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  • Il ponte Ichijō Modoribashi, il confine tra il mondo dei vivi e quello dei morti

    Il ponte Ichijō Modoribashi, il confine tra il mondo dei vivi e quello dei morti

    Fin dai tempi antichi, i ponti hanno rappresentato punti fondamentali delle arterie vitali per le comunità, facilitando il commercio, la comunicazione e la vita quotidiana delle persone. Oltre a collegare sponde e territori, i ponti hanno assunto un ruolo simbolico, diventando custodi di storie, tradizioni e identità.

    In questo articolo vi parlerò di un ponte di Kyōto che intreccia la sua esistenza con la leggendaria figura degli onmyōji (陰陽師), i maestri di arti divinatorie e magiche.

    Il ponte ichijō modori a Kyōto, un luogo avvolto nel mistero

    Nascosto tra le vivaci strade di Kyōto, l’ ichijō modoribashi (一条戻橋, il ponte Ichijō modori ) si erge discreto sul fiume Horikawa, un semplice ponte che cela una storia ricca di mistero e leggenda. La sua lunghezza di appena sei metri e la sua struttura ordinaria lo rendono quasi invisibile al flusso incessante dei cittadini, ma per chi conosce i segreti della città, questo piccolo ponte rappresenta un varco verso un mondo soprannaturale.


    Si narra che sotto questo ponte si aggirino gli spiriti dell’antica capitale, sussurri del passato che si mescolano al rumore dell’acqua che scorre. L’ombra di Abe no Seimei (安倍晴明) il famoso onmyōji del periodo Heian, aleggia ancora su queste pietre, testimone di una battaglia epica contro demoni e forze oscure.

    Abe no Seimei

    Abe no Seimei fu una figura storica vissuta durante il periodo Heian e appartenente alla famiglia Abe. La leggenda lo dipinge come un sensitivo in grado di controllare gli shikigami (式神), esseri soprannaturali, e di scacciare gli spiriti maligni. Tuttavia, storicamente, fu un burocrate, appartenente all’Onmyōryō (陰陽寮), un dipartimento del Nakatsukasasho, che si occupava della compilazione di divinazione, astronomia, misurazione del tempo e calendari. Tra questi, il bokusen (卜占), traducibile approssimativamente in italiano come “divinazione”, era il più importante. Ad esempio, quando una nobildonna diventava consorte dell’imperatore, si trattava di un evento nazionale, e gli ufficiali dell’Onmyōryō ricorrevano alla divinazione per determinare la data propizia per il suo ingresso a palazzo.

    Inoltre, al verificarsi di fenomeni strani, la gente comune, temendo potesse trattarsi di un presagio negativo, si affidava alla divinazione degli Onmyōji (陰陽師), ossia gli ufficiali dell’Onmyōryō. L’Onmyōryō inoltre si occupava di tutta una serie di questioni che erano, in passato, considerate dei tabù, come “Non fare questo in questo giorno”, “Non andare in questa direzione” e “Non celebrare un funerale in questo giorno”.

    Inizialmente Abe no Seimei ricopriva la carica di tenmon hakasei (天文博士) occupandosi della redazione del calendario e allo studio dell’astronomia. Era noto comunque che anche chi ricopriva questa carica dedicasse molto tempo anche alla divinazione.

    Taizan Fukun no Sai

    Il Taizan Fukun no Sai (泰山府君祭) era considerato uno dei rituali onmyōdō più segreti e potenti. Era gelosamente custodito dalla famiglia di Abe e pochi altri ed era fortemente bramato da chi non ne era a conoscenza.

    Con questo rituale si implorava Taizan (re degli inferi cinese), Re Enma e gli altri giudici del Meido (purgatorio) e dello Jigoku (inferno) di allungare la vita di una persona, salvarla dalla morte o addirittura riportare in vita i defunti. Venivano fatte offerte sotto forma di oro, argento seta o cavalli, o vite umane utilizzando i katashiro, o bambole di carte. Non esistevano delle formule particolari; si evocavano i servitori di queste entità invitandoli a sedere tra i partecipanti. Di seguito veniva consegnata loro una lettera contenente l’intervento richiesto.

    Il seguente dipinto conservato presso il museo nazionale di Nara rappresenta una scena del Taizan Fukun no Sai. Sulla destra si possono vedere due servitori degli inferi apparsi grazie all’evocazione di Seimei.

    Fonte: https://www.narahaku.go.jp/collection/

    Si tratta di una creazione successiva, e chiaramente non è accaduto nulla di così strano. Tuttavia, i nobili dell’epoca probabilmente credevano che le capacità di divinazione di Seimei fossero molto accurate proprio perché era un abile maestro di questo rituale.

    In questo modo, Abe no Seimei si guadagnò la fiducia dei potenti dell’epoca ed ottenne il titolo di Onmyōdō daiichinininsha (陰陽道第一人者, “massimo esperto dell’Onmyōdō“). In quel momento, Seimei aveva già superato i 60 anni e si era già ritirato dall’Onmyōryō, ma anche dopo aver lasciato l’incarico, continuò a praticare la divinazione e la magia su richiesta personale dei nobili.

    Abe no Seimei scrisse numerosi libri su divinazione e predizione del futuro, tra cui lo Senji Ryakketsu (占事略决), contenente seimila predizioni e trentasei tecniche di divinazione che utilizzano gli shikigami, ed adattò lo Hoki Naiden (ほき内伝), che descrive in dettaglio tecniche di divinazione segrete.

    La fama di Abe no Seimei era tale che la sua famiglia mantenne il controllo dell’Onmyōdō fino alla sua chiusura nel 1869. Dopo la sua morte, le storie e leggende sulla vita di Seimei iniziarono a diffondersi rapidamente per centinaia di anni.

    Abe no Seimei, la leggenda

    La leggenda narra che Abe no Seimei possedesse poteri magici grazie alla sua provenienza da una stirpe ultraterrena. Si diceva infatti che sua madre fosse una kitsune, uno spirito volpe mutaforma, il che lo rendeva un mezzo yōkai.

    Il padre di Seimei, Yasuana, durante una battuta di caccia si imbatté in una volpe bianca braccata dai cacciatori. Mosso da compassione, la salvò da quel destino crudele. La volpe, in segno di profonda gratitudine, si trasformò in una bellissima donna rivelando il suo vero nome: Kuzunoha. Innamoratasi di Yasuna, divenne sua moglie e gli diede un figlio, il piccolo Seimei.

    Abe no Seimei: l’infanzia prodigiosa e il segreto della madre

    Si narra che fin da piccolo, Abe no Seimei dimostrò di possedere doti straordinarie. Già all’età di cinque anni, la sua natura di mezzo yōkai si palesava in modo evidente: era in grado di soggiogare deboli oni e piegarli al suo volere. Un evento sconvolgente segnò la sua infanzia: Seimei vide sua madre, Kuzunoha, trasformarsi nella volpe bianca che suo padre aveva salvato anni prima. La donna, dopo avergli rivelato la sua vera identità, svanì nella foresta, lasciando il bambino solo con il padre.

    Consapevole dei poteri immensi e del retaggio non umano di suo figlio, Kuzunoha affidò Seimei alle cure di Kamo no Tadayuki (賀茂 保憲), un maestro onmyōji. La speranza era che il saggio onmyōji potesse guidare il giovane Seimei verso un sentiero di rettitudine, evitando che il suo potere si corrompesse.

    Abe no Seimei e le sfide con Chitoku Hōshi e Ashiya Dōman

    Le abilità di Abe no Seimei attiravano numerosi rivali. Tra i suoi sfidanti, uno dei più noti era Chitoku Hōshi 智徳法師), che si dice essere dotato di eccezionali poteri. Spinto dall’ammirazione per le abilità di Seimei e dal desiderio di metterle alla prova, Chitoku escogitò un piano per ingannarlo. Travestitosi da umile viaggiatore, si recò presso la dimora dell’onmyōji e gli chiese di istruirlo nelle arti magiche.

    Tuttavia, l’astuzia di Seimei non tardò a smascherare il travestimento di Chitoku. Con un colpo d’occhio, l’onmyōji riconobbe la vera natura dei due presunti servitori che accompagnavano il sacerdote: si trattava infatti di shikigami, abilmente camuffati da esseri umani.

    Seimei, decise di stare al gioco con Chitoku, accettò di allenarlo, ma gli chiese di tornare il giorno seguente perché non era un buon giorno per iniziare. Chitoku, ignaro di tutto, se ne tornò a casa. Nel frattempo, Seimei sciolse il legame con entrambi gli shikigami, liberandoli dal controllo del rivale. Il giorno seguente, Chitoku si rese conto che i suoi servitori erano scomparsi e tornò da Seimei, chiedendogli di riavere gli shikigami. Seimei scoppiò a ridere, rimproverandolo con rabbia per aver tentato di ingannarlo.

    Un altro famoso rivale di Abe no Seimei fu Ashiya Dōman (蘆屋道満). Dōman, onmyōji affermato ma ormai attempato, era convinto di non avere rivali nella sua arte. Quando seppe del giovane Seimei e del suo talento prodigioso, lo sfidò a un duello magico per dimostrare la sua superiorità.

    All’ombra degli alberi secolari dei giardini imperiali, Dōman e Seimei si apprestarono a dar vita a un prodigioso duello di magia. Dōman, raccolse una manciata di sabbia dorata e la infuse con la sua energia mistica. I granelli si sollevarono nell’aria come per magia, trasformandosi in una miriade di rondini che iniziarono a svolazzare tra le fronde degli alberi. Seimei, aprì il suo ventaglio e lo agitò. Le rondini, come ipnotizzate, si raggrupparono e si disintegrarono, tornando ad essere i semplici frammenti di terra da cui erano state create.

    Seimei recitò allora un incantesimo. Un drago apparve nel cielo sopra di loro. La pioggia iniziò a cadere tutt’intorno. Dōman pronunciò a sua volta un incantesimo, ma per quanto ci provasse, non riuscì a far svanire il drago. Anzi, la pioggia divenne sempre più intensa, inondando il giardino. Infine, Seimei lanciò nuovamente il suo incantesimo. La pioggia cessò e il drago scomparve.

    La terza e ultima sfida consisteva in una prova di divinazione: i contendenti dovevano indovinare il contenuto di una scatola di legno. Dōman, indignato per aver perso il round precedente, sfidò Seimei: “Chiunque perda questa sfida diventerà il servo dell’altro!” Dōman dichiarò con sicurezza che all’interno della scatola c’erano 15 arance. Seimei lo contraddisse, affermando che nella scatola c’erano 15 topi. L’imperatore e i suoi servitori che avevano preparato la prova scossero la testa, poiché avevano messo 15 arance nella scatola. Annunciarono quindi la sconfitta di Seimei. Tuttavia, quando aprirono la scatola, ne saltarono fuori 15 topi. Seimei non solo aveva indovinato il contenuto della scatola, ma aveva anche trasformato le arance in topi, ingannando Dōman e l’intera corte ottenendo la vittoria.

    Dōman continuò a covare rancore nei confronti di Abe no Seimei continuando a tramare contro di lui. Sedusse la moglie di Seimei e la convinse a rivelargli i segreti magici del marito. La donna gli mostrò lo scrigno di pietra in cui Seimei custodiva l’Hokinaiden, il suo libro di incantesimi, passato di generazione in generazione fino ad arrivare a Seimei.

    Una notte, al ritorno a casa, Seimei incontrò Dōman che gli disse di essere entrato in possesso del suo libro di magia. Seimei lo derise, affermando che era impossibile, talmente impossibile, che se vera avrebbe potuto tagliargli la gola. Dōman, mostrò il libro e Seimei, che capendo di essere stato tradito dalla moglie, gli offrì la gola. Dōman la tagliò con gioia e Seimei morì.

    Sentendo la scomparsa del grande stregone, Hokudō attraversò il mare dalla Cina fino in Giappone. Qui, raccolte le ossa di Seimei, compì un prodigio riportandolo in vita. Insieme, i due si prepararono a vendicarsi di Dōman e della ex moglie di Seimei, ora sposata proprio con l’assassino.

    Hokudō si recò direttamente nell’abitazione di Seimei, dove ora viveva Dōman con la sua nuova consorte e chiese se Abe no Seimei fosse in casa. Dōman rispose che purtroppo Seimei era stato assassinato tempo addietro. Hokudō disse che non era possibile, poiché aveva incontrato Seimei quel giorno stesso. Dōman scoppiò a ridere e disse: “Se davvero fosse vivo, potrebbe tagliarmi la gola!”. Fu in quel momento che la voce di Seimei echeggiò nell’abitazione, seguito dalla sua stessa apparizione. Senza indugio, Seimei, giustiziò Dōman e la sua ex moglie con un solo colpo.

    Durante uno dei miei soggiorni studio in Giappone e in seguito durante un viaggio di piacere con mia moglie, ho avuto l’occasione di attraversare questo ponte, attratto da un’inquietante curiosità. 

    L’ ichijō modori è più di un semplice ponte: è un portale verso un’altra realtà, un luogo dove la storia e la leggenda si intrecciano indissolubilmente, creando un’atmosfera magica e suggestiva che cattura l’immaginazione.

    Il ponte è posizionato lungo il fiume Horikawa, dove la via ichijō-doori (一条通) si snoda da est a ovest all’estremità settentrionale di Kyōto. La sua costruzione risale all’epoca della costruzione di Heiankyō (平安京, 794), uno dei nomi che precedettero l’attuale Kyōto. Si dice che il fiume Horikawa fosse un canale concepito per portare acqua pura alle ville dei nobili presenti in quella zona. Nonostante le numerose ricostruzioni, il ponte ha conservato la sua posizione originaria, simbolo di una continuità che sfida il tempo. Il ponte e la stessa via ichijō, oltre a segnare il confine tra la capitale e il mondo esterno, erano considerati metaforicamente come la linea di demarcazione tra questo mondo e l’altro, un varco verso l’ignoto.

    Fonte: https://www.nichibun.ac.jp/

    Il nome originale del ponte era tsuchimikado-bashi (土御門橋). Come riportato nel genpei seisuiki (源平盛衰記), una delle varianti dell’ Heike monogatari (平家物語), sembra che Abe no Seimei, che viveva in una villa sul lato occidentale del ponte, fosse solito sigillare gli shikigami (式神, gli spiriti evocati) che utilizzava, sotto il ponte perché “aveva paura di fare arrabbiare la moglie” e li evocasse quando necessario. Gli shikigami sono spiriti al servizio gli onmyōji. Sembra che svolgessero il ruolo di giudicare le cattive e le buone azioni che scaturiscono dal cuore degli uomini.

    Seimei Jinja

    A pochi passi dal ponte si erge il Seimei-jinja (晴明神社), un santuario shintoista dedicato ad Abe no Seimei. All’interno del santuario, alcune iscrizioni raccontano che un tempo il ponte si trovava all’estremità nord-orientale di Heiankyō, in una zona chiamata kimon (鬼門), letteralmente “porta dei demoni”. Questa collocazione ha probabilmente alimentato la leggenda che narra di un collegamento tra questo mondo e l’aldilà.

