Tag: Storia del Giappone

  • Festival delle lanterne di Nagasaki

    Festival delle lanterne di Nagasaki

    Il festival delle lanterne [長崎ランタンフェスティバル], originariamente iniziato come una celebrazione del Capodanno cinese da parte dei commercianti cinesi che risiedevano a Nagasaki, si è trasformato nel principale evento invernale della città, diventando anche il più grande del suo genere in tutto il Giappone.

    Più di 15.000 lanterne colorate e installazioni adornano l’intera città, partendo dal palco allestito presso il minato kōen [湊公園, “parco Minato] attraverso le strade di Chinatown e dell’animata kankō-doori fino a Chūōen e il suggestivo meganebashi (letteralmente “ponte degli occhiali”), oltre a numerosi altri luoghi sparsi per l’intera Nagasaki.

    Durante tutto il periodo dell’evento, oltre alle lanterne, numerosi oggetti artistici, detti obuje [オブジェ, dal francese “objet“] di varie forme e dimensioni adornano le strade di Nagasaki, alcuni dei quali superano i 10 metri di altezza.

    Nel cuore della nuova Chinatown [長崎新地中華街, Nagasaki shinchi chūka machi], che è la principale sede del festival, un palco ospita spettacoli quotidiani legati alla cultura cinese. Gli spettatori possono godersi la ja-odori [龍踊り, “la danza del drago”], gli spettacoli acrobatici cinesi e le esibizioni dell’Erhu, lo strumento a corda tipico cinese.

    Nel 1994, la vivace comunità della Shinchi Chinatown di Nagasaki, una delle tre più grandi Chinatown del Paese [le altre si trovano a Kobe e Yokohama], ha trasformato la popolare celebrazione del kyūshōgatsu [旧正月], conosciuto anche come shunsetsu [春節], il Capodanno cinese, nel suggestivo Nagasaki Lantern Festival.

    Questa trasformazione ha reso il festival una delle principali tradizioni invernali della città, attirando ogni anno più di un milione di persone provenienti da tutto il paese, contribuendo così a promuovere la città a livello nazionale.

    Questo festival si ispira al genshōsetsu [元宵節], il festival delle lanterne cinesi che si svolge nella notte del quindicesimo giorno del primo mese del calendario lunare. Le lanterne esposte a Nagasaki, seguendo lo stile cinese, sono chiamate chūgoku-chōchin [中国提灯], in omaggio a questa tradizione.

    Lo shunsetsu [春節], letteralmente “festa di primavera”, rappresenta il Capodanno cinese ed è l’evento annuale più significativo del paese. Si celebra il primo giorno del primo mese del calendario lunare (Febbraio secondo il calendario gregoriano), e la notte precedente è nota come joseki [除夕], durante la quale le famiglie si riuniscono per accogliere il nuovo anno festeggiando.

    Lo shunsetsusai [春節祭, “Festival di Primavera”] rappresenta un evento originariamente dedicato alle celebrazioni del Capodanno cinese dai residenti cinesi a Nagasaki. Iniziato principalmente nella Chinatown Shinchi di Nagasaki nel 1987, è stato ampliato nel 1994, diventando l’attuale festival.

    Il genshōsetsu [元宵節], la festa delle lanterne, si celebra il quindicesimo giorno del primo mese del calendario lunare, ed è considerato il momento in cui gli spiriti celesti possono essere avvistati nel cielo. Si narra che in questa notte le lanterne venissero accese e portate in processione per le strade della città, al fine di facilitare la individuazione degli spiriti anche in presenza di nuvole e nebbia.

    Durante questa festa si onorano anche le anime degli antenati defunti e si festeggia la prima luna piena del nuovo anno lunare, segnando la conclusione del Capodanno cinese. Le abitazioni vengono addobbate con lanterne colorate, spesso adornate da indovinelli; chi riesce a risolverli correttamente può ricevere un piccolo omaggio in segno di buon auspicio.

    Questa antica tradizione sembra risalire alla dinastia cinese degli Han, periodo in cui i monaci buddisti accendevano lanterne il quindicesimo giorno del primo mese lunare in onore del Buddha. Successivamente, il rito fu adottato dalla popolazione e si diffuse in tutta la Cina e in altre regioni dell’Asia.

    Uno dei luoghi più affascinanti da visitare è il Minato Kōen, incastonato nel cuore della vivace Chinatown. Questo parco è rinomato per la sue suggestie decorazioni con lanterne di diverse tonalità e dimensioni, che creano un’atmosfera magica e colorata.

    L’attrazione principale del parco è senz’altro l’installazione artistica composta da lanterne che rappresenta il segno zodiacale dell’anno in corso. Questa installazione non solo attira l’attenzione dei visitatori, ma incanta anche per la sua bellezza e la sua simbologia.

    Inoltre, all’interno del parco viene allestito un palco dove si tengono spettacoli e performance di vario genere. Qui è possibile godersi esibizioni di danza tradizionale, musica folkloristica e altre forme d’arte che celebrano la cultura cinese.

    Il Minato Kōen è un luogo imperdibile per coloro che desiderano immergersi nell’atmosfera unica di questa affascinante zona della città.


    Durante il periodo del festival, presso il Minato Kōen, è tradizione esporre le nama-kubi [生首], teste di maiale, come offerta a Kan-u [関羽], uno dei protagonisti della saga dei Tre Regni, simbolo di coraggio e saggezza. Questa pratica rende omaggio alla profonda lealtà di Kan-u, il quale gode di grande popolarità in Giappone, dove è considerato un valoroso generale.

    Conosciuto anche con il nome di kantei [関帝]. Dopo la sua morte, è stato venerato come una divinità per favorire il successo nei commerci, attirare la fortuna e scacciare gli spiriti maligni.

    La disposizione dei maiali sull’altare e le code conficcate sulla fronte hanno significati profondi: il maiale stesso simboleggia la prosperità, mentre la presenza della coda infissa sulla fronte del maiale è un gesto simbolico che accoglie i clienti, indicando che un intero maiale è stato preparato in loro onore.


