Autore: Christian Savini

  • Il genkan: la soglia della casa e dell’anima

    Il genkan: la soglia della casa e dell’anima

    Nel ricca tradizione giapponese, il genkan (玄関) è ben più di un mero ingresso; è una soglia profonda, uno spazio meticolosamente progettato che demarca il confine tra il mondo esterno considerato profano e il sacro santuario della casa. Comprendere veramente il genkan significa addentrarsi nel cuore della cultura giapponese, nei suoi valori profondamente radicati di purezza rituale, pulizia e nel delicato equilibrio tra esistenza pubblica e privata, il tutto mentre protetto sottilmente dal kegare (穢れ), l’impurità.

    La genesi del genkan è profondamente radicata nell’evoluzione dell’architettura domestica giapponese. Sebbene spazi d’ingresso rudimentali esistessero già in precedenza, il genkan come lo conosciamo oggi ha acquisito importanza durante il periodo Edo (1603-1868). Quest’epoca vide le case sempre più definite e separate dagli spazi di lavoro e dalle aree agricole, rendendo necessaria una transizione più formale dal mondo esterno.

    Il genkan emerse quindi come risposta a questa evoluzione della coesistenza sociale e spaziale, solidificando questo spazio sia come un punto d’ingresso distinto sia come un luogo dedicato alle interazioni sociali prima di poter entrare nel privato. Nacque quindi da un bisogno sia di separazione sia spaziale che sociale, segnando un chiaro punto d’ingresso e un luogo dedicato alle interazioni sociali prima di accedere alla sfera privata.

    Il significato del genkan è stratificato e profondamente intrecciato con il concetto di kegare. A livello pratico, il genkan funge da area designata per togliersi le scarpe, un’usanza profondamente radicata nella cultura giapponese e intrinsecamente legata alle nozioni di igiene e purezza.

    Entrare nel genkan non è solo una questione di praticità; è un atto spesso inconsapevole di purificazione rituale, lasciare indietro il potenziale kegare del mondo esterno, non solo la polvere e la sporcizia ma anche le impurità simboliche, prima di entrare in uno spazio più pulito e ritualmente puro. Questo atto di togliersi le scarpe non riguarda meramente la pulizia fisica; è un gesto di rispetto per la casa e i suoi abitanti, riconoscendo la sacralità della sfera domestica e cercando di prevenire l’intrusione del kegare.

    Oltre al suo ruolo funzionale, il genkan incarna la dicotomia culturale di uchi (内, interno) e soto (外, esterno) di cui abbiamo già parlato all’interno di questo blog. 

    https://www.ombrellirotti.asia/2024/12/15/un-mondo-a-parti-compatte/

    Il genkan funziona come una zona liminale, uno spazio cuscinetto che gestisce con cura le interazioni tra soto, il mondo esterno, potenzialmente contaminato dal kegare, e uchi, il mondo privato, interno della casa e della famiglia, uno spazio idealmente mantenuto puro e libero da ogni contaminazione.

    È uno spazio di transizione dove ci si spoglia dei ruoli sociali e delle energie appartenenti al soto, incluso il potenziale kegare, e ci si prepara a entrare nell’intimità e nella purezza dell’uchi. Questa separazione spaziale, rafforzata dal genkan, rispecchia sottilmente l’enfasi giapponese sul mantenimento dell’armonia sociale in pubblico, valorizzando profondamente la privacy e la preservazione della purezza all’interno della casa.

    Il genkan non è solo una barriera contro il kegare, ma è storicamente anche un luogo destinato alle interazioni sociali. Serviva come luogo per accogliere gli ospiti, condurre brevi scambi e ricevere consegne, il tutto all’interno dello spazio adiacente del soto.

    La netta differenza di altezza tra il pavimento del genkan (tipicamente più basso) e il pavimento principale della casa (rialzato) accentuava ulteriormente la separazione di questi regni, rafforzando sia fisicamente che simbolicamente il confine con il mondo esterno. Gli ospiti generalmente erano tenuti a rimanere nel genkan a meno che non fossero esplicitamente invitati ad entrare in casa, una sorta di protocollo spaziale che rifletteva anche le gerarchie sociali e il grado di intimità e fiducia con i visitatori, salvaguardando ulteriormente la parte privata.

    Durante il periodo Edo, nelle residenze di aristocratici e samurai, il genkan assunse un significato ancora più pronunciato, riflettendo il loro status sociale e la necessaria ricerca di sicurezza. I genkan delle case dei samurai specialmente erano spesso più spaziosi e costruiti in modo più robusto rispetto a quelli delle case comuni, incorporando talvolta elementi che trasmettevano autorità e preparazione all’azione contro eventuali nemici.

    Pur mantenendo la funzione principale di separare soto e uchi e prevenire il kegare, questi genkan potevano includere robuste strutture in legno e un senso di formalità che si allineava con il carattere dei samurai

    Al contrario, le nagaya (長屋), le classiche case in legno a un piano dove viveva la  gente comune, tipicamente mancavano di un genkan vero e proprio. Queste abitazioni avevano dei pavimenti in terra battuta, con una transizione verso una piccola area con pavimento in legno prima di raggiungere le stanze le stanze più interne.

    Questo concetto architettonico può ancora essere osservato nelle moderne case giapponesi, evidenziando l’evoluzione e l’adattamento del genkan attraverso diversi strati sociali e periodi storici. Indipendentemente dalle dimensioni, il genkan è spesso considerato il “volto” della casa. Riflettendo questo, molte famiglie giapponesi lo decorano con dipinti, fiori, bambole o fotografie di paesaggi, infondendo un loro tocco personale a questo spazio di soglia con il mondo esterno.

    Questa enfasi sulla separazione tra interno ed esterno è ulteriormente incarnata nella struttura tradizionale del genkan stesso. Le case giapponesi classiche spesso presentano un ingresso a gradini, che delinea chiaramente il genkan dallo spazio abitativo principale.

    Il tataki (叩き), un’area con pavimento in terra battuta o cemento, è spesso al livello più basso, fungendo da spazio immediato per entrare dall’esterno e togliersi le scarpe. Un gradino in legno rialzato, noto come kamachi (框), eleva quindi il pavimento interno, creando un distinto confine fisico e visivo. Questa struttura a gradini è un segno distintivo del design tradizionale del genkan, che rafforza potentemente la transizione dal soto all’uchi e funge da chiara demarcazione contro l’intrusione del kegare.

    Nel corso del tempo, il genkan si è facilmente adattato all’evoluzione degli stili di vita e all’estetica architettonica moderna. I genkan tradizionali delle case giapponesi più antiche, con i loro spaziosi tataki e kamachi prominenti, sono spesso generosamente proporzionati, dotati di armadietti per le scarpe (下駄箱, getabako) e ampio spazio per il movimento e lo scambio sociale.

    Tuttavia, negli appartamenti e nelle case contemporanee, attente all’utilizzo dello spazio, il genkan è spesso diventato più compatto, evolvendosi talvolta in una nicchia snella e stretta. In molte case moderne, sebbene il kamachi possa essere meno pronunciato o addirittura assente per ragioni di accessibilità, l’area designata del genkan e la pratica di togliersi le scarpe persistono. Nonostante queste trasformazioni spaziali, lo scopo fondamentale, separare uchi e soto e fungere da prima linea di difesa contro il kegare, del genkan (玄関) resistono tenacemente all’evolversi delle soluzioni architettoniche.

    Nelle case giapponesi contemporanee, il genkan rimane un elemento indispensabile, nonostante i design minimalisti. Sebbene le sue dimensioni fisiche possano essersi ridotte e la struttura a gradini semplificata se non del tutto assente, il rituale radicato della rimozione delle scarpe, la transizione da soto ad uchi e dal potenziale kegare (穢れ) alla purezza domestica, rimangono profondamente significativi.

    I design moderni del genkan possono incorporare estetiche contemporanee ed eleganti ma continuano a funzionare come la porta d’accesso alla casa, uno spazio che prepara sia il corpo fisico che lo spirito per l’ingresso in un mondo privato e ritualmente protetto.

    Il genkan, quindi, va oltre la mera funzione architettonica; può essere considerato un potente microcosmo culturale, che riflette i valori giapponesi fondamentali, le dinamiche sociali e le credenze spirituali riguardanti la purezza. È uno spazio di transizione, purificazione, rispetto e sottile difesa rituale, che incarna il delicato equilibrio tra il pubblico e il privato, l’esterno e l’interno, e il puro e il potenzialmente impuro.

    Calpestare il pavimento del genkan non è semplicemente entrare in un’abitazione; è varcare una soglia nello stile di vita giapponese, uno spazio dove rituali sottintesi e tradizione si intrecciano fluidamente con la vita quotidiana.



