Autore: Christian Savini

  • Kyōtsū Tesuto: il trampolino o l’ostacolo per l’università in Giappone

    Kyōtsū Tesuto: il trampolino o l’ostacolo per l’università in Giappone

    Gennaio in Giappone, tra festività e tensione

    Gennaio in Giappone è un mese di vivaci celebrazioni, dalla solennità del Capodanno (元日, ganjitsu) alle gioiose festività del giorno della maggiore età (成人の日, seijin no hi) e alle tradizionali osservanze del Piccolo Capodanno (小正月, koshōgatsu).

    Eppure, in mezzo all’atmosfera festosa, aleggia una palpabile tensione, soprattutto per gli studenti dell’ultimo anno delle superiori: il test comune di ammissione all’università (大学入学共通テスト, daigaku nyūgaku kyōtsū tesuto), un esame cruciale che può influenzare significativamente il loro futuro.

    La storia del kyōtsū tesuto

    Questo esame, semplicemente chiamato kyōtsū tesuto, è diventato un momento cruciale nella vita di innumerevoli studenti giapponesi. Le sue origini risalgono al 1979 con l’introduzione dell’”esame comune di primo grado” (共通一次試験, kyōtsū ichiji shiken). Questa prima versione mirava a fornire una valutazione standardizzata per l’ingresso alle università statali. Nel 1990, il test subì un cambio di nome e lievi revisioni, diventando l’”esame nazionale unificato di ammissione all’università” (センター試験, sentā shiken). Questa versione rimase in vigore per oltre tre decenni, diventando un elemento consolidato del panorama accademico giapponese.

    Infine, nel 2021, il test si è evoluto nella sua forma attuale, il kyōtsū tesuto, riflettendo un cambiamento di rotta verso la valutazione non solo della memorizzazione mnemonica, ma anche del pensiero critico, del giudizio e delle capacità espressive.

    Struttura e funzionamento dell’ esame

    Gestito dal “centro nazionale per gli esami di ammissione all’università” (独立行政法人大学入試センター, dokuritsu gyōseihōjin daigaku nyūshi sentā), il kyōtsū tesuto rappresenta il primo passo fondamentale per gli studenti che desiderano accedere alle università pubbliche attraverso la procedura ordinaria di ammissione.

    L’importanza di questo esame è ulteriormente sottolineata dall’uso che ne fanno numerose università private, che integrano i punteggi ottenuti dagli studenti nel kyōtsū tesuto, nel loro processo interno di selezione, (共通テスト利用, kyōtsū tesuto riyō), coinvolgendo così un vasto numero di aspiranti universitari.

    L’ autovalutazione e la scelta dell’università

    Il test, che si tiene tipicamente di sabato e domenica intorno a metà gennaio, prevede la risposta a domande a scelta multipla su fogli ottici in una vasta gamma di materie. Sebbene i risultati ufficiali non vengano rilasciati immediatamente, i candidati possono valutare autonomamente la propria performance confrontando le proprie risposte con quelle pubblicate poco dopo il test. Questa autovalutazione svolge un ruolo cruciale nel decidere a quali università candidarsi per i successivi esami secondari specifici per l’università (二次試験, niji shiken).

    L’impatto sociale: il juken jigoku

    Pressione e competizione

    L’importanza sociale del kyōtsū tesuto non può essere sottovalutata. Rappresenta il culmine di anni di studio e preparazione rigorosi, e il successo all’esame è spesso visto come una porta d’accesso a migliori prospettive di carriera e mobilità sociale. Questa enfasi sul successo accademico ha creato un ambiente altamente competitivo, che spesso porta a un’immensa pressione sugli studenti. L’intensa concentrazione sulla preparazione all’esame, nota come juken jigoku (受験地獄, letteralmente “inferno degli esami”), può avere conseguenze negative sul benessere mentale e fisico degli studenti.

    Il juken jigoku non è una semplice metafora, ma una realtà fatta di studio incessante, pressione familiare e sociale, isolamento e competizione spietata. Molti studenti trascorrono innumerevoli ore a studiare, spesso frequentando i juku (istituzioni private molto diffuse in Giappone, simili a dopo scuola, che offrono lezioni extrascolastiche a studenti di tutte le età, dall’asilo fino alle superiori, in preparazione degli esami di ammissione) serali e nei fine settimana, sacrificando il sonno, il tempo libero e le interazioni sociali. La pressione per il successo, alimentata dalle aspettative familiari e dalla forte enfasi sociale sul rendimento scolastico, può portare a gravi problemi di salute mentale e fisica, tra cui ansia, stress, depressione e disturbi del sonno. La competizione per l’ammissione alle università più prestigiose è feroce, e coloro che non superano gli esami possono diventare rōnin (浪人), studenti che trascorrono un altro anno a prepararsi per riprovare l’anno successivo, con un ulteriore aggravio di stress e costi. La pressione per ottenere buoni risultati può portare ad ansia, stress e persino depressione.

    Critiche al sistema

    Sebbene il kyōtsū tesuto miri a fornire una valutazione equa e standardizzata, i critici sostengono che enfatizzi ancora fortemente la memorizzazione mnemonica e potrebbe non cogliere appieno i diversi talenti e le diverse abilità degli studenti. L’enfasi sui test standardizzati contribuisce anche all’ambiente, spesso considerato oppressivo, che circonda l’ingresso al mondo universitario giapponese.

    Il sistema di ammissione alle università giapponesi

    Kyōtsū tesuto e niji shiken

    La struttura delle ammissioni universitarie in Giappone è complessa. Le università pubbliche generalmente impiegano un processo a due fasi: il kyōtsū tesuto e il niji shiken. Il peso dato a ciascuno varia a seconda dell’università. Ad esempio, l’Università di Tōkyō, l’istituzione più prestigiosa del paese, utilizza il kyōtsū tesuto principalmente per la selezione iniziale e, il niji shiken, che ha un peso significativamente maggiore per la selezione finale. Ci sono alcune università, tuttavia, si affidano esclusivamente al kyōtsū tesuto per le ammissioni.

    I niji shiken si tengono in date diverse, consentendo agli studenti di candidarsi a più università. Le università nazionali offrono in genere due opportunità: il “periodo anticipato” (前期日程, zenki nittei) e il “periodo posticipato” (後期日程, kōki nittei). Le università private hanno i propri esami di ammissione indipendenti, offrendo spesso più date per i test.

    Il kyōtsū tesuto rimane un’appuntamento significativo per gli studenti giapponesi. Sebbene si sforzi di fornire una valutazione standardizzata e oggettiva delle capacità accademiche, evidenzia anche l’intensa pressione e l’alta posta in gioco associate all’ingresso all’università in Giappone.

    L’evoluzione dell’esame nel corso dei decenni riflette gli sforzi continui per migliorare l’equità e la completezza del processo di valutazione, ma l’impatto sociale ed emotivo sugli studenti rimane una preoccupazione critica.

  • Le ombre cangianti del crisantemo: uno sguardo alla prostituzione in Giappone

    Le ombre cangianti del crisantemo: uno sguardo alla prostituzione in Giappone

    Introduzione

    Il Giappone, una nazione immersa in antiche tradizioni e al contempo sempre proiettata verso la modernizzazione, vive una relazione complessa e spesso paradossale con la sua industria del sesso. Sebbene le forme manifeste di prostituzione siano legalmente proibite, una fiorente “industria dell’acqua” (水商売, mizushōbai) persiste, destreggiandosi abilmente tra le scappatoie legali e in continua evoluzione per riflettere i cambiamenti sociali contemporanei. Questo articolo si propone di approfondire il contesto storico, il quadro giuridico e le espressioni moderne della prostituzione in Giappone, esplorando le intricate dinamiche che operano sotto la superficie di questo complesso fenomeno sociale.

    Uno sguardo storico sulla prostituzione in giappone

    La storia della prostituzione in Giappone abbraccia molti secoli.

    Il periodo Edo e gli yūkaku

    Durante il periodo Edo (1603-1868), quartieri di piacere ufficialmente sanciti, noti come yūkaku (遊廓), prosperarono nei principali centri urbani come Edo (l’odierna Tōkyō), Kyōto e Ōsaka. Questi distretti designati ospitavano cortigiane, tra cui le molto venerate oiran (花魁), donne di raffinato talento artistico che intrattenevano una clientela d’élite. Questo sistema, pur essendo strettamente regolato dallo shogunato, conferiva un certo grado di legittimità sociale ad alcune forme di lavoro sessuale.

    Dopoguerra e l’influenza americana

    Le conseguenze della seconda guerra mondiale, segnate dall’occupazione alleata, innescarono profondi cambiamenti. La presenza di soldati americani aumentò significativamente la domanda di servizi sessuali, portando alla creazione di “stazioni di conforto” e altre forme organizzate di prostituzione. Questa era lasciò un segno indelebile sul tessuto sociale del Giappone e giocò un ruolo significativo nell’attuazione della legge anti-prostituzione.