    Tutte le strade che si intersacano all’interno della nuva Chinatown sono decorate con lanterne illuminate che, al tramonto, danzano al vento, creando un’atmosfera unica e magica.


    Oltre a Dejima [出嶋], la piccola isola artificiale a Nagasaki dove i commercianti olandesi erano confinati, è forse il simbolo più conosciuto di ciò che è conosiuto come il periodo di isolamento del Giappone noto come sakoku [鎖国, “paese chiuso”] che è stato in vigore durante il periodo Edo fino all’apertura del Giappone nel 1858.

    Ciò che è molto meno conosciuto è che c’era anche un secondo complesso a Nagasaki dove erano confinati mercanti e marinai cinesi. Chiamato tōjin-yakishi, fu costruito sul pendio che sorge alle spalle dell’attuale chinatown.


    Le arcate della vivace shōtengai di Nagasaki sono abbellite con moltissime lanterne rosse. In questa zona di trova l’installazione rappresentante Lao Zi. In giapponese conosciuto come gekka-rōjiin [月下老人], protettore dei matrimoni.


    Lungo il fiume Nagashima, sede della più celebre attrazione turistica di Nagasaki, il ponte Megane, le lanterne gialle si specchiano sulla superficie del fiume, regalando uno spettacolo mozzafiato ai visitatori.

    Il Meganebashi (眼鏡橋, letteralmente “ponte degli occhiali”) è il più notevole tra i vari ponti in pietra che attraversano il fiume Nakashima nel centro di Nagasaki.

    l ponte, che prende il nome dalla sua somiglianza con un paio di occhiali quando è riflesso nell’acqua del fiume, è una popolare attrazione turistica ed è designato come un importante patrimonio culturale della città.


    Questo parco è abbellito da splendide installazioni raffiguranti una varietà di animali ed è molto popolare tra le famiglie con bambini.


    Il Santuario di Confucio a Nagasaki (孔子廟, Kōshi-byō) è uno dei pochi santuari dedicati al filosofo cinese Confucio in Giappone. Il santuario fu costruito nel 1893 dalla comunità cinese di Nagasaki.

    All’interno del santuario si può assistere allo henmen-show [変面ショー, “show del cambio delle maschere”], una performance cinese trazionale tenuta durante eventi particolari, è molto popolare sia tra la popolazione locale che tra i turisti.


    Durante il festival, si tengono numerosi eventi che celebrano la cultura tradizionale cinese. Tra le attrazioni più spettacolari e affascinanti vi sono la parata dell’Imperatore, la processione di Mazu, le danze del drago e le esibizioni di erhu.

    La Parata dell’Imperatore, che si tiene di solito solamente due volte durante il festival, è una magnifica processione ispirata alle celebrazioni del Capodanno della dinastia Qing.

    Partendo da Chūō-kōen e terminando a Minato-kōen, la parata presenta un carro dell’Imperatore e dell’Imperatrice, accompagnati da circa 100 persone, tra cui portabandiera, indossanti sontuosi costumi cinesi per ricreare l’atmosfera festosa del nuovo anno.


    La Processione è un evento dedicato a Mazu, la divinità del mare, per invocare la sua protezione e la prosperità delle attività marittime.


    La Danza del Drago, affonda le sue radici in un antico rituale celebrato per invocare un buon raccolto e la pioggia, vede impeganti abili danzatori che guidano un drago di 20 metri di lunghezza con grande maestria, eseguendo movimenti vigorosi per attirare le precipitazioni.


    l’erhu, conosciuto in giapponese come niko [二胡], è uno strumento a due corde, simle al violino, molto popolare nella musica tradizionale cinese.


    Lo spettacolo delle maschere cinesi, presentato quotidianamente presso il Tempio di Confucio, rappresenta un’antica forma d’arte segreta proveniente dal Teatro del Fiume di Sichuan.

    Questo enigmatico spettacolo, con maschere che si trasformano in un batter d’occhio di fronte agli occhi degli spettatori, offre uno spettacolo affascinante e misterioso.


    Cosa si deve assolutamente assaggiare durante il Festival delle Lanterne.

    L’hatosi è un piatto che si dice sia stato trasmesso dalla Cina, consiste nel friggere due fette di pane farcite con polpa di gamberi. Ha le dimensioni pefertte per mangiarlo passeggiando tra le vie del festival.


    Non c’è niente di meglio che mangiare un butaman caldo durante le fredde e ventose giornate del festival. I più buoni sono quelli di una bottega conosciuta come Momotaro.


    Le jagachan sono delle patate cotte a vapore, ricoperte di burro e poi fritte. Il risultato finale è cibo dolce e salato. Le patate, coltivate nei ricchi suoli vulcanici, sono diventate una specialità della Penisola di Shimabara.


    Se vi paice la pancetta di maiale, una cosa che devote assolutamente provare se venite a Nagasaki sono i kakuni manju. Spessi pezzi di pancetta di maiale vengono cotti a fuoco lento con dashi, salsa di soia, sakè, zucchero e mirin fino a diventare morbidi e scioglievoli in bocca. Questi pezzi di maiale vengono poi avvolti in un leggero e soffice panino cotto a vapore.


    Il Lantern Festival di Nagasaki incanta con la sua magica atmosfera luminosa, unendo tradizione, cultura e spettacolo in una celebrazione indimenticabile per tutti i visitatori.

  • Il motto-mo

    Il motto-mo

    Dopo un periodo di pausa forzata causato dall’impatto della pandemia di COVID-19, le vivaci grida del motto-ji [モットモ爺, “nonno motto”] e dei bambini terrorizzati hanno di nuovo animato le case delle cittadine di Teguma [手熊] e Kakidomari [柿泊], situate nella zona occidentale di Nagasaki.