  • Kanten-hoshi: tra tradizione e natura

    Ieri sera, mentre guardavo la televisione, mi sono imbattuto in un programma che parlava del kanten-hoshi (寒天干し), ovvero l‘agar-agar essiccato. Nonostante sia un ingrediente che qui in Giappone ho spesso gustato in svariati dolci e pietanze, ignoravo completamente il processo di produzione e la sua storia.

    Spinto dalla curiosità, ho approfondito l’argomento online, scoprendo dettagli davvero interessanti su questo ingrediente.

    Il termine kanten-hoshi è composto da due parole chiave. La prima è kanten (寒天), il termine giapponese per “agar-agar”. La parola kanten stessa è in realtà una contrazione di “kanzarashi no tokoroten” (寒ざらしのところてん), che letteralmente significa “tokoroten esposto al freddo invernale”. La seconda parola è “hoshi” (干し), un termine giapponese molto comune che indica semplicemente “essiccato” o “secco”.

    In sostanza, il kanten-hoshi è un metodo tradizionale di produzione di agar naturale, tipico della regione di Suwa, nella prefettura di Nagano. Questa lavorazione si concentra soprattutto durante il rigido inverno giapponese. Il processo, tanto semplice quanto naturale, si svolge così: da dicembre a metà febbraio, i produttori utilizzano l’agar in bastoncini, ottenuto precedentemente bollendo un tipo di alga marina chiamata tengusa (天草) fino a raggiungere una consistenza solida.

    Alga Tengusa

    Questi bastoncini vengono poi lasciati all’aperto per circa due settimane. Qui la natura e il clima locale giocano un ruolo fondamentale: l’alternanza di gelo e disgelo tra notte e giorno permette all’acqua contenuta nell’agar di evaporare naturalmente. Il risultato finale è un alimento purissimo, privo del tipico odore di mare delle alghe.

    Kanten-hoshi

    Pare che la produzione di kanten abbia avuto inizio quasi per caso durante il periodo Edo (1603-1868). Si narra che il proprietario di una locanda di Kyōto scoprì fortuitamente che del “tokoroten” (ところてん), una gelatina di agar servita come noodle, dimenticato all’esterno, si era essiccato. Provando a reidratarlo per poterlo riutilizzare, ebbe una grande sorpresa: ottenne un tokoroten trasparente e privo del caratteristico odore di alga marina.

    Fu proprio da “kanzarashi no tokoroten” (寒ざらしのところてん), ovvero “tokoroten esposto al freddo invernale”, che nacque il nome “kanten“, poi diffusosi in tutta la regione del Kansai.

    La diffusione della produzione di kanten nella regione di Suwa viene fatta risalire al 1830 circa, grazie a un mercante ambulante locale di nome Kobayashi Kumezaemon (小林粂左衛門). Durante un viaggio nella regione di Tanba (antica provincia giapponese, oggi una zona tra le prefetture di Hyōgo e Kyōto), Kobayashi osservò il processo di produzione del kanten. Intuì immediatamente che il clima di Suwa, caratterizzato da forti escursioni termiche e giornate soleggiate, fosse ideale per questo tipo di lavorazione. Decise quindi di importare questo metodo nella sua regione.

    La cartina mostra la posizone dell’antica regione di Tanba tra le odierne prefetture di Hyōgo e Kyōto

    La sua intuizione si rivelò corretta: la produzione di kanten si diffuse rapidamente a Suwa, diventando in breve tempo una vera e propria specialità locale. Inoltre, l’impiego delle risaie dopo il raccolto del riso per la produzione del kanten si dimostrò un’attività secondaria perfetta per gli agricoltori, e l’acqua pura e incontaminata della regione rappresentò un ulteriore vantaggio. Così, il kanten-hoshi è diventato un simbolo autentico dell’inverno a Suwa.

    Come si gusta il kanten?

    Il kanten è un ingrediente estremamente versatile nella cucina giapponese. Pensando ai dolci, vengono subito in mente classici come l’anmitsu (餡蜜), un dessert tradizionale simile alla nostra macedonia, che combina cubetti di agar con frutta, anko (la deliziosa marmellata di fagioli rossi) e mochi, il tutto servito con uno sciroppo scuro e molto dolce a base di zucchero, chiamato kuro-mitsu.

    Fonte foto: Wikipedia

    Un altro esempio è lo yōkan, una gelatina dolce e densa a base di agar, anko e zucchero, ideale per chi predilige sapori più intensi. A questo proposito, ti lascio il link all’articolo del nostro blog che approfondisce questo dolce: 

    Per chi invece desidera qualcosa di più leggero e fresco, c’è il mizu yōkan, una variante perfetta per l’estate. E, naturalmente, non possiamo dimenticare le coloratissime e trasparenti gelatine di frutta.

    Ma il kanten non è relegato solo al mondo dei dolci. Grazie alla sua consistenza particolare e alle sue proprietà benefiche, trova impiego anche in piatti salati. Ad esempio, il tokoroten viene servito come noodle freddi, conditi in mille modi diversi – con aceto, salsa di soia e sesamo – creando un piatto leggero e rinfrescante. Nelle insalate, il kanten aggiunge consistenza e leggerezza, mentre nelle zuppe agisce come addensante delicato, conferendo una consistenza piacevole.

    Tokoroten

    La prossima volta che assaggerete un dolce o una pietanza giapponese con il kanten, spero vi tornerà in mente la sua affascinante storia e il magico processo di produzione del kanten-hoshi

  • Sasebo: da villaggio di pescatori a base della marina imperiale

    Sasebo: da villaggio di pescatori a base della marina imperiale

    Cinque anni fa, il mio lavoro mi ha portato dalle vivaci strade di Nagasaki alla più tranquilla città costiera di Sasebo (佐世保市). A dire il vero, all’inizio, non sapevo molto di questa città al di là della sua posizione. Ma vivendoci, ho rapidamente capito come fosse stata plasmata dal mare e dalla sua incredibile storia come base navale della marina imperiale giapponese. Una storia che risale a secoli fa, trasformando un piccolo villaggio di pescatori in un attore cruciale sul palcoscenico mondiale.

    Fonte: Nagasaki-shinbun

    Spesso si dice che Sasebo sia “una città sviluppatasi insieme alla marina militare” e, ancora oggi, molti la vedono come “una città dipendente dall’esercito statunitense e dalle Forze di Autodifesa giapponesi (JSDF)”. Ma vivendoci e scavando un po’ più a fondo, si scopre una storia più complessa.

    Le radici

    Immaginate Sasebo secoli fa: una zona tranquilla dove la vita ruotava attorno alla pesca. Il nome “Sasebo” apparve sulle mappe intorno al 1300, indicando un villaggio con radici profonde. All’inizio del 1800, ancor prima della base navale, era già un centro amministrativo con un ufficio governativo regionale e una popolazione di 3.000 abitanti.

    Ciò che ha veramente messo Sasebo sulla mappa in senso moderno è stata la sua geografia. Situata vicino allo strategico stretto di Tsushima, Sasebo vantava un porto naturale riparato e dalle acque profonde. Questo dono geografico non passò inosservato alla Marina Imperiale Giapponese alla fine del XIX secolo.

    L’ammiraglio Tōgō e l’eredità di Sasebo

    Nel 1883, il tenente comandante Tōgō Heihachirō (東郷 平八郎), un ufficiale navale considerato visionario per il suo tempo, si recò in visita a Sesebo. Come capitano della nave da guerra Teibō, ispezionò e cartografò meticolosamente il porto, riconoscendone immediatamente l’immenso potenziale. Il suo lavoro fu fondamentale per aprire il porto di Sasebo allo sviluppo navale su larga scala. Più tardi, nel 1899, Tōgō tornò come settimo comandante in capo del distretto navale di Sasebo. In questo ruolo, si dedicò allo sviluppo e al miglioramento delle strutture portuali, consolidando il futuro della città come importante centro navale.

    Tōgō Heihachirō (foto di dominio puccblico)

    Il legame dell’ammiraglio Tōgō con Sasebo andò ancora oltre; nel 1905, servì come comandante in capo della rengō kantai (連合艦隊), la Flotta Combinata, guidando il Giappone alla vittoria nella guerra russo-giapponese. Il suo carattere e la sua genialità strategica gli valsero la fama mondiale come “Ammiraglio Tōgō“, (fu il primo giapponese a comparire sulla copertina del Times) una figura molto rispettata sia in Giappone che a livello internazionale. Oggi, una statua di bronzo si erge a Sasebo per onorare le sue azioni virtuose e la sua eredità duratura come simbolo di educazione nazionale.

    Copertina risalente all’8 Novembre 1926 dedicata all’Ammiraglio Tōgō (Fonte: Wikipedia)

    Perché Sasebo?