    La legge anti-prostituzione e le sue scappatoie

    Nel 1956, il Giappone promulgò la legge anti-prostituzione (売春防止法, Baishun Bōshi Hō), entrata in vigore nel 1958. Questa legislazione proibisce esplicitamente “sollecitare o accettare sollecitazioni alla prostituzione”, definendo la prostituzione come “avere rapporti sessuali con una persona non specificata in cambio di una remunerazione”. Tuttavia, questa definizione si concentra strettamente sul sesso penetrativo, creando così un’ambiguità legale che ha permesso ad altre forme di servizi sessuali di prosperare.

    Ambiguità legali e l’industria fūzoku

    Questa ambiguità ha facilitato l’espansione dell’industria fūzoku (風俗), un termine ampio che comprende una vasta gamma di attività che offrono servizi che vanno dal massaggio e compagnia ad atti più esplicitamente sessuali che si fermano prima della penetrazione. Questi stabilimenti, che operano spesso sotto la copertura di “soapland” (ソープランド) o “image club” (イメージクラブ), sfruttano queste zone grigie legali per soddisfare una domanda sostanziale e costante.

    Panorama moderno della prostituzione in Giappone

    Il vocabolario utilizzato in giapponese per descrivere la prostituzione e le attività correlate offre una visione delle sfumature di questo settore. Il termine per “prostituzione” stesso è baishun (売春 ). Una “persona che esercita la prostituzione” potrebbe essere indicata come baishunfu (売春婦), sebbene questo termine sia spesso considerato dispregiativo e il più eufemistico fūzokujō (風俗嬢) sia più comunemente usato. Un “cliente” è semplicemente indicato come kyaku (客 ), come per tutte le attività economiche.

    Soapland e gli image club

    Il panorama contemporaneo della prostituzione in Giappone è multiforme e comprende una varietà di forme. Le “soapland” forniscono servizi di bagno che spesso includono servizi sessuali che evitano la penetrazione diretta. Gli “image club” offrono una gamma più ampia di servizi, inclusi atti sessuali simulati e sesso telefonico.

    Delivery health e tachinbo

    Il “delivery health” (deriberi herusu) prevede che le persone che esercitano la prostituzione si rechino presso le residenze o le camere d’albergo dei clienti. “Tachinbo” (立ちん坊) si riferisce alla prostituzione di strada, che spesso coinvolge giovani donne nei centri urbani.

    Il controverso JK business

    Infine, il “JK Business” (JKビジネス), una pratica molto controversa, coinvolge giovani donne, spesso studentesse delle scuole superiori (joshikōsei 女子高生), che offrono “incontri previo compenso” o altri servizi che possono potenzialmente portare allo sfruttamento.

    Prostituzione Giovanile, il papa-katsu

    La prostituzione giovanile in Giappone presenta una questione sociale complessa e profondamente preoccupante, radicata in una confluenza di dinamiche sociali ed economiche. Sebbene le cifre precise rimangano elusive a causa della natura clandestina di queste attività, è evidente che un numero significativo di giovani, spesso studentesse delle scuole superiori, viene coinvolto in varie forme di lavoro sessuale.

    Enjo kōsai e l’evoluzione nel papa-katsu

    Tradizionalmente, il termine enjo kōsai (援助交際), letteralmente “frequentazione assistita”, era usato per descrivere eufemisticamente le relazioni in cui le ragazze ricevevano denaro o regali da uomini più anziani in cambio di compagnia, appuntamenti o, in alcuni casi, rapporti sessuali. Questo fenomeno si è evoluto nel tempo, assumendo nuove forme e sfumature, in particolare il papa-katsu (パパ活) o p-katsu, lo “sugar daddy“.

    Il papa-katsu si distingue dall’enjo kōsai per una maggiore enfasi sul presunto consenso reciproco e una definizione più esplicita dei termini dell’accordo. Piuttosto che una relazione continuativa, il papa-katsu spesso prevede una serie di incontri distinti in cui la giovane e l’uomo più anziano (il “papà”) predeterminano ciò che è incluso nell’accordo, che può variare da semplici cene o gite di shopping ad atti sessuali espliciti. L’elemento cruciale è lo scambio di denaro o beni materiali in cambio di compagnia e, potenzialmente, sesso.

    È legale?

    Si tratta di una zona grigia, che naturalmente dipende dall’età della giovane donna e dal fatto che la relazione con il suo “papà” preveda rapporti sessuali in cambio di denaro. Se una ragazza ha meno di 18 anni, è considerata una vittima di sfruttamento minorile, in base alla Legge nazionale sul benessere dei minori del 1947. Questa legge definisce come reato punibile il “provocare” una persona di età inferiore ai 18 anni, di entrambi i sessi, a compiere “atti osceni”. La giurisprudenza ha successivamente stabilito che il concetto di “provocare” può includere contatti fisici diretti, pressioni indirette o stress psicologico. Gli “atti osceni” non si limitano quindi ai soli rapporti sessuali.

    Fattori contribuenti e conseguenze

    Diversi fattori contribuiscono alla prevalenza di queste pratiche: difficoltà economiche, pressioni sociali, problemi familiari e l’influenza dei social media e di internet.

    Il papa-katsu si inserisce in un contesto socio-economico giapponese che ne favorisce l’attrattiva, soprattutto per le giovani donne. Questo fenomeno non è semplicemente una ricerca di guadagno facile, ma spesso una risposta a difficoltà economiche concrete e alla mancanza di alternative lavorative soddisfacenti.

    Molte giovani donne si trovano a fronteggiare la necessità di sostenere uno stile di vita che include spese per intrattenimento, abbigliamento, cosmetici e, talvolta, interventi di chirurgia estetica, spesso implicitamente richiesti o incentivati dagli stessi “papà”. Questo crea un circolo vizioso in cui le spese aumentano parallelamente alle aspettative.

    In questo scenario, le opportunità lavorative tradizionali appaiono poco allettanti. I lavori part-time a bassa specializzazione, spesso caratterizzati da orari lunghi e stipendi bassi, non offrono un’alternativa economicamente valida. Il salario minimo in Giappone, che si attesta in media intorno ai 1.114 yen (circa 6,80 Euro) all’ora, impallidisce di fronte alle somme che si possono ottenere attraverso il papa-katsu. Questo divario economico rende il papa-katsu una fonte di reddito significativamente più redditizia, almeno nel breve termine.

    La situazione è stata ulteriormente aggravata dalla pandemia di COVID-19. La crisi economica conseguente ha colpito duramente l’occupazione femminile, con un impatto sproporzionato rispetto a quello subito dagli uomini. Secondo un’inchiesta condotta dalla NHK, nel periodo successivo all’inizio della pandemia, una donna su quattro ha subito conseguenze negative sul lavoro, tra cui perdita del posto, richieste di congedo non retribuito e riduzione delle ore lavorative. La difficoltà di trovare o mantenere un impiego, unita alla necessità di far fronte alle spese quotidiane, ha spinto molte donne a ricorrere al papa-katsu come unica soluzione per la propria sussistenza.

    Le conseguenze per le giovani donne coinvolte in queste pratiche possono essere significative, tra cui sfruttamento e abuso, rischi per la salute, impatto psicologico e coinvolgimento in attività illegali.

    Il governo giapponese e varie organizzazioni non governative stanno lavorando per affrontare il problema della prostituzione giovanile attraverso diverse iniziative, tra cui campagne di sensibilizzazione pubblica, servizi di supporto e consulenza, monitoraggio online e offline e programmi di reinserimento sociale.

    Prostituzione all’estero

    Il fenomeno delle donne giapponesi che viaggiano all’estero per prostituirsi, in particolare in altri paesi asiatici, è un motivo di preoccupazione da diversi decenni. Questo movimento è spesso indicato come “Japayuki-san” (ジャパゆきさん), un termine che ha guadagnato importanza negli anni ’80 e ’90. È un gioco di parole sul termine “Karayuki-san” (からゆきさん), che storicamente si riferiva alle donne giapponesi che viaggiavano all’estero, in particolare nell’Asia orientale e sud-orientale, tra la fine del XIX e l’inizio del XX secolo per lavorare come prostitute o in altre forme di lavoro di servizio. Il termine ha una connotazione complessa, che comprende sia motivazioni economiche sia dinamiche di sfruttamento.

    Le motivazioni e il ruolo della yakuza

    Diversi fattori hanno contribuito a questa tendenza. Durante la bolla economica giapponese degli anni ’80, la domanda di hostess e prostitute giapponesi in altre nazioni asiatiche, soprattutto nel sud-est asiatico e in Australia, crebbe significativamente. La prospettiva di guadagni più elevati all’estero era un forte incentivo. Alcune donne cercavano anche di sfuggire alle pressioni sociali o a difficili situazioni personali in Giappone. Gruppi criminali organizzati, come la yakuza, hanno svolto un ruolo significativo in questo fenomeno, facilitando e gestendo le operazioni di prostituzione all’estero. Hanno creato reti per reclutare donne, organizzare viaggi e alloggi e supervisionare le loro attività in paesi stranieri.