    Nelle aree menzionate, il setsubun [節分] è festeggiato attraverso una tradizione conosciuta come motto-mo [モットモ]. Questo rito, simile ad altri rituali associati al setsubun, è concepito per scacciare i demoni e attirare la fortuna.

    La nascita di questa tradizione non è documentata in fonti scritte; piuttosto, è stata tramandata oralmente da oltre cento anni. Ogni individuo che vi ha preso parte ha appreso questa tradizione dalle generazioni precedenti e a sua volta l’ha insegnata a quelle successive, creando così un legame duraturo tra passato e futuro.

    Nel 2015, il motto-mo è stato ufficialmente designato come patrimonio folkloristico immateriale nazionale [重要無形文化財, jūyōmukei-minzoku-bukazai], per il suo significato nel contesto delle caratteristiche regionali e dello sviluppo dei riti associati al setsubun.

    Le cittadine di Teguma e Kakidomari celebrano il setsubun rispettivamente il 2 e il 3 di Febbraio.

    Durante il rituale, un gruppo di tre persone, composto dal toshi-otoko [年男, “ragazzo dell’anno”], dalla fuku-musume [福娘, la “ragazza della fortuna”] e dal motto-mo ji [モットモ爺, il “nonno Motto-mo“], si reca in visita nelle case della zona.

    Il termine toshi-otoko [年男], che letteralmente significa “l’uomo dell’anno”, si riferisce a un individuo nato sotto lo stesso segno zodiacale (cinese) dell’anno in corso. In Giappone, il concetto di toshi-otoko si estende anche al capofamiglia maschile, responsabile della conduzione dei riti di fine anno.

    La fuku-musume [福娘], nota come la “ragazza della fortuna”, è una figura comune nei santuari giapponesi, spesso selezionata annualmente per distribuire gli amuleti portafortuna. Durante il motto-mo, indossa un kimono e il volto è dipinto di bianco. A Teguma, la fuku-musume può essere interpretata da un uomo travestito da ragazza, aggiungendo un tocco unico alla tradizione locale.

    Il motto-mo-ji [モットモ爺], letteralmente “nonno motto-mo“, si presenta con il volto dipinto di rosso e nero e indossa un copri abito chiamato shuro-mino [棕櫚蓑], fatto di foglie di palma di canapa intrecciate, un tempo utilizzato dai contadini della regione. Spesso, durante le celebrazioni, vengono anche indossate maschere per aggiungere ulteriore mistero e fascino alla tradizione.

    La prima persona ad entrare in casa è il toshi-otoko, il quale sparge i mame mentre urla “Oni ha soto!” [鬼は外!], ossia “fuori i demoni”, seguito dalla fuku-musume che grida “Fuku ha uchi!” [福は内!], “dentro la fortuna”. Questo momento simbolico marca l’inizio delle festività e dei rituali del setsubun.

    Infine, gridando motto-mooo! [モットモー!]”, il motto-mo ji fa il suo ingresso nella casa, battendo i piedi e picchiando il pavimento con un bastone, prendendo in braccio i bambini che piangono e si nascondono terrorizzati. Si crede che più i bambini piangono, più la famiglia sarà fortunata durante l’anno nuovo, mantenendo viva la tradizione e il folklore della festività del setsubun.

    La pratica di picchiare energicamente il pavimento con i piedi e un bastone, creando un forte rumore, ha lo scopo di placare gli spiriti maligni. Questo gesto condivide il medesimo significato dello shiko [四股], il cerimoniale eseguito dai lottatori di sumō quando alzano le gambe in aria e colpiscono con forza il terreno, un atto che simboleggia la purificazione e la scacciata delle energie negative.

    Quando i tre lasciano la casa, un accompagnatore dice “le divinità della fortuna sono venuti a trovarvi” e riceve un dono della famiglia.

    Sebbene in passato eventi simili al motto-mo siano stati tramandati in tutte le cittadine della penisola di Nishisonogi [西彼杵半島, “Nishisonogi Hantō“, dove sorge anche Nagasaki], negli ultimi decenni molte di queste celebrazioni sono state abbandonate a causa della mancanza di persone disponibili ad impegnarsi nel preservare e portare avanti tali tradizioni. Tuttavia, c’è speranza che con il rinnovato e crescente interesse per il folklore locale, possa esserci un ritorno e una rinascita di questi rituali nel futuro.

  • Setsubun

    Setsubun

    Il termine setsubun [節分], letteralmente “divisione stagionale”, indica il giorno che precede l’inizio della primavera secondo il vecchio calendario lunare giapponese. Durante questa celebrazione, vengono eseguiti rituali per allontanare gli spiriti maligni e accogliere la buona fortuna.

    I riti variano da regione a regione, ma uno dei rituali più conosciuto è il mamemaki [豆撒き, “lanciare i fagioli”). Durante questo rituale, le persone lanciano fagioli di soia arrostiti, conosciuti anche come fukumame [福豆, “fagioli della fortuna”], all’interno delle loro case o dei santuari mentre gridano “Oni wa soto! Fuku wa uchi!” [鬼は外!福は内!, “Fuori i demoni! Dentro la fortuna!”]. Un membro della famiglia indosserà una maschera da oni (鬼, “demone o orco”) mentre il resto della famiglia gli lancia contro i fagioli. Successivamente, ogni individuo mangerà il numero di fagioli corrispondente alla propria età.

    Che cos’è il setsubun?


    Il setsubun [節分] indica la divisione di due stagioni: inverno e primavera. Secondo il calendario luni-solare che un tempo era ufficialmente usato in Giappone, con setsubun ci si riferisce alla fine dell’inverno, che celebra anche l’arrivo della primavera, giorno che in giapponese é conosciuto come risshun [立春].

    Fonte: Wikipedia

    Considerando i nijūshi-sekki [二十四節気, “i ventiquattro termini solari”] del tradizionale calendario luni-solare giapponese, il giorno del risshun segna l’inizio del nuovo anno, mentre setsubun è simile alla vigilia di Capodanno [大晦日, Ōmisoka]. Poiché le date del vecchio calendario lunare erano prossime e talvolta si sovrapponevano, fino al periodo Edo, entrambe erano considerate come il giorno conclusivo dell’anno.