    Le ragioni erano chiare: il fondale profondo poteva ospitare grandi navi da guerra e la sua posizione era strategicamente vitale per il controllo delle rotte marittime verso la Cina e la Corea. Con l’aumentare delle ambizioni del Giappone in Asia, l’importanza di Sasebo salì alle stelle. La base navale si espanse rapidamente, dotandosi di bacini di carenaggio, campi di aviazione e strutture per costruire e riparare navi. Negli anni ’30, Sasebo era la terza base navale più grande del Giappone.

    E non fu solo la marina a alimentare la crescita di Sasebo. L’ascesa dell’estrazione del carbone nell’era Meiji (明治時代, 1868-1912) diede impulso ad altre industrie. Sasebo divenne un centro regionale con fiorenti attività di pesca, finanza e ceramica. Queste industrie, a loro volta, stimolarono lo sviluppo dei trasporti come ferrovie e navigazione, nonché il commercio all’ingrosso e al dettaglio. Anche prima di diventare una grande base navale, Sasebo si stava già sviluppando in una significativa città regionale. Il primo ponte sul fiume Sasebo, costruito nel 1889 è stato completamente finanziato e realizzato con contributi di privati il che dimostra che, anche prima della base navale, la città aveva residenti con notevoli risorse finanziarie.

    La guerra del Pacifico

    Sasebo ha svolto un ruolo fondamentale nelle politiche espansionistiche del Giappone e, tragicamente, nella guerra del Pacifico. Dal suo porto, le navi della Marina Imperiale Giapponese salparono per operazioni cruciali. L’Arsenale Navale di Sasebo divenne un alveare di attività, impiegando circa 60.000 persone al suo apice durante la seconda guerra mondiale, costruendo cacciatorpediniere, sottomarini e altre navi da guerra. Sasebo era uno dei luoghi nevralgici della potenza navale giapponese.

    Tuttavia, questa importanza strategica rese Sasebo anche un bersaglio. Nel 1945, i raid aerei americani danneggiarono pesantemente la città e la base navale. Il 15 agosto 1945, il Giappone si arrese e il tempo di Sasebo come città militare imperiale terminò. Nel settembre 1945, arrivò la Marina degli Stati Uniti e il governo militare della città fu stabilito presso il municipio. Sasebo fu sotto occupazione statunitense fino al 1952. È interessante notare che, durante la guerra di Corea, Sasebo divenne un punto di partenza vitale per le forze delle Nazioni Unite e degli Stati Uniti, evidenziando la sua continua importanza strategica, anche sotto una nuova gestione.

    Vivere a Sasebo: una città che racconta la sua storia

    Oggi, Sasebo rimane una città molto importante. Ospita le attività della Settimana Flotta Statunitense del Pacifico e la Forza di Autodifesa Marittima Giapponese. La base svolge ancora un ruolo cruciale nel mantenimento della pace e della sicurezza nella regione del Pacifico.

    Vivendoci, si possono sentire gli echi della storia tutt’intorno. Dai vecchi magazzini di mattoni rossi costruiti dalla Marina Imperiale alla continua presenza di personale navale sia giapponese che statunitense, Sasebo è una città che indossa con orgoglio la sua storia. È un luogo affascinante, una testimonianza di come una posizione strategicamente importante e l’industria locale si siano combinate per trasformare un centro regionale in una città di importanza militare globale, una storia che ho imparato ad apprezzare profondamente.

  • Funadama-sama: la protrettrice delle imbarcazioni

    Funadama-sama: la protrettrice delle imbarcazioni

    Immergiamoci oggi in un universo affascinante e misterioso: quello delle credenze popolari giapponesi legate al mare. Qui, un kami speciale, Funadama-sama (船玉様), si erge a protettore delle imbarcazioni e dei loro equipaggi. Conosciuto con nomi diversi a seconda delle regioni, questo spirito è venerato come il guardiano delle navi, colui che assicura traversate sicure e propizia una pesca generosa. Funadama-sama, letteralmente “spirito della nave”, è l’incarnazione della protezione divina per chiunque solchi le acque, un concetto profondamente radicato nella cultura marinara giapponese, dove il mare è da sempre fonte di vita e, al tempo stesso, un luogo insidioso.

    Chi è Funadama-sama?

    Nel cuore del folklore marinaro giapponese, si narra che Funadama-sama risieda nelle stesse imbarcazioni. La sua figura si intreccia con antiche tradizioni e superstizioni, tra cui un tabù ormai in declino che interdiva alle donne l’accesso ai pescherecci. Questa usanza, oggi meno diffusa, affondava le radici in arcaiche credenze popolari legate a concetti di purezza e impurità, alimentate dal timore dell’invidia che la divinità femminile poteva nutrire verso la bellezza delle donne.

    Il concetto di kegare e Funadama-sama

    Nel pensiero tradizionale giapponese, il concetto di kegare (穢れ) indica uno stato di impurità o contaminazione, spesso associato a eventi cruciali come la morte, il parto e, in particolare, le mestruazioni. Queste ultime, un tempo, erano percepite come una forma di kegare capace di influenzare negativamente la comunità e l’ambiente circostante.

    Antiche superstizioni

    Nel contesto della pesca, si riteneva che la presenza di una donna durante il ciclo mestruale a bordo potesse attirare la sfortuna, compromettere il pescato e persino scatenare violente tempeste. Questa credenza nasceva dalla paura che il kegare mestruale potesse offendere Funadama-sama, provocando la sua collera.

    Un’ulteriore superstizione dipingeva Funadama-sama, spesso immaginata come una divinità femminile gelosa, pronta a infuriarsi contro la nave per la presenza di altre donne, soprattutto se giovani e belle.

    Fortunatamente, queste credenze stanno gradualmente svanendo. L’evoluzione della società e la trasformazione dei ruoli di genere hanno contribuito a mettere in discussione queste antiche superstizioni. Sebbene in alcune comunità di pescatori più legate alle tradizioni il tabù persista, in molte altre zone del Giappone le donne sono attivamente coinvolte nel settore della pesca, pur rimanendo una minoranza. La presenza femminile a bordo è diventata più frequente, specialmente nelle attività di acquacoltura e pesca costiera.

    Rappresentazione di Funadama-sama

    La rappresentazione di Funadama-sama, il goshintai (御神体), ovvero l’oggetto che incarna il suo spirito, varia a seconda delle usanze locali. La forma più comune, diffusa in tutto il Giappone, è quella di una coppia di bambole di carta, una maschile e una femminile, simbolo di equilibrio e protezione. Altre raffigurazioni includono oggetti simbolici come cereali, monete, dadi e persino ciocche di capelli femminili. A volte, vengono offerti anche cosmetici come cipria e rossetto, un omaggio alla natura femminile di Funadama.

    Coppia di bambole appartenente al Museo della prefettura di Tokushima

    Si dice anche che coppia di bambole viene inclusa come sostituto della vita dei marinai in caso di incidenti.

    Tradizionalmente, i carpentieri navali, i funadaiku (船大工), erano incaricati di installare il goshintai nelle nuove imbarcazioni durante la cerimonia di varo, il fune oroshi (船下ろし). Questo rito sottolineava il profondo legame tra l’arte della costruzione navale e la protezione divina. Il goshintai trovava posto in un’area specifica della barca: nelle piccole imbarcazioni in legno senza ponte, veniva ricavato un incavo nella trave di prua, la hesaki (舳先), per accoglierlo; nelle navi di maggiori dimensioni e dotate di cabina di pilotaggio, invece, veniva allestito un piccolo altare, un kami-dana, o in alternativa un hokora (祠, un piccolo santuario) all’interno della cabina stessa.

    Intorno alla figura di Funadama-sama sono nate leggende e tradizioni affascinanti. Si racconta, ad esempio, che la divinità possa manifestarsi attraverso suoni misteriosi, come un tintinnio, per preannunciare tempeste imminenti o una pesca particolarmente abbondante. Questa credenza consolida il legame tra i pescatori e la divinità, percepita come una presenza benevola e protettiva.

    Funadama-sama è oggetto di venerazione durante le festività del Nuovo Anno, con offerte votive di mochi, sakè, riso e sale. In questo periodo, le navi si adornano di rami di pino e corde shimenawa, e vengono issate grandi bandiere in suo onore.

    I dadi

    Un aneddoto curioso, narratomi da un capitano della marina militare giapponese che incontro spesso per lavoro, riguarda l’usanza di disporre i dadi sul kamidana secondo un ordine preciso, utilizzando una frase mnemonica e prendendo come riferimento la poppa della nave:

    天一地六五東西二南三北四

    Questa frase indica che i dadi devono essere posizionati con la faccia “1” rivolta verso il cielo e la “6” verso la terra. Il numero “3” è orientato verso la prua e il “4” verso la poppa, mentre il “5” si trova su entrambi i lati esterni e il “2” all’interno.