    Destinazioni e gestione delle operazioni

    Tra le destinazioni più comuni c’erano il sud-est asiatico, con paesi come Thailandia, Filippine e Singapore, mete popolari a causa delle industrie del turismo sessuale preesistenti, e l’Australia, con un afflusso di prostitute giapponesi in grandi città come Sydney e Melbourne.

    La gestione delle operazioni di prostituzione all’estero variava. Alcune donne lavoravano in modo indipendente, mentre altre erano impiegate in club, bar o bordelli, spesso controllati o collegati alla yakuza. Lo sfruttamento era una seria preoccupazione. Le donne venivano a volte attirate con promesse di alti guadagni, ma poi costrette a una forma di servitù per debiti per coprire viaggi, alloggi e altre spese.

    Il fenomeno sollevò complesse questioni legali e sociali. Lo sfruttamento di donne giapponesi all’estero spesso costituiva tratta di esseri umani, un grave crimine internazionale. Affrontare questo problema richiese cooperazione internazionale tra le forze dell’ordine giapponesi e quelle dei paesi di destinazione. Le donne che tornavano in Giappone spesso si trovavano ad affrontare stigma sociale e difficoltà di reintegrazione nella società.

    Sebbene il movimento su larga scala, come visto negli anni ’80 e ’90, sia diminuito, la questione delle donne giapponesi che si dedicano al lavoro sessuale all’estero persiste in varie forme, spesso facilitata da internet e dai social media. Questo contesto moderno può coinvolgere piattaforme online che collegano individui o operazioni più piccole e discrete.

    L’aumento della prostituzione in Giappone

    Le conseguenze economiche e sociali della pandemia di COVID-19 hanno avuto ripercussioni di vasta portata a livello globale, e il Giappone non fa eccezione. Sebbene il paese abbia gestito la pandemia con tassi di infezione relativamente bassi rispetto ad altre nazioni, le ripercussioni economiche sono state significative, contribuendo a un percepito aumento della prostituzione. Questo fenomeno è complesso e multiforme, radicato in problematiche sociali preesistenti esacerbate dalla pandemia.

    Difficoltà economiche e vulnerabilità

    Uno dei principali fattori trainanti di questa tendenza è l’aumentata vulnerabilità finanziaria di molti individui, in particolare delle donne. La perdita di posti di lavoro, la riduzione delle ore lavorative hanno spinto alcune verso la prostituzione come mezzo di sopravvivenza. Ciò è particolarmente vero per le donne che lavorano nei settori dell’intrattenimento, che sono stati gravemente colpiti da lockdown e restrizioni. Rapporti di organizzazioni che assistono le prostitute evidenziano un’impennata di “nuove arrivate”, molte delle quali citano la disperazione finanziaria come motivazione principale.

    Diversi organi di stampa e inchieste giornalistiche hanno evidenziato la crescente visibilità della prostituzione in alcune aree, come il quartiere Kabukicho di Tōkyō. Questi reportage citano spesso racconti di prostitute, assistenti sociali e residenti locali, dipingendo un quadro di un problema in crescita. Ad esempio, articoli sul Japan Times e sull’Asahi Shimbun hanno discusso le difficoltà delle donne costrette alla prostituzione a causa delle difficoltà finanziarie causate dalla pandemia. Sebbene questi reportage non forniscano dati statistici concreti, offrono preziose informazioni sulle esperienze vissute dalle persone coinvolte e sul contesto sociale che circonda questo problema.

    Tendenze sulla prostituzione in Giappone

    La raccolta di dati statistici accurati sulla prostituzione in Giappone è difficile a causa della natura clandestina del settore. Le statistiche ufficiali del governo si concentrano principalmente su arresti e violazioni della legge anti-prostituzione. Dati completi sulla prevalenza di diverse forme di lavoro sessuale o sul numero totale di individui coinvolti sono scarsi. Tutti i dati raccolti sono consultabili all’interno dei rapporti pubblicati dall’Agenzia Nazionale di Polizia del Giappone (警察庁, Keisatsu-chō) e dal Ministero della Salute, del Lavoro e del Welfare (厚生労働省, Kōsei Rōdō-shō).

    Conclusione

    La prostituzione in Giappone rimane una questione complessa e multiforme. Sebbene legalmente proibito, il settore ha dimostrato una notevole capacità di adattamento, evolvendosi continuamente per aggirare le scappatoie legali e rispondere alle mutevoli realtà sociali ed economiche. Il dibattito in corso sul quadro giuridico, unito alle persistenti sfide nell’affrontare la prostituzione e lo sfruttamento minorile, sottolinea la necessità critica di un dialogo continuo e dello sviluppo di politiche sociali efficaci per affrontare le varie dimensioni di questo duraturo fenomeno sociale.










  • La consegna delle cartoline di capodanno in Giappone

    La consegna delle cartoline di capodanno in Giappone

    In Giappone, il nuovo anno è un momento speciale, celebrato con l’invio e la ricezione di cartoline chiamate nengajō (年賀状). Queste cartoline rappresentano un modo per salutare amici e familiari, esprimere gratitudine per l’anno trascorso e augurare buona fortuna per quello nuovo. Un aspetto unico di questa tradizione è la consegna coordinata di queste cartoline proprio il primo giorno dell’anno.

    Nengajō

    Le poste giapponesi svolgono un ruolo cruciale in questo evento annuale. Raccolgono e smistano enormi quantità di nengajō nei giorni precedenti il Capodanno, conservandole per garantire che la maggior parte venga consegnata il primo giorno dell’anno. Questa pratica è un’impresa logistica considerevole, che coinvolge molto personale e una pianificazione meticolosa.

    Storicamente, le nengajō venivano consegnate a mano, ma con la modernizzazione del sistema postale, la pratica si è spostata sulla consegna organizzata da parte dei postini. Sebbene il volume di nengajō sia diminuito negli ultimi anni a causa dell’aumento della comunicazione digitale, rimane un evento culturale significativo e un’operazione su larga scala per le poste giapponesi.

    Foto: ANN News

    Raccolta e smistamento

    Da metà dicembre, vengono allestite cassette postali speciali appositamente per le nengajō. Gli uffici postali lavorano instancabilmente per smistare le cartoline per area di consegna.

    Evidenziata bianco la buca delle lettera riservata per le nengajō. (Può essere diversa a seconda dell’ufficio postale)

    Preparativi per la consegna

    Postini e dipendenti delle poste spesso lavorano durante la notte del 31 dicembre per finalizzare lo smistamento e prepararsi per le consegne del giorno successivo.

    Consegna il primo dell’anno

    Il 1° gennaio, i postini iniziano i loro giri di consegna di buon mattino per recapitare le nengajō. È comune vedere postini su motociclette o biciclette, carichi di pile di cartoline, effettuare le consegne durante tutta la giornata.

    L’importanza simbolica delle nengajō

    La consegna delle nengajō il primo giorno dell’anno ha un peso simbolico. Rappresenta un nuovo inizio, connessioni rinnovate e la continuazione di una cara tradizione culturale.

    La mattina del 1° gennaio, presso molti uffici postali in tutto il Giappone, si tiene una cerimonia formale prima della partenza dei postini per la consegna delle nengajō. Questa cerimonia, chiamata shuppatsu-shiki (出発式), ha diversi scopi:

    Motivazione e incoraggiamento

    La cerimonia punta a dare una carica positiva ai postini che affronteranno una giornata di lavoro intensa.

    Sicurezza stradale

    I discorsi dei dirigenti durante la cerimonia servono anche ad enfatizzare la sicurezza stradale e la guida prudente.

    Riconoscimento del servizio

    La cerimonia mira a sottolineare il valore culturale e sociale della consegna delle nengajō.

    Immagine pubblica delle poste

    L’azienda punta anche al rafforzamento di un’immagine positiva delle poste giapponesi.

    Gli elementi tipici della cerimonia includono discorsi dei dirigenti, una dichiarazione di intenti da parte di un rappresentante dei postini, un controllo dei mezzi di trasporto e la partenza in gruppo dei postini. L’atmosfera è formale ma anche festosa, con un senso di orgoglio e appartenenza.

    Il numero di nengajō inviate ogni anno è in calo a causa del maggiore utilizzo di e-mail e social media per gli auguri di Capodanno. Tuttavia, molti giapponesi apprezzano ancora la natura tangibile della ricezione di una cartolina fisica e la tradizione continua ad avere un posto speciale nella cultura giapponese. Le poste giapponesi si sono adattate a questi cambiamenti offrendo vari servizi, come la creazione e la stampa di nengajō online.