    Può sembrare strano poiché Febbraio fa ancora freddo e generalmente é considerato parte della stagione invernale. Ma in Giappone si dice che passato il risshun, il tempo diventerà più mite.

    Tecnicamente al giorno d’oggi, l’inizio della primavera è determinato dall’istante in cui la longitudine eclittica del sole raggiunge i 315 gradi, secondo le osservazioni del Kokuritsu-tenmon-dai [国立天文台,”l’ Osservatorio Astronomico Nazionale”]. Se l’inizio della primavera cambia, anche il giorno del setsubun cambia si conseguenza.


    Si crede che, come altre tradizioni giapponesi, anche il setsubun sia stato introdotto dalla Cina durante il Periodo Heian [794-1185] ma, come riportato su documenti storici, solamente durante il Periodo Muromachi [1336-1573] si iniziarono a lanciare fagioli per scacciare i demoni che rappresentano gli spiriti portatori di catastrofi ed eventi tragici.

    Il lancio dei fagioli rimane una delle parti più importanti dell’evento ancora oggi. Essendo uno dei gokoku [五穀, “cinque grani”], i mame erano considerati un alimento base essenziale per la sopravvivenza e, si credeva avessero il potere sacro, come il riso, di cacciare gli spiriti maligni.

    L’ oni-yarai [鬼やらい] e il setsubun [節分] erano originariamente due rituali diversi.

    Si ritiene che il tsuinai [追儺], considerato il precursore dello oni-yarai, sia stato introdotto dalla Cina basandosi sull’usanza conosciuta come daina [大儺]. Come riportato nello Shoku nihongi [続日本紀, opera che raccoglie tutte le decisioni prese dalla corte imperiale nel periodo temporale che va dal 697 d.c. al 701 d.c] il tsuina è stato celebrato in Giappone fin dal periodo Asuka [飛鳥時代, 706 d.C.].

    In origine questo evento si svolgeva la notte di capodanno (secondo il calendario lunare) per scacciare le malattie e le epidemie. Originariamente, un sacerdote chiamato hōsōshi (方相氏), vestito da divinità, scacciava gli spiriti maligni invisibili. Ma alla fine del periodo Heian, l’hōsōshi, che fino ad allora aveva cacciato gli spiriti, fu invece raffigurato come un demone e cacciato a sua volta dai cortigiani.

    Questo rituale diventò un evento di corte durante il quale i nobili di alto rango, chiamati tenjōbito [殿上人], armati di momo no yumi [桃の弓, archi fatti con legno di ciliegio] e frecce di canna, inseguivano e cacciavano i servitori travestiti da demoni urlando e suonando tamburi.

    L’oni-yarai, nelle corti imperiali, è gradualmente caduto in disuso, ma è stato tramandato e adattato dalle varie strutture religiose locali in tutto il paese, diffondendosi anche tra la popolazione comune.

    Per quanto riguarda il setsubun si trovano riferimenti a questo rituale all’interno dei diari dei nobili di periodo Heian. Durante il setsubun in quel periodo, si svolgevano delle cerimonie buddiste con l’obiettivo di proteggere dalle catastrofi e ottenere longevità anziché respingere i demoni o il male.

    Come detto in precedenza, solamente dal periodo Muromachi in poi si trovano riscontri del lancio di fagioli per scacciare i demoni ma non è stato possibile datare precisamente il momento di inizio di questa tradizione. Le fonti riportano invece che tale usanza non era più solo relegata agli ambienti di corte o dei samurai, ma si diffuse velocemente anche tra la popolazione.

    Sebbene tsuinai e setsubun fossero originariamente eventi separati, durante il periodo Edo sono diventati strettamente collegati. Originariamente in Giappone si praticava anche un rituale chiamato sangū [散供], che consisteva nel spargere granaglie per purificare e benedire il terreno. Ancora oggi si può assistere scene a questo genere di rituale, chiamato sanmai [散米], all’interno dei santuari dove viene spesso sparsi il riso come atto purificativo.

    Anche il mame-maki, [豆まき], il lancio dei fagioli che vedremo in seguito, ha due significati: scacciare i demoni e donare grazia, tranquillità mangando i fagioli. In passato si credeva che i cereali avessero poteri spirituali e che il luogo seminato fosse purificato e sacro. Questo è il motivo per cui dicendo “Fuku wa uchi“, si lanciano fagioli anche all’interno delle case.


    人間の心にある煩悩の象徴

    Ningen no kokoro ni aru bonnō noshōchō

    Il simbolo dei desideri rinchiusi nel cuore degli esseri umani


    La pratica di lanciare i fagioli contro gli oni trova le sue radici nei principi del Buddismo.

    Gli oni sono considerati come “il simbolo dei desideri rinchiusi nel cuore degli esseri umani”. Esistono cinque tipi di oni, ognuno rappresentante un tipo di desiderio, identificati dai colori:

    Oni rosso: desideri, brama.
    Oni blu: odio, risentimento, rabbia, malizia.
    Oni verde: scarsa salute, sonnolenza, mancanza di motivazione e pigrizia.
    Oni nero: lamentele, comportamenti contraddittori.
    Oni giallo (bianco): rimpianti, dipendenza, egoismo, frivolezza.

    Fonte: X

    In passato, la popolazione attribuiva le calamità naturali e i fenomeni inspiegabili agli oni e, essendo questi più vicini alla vita quotidiana rispetto a quanto lo siano oggi, sembrava che i desideri umani fossero associati agli oni stessi.

    Il lancio dei mame contro gli oni, era un modo per scacciare i desideri umani negativi e iniziare il nuovo anno con uno spirito fresco e puro.