    Utilizzando comuni dadi da gioco, questa combinazione risulta impossibile. Il segreto risiede nell’esistenza di dadi “maschi” e “femmina”. Mentre i dadi “femmina”, di uso comune, presentano una specifica disposizione dei numeri, i dadi “maschi” hanno una configurazione differente, essenziale per completare la “coppia sacra” durante il rituale. Questa usanza evidenzia l’importanza della dualità e del simbolismo nei rituali tradizionali giapponesi, dove anche gli oggetti più semplici, come i dadi, possono celare significati profondi.

    In conclusione, Funadama-sama incarna un aspetto fondamentale della cultura marinara giapponese, intrecciando devozione religiosa e complesse credenze popolari. La sua figura testimonia il profondo rispetto e la secolare dipendenza dell’uomo dal mare.

  • Yōkan

    Yōkan

    Scopri assieme a noi lo yōkan, un dolce giapponese che ha le sue radici nella Cina antica. Dalla zuppa di montone ai fagioli azuki, un viaggio nella storia e nelle varianti di uno tra i dessert più amati dai giapponesi.

    Le origini dello yōkan

    Lo yōkan (羊羹) è un wagashi (和菓子), un dolce giapponese tradizionale dalla consistenza densa e gelatinosa, con una storia che affonda le sue radici in Cina, oltre 1500 anni fa. Curiosamente, il kanji di hitsuji, 羊 (pecora in italiano) suggerisce che l’antenato dello yōkan non fosse un dolce, bensì una zuppa di carne di montone. Il carattere 羹 (atsu-mono) si riferisce infatti a una zuppa densa a base di carne e verdure. Questa zuppa veniva consumata sia calda che fredda e, raffreddandosi, la gelatina della carne si solidificava, creando una consistenza che ricorda lo yōkan moderno.

    Dalla carne di montone ai fagioli azuki

    Introdotto in Giappone dai monaci buddisti durante i periodi Kamakura (1185-1333) e Muromachi (1336-1573) come tenshin (点心), uno spuntino consumato tra i pasti, lo yōkan subì una profonda trasformazione. A causa del divieto buddista di consumare carne, i monaci sostituirono il montone con ingredienti vegetali, principalmente fagioli azuki, farina di frumento e kuzu.

    Questa versione vegetariana divenne l’antenato dello yōkan moderno, una transizione da piatto salato a dolce simile a quella del manjū (饅頭), anch’esso di origine cinese.

    Evoluzione dello yōkan durante il periodo Edo

    Durante il periodo Edo (1603-1868), grazie alla maggiore disponibilità di zucchero, lo yōkan si evolse ulteriormente, dando origine a diverse varianti, tra cui le principali sono:

    Mushi-yōkan (蒸羊羹, cotto al vapore): preparato aggiungendo farina di frumento o fecola di kuzu alla pasta di fagioli dolci e cuocendola al vapore fino a ottenere una consistenza gommosa.

    Neri-yōkan (煉羊羹, impastato): ottenuto aggiungendo agar-agar sciolto alla pasta di fagioli dolci e impastando fino a raggiungere una consistenza soda. Rispetto al mushi-yōkan, ha una consistenza più liscia e una maggiore durata di conservazione.

    Il mushi-yōkan fu creato per primo e, nel tardo periodo Edo, fu sviluppato il neri-yōkan che è il tipo di yōkan più diffuso in commercio al giorno d’oggi. Esiste anche il mizu-yōkan (水羊羹), consumato soprattutto in estate, con un maggiore contenuto di acqua e una consistenza più morbida; viene generalmente servito freddo.

    Altre varianti includono il kuri yōkan (栗羊羹) con castagne, il matcha yōkan (抹茶羊羹) aromatizzato con tè verde matcha e l’imo yōkan (芋羊羹) a base di patata dolce, la satsuma imo. Esistono anche versioni meno comuni con fagioli bianchi (白餡, shiroan) o aromatizzate alla frutta.

    Lo yōkan viene solitamente tagliato a fette e offerto come dessert, spesso accompagnato da tè verde. La sua lunga conservabilità a temperatura ambiente, soprattutto per il neri-yōkan, lo ha reso anche un utile alimento di emergenza.

  • Watakano-jima: l’isola del piacere

    Watakano-jima: l’isola del piacere

    Situata nella prefettura di Mie (三重県, Mie-ken), nella regione del Kansai, Watakano-jima (和高野島) è un isola con una circonferenza di circa sette chilometri e ospita una piccola comunità di circa 180 abitanti. La sua posizione privilegiata all’interno dell’ Ise-shima kokuritsu kōen (伊勢志摩国立公園, il “parco nazionale di Ise-shima“) la dipinge come un’oasi di bellezza naturale, ma la sua storia è molto più complessa di una semplice cartolina.

    Dietro la facciata di tranquillità si cela un passato affascinante e intricato, un intreccio di antiche rotte commerciali, attese ventose e un legame, per lungo tempo indissolubile, con l’industria del piacere. Un passato che, pur essendo parte integrante della sua identità, non la definisce completamente, mentre l’isola cerca oggi di tracciare un nuovo cammino, valorizzando le sue ricchezze naturali e la sua ritrovata tranquillità.

    Come abbiamo già approfondito in un precedente articolo disponibile sul nostro blog “Ombrelli Rotti”:

    “Le ombre cangianti del crisantemo: uno sguardo alla prostituzione in Giappone”

    la prostituzione in Giappone ha una storia lunga e complessa. Sebbene sia stata vietata per legge nel 1956, diverse scappatoie e interpretazioni hanno permesso all’industria del sesso di prosperare, lasciando un’eredità culturale e sociale tutt’oggi palpabile.

    Gli yūkaku

    Per comprendere appieno il contesto storico di Watakano-jima, è utile volgere lo sguardo al periodo Edo (1603-1868). Durante questo periodo, lo shogunato Tokugawa istituì delle aree designate per la prostituzione, conosciute come yūkaku (遊廓), situate ai margini delle città. Tra i più celebri ricordiamo Yoshiwara (吉原) a Edo (l’odierna Tōkyō).

    Istituito nel 1617, inizialmente in un’area vicina a Nihonbashi, fu in seguito spostato nella zona di Asakusa dopo un devastante incendio nel 1657, diventando noto come “Shin-Yoshiwara“. Questo quartiere era frequentato da samurai, mercanti e membri delle classi sociali più elevate, che si intrattenevano con le famose oiran (花魁) che, con la loro bellezza, eleganza e raffinatezza, erano considerate vere e proprie celebrità dell’epoca.

    Con la restaurazione Meiji nel 1868 e l’apertura del Giappone all’Occidente, Yoshiwara conobbe un graduale declino, fino all’abolizione ufficiale della prostituzione, che segnò la fine non solo di Yoshiwara, ma di tutti gli yūkaku.

    La storia si Watakano-jima

    Ma la storia della prostituzione in Giappone non si limitava ai grandi centri urbani. Anche realtà più piccole, come Watakano-jima, hanno avuto un ruolo in questa complessa vicenda. L’isola, situata lungo la kitamebune (北前船), la principale rotta marittima che collegava Edo e Osaka, era un importante kazemachi minato (風待ち港), letteralmente un “porto di attesa del vento”.

    In un’epoca in cui la navigazione dipendeva interamente dalle vele, i marinai dovevano spesso attendere condizioni meteorologiche favorevoli per proseguire il viaggio. Questi porti di attesa, come Watakano-jima, si trasformavano così in vivaci centri di scambio commerciale e, inevitabilmente, di intrattenimento e piacere. La presenza di un flusso costante di marinai in cerca di svago favorì lo sviluppo di attività legate alla prostituzione, che divennero parte integrante dell’economia dell’isola.

    Pur non essendo riconosciuta formalmente come yūkaku, l’isola divenne nota per le sue attività legate alla prostituzione, tanto da essere soprannominata baishun-tō (売春島), letteralmente “isola della prostituzione”.

    L’abolizione della prostituzione nel 1956 non segnò, tuttavia, l’immediato declino di queste attività sull’isola, che continuarono a prosperare. Dopo l’entrata in vigore della legge anti-prostituzione, l’attività di prostituzione sull’isola declinò temporaneamente, per poi rifiorire negli anni ’60. Tuttavia, questa prosperità iniziò gradualmente a diminuire. Dalla fine degli anni ’80, le prostitute passarono dall’essere principalmente donne giapponesi a essere soprattutto donne provenienti dal sud-est asiatico, che accettavano salari inferiori.

    Negli anni 2000, gli sforzi di porre termine all’industria dell’intrattenimento sull’isola si intensificarono e, nell’anno precedente al vertice del G7 del 2016 tenutosi a Ise-Shima, sull’isola furono stanziati agenti di polizia, che allontanarono la maggior parte delle prostitute.