    Nella tradizione dell’onmyōdō (陰陽道), la via dello yin e dello yang, la direzione nord-est, ushitora (艮), è considerata infausta e da evitare. Associata all’ingresso e all’uscita dei demoni malvagi, questa zona è ritenuta un concentrato di energie negative e un varco per creature ultraterrene. Per questo motivo, viene spesso chiamata anche kihō (鬼方), “direzione dei demoni”.

    Il santuario, che sembra sia stato costruito nel 1007, sul suolo della sua dimora di Abe no Seimei, per volere dell’Imperatore Ichijō in onore delle sue imprese, reca sul portale principale non il nome del famoso onmyōji, ma il gobōsei (五芒星), il pentagramma, uno dei talismani di Seimei cosciuto con il nome di Seimei Kikyō (晴明紋). Questo simbolo legato inizialmente alla famiglia Abe diventerà in seguito il simbolo ufficiale dell’Onmyōryō. Il santuario offre protezione da demoni e malefici, spiriti maligni e calamità. Seimei infatti era considerato come una sorta di guardiano protettore della capitale dai disastri provenienti dalla porta dei demoni.

    Fonte: http://www.seimeijinja.jp

    All’interno del santuario c’è anche un pozzo la cui acqua si dice sgorghi grazie alla forze spirituale dell’onmyōji. Si dice che abbia il potere di guarire le malattie e l’acqua che sgorga può essere bevuta ancora oggi. Il punto in cui sgorga l’acqua è rivolto verso la ehō (恵方), “direzione fortunata” dell’anno in corso, in modo da ottenere acqua propizia. La “direzione fortunata” cambia ogni anno, quindi nel giorno di Risshun (inizio della primavera), il coperchio viene posto in quella direzione.

    Fonte: https://www.seimeijinja.jp/guide/

    Il nome del ponte si crede derivi da un misterioso evento avvenuto durante il 18 anno dell’era Engi (918), quando il corteo funebre di un nobile filosofo giapponese di nome Miyoshi Kiyotsura (三善 清行) lo attraversò. La leggenda narra che il figlio di nome Jōzō, un monaco buddista che si trovava in pellegrinaggio a Kumano nella provincia di Kii, si precipitò sul posto e si aggrappò alla bara recitando sutra. All’improvviso, il cielo si oscurò, tuonò e Kiyotsura resuscitò temporaneamente e parlò con Jōzō. Questo è ciò che è registrato nella raccolta di storie buddiste di periodo Kamakura conosciuta come Senjūshō (撰集抄). Da allora, il ponte è stato chiamato ichijō modoribashi, il ponte dove l’anima ha fatto ritorno.

    In realtà, come riportato nei testi custoditi nel santuario, esiste anche una leggenda sulla resurrezione dello stesso Seimei. Fu sconfitto e ucciso in una battaglia contro il suo rivale onmyōji Ashiya Doman, ma il suo maestro dalla Cina venne in Giappone e lo riportò in vita con una tecnica di resurrezione. Anche questo ha aumentato l’alone di mistero e ha dato vita a varie leggende.

    Una famosa storia di demoni che ha come scenario il ponte è quella di Watanabe no Tsuna (渡辺綱), raccontata nello Heike Monogatari. Valoroso generale del periodo Heian e contemporaneo di Abe Seimei durante il suo servizio presso Minamoto no Yorimitsu, stava attraversando il ponte Modorihashi di notte quando incontrò una bella donna misteriosa che gli chiese di accompagnarla a casa. Quando Tsuna accettò e la donna cercò di attirarlo fuori dalla città, si trasformò in un demone. Tsuna la uccise tagliandole il braccio con la sua famosa spada higekiri (髭切), donata da Yorimitsu.

    Anche la figura di Minamoto no Yorimitsu (源 頼光) è legata a diverse leggende su demoni e spiriti accadute presso il medesimo ponte. Conosciuto anche con il nome di Minamoto no Raikō, fu un noto militare giapponese. La sua figura storica si mescola alla leggenda per quanto riguarda le vicende del capo dell’esercito dei demoni shutendoji (酒呑童子) e del ragno gigante tsuchigumo (土蜘蛛).

    Durante il turbolento sengoku jidai (戦国時代, periodo degli stati combattenti), i suoi pilastri divennero macabri patiboli, per esibire i corpi di criminali condannati a monito per la popolazione. Tra le figure più illustri si annovera il monaco buddista Sen no Rikyū (千利休) , maestro della cerimonia tè elevato a rango di consigliere da Toyotomi Hideyoshi, ma poi caduto in disgrazia e costretto a compiere seppuku. La sua testa, recisa dopo la morte, sarebbe stata esposta proprio sul Modoribashi.

    Al contrario, durante la Seconda Guerra Mondiale, soldati in procinto di partire per il fronte, insieme alle loro famiglie, attraversavano il ponte pregando per un loro ritorno sicuro.

    Il ponte Modoribashi è anche il luogo dove Toyotomi Hideyoshi ordinò di mozzare i lobi delle orecchie ai 26 martiri cristiani del Giappone, prima di mandarli a Nagasaki per quella che sarebbe stata ricordata come la più grande crocifissione di massa nella storia giapponese. Fu inteso come un monito, come parte della campagna di Hideyoshi contro il Cristianesimo.

    A dimostrazione del fascino intramontabile che esercita, la figura di Abe no Seimei, continua ad ispirare artisti e appassionati di tutto il Giappone, come testimonia l’ asteroide a lui dedicato e l’omaggio del pattinatore Yuzuru Hanyu nel suo programma di pattinaggio olimpico.

  • Perché i fantasmi del folklore giapponese indossano spesso un kimono bianco?

    Perché i fantasmi del folklore giapponese indossano spesso un kimono bianco?

    Shinishōzoku, l’abito dei defunti 

    Prima di parlare del shinishōzoku mi permetto una breve introduzione sul concetto di morte, di aldilà e di fantasma nella cultura giapponese.

    La morte e l’oltretomba nella cultura giapponese

    Nella tradizione giapponese, la morte assume un ruolo centrale, quasi equiparabile all’importanza della vita stessa. Il trapasso segna l’inizio di un viaggio spirituale verso l’aldilà, dove l’anima del defunto si avventura nello yominokuni (黄泉の国), l’oltretomba shintoista, o nell’ anoyo (あの世), la terra pura del Buddhismo. Tuttavia, questo percorso non è privo di insidie: ostacoli e difficoltà possono intrappolare lo spirito, condannandolo a vagare come uno yūrei (幽霊), un fantasma tormentato, figura che ricorre frequentemente nel folklore giapponese.

    Intrappolate in un limbo tra l’esistenza terrena e l’aldilà, queste figure tormentate hanno assunto un ruolo di primaria importanza nell’immaginario nipponico, divenendo protagoniste di innumerevoli storie e leggende permeando con la loro presenza la cultura popolare giapponese.

    Tormentati da un’eterna inquietudine, gli yūrei sono gli spiriti di coloro che non hanno trovato pace dopo la morte. Spesso li si vede vagare alla ricerca di vendetta o punizione per i torti subiti in vita. La tradizione shintō insegna che dentro di noi risiede un kami, simile all’anima che pervade il nostro corpo fisico. Al cessar della vita, il kami si libera dalla sua veste terrena.

    Questo spirito deve raggiungere l’aldilà, ma il viaggio può essere arduo. Per questo motivo, in Giappone, quando un membro della famiglia muore, i parenti in vita devono vegliare sul defunto, aiutarlo e accompagnarlo nel suo viaggio verso l’aldilà attraverso specifici rituali, detti kuyō (供養). Una volta superati tutti gli ostacoli per raggiungere l’aldilà, questo antenato veglierà a sua volta sui suoi discendenti sulla terra per proteggerli da qualsiasi sventura.

    Tuttavia, coloro che hanno subito una morte innaturale, lasciando questioni aperte o non avendo avuto un funerale adeguato, potrebbero rimanere intrappolati tra la vita e la morte. Di conseguenza, gli yūrei sono queste anime tormentate, definite come disconnesse, che non troveranno pace finché non risolveranno i loro problemi terreni.

    Il termine yurei deriva dalla combinazione di due kanji: 幽 (), che significa “oscuro” o “tenebroso”, e 霊 (rei), che significa “anima” o “spirito”. Un yūrei generalmente assume una forma umana priva di piedi e fluttua nell’aria. Inoltre, è caratterizzato da lunghi capelli neri e indossa un kimono bianco, simile a quelli utilizzati durante i riti funebri. Può presentare anche delle deformità, in quanto conserva l’aspetto che aveva al momento del decesso.

    Nella cultura giapponese, la collera dei defunti che non riescono a trovare riposo è sempre stata fonte di timore. Per tale ragione, ogni volta che un imperatore decedeva, si rendeva necessario il trasferimento in un nuovo palazzo, poiché si credeva che lo yūrei del precedente imperatore potesse tormentare il suo successore.

    Lo stesso discorso valeva per un celebre rituale suicida, il seppuku (切腹): quando un samurai subiva una sconfitta in battaglia, gli era concessa la possibilità di morire “con dignità”, non per mano del nemico, ma per sua stessa mano. In questo modo, si credeva di evitare anche la potenziale comparsa di uno yūrei vendicativo dopo la sua morte.

    Shinishōzoku, l’abito dei defunti

    Il kyōkatabira

    http://www.kyohaku.go.jp

    Il kimono bianco che la maggior parte dei giapponesi indossa al momento della sepoltura è chiamato kyōkatabira  (経帷子). La parola stessa è composta da due kanji: kyō in riferimento ai sutra buddisti e katabira (帷子) che indica un kimono leggero senza fodera, che veniva  indossato in occasioni informali, spesso in casa.

    Nato dalla fibra grezza della canapa, il katabira trovò la sua ascesa durante il periodo Heian (794-1185). In questo periodo, il bianco del katabira assunse un significato più profondo, divenendo espressione di un connubio tra le tradizioni shintoiste e buddiste. L’imperatore, durante le cerimonie sacre, sfoggiava un byakue (白衣), un kimono bianco di seta, mentre i sacerdoti shintoisti adottarono un abito simile, il jōe (浄衣), che significa “abito purificato”. Ancora oggi, le spose nel giorno delle nozze velano la loro bellezza con uno shiromuku (白無垢), un kimono bianco simbolo di purezza immacolata.

    I preti buddisti, in contrapposizione alle sete pregiate del byakue e del jōe, preferirono la canapa grezza per i loro abiti, dando vita al kyōkatabira. Questo katabira, recante incisi sutra buddisti, divenne l’indumento distintivo dei pellegrini buddisti durante i loro viaggi in Giappone, simboleggiano la purezza e la dedizione al loro cammino spirituale. 

    Bianco, il colore della purezza

    Nel paese del sol levante, il bianco domina la scena dei funerali. Ma perché questa scelta cromatica? Le ragioni si intrecciano con la tradizione e la simbologia. Il bianco, emblema di purezza e distacco dal mondo terreno, si contrappone al rosso, simbolo di vita e vitalità, secondo il principio del kōhaku (紅白). Un binomio che accompagna il defunto nel suo passaggio verso l’aldilà.

    Come ho già scritto in altri articoli, il bianco rappresenta da tempo immemore la purezza, in particolare quella rituale. Lo Shintō pone grande enfasi sulla pulizia e la purificazione. Infatti, in molti santuari shintoisti troviamo un luogo dedicato alle abluzioni, un rito da compiere prima di entrare.

    La purezza rituale va oltre il semplice bagno, seppur parte importante della tradizione giapponese. Per raggiungerla, è necessario liberarsi dal kegare (穢れ), le “impurità”, attraverso una serie di riti specifici condotti da un sacerdote. Il kimono bianco, simbolo visibile di purezza, è riservato a tre categorie: sacerdoti, spose e defunti (veniva indossato anche da chi si apprestava a commettere il seppuku).

    Il bianco è anche il colore associato agli yūrei, i fantasmi.

    L’abito dei defunti

    Come abbiamo già approfondito diverse volte all’interno del nostro blog, il Buddismo arrivò in Giappone intorno al VII secolo d.C. e trovò terreno fertile per diffondersi. Incontrando lo Shintoismo, religione già radicata nel paese, diede vita a un sincretismo unico (神仏習合, shinbutsu-shūgō), ben distinto dalle sue origini.

    Nel corso dei secoli, shintoismo e buddismo si separarono, assumendo ruoli differenti: i kami dello shintoismo proteggono i viventi, mentre le divinità buddiste si prendono cura delle anime dei defunti. Il buddismo divenne così protagonista dei riti funebri, tradizione che ancora oggi caratterizza la cultura giapponese.

    Nella tradizione buddista, la morte non segna la fine, ma l’inizio di un nuovo ciclo di esistenza (輪廻転生, rinne-tensei). In Giappone, i fedeli buddhisti onoravano questa credenza vestendo i defunti come fossero dei pellegrini in procinto di intraprendere il loro ultimo viaggio, conosciuto come li shidenotabi (死出の旅), letteralmente “il viaggio finale verso la morte”. L’abito indossato, lo shinishōzoku (死装束), aveva un significato preciso: “l’abito di chi va incontro alla morte”.

    Lo shinishōzoku 

    Tutti gli elemento che compongono lo shinishōzoku, l’abito tradizionale buddista per i defunti in Giappone, hanno un significato simbolico preciso. 

    Il kyōkatabira, conosciuto anche come shirokatabira (白帷子), un kimono bianco, rappresenta la purezza del defunto. I sutra scritti all’interno offrono preghiere per il suo passaggio nell’aldilà. Guanti (手甲, tekkō) e ghette (脚絆, kyahan) proteggono il corpo durante il viaggio. Un cappello di paglia (網笠, amigasa) protegge dal sole, mentre calzini (足袋, tabi) e zoccoli (草履, zōri) facilitano il cammino. Un bastone (杖, tsue),nella mano dominante, offre sostegno al defunto e il juzu (数珠), nell’altra mano. Una borsello detto sudabukuro (頭陀袋) contiene sei monete di carta conosciute come rokumonsen (六文銭) per il pagamento per il traghetto sul fiume Sanzu (三途の川), che conduce nell’aldilà. Sulla fronte viene posto un panno bianco triangolare detto tenkan (天冠).

    http://www.kyouten.co.jp

    Si dice che i monaci scrivessero le scritture per cancellare i peccati commessi in vita e per ottenere una buona illuminazione. Le donne della famiglia del defunto si riunivano per cucire a mano il kyōkatabira. C’erano delle regole ben precise: non si potevano usare lame per tagliare il tessuto, non si potevano usare spille da balia e non si potevano fare nodi con il filo.