    In passato, il setsubun veniva spessp celebrato offrendo fagioli di soia arrostiti sull’altare domestico, chiamato kamidana [神棚], la notte prima del risshun. Tuttavia, ai giorni nostri, si è trasformato in un’occasione più gioiosa per le famiglie e le comunità. Durante il setsubun si cacciano gli spiriti maligni e si accoglie la buona sorte sia per sé che per la propria famiglia.

    Secondo il folclore giapponese, si crede che gli spiriti maligni siano particolarmente attivi durante i cambi di stagione, pertanto è importante allontanarli prima dell’arrivo della primavera.

    豆まき – Mame-maki – Lancio dei fagioli


    I daizu [大豆, “fagioli di soia”], non sono solamente molto diffuso in Giappone ma sono anche usati per celebrare rituali e tradizioni centenarie.

    Il mamemaki (豆まき), il lancio di fagioli di soia arrostiti, è un rituale che viene esclusivamente eseguito durante il setsubun. La tradizione vuole che si inizi dalla stanza che si trova più lontana dall’ingresso e che porte e finestre siano tenute aperte durante il lancio dei fagioli in modo che gli spiriti maligni possano uscire.

    Come scritto in precedenza, per coinvolgere anche i bambini in questa tradizione, si usa anche lanciare fagioli contro un membro della famiglia che per l’occasione si traveste da demone.

    鬼は外、福は内!

    Oni wa soto! Fuku wa uchi!

    Fuori i demoni! dentro la fortuna!

    La sfortuna è rappresentata da un volontario vestito da oni (鬼), spesso impersonato dal padre. Gli altri membri della famiglia lanciano fagioli di soia arrostiti contro di lui e lo scacciano fuori casa, al grido di “Oni wa soto! Fuku wa uchi!” (鬼は外、福は内), che significa “Fuori i demoni, dentro la fortuna!”.

    Nella tradizione folkloristica giapponese, gli oni sono visti come portatori di malattie, carestie e catastrofi naturali, per questo motivo la gente desidera tenerli lontani dalle proprie abitazioni. Quando i demoni vengono scacciati, si crede che con loro se ne vada anche la sfortuna accumulata durante l’anno, liberando la casa da influenze negative.

    Perché si usano i mame?


    Il processo di tostatura dei fagioli in giapponese è chiamato “mame wo iru” (豆を炒る). Questo termine ha un significato più profondo, poiché sfrutta le diverse letture dei kanji per indicare anche “sparare negli occhi ai demoni”, con “mame ni iru” (魔目に射る).

    La parola “mame” può essere scritta anche con il kanji per “demone” (魔), letto come “ma”, seguito dal kanji per “occhi” (目), letto come “me”. Anche se la forma del verbo “sparare” in giapponese è diversa, ha la stessa pronuncia di “tostare”.

    I fagioli di soia sono stati scelti per questo rituale poiché la pianta è considerata di buon auspicio e si ritiene che ospiti la divinità dei cereali. E, come detto in precedenza fatto parte dei gokoku, i cinque grani essenziali per la sopravvivenza.

    Il modo corretto per lanciare i mame


    Anche se esistono varie tradizioni a livello locale e familiare, di seguito descriverò come lo facciamo nella mia famiglia

    Preparare i fuku-mame

    Poiché i fuku-mame [福豆], “fagioli della fortuna”, sono considerati portatori di poteri spirituali, nei giorni che precedono il setsubun, li mettiamo come offerta sul kamidana. Normalmente il contenitore con i mame, detto masu [升], andrebbe posto sopra un apposito piedistallo detto sanpō [三方]. Nell’altare di casa mia (vedi foto) mia moglie non lo usa mai. Se non disponete di un altare, mettere la scatola in un luogo elevato va comunque bene.

    Se non si comprano in un negozio i mame vanno cotti perché il loro germogliare è considerato presagio di cattiva sorte. La maggior parte dei fagioli in commercio sono tostati, quindi non c’è motivo di preoccuparsi.

    夜 – Yoru – La notte

    Il mame-maki si svolge la notte perché si crede che questo sia il periodo di maggiore attività dei demoni. La tradizione racconta che i demoni fanno la loro apparizione durante l’ushi-tora no koku [丑寅の刻, “l’ora della bue e della tigre”], ovvero la mezzanotte. Normalmente con la mia famiglia lo facciamo sempre dopo cena. Anche i rituali pubblici presso i santuari ai svolgono prevalentemente durante l’ora di cena per permettere ai bambini si parteciparvi.

    Chi lancia i mame

    La tradizione vuole che spargere i mame sia un compito del capo famiglia. Tuttavia, poiché è considerato un evento familiare, normalmente si coinvolge tutta la famiglia.

    Volendo seguire la traduzione il capofamiglia può essere sostituito o coadiuvato solo dal toshi-otoko [年男] e dalla toshi-onna [年女]. Ovvero un componente della famiglia, uomo o donna, nato in un anno con lo stesso segno zodiacale cinese dell’anno corrente.

    Può spargere i mame anche un componente della famiglia che si trova in un’età considerata sfortunata. In giapponese esistono i cosiddetti yakudoshi [厄年, “anni sfavorevoli”], che sono età tradizionalmente ritenute sfortunate.

    Le età considerate più sfortunate sono 25, 42 e 61 anni per gli uomini, e 19, 33 e 37 anni per le donne.

    Oggigiorno durante il mame-maki, i padri normalmente assumono il ruolo di demoni, mentre moglie e figli gli lanciano contro i fagioli.

    Tuttavia, il vero significato del demone del setsubun è quello di rappresentare energie negative invisibili che possono causare malattie o disastri, quindi in realtà il ruolo del demone non è propriamente necessario.

    Poiché il rito del mame-maki ha subito cambiamenti nel tempo a cui vanno aggiunte le varianti regionali, non esistono regole assolute, ma ogni famiglia ha suo modo di festeggiare il setsubun.

    Da dove si inizia il mame-maki?