  • Ōmisoka: la notte di Capodanno in Giappone

    Ōmisoka: la notte di Capodanno in Giappone

    Oggi è Ōmisoka qui in Giappone e ci stiamo preparando per i festeggiamenti. Ōmisoka (大晦日), l’ultimo giorno dell’anno, è un momento di riflessione e preparazione per il nuovo anno che ci attende. Questo giorno speciale è intriso di tradizione, con usanze che si tramandano di generazione in generazione. Approfondiamo il significato e le origini di Ōmisoka ed esploriamo alcuni dei suoi rituali più significativi.

    Origine del termine Ōmisoka

    Il termine Ōmisoka ha interessanti radici etimologiche. Nell’antico calendario lunare, l’ultimo giorno di ogni mese era chiamato “misoka” (晦日). Essendo l’ultimo “misoka” dell’anno, l’ultimo giorno del dodicesimo mese divenne noto come “Ōmisoka” (大晦日), letteralmente “grande ultimo giorno”. Il termine “misoka” (晦日) può anche essere scritto con i seguenti kanji “三十日”, che significa il 30° giorno, rafforzando ulteriormente la sua associazione con la fine di un periodo. Il carattere “tsugumori” (晦), che può essere letto anche “misoka“, ed è considerato una contrazione di tsuki-gomori (月晦), il cui significato è “il giorno in cui la luna si nasconde”, descrivendo appropriatamente la fine del ciclo lunare.

    Radici storiche di Ōmisoka

    Questa usanza può essere fatta risalire al periodo Heian (794-1185), quando venivano fatti i preparativi per accogliere il toshigamisama (歳神様), il kami del nuovo anno, che si credeva portasse un raccolto abbondante. Si credeva che toshigamisama visitasse ogni famiglia, quindi le persone rimanevano sveglie tutta la notte in una pratica chiamata “toshigomori” (年籠り).

    Evoluzione del toshigomori

    Il toshigomori prevedeva che i capifamiglia si ritirassero nel santuario dove risiedeva la loro divinità guardiana locale (ujigami sama), dalla sera di Ōmisoka fino alla mattina seguente, pregando per tutta la notte per un raccolto abbondante e per la sicurezza nel nuovo anno. Si ritiene che, con il tempo, questa pratica del toshigomori possa essersi evoluta in due usanze distinte: “joyamōde” (除夜詣), la visita a un santuario la vigilia di Capodanno, e “ganjitsumōde” (元日詣), la visita a un santuario il giorno di Capodanno. Questa pratica è considerata una delle origini delle usanze di Ōmisoka. Con il tempo, l’usanza del toshigomori è cambiata e la pratica di visitare santuari e templi il giorno di Capodanno si è evoluta in quella che oggi è conosciuta come “hatsumōde” (初詣), la prima visita al santuario dell’anno.

    Con l’arrivo di Ōmisoka e la fine dell’anno, le persone riflettono sugli ultimi dodici mesi. Diverse tradizioni chiave segnano questo importante giorno:

    Joya no kane: Il suono delle campane

    Joya no kane (除夜の鐘): questo è forse il rituale di Ōmisoka più iconico. A mezzanotte, i templi buddisti di tutto il Giappone suonano le loro campane 108 volte. Si ritiene che questa pratica abbia avuto origine in Cina durante la dinastia Song e sia stata introdotta in Giappone durante il periodo Kamakura (1185-1333). Ogni rintocco rappresenta uno dei 108 desideri terreni o peccati mondani del credo buddista, purificando simbolicamente l’anno passato e preparando un nuovo inizio.

    Toshikoshi soba

    Toshikoshi Soba (年越しそば): mangiare soba la sera di Ōmisoka è un’altra usanza popolare iniziata a metà del periodo Edo (1603-1868). Ci sono diverse ragioni per questa tradizione: i soba, lunghi e sottili simboleggiano la longevità e una lunga vita; sono anche associati alla buona fortuna negli affari, poiché gli orafi usavano palline fatte con la farina dei soba per raccogliere la polvere d’oro sparsa durante il loro lavori compiuti durante l’anno. Questo gesto si credeva portasse fortuna.

    Inoltre, poiché i soba sono facili da tagliare, si ritiene che rappresentino il taglio dei legami con le difficoltà e le sfortune dell’anno passato. Alcuni credono anche che, poiché le piante di grano saraceno, possono riprendersi dopo essere state appiattite dal vento e dalla pioggia, mangiare soba rappresenti la resilienza e la capacità di rialzarsi.

    Toshikoshi-soba

    Proprio come diverse regioni hanno le proprie tradizioni uniche, anche il cibo consumato la sera di Ōmisoka può variare. Mentre il consumo di soba in questo giorno è comune in tutto il paese, esistono delle zone dove le persone mangiano udon a Ōmisoka.

    Ōmisoka è un momento di riflessione, gratitudine e anticipazione. È un momento per apprezzare l’anno passato e prepararsi al nuovo con un senso di speranza e rinnovamento.

  • Iwai-bashi: le bacchette per le celebrazioni di Capodanno

    Iwai-bashi: le bacchette per le celebrazioni di Capodanno

    Nella cultura giapponese, le occasioni speciali come il Capodanno (shōgatsu) e altre celebrazioni richiedono utensili da tavola unici, tra cui spiccano le iwai-bashi (祝い箸). Queste bacchette speciali, spesso associate all’osechi ryori (おせち料理, il sontuoso banchetto di Capodanno) e all’ozoni (お雑煮), incarnano un profondo simbolismo culturale e religioso.

    Le iwai-bashi si distinguono per la loro lunghezza, di circa otto sun (寸, un’antica unità di misura giapponese che corrisponde a circa 24 cm). Il kanji per otto (八) si allarga verso il basso, simboleggiando prosperità e buon auspicio. Questo articolo esplora le origini, il simbolismo e le usanze legate a queste sacre posate, offrendo una guida completa per comprendere il loro ruolo nella tradizione giapponese.

    Il termine iwai-bashi (祝い箸) è composto da due kanji:

    祝い (iwai)

    significa “celebrazione”, “congratulazioni” o “festa”, indicando l’uso di queste bacchette durante occasioni gioiose.

    箸 (hashi)

    he significa semplicemente “bacchette”

    La combinazione di questi caratteri definisce chiaramente le iwai-bashi come bacchette specificamente destinate ai pasti celebrativi.

    Queste bacchette sono conosciute anche con altri nomi, ognuno con una propria sfumatura di significato:

    Ryōkuchi-bashi (両口箸)

    Tradotto letteralmente come “bacchette a doppia bocca”, questo nome si riferisce alla caratteristica forma affusolata di entrambe le estremità. Questo design unico simboleggia la condivisione del pasto tra gli umani e i kami (le divinità shintoiste), un concetto noto come shinjin kyōshoku (神人共食), ovvero “pasto condiviso tra i kami e l’uomo”.

    Yanagi-bashi (柳箸)

    Questo termine indica che le bacchette sono tradizionalmente realizzate in legno di salice (柳, yanagi). Il salice, nella cultura giapponese, è simbolo di buon auspicio per la sua vitalità e la sua associazione con l’allontanamento degli spiriti maligni. Rappresenta inoltre la longevità, essendo considerato un albero medicinale. Il termine yanagi può essere anche scritto con i seguenti kanji “家内喜”, che significa “gioia familiare”.

    Tawara-bashi (俵箸)

    Questo nome si riferisce alla forma delle bacchette, più spesse al centro, che ricordano proprio una tawara (俵), un sacco di paglia di riso intrecciata, tradizionalmente utilizzato in Giappone per conservare e trasportare il riso, ma anche altri cereali, semi e persino sale. Questa forma simboleggia la preghiera per un raccolto abbondante ed è anche chiamata futobashi (太箸, bacchette spesse) o haramibashi (はらみ箸, bacchette della gravidanza), simboli di fertilità e prosperità della discendenza.

    Tawara

    Simbolismo e legame con i kami

    La caratteristica più significativa delle iwai-bashi sono le loro estremità affusolate. A differenza delle bacchette di tutti i giorni, che sono affusolate solo su un’estremità, le iwai-bashi sono progettate in modo che entrambe le estremità possano essere utilizzate per mangiare. Questo design unico si collega alla credenza shintoista dello shinjin kyōshoku (神人共食) che si traduce come “condivisione del cibo tra kami (divinità) e persone”.

    Shinjin kyōshoku

    Questo termine si riferisce a un’antica pratica rituale giapponese in cui si credeva che le persone condividessero un pasto con i kami, spesso attraverso offerte di cibo durante festival o cerimonie. Questo atto simboleggiava una connessione spirituale e una comunione tra il mondo umano e quello divino.

    Un’estremità è simbolicamente usata dai kami, mentre l’altra è usata dalla persona, a significare un’esperienza condivisa e una connessione con il divino. Questa pratica esprime gratitudine ai kami per le benedizioni ricevute, specialmente durante le celebrazioni di Capodanno quando l’osechi ryori è offerto come pasto sacro.