    Nella tradizione giapponese, la piegatura di yukata e kimono segue una regola precisa: “sinistra su destra” per i vivi, “destra su sinistra” per i defunti. Mia moglie mi ha spiegato che questa tradizione deriva dal passato quando il modo in cui si piegava il kimono era un modo visibile per mostrare il proprio rango sociale. Le persone di corte erano solite piegare il kimono sinistra su destra mentre le persone comuni, specialmente i lavoratori per favorire i movimenti, erano soliti piegarlo da destra su sinistra.

    Mi preme ricordare che lo shinishōzoku qui sopra descritto appartiene alla tradizione giapponese e non è detto che sia mandatoriamente seguito al giorno d’oggi. A volte viene fatto indossare al defunto sotto gli abiti da lui preferiti mentre era in vita.

    Nelle cerimonie funebri shintoiste, la consuetudine prevede l’utilizzo di una manica corta bianca e dello shaku (笏,il bastone cerimoniale), richiamando l’abbigliamento dei sacerdoti shintoisti prima della deposizione nella bara. Tale pratica trova la sua origine nella tardiva legittimazione dei funerali shintoisti, risalente al periodo Meiji, che ha portato all’appropriazione di diverse tradizioni buddhiste preesistenti dalle quali lo shintoismo ha attinto.

    Il tenkan

    Che cos’è il tenkan?

    Il tenkan è un elemento iconico della rappresentazione dei fantasmi nella cultura giapponese. La sua forma triangolare e il suo colore bianco sono spesso associati a concetti di morte, spiritualità e purificazione. Tuttavia, il significato preciso del tenkan può variare a seconda del contesto e della storia in cui viene utilizzato.

    In alcune regioni è chiamato anche zukin (頭巾), hitaieboshi (額烏帽子) o kamikakushi (髪隠し). Fa parte del vestito funebre indossato dal defunto.

    Il tenkan che cinge la loro fronte può essere interpretato come una benda o una copertura per una ferita ricevuta al momento del decesso, oppure come un simbolo del trauma e della sofferenza patiti durante la loro vita terrena e rappresenta un elemento chiave nella tradizione funeraria giapponese. Le sue funzioni e il suo simbolismo sono molteplici, come testimoniano le diverse interpretazioni che ne emergono.

    1. Un segno di rispetto verso il Re Enma, figura venerata nell’oltretomba che giudica le anime dei dannati e assegna loro la pena che si sono meritati con le azioni compiute durante la loro vita
    2. Un mezzo per proteggere i defunti dalle forze oscure dell’inferno
    3. Un emblema di status sociale, che conferisce al defunto un’identità aristocratica nell’aldilà

    Il significato del termine tenkan non si riferisce esclusivamente alla striscia di stoffa bianca a forma di triangolo. Anche il copricapo indossato dalle bambole Hina viene chiamata tenkan, così come un elemento del costume del teatro No. Nel teatro No, il tenkan sembra essere utilizzato per i personaggi di alto rango o per rappresentare divinità e creature celesti.

    Sotto questa luce, il tenkan indossato dai defunti potrebbe rappresentare il desiderio degli antichi di “inviare i propri cari nell’aldilà con un aspetto nobile”.

    Il delicato atto di vestire il defunto con il kimono funebre rappresenta un momento cruciale nel complesso rituale funebre giapponese. Questa pratica, carica di simbolismo e significato culturale, assume due forme principali: la vestizione preliminare durante la pulizia del corpo in ospedale e la vestizione definitiva al momento della chiusura della bara, in presenza di familiari e parenti.

    La modalità di vestizione può variare: in alcuni casi, il kimono viene indossato correttamente, inserendo le braccia nelle maniche del defunto, mentre in altri viene semplicemente steso sul corpo. In alcune regioni, persiste la superstizione di vestire il defunto al rovescio, come a voler sottolineare il passaggio dal mondo dei vivi a quello dei morti.

    Ogni aspetto di questo rituale, dalla scelta del kimono al modo in cui viene indossato, è permeato di profondo significato e riflette il profondo rispetto e la cura che la cultura giapponese riserva ai propri defunti.

    In passato si credeva che gli spiriti dopo la morte siano masse di luce bianca e questo sembra abbia portato all’ associazione del kimono funebre al bianco degli spiriti.
    Inoltre, l’idea che i fantasmi indossano il kimono funebre si è diffusa nella società perché nelle storie di fantasmi e nelle rappresentazioni kabuki, i morti sono rappresentati indossando un kimono funebre per essere facilmente identificati come tali.

  • 小満 – Shōman

    小満 – Shōman

    Mentre sistemavo gli appuntamenti di lavoro sul calendario ho visto riportata la seguente frase:

    「万物盈満すれば草木枝葉繁る」

    Banbutsu eiman sureba kusaki edaha shigeru

    Il significato di questa frase è che quando il clima diventa mite le piante e gli altri esseri viventi crescono e prosperano.

    La frase è ripresa dal koyomi binran (暦便覧), un manuale di approfondimento del calendario pubblicato durante il periodo Edo (1603-1868) da Taigensai (太玄斎).

    Oltre a fornire informazioni dettagliate sul calendario, il koyomi binran include anche spiegazioni complete sui nijūshisekki (二十四節気), i ventiquattro periodi solari, rimanendo un punto di riferimento importante per la loro comprensione anche ai giorni nostri.

    La frase precedente è stata riportata sul calendario per segnare la fine di uno questi ventiquattro periodi solari. Sto parlando del periodo conosciuto come shōman (小満), terminato il 4 Giugno.

    Shōman è la fase in cui ogni essere vivente cresce gradualmente, riempiendo cielo e terra. Coincide con la maturazione delle spighe del grano seminato in autunno, e si dice porti un po’ di soddisfazione e rassicurazione per il futuro raccolto. Questa fase rappresenta un momento di transizione, con il clima che diventa caldo e umido.

    Shōman, l’ottavo dei ventiquattro periodi solari, quest’anno è iniziato il 20 Maggio, con una durata che si estende fino al 4 Giugno. Sebbene generalmente si collochi tra il 21 Maggio e il 4 Giugno circa, la data esatta non è mai fissa. I ventiquattro periodi solari dividono l’anno in 24 segmenti di circa 15 giorni ciascuno, allo scopo di comprendere il cambio delle stagioni. Tuttavia, poiché la loro determinazione si basa sulla divisione dell’anno in 24 parti uguali in base al movimento del sole, non sono fissi e possono variare di circa un giorno. Di conseguenza, il termine shōman può riferirsi sia al giorno specifico dell’inizio del periodo, sia all’intero lasso di circa 15 giorni che va da shōman a bōshu (芒種), il nono dei ventiquattro periodi solari.

    Lo shōman porta con sé il momento dell’ inizio del raccolto del grano, ormai pronto per essere mietuto. Seminato durante l’inverno, il grano attende questo periodo per essere finalmente raccolto. Questa fase è conosciuta come bakushū (麦秋) o mugiaki (麦秋), termini che figurano come parole stagionali legate all’ estate. Nonostante si tratti della stagione estiva, il kanji di “autunno” (秋) viene utilizzato in entrambe le parole in paragone con l’autunno, e il periodo di maturazione del riso. La doratura delle spighe di grano crea un suggestivo scenario simile a quello delle dorate spighe di riso autunnali.

    Anche i fenomeni atmosferici di questo periodo hanno dei nomi riconducibili alla coltura del grano come ad esempio la pioggia, è chiamata bakū (麦雨, pioggia di grano). Il vento che soffia sui campi di grano è chiamato mugi no akikaze (麦の秋風vento autunnale del grano) o mugiarashi (麦嵐, tempesta di grano), mentre le spighe ondeggianti nei campi sono chiamate mugi no nami (麦の波, onde del grano).

    Lo shōman come gli altri periodi solari, si suddivide a sua volta in 3 fasi.

    蚕起食桑 – Kaiko okite kuwa wo hamu

    Durante questa prima fase, che segna l’inizio dello shōman, l’appetito dei bachi da seta cresce e divorano voracemente le foglie di gelso che usano come cibo. Alla fine, i bozzoli filati dai bachi da seta si trasformano in splendidi fili di seta.

    Fonte: note.com

    紅花栄 – Benibana sakae

    È il periodo in cui il cartamo sboccia in splendidi fiori color arancio-giallastro. Il cartamo o zafferone, benibana in giapponese, è giallo brillante nel momento della fioritura, ma diventa gradualmente rosso man mano che cresce. Dalla corolla del suo fiore sin dall’ antichità si estraggono due colori (il cremisi ed il giallo) utilizzati, dalle persone di corte, come coloranti per stoffe e tessuti e veniva utilizzato per tingere seta.

    麦秋至 – Mugi no toki itaru

    Letteralmente, “l’arrivo dell’autunno del grano”. È il periodo in cui le spighe di grano raggiungono la maturazione.

    Durante lo shōman, per alcuni giorni, il cielo rimane coperto e piove a tratti. Questo fenomeno meteorologico, che precede l’inizio della vera e propria stagione delle piogge (梅雨, tsuyu), è chiamato hashiri zuyu (走り梅雨) o tsuyu no hashiri (梅雨の走り) ed è considerato un termine stagionale. Al termine di questa fase, il tempo si apre e torna sereno, ma subito dopo inizia la vera stagione delle piogge.

    Un mio collega, che ha vissuto molto tempo ad Okinawa, mi ha spiegato che in quella zona la stagione delle piogge inizia prima rispetto al Kyūshū dove mi trovo ora. Lo tsuyu iniziai spesso a cavallo tra lo shōman e il periodo successivo, il bōshu (芒種) e si usa spesso l’espressione “shōman-bōshu“, che viene spesso pronunciata “sūman-bōsu” per indicare la stagione delle piogge stessa.


    Oltre ad essere un momento di abbondanza per la natura, shōman assume anche un significato simbolico. Il grano dorato che matura nei campi rappresenta il frutto del duro lavoro e della dedizione, un monito a perseverare per raccogliere i frutti dei propri sforzi.

    La suddivisione in tre fasi, ognuna caratterizzata da eventi naturali e fenomeni atmosferici peculiari, offre un ulteriore spunto di riflessione sulla ciclicità della vita e l’armonia che regna nel mondo naturale.

    In definitiva, shōman è un periodo ricco di significato che ci invita ad apprezzare la bellezza della natura, a celebrare i frutti del lavoro e a riflettere sulla ciclicità della vita. Un momento per rallentare, osservare il mondo che ci circonda e trarne ispirazione.

  • 水無月 – Minazuki

    水無月 – Minazuki

    Giugno

    Immaginate un Giappone immerso nella stagione delle piogge, con i campi inondati pronti per il trapianto del riso. In questo scenario, si staglia il sesto mese lunare, conosciuto con il nome Minazuki (水無月). Un nome che, pur non coincidendo perfettamente con il mese di Giugno del calendario solare, continua ad evocare immagini e sensazioni di questo periodo ricco di fascino.

    Come sesto mese dell’inreki (陰暦), il calendario lunare giapponese, rappresenta un periodo di transizione tra l’estate e l’autunno, ricco di significati legati alla natura e al lavoro. Conosciuto anche come wafū-gestumei (和風月名), il nome tradizionale giapponese per questo mese, minazuki evoca l’importanza dell’acqua per la coltivazione del riso, un’attività fondamentale per la sussistenza delle comunità rurali in Giappone.

    L’adozione del calendario solare in Giappone ha portato a un cambiamento significativo nel modo di identificare i mesi, sostituendo i tradizionali nomi giapponesi con numeri semplici. Tuttavia, il fascino dei nomi antichi non è andato perduto, e minazuki, continua a essere utilizzato come nome poetico per il mese di Giugno del calendario solare.

    Importante sottolineare che i due mesi non coincidono perfettamente. Il calendario lunare giapponese, infatti, segue un ciclo basato sulle fasi lunari, mentre il calendario gregoriano si basa sul moto apparente del Sole. Di conseguenza, minazuki può cadere in periodi differenti all’interno del calendario gregoriano, solitamente tra la fine di Giugno e l’inizio di Agosto.

    Minazuki: Un mese senza acqua nel cuore della stagione delle piogge?

    Minazuki, ovvero “mizu no nai tsuki” (水の無い月), “mese senza acqua”, è un nome che suscita curiosità per la sua apparente contraddizione con lo tsuyu (梅雨), la stagione delle piogge. Le sue origini affondano nella storia e nella cultura del paese, rivelando un legame profondo con le pratiche agricole e la gestione delle risorse idriche.

    In passato, il sesto mese lunare coincideva con il periodo del trapianto del riso, un’attività fondamentale per la sussistenza delle comunità rurali. L’acqua era dunque un elemento vitale, ma la sua abbondanza durante lo tsuyu poteva creare problemi di allagamento e favorire la proliferazione di insetti dannosi per le colture.

    Il nome minazuki potrebbe quindi essere interpretato come un monito a gestire con attenzione l’acqua in questo periodo delicato, preservandola per il trapianto e garantendo la salute del raccolto. Un nome che riflette la saggezza contadina e l’importanza di un equilibrio tra le risorse naturali.

    Minazuki, un mese che sfida le apparenze

    Come scritto in precedenza, minazuki suscita curiosità per il suo apparente contrasto con la stagione delle piogge in Giappone. Tuttavia, l’origine di questo nome cela un significato più profondo, legato all’interpretazione del kanji “無” (mu).

    Sebbene “mu” possa significare “assenza”, in questo contesto assume il ruolo di particella pronominale “no“, trasformando “minazuki” in “mizu no tsuki“, ovvero “mese dell’acqua”. Questa interpretazione si basa sul fatto che il sesto mese coincideva, come scritto in precedenza, con il periodo del trapianto del riso, un’attività fondamentale per la sussistenza delle comunità rurali. L’acqua era dunque l’elemento vitale per la coltivazione e il raccolto, da cui l’idea del “mese dell’acqua”.

    I significati attribuiti a minazuki si esauriscono nel suo significato letterale, ma che si apre a un gioco fonetico interessante. Il suono “na” si crede riconducibile al verbo “naru” (鳴る), ovvero “risuonare”. In questo caso, minazuki potrebbe essere interpretato come il “mese in cui risuona la forza dell’acqua”.

    Un’immagine poetica che evoca il rumore dell’acqua che scorre nei campi, che nutre la terra e dà vita al raccolto. Un suono che diventa simbolo di vita, di speranza e di armonia con la natura.

    Indipendentemente dall’origine precisa, il nome minazuki evoca un periodo ricco di simbolismo. Esso rappresenta il duro lavoro dei contadini, la gratitudine per il raccolto e l’armonia con la natura.

    Minazuki: un mese, mille nomi

    Minazuki non è solo un nome, ma un caleidoscopio di denominazioni che riflettono la ricchezza della cultura e delle tradizioni passate legate a questo periodo dell’anno. Altri nomi offrono spunti di riflessione e ci permettono di approfondire il legame tra questo mese il passato e la vita contadina.

