma“. Essendo recente, è dotata di numerose funzioni: grazie a un sistema di altoparlanti, è in grado di emettere suoni, luci e di pronunciare sermoni.
Questa statua offre un’esperienza molto moderna e personalizzata. Sono disponibili ben 19 diverse preghiere, che vanno dalla richiesta di buona salute alla preghiera contro l’infedeltà. Inserendo una monetina nella fessura corrispondente, si può ascoltare un sermone personalizzato pronunciato dalla statua di Enma. È così divertente che si finisce per voler ascoltare tutti i sermoni.
La statua è esposta al pubblico più spesso rispetto ad altre, precisamente il 1° e il 16 di ogni mese. In quei giorni è possibile entrare nella sala e ammirare anche la statua Jizō Bosatsu (地蔵菩薩). Per questa statua disponibili dei legnetti da bruciare, i gomagi (護摩木) per esprimere i propri desideri, e mentre si offrono, sullo schermo viene proiettata l’immagine del paradiso. Anche questa statua è dotata di funzioni tecnologiche avanzate.
Un’apparente contraddizione
Quando pensiamo al Buddismo, immaginiamo spesso un mondo di serenità, meditazione e ricerca interiore. Ma se scaviamo un po’ più a fondo nella cultura popolare giapponese, troviamo un affascinante contrasto: la presenza di figure come JizōBosatsu e Enma, che sembrano sfidare i principi fondamentali della dottrina buddista.
Il Buddismo, nella sua forma originale insegnata da Buddha, non prevede l’esistenza di divinità o demoni. È una filosofia che invita a cercare la liberazione dalla sofferenza attraverso la comprensione della natura della realtà. Allora, come si concilia questa visione con figure come Jizō, spesso raffigurato come un bodhisattva che protegge i bambini, o Enma, il giudice dell’oltretomba?
La risposta a questo quesito ci porta in Cina. Enma, il temibile giudice infernale spesso accompagnato dai Dieci Re, ha le sue origini proprio nella religione popolare cinese. È una figura che incarna l’idea di giustizia divina e di un aldilà dove le azioni compiute in vita dopo essere state giudicate vengono ricompensate o punite.
Quando il Buddismo si diffuse in Giappone, entrò in contatto con il folklore locale e si arricchì di nuovi elementi. La figura di Enma, con la sua funzione di giudice, si adattò perfettamente al pantheon giapponese. Nonostante le sue origini cinesi, Enma divenne un personaggio chiave nella mitologia buddista giapponese, presiedendo i giudizi nell’aldilà e determinando il destino delle anime.
Comprendere questa distinzione tra il Buddismo originale e le sue successive interpretazioni culturali è fondamentale per apprezzare la complessità e la ricchezza di questa religione in Giappone. Ci aiuta a capire come questa tradizione religiosa si sia evoluta nel tempo, assimilando e trasformando elementi di diverse culture.
Nel periodo Edo, la figura di Enma era molto presente nell’arte, all’interno di scritture teatrali e religiose ma nel corso degli anni declinò gradualmente. Oggi è quasi scomparsa dalla coscienza religiosa popolare delle nuove generazioni, quello che ne rimane è una eco di una tradizione ormai lontana, forse perché il classico netto dualismo “bene e male” o “luce e oscurità” che risulta chiaramente definito nelle nostra tradizione occidentale, non credo possa dirsi estraneo alla concezione del mondo del popolo giapponese, ma credo assuma una visione piu sfumata e complessa.
In conclusione, mentre il Buddismo insegna che la liberazione dalla sofferenza si trova all’interno di noi stessi, la figura di Enma rappresenta l’idea di una giustizia esterna, di un giudizio divino che ci attende dopo la morte. Questo contrasto ci ricorda che la religione è spesso un mosaico di credenze e pratiche che si stratificano nel corso dei secoli, dando vita a un quadro complesso e affascinante.
Avete mai sentito parlare di nagatsuki? Questo antico termine giapponese evoca immagini di notti lunghe e limpide, di lune brillanti che illuminano cieli autunnali. Ma cosa significa esattamente e perché è così legato alla cultura giapponese?