    Oggi, Watakano-jima si trova a un bivio. Dopo aver convissuto a lungo con l’ombra di un passato controverso, l’isola sta cercando di reinventarsi, di attrarre un nuovo tipo di turismo, concentrandosi sulla sua bellezza naturale e sulla sua posizione privilegiata all’interno del parco nazionale di Ise-shima. Riuscirà Watakano-jima a superare definitivamente l’eredità del suo passato e a costruire un futuro prospero basato sulla sua identità rinnovata? La sfida è complessa, ma il potenziale per una rinascita, fondata sulla valorizzazione del suo patrimonio naturale e culturale, è certamente presente, offrendo ai visitatori un’esperienza autentica e lontana dagli stereotipi.

  • Il silenzio della disuguaglianza: la povertà femminile in Giappone

    Il silenzio della disuguaglianza: la povertà femminile in Giappone

    Akiko, una madre single di Tōkyō, lavora part-time in un konbini per sbarcare il lunario. Nonostante una laurea in economia, le sue opportunità sono limitate dagli orari di lavoro e dalla mancanza di un asilo nido accessibile. La sua storia è, purtroppo, comune in Giappone, dove molte donne lottano contro la povertà e la discriminazione di genere.

    Dietro la facciata di una società prospera e tecnologicamente avanzata, il Giappone nasconde un problema oscuro e diffuso: la povertà femminile. Questo fenomeno, radicato in secoli di storia e cultura, limita le opportunità delle donne e incide negativamente sull’intera società. Questo articolo cerca di esplorare le cause profonde di questa disuguaglianza, le sue conseguenze e le possibili soluzioni per un futuro più equo.

    Radici storiche e culturali

    Le radici della disuguaglianza di genere in Giappone affondano in un passato lontano. Sebbene le donne avessero un ruolo più prominente nei primi periodi della storia giapponese, l’ascesa del Confucianesimo e la successiva istituzionalizzazione del sistema dei samurai costrinsero le donne a un ruolo subordinato.

    Da regine alla subordinazione

    Nei primi periodi della storia giapponese, le donne godevano di una notevole libertà e influenza. La Gishi-wajinden (魏志倭人伝), una cronaca cinese del III secolo d.C., menziona la regina Himiko, che governava una vasta porzione del paese, dimostrando che le donne potevano detenere un considerevole potere politico.

    Durante i periodi Nara (710-784) e Heian (794-1185), le donne della corte imperiale esercitavano una notevole influenza. Alcune ascesero persino al trono come imperatrici reggenti. Questo periodo vide anche un fiorire della letteratura, con autrici straordinarie come Sei Shōnagon, nota per il suo “Makura no sōshi” e Murasaki Shikibu, autrice del “Genji monogatari”. Queste donne hanno lasciato un’impronta indelebile sulla cultura giapponese.

    Tuttavia, con l’ascesa della classe dei samurai nel XII secolo e la crescente influenza dell’etica confuciana, la posizione delle donne iniziò a mutare. Il Confucianesimo enfatizzava la pietà filiale e una struttura sociale gerarchica, relegando le donne a un ruolo subordinato agli uomini. Questo cambiamento si consolidò nel tempo, culminando in maggiori restrizioni nei periodi successivi.

    Sanjū no oshie: le tre obbedienze

    La società giapponese del periodo Edo, profondamente influenzata dal Confucianesimo, imponeva alle donne un ruolo rigidamente definito. Il principio conosciuto come sanjū no oshie (三従の教え), le ‘tre obbedienze’, costringeva le donne a una subordinazione che si estendeva dalla giovinezza, quando dovevano obbedire ai genitori, alla vita matrimoniale, dedicata al servizio del marito, fino alla vecchiaia, quando l’obbedienza si spostava sui figli.

    Questa rigida struttura sociale ha limitato drasticamente le opportunità delle donne, relegandole alla sfera domestica e gettando le basi per le disuguaglianze di genere che persistono ancora oggi. Anche dopo la Restaurazione Meiji, sebbene le donne abbiano ottenuto maggiori diritti, l’eredità del Confucianesimo e le aspettative sociali tradizionali hanno continuato a influenzare le loro vite, rendendo difficile la piena realizzazione del loro potenziale.

    La restaurazione Meiji e i semi del cambiamento

    La Restaurazione Meiji (1868) segnò una svolta nella storia giapponese, inaugurando un periodo di rapida modernizzazione. Il nuovo governo introdusse idee e istituzioni occidentali, incluso un nuovo sistema educativo che, per la prima volta, offriva alle ragazze l’accesso alla scuola. Tuttavia, nonostante queste riforme, gli atteggiamenti sociali profondamente radicati fecero sì che la posizione fondamentale delle donne nella società rimanesse sostanzialmente invariata nell’immediato.

    Dopo la Seconda Guerra Mondiale, sotto l’occupazione alleata, il Giappone subì significative riforme sociali e politiche. La Costituzione del 1947 concesse alle donne il diritto di voto e garantì la loro uguaglianza di fronte alla legge, segnando un passo avanti significativo.

    Da allora, le donne giapponesi hanno compiuto notevoli progressi in vari campi, tra cui istruzione, imprese e politica. Tuttavia, nonostante questi progressi, raggiungere una vera uguaglianza di genere rimane una lotta continua. Atteggiamenti e stereotipi tradizionali persistono e le donne continuano a subire varie forme di discriminazione sul posto di lavoro e in altri ambiti della vita.

    Le radici della povertà femminile

    Le cause della povertà femminile in Giappone sono molteplici e interconnesse. Tra queste, spicca la discriminazione sul posto di lavoro: nonostante le leggi sull’uguaglianza, le donne continuano a subire discriminazioni salariali e a essere sotto-rappresentate nei ruoli dirigenziali, spesso relegate a lavori part-time o a tempo determinato, con minori opportunità di carriera e pensioni meno generose rispetto ai colleghi uomini.

    A ciò si aggiunge il divario salariale di genere, ancora significativo e dovuto a fattori come la segregazione occupazionale, la discriminazione nelle promozioni e le aspettative sociali che spingono le donne a interrompere o ridurre la loro carriera per occuparsi della famiglia.

    La mancanza di servizi per l’infanzia accessibili e a prezzi contenuti nelle grandi città rende difficile per le donne conciliare lavoro e famiglia, costringendole spesso a scegliere tra la carriera e la cura dei figli, con conseguenze negative sulla loro indipendenza economica.

    Gli stereotipi di genere profondamente radicati nella società giapponese continuano a influenzare le scelte di vita delle donne, limitando le loro opportunità lavorative e le espongono a un rischio maggiore di povertà, così come la precarietà del lavoro, con la diffusione di contratti a termine, part-time e a chiamata, che rende le donne particolarmente vulnerabili a shock economici e licenziamenti.

    Conseguenze della povertà femminile

    La povertà femminile ha conseguenze significative non solo per le donne direttamente coinvolte, ma per l’intera società. Essa alimenta un ciclo della povertà che si trasmette di generazione in generazione, limitando le opportunità dei figli e perpetuando le disuguaglianze.

    Inoltre, è associata a una salute precaria, sia fisica che mentale, con donne che hanno meno accesso a cure mediche e sono più esposte a stress e isolamento sociale che è una conseguenza diretta della povertà, che limita le possibilità di partecipare alla vita della comunità e di costruire relazioni significative. Infine, la povertà femminile ha un impatto negativo sull’economia, riducendo il consumo e limitando il potenziale di crescita del paese.

    Verso un futuro più equo?

    Per affrontare il problema della povertà femminile in Giappone è necessario un intervento su più fronti sui quali il governo, anche se molto lentamente, sta cercando di intervenire. È fondamentale promuovere l’uguaglianza sul posto di lavoro, facendo rispettare le leggi sull’uguaglianza salariale, combattendo la discriminazione e incentivando le aziende a offrire condizioni di lavoro più flessibili.

    È necessario investire in servizi per l’infanzia, espandendo l’accesso a servizi di assistenza di alta qualità e accessibili, per permettere alle donne di conciliare lavoro e famiglia. Occorre rafforzare le reti di sicurezza sociale, garantendo un reddito minimo alle famiglie in difficoltà e promuovendo l’inclusione sociale.

    Infine, è cruciale un cambiamento culturale che sfati gli stereotipi di genere e promuova una cultura più equa ed inclusiva, che valorizzi i contributi delle donne in tutti gli ambiti della vita.

    Nonostante le difficoltà, molte donne giapponesi hanno dimostrato una straordinaria resilienza e determinazione. Sono sempre più presenti in tutti i settori della società, dalla politica all’economia, dalla cultura allo sport. Molte donne stanno sfidando le convenzioni e aprendo nuove strade per le generazioni future.