    Uno di questi nomi è mizuharizuki (水張り月) letteralmente “mese dell’allagamento dei campi”. Un termine che descrive in modo diretto l’operazione di inondare i campi per il trapianto del riso, sottolineando l’importanza di questo passaggio per la coltivazione e la sopravvivenza delle comunità rurali.

    皆仕尽 – Minashitsuki

    Un tuffo nella storia contadina del Giappone

    Minashitsuki (皆仕尽), letteralmente “mese in cui tutto è terminato”, un nome che racchiude in sé la soddisfazione e il sollievo dei contadini giapponesi al termine dei lavori di impianto del riso. Un momento cruciale per la coltivazione, che segna il passaggio dalla fatica alla speranza per il raccolto futuro.

    Un nome che ci riporta indietro nel tempo, quando l’agricoltura era l’asse portante della società giapponese. La fine dei lavori di impianto del riso rappresentava un momento di grande importanza, non solo per la sopravvivenza delle comunità, ma anche per la coesione sociale e il senso di appartenenza alla terra.

    Questi nomi tradizionali, con la loro bellezza e profondità, ci invitano a un viaggio poetico attraverso le stagioni e la cultura giapponese, un viaggio che ci ricorda l’importanza di preservare le nostre radici e di apprezzare la bellezza effimera della natura.


    Oltre al nome più conosciuto, minazuki ha diverse altre denominazioni, ognuna con un suo fascino e significato.

    晩夏 – Banka

    L’estate che cede il passo all’autunno

    Banka non è solo un nome, ma un momento. Nel calendario lunare giapponese, l’estate si estende da aprile a giugno. Minazuki, il sesto mese, rappresenta l’ultima fase di questa stagione e viene quindi chiamato anche “banka” (晩夏), ovvero “fine dell’estate”.

    Questo appellativo riflette perfettamente la posizione di minazuki nel ciclo delle stagioni. Mentre il caldo estivo è ancora presente, si avvertono già i primi segni del suo declino. Le giornate iniziano ad accorciarsi, le notti diventano più fresche e l’aria assume un sentore di cambiamento.

    Banka quindi non è solo un nome, ma un’indicazione precisa del momento in cui l’estate inizia a volgere al termine, lasciando spazio all’autunno. E’ un periodo di transizione, dove la natura si prepara al riposo invernale e i paesaggi si tingono di nuove sfumature di colore.

    青水無月 – Aominazuki

    Immaginate un paesaggio giapponese dove il verde brillante delle foglie domina la scena. Il cielo, di un azzurro intenso e terso, si specchia in questo mare di verde, creando un panorama mozzafiato. E’ questo il quadro che ci regala aominazuki,  il “mese delle foglie verdi”.

    Il kanji “青”, “ao“, che significa “verde”, richiama alla mente la brillantezza e la crescita rigogliosa delle foglie appena nate, dando una sensazione di crescita e di rinnovata energia che pervade la natura in questo periodo.

    鳴神月 – Narukamizuki

    Quando il cielo si scatena

    Minazuki, è conosciuto anche con nomi alternativi come narukamizuki (鳴神月), kaminarizuki (神鳴月) e raigetsu (雷月), tutti e tre legati al frequente verificarsi di temporali durante questo periodo.

    Questi nomi non sono solo semplici descrizioni meteorologiche, ma rappresentano la profonda connessione tra la cultura giapponese e la natura. I temporali, con la loro forza e il loro fragore, erano visti come manifestazioni del potere dei kami e come portatori di pioggia preziosa per i raccolti.

    Nella tradizione giapponese, i temporali erano associati ai kamiRaijin (雷神) e Fūjin (風神), che erano venerate e temute allo stesso tempo, e la loro presenza era percepita durante i violenti temporali di Minazuki.

    Questi nomi rappresentano un’affascinante testimonianza del profondo legame e rispetto che la cultura giapponese ha sempre avuto con la natura e con i suoi fenomeni più potenti.

    涼暮月 – Suzukurezuki e 弥涼暮月 – Isuzukurezuki

    Un mese di contrasti tra caldo e fresco

    Minazuki è conosciuto anche come suzukurezuki (涼暮月) e isuzukurezuki (弥生月). Questi nomi riflettono due aspetti peculiari di questo periodo dell’anno.

    Suzukurezuki, letteralmente “crepuscolo fresco”, descrive il piacevole calo delle temperature che si verifica al tramonto, dopo la calura estiva del giorno. Questo nome coglie perfettamente l’atmosfera di Minazuki, quando l’afa del giorno lascia il posto a una piacevole freschezza serale.

    Isuzukurezuki, invece, significa “mese che precede l’autunno”. Questo nome sottolinea il fatto che Minazuki rappresenta una sorta di preludio alla stagione autunnale.

    常夏月 – Tokonatsuzuki

    L’estate eterna

    Tra i numerosi nomi alternativi di minazuki, troviamo tokonatsuzuki (常夏月), che letteralmente si può tradurre come “mese dell’estate eterna”. Questo nome evoca l’immagine di un periodo caratterizzato da una fioritura continua, simbolo della bellezza e della vitalità estiva.

    Il termine “tokonatsu” (常夏) é anche l’antico nome del fiore nadeshiko (撫子), noto anche come garofano giapponese. Questo fiore, arrivato in Giappone dalla Cina durante il periodo Heian (794-1185), considerato simbolo di purezza e di bellezza femminile, raggiunge il suo massimo splendore proprio durante il mese di minazuki.

    蝉羽月 – Seminohazuki

    Nome che potremmo tradurre letteralmente in italiano come “mese delle ali di cicala”. L’utilizzo del termine non è casuale. In Giappone, le cicale con il loro canto sono simbolo della calura estiva e la loro presenza è così legata a questo mese da diventare un simbolo iconico della stagione.

    In passato inoltre, secondo il calendario lunare, si usava indossare gli usumono (薄物), un tipo di kimono leggero realizzato in seta o canapa. La scelta di questo nome riflette quindi anche la moda del tempo, quando le persone abbandonano gli abiti più pesanti per abbracciare capi più freschi e confortevoli.

    L’immagine di questi kimono leggeri e svolazzanti sono accostati alle ali leggere delle cicale, insetto perfettamente adatto al clima caldo e umido del periodo.

    葵月 – Aoizuki

    Aoizuki, letteralmente significa “mese della malva”. Questo nome evoca l’immagine di questo fiore iconico che, assieme all’ajisai (紫陽花, le ortensie) sboccia proprio durante questo periodo dell’anno, colorando i paesaggi con le sue tonalità vivaci.

    La malva, in particolare la malva tachiaoi (立葵), è considerata un simbolo dell’estate in Giappone. I suoi fiori, alti e slanciati, iniziano a sbocciare proprio durante la stagione delle piogge, per poi raggiungere il loro massimo splendore verso la fine del mese, quando il clima diventa più caldo e soleggiato.

    Minazuki, un dolce tipico

    A Kyōto, il 30 Giugno, giorno che segna esattamente la metà dell’anno, si celebra un rituale religioso chiamato nagoshi no harai (夏越祓) per purificare i peccati e le impurità accumulate nei primi sei mesi e per augurare salute e prosperità per i restanti sei mesi.

    In questa occasione viene offerto il minazuki un dolce tipico di Giugno, composto da uno strato di pasta di azuki (fagioli rossi dolci) adagiato sopra una pasta si farina di riso glutinoso quasi trasparente e tagliata a forma di triangolo detta uirō, molto simile per consistenza ai mochi ma più leggera.

    I fagioli rossi, di colore rosso considerato propizio per allontanare il male, rappresentano un elemento propiziatorio che, secondo la tradizione, ha il potere di scacciare gli spiriti maligni. Il bianco uirō a forma di triangolo, invece, simboleggia i frammenti di ghiaccio conservati nelle himuro (氷室), le antiche ghiacciaie). In un periodo caldo come l’estate, il ghiaccio era un bene prezioso e rappresentava un modo per combattere l’afa.

    Il ruolo storico delle Himuro nella tradizione del minatsuki

    Nell’antichità, in prossimità della capitale, esistevano delle strutture chiamate himuro (氷室), che fungevano da ghiacciaie naturali. Durante l’inverno, il ghiaccio veniva raccolto e conservato all’interno di queste strutture, isolate termicamente per preservarlo fino all’estate.

    Fonte Wikipedia

    Con l’arrivo della stagione calda, il ghiaccio veniva trasportato a corte e offerto all’imperatore, ai membri della famiglia imperiale e ai nobili. Il 1° Giugno (che oggi corrisponderebbe circa al 27 Giugno) celebrava l’himuro no sechie (氷室の節会), conosciuto anche come koori no sekku (氷の節句), il primo giorno del ghiaccio, un rituale durante il quale si consumava il ghiaccio proveniente dalle himuro come rimedio contro l’afa estiva.


    Minazuki, il sesto mese del calendario lunare giapponese, è un periodo di contrasti. Rappresenta l’apice dell’estate, con il caldo torrido e l’umidità che avvolgono le isole dell’arcipelago giapponese. Un mese di contrasti e cambiamenti, ma anche di bellezza e riflessione. È un momento per apprezzare la natura effimera della vita e per prepararsi ai nuovi inizi che l’autunno porterà con sé.


  • 兄弟島

    兄弟島

    Tra l’isola di Kyūshū e Gotō-rettō (五島列島), l’arcipelago delle Gotō, non lontano da casa mia, si estende un mare conosciuto come Sumō-nada (角力灘). Immerse nelle sue acque turchesi, si ergono tre isole conosciute come: Oozumō-jima (大角力島), Kozumō-jima (小角力島) e infine una terza chiamata hako-shima (母子島).

    Una di queste isole custodisce un’antica leggenda che, come un sussurro tra le onde, si tramanda di generazione in generazione.

    L’isola sulla sinistra, conosciuta come Oozumō-jima, ha una forma davvero singolare. Attraversata da un foro centrale, spesso attraversato anche dalle imbarcazioni turistiche, questa curiosa formazione rocciosa è conosciuta anche come hongee-jima (本げえ島). Un altro nome con cui è conosciuta è kyōdai-jima (兄弟島), “Isola dei fratelli”, data la sua somiglianza a due lottatori impegnati in un eterno duello.

    Un’antica leggenda narra di un pescatore che, al suo ritorno dal mare, portò in dono ai suoi due figli un mikan (un agrume simile ad un mandarino ma molto più dolce) e un pesce. I due fratelli, incapaci di dividersi equamente i regali del padre, iniziarono a litigare furiosamente. In preda all’ira, il padre punì entrambi con crudeltà inaudita: al più giovane tagliò la spalla, mentre al maggiore squarciò il ventre.

    Legati insieme, i due fratelli vennero poi gettati in mare. Secondo la leggenda, i loro corpi si trasformarono nelle rocce che oggi sono chiamate kyōdai-iwa (兄弟岩). Ancora oggi, si dice che sulla cima dell’isola cresca un albero di mikan, simbolo della discordia che portò alla tragedia. La roccia di sinistra, con la sua forma simile a una spalla mutilata, rappresenta il fratello minore. Quella di destra, più alta e con un incavo simile a un ventre squarciato, rappresenta il fratello maggiore.

    L’isola dei fratelli, con la sua storia tragica, viene spesso raccontata ai bambini in queste zone e serve da monito per le generazioni future, ricordando loro le terribili conseguenze causate dalla discordia e dell’invidia.

    Come ho scritto nel mio articolo sul blog “Ombrelli Rotti” dedicato alla Nagasaki Sunset Road, sono numerosi i turisti che si recano nella zona di Sotome per ammirare il sole che al tramonto si specchia nelle acque del mare di Sumō-nada. Lo spettacolo offerto dal cielo e dal mare è in continua evoluzione, cambiando forma e colore con il cambio delle stagioni. Ogni visita regala un’esperienza unica e indimenticabile.

  • 外海

    外海

    Le vacanze della Golden Week sono appena finite e, come dopo ogni periodo di pausa, i miei figli al rientro all’asilo dovranno raccontare ai loro compagni le avventure vissute durante il periodo di ferie. Quest’anno, per rendere il loro “speech” ancora più interessante, abbiamo deciso di organizzare una gita fuori porta a tema storico. La nostra destinazione? La vicina cittadina di Sotome, immersa nella prefettura di Nagasaki e ricca di tracce affascinanti del passato cristiano.

    Perché questa piccola località, adagiata tra le montagne del Kyūshū e affacciata sul Gotō-nada (五島灘) custodisce un tesoro inestimabile: i resti di una comunità cristiana che, nei secoli scorsi, si nascose in quest’area per fuggire all’editto Tokugawa che bandiva il cristianesi e i suoi fedeli. Una storia poco conosciuta, ma che merita di essere raccontata, soprattutto ai più piccoli.

    Durante la nostra gita, abbiamo visitato alcuni dei luoghi simbolo del cristianesimo a Sotome. Abbiamo visitato due chiese stupende, esplorato un cimitero cristiano risalente al XIX secolo e un raro santuario dedicato ad un gesuita portoghese. I miei figli sono rimasti affascinati da questo viaggio nel tempo, incuriositi dalle storie e dalle leggende che popolano questi luoghi silenziosi e carichi di mistero.

    Adagiata tra la zona di Nagasaki e Saikai, Sotome si affaccia sul Gotō-nada (五島灘), conosciuto anche come sumō-nada (角力灘), un’area marina che divide il Kyūshū da Gotō-rettō (五島列島), l’arcipelago delle isole Gotō.

    Tra il 1600 e il 1800, durante il periodo di bando del Cristianesimo in Giappone, questo zona si trasformò in un rifugio sicuro per i “cristiani nascosti”, noti come senpuku kirishitan (潜伏キリシタン). Attratti dalla sua posizione isolata e raggiungibile solo via mare, che permetteva loro di professare la loro fede in segreto, molti fedeli emigrarono qui da diverse zone dell’odierna prefettura di Nagasaki.

    Padre Marc Marie de Rotz, missionario francese giunto a Sotome, ebbe un ruolo fondamentale nella rinascita del Cristianesimo. La sua opera più significativa fu la costruzione della Chiesa di Shitsu, eretta su una collina che domina il mare e divenuta un simbolo di speranza per i fedeli perseguitati.

    L’arrivo di Francesco Saverio nel 1549 segnò l’introduzione del Cristianesimo in Giappone. La rapida diffusione della nuova fede destò timori nello shogunato Tokugawa, che la vide come una minaccia al proprio potere. Iniziò così un periodo di persecuzioni che culminò nel bando ufficiale del Cristianesimo nel 1614. Nonostante la repressione, alcuni fedeli continuarono a praticare la loro religione in segreto.