    Normalmente iniziamo dalla stanza più distante dal genkan [玄関], l’ingresso principale e procedendo verso di questo, apriamo tutte le porte e le finestre di ogni stanza lanciando i fuku-mame, e urlando “fuori i demoni”, “oni ha soto!” [鬼は外].

    Dopo aver sparso i mame all’interno della stanza chiudiamo subito le finestre per evitare che i demoni rientrino e poi volgendosi verso la porta diciamo “la fortuna è dentro” “fuku ha chi!” [福は内]. Ripetiamo questo procedimento per tutte le stanze della casa.

    Kazoe-doshi e toshi-tori mame: mangiare un numero di fuku-mame pari alla propria età, più uno

    Terminato il lancio dei fagioli, si prega per la salute e la protezione dell’anno a venire e si mangia un fagiolo per ogni anno vissuto, detto kazoedoshi [数え年), e poi uno in più per garantire fortuna per l’intero anno, in riferimento alla “fortuna dentro” del detto. Il mangiare in fagiolo in più come auspicio per il nuovo anno é conosciuto in Giappone come toshi-tori mame [年取り豆].

    Questa tradizione risalente al periodo Muromachi [室町時代, 1336-1573] si svolge ancora sia nelle case dei giapponesi sia presso santuari e templi di tutto il paese.

    恵方巻 – Ehō-maki – Maki della fortuna


    Ci sono altre tradizioni, che fanno parte della celebrazione e dell’osservanza del setsubun. Alcune di queste usanze sono locali, come la tradizione del Kansai di mangiare makizushi senza tagliarli noti come ehō-maki (“rotolo della direzione fortunata” 恵方巻) in silenzio, rivolti verso la direzione fortunata dell’anno, determinata dal simbolo dello zodiaco di quell’anno. Nonostante sia una tradizione nata e legata alla città di Ōsaka, si è recentemente diffusa in tutto il paese, in parte grazie alle iniziative di marketing dei supermercati e dei konbini.

    Ehō-maki è un tipo unico di maki che viene consumato solamente durante il setsubun. Si presenta relativamente più lungo e grande rispetto ai normali maki che si possono trovare normalmente nei ristoranti. In generale, è considerato auspicabile utilizzare sette ingredienti nella preparazione l’ehō-maki poiché il numero sette è associato alla fortuna e alle sette divinità della fortuna chiamati Shichifukujin (七福神).

    Quando si mangia l’ehō-maki, è necessario voltarsi verso la direzione che si ritiene porti fortuna durante l’anno. La direzione per il 2024 é “est-nord-un po’ ad est” [東北東やや東]. È anche importante espirme un desiderio con gli occhi chiusi mentre si mangia l’intero maki in una volta sola senza fermarsi.

    Ingredienti e il loro significato

    In commercio oggi si trovano ehō-maki per soddisfare tutti i gusti ma secondo la tradizione solo i seguenti sette ingredienti dovrebbe essere usati per preparare questo particolare maki.

    Kanpyō: sono lunghe striscie si zucca giapponese essiccate marinate nel dashi e nel mirin (una varietà di sake dolciastro). La forma lunga e sottile del kanpyō, è associata alla longevità [chōju-kigan, 長寿祈願] e alla felicità coniugale [en-musubi, 縁結び].

    Shiitake-ni: funghi shiitake cotti. La forma della cappella del fungo che ricorda gli jingasa [陣笠], i copricapo indossato in passato sai soldati, simboleggia la protezione del corpo.

    Tamagoyaki [卵焼き] / Datemaki [伊達巻]: il colore dorato del tamagoyaki simboleggia l’aumento della fortuna finanziaria, mentre la forma simile a un rotolo di pergamena del datemaki rappresenta l’aumento della cultura e conoscenza personale.

    Unagi: l’ anguilla simboleggia l’ascesa e il successo personale. Questo é ispirato dall’ unagi-nobori [うなぎ登り], ovvero la caratteristica di questi animali di nuotare vigorosamente verso monte, indipendentemente dalla forza della corrente.

    Sakura-denbu [桜田麩]: è un condimento di merluzzo stagionato di colore rosa. Sakura (桜) significa ciliegio in fiore, mentre denbu (田麩) si riferisce a scaglie di pesce bianco che vengono bollite, disidratate, condite e colorate di rosa grazie a coloranti alimentari.

    Il colore rosa ciliegia simbolico della primavera, rappresenta la felicità e la buona fortuna.

    Kyūri: il cetriolo. Dal nome giapponese “kyū no ri wo eru” [九の利を得る, ottenere i nove benefici] si ritiene porti fortuna.

    Renkon: i numerosi fori presenti sulla radice del fiore di loto sono considerati simbolo di grande capacità di percepire gli eventi futuri e viene utilizzato per auspicare un futuro luminoso.

    Fonte: foodie.co.jp

    柊鰯 – Hiiragi-iwashi


    Un’altra insolita usanza è appendere piccoli ornamenti fatti con teste di sardine e foglie di agrifoglio detti hiiragi- iwashi [柊鰯] sull’ingresso della propria casa per scacciare gli spiriti maligni.

    Questa tradizione si pensa sia iniziata durante il periodo Heian.

    L’agrifoglio [hiiragi] è considerato in grado di respingere gli spiriti maligni e spesso viene piantato sul limitare dei giardini delle case giapponesi. Si dice che le sue foglie spinose pungano gli occhi dei demoni.

    Per quanto riguarda le sardine [iwashi], si dice che il loro odore quando vengono arrostite allontani i demoni, oppure che li attiri per poi essere pungolati con l’agrifoglio. Nella parte occidnetale del Giappone, sono chiamate anche yaikagashi [焼嗅がし,letteralmente “odore di bruciato”].

    落花生 – Rakkasei – Le arachidi


    Un mio collega mi ha raccontato che nel Kyūshū, dove vivo, più precisamente nelle prefetture di Miyazaki e Kagoshima c’è l’usanza di usare le arachidi al posto dei mame.