Il tempo che cambia: dal kyūreki allo shinreki
Prima dell’arrivo del periodo Meiji (1868-1912), ovvero prima che il Giappone aprisse le sue porte al mondo occidentale, il tempo era scandito da un calendario molto diverso da quello che utilizziamo oggi. Si trattava del kyūreki, un calendario tradizionale conosciuto anche con il nome di inreki (陰暦). Un calendario lunisolare che seguiva sia il movimento della luna che quello del sole. Questo calendario, profondamente radicato nelle tradizioni agricole e religiose del Giappone, divideva l’anno in dodici mesi, ognuno con un nome evocativo che celebrava le caratteristiche della stagione corrispondente.
Tra questi dodici mesi, nagatsuki(長月) occupava un posto speciale. Questo termine, che letteralmente significa “mese lungo”, si riferiva al nono mese dell’anno lunare e indicava il periodo in cui le notti iniziavano ad allungarsi, creando un’atmosfera di calma e riflessione.
Perché nagatsuki?
Il nome nagatsuki è legato all’osservazione della natura. In autunno, le notti si allungano e la luna, splendente nel cielo scuro, diventa un punto focale per molte attività e celebrazioni. Le persone si riunivano per ammirare la luna, comporre poesie e condividere storie. Questo legame profondo tra l’uomo e i ritmi della natura è alla base del significato di nagatsuki.
Un retaggio che sopravvive
Con l’arrivo del periodo Meiji e la conseguente modernizzazione del Giappone, il kyūreki fu gradualmente sostituito dallo shinreki, il calendario gregoriano utilizzato ancora oggi. Tuttavia, il fascino di nagatsuki, come quello degli altri wafūgetsumei (和風月名, nomi giapponesi dei mesi), continua a vivere nell’immaginario collettivo dei giapponesi, diventando sinonimo di settembre nel calendario gregoriano.
È importante sottolineare che settembre nel calendario lunare non corrisponde esattamente a settembre nel calendario solare. In realtà, nagatsukisi colloca tra la fine di settembre e l’inizio di novembre nel nostro calendario attuale. Questa differenza è dovuta al fatto che il calendario lunare è più corto di quello solare e si sposta gradualmente nel corso degli anni.
Origine del termine
L’origine del termine nagatsukiè avvolta nell’incertezza, dando vita a diverse teorie e interpretazioni. La più accreditata tra queste collega il nome all’allungarsi delle notti in autunno. Dopo lo shūbun (秋分), l’equinozio d’autunno, le giornate si accorciano progressivamente e le notti si fanno sempre più lunghe. Da qui, l’ipotesi che nagatsuki(長月) sia una contrazione di yonagatsuki (夜長月), ovvero “mese di lunghe notti”.
Un legame con la natura e le tradizioni agricole
Tuttavia, questa non è l’unica spiegazione possibile. Altre teorie collegano il nome nagatsukialle attività agricole tradizionali, in particolare alla coltivazione del riso. Si ipotizza che possa derivare da termini come inekarizuki (稲刈月, “mese del raccolto del riso”), ineagarizuki (稲熟月, “mese della maturazione del riso”) o honagatsuki (穂長月, “mese della crescita delle spighe di riso”). Con il tempo la contrazione di questi termini avrebbe portato all’attuale nagatsuki. Queste interpretazioni sottolineano il profondo legame tra il calendario lunare e i ritmi della natura, in particolare quelli legati all’agricoltura, pilastro fondamentale della società giapponese tradizionale.
L’incertezza sull’origine precisa del nome nagatsuki aggiunge un tocco di fascino a questo antico termine. Ognuna delle teorie proposte offre una prospettiva diversa e ci invita a riflettere sul profondo legame tra l’uomo e la natura, un legame che ha plasmato la cultura e le tradizioni giapponesi.
Nomi alternativi
Nezamezuki
Chi non ha mai sperimentato la sensazione di svegliarsi nel cuore della notte, avvolto da un silenzio ovattato e da un leggero brivido? Soprattutto in autunno, quando le giornate si accorciano e le notti si fanno più fresche, il sonno può diventare più leggero. Forse il rumore di qualche animale notturno, o semplicemente il nostro corpo che si adegua ai ritmi della natura. Ma non è solo il corpo a risvegliarsi: in autunno, anche la mente sembra più attiva. Pensieri e preoccupazioni affiorano con più insistenza, rendendo il sonno ancora più leggero. I giapponesi di un tempo, forse piu sensibili a questi cambiamenti della natura e dell’animo umano, hanno dato un nome a questo periodo: nezamezuki (寝覚月), letteralmente “mese degli risvegli”. Settembre, con le sue notti lunghe e i suoi silenzi, era per loro il momento in cui i pensieri più profondi emergevano dalla notte, quasi a volersi confondere con la nebbia mattutina. Nezame (寝覚) in lingua giapponese vuol dire svegliarsi durante il sonno.