    Il Sakoku (鎖国), “paese chiuso”, fu una politica di isolamento attuata in Giappone durante il periodo Edo (1603-1867). Emanate tra l’inizio e la metà del XVII secolo, le direttive del Sakoku imposero al Giappone un autoisolamento dalle potenze straniere. Tra le misure adottate vi furono il bando del Cristianesimo, la proibizione ai cittadini giapponesi di viaggiare all’estero e di farne ritorno, e restrizioni al commercio internazionale con diverse nazioni. La diffidenza nei confronti degli stranieri fu il principale fattore alla base del Sakoku.

    Tokugawa Ieyasu, temendo che il Cristianesimo potesse minare il suo potere, lo bandì dal Giappone. Condividendo la xenofobia diffusa tra i leader dell’epoca, Ieyasu sospettava che gli stranieri, in particolare gli europei bianchi (spagnoli), avessero mire espansionistiche sul Giappone. Il Cristianesimo, visto come strumento di controllo sociale e di sovversione dei valori tradizionali, venne associato a queste minacce esterne. Di conseguenza, Ieyasu proibì sia l’ingresso agli stranieri che la pratica del Cristianesimo durante il suo shogunato.

    Calò un velo di silenzio sul Giappone: il periodo Edo aveva decretato l’isolamento del paese. Per le potenze esterne, le relazioni diplomatiche e commerciali erano quasi impossibili, ad eccezione di Olanda e Cina. Il Sakoku, questa politica di chiusura, strinse il Giappone in un abbraccio autarchico per quasi duecentocinquant’anni. Solo nella metà del XIX secolo, sotto la spinta di pressioni esterne, il Giappone si vide costretto ad aprire nuovamente le sue porte al mondo.

    Nonostante la persecuzione dello shogunato Tokugawa (1600-1868), che bandì il Cristianesimo e deportò i missionari, alcuni fedeli giapponesi non rinunciarono alla loro fede. In villaggi remoti e sulle isole di Nagasaki e Kumamoto, continuarono a praticare la loro religione in segreto, tramandando gli insegnamenti dei missionari e nascondendo oggetti cristiani nelle loro case, rischiando la vita. Le autorità li soprannominarono “senpuku kirishitan” (潜伏キリシタン), che significa “cristiani nascosti”, per indicare la loro fede clandestina. Il termine kirishitan deriva dal portoghese “Christão” e si riferiva al cattolicesimo o ai suoi seguaci dopo l’arrivo di Francesco Saverio in Giappone, fino alla revoca del bando nel 1873.

    I senpuku kirishitan erano un gruppo di giapponesi che, pur professando pubblicamente il Buddismo per sfuggire alle persecuzioni, in realtà continuavano a praticare la loro fede cristiana in segreto. Questa strategia di mimetizzazione era necessaria per evitare le severe punizioni inflitte dal governo a chi professava apertamente il Cristianesimo. Esteriormente, i senpuku kirishitan partecipavano a cerimonie e riti buddhisti, ma in segreto custodivano la loro fede cristiana e la trasmettevano alle generazioni successive.

    Nonostante la fine della repressione e la revoca del bando del Cristianesimo, un gruppo significativo di senpuku kirishitan non volle ricongiungersi alla Chiesa Cattolica. La ragione di questo rifiuto risiedeva nella necessità di modificare o abbandonare alcuni dei loro riti e oggetti religiosi, che erano diventati parte integrante della loro fede tramandata di generazione in generazione.

    Questi gruppi, che scelsero di mantenere intatti i riti e le preghiere appresi fin dall’infanzia, vennero denominati kakure Kirishitan (Cristiani Nascosti) per distinguerli dai senpuku kirishitan del periodo di proibizione Tokugawa. Considerati discendenti storici dei senpuku kirishitan per la loro fedeltà alle tradizioni tramandate dagli antenati, alcuni studiosi li vedono tuttavia come un gruppo che si è allontanato dal Cristianesimo ortodosso, avvicinandosi maggiormente alle religioni popolari giapponesi.

    Il termine kakure kirishitan quindi, identifica coloro che, pur potendo professare liberamente la loro fede dopo la revoca del divieto del Cristianesimo, scelsero di non ricongiungersi alla Chiesa Cattolica. Questi gruppi continuarono ad aderire alle credenze e alle pratiche religiose sviluppatesi durante il periodo di clandestinità, dando vita a una forma unica di Cristianesimo.

    Verso la fine del periodo Edo, il dominio di Ōmura fu annesso a quello di Saga, che si distingueva per una maggiore tolleranza nei confronti dei cristiani. Durante il Bakumatsu (1853-1868, periodo che precedette la Restaurazione Meiji), quando Padre Petitjean visitò la zona di Sotome, i senpuku kirishitan professarono apertamente la loro fede. Tuttavia, una parte dei cristiani della zona, preoccupati per la persistenza del divieto del cristianesimo non ancora formalmente revocato, si consultarono con il capovillaggio e con un ufficiale del villaggio. Per scoraggiare l’adesione agli insegnamenti dei missionari stranieri, decisero di rubare la preziosa immagine di San Michele e un’altra raffigurante i 15 Misteri del Rosario.

    Il furto delle immagini sacre scatenò l’ira dei cristiani nascosti, provocando un tumulto di notevoli proporzioni. Questo evento ebbe come conseguenza una scissione all’interno della comunità senpuku kirishitan di Sotome: una fazione decise di abbracciare apertamente il Cattolicesimo, mentre l’altra, i kakure kirishitan, preferì rimanere nascosta, spostandosi anche nelle vicine isole dell’arcipelago di Gotō.

    È una chiesa cattolica situata a Sotome. Fu costruita nel 1882 su progetto di padre Marc Marie de Rotz, un missionario francese, e completata nel 1885.

    Motivato dalla convinzione che la zona necessitasse di un luogo di raduno per la fede, Padre de Rotz investì i propri fondi nella costruzione di una chiesa. Egli si impegnò personalmente sia nella progettazione che nella realizzazione dell’edificio. Il terreno prescelto per l’edificazione era un pendio lievemente elevato, scelta motivata dal desiderio di rendere la chiesa visibile da un’ampia area

    La costruzione della chiesa non fu possibile solo grazie all’impegno di Padre de Rotz, ma anche alla preziosa collaborazione dei cristiani locali. Essi si dedicarono con dedizione a lavori faticosi, trasportando legname tagliato dalle montagne e mattoni trasportati via barca fino al litorale, contribuendo in modo significativo alla realizzazione dell’edificio sacro.

    Nel 1882, dopo un anno di lavori, venne completata la magnifica chiesa bianca, immersa tra risaie a terrazze. La sua struttura, realizzata in mattoni e successivamente intonacata, presenta ingressi a volta e cornici alle finestre che si inseriscono con armonia nel paesaggio circostante. L’interno, pur nella sua semplicità, emana un’atmosfera solenne.

    Data la forte ventosità che caratterizza la zona di Sotome, si presume che la chiesa sia stata costruita con un tetto volutamente basso. Un abitante della zona con cui ho parlato mi ha raccontato che che anche il villaggio natale di Padre de Rotz è soggetto a venti intensi e che ospita una chiesa simile a quella di Shitsu per forma. È possibile che il missionario si sia ispirato alla chiesa del suo paese natale nel progettare la chiesa di Sotome.

    Attratto dalle vicende del cristianesimo a Nagasaki, negli ultimi anni mi sono immerso nella storia di Padre de Rotz e della sua vita in terra nipponica.

    Originario di una nobile famiglia francese, Padre de Rotz giunse in Giappone all’età di 28 anni. Tra le sue numerose realizzazioni ricordiamo le stampe litografiche da lui create e le scuole di teologia latina che fondò, sia presso la Cattedrale di Oura a Nagasaki che a Yokohama. All’età di 39 anni, dopo undici anni di permanenza in Giappone, fu destinato alla missione di Sotome. I suoi scritti rivelano il profondo impatto che la povertà della gente del luogo ebbe su di lui, contribuendo a maturare in lui un forte senso del dovere nei loro confronti.

    Padre de Rotz svolse un ruolo fondamentale nello sviluppo di queste zone. Oltre alla costruzione delle chiese di Shitsu e Ono, che fungevano da centri per le sue attività missionarie, egli fondò un istituto per l’impiego e l’emancipazione femminile. Inoltre, insegnò tecniche agricole alla popolazione locale, utilizzando terreni bonificati e coltivati a sua cura. Fornì inoltre assistenza ai pescatori per la manutenzione del porto e si adoperò per la cura delle strade nei dintorni del villaggio. Grazie all’istituzione del primo ambulatorio mobile, salvò numerose vite e si dedicò con impegno alla lotta contro le malattie infettive.

    La Chiesa di Kurosaki, eretta nel 1920 su un terreno bonificato grazie all’impegno di Padre de Rotz, è nota per essere stata l’ambientazione del romanzo “Silenzio” di Shūsaku Endō. Dallo splendido scenario della chiesa si gode una vista mozzafiato sullo stretto di Sumō-nada, caratterizzato dal suo mare azzurro.

    La cattedrale è realizzata con mattoni, posati uno ad uno dai fedeli come segno di devozione. La struttura si sviluppa su un unico livello e il tetto è ricoperto con le classiche tegole giapponesi, dette gawara (瓦).

    All’interno, la cattedrale presenta un soffitto a volta a crociera che dona ampiezza allo spazio. Le vetrate colorate filtrano la luce naturale, creando un’atmosfera suggestiva e raccolta. Il campanile annesso, eretto con l’intento di richiamare l’attenzione dei kakure kirishitan (cristiani nascosti), rappresenta un simbolo di fede e di speranza.

    Durante il periodo Meiji (1868-1912), l’area occupata dal santuario divenne un luogo di culto per i cristiani nascosti. Inizialmente, l’unico luogo di preghiera era un semplice hokora (祠), un piccolo santuario di pietra. La prima vera e propria struttura in legno fu eretta nel 1938, durante la guerra Sino-Giapponese. I soldati in partenza per il fronte pregavano in questo santuario per ottenere protezione, mentre coloro che facevano ritorno sani e salvi offrivano ciotole di nihonshu in segno di gratitudine. Nel 2003, l’edificio è stato ricostruito fedelmente all’originale.

    Il sentiero per il santuario nascosto tra le montagne di Sotome costeggia due enormi rocce piatte. Sotto la roccia più bassa, un incavo (oggi poco visibile) era un tempo utilizzato dai senpuku kirishitan della zona come luogo segreto per memorizzare e praticare le orasho (orazioni), con una vedetta a guardia per scongiurare sorprese.

    Inori no iwa – Le rocce delle preghiere

    l’Orasho (オラショ), termine che trae origine dal latino “oratio“, rappresenta l’affascinante intreccio tra canti di preghiera portoghesi e la tradizione giapponese. La sua storia affonda le radici nel XVI secolo, quando questi canti giunsero in Giappone, intrecciandosi con la cultura locale e dando vita a una forma espressiva unica.

    Il santuario sorge come luogo di riposo eterno per San Juan, frate francescano spagnolo che perse la vita stremato dal freddo e dalla fame. La sua tomba fu scavata in questo luogo dalla gente del posto. San Juan è ricordato per essere stato mentore di Bastian, l’evangelista giapponese autore del calendario liturgico della Chiesa in Giappone e profeta della fine delle persecuzioni cristiane.

    All’interno del santuario si trovano due piccoli tempietti in pietra. Il più grande, situato al centro, risale al 1933, mentre il più piccolo, sulla sinistra, risale all’era Meiji (1868-1912).

    In origine, il luogo era conosciuto come Jiwan – Karematsu Jinja (ジワン枯松神社), dove Jiwan è la trascrizione giapponese di “Juan“, e successivamente come Karematsu – jinja (枯松神社). Il nome Karematsu, si pensa, derivi dai pini secchi (“枯松”) che un tempo caratterizzavano la zona, oggi sostituiti da altra vegetazione. Le aree circostanti il santuario fungevano da cimiteri cristiani, e le pietre piatte ora accatastate potrebbero essere state lapidi.

    Dal 1999, il santuario di Karematsu è teatro di un suggestivo evento “interreligioso”: il Festival di Karematsu. Ogni novembre, cattolici locali, kakure kirishitan e fedeli buddisti si riuniscono per celebrare un rituale congiunto di preghiera per la pace delle anime dei loro antenati. Il festival non è aperto al pubblico, come ho potuto sperimentare alcuni anni fa quando, recatomi al santuario nel giorno dedicato alla celebrazione, sono stato gentilmente fermato all’ingresso del sentiero che conduce al luogo sacro.

    La storia dei senpaku e kakure kirishitan di Sotome è un racconto di persecuzione, fede incrollabile e adattamento. Nonostante le difficoltà e i pericoli, queste persone hanno preservato la loro fede per generazioni, trasmettendola in segreto ai loro figli. La loro storia ci ricorda l’importanza della libertà di religione e del rispetto per le diverse credenze.

    Oggi, la comunità kakure kirishitan di Sotome è piccola ma vivace. I discendenti di questi cristiani nascosti continuano a celebrare la loro fede in modo discreto, preservando le loro tradizioni e i loro canti sacri. La loro storia è un’importante testimonianza della forza dello spirito umano e della capacità di resistere all’oppressione.

    Visitare Sotome e scoprire la storia dei kakure kirishitan è un’esperienza che lascia un segno indelebile. Potrete camminare sui sentieri che una volta percorrevano per sfuggire ai persecutori, visitare i loro luoghi di preghiera segreti e conoscere la loro tenace devozione. La loro storia è un esempio di come la fede possa sopravvivere anche nelle circostanze più difficili, e ci ispira a difendere i nostri valori e a lottare per la libertà di espressione religiosa.

  • Rikka –  立夏

    Rikka –  立夏

    Rikka è uno dei nijūshi-sekki (二十四節気), i ventiquattro termini solari del calendario tradzionale giapponese. Questo termine, che letteralmente significa “inizio d’estate”, coincide con il periodo in cui i primi segnali della stagione calda iniziano a farsi sentire.

    Entrando nel periodo del rikka le giornate si allungano, il sole splende più forte e le temperature aumentano sensibilmente. L’aria si riempie del fruscio delle foglie e del canto degli insetti, preannunciando l’arrivo della stagione più calda dell’anno.

    Mia moglie mi ha insegnato tanti anni fa una frase che spesso viene usata in questo periodo:

    立夏を迎え、暦の上では夏となりました。

    Rikka wo mukae, koyomi no ue de ha natsu to narimashita

    Il significato della frase è che il periodo del rikka è arrivato quindi secondo il calendario è iniziata l’estate.

    Anche se il rikka segna l’inizio dell’estate dal punto di vista astronomico, in Giappone questa stagione viene generalmente suddivisa in tre ulteriori periodi:

    Shoka (初夏): L’inizio dell’estate, che coincide con il rikka. In questo periodo, la natura si risveglia e si colora di verde brillante.

    Chūka (仲夏): l’estate è in pieno svolgimento, il periodo più caldo e umido dell’anno.