    Controllando on-line ho scoperto che, secondo l’Associazione Nazionale delle Arachidi, questa pratica si diffuse intorno agli anni ’30 e ’40 del periodo Showa [昭和時代, 1926-1989]. Le ragioni sembrano essere legate alla praticità di raccoglierle e mangiarle in modo igienico (vista la presenza della buccia) oltre alla loro facilità di raccolta e alla loro grandezza.

    おかめ – Okame


    Quando si comprano i mame presso i negozi sono spesso accompagnati da un set di maschere. Una raffigurante un oni un altra raffigurante il volto di una donna, conosciuta con il nome di Okame.

    Okame è una maschera tradizionale giapponese caratterizzata da un viso tondo, un naso basso e arrotondato, e guance piene e prominenti.

    Okame [お亀/阿亀], che in giapponese significa “tartaruga”, animale simbolo di longevità questa maschera, é conosciuta anche con il nome, otafuku [お多福/阿多福] che letteralmente significa “molta buona fortuna”.

    Si ritiene che l’origine di questa maschera sia Ame no uzume no mikoto [天宇受売命], la divinità shintoista dell’alba, maestra di festeggiamenti, umorismo e della danza. Rappresenta un kami estremamente positivo e fu la sua ingegnosità che riportò Amaterasu, la dea del sole, nel mondo, salvando la terra dalla notte eterna. Una divinità popolare riconosciuta come protrettice delle arti performative.

    Okame e i demoni

    La relazione tra Okame e i demoni ha origine nelle storie del teatro tradizionale giapponese kyōgen [狂言]. Mentre la gente cerca di respingere i demoni con fagioli durante setsubun, i demoni diventano incontrollabili. A questo punto entra in scena l’Okame, che con sorriso e gentilezza convince i demoni a pentirsi. Questo dimostra quanto sia importante la presenza dell’Okame durante setsubun.

    Il Giappone è patria di molte tradizioni tramandate nei secoli che riflettono l’ottimismo di questo Paese riguardo alle celebrazioni del nuovo anno, le sue opportunità e le sue sfide.

  • 小正月 Koshōgatsu

    小正月 Koshōgatsu

    Koshōgatsu: definizione ed origini


    Il Capodanno in Giappone é considerato il periodo dell’anno più importante e tutti i riti ad esso connessi sono distribuiti nell’arco temporale di quattro settimane.

    In un post precedente abbiamo già parlato dello Oshōgatsu (大正月) descrivendone i riti distintivi. In questo parleremo invece delle sue origini, parlando del koshōgatsu (小正月), il “piccolo Capodanno”.

    Shōgatsu e koshōgatsu

    Il termine shōgatsu, è composto dal kanji, 正, che significa “corretto”, “originale”, e dal kanji per luna, 月. Il termine significa letteralmente “il mese principale”. Il temine koshōgatsu invece, è composto da il kanji 小, che significa “piccolo”. Per opposizione, il nuovo anno può essere anche chiamato “grande” con il kanji per grande, 大, e sarà letto come “Oshōgatsu“.

    Mentre durante lo Oshōgatsu le persone pregano per la fortuna e la felicità personale e delle loro famiglie, le celebrazioni del koshōgatsu sono sempre state più legate al mondo agricolo.

    Durante il koshōgatsu, in un modo che ricorda l’ hatsumōde (初詣, la prima visita al tempio/santuario), le persone visitano i santuari locali, fanno offerte agli antenati e conducono anche riti riconducibili alla fertilità.

    Tradizioni e calendario

    I riti del Capodanno giapponese sono legati a tradizioni antiche che nel corso del tempo sono mutate adattandosi all’introduzione di nuovi calendari. A partire da quello luni-solare di provenienza cinese e in seguito quello gregoriano.

    Il Giappone ha formalmente adottato il calendario gregoriano durante la Restaurazione Meiji, e dal 1873, il Capodanno si festeggia il 1° Gennaio. Secondo il kyūreki (旧暦), il precendente calendario luni-solare e condivideva il giorno del Capodanno si festeggiava nel mese di Febbraio come accade ancora in altri paese dell’Asia orientale come Cina, Corea e Vietnam.

    Koshōgatsu e matsu no uchi

    Secondo la tradizione i preparativi dello Oshōgatsu cominciavano il 13 Dicembre per concludersi il 15 Gennaio, giorno in cui si festeggia il koshōgatsu che, fino al periodo Edo (1603-1868), era conosciuto con il nome di matsu no uchi (松の内) letteralmente “periodo del pino”. Questo nome è legato alla tradizione giapponese di esporre i kadomatsu agli ingressi di abitazioni ed imprese commerciali. Oggi con questo termine si va rifermento soltanto ai primi 7 giorni dell’anno nuovo.
    Con l’adozione del calendario gregoriano, il Capodanno si celebra ufficialmente il 1 Gennaio con il nome di Oshōgatsu (大正月). Sono considerati festivi anche i giorni precedenti 29-30-31 Dicembre e i primi 3 giorni di Gennaio, conosciuti come shōgatsu sanganichi (正月三が日). Qui in Giappone si fa riferimento a questo periodo chiamandolo normalmente nenmatsu nenshi (年末年始), letteralmente “fine anno, inizio anno”.

    Otoko-shōgatsu ed onna-shōgatsu

    Mentre il 1° Gennaio viene chiamato anche otoko-shōgatsu (男正月, Capodanno degli uomini), il 15 Gennaio è conosciuto anche come il Capodanno delle donne, onna-shōgatsu (女正月). In passato, in questo giorno, le le donne potevano finalmente rilassarsi, dopo essere state impegnate nei preparativi e nell’intrattenimento dei parenti durante il periodo di Capodanno, vivendo appieno lo spirito del nuovo anno.

    In alcune regioni, è consuetudine che gli uomini svolgano tutte le faccende domestiche durante il Piccolo Capodanno, in modo che le donne possano riposare. Mia moglie per esempio organizza ogni anno con le sue amiche il shinnenkai (新年会) proprio in questo giorno. Durante gli shinnenkai i giapponesi si ritrovano assieme, normalmente in un izakaya, per festeggiare e condividere le loro aspirazioni per il nuovo anno.