Odakarizuki
Il nono mese del calendario lunare, in Giappone, era dedicato a un’attività fondamentale per la sopravvivenza delle comunità rurali: la raccolta del riso. Da qui il nome odakarizuki (小田刈月), letteralmente “mese della raccolta del riso”. Il raccolto del riso era un momento di festa e di ringraziamento, un’occasione per celebrare l’abbondanza e la ciclicità della natura. L’autunno, con la sua abbondanza, era celebrato come il culmine di un ciclo naturale. Il kanji “小”, che significa “piccolo”, potrebbe sembrare fuori luogo, ma in realtà è quello che in giapponese viene definito come settōgo (接頭語), un prefisso per addolcire, un esempio di come la lingua giapponese sia ricca di sfumature e di come i suoni delle parole possano evocare immagini e sensazioni.
Kikushū
Settembre, nel calendario lunare, era conosciuto con molti nomi che celebravano la fioritura del kiku (菊) il crisantemo, fiore simbolo della casa imperiale giapponese. Kikushū (菊秋), letto anche kikuaki, letteralmente “autunno del crisantemo”, assieme ad altri nomi come, kikumizuki (菊見月), kikusakizuki (菊咲月), kikuhirakizuki (菊咲月) e kikugetsu (菊月) era tutti attribuiti a questo mese che aveva come protagonista questo nobile fiore.
Il 9 settembre, in particolare, dal periodo Edo (1603-1868) in Giappone si celebra il kiku no sekku (菊の節句), la Festa del Crisantemo.
Momijiuzuki
Il nono mese lunare era un periodo molto atteso dai giapponesi, tanto da essere chiamato momijizuki (紅葉月), ovvero “mese delle foglie rosse”. Era il momento in cui la natura si preparava al riposo invernale, offrendo uno spettacolo di colori indimenticabile. Gli antichi giapponesi erano particolarmente sensibili alla bellezza della natura e avevano un nome per ogni sfumatura delle foglie autunnali. Usumomiji (薄紅葉) e muramomiji (斑紅葉) sono solo alcuni esempi di come la lingua giapponese fosse ricca di espressioni per descrivere il mondo naturale durante questo periodo dell’anno.
Ryōshū
Il termine ryōshū(涼秋) significa letteralmente “autunno fresco”. Tuttavia, in questo contesto, il significato del kanji “涼” (fresco) indica una sensazione di freddo, un leggero brivido che percorre il corpo. Dato che molti giorni di settembre corrispondevano a questa descrizione, ryōshū divenne uno dei nomi alternativi per il nono mese del calendario lunare.
Comprendere il significato di nagatsukici permette di apprezzare la ricchezza e la profondità della cultura giapponese. Ci aiuta a connetterci con le tradizioni del passato e a scoprire il profondo rispetto che i giapponesi hanno sempre nutrito per la natura e i suoi cicli. Inoltre, ci offre uno sguardo affascinante su come il tempo veniva percepito e vissuto in un’epoca in cui l’uomo era più strettamente legato ai ritmi della terra.
Ochōzu Kannon (御手水観音, letteralmente “Kannon della sorgente purificatrice”) è un luogo speciale, lontano dal trambusto delle città, nascosto tra le montagne della prefettura di Nagasaki, dove la storia e la spiritualità si fondono in un’atmosfera unica. Immagina un piccolo tempio dedicato a Kannon, divinità buddista molto amata in Giappone, che da secoli attira pellegrini da tutta la zona.
Chōzuè un rituale tradizionale giapponese di purificazione che si svolge prima di pregare nei santuari o nei templi lavandosi le mani. Questo gesto simbolico serve a pulire il corpo e lo spirito, preparandoli per la preghiera. In un’epoca in cui la fede popolare e il sankaku bukkyō (山岳仏教, “il buddismo della montagna”) erano fiorenti, numerosi fedeli si recavano a venerare Kannon e si purificavano nelle acque fresche della cascata dedicandosi alla pratica spirituale.