    Sakasa-bashi

    Usare le bacchette al contrario, una pratica nota come sakasa-bashi (逆さ箸) o kaeshi-bashi (返し箸), è considerata una grave violazione dell’etichetta delle bacchette in Giappone. Sakasa significa “inverso” o “sottosopra”, e kaeshi significa “ritorno” o “rovesciare”, quindi questi termini descrivono direttamente l’azione di prelevare il cibo da piatti condivisi usando l’altra estremità delle bacchette. Questo è considerato maleducato perché l’altra estremità è tenuta con le mani, che non sono considerate pulite.

    Anche con le iwai-bashi, usare l’estremità opposta è strettamente proibito. Questo perché, come detto precedentemente, un’estremità delle iwai-bashi è simbolicamente riservata ai kami. Pertanto, quando si serve cibo da un piatto comune, è essenziale usare bacchette da portata separate (toribashi) in aggiunta alle iwai-bashi, mantenendo il rispetto sia per la corretta etichetta sia per la natura sacra delle bacchette celebrative.

    Preparare le iwai-bashi

    Un’usanza prevede di scrivere i nomi di famiglia sugli involucri di carta delle iwai-bashi. Il capofamiglia scrive il proprio nome come “主 (shujin)” (capofamiglia) e i nomi degli altri membri della famiglia. Le bacchette avvolte vengono poi offerte al kamidana (神棚, altare domestico) o vicino al kagami mochi (鏡餅) durante l’Ōmisoka (大みそか), la vigilia di Capodanno. Per gli ospiti, il carattere “上 (ue)” (sopra/superiore) è scritto sull’involucro.

    Rituali post-utilizzo

    Le iwai-bashi sono tradizionalmente considerate usa e getta per motivi igienici. Tuttavia, alcune famiglie possono lavarle accuratamente e riutilizzarle alcune volte. Anche lo smaltimento corretto delle iwai-bashi usate è importante. Tradizionalmente, vengono portate a un festival sagichō (左義長), noto anche come dondo-yaki (どんど焼き) o tondo (とんど) a seconda della regione. Questo festival del falò, che si tiene intorno al 15 gennaio (Piccolo Capodanno), prevede il bruciare le decorazioni di Capodanno, comprese le iwai-bashi, a simboleggiare il ritorno dei kami in cielo attraverso il fumo dei falò.

    Dondo-yaki

    Bruciando questi oggetti, le persone esprimono gratitudine e inviano le benedizioni ricevute durante il periodo di Capodanno. In tempi moderni, se non si può partecipare a un festival sagichō, avvolgere le iwai-bashi usate in carta bianca con un pizzico di sale e smaltirle separatamente dagli altri rifiuti è una rispettosa alternativa.

    Le iwai-bashi sono quindi molto più di semplici utensili da cucina: rappresentano un legame tangibile con le tradizioni culturali e religiose del Giappone, incarnando il rispetto per i kami, l’unità familiare e le speranze di buona fortuna per il nuovo anno.




  • Kazunoko: le uova portafortuna del Capodanno giapponese

    Kazunoko: le uova portafortuna del Capodanno giapponese

    Il kazunoko (数の子), con la sua vibrante tonalità gialla e la consistenza piacevolmente croccante, è un elemento essenziale delle celebrazioni del Capodanno giapponese. Questa prelibatezza salata, spesso gustata con il sakè, è un alimento base dell’osechi ryori, la tradizionale cucina di Capodanno. Ma cos’è esattamente il kazunoko e perché occupa un posto così speciale nella cultura giapponese? Immergiamoci nell’affascinante storia di queste uova dorate.

    Il kazunoko sono uova di aringa, specificamente l’ovario dell’aringa. La sua caratteristica consistenza scoppiettante e il colore giallo lo rendono immediatamente riconoscibile. Le uova vengono tipicamente conservate sotto sale, il che conferisce loro un sapore leggermente salato che si sposa perfettamente con l’atmosfera festosa del Nuovo Anno.

    Foto dell’autore: kazunoko durante pranzo del primo giorno dell’anno

    In giapponese, l’aringa è chiamata “nishin” (鯡). Fatto interessante, questa parola può essere scritta anche con i caratteri 二親 (ni-shin), che letteralmente significano “due genitori”. Questa duplice rappresentazione grafica conferisce al kazunoko un valore simbolico legato alla fertilità e alla prosperità familiare, in particolare all’augurio di una discendenza numerosa. Tale simbolismo riveste un ruolo centrale nelle celebrazioni del Capodanno giapponese.

    Sebbene il Giappone un tempo vantasse abbondanti catture di aringhe, la pesca interna è diminuita notevolmente negli ultimi anni. Oggi, la maggior parte provengono sia dall’Oceano Pacifico che dall’Atlantico. Il kazunoko del Pacifico, in particolare quello proveniente dal Canada, è apprezzato per la sua consistenza soda, mentre il kazunoko atlantico, noto per la sua consistenza più umida, viene spesso utilizzato nei prodotti alimentari trasformati. In Giappone, Hokkaido e Tohoku erano un tempo importanti aree di produzione, sebbene le catture siano ora considerevolmente inferiori, il che rende il kazunoko proveniente da queste zone una prelibatezza.

    La presenza del kazunoko nell’osechi ryori è profondamente radicata nel simbolismo e nella tradizione. Non è solo un piatto gustoso; porta con sé anche profondi auguri per l’anno nuovo.

    La ragione principale per cui kazunoko è incluso nell’osechi è la sua associazione con la fertilità e la prosperità dei discendenti. La pura abbondanza di uova all’interno delle ovaie simboleggia il desiderio di avere molti figli e la continuazione della linea familiare. Questo simbolismo è ulteriormente rafforzato, come spiegato in precedenza, dalla connotazione di “due genitori” della parola “nishin“.

    Oltre alla fertilità, si ritiene anche che il kazunoko scacci gli spiriti maligni all’inizio del Nuovo Anno, assicurando un nuovo inizio e un anno pieno di buona fortuna. Durante le celebrazioni del Capodanno giapponese, è consuetudine includere gli iwai-zakana (祝い肴) come parte dell’osechi ryori. Tre piatti sono designati come iwai-zakana, e il kazunoko è uno di questi. Questi piatti vengono tradizionalmente consumati insieme al toso (お屠蘇), un sakè speziato, con l’intento di scacciare gli spiriti maligni e assicurare buona salute e longevità.

    La più antica testimonianza storica della comparsa del kazunoko in Giappone risale a più di 450 anni fa. Esistono documenti che attestano che il kazunoko fu offerto in dono a Ashikaga Yoshiteru, il tredicesimo shogun dello shogunato Muromachi.

    Verso la fine del periodo Muromachi, si svilupparono i trasporti marittimi nell’ura-nihon, il mare del Giappone, e si dice che il kazunoko entrò a Kyōto attraverso Tsuruga, diventando noto ai cuochi della corte imperiale e dello shogunato. Si ritiene che il kazunoko sia stato introdotto dall’ Hokkaido a Kyōto, inizialmente assieme all’alga konbu, che era il principale prodotto di esportazione dell’ Hokkaido in quel periodo. Assieme all’alga fu introdotto anche il komochi konbu (子持ち昆布), che suscitò interesse per le uova stesse.

    Komochi-konbu


    Poiché le numerose uova all’interno del kazunoko evocano immagini di prosperità familiare e di molti discendenti, iniziò a essere usato come “engimono” (縁起物), ovvero un oggetto di buon auspicio ritenuto portatore di fortuna.

    Successivamente, Tokugawa Yoshimune (noto come “abarenbo shōgun“, lo “shōgun selvaggio”), l’ottavo shōgun del periodo Edo, che promosse la frugalità durante le riforme kyōhō, sostenne l’inclusione del kazunoko nell’osechi ryori, dicendo: “Voglio che sia i ricchi che i poveri mangino lo stesso cibo e festeggino durante il Nuovo Anno”. Questo si crede portò al consumo diffuso del kazunoko.

    Oggi, il kazunoko rimane parte integrante delle celebrazioni del Capodanno giapponese. La sua consistenza unica, il sapore salato e il significato simbolico lo rendono un piatto amato, che incarna gli auguri per un anno prospero e fertile. Quindi, la prossima volta che incontrerete queste uova dorate, ricordate la loro ricca storia e le speranze che rappresentano e godetevi un assaggio veramente autentico della tradizione del Capodanno giapponese.




  • Kagami mochi: lo specchio del nuovo anno e il rituale del kagami biraki

    Kagami mochi: lo specchio del nuovo anno e il rituale del kagami biraki

    Immagina un Capodanno dove al posto di luci sfavillanti, troneggiano semplici tortine di riso, intrise di secoli di tradizione e spiritualità. In Giappone, queste non sono semplici tortine: sono kagami mochi (鏡餅), letteralmente “tortine di riso a specchio”, e rivestono un ruolo speciale nei cuori e nelle case dei giapponesi durante le festività di Capodanno (oshōgatsu お正月).