    Banshu (晩夏): conicide con la fine dell’estate, quando le prime brezze autunnali iniziano a rinfrescare l’aria.

    Il rikka rappresenta quindi un momento importante per celebrare l’arrivo della bella stagione e per godersi le attività all’aperto. In molte regioni del Giappone si tengono festeggiamenti e rituali per accogliere l’estate.

    Anche se il calendario Gregoriano non coincide perfettamente con quello lunare, il rikka inizia generalmente tra il 5 e il 6 Maggio.

    È considerato un momento fortunato per iniziare nuovi progetti o intraprendere viaggi e in passato era un giorno in cui le persone si purificavano con il bagno e indossavano nuovi vestiti per celebrare l’arrivo dell’estate.

    Quest’anno l’inizio del rikka, cade il 5 Maggio 2024 e copre un periodo di circa 15 giorni, dal 5 al 19. Sebbene ogni anno si verifichi generalmente tra il 6 e il 20 Maggio, la data non è fissa.

    Questo perché il rikka, come gli altri ventiquattro termini solari che dividono l’anno in segmenti di circa 15 giorni, si basa sul movimento del sole. Di conseguenza, la data precisa può variare leggermente, anche di un giorno, a seconda dell’anno.

    Inoltre, il termine rikka può riferirsi sia al giorno specifico che segna l’inizio dell’estate, sia all’intero periodo di 15 giorni che va dal primo giorno del rikka (il 9° termine solare) allo shōman (小満), il 10° termine solare.

    Vale la pena notare che, all’interno dei ventiquattro termini solari, esiste anche un periodo precedente al rikka chiamato kokū (穀雨), che significa “il periodo in cui cadono le piogge che nutrono i cereali”, mentre il periodo successivo al rikka è chiamato shōman (小満), che significa “il periodo in cui tutte le cose crescono completamente”.

    Ulteriori divisioni del rikka

    I ventiquattro termini solari vengono ulteriormente suddivisi in settantadue (七十二侯, shichijūni kō), ognuno dei quali rappresenta un periodo di circa 5 giorni. Durante il rikka i si susseguono in questo modo:

    Shokō – kawazu hajinete naku (初候 – 蛙始鳴): Il primo canto delle Rane (5 Maggio)

    In questo periodo, le rane (kawazu/kaeru) iniziano a gracidare. Kawazu è un termine più formale per indicare le rane, mentre kaeru é un termine più colloquiale e informale. Secondo alcune teorie, l’etimologia del termine “kaeru” deriva dal verbo kaeru (帰る, tornare), in quanto le rane sono considerate creature che tornano sempre al loro luogo d’origine. “Kawazu“, invece, deriverebbe da “河之蛙” (kawazu gaeru), che significa “rana di fiume”. In questo periodo il canto delle rane risuona ovunque, creando un coro naturale che annuncia l’arrivo dell’estate.

    Jikō – mimizuizuru (次侯 – 蚯蚓出): L’Emersione dei Lombrichi (10 Maggio)

    In questo periodo, i lombrichi (mimizu) iniziano a emergere dal terreno. Il termine “mimizu” deriva da miezu/mamiezu (目見えず), che significa “invisibile agli occhi”. Nonostante l’assenza di occhi, i lombrichi percepiscono la luce e tendono a spostarsi verso il buio. Per questo motivo, li vediamo spesso emergere dal suolo durante la notte o in giornate piovose. I lombrichi svolgono un ruolo fondamentale nella fertilità del terreno, nutrendolo e aerandolo. La loro presenza è quindi un segno di un terreno sano e fertile.

    Makkō – takenokoshōzu (末侯 – 竹笋生) – La Germogliazione del Bambù  (15 Maggio)

    In questo periodo, i takenoko (竹の子), i germogli di bambù, iniziano a spuntare dal terreno. “Take no ko shōzu” è un’espressione poetica ed antica che significa “il germoglio del bambù“, oggi caduta in disuso. Esistono comunque anche altri termini stagionali con lo stesso significato come takōna (筍), o takanna (たかんな).

    Sebbene i prodotti a base di bambù siano ormai disponibili tutto l’anno, la vera stagione dei germogli di bambù è l’inizio dell’estate. I più teneri e gustosi sono quelli appena raccolti al mattino e consumati subito sul posto.

    Kunpū – 薫風 : la stagione del vento profumato

    Durante il mese di Maggio la natura riprende vita e il suo colore verde è splendido e si intensifica giorno dopo giorno. Le espressioni stagionali come kunpū (薫風) e kazekaoru (風薫る) veicolano l’idea di una fragranza percepibile nel vento che scuote le giovani foglie verdi.

    In giapponese esiste un saluto stagionale che recita come segue:

    風薫る季節となりました。

    Kaze kaoru kisetsu to narimashita.

    è un saluto comune all’inizio dell’estate.

    I giapponesi sono famosi per essere un popolo indiretto e per avere una lingua che utilizza moltissime sfumature in modi interessanti, alcuni dei quali a volte poco comprensibile e ridondanti per noi stranieri, che ci chiediamo perché la conversazione che stiamo ascoltando da cinque minuti sembri priva di un vero e proprio soggetto.

    La lingua scritta non fa eccezione e specialmente nelle lettere, ma anche nelle e-mail, i giapponesi, seguono un formato molto rigido. Specialmente nelle lettere prima di arrivare al focus del discorso i giapponesi inseriscono una frase conosciuta come jikō no aisatsu (時候の挨拶), il saluto stagionale, che cambia a seconda del periodo dell’anno.

    In questo periodo, gli alberi entrano nella fase di crescita più rigogliosa e il loro profumo riempie l’aria. Esistono espressioni come wakaba-kaze (若葉風, “il vento che soffia la tra le giovani foglie”) oppure kusawake no kaze (草分けの風, “il vento che divide l’erba”) che evocano la freschezza e i profumi tipici di inizio dell’estate.

    Otaueshinji – 御田植神事

    Rikka segna anche l’avvio della stagione della semina e precede la stagione delle piogge, tsuyu, (梅雨), in giapponese.  Di conseguenza, in molte regioni durante questo periodo si svolgono feste per invocare raccolti abbondanti. Tra queste, l’Otaue Shinji (御田植神事) è un esempio particolarmente famoso.

    Durante l’Otaue Shinji, donne e bambini si sottopongono a riti di purificazione prima di piantare piantine di riso ed eseguire danze tradizionali per invocare un raccolto abbondante. Queste vivaci celebrazioni mettono in mostra tradizioni culturali radicate e incarnano le speranze e le aspirazioni delle comunità agricole.

    Il significato dell’Otaue Shinji

    L’Otaue Shinji riveste un significato profondo nella cultura giapponese, intrecciandosi profondamente con il ciclo agricolo e la venerazione della natura. Rappresenta una messa in scena simbolica del processo di piantagione, incarnando la convivenza armoniosa tra uomo e mondo naturale.

    In Giappone, cultura del riso e religione sono strettamente legate. Nella maggior parte delle regioni, la stagione agricola inizia e finisce con rituali shintoisti: si svolgono cerimonie durante la semina per invocare una buona crescita delle piantine di riso e feste del raccolto per ringraziare i kami del suo buon esito. Tra i riti di piantagione del riso più famosi del Giappone si annovera l’Otaue Shinji del santuario Sumiyoshi Taisha, che viene celebrato fedelmente fin dai tempi antichi.

    La leggenda narra che il rito dell’Otaue Shinji risalga addirittura al 211 d.C., quando la leggendaria imperatrice Jingū, ordinò la creazione di una nuova risaia da dedicare alle divinità del santuario. Per preparare la risaia, fece arrivare dalle zone che oggi corrispondono alla prefettura di Yamaguchi, delle “vergini piantatrici”, conosciute come ueme (植女), appositamente addestrate. Ancora oggi, per il rito viene utilizzata la stessa risaia, situata appena a sud-ovest dell’area principale del santuario.

    Il rito dell’Otaue-shinji:

    L’Otaue Shinji inizia con un rituale di purificazione sia per le piantine di riso che per i partecipanti. La sacra risaia viene arata da buoi che trainano un aratro di legno, per poi essere cosparsa di acqua consacrata. Mentre le ueme piantano il riso, danzatori e musicisti in sgargianti costumi si esibiscono ai bordi della risaia. Si dice che la loro energia infonda salute e vigore alle piantine.

    L’Otaue Shinji si svolge ogni anno il 14 giugno. Il governo lo ha designato come bene immateriale folkloristico.

    Tradizioni propizie per il Rikka

    In occasione del Rikka, che coincide con la festività del kodomo no hi (子供の日), è tradizone immergersi nello shōbuyu (菖蒲湯) e gustare i buonissimi kashiwa mochi (柏餅).

    菖蒲湯 – shōbuyu : un bagno propizio

    Lo shōbu (菖蒲) è un tipo di iris con lunghe foglie che assomigliano alle spade brandite deai samurai. Questa tradizione non possiede solo un simbolismo di competizione e spirito marziale legato al mondo dei samurai (尚武 – shōbu), ma si credeva anche nelle sue proprietà benefiche contro le malattie. Il suo utilizzo in questa festività è considerato un’usanza propizia.

    Lo shōbu è anche una pianta officinale con proprietà che includono il miglioramento della circolazione sanguigna, l’idratazione della pelle e l’alleviamento di dolori come nevralgie, mal di schiena e mal di stomaco.

    柏餅 – kashiwa mochi

    Il kashiwa mochi è un dolce a base di riso glutinoso ripieno di anko (pasta di fagioli rossi dolci) avvolto in foglie di kashiwa, la quercia. La scelta di questa foglia non è casuale: la sua caratteristica di non perdere le vecchie foglie fino a quando i nuovi germogli non sono cresciuti simboleggia la prosperità e la continuità della progenie.

    In un’epoca come l’era Edo, quando il tasso di mortalità infantile superava il 50%, questo dolce rappresentava un augurio per la salute e la forza dei bambini. Non sorprende che questa tradizione sia diventata così radicata.

    Sebbene oggi la realtà sia, fortunatemente, ben diversa, non si può non apprezzare la saggezza e la cura con cui gli antichi usavano le tradizioni e le credenze popolari per promuovere il benessere dei più piccoli.


    Lasciamo che il rikka sia un’ispirazione per vivere una vita più sana, felice e in armonia con il mondo che ci circonda.

  • Shōwa no hi – 「昭和の日」

    Shōwa no hi – 「昭和の日」

    Ogni anno, il 29 Aprile, il Giappone si immerge in un’atmosfera di commemorazione e riflessione durante lo Shōwa no Hi, il “Giorno Shōwa“. Istituito nel 1989, questo giorno festivo coincide con il compleanno dell’Imperatore Hirohito, figura centrale del periodo Shōwa (1926-1989), un’epoca di profondi cambiamenti e sconvolgimenti per la nazione.

    昭和

    In italiano, la parola Shōwa significa “pace illuminata”. Questo è il nome attribuito postumo all’Imperatore Hirohito, e anche il nome dell’era durante la quale egli regnò.

    La Kokumin no shukujitsu ni kansuru hōritsu (国民の祝日に関する法律), o “Legge sulle festività nazionali”, promulgata nel 1948, ha sancito 16 giorni festivi ufficiali nel calendario nipponico. Tra questi, lo Shōwa no Hi si distingue per la sua data fissa, che lo colloca immutabilmente nel cuore della primavera.

    Diversamente da altre festività che ruotano attorno a giorni variabili della settimana, lo Shōwa no Hi offre un punto di riferimento stabile, un’occasione per ripercorrere la storia del Giappone e riflettere sul lascito del periodo Shōwa. Un’epoca segnata da conflitti e tragedie, ma anche da una tenace ricostruzione e da un’ascesa economica senza precedenti.

    Il 29 Aprile rievoca un passato ricco di significati per il Giappone. Risalendo agli anni dal 1948 al 1988, questo giorno era solennemente celebrato come Tennō tanjōbi (天皇誕生日), il “Giorno del compleanno dell’Imperatore Hirohito“.

    Dopo la scomparsa dell’Imperatore nel 1989, in omaggio alla sua profonda passione per la botanica, il 29 Aprile assunse una nuova veste, divenendo il Midori no Hi (みどりの日), ovvero il “Giorno del Verde”. Una giornata dedicata a riscoprire il legame con la natura, apprezzandone i doni e coltivando un animo sensibile.

    Nel 2007, una modifica alla legge sui giorni festivi conferì al 29 Aprile la denominazione di Shōwa no Hi. Un’occasione per ripercorrere l’era omonima, un periodo segnato da profondi sconvolgimenti ma anche da una tenace ricostruzione, traendo preziosi insegnamenti per guardare al futuro del paese con rinnovata speranza.

    Conseguentemente a questa modifica, il Midori no Hi venne spostato al 4 Maggio, conservando comunque il suo valore di sensibilizzazione verso l’ambiente e la sua tutela.

    In Giappone, la celebrazione del compleanno dell’Imperatore, vanta una storia ricca di fascino e trasformazioni. Prima del 1947 (anno 22 dell’era Shōwa), questa festività era conosciuta come Tenchōsetsu (天長節), un nome che riecheggia la sua antica origine.

    Le radici del Tenchōsetsu affondano nella Cina della dinastia Tang (618-907), quando l’Imperatore Xuanzong istituì la festività ispirandosi all’espressione tenchi chōkyū (天地長久) del filosofo Lao-zi. Questa locuzione, che significa “auspicare una vita infinita per l’Imperatore come quella del Cielo e della Terra”, trovò eco in Giappone nell’anno 775 (anno 6 dell’era Hōki, 770-781), quando l’imperatore Kōnin (光仁天皇) celebrò il proprio compleanno con un decreto imperiale.

    Tradizionalmente, la data del Tenchōsetsu cambiava con l’ascesa al trono di un nuovo Imperatore. Pertanto, durante i regni dell’imperatore Meiji, dell’imperatore Taishō e dell’imperatore Shōwa, la festività cadeva rispettivamente il 3 Novembre, il 31 Agosto e il 29 Aprile, in concomitanza con i loro compleanni.

    Con l’entrata in vigore della “Legge sui giorni festivi nazionali” nel 1948, il Tenchōsetsu venne ribattezzato Tennō tanjōbi. Alla morte dell’imperatore Shōwa, la festività fu spostata al 23 Dicembre, data di nascita dell’imperatore Akihito (明仁天皇), allora Imperatore regnante dell’era Heisei.

    Dunque, se si considera l’evoluzione a partire dal Tenchōsetsu del periodo prebellico, la festività celebrata il 29 Aprile ha subito ben tre cambi di nome. La decisione di mantenere il compleanno dell’imperatore Shōwa come giorno festivo fu principalmente motivata dal timore che lo spostamento al 4 Maggio avrebbe comportato un accorciamento della Golden Week, con ripercussioni economiche e sociali negative per la popolazione.