    La storia delle donne in Giappone, come nel resto del mondo, è una storia di conquiste e di lotte. È una storia che ci insegna che il cambiamento è possibile, anche quando le radici delle disuguaglianze sono profonde e radicate. La forza e determinazione di molte donne stanno contribuendo a costruire un futuro più giusto ed equo per tutti.

  • Goemonburo: la tradizionale vasca da bagno giapponese e la leggenda di Ishikawa Goemon

    Goemonburo: la tradizionale vasca da bagno giapponese e la leggenda di Ishikawa Goemon

    Immaginate di immergervi in un bagno caldo e fumante dopo una lunga giornata, il calore avvolge il vostro corpo e scioglie lo stress. Ora, immaginate che questa vasca sia un grande calderone di ferro riscaldato direttamente da un fuoco sottostante. Questa è l’essenza del goemonburo (五右衛門風呂), una tradizionale vasca da bagno giapponese con una storia affascinante e un sorprendente legame con un leggendario fuorilegge.

    Le origini del goemonburo: un bagno nella storia

    Le origini del goemonburo non sono ben definite, ma si ritiene che queste vasche si siano diffuse maggiormente durante il periodo Edo (1603-1868). In un’epoca precedente all’idraulica moderna e all’acqua calda facilmente disponibile, il goemonburo offriva una soluzione pratica per riscaldare l’acqua del bagno. Queste vasche, tipicamente in ferro, venivano poste direttamente sopra il fuoco che riscaldava il fondo della vasca, scaldando l’acqua al suo interno.

    Le immagini della galleria sono di un romanzo comico di periodo Edo, il “Tōkaidōchū Hizakurige” (東海道中膝栗毛, tradotto anche in italiano) scritto da Jippensha Ikku ( 十返舎一九). Nell’episodio ambientato alla stazione di posta di Odawara, i due protagonisti non sapevano che nel goemonburo si usava immergere una gesuita (ゲス板). Pensando che fosse semplicemente il coperchio della vasca, la tolsero ed entrarono direttamente nel goemonburo, rischiando di scottarsi le piante dei piedi. Allora, indossando dei sandali per recarsi in bagno, entrarono nella vasca, finendo per sfondarne il fondo.

    Periodo Edo e la diffusione del goemonburo

    Il periodo Edo fu un’epoca di relativa pace e prosperità in Giappone, che portò anche a uno sviluppo delle abitudini igieniche e della cultura del bagno. Il goemonburo divenne un elemento comune nelle case, soprattutto nelle zone rurali, offrendo un momento di relax e socializzazione.

    Ishikawa Goemon: il fuorilegge e il suo tragico destino

    Il nome “goemonburo” è indissolubilmente legato alla figura leggendaria di Ishikawa Goemon (石川五右衛門), un fuorilegge simile a Robin Hood che, secondo la tradizione popolare, visse alla fine del XVI secolo. È considerato una figura storica e i testi giapponesi disponibili forniscono ulteriori dettagli sulla sua vita.

    Nel 1594, durante il regno di Toyotomi Hideyoshi, Goemon e la sua banda furono catturati e Goemon incontrò una fine orribile: fu condannato a essere bollito vivo (kama-iri no kei – 釜煎の刑 – letteralmente “pena della bollitura in un calderone”) assieme al figlio piccolo (a seconda della versione della storia) di fronte al Nanzen-ji, a Kyōto. La leggenda vuole che Goemon abbia salvato il figlioletto tenendolo sospeso sopra la testa. Questa è solo una delle versioni dell’esecuzione di Goemon.

    Esecuzione di Ishikawa Goemon. Fonte: Wikipedia

    Kama-iri: un’antica forma di esecuzione

    Il racconto della condanna di Ishikawa Goemon fu arricchito di dettagli nel corso del tempo, soprattutto durante il periodo Edo, contribuendo a creare la sua immagine leggendaria. Il kama-iri (釜煎 – bollitura in un calderone) era una forma brutale di esecuzione in uso in alcune zone del Giappone durante il periodo Sengoku, che prevedeva di bollire il condannato in un grande calderone pieno di olio o acqua.

    Questa pratica, seppur in contesti diversi, trova un eco anche in opere di finzione moderne, come nel manga e anime One Piece, dove la morte di Oden Kōzuki, bollito vivo in olio bollente per la sua ribellione, richiama la stessa immagine di sofferenza e ingiustizia. Entrambe le scene, pur appartenendo a mondi narrativi distinti, sottolineano la crudeltà di tali punizioni e il loro impatto duraturo sulla memoria collettiva.

    Il calderone ritrovato

    Per uno strano scherzo del destino, il calderone stesso utilizzato per queste esecuzioni fu ritrovato nel 1906. Il dottor Ogawa Shigejiro (小河滋次郎), un importante amministratore carcerario e studioso di diritto dell’era Meiji, lo trovò abbandonato nel carcere di Nara e lo fece trasferire a Tōkyō.

    Questa riscoperta riportò il calderone, e quindi il ricordo del destino di Goemon, alla coscienza pubblica. Il calderone fu poi esposto in varie mostre dall’Associazione delle Prigioni, diventando una popolare attrazione. Purtroppo, il calderone è ora perduto, anche se la sua forma documentata corrisponde alle testimonianze storiche.

    Sebbene l’autenticità di questo particolare calderone non possa essere provata definitivamente, è un potente ricordo di questo oscuro capitolo della storia. Il Ministero della Giustizia e altre istituzioni correlate conservano numerosi e preziosi documenti storici, e la conservazione di questi materiali per le generazioni future è una responsabilità cruciale.

    Goemonburo e la vita quotidiana

    In passato, il goemonburo ha svolto un ruolo significativo nella vita quotidiana in Giappone. Preparare un bagno era un processo laborioso. Innanzitutto, bisognava raccogliere la legna da ardere e accendere il fuoco sotto la vasca. Bisognava prestare attenzione a regolare il fuoco per evitare di surriscaldare l’acqua o danneggiare la vasca. Spesso, una tavola o una griglia di legno veniva posta sul fondo della vasca per evitare che i bagnanti si scottassero con il metallo caldo.

    Il goemonburo non era solo un luogo per lavare il corpo; era anche uno spazio sociale dove famiglie e comunità potevano riunirsi e rilassarsi. Questi bagni erano particolarmente comuni nelle zone rurali e sono stati un elemento fondamentale delle case giapponesi per un considerevole periodo di tempo.

    Declino ed eredità moderna

    Sebbene sia difficile individuare cronologie precise, diverse fonti giapponesi suggeriscono che il goemonburo rimase in uso fino al periodo Shōwa (昭和時代, 1926-1989), soprattutto nelle zone rurali dove l’accesso all’idraulica moderna arrivò più lentamente. Alcune fonti indicano che era ancora in uso in alcune case anche nella prima parte della seconda metà del XX secolo, anche se la loro diffusione diminuì significativamente dopo la seconda guerra mondiale con la crescente disponibilità di scaldabagni a gas ed elettrici e vasche da bagno moderne.

    La transizione dal goemonburo fu guidata da fattori come la comodità, i problemi di sicurezza legati alle fiamme libere e la disponibilità di alternative più moderne ed efficienti. L’introduzione dei bagni pubblici (sentō – 銭湯) fornì anche un’ alternativa, contribuendo ulteriormente al declino del goemonburo nelle case private, soprattutto nelle aree urbane.

    Il goemonburo oggi

    Sebbene l’idraulica moderna abbia in gran parte sostituito il goemonburo nelle case giapponesi, la sua eredità permane. È ancora possibile trovare queste vasche tradizionali in alcune zone rurali, nei ryokan (旅館) le locande tradizionali e occasionalmente negli onsen (温泉 – sorgenti termali). La loro presenza funge da collegamento tangibile con il passato del Giappone, ricordandoci un tempo in cui fare il bagno era un’esperienza più comunitaria e laboriosa.

    Immergersi in un goemonburo oggi è più che fare un bagno; è immergersi nella storia e vivere un aspetto unico della cultura giapponese. È un’occasione per connettersi con il passato e apprezzare l’ingegno e la resilienza di coloro che ci hanno preceduto. Mentre l’immagine della tragica fine di Ishikawa Goemon potrebbe persistere, il goemonburo si è evoluto in un simbolo di calore, relax e connessione con il ricco patrimonio del Giappone.

  • Il concetto di ujigami e il manga Dandadan: un’interpretazione moderna del folklore giapponese

    Il concetto di ujigami e il manga Dandadan: un’interpretazione moderna del folklore giapponese


    Disclaimer: mi preme precisare che le considerazioni espresse in questo articolo riguardo alle possibili connessioni tra il manga Dandadan e il folklore giapponese, in particolare il concetto di ujigami, sono frutto di un’interpretazione personale e non intendono fornire una lettura univoca dell’opera.