    Prima di addentrarci nel mondo del kagami mochi, scopriamo cosa sono i mochi (餅). Queste tortine di riso gommose e glutinose sono fatte a partire dal mochigome (糯米), una varietà di riso a chicco corto, bianco opaco e dal contenuto di amido molto elevato. Il riso viene cotto al vapore e poi pestato fino a ottenere un impasto liscio ed estremamente elastico. Il risultato è una delizia appiccicosa e delicatamente dolce, base di molti dolci e piatti giapponesi.

    Il termine kagami mochi (鏡餅) deriva da kagami (鏡), che significa “specchio”. Nell’antichità, gli specchi di bronzo erano considerati oggetti sacri, simboli del divino e della verità. L’aggiunta di mochi (餅), che indica la tortina di riso, crea un’immagine potente: una tortina che riflette la divinità. Questa connessione con lo specchio, che riflette la realtà e l’anima, conferisce al kagami mochi un significato spirituale profondo.

    La tradizione del kagami mochi affonda le radici nel periodo Heian (794-1185 d.C.) e si è evoluta da antichi rituali in onore di divinità e antenati. Era un’offerta votiva al toshigami (年神), il kami del nuovo anno, considerato portatore di buona fortuna, salute e abbondanti raccolti.

    Nello shintoismo, la religione autoctona giapponese, gli yorishiro (依り代) sono oggetti o luoghi che si ritiene attraggano i kami. Sono quindi delle dimore temporanee per gli spiriti. Durante il Capodanno, il toshigami viene accolto nelle case e il kagami mochi funge proprio da yorishiro, un recipiente temporaneo per lo spirito del kami. Ma non solo, il kagami mochi è anche considerato il ricettacolo del mitama (御霊) del toshigami.

    Il termine mitama (御霊) si riferisce all’aspetto spirituale o all’anima di una divinità. È la forza vitale, l’essenza divina che risiede all’interno di un kami. Nel contesto del kagami mochi, si crede che il mitama del toshigami discenda e risieda temporaneamente all’interno del mochi, conferendogli un potere sacro e benedicente. Questo concetto è strettamente legato alla nozione di tamashii (魂, anima), che nella cultura giapponese è considerata l’energia vitale, la forza che anima ogni essere vivente. Anticamente si credeva che, all’inizio dell’anno, la tamashii del kami (神, divinità) venisse condivisa con tutti gli esseri viventi, donando una parte della propria anima per conferire a tutte le creature la forza necessaria per affrontare il nuovo anno.

    Il kagami mochi, quindi, non è solo un contenitore del mitama, ma anche un veicolo attraverso il quale questa energia vitale viene distribuita e condivisa. Offrendo una dimora confortevole al mitama del toshigami, le famiglie sperano di ricevere benedizioni di salute, prosperità e felicità per l’anno nuovo.

    Normalmente, nelle famiglie giapponesi, l’esposizione del kagami mochi avviene una volta terminate le pulizie di fine anno, preparandosi all’arrivo del nuovo anno. È consuetudine evitare di esporlo il 29 dicembre, giorno considerato nefasto. A differenza di altre offerte che si fanno durante l’anno, il kagami mochi non è un semplice ornamento. Essendo considerato uno shintai (神体), un oggetto che incarna una divinità, si crede che al suo interno dimori il toshigami, la divinità del nuovo anno. Per questo motivo, non è consuetudine conservarlo per tutto l’anno o riporlo dopo le feste. Aprendolo durante il kagami biraki, si permette al toshigami di uscire, compiere la sua benedizione sulla famiglia e poi fare ritorno al suo luogo di origine.

    Il kagami mochi non viene semplicemente appoggiato su una superficie qualsiasi; tradizionalmente, viene esposto su un supporto di legno chiamato sanpō (三宝), che letteralmente significa “tre tesori”. Sopra il sanpō viene posto un foglio di carta speciale chiamato shihōbeni (四方紅), letteralmente “rosso quattro lati”. La funzione di questo foglio non è puramente ornamentale, ma ha un significato apotropaico, ovvero serve come augurio e protezione verso l’abitazione contro eventuali incendi. Oltre a questi elementi, il kagami mochi viene spesso ornato con una striscia di alga konbu (昆布) e con una piccola striscia di cachi essiccati.

    Il kagami mochi è composto due mochi rotondi sovrapposti, con quello più piccolo posto sopra quello più grande. Questa struttura apparentemente semplice è ricca di simbolismo:

     I due mochi rappresentano diverse dualità:

    • In e yō (陰陽, Inyō): le forze fondamentali di equilibrio nell’universo, l’equivalente giapponese di yin e yang.
    • Tsuki e taiyō (月と太陽): la Luna e il sole, corpi celesti che rappresentano diversi aspetti della natura e del tempo.
    • Kyonen e kotoshi (去年と今年): l’anno passato e l’anno che verrà, una riflessione sul passato e uno sguardo al futuro.

    Come per alte decorazioni di Capodanno sulla cima del mochi più piccolo si trova una daidai (橙), una tipica arancia giapponese dal gusto amarognolo. Il nome daidai (代々) suona simile alla parola giapponese per “generazioni”, che simboleggia la continuazione della stirpe familiare attraverso le generazioni. Questo frutto infatti raramente cade anche quando maturo, così frutti vecchi e nuovi possono essere visti sullo stesso albero, simboleggiando la continuazione delle generazioni.

    Dopo la visita del toshigami (di solito intorno all’11 gennaio), il kagami mochi viene rimosso e rotto in un rituale chiamato kagami biraki (鏡開き), letteralmente “aprire lo specchio”. È fondamentale notare che il mochi non viene tagliato con un coltello, poiché rappresenterebbe sia il taglio dei legami o la rottura della buona fortuna e un riferimento diretto alla pratica del seppuku. Invece, viene rotto a mano o con un martello di legno (kizuchi 木槌). Questo atto di rottura non è distruttivo, ma piuttosto un’ “apertura” simbolica per condividere il potere e le benedizioni del kami del nuovo anno. Si crede che in questo modo l’anima del toshigami contenuta nel mochi venga liberata e distribuita tra i partecipanti, portando fortuna e prosperità.

    Essendo considerato uno shintai si crede che al suo interno dimori la divinità del nuovo anno e aprendolo si permette a quest’ultima di uscire, compiere la sua benedizione sulla famiglia per poi fare ritorno al suo luogo di origine.

    Nella società dei samurai dei periodi Sengoku ed Edo (circa XV-XIX secolo), esisteva un rituale chiamato gusoku-iwai (具足祝い) o gusoku-biraki (具足開き) in cui il mochi veniva offerto di fronte al kacchū (甲冑), l’armatura e le spade, considerate l’anima del samurai, e poi mangiato dopo il Capodanno. Questo rituale sottolinea ulteriormente il legame del mochi con la forza, la protezione e la buona fortuna.

    La cerimonia del kagami biraki segnava la fine del nuovo anno e l’inizio dei lavori dell’anno nuovo. Si dice che i samurai aprissero i loro forzieri, i mercanti i loro magazzini e i contadini iniziassero l’anno con la semina del riso. Poiché questo rituale ebbe origine all’interno della classe dei samurai, era proibito tagliare questi dolci usando coltelli o altre lame, in quanto il gesto veniva associato al seppuku. La gente iniziò a romperli a mano o con un martello. Fu inoltre deciso di utilizzare la parola biraki (dal verbo hiraku), ovvero aprire piuttosto che la parola waru (割る, rompere) perché si credeva portasse sfortuna.

    Il kagami mochi e il kagami biraki sono più di semplici usanze; sono una finestra sulla ricca cultura e spiritualità giapponese. Ci ricordano l’importanza della famiglia, della tradizione e del legame con il divino. La prossima volta che vedrai queste semplici ma profonde tortine di riso, ricorda la storia che raccontano: una storia di accoglienza, benedizioni e il potere duraturo della tradizione.











  • Kōhaku uta gassen: una tradizione di Capodanno

    Kōhaku uta gassen: una tradizione di Capodanno

    Mentre le ultime ore dell’anno scorrono in Giappone, le famiglie si riuniscono davanti alla televisione, non per il conto alla rovescia di una sfera che scende, ma per un vibrante spettacolo musicale: il kōhaku uta gassen (紅白歌合戦), letteralmente “battaglia di canto rossa e bianca”. Questa tradizione annuale di Capodanno, trasmessa dalla NHK, è stata un punto fermo della cultura giapponese per oltre sette decenni, segnando il passaggio da un anno all’altro con musica, competizione amichevole e un tocco di unità nazionale.