Ancora oggi durante il periodo estivo, le persone si recano in questa oasi di pace alla ricerca di un po’ di refrigerio. Ma la vera sorpresa ti aspetta percorrendo il sentiero che conduce al tempio: sul lato sinistro, sulle rocce, troverai ben 49 incisioni dedicate a Buddha! Queste incisioni sono un vero mistero, perché nessuno sa esattamente quando e perché furono create. Questo luogo infatti è conosciuto anche come Ochōzu kannonno magaibutsugun (御手水観音の磨崖仏群), letteralmente “gruppo di Buddha scolpiti nella roccia presso l’Ochōzu kannon“.
Le espressioni dei Buddha sono così serene e delicate che ti sembrerà di entrare in un mondo di tranquillità. Molte di queste incisioni sono state realizzate con un’antica tecnica, uguale a quella delle goyakurakan (五百羅漢, “i 500 discepoli del Buddha), che si trovano a Tomigawa, nella città di Isahaya.
I 500 discepoli di Buddha di Tomigawa
I 500 goyakurakan si trovano nella gola di Tomigawa, a monte del fiume Honmyō(本明川). Le cronache riportano che tra il 1699 e il 1700, 12° e 13° anno dell’era Genroku (元禄) , il dominio di Isahaya fu colpito prima da una grave alluvione causata dal fiume Honmyō che causò la morte di 487 persone e in seguito da una grave carestia. Per pregare per le anime dei defunti e per la pace e prosperità del dominio, il settimo signore di Isahaya, Shigeharu, fece costruire il tempio Daiō (大雄寺)nella gola di Tomigawa e fece scolpire le immagini dei rakan sulle pareti rocciose della gola e sui grandi massi. Attualmente sono state identificate oltre 500 immagini. Completate nel 1709, queste incisioni sono, assieme a quelle di Ochōzu kannon, le più importanti della prefettura e costituiscono come bene culturale e una preziosa testimonianza della storia di Isahaya.
Tornando alle incisioni presenti ad Ochōzu kannon vicino ad alcune sono stati incisi anche dei nomi, che si crede sia riconducibili a persone che abbiano contribuito alla creazione di queste incisioni, forse donando del denaro o lavorando direttamente su di esse.
Le origini di questo tempio si perdono nel tempo. Sebbene esista una leggenda che attribuisca la sua fondazione al monaco Gyōki (行基), le fonti storiche, in particolare un documento conservato nel santuario di Mitachiyama (御館山神社, Mitachiyamajinja, Isahaya), offrono un quadro un po’ più preciso.
In questo documento c’è scritto: “Non si sa con certezza in quale epoca sia stato fondato. Davanti al tempio scorre una cascata, e sulla parete rocciosa è incisa la data Shitoku (1385). Sopra si trovano le sillabe di Senju Kannon (千手観音), Fudō Myō (不動明王) e Bishamonten (毘沙門天), ancora visibili oggi.
Il grande festival di Ochōzu kannon
Da oltre un secolo, ogni anno il 18 Agosto, si svolge l’ Ochōzu kannonTaisai (御手水観音大祭), il grande festival dedicato ad Ochōzu kannon. Durante il festival, si svolgono cerimonie per pregare per un buon raccolto (五穀豊穣, gokokuhōjō) e la sicurezza della famiglia. Non mancano le esibizioni nella tradizionale danza conosciuta con il nome di furyū (浮立) per esprimere la loro gratitudine per l’acqua che irrora i campi.
Nelle mie zone si dice che questa danza abbia il potere di “far risvegliare l’animo dei kami e degli uomini”. Questa antica tradizione, radicata nelle campagne dell’ex dominio di Saga e oggi anche in tutta la prefettura di Nagasaki e in altre zone del Kyūshū veniva offerta nei santuari e templi locali come atto di devozione, sia per implorare la pioggia che per ringraziare per la prosperità dei raccolti.
Queste incisioni, create da diverse mani che hanno raffigurato il Buddha in modi differenti, sono una preziosa testimonianza della profonda fede popolare dell’epoca.