    Ujigami

    Gli ujigami (氏神) sono divinità tutelari di specifiche regioni o comunità in Giappone. Originariamente legati al culto degli antenati di un clan (ujizoku/shizoku 氏族), il loro significato si è evoluto nel tempo, includendo anche divinità legate a luoghi specifici, indipendentemente dai legami di sangue. Gli ujigami sono profondamente radicati nella storia, cultura e vita delle persone che proteggono, rappresentando un elemento cruciale della loro identità locale. Il loro potere è intrinsecamente legato al territorio che custodiscono, un concetto chiave per comprendere diverse dinamiche narrative.

    Dandadan

    Dandadan, il manga di Yukinobu Tatsu, intreccia elementi horror, fantascientifici, d’azione e comici, attingendo a piene mani dal folklore giapponese. Yōkai, spiriti e divinità popolano le sue pagine, offrendo una reinterpretazione moderna di antiche credenze. In questo contesto, emergono interessanti connessioni con il concetto di ujigami.

    Punti di connessione tra ujigami e Dandadan

    Legame con la terra e il concetto di confine (結界, kekkai)

    Una caratteristica distintiva di Dandadan è la forte connessione tra le manifestazioni soprannaturali e luoghi specifici: case abbandonate, cimiteri, montagne, antichi alberi e santuari diventano teatri di eventi misteriosi. Questo riecheggia il legame territoriale degli ujigami, divinità che proteggono e incarnano lo spirito di un luogo. La “turbo nonna”, ad esempio, è un’entità legata a un luogo preciso, incarnando la connessione tra un luogo e le sue leggende.

    Questo parallelismo riflette la profonda connessione degli ujigami con la storia e le tradizioni della loro terra. Ma in Dandadan questo legame si manifesta spesso attraverso la creazione di veri e propri confini spirituali, kekkai, che delimitano l’area di influenza di una determinata entità. Questi confini non sono solo fisici, ma anche spirituali, e la loro violazione può scatenare reazioni violente. Questo concetto è strettamente legato all’idea di kegare (穢れ), impurità spirituale, che spesso richiede l’istituzione di barriere per contenerla e proteggere il mondo “puro”. La presenza di questi confini in Dandadan enfatizza la territorialità del potere delle entità soprannaturali, proprio come per gli ujigami.

    Protezione e conflitto: l’ambivalenza delle entità

    Tradizionalmente, gli ujigami sono considerati protettori delle comunità locali. Tuttavia, la loro natura non era sempre puramente benevola. Potevano punire la mancanza di rispetto, portare malattie o calamità se trascurati. Questa dualità si riflette in Dandadan, dove le entità soprannaturali non sono sempre benevole nei confronti degli umani.

    Il manga esplora un complesso rapporto di coesistenza, conflitto e talvolta persino collaborazione tra umani e queste entità. Questo riflette una visione più complessa delle divinità, che possono essere sia fonte di protezione che di pericolo, un’ambivalenza presente anche in alcune figure del folklore giapponese. Ad esempio, alcuni yōkai in Dandadan, pur essendo legati a un luogo specifico, non esitano a minacciare o attaccare gli umani se si sentono minacciati o se il loro territorio viene violato. Questa ambivalenza è una caratteristica chiave sia degli ujigami che delle entità presenti in Dandadan.

    Elementi folkloristici e il ruolo dei rituali

    Dandadan attinge a un ricco patrimonio di folklore giapponese, strettamente legato al culto degli antenati e alle credenze sugli ujigami. La presenza di yōkai, spiriti, leggende urbane e altre figure mitologiche contribuisce a creare un’atmosfera che richiama un mondo spirituale radicato nelle tradizioni.

    Le rappresentazioni di queste entità sono spesso basate su storie e leggende tramandate oralmente in diverse regioni del Giappone, offrendo ai lettori uno spaccato della cultura e delle credenze popolari. Sebbene in Dandadan non ci siano rappresentazioni dirette di rituali nel senso tradizionale, si possono individuare delle “offerte” o interazioni che legano gli umani alle entità soprannaturali. Il rispetto per i luoghi, la conoscenza delle leggende locali, la paura e il terrore che suscitano queste entità possono essere visti come una forma di “offerta” che alimenta il loro potere. Anche la distruzione di un luogo legato a un’entità può essere vista come un atto che scatena la sua ira, dimostrando l’importanza del rispetto, anche involontario, verso il soprannaturale.

    Il potere limitato degli ujigami e il ruolo di Seiko

    Un aspetto fondamentale del concetto di ujigami è la territorialità del loro potere. La loro influenza è confinata al territorio che proteggono, che coincide con i confini del villaggio, del quartiere o, nel caso di Seiko, con il suo santuario. Questo significa che:

    • Potere locale: l’efficacia di un ujigami è massima all’interno del suo territorio, dove può esercitare la sua protezione, influenzare gli eventi e interagire con il mondo fisico.
    • Limitazioni territoriali: al di fuori di questo confine, l’ujigami perde gran parte, se non tutto, il suo potere. Non può più intervenire direttamente o proteggere con la stessa efficacia.

    In Dandadan, la nonna di Momo, Seiko, incarna questo principio. In quanto rappresentante della divinità legata al suo santuario, il suo potere è massimo tra le sue mura. Qui, Seiko può manifestare appieno le sue capacità soprannaturali. Tuttavia, quando Momo si allontana dal santuario, Seiko non può più aiutarla direttamente. Questa limitazione, coerente con il concetto di ujigami, può avere diverse funzioni narrative:

    • Aumenta la tensione e il pericolo: l’impossibilità per Momo di contare sull’aiuto diretto di sua nonna al di fuori del santuario crea situazioni di maggiore pericolo e suspense.
    • Forza la crescita del personaggio: questa difficoltà spinge Momo a sviluppare le proprie capacità e a diventare più indipendente, contribuendo alla sua evoluzione.
    • Rafforza il legame con il folklore: la limitazione territoriale del potere degli ujigami è un elemento centrale del folklore giapponese, e il suo utilizzo in Dandadan contribuisce a creare un’atmosfera autentica e a rafforzare il legame con le tradizioni culturali giapponesi.

    Seiko come un moderno ujigami?

    La nonna di Momo, Seiko, incarna in modo esemplare il concetto di ujigami in Dandadan. Legata al suo santuario, il suo potere è massimo all’interno di quei confini. Tuttavia, Seiko presenta alcune interessanti deviazioni rispetto al concetto prettamente tradizionale di ujigami tradizionale:

    • Personalità e relazioni: Seiko è un personaggio reale con una personalità definita, emozioni e relazioni personali, a differenza degli ujigami tradizionali spesso considerati divinità impersonali.
    • Potere personale: i suoi poteri, sebbene legati al santuario, sono manifestati in modo più personale e diretto, riflettendo la sua individualità.
    • Relazione con gli umani: la sua relazione con Momo è più simile a quella di una nonna e una nipote che a quella tra una divinità e un devoto, creando un legame più profondo e intimo.

    Seiko quindi potrebbe rappresentare così una rivisitazione moderna del concetto di ujigami, dove il potere divino si intreccia con l’umanità, creando un personaggio complesso e affascinante.

    Paure, protezione e ambiente

    Il tema della paura è centrale sia nel culto degli ujigami che in Dandadan. La paura del sovrannaturale, il rispetto per i luoghi sacri e la consapevolezza dei poteri delle entità soprannaturali sono elementi ricorrenti. Allo stesso tempo, gli ujigami sono considerati protettori delle comunità, e anche in Dandadan vediamo come alcune entità, pur imponenti, possono essere fonte di protezione e guida.

    Inoltre, il legame degli ujigami con la terra e l’ambiente trova un’eco in Dandadan, dove la natura e i luoghi sacri sono spesso al centro degli eventi soprannaturali. Il manga solleva così importanti questioni sull’impatto dell’uomo sull’ambiente e sulla necessità di rispettare la natura e le creature che la abitano.

    La modernità e la perdita di connessione con il folklore

    Dandadan mostra un mondo in cui il folklore si scontra con la modernità. Le leggende e le antiche credenze sono ancora presenti, ma spesso vengono dimenticate o ignorate. Questa tensione tra passato e presente è un tema ricorrente nel manga. Dandadan riflette la perdita di connessione con le tradizioni e il tentativo di recuperare un legame con il passato attraverso l’incontro con il soprannaturale.

    L’impatto di questi incontri è anche di natura psicologica: i personaggi sono costretti a confrontarsi con l’ignoto, con la paura, lo stupore e la necessità di dare un senso a ciò che non comprendono. Questo processo di adattamento e comprensione del soprannaturale influenza profondamente la loro crescita personale.