    Il kōhaku è più di un semplice concerto televisivo; è un fenomeno culturale. Il programma mette a confronto due squadre di artisti musicali popolari: la squadra rossa (akagumi, 紅組), tradizionalmente composta da artiste donne, e la squadra bianca (shirogumi, 白組), tradizionalmente composta da artisti uomini. Queste squadre eseguono una selezione delle loro canzoni più popolari dell’anno passato e gli spettatori votano per determinare la squadra vincitrice. Sebbene l’aspetto competitivo aggiunga eccitazione, il kōhaku è in definitiva una celebrazione della musica giapponese e un’esperienza condivisa per le famiglie di tutta la nazione.

    Le radici del kōhaku possono essere fatte risalire a un programma radiofonico, kōhaku ongaku jiai (紅白音楽試合) “competizione musicale rossa e bianca”, trasmesso la notte di Capodanno nel 1945, poco dopo la fine della seconda guerra mondiale. La trasmissione televisiva iniziò nel 1951, diventando rapidamente un’amata tradizione di fine anno. Il nome del programma, “kōhaku“, ha un significativo peso culturale. L’abbinamento di rosso e bianco ha radici profonde nella cultura giapponese, che vanno oltre le semplici combinazioni di colori.

    Il termine “kōhaku” (紅白) è usato in vari contesti, che significano sia divisione che celebrazione. Negli eventi sportivi, “kōhaku-sen” (紅白戦) o “kōhaku-jiai” (紅白試合) si riferisce a partite tra squadre rosse e bianche, proprio come il kōhaku uta gassen stesso. Questa divisione riecheggia la storica Guerra Genpei (1180-1185), dove il clan Taira combatté sotto bandiere rosse e il clan Minamoto sotto bandiere bianche, consolidando l’associazione di questi colori con forze opposte.

    Tuttavia, il termine “kōhaku” porta anche connotazioni di buon auspicio. Il rosso e il bianco sono frequentemente usati insieme in contesti celebrativi, come “kōhaku-maku” (紅白幕) (tende rosse e bianche usate in festival e cerimonie), “kōhaku-manjū” (紅白まんじゅう) (panini al vapore rossi e bianchi serviti durante le celebrazioni) e “mizuhiki no kōhaku-musubi” (水引の紅白結び) (nodi decorativi rossi e bianchi sulla confezione regalo). Nella tradizione shintoista, il rosso è spesso associato all’allontanamento degli spiriti maligni e il bianco alla purezza, rendendo la loro combinazione un simbolo di buona fortuna e purificazione, adatto al passaggio a un nuovo anno.

    Il kōhaku uta gassen si è evoluto nel corso degli anni, adattandosi ai cambiamenti nell’industria musicale e alle tendenze sociali. Sebbene le tradizionali divisioni di squadra basate sul genere siano state un elemento centrale, gli anni recenti hanno visto una maggiore flessibilità, con gruppi misti e performance speciali che trascendono le linee di squadra. Questa evoluzione assicura che il kōhaku rimanga rilevante e continui a risuonare con il pubblico di tutte le età.

    Mentre le famiglie di tutto il Giappone si riuniscono per guardare il kōhaku, partecipano a un’esperienza culturale condivisa, riflettendo sull’anno passato e guardando al futuro, il tutto accompagnato dalla colonna sonora della musica più amata del Giappone. È una testimonianza del potere della musica e della tradizione di unire le persone, rendendo il kōhaku uta gassen un modo davvero speciale per dare il benvenuto al nuovo anno.






  • Toshigami: il kami del nuovo anno in Giappone

    Toshigami: il kami del nuovo anno in Giappone

    Mentre l’anno volge al termine, molte culture in tutto il mondo si impegnano in tradizioni uniche per accogliere il nuovo anno. In Giappone, una figura centrale in queste celebrazioni è toshigami (年神), il kami, o spirito del nuovo anno. Più che una semplice figura simbolica, toshigami incarna le speranze di prosperità, salute e felicità per l’anno a venire, profondamente intrecciate con la venerazione degli antenati e il mondo naturale. Questo articolo approfondisce le ricche tradizioni legate al toshigami, esplorandone le origini, il significato e la rilevanza nel Giappone moderno.

    Si crede che toshigami, noto anche come shōgatsu-sama (正月様) o toshitokujin (歳徳神), discenda dalle montagne il giorno di Capodanno, portando benedizioni a ogni famiglia. Questa discesa collega toshigami agli spiriti degli antenati che, secondo antiche credenze, divennero divinità dei campi e delle montagne dopo la morte. Durante il nuovo anno, questi spiriti ancestrali ritornano sotto forma di toshigami per vegliare sui loro discendenti e donare buona fortuna.

    Il nome stesso offre una comprensione del suo significato. Il termine “toshi” in toshigami è collegato al termine “minori” (稔り), che fa riferimento ai frutti del raccolto. Si narra che accogliere toshigami protegga il raccolto dell’anno e porti prosperità in generale. Un tempo, “Minori” evocava l’immagine di ricchi raccolti di cereali, ma oggi il suo significato si estende anche alla fortuna di un reddito sicuro, che garantisce il sostentamento della famiglia durante l’anno.

    Kami” (神) significa semplicemente dio o spirito. Pertanto, toshigami può essere inteso come il “Dio dell’Anno del Raccolto” o lo “Spirito dell’Anno Abbondante”. Questa etimologia sottolinea il ruolo della divinità nel garantire prosperità e sostentamento.

    Questo profondo legame con gli antenati spiega il rispetto e la riverenza tributati a toshigami. Le famiglie si preparano all’arrivo di questa importante divinità attraverso varie usanze e tradizioni, trasformando le loro case in spazi accoglienti. Questa tradizione è radicata nella credenza shintoista della venerazione degli antenati, dove si ritiene che gli spiriti dei familiari defunti continuino a influenzare la vita dei vivi. Accogliendo toshigami, le famiglie non solo celebrano l’inizio di un nuovo anno, ma onorano anche il loro lignaggio e cercano la loro continua protezione e guida.

    Diversi elementi chiave caratterizzano i preparativi per l’accoglienza di Toshigami durante lo shōgatsu:

    Queste elaborate decorazioni, composte da pino, bambù e talvolta rami di prugno, vengono collocate all’ingresso delle case. Il pino (matsu) rappresenta la longevità, il bambù (take) simboleggia la resilienza e il prugno (ume) significa perseveranza. Insieme, sono un faro di benvenuto per toshigami, fungendo da dimora temporanea per la divinità.

    Kadomatsu

    Queste decorazioni tradizionali, veri e propri portali simbolici, sono composte principalmente da bambù tagliato diagonalmente e rami di pino, a cui spesso si aggiungono rami di prugno o felci, arricchendo ulteriormente il loro significato.

    Come due guardiani all’ingresso, i kadomatsu si ergono in coppia, uno su ciascun lato della porta principale, invitando il toshigami, la divinità dell’anno nuovo, a entrare e portare le sue benedizioni tra le mura domestiche.

    La tradizione vuole che i kadomatsu esposti siano almeno della stessa grandezza di quelli dell’anno precedente, se non addirittura maggiori. Si pensa infatti che utilizzare decorazioni più piccole presagisca un declino della fortuna, un’ombra che nessuno desidera proiettare sul nuovo inizio.

    Ma qual è il significato di quel taglio obliquo che caratterizza il bambù?

    La storia narra che questa usanza risalga all’epoca di Tokugawa Ieyasu. Una teoria, avvolta da un alone di leggenda, suggerisce che il taglio diagonale fosse un monito, un perenne ricordo della sconfitta subita contro Takeda Shingen nella famosa battaglia di Mitakagahara, un invito costante alla cautela e alla vigilanza. Tuttavia, oggi, questa interpretazione è quasi del tutto scomparsa.

    Il taglio angolato, invece, è visto come un sorriso beneaugurante, un simbolo di gioia che attrae buona fortuna, felicità e prosperità per l’anno che comincia. Così, i kadomatsu, con il loro sorriso di bambù e il profumo di pino, diventano non solo decorazioni, ma veri e propri custodi della buona sorte, pronti ad accogliere il nuovo anno con ottimismo e speranza.

    Corde di paglia sacre, spesso adornate con strisce di carta bianca dette shide, vengono appese sopra le porte. Queste corde, chiamate shimekazari, hanno un duplice scopo: allontanare gli spiriti maligni e creare uno spazio purificato in cui toshigami possa entrare. Segnano il confine tra il sacro e il profano, garantendo un ambiente pulito e di buon auspicio per l’arrivo della divinità.

    Shimekazari sulla porta di ingresso

    Queste torte di riso rotonde e piatte, spesso impilate su due livelli, vengono offerte a toshigami. La forma rotonda simboleggia lo specchio (kagami), che rappresenta l’anima della divinità. I due livelli possono rappresentare l’anno passato e quello che arriva o il sole e la luna. Dopo un determinato periodo, il kagami-mochi viene rotto e mangiato in un rituale chiamato kagami biraki (鏡開き), che simboleggia la condivisione del potere e delle benedizioni della divinità tra i componenti della famiglia.