    Mentre il compleanno dell’Imperatore Meiji, il 3 Novembre, è diventato il Bunka no Hi (文化の日), il “Giorno della Cultura” e quello dell’Imperatore Hirohito è il “Giorno Shōwa“, molti si chiedono perché il compleanno dell’attuale Imperatore Emerito Naruhito, il 23 Dicembre, non sia un giorno festivo.

    In effetti, durante i 30 anni dell’era Heisei (平成時代 1989-2019), il 23 Dicembre era di fatto un giorno festivo ma, con il cambio dell’era in Reiwa, molti hanno avvertito un senso di disorientamento nel vederlo diventare un giorno feriale.

    Nel 2019, l’abdicazione dell’Imperatore Akihito e l’ascesa al trono del Principe Naruhito inaugurarono l’era Reiwa. Il compleanno dell’Imperatore Naruhito, il 23 Febbraio, non è attualmente un giorno festivo. Alcune discussioni si sono accese sulla possibilità di istituire l’ Heisei no Hi (平成の日), ovvero “Giorno Heisei“, il 23 Dicembre, in onore dell’Imperatore Emerito Akihito. Tuttavia, al momento, questa data rimane un giorno feriale.

    La decisione di non rendere il compleanno dell’Imperatore Naruhito un giorno festivo riflette diverse considerazioni, tra cui il fatto che la sua ascesa al trono è avvenuta tramite un’abdicazione, un evento raro nella storia giapponese, e il desiderio di evitare di creare una “doppia autorità” celebrando contemporaneamente il compleanno di due imperatori.

    Lo Shōwa no Hi è definito come un giorno per “ricordare l’era Shōwa, caratterizzata da periodi tumultuosi e dalla successiva ricostruzione, e per riflettere sul futuro del paese”.

    L’era Shōwa, durata oltre 60 anni, è stata segnata da eventi tragici come la Guerra del Pacifico e disastri naturali senza precedenti. Per il popolo giapponese, è stata un’epoca di immense sofferenze e di rinascita. Tuttavia, ha anche visto periodi di grande prosperità, con lo svolgimento dei Giochi Olimpici di Tōkyō e dell’Esposizione Universale di Ōsaka, e la trasformazione del Giappone in una delle principali potenze economiche del mondo.

    Come sottolineato dal governo giapponese, “il Giappone di oggi è stato costruito sulle fondamenta di quell’epoca. Guardare indietro all’era Shōwa, attingere alle sue lezioni storiche e riflettere sulla natura di un Giappone pacifico ci permette di trarre insegnamenti preziosi per il futuro del nostro paese.”

    Lo Shōwa no Hi segna anche l’inizio della “Golden Week“, un periodo di vacanze che va dal 29 Aprile al 5 Maggio. La Golden Week è uno dei periodi festivi più lunghi in Giappone. È anche uno dei periodi di vacanza più trafficati, con molte persone che approfittano del tempo libero per fare viaggi e godersi il fresco tempo primaverile.

    Alcuni scelgono anche di visitare santuari, musei o il Musashi ryōbochi (武蔵陵墓地), il Mausoleo Imperiale a Tōkyō, zona Hachiōji (dove è sepolto l’Imperatore Shōwa). In questa giornata, molti musei, come lo Shōwa-kan (昭和館), il Museo Nazionale della Memoria Shōwa di Tōkyō, organizzano conferenze per i visitatori, raccontando loro del periodo Shōwa e della Seconda Guerra Mondiale.

    In diverse città del Giappone come ad esempio quella in cui vivo, per far conoscere ai bambini l’era Shōwa, un’idea interessante è quella di proporre loro giochi che erano popolari in quell’epoca. Immergersi in queste attività ricreative di una volta non solo divertirà i più piccoli, ma permetterà loro di comprendere meglio lo stile di vita e la cultura dell’era Shōwa.

    L’Otedama è un gioco non competitivo di origine giapponese, in cui si utilizzano piccole palline di stoffa cucite a mano, riempite di fagioli e solitamente realizzate in casa. La sfida consiste nel mettere alla prova la propria agilità cercando di afferrare il maggior numero di palline con una mano sola, mentre se ne lancia un’altra in aria, il tutto cantando canzoni tradizionali giapponesi per bambini. Esistono diverse varianti di questo gioco e infinite possibilità per decorare le palline di stoffa con motivi personalizzati.

    Questo gioco consiste nel colpire con la propria carta quella dell’avversario per rovesciarla o farla uscire dal campo di gioco. Per renderlo più coinvolgente, si possono creare Menko personalizzate decorandole con disegni e motivi originali.

    Fonte Wikipedia

    Utilizzando un filo di lana o di cotone, i bambini possono creare diverse forme con le dita, da soli o in collaborazione con altri.

    ll taketonbo è un giocattolo volante realizzato con il bambù. I bambini si divertono a farlo roteare nell’aria sfruttando la forza delle loro mani. Oltre a utilizzare un taketonbo già pronto, viene anche insegnato ai bambini come realizzarne uno con materiali semplici come scatole di latte o cannucce.

    Un gioco che consiste nel colpire con una piccola pietra (ohajiki) altre pietre disposte a terra. Il giocatore che riesce a conquistare il maggior numero di ohajiki vince la partita.


    In conclusione lo Shōwa no Hi rappresenta un’occasione preziosa per riflettere sulla storia del Giappone e per onorare l’eredità dell’imperatore Hirohito. Celebrare questa ricorrenza non significa solo ricordare il passato, ma anche guardare al futuro con rinnovata speranza e impegno per la pace e la prosperità del Paese.

    Oltre alle cerimonie ufficiali e alle manifestazioni pubbliche, questa festività offre l’opportunità di riscoprire le tradizioni e la cultura giapponese attraverso attività divertenti e coinvolgenti, come i giochi tradizionali, la musica e la gastronomia. Trascorrere questa giornata in famiglia o con gli amici rappresenta un modo significativo per rafforzare i legami comunitari e per trasmettere alle nuove generazioni i valori fondanti della società giapponese.

    In un mondo in continua evoluzione, lo Shōwa no Hi ci ricorda l’importanza di preservare la propria identità culturale e di trasmettere alle generazioni future il rispetto per la storia e le tradizioni. Celebrare questa ricorrenza con entusiasmo e consapevolezza significa anche contribuire a costruire un futuro migliore per il paese e per i nostri figli.

  • Usuzumi – 薄墨

    Usuzumi – 薄墨

    L’inchiostro diluito

    Perché i giapponesi usano l’usuzumi per scrivere sulle buste di condoglianze?

    Nelle cerimonie funebri giapponesi, le buste di condoglianze, dette gokōden (御香典), sono un elemento fondamentale. La tradizione vuole che vengano scritte a mano con inchiostro nero, ma in modo particolare, si consiglia infatti di diluire l’inchiostro per ottenere variazioni di grigio più tenui. Questo inchiostro diluito ė conosciuto in Giappone con il nome di usuzumi (薄墨).

    Il termine usuzumi (薄墨) è composto da due kanji:

    薄 (usu): significa “sottile”, “leggero”, “debole”.
    (sumi): che indica “inchiostro giapponese”.
    Quindi, letteralmente, usuzumi, significa “inchiostro sottile” o “inchiostro leggero”. In italiano, viene tradotto come “inchiostro diluito”.

    Chiaramente al giorno d’oggi raramente si utilizza il pennello e l’inchiostro ma si trovano in vendita delle penna o dei timbri con il vostro nome di famiglia con inchiostro di varie gradazioni di grigio.

    Perché si usa l’inchiostro diluito per scrivere sulle buste delle condoglianze in Giappone?

    Simboleggiare il lutto

    L’usuzumi, con la sua tonalità più tenue, evoca l’immagine delle lacrime versate per il defunto, la gravità e la solennità del momento.

    Rispetto per il defunto e la sua famiglia

    L’inchiostro diluito esprime umiltà e rispetto verso il defunto e per il dolore della sua famiglia. Mia moglie mi spiegava che scrivere con inchiostro nero intenso potrebbe essere visto come un atto di arroganza e poco rispettoso.

    Esistono diverse teorie sul perché si usi l’inchiostro diluito. La più diffusa è che simboleggia il dolore per la perdita del defunto. In passato, non esistevano penne come le conosciamo oggi, e la scrittura avveniva principalmente con pennelli intinti nell’inchiostro. L’inchiostro diluito, essendo più fluido e chiaro rispetto all’inchiostro normale, evoca l’immagine delle lacrime che offuscano la vista e diluiscono l’inchiostro.

    Un’altra teoria sostiene che l’inchiostro diluito rappresenti la fretta con cui ci si reca al funerale dopo aver appreso la notizia della morte. In questo caso, il tempo per preparare l’inchiostro correttamente è limitato, e si usa quindi l’inchiostro diluito per simboleggiare la premura di giungere al fianco del defunto e dei suoi familiari.

    Indipendentemente da una teoria specifica, l’uso dell’usuzumi sulle buste di condoglianze è una tradizione consolidata che affonda le sue radici nel passato. Si presume che questa usanza risalga al periodo Edo (江戸時代, 1603-1868), ben prima che le penne diventassero di uso comune, ovvero prima dell’epoca Meiji (明治時代, 1868-1912).

    Sebbene sia generalmente considerato un segno di rispetto utilizzare l’inchiostro diluito per scrivere sulle buste di condoglianze, questa regola non è universale.

    In alcune zone del Giappone, infatti, è consuetudine utilizzare inchiostro normale anziché diluito. Per esempio un mio collega che proviene dal Kansai mi ha detto che a Kyōto, l’inchiostro diluito non veniva mai usato in passato. Solo ultimamente l’utilizzo dell’inchiostro diluito sta diventando più frequente, anche se non ancora la norma.

    Per questo motivo, se vi siete appena trasferiti in Giappone o da una regione ad un’altra all’interno del paese, è sempre consigliabile informarsi in anticipo sulle usanze locali per evitare di commettere errori e dare un’impressione negativa.

    Esistono infatti diverse altre zone del Giappone dove l’inchiostro diluito non è utilizzato. Non conoscendo le usanze locali, si rischia di incorrere involontariamente in una mancanza di rispetto.

    Se non possedete un pennello e inchiostro diluito, non è un problema utilizzare un normale pennello con inchiostro nero. Tuttavia, oggigiorno è possibile trovare facilmente pennelli con inchiostro diluito, detti usuzumi no fudepen  (薄墨の筆ペン) anche presso i konbini, quindi è consigliabile procurarsi uno di questi se non si è di fretta. Normalmente questi pennelli possiedono due estremità, una per scrivere con il classico inchiostro nero e una per scrivere usando l’ usuzumi. Quelli economici hanno poco inchiostro al loro interno e durano decisamente poco.

    Quando scrivete con questi pennelli vi consiglio di fare molta attenzione perché l’usuzumi, contenendo più acqua rispetto all’inchiostro normale, è più facile che si vada a sbavare e renda la scrittura poco leggibile. Per evitare questo problema, consiglio di muovere il pennello più velocemente durante la scrittura. Inoltre, tamponate la punta del pennello con un fazzoletto di carta prima di scrivere per rimuovere l’eccesso di inchiostro.

    Volendo seguire alla lettera l’etichetta di preparazione del kōden sappiate che esistono diverse gradazioni di grigio da utilizzare a seconda del grado di parentela con il defunto. Un grigio più chiaro indica un legame più lontano.

    L’unica parte della busta di condoglianze su cui è possibile utilizzare penne a sfera o pennarelli è la busta interna. In questo caso, la leggibilità è fondamentale, in quanto l’importo del denaro donato deve essere chiaro per i familiari del defunto. Importante scrivere anche l’indirizzo per ricevere il dono di ritorno, okaeshi (お返し), che la famiglia del defunto è solita spedire a casa per chi non ha potuto partecipare ma ha comunque consegnato il kōden tramite un’altra persona.

    In molti negozi è possibile trovare buste di condoglianze già prestampate. In questo caso, non è necessario preoccuparsi di scrivere a mano, ma è importante assicurarsi che la stampa sia di alta qualità e che l’inchiostro sia di un colore nitido e mai sbiadito.

    Il motivo per cui si usa l’usuzumi per i kōden, che si consegna quando ci si reca alla tsuya (通夜), la veglia funebre e alla cerimonia di commiato è perché si tratta di eventi improvvisi, a cui non ci si può preparare e a cui si partecipa in fretta, dopo aver ricevuto la notizia improvvisa del lutto. Come abbiamo già detto, in generale si usa l’inchiostro diluito per le condoglianze per esprimere il proprio dolore per la perdita del defunto, ma è importante ricordare che si usa anche per simboleggiare proprio la fretta con cui si è giunti al funerale.

    Curiosità che riguarda le banconote che vanno inserite nel kōden. Normalmente in Giappone quando si consegnano dei regali in segno di augurio o di congratulazioni, come quando si partecipa ad un matrimonio, vengono sempre usate banconote nuove, perfette senza nessuna piega.

    Al contrario, le banconote inserite in un kōden sono normalmente dalle banconote usate. Ciò si basa sulla convinzione che, poiché le banconote nuove devono essere preparate in anticipo, se le avete pronte, potrebbe passare il messaggio che avete previsto la morte della persona.

    Al contrario, per commemorazioni come il shijūkunichi (四十九日, quarantanovesimo giorno dopo la morte), l’isshuki (一周忌) e il sankaiki (三回忌), rispettivamente il primo anno e il secondo anniversario della morte, si usa il classico inchiostro scuro. Questo perché non c’è bisogno di usare l’inchiostro diluito per eventi che sono programmati in anticipo e per i quali si ha quindi il tempo di prepararsi.

    In conclusione mi sento di dire che l’ utilizzo dell’usuzumi nella preparazione del kōden è un gesto di rispetto e di attenzione verso il defunto e la sua famiglia. È importante seguire l’etichetta e utilizzare l’inchiostro diluito solo per le occasioni appropriate. In questo modo, si dimostra la propria sensibilità sia verso il defunto sia verso la sua famiglia.

  • La Nagasaki Sunset Road: tramonti, cristianesimo e Godzilla

    La Nagasaki Sunset Road: tramonti, cristianesimo e Godzilla

    La Nagasaki Sunset Road [長崎サンセットロード] è un affascinante percorso che attraversa città come Matsuura [松浦], Hirado [平戸], Sasebo [佐世保] e Saikai [西海] lungo la suggestiva costa occidentale della prefettura di Nagasaki [長崎], fino a giungere a Nomozaki [野母崎]. Questo itinerario abbraccia la linea costiera più occidentale del Giappone da nord a sud, offrendo l’opportunità di godersi appieno i tramonti sul mare da qualsiasi punto lungo il percorso.

    Da Matsuura, una cittadina situata a nord della prefettura, la strada prosegue attraverso Hirado, conosciuta dagli europei come Firando. Qui, nel 1609, gli olandesi stabilirono il loro primo avamposto commerciale in Giappone. Hirado è stata il principale centro degli scambi commerciali tra il Giappone e il resto del mondo fino a quando, sotto la pressione del bakufu Tokugawa, fu trasferito a Nagasaki sull’isola artificiale di Dejima [出島].