    Interpretazione moderna del concetto di ujigami in Dandadan

    Dandadan, pur non trattando esplicitamente il tema degli ujigami, ne riprende diversi aspetti fondamentali, offrendo una reinterpretazione moderna di antiche credenze. La rappresentazione delle entità soprannaturali non è manichea: alcune cercano la coesistenza con gli umani, altre instaurano relazioni complesse, riflettendo la natura ambivalente di molte figure divine del folklore. Questa ambivalenza potrebbe richiamare l’idea che gli ujigami, pur essendo protettori, non sono sempre portatori di solo bene, riflettendo le forze della natura, a volte benevole, a volte distruttive.

    Conclusione

    Attraverso la sua narrazione, Dandadan offre una prospettiva contemporanea sul concetto di ujigami, invitando il lettore a riflettere sul rapporto tra uomo, natura e soprannaturale nella cultura giapponese. Anche senza riferimenti diretti, l’atmosfera intrisa di folklore e la dinamica tra umani e yōkai creano un’eco delle antiche credenze, rendendo l’opera un’interessante esplorazione delle radici culturali del Giappone.

  • Ippon-jime: la tradizione giapponese del battito di mani

    Ippon-jime: la tradizione giapponese del battito di mani

    Immaginate di trovarvi a una festa aziendale (enkai, 宴会) in Giappone. La serata volge al termine e, improvvisamente, tutti iniziano a battere le mani all’unisono. Non si tratta di un semplice applauso, ma di un rituale con un profondo significato culturale: l’ippon-jime (一本締め) o l’icchō-jime (一丁締め). Queste usanze tradizionali, utilizzate per concludere eventi, esprimere gratitudine e simboleggiare unità, offrono uno spaccato affascinante delle dinamiche sociali giapponesi, in particolare nel contesto lavorativo.

    Etimologia e significato

    Ippon-jime: un rituale di chiusura

    Ippon-jime (一本締め) si traduce letteralmente con “una chiusura” o “un compattamento”. Il termine ippon (一本) significa “uno”, ma in questo contesto si riferisce a una specifica sequenza ritmica di battiti, non a un singolo battito isolato. È importante notare che, sebbene ippon significhi “uno”, il rituale prevede una sequenza di battiti ben precisa.

    Icchō-jime: una versione semplificata

    Icchō-jime (一丁締め), invece, significa letteralmente “chiusura chō‘”. Chō (丁) è un’antica unità di misura di lunghezza, ma in questo contesto indica un singolo battito secco, rendendo l‘ icchō-jime una versione semplificata dell’ ippon-jime, più rapida e informale.

    Origini storiche

    Le radici shintoiste e il mito del kuniyuzuri

    Le origini di queste usanze affondano le radici nei tradizionali rituali celebrativi con battito di mani (hakushu, 拍手) tipici dello shintoismo, un legame ulteriormente rafforzato da una connessione mitologica. Il Kojiki (古事記), un’antica cronaca giapponese, narra il mito del kuniyuzuri (国譲り), letteralmente “cessione del paese” o “trasferimento della terra”.

    Questo mito racconta di come Ōkuninushi (大国主命), una divinità terrestre (kunitsukami, 国津神) che governava la terra di Izumo, fu persuaso a cedere il controllo del Giappone alla dinastia divina celeste (amatsukami, 天津神) guidata da Amaterasu (天照大神), la dea del Sole.

    Questo evento mitologico è considerato un momento cruciale nella mitologia giapponese, che sancisce il passaggio del potere dalle divinità terrestri a quelle celesti. Quando la richiesta viene comunicata a suo figlio maggiore, Kotoshironushi (事代主神), questi esprime il suo consenso con un battito di mani, un gesto interpretato come segno di rispetto e accettazione. Questo mito suggerisce un’origine antica e quasi divina per questa pratica in Giappone, collegandola a concetti di armonia e risoluzione pacifica.

    Quando si usa l’ippon-jime?

    L’ippon-jime (一本締め) è spesso utilizzato al termine di diverse occasioni, come feste di addio (sōbetsukai 送別会), eventi aziendali (come le già citate enkai), matrimoni e incontri di comunità locali. Si tratta di un’usanza diffusa a livello nazionale, sebbene la forma e il ritmo specifici possano variare leggermente a seconda della regione. Ad esempio, nella regione del Kansai è diffusa una variante chiamata sanbon-jime (三本締め), che prevede tre sequenze di battiti.

    L’ ippon-jime nel mondo del lavoro

    Nonostante le opportunità di praticare l’ippon-jime siano forse diminuite con la diffusione del lavoro da remoto, esso rimane un elemento importante dell’etichetta aziendale giapponese. Ad esempio, può essere usato al termine di una lunga riunione di lavoro per sancire il raggiungimento di un obiettivo, la conclusione positiva di un progetto o la firma di un contratto. Lo schema ritmico “Pa-pa-pan, pa-pa-pan, pa-pa-pan, pan” (dieci battiti) riveste un significato simbolico: i primi nove battiti corrispondono al carattere kanji per “nove” (九), che in giapponese si pronuncia “ku“, suono che può essere associato alla sofferenza (苦). L’ultimo battito, aggiungendosi ai precedenti, forma il carattere per “cerchio” (丸, maru), a simboleggiare una conclusione armoniosa e di successo, superando le difficoltà rappresentate dal “nove”.

    Icchō-jime nei contesti informali

    L’ icchō-jime, al contrario, è una versione molto più semplice, che consiste in un singolo battito di mani secco. Questa forma semplificata viene spesso impiegata in contesti più informali o quando il tempo è limitato, ed è talvolta considerata una forma abbreviata dell’ ippon-jime. Ad esempio, l’ icchō-jime può essere usato in un contesto informale tra amici per salutarsi velocemente, per concludere una breve riunione informale o per esprimere un rapido ringraziamento.

    Significato sociale e culturale

    Unità, gratitudine e formalità

    L’ ippon-jime e l’ icchō-jime assolvono diverse importanti funzioni sociali. Innanzitutto, marcano chiaramente la fine di un evento o di un’attività, offrendo un senso di completezza e di chiusura formale. Inoltre, l’ ippon-jime è un modo per esprimere gratitudine e rispetto (kansha, 感謝 in giapponese) verso coloro che hanno contribuito al successo dell’evento o del progetto.

    Piuttosto che una serie di ringraziamenti individuali, si tratta di un’espressione collettiva di apprezzamento per il lavoro svolto, i risultati ottenuti e un augurio di successo per il futuro.

    Il battito di mani sincronizzato promuove anche un forte senso di unità ( ittai-kan, 一体感), creando un’esperienza condivisa e rafforzando la coesione del gruppo ( rentai-kan, 連帯感). Queste usanze contribuiscono all’importanza che la cultura giapponese attribuisce all’armonia, un valore fondamentale che permea la società giapponese e che ricerca l’equilibrio e la concordia all’interno del gruppo, fornendo un modo strutturato e rispettoso per concludere gli incontri.

    L’ ippon-jime passo per passo

    Ruolo dell’ organizzatore e le fasi rituali

    L’ ippon-jime è solitamente guidato dall’organizzatore ( detto kanji 幹事, in giapponese), la persona responsabile dell’evento, che riveste un ruolo importante nel coordinamento e nella gestione del gruppo. La procedura è ben precisa:

    • Osservazioni introduttive ( kōjō 口上): l’ organizzatore pronuncia alcune parole di apertura per preparare i partecipanti al rituale, ringraziando per la partecipazione e riassumendo brevemente i momenti salienti dell’evento.
    • Invito all’azione: l’ organizzatore invita i presenti a battere le mani con frasi formali come “O-te o haishaku” (お手を拝借, “Posso prendere in prestito le vostre mani?”) o espressioni più informali come “iyo~” (いよ〜) o “saa, shimemashō!” (さあ、締めましょう! “Bene, concludiamo!”).
    • Esecuzione: inizia il battito ritmico vero e proprio: “Pa-pa-pan, pa-pa-pan, pa-pa-pan, pan” (dieci volte). È importante che il ritmo sia mantenuto da tutti i partecipanti per creare un effetto di unisono.
    • Osservazioni conclusive: al termine del battito, l’organizzatore esprime i suoi ringraziamenti finali (arigatō gozaimashita, ありがとうございました), concludendo ufficialmente l’evento. Queste parole finali sono essenziali per dare un senso di compiutezza e armonia.

    L’etichetta prevede inoltre che, dopo l’ ippon-jime, i partecipanti applaudano quando l’organizzatore o un rappresentante esprime i suoi ringraziamenti. In caso di dubbio, soprattutto per i nuovi assunti, è consigliabile seguire l’esempio degli altri colleghi.

    Attraverso l’ ippon-jime e l’ icchō-jime, non solo si conclude un evento, ma si celebrano l’armonia, la gratitudine, il rispetto reciproco e il senso di appartenenza al gruppo, valori profondamente radicati nella cultura giapponese. Comprendere queste usanze significa aprire una finestra sulla complessità e la bellezza delle interazioni sociali in Giappone, e in particolare nel contesto lavorativo.

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