    Questa tipica cucina di Capodanno consiste in piatti splendidamente disposti e simbolicamente significativi. Ogni piatto porta con sé un significato specifico, come buona salute, prosperità o felicità. Questi piatti vengono condivisi con la famiglia e offerti al toshigami. La presentazione intricata e gli ingredienti simbolici dell’osechi ryori riflettono l’importanza di questa tradizione nell’accogliere il nuovo anno e onorare Toshigami.

    Osechi ryori

    Toshigami rappresenta più di una singola divinità; incarna le speranze e i desideri collettivi per il futuro. Le tradizioni che circondano toshigami servono a rafforzare i legami familiari, rafforzare i valori culturali e connettere le persone alle loro radici ancestrali e al mondo naturale. Accogliendolo, le famiglie esprimono la loro gratitudine per l’anno passato e le loro speranze per un nuovo anno prospero e appagante.

    Toshigami è anche strettamente legato al concetto di ehō (恵方), la direzione fortunata dell’anno. Il toshitokujin (歳徳神), spesso identificato con toshigami, risiede in questa direzione e si ritiene che compiere azioni rivolti in questa direzione porti fortuna. Questa connessione sottolinea ulteriormente l’importanza del toshigami nel portare benessere e prosperità generale. Per il 2025, l’ehō è ovest-sud-ovest leggermente ovest (in giapponese sei-nan-sei 西南西, yaya-seihō やや西方), una direzione da tenere a mente durante le celebrazioni.

    Nel mondo odierno in rapida evoluzione, le tradizioni che circondano il toshigami offrono un prezioso legame con il passato, ricordandoci l’importanza della famiglia, della comunità e del rispetto per il mondo naturale. Mentre alcuni dei preparativi più elaborati potrebbero essere semplificati o adattati nelle case moderne, i valori fondamentali di accogliere la buona fortuna e onorare gli antenati rimangono.

    Per le giovani generazioni, queste tradizioni possono offrire un senso di identità culturale e di connessione con il loro patrimonio. Anche se il Giappone abbraccia la modernità, lo spirito del toshigami continua a ispirare speranza e rinnovamento, ricordandoci il potere duraturo della tradizione e l’importanza di guardare al futuro con ottimismo.

  • Shimekazari: una decorazione giapponese per un felice anno nuovo

    Shimekazari: una decorazione giapponese per un felice anno nuovo

    Mentre l’aria frizzante dell’inverno annuncia l’arrivo di un nuovo anno, il Giappone si prepara per un periodo di rinnovamento e speranza. Come abbiamo discusso nel nostro recente articolo del blog, il Capodanno in Giappone, o shōgatsu (正月), è un momento in cui le famiglie si riuniscono, gustano cibi speciali come l’osechi-ryori (お節料理) e visitano santuari e templi per l’hatsumōde (初詣), la prima visita al santuario dell’anno. Tra queste tradizioni, un simbolo onnipresente spicca: le shimekazari (しめ飾り), una decorazione di corda sacra appesa sopra gli ingressi per allontanare il male e invitare la buona fortuna.

    Shimekazari tradizionale appeso all’ingresso di una casa giapponese durante il Capodanno

    Essenza delle shimekazari: significato e origini

    Un simbolo di sacralità

    Il termine shimekazari racchiude un profondo significato simbolico. “Shime” (しめ) si riferisce a una corda o un cordone che delimita uno spazio sacro, separandolo dal profano. Questo concetto è strettamente legato alle shimenawa (注連縄), le spesse corde di paglia di riso utilizzate nei rituali shintoisti per delimitare aree sacre come santuari e oggetti di culto. “Kazari” (飾り) significa semplicemente decorazione. Pertanto, shimekazari si traduce letteralmente in “decorazione di corda sacra”, evidenziando il suo ruolo di confine purificato per l’anno nuovo. A differenza delle shimenawa, utilizzate in contesti più ampi, le shimekazari sono specificamente legate alle celebrazioni del Capodanno, assumendo forme più elaborate e simboliche

    Foto dell’ autore: shimenawa presso un santuario locale

    Radici mitologiche e tradizioni shintoiste

    Le origini delle shimekazari affondano nelle antiche credenze shintoiste. Le corde, soprattutto quelle di paglia di riso, erano utilizzate per tracciare confini sacri, proteggendo gli spazi rituali dalle impurità nota come kegare (穢れ). Il kegare rappresentava uno stato di contaminazione rituale associato a eventi come la morte e la malattia, considerati perturbatori dell’ordine naturale e portatori di sfortuna. Le shimekazari fungono quindi da barriera protettiva contro il kegare, purificando lo spazio domestico. Questa pratica trae ispirazione dal mito di Amaterasu, la dea del sole, che si ritirò in una grotta, avvolgendo il mondo nell’oscurità. Al suo ritorno, gli altri dei sigillarono l’ingresso della grotta con una corda sacra, impedendole di tornare indietro. Questo mito consacrò la corda come simbolo di purificazione e protezione. Durante il periodo Heian (794-1185), l’uso delle shimekazari per accogliere il Toshigami (年神), la divinità del Capodanno, e garantire prosperità divenne una consuetudine diffusa.

    Il significato simbolico delle shimekazari

    Duplice ruolo: purificazione e buon auspicio

    Le shimekazari svolgono una duplice funzione: purificano la casa e invocano la buona fortuna. Appendendole all’ingresso, le famiglie creano uno spazio sacro, accogliendo il toshigami e allontanando gli spiriti maligni e la sfortuna. Le decorazioni sono arricchite da simboli di buon auspicio, tra cui:

    • Daidai (橙): un tipo di arancia dal gusto amarognolo che simboleggia la continuità familiare e la prosperità per le generazioni future.
    • Urajiro (裏白): una felce con la parte inferiore bianca rappresenta la purezza e un cuore sincero.
    • Yuzuriha (譲葉): un albero sempreverde le cui vecchie foglie non cadono finché non ne crescono di nuove, simboleggia la continuità delle generazioni.

    Quando e come esporre le shimekazari

    Periodo propizio per esporre la decorazione

    Tradizionalmente, il 13 dicembre, giorno conosciuto anche con il nome di “shōgatsu koto hajime” (正月事始め) o susuharai (煤払い), segna l’inizio dei preparativi per il nuovo anno e il momento in cui si può iniziare ad appendere le shimekazari. Molti giapponesi scelgono di decorare dopo il 25 dicembre, per godere appieno delle decorazioni natalizie. Il 28 dicembre è considerato particolarmente fortunato, poiché il numero “otto” (八) è associato al concetto di suehirogari (末広がり), la prosperità crescente.

    Date da evitare

    Tuttavia, sebbene si dica che sia possibile iniziare a decorare in qualsiasi momento dopo il 13 dicembre, ci sono alcune date che vengono spesso evitate perché considerate sfortunate. Queste sono il 29 e il 31 dicembre.

    È consuetudine evitare il 29 dicembre, poiché la lettura del numero “29” (nijūku, 二十九) ricorda l’omofono nijūku, (二重苦) che letteralmente significa “doppia sofferenza”, e il 31 dicembre, poiché decorare all’ultimo momento è chiamato “ichiya-kazari” (一夜飾り, decorazione di una notte), che è associato alle preparazioni dei riti funebri che normalmente avvengono la sera precedente.

    Shimekazari oggi: tra tradizione e modernità

    Sebbene le credenze tradizionali, inclusa la forte enfasi sul kegare, possano essere diminuite un po’ tra le giovani generazioni, le shimekazari rimangono una visione comune durante il periodo del Capodanno. Nel Giappone contemporaneo, il concetto di kegare è meno rigorosamente osservato, soprattutto negli ambienti urbani. Le giovani generazioni spesso considerano le shimekazari più come una tradizione culturale e un simbolo di buona fortuna piuttosto che una diretta protezione contro l’impurità rituale. Molte famiglie, anche nelle aree urbane, le appendono ancora sopra le loro porte come tradizione culturale, un modo per connettersi con la loro eredità ed esprimere speranza per un buon anno.

    Oggi, troverete una varietà di shimekazari, dai design semplici e tradizionali a creazioni più moderne ed elaborate. Alcuni incorporano persino elementi contemporanei pur mantenendo il simbolismo di base. Questa adattabilità assicura che le shimekazari continuino a svolgere un ruolo nelle celebrazioni del Capodanno giapponese, collegando il passato e il presente.

    Le shimekazari sono più che semplici decorazioni; sono legami tangibili con la ricca storia e le credenze spirituali del Giappone. Come simbolo di purificazione, protezione e buona fortuna, incarnano le speranze e le aspirazioni del popolo giapponese mentre accoglie ogni nuovo anno.





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