    La strada prosegue attraverso la città di Sasebo, dove attualmente risiedo. Da un umile villaggio di pescatori controllato dalla vicina Hirado, Sasebo si trasformò durante il periodo Meiji [1603-1867] in una città di rilevanza non solo nazionale, ma anche internazionale.

    Grazie alla morfologia del suo porto, caratterizzato da acque profonde e protette, la Marina Giapponese scelse di stabilire qui la sua base per le missioni durante le guerre sino-giapponese e russo-giapponese. Nonostante il ruolo cruciale svolto durante il conflitto nel Pacifico, la città fu risparmiata dai bombardamenti americani, probabilmente perché gli Stati Uniti avevano già individuato questa struttura preesistente per le proprie attività.

    Nel 1946, la Marina Militare degli Stati Uniti assunse il controllo delle strutture e istituì U.S Fleet Activities Sasebo, che ancora oggi fornisce supporto logistico alla Settima Flotta del Pacifico, con sede principale a Yokosuka.

    Nella zona di Sasebo attraversata dalla Sunset Road si possono ammirare le kujūku-shima [九十九島], conosciute come le “99 isole”. In realtà, queste isolette superano le 200, formando un labirinto incredibile da esplorare. Il nome kujūku-shima, in modo figurativo, riflette l’impossibilità di contare con precisione il loro numero.

    Questo concetto mi porta alla filosofia shintoista che descrive il Giappone come il paese degli yaoyorozu no kami [八百万の神], ovvero “otto milioni di kami”. La forte componente animista presente nelle shintoismo crede che ogni oggetto o fenomeno naturale possa essere abitato da un kami (divinità), il termine yaoyorozu viene utilizzato per indicare l’impossibilità di enumerarli tutti.

    Fonte: sasebo.com

    La scena d’apertura del film “L’Ultimo Samurai” si svolge proprio sulla vista delle 99 isole, osservate da un’altura conosciuta come Ishidake [石岳]. Questo punto panoramico è noto come tenkaihō [展海峰], e sulla sua cima si erge un tenbōdai [展望台], un belvedere, che offre una magnifica vista a 180° sulle isole. La bellezza scenografica di questo luogo, soprattutto al tramonto, lo ha reso la location ideale per il film hollywoodiano.

    Fonte: Nagasaki-tabinet

    Dopo aver lasciato Sasebo, il viaggio prosegue verso sud attraverso il Saikai-bashi [西海橋], il Ponte di Saikai. Questo imponente ponte ad arco attraversa lo stretto di Hario [針尾], collegandosi alla Nishisonogi-hantō [ 西彼杵半島], la penisola di Nishisonogi, dove sorge anche Nagasaki.

    Costruito nel 1955, al momento della sua realizzazione era il terzo ponte più grande al mondo e il più grande in Asia.

    Grazie alla forza delle maree nello stretto di Hario, durante la primavera e l’autunno si formano vortici enormi che attraggono numerosi visitatori per partecipare all’uzu-shio matsuri [うず潮祭り], il “Festival dei Vortici”. Questo evento si tiene sia in primavera che in autunno. Se desiderate partecipare a questo matsuri, vi consiglio di visitare durante la primavera, quando circa mille ciliegi sono in fiore nel parco vicino al ponte. Un momento particolarmente suggestivo è quando i petali di ciliegio cadono nelle acque agitate e cominciano a vorteggiare, creando un effetto di grande bellezza.

    Fonte: Saikai-machi web site

    Come raccontato in un precedente articolo, nella penisola di Nishisonogi i Kakure Kirishitans, i “cristiani nascosti”, giapponesi che fuggivano dall’editto che proibiva il Cristianesimo durante il periodo Edo, trovarono rifugio presso la città di Sotome [外海]. I Kakure Kirishitans di questa zona, così come quelli di Hirado e di altre aree della prefettura di Nagasaki, continuarono a seguire le proprie tradizioni religiose, anche se nel tempo si sono notevolmente differenziate dal Cristianesimo che tutti conosciamo.

    La Sunset Road si sovrappone al percorso del pellegrinaggio di Nagasaki, contribuendo a creare un’unica “strada panoramica” che celebra sia la bellezza naturale che la ricca cultura della regione. In collaborazione con le organizzazioni lungo il tragitto, l’obiettivo è sviluppare la Nagasaki Sunset Road come una delle principali attrazioni della prefettura.

    I siti che offrirono rifugio ai kakure kirishitan sono stati ufficialmente riconosciuti come Patrimonio Mondiale dell’UNESCO. Questo riconoscimento celebra la ricca storia del cristianesimo in Giappone, una storia caratterizzata da una fede tenace che ha sempre convissuto con le tradizioni dello shintoismo e del buddismo, così come con le dinamiche sociali del paese.

    Il cristianesimo giapponese ha mantenuto la sua identità unica anche durante i periodi in cui è stato vietato. I luoghi di culto cristiani nelle regioni di Nagasaki, Shimabara, Hirado e Amakusa sono testimonianze viventi di questa tradizione straordinaria e del modo di vita dei fedeli, che hanno segretamente tramandato la propria fede anche a rischio della propria vita.

    Questi siti sono veri e propri tesori storici che raccontano storie di resilienza, coraggio e devozione, incarnando la perseveranza e la determinazione delle comunità cristiane giapponesi nel preservare la propria fede attraverso i secoli.

    La designazione come Patrimonio Mondiale dell’UNESCO è un tributo alla loro importanza culturale e al loro significato universale, che va oltre i confini del Giappone e parla alla condizione umana universale di ricerca spirituale e di difesa delle proprie convinzioni, anche nelle circostanze più difficili.

    Nella zona di Sotome è anche possibile esplorare il bungaku-kan [文学館], il Museo Letterario dedicato a Shūsaku Endō [遠藤周作], l’autore del celebre romanzo “Chinmoku” [沈黙], che ha ispirato il film “Silence” del regista premio Oscar, Martin Scorsese.

    「神様が僕のためにとっておいてくれた場所」

    “Il posto che Dio ha tenuto per me”

    Affascinato dalla storia e dalla cultura uniche di queste zone, si dice che Endō abbia visitato questo luogo anche dopo aver completato il romanzo, definendolo persino “il posto che Dio ha tenuto per me”.

    l museo letterario, situato su una collina che domina il sumō-nada [角力灘], il mare di Sumō(すもうなだ), è un elegante edificio, all’interno del quale, sono esposti gli oggetti appartenuti allo scrittore, insieme ai suoi manoscritti originali e alla sua collezione di libri, offrendo una panoramica della sua vita e del suo lavoro. Oltre alla mostra permanente, vengono organizzate mostre speciali ogni due anni, ognuna con un tema diverso.

    Nagasaki tabinet

    Poiché vi trovate nella zona, consiglio vivamente di fare una breve visita anche al Karematsu Jinja [枯松神社]. L’interessante storia di questo santuario sarà trattata in un articolo a parte.

    Continuando verso sud lungo la Sunset Road, si attraversa la città di Teguma [手熊], di cui ho già parlato in un articolo precedente riguardante le celebrazioni tradizionali del setsubun nella prefettura di Nagasaki.

    Guardando verso il Gotō-nada [五島灘], il mare che si estende tra l’isola di Kyūshū e le isole Gotō, noterete immediatamente unp scoglio che assomiglia al più famoso kaijū [怪獣] che il mondo abbia mai conosciuto. Sto parlando di Gojira [ゴジラ], o come è conosciuto al di fuori del Giappone, Godzilla.

    Gli abitanti del luogo la chiamano gojira-iwa [ゴジラ岩] e vista dalla strada sembra proprio che Godzilla stia tornando in mare.


    Quello di Teguma non è l’unico scoglio in Giappone ad avere le sembianze di Gojira. Ce ne sono altri cinque rispettivamente in Hokkaidō, Akita, Ōshima [un’isola al largo delle coste di Tōkyō], Ishikawa e Kyōto.

    Il nome Godzilla deriva dalla traslitterazione (romanizzazione) del nome originale giapponese Gojira (ゴジラ), che è composto da due parole giapponesi: gorira (ゴリラ), “gorilla”, e kujira (クジラ), “balena”. Questa combinazione di termini riflette le dimensioni, la potenza e l’origine acquatica del leggendario mostro Godzilla.

    Gojira è il nome originale giapponese dell’iconico mostro, che in seguito è stato adattato in “Godzilla” per il pubblico di lingua inglese.

    Il viaggio prosegue verso sud, dove si attraversa il Megami-oohashi [女神大橋]. Questo ponte, che si erge a oltre 65 metri al di sopra del livello del mare, permette alle imponenti navi da crociera di entrare nella baia di Nagasaki. Ogni sera, il ponte viene illuminato, creando uno spettacolo meraviglioso che lascia senza fiato.


    Passato il ponte Megami-bashi la Nagasaki Sunset Road continua il suo viaggio verso sud lungo la Nomozaki Hantō attraversando villaggi di pescatori e natura incontaminata.

    Situata a soli 40 minuti di navigazione dal porto di Nagasaki, c’è un isola chiamata Hashima [端島], ma conosciuta da tutti come Gunkanjima [軍艦島], che significa in giapponese “nave da guerra”. Originariamente una miniera di carbone sottomarina do proprietà della Mistubishi, questa piccola isola è stata trasformata in un’area abitativa artificiale riempiendo gli spazi gli scogli circostanti.

    La caratteristica più distintiva di Gunkanjima è la sua somiglianza con la maestosa nave da guerra Tosa, che ha ispirato il suo soprannome. Nel 1960, l’isola era la casa di circa 5300 abitanti, vantando la più alta densità di popolazione in Giappone all’epoca.

    Le sue strade strette erano animate da scuole elementari e medie, ospedali e una miriade di strutture ricreative, tra cui cinema e sale da gioco, che soddisfacevano le esigenze degli abitanti.

    Il carbone estratto dalle miniere di carbone di Hashima era di ottima qualità e ha contribuito in modo significativo alla modernizzazione del Giappone. Tuttavia, con il passaggio dal carbone al petrolio, l’isola ha iniziato a declinare e ha chiuso nel 1974. Gli abitanti dell’isola se ne andarono portando con sé una varietà di esperienze, trasformandola in un’isola disabitata.

    Nel 2009 è diventato possibile per il pubblico sbarcare sull’isola e oggi molte persone partecipano a tour che permettono di visitare l’Isola Gunkanjima. Nel luglio 2015 è stata ufficialmente registrata come Patrimonio Mondiale dell’Umanità sotto il nome di “Industrializzazione dell’era Meiji in Giappone – Ferro e Acciaio, Cantieristica Navale, Industria del Carbone”.


    Percorrendo la kokudō 499 [国道499号線], la strada statale 499 lungo la penisola di Nomozaki, con il mare di Sumō che si staglia alla vostra destra, oltre alla possibilità di ammirare una vista mozzafiato della costa, e l’imponente Gunkanjima, si vedrà una formazione rocciosa davvero singolare, con una corda tesa tra di esse: sto parlando delle celebri meoto-iwa [夫婦岩], le rocce “Marito e Moglie”.


    Guardando verso il mare, sulla sinistra si erge la otoko-iwa [男岩] roccia maschile, che si innalza per 11 metri, mentre sulla destra troviamo la meiwa [女岩] roccia femminile, della stessa altezza.

    Questa è una località rinomata per i suoi tramonti, soprattutto durante il solstizio d’estate, quando il sole tramonta all’orizzonte e si tuffa nel mare attraverso lo spazio tra le imponenti rocce.

    Nel 1994, questo luogo è stato ufficialmente designato come monumento naturale dalla prefettura di Nagasaki. Inoltre, nel 2013 è stato riconosciuto come una delle “100 vedute naturali viventi di Nagasaki“, confermando la sua importanza e bellezza nella regione.

    Situato all’estremità meridionale della suggestiva penisola di Nagasaki, sorge il Nagasaki Nomozaki kyōryū Paaku [長崎のもざき恐竜パーク], il Parco dei dinosauri di Nagasaki-Mozaki un gioiello incantato che ospita uno spettacolo mozzafiato: il suisen no oka [水仙の丘], la collina dei narcisi.

    Questo parco incantato si estende su tre piccole colline panoramiche, ognuna con il suo punto di osservazione unico: l’osservatorio nord, l’osservatorio est e l’osservatorio ovest. Qui, tra i sentieri tortuosi e le viste panoramiche, circa 10 milioni di narcisi creano un mare di colori e profumi, regalando un’esperienza sensoriale indimenticabile per chiunque abbia la fortuna di visitarlo.


    L’imponente panorama marino di Nomozaki è davvero mozzafiato. Dall’osservatorio settentrionale, si può ammirare l’incantevole isola di Ta no kojima [田の子島], accessibile a piedi durante la bassa marea, e godersi una vista panoramica su Gunkanjima, patrimonio mondiale dell’UNESCO.

    Durante i mesi invernali quando il cielo è terso, lo sguardo può spaziare fino a Gotō rettō[五島列島, ]’arcipelago di Gotō. Il contrasto tra il cielo azzurro e il mare profondo è straordinario. Dall’osservatorio occidentale, si può contemplare lo spettacolo del vasto mare e dell’adorabile cittadina di pescatori Nomo-gyokō [野母漁港].

    Tra la fine di dicembre e la metà di gennaio ogni anno, le colline sono magnificamente adornate di narcisi in fiore, creando un’atmosfera colorata e ricca di profumi. Nomozaki è rinomata come una delle principali regioni produttrici di narcisi del Giappone occidentale, e in questo periodo si tiene il Nomozaki suisen matsuri [のもざき水仙まつり], il Festival dei narcisi di Nomozaki, che attira moltissime persone da tutto il paese.

    La Nagasaki Sunset Road offre molto più di un semplice percorso panoramico. È un viaggio attraverso la storia, la cultura e la bellezza naturale di Nagasaki, che si svela gradualmente con ogni curva della strada. I tramonti mozzafiato che si possono ammirare lungo questo percorso rimangono impressi nella memoria, mentre le pittoresche vedute sul mare e sulle colline creano un’atmosfera di pace e serenità.

    Chi percorre la Nagasaki Sunset Road ha l’opportunità di immergersi completamente nell’incantevole paesaggio di questa regione, lasciandosi trasportare dalle emozioni che solo un tramonto sul mare può suscitare. È un’esperienza che rimane nel cuore di chiunque abbia avuto il privilegio di attraversare queste strade e di contemplare lo spettacolo della natura in tutto il suo splendore.

    Che si tratti di un viaggio breve o di un’esperienza più prolungata, la Nagasaki Sunset Road offre un viaggio indimenticabile attraverso la bellezza e la tranquillità del paesaggio giapponese.

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