    Toshigami, la divinità dell’anno

    Fulcro delle celebrazioni del koshōgatsu é il Toshigami-sama. Comunemente associato al ta no kami (田の神) la divinità della montagna che scende nelle risaie durante la primavera.

    I preparativi e le decorazioni per accogliere questa divinità vanno ultimati entro il 28 Dicembre, giorno conosciuto come goyō-osame (御用納め), ovvero l’ultimo giorno lavorativo dell’anno. Molte famiglie si preparano ad accogliere il toshigami pulendo e decorando i kamidana (神棚, gli altari dedicati ai kami) ed esponendo i kadomatsu, le shimenawa (しめ縄), le shimekazari (しめ飾り), i kagami-mochi (鏡餅), i mochi-bana (餅花) o mayudama (繭玉).

    L’azuki-gayu

    La mattina del koshōgatsu, in molte famiglie giapponesi si consuma un porridge di riso al quale vengono aggiunti i fagioli rossi azuki conosciuto come azuki-gayu (小豆粥) o jūgonichi-gayu (十五日粥), “porridge del quindicesimo giorno”.

    Perché si mangia l’azuki-gayu?

    Questa usanza trova le sue origini nell’antica Cina quando si credeva che il cibo di colore rosso, come i fagioli azuki, aiutasse a purificare il corpo dagli spiriti maligni. L’azuki-gayu viene consumato come augurio di buona salute.

    Kayuura

    Il kayu-ura (粥占), conosciuto anche come mi-kayu-ura (神粥占) o toshi-ura (年占) è un rituale di divinazione scintoista per il nuovo anno che prevede appunto l’utilizzo del kayu (porridge di riso) o degli azuki.

    Fonte: Mainichi-shinbun

    Tradizionalmente eseguito il 15° giorno del primo mese lunare, in seguito all’ adozione del calendario gregoriano è convenzionalmente eseguito il 15 Gennaio.
    Lo scopo del kayu-ura è predire il tempo atmosferico, il raccolto ed altri aspetti dell’anno nuovo. Una pratica diffusa in quasi tutto il Giappone consiste nel mescolare il kayu con il kayu-bashi (粥箸), un bastoncino di salice o bambù dotato di una fessura su un’estremità. La divinazione viene fatta in base al numero di chicchi di riso che rimangono attaccati nella fessura del bastoncino.

    Un altro metodo, consiste nel mettere dodici sottili cilindri di bambù detti take-tsutsu (竹筒), assieme al riso o ai fagioli azuki in una pentola e rimuoverli a fine cottura. Dopo aver tagliato in due ogni cilindro, il raccolto di quell’anno sarà determinato dal numero di chicchi di riso o di fagioli rimasti all’interno dei cilindri. I dodici cilindri di bambù rappresentano i mesi dell’anno.

    Fonte: Mainichi-shinbun

    Si crede che l’utilizzo del kayu derivi dalla credenza leagta al suo potere di esorcizzare gli spiriti maligni. Fino al periodo Meiji, questa forma di divinazione era diffusa in tutto il Giappone e si ritiene che fosse un rituale condotto nelle comunità rurali dai capifamiglia dei vari clan. Oggi è molto raro parteciparvi perché viene spesso condotto in modo privato e solamente i risultati vengono affissi nelle bacheche dei santuari e a volte riportati sulla stampa locale.

    Mochi-bana

    I mochi-bana (餅花) sono decorazione invernali composte da rami di salice e pino, decorati con tanti piccoli mochi. Si dice che i giapponesi abbiano iniziato ad esporre questa composizione nelle loro case e nelle strade per dare colore al grigio paesaggio invernale.

    Sono sempre stati considerati come un augurio per un abbondante raccolto del grano, quello che in giapponese é conosciuto come gokoku-hōjō (五穀豊穣). Il termine gokoku (五穀) indica i cinque cereali, mentre il temine hōjō (豊穣) indicare la produttività e l’abbondanza del raccolto.
    Nonostante al giorno d’oggi siano sempre meno le persone che continuano a creare ed usare queste decorazioni, comunità locali o istituzioni com l’asilo frequentato dai miei figli cercano di trasmettere ai bambini l’importanza di mantenere le tradizioni insegnando il processo di creazione di queste decorazioni.

    Preparazione dei mochi-bana

    I mochi di colore rosso e bianco, binomio di colori conosciuto in giapponese come kōhaku (紅白, rosso e bianco sono colori legati alla tradizione shintoista del paese in quanto il rosso sembra tenere lontani gli spiriti maligni e il bianco come simbolo di purezza), vengono appiattiti e poi divisi in piccoli pezzetti per essere poi infilati sui rami di salice. Il tutto viene poi decorato con rami di pino.

    Inizialmente, i mochi-bana erano utilizzati solo come decorazioni durante il periodo del koshōgatsu visto il loro legame con il raccolto ma, in seguito, sono diventati una decorazione tipicamente invernale che si può vedere esposta anche nei negozi. In alcune zone del Giappone, dove è molto praticata la sericoltura, sono anche chiamati anche mayudama (繭玉) dove al posto dei mochi vengono usati dei piccoli bozzoli di cotone.

    Fonte: tbs-tv (Mayudama)

    Sagichō

    Il sagichō (左義長), conosciuto anche come dondoyaki (どんど焼き) o con altri nomi, è un evento locale che si svolge dal 7 al 15 Gennaio (le date variano a seconda delle regione) in molte città giapponesi per bruciare le decorazioni usate durante lo shōgatsu e per pregare per la buona sorte del nuovo anno. Il sagichō è spesso legato a rituali celebrati nei santuari shintoisti.

    Si tratta di un evento che riunisce le comunità locali per augurarsi la felicità del nuovo anno. Viene costruita specie di torre, fatta di bambù verde, con un’apertura centrale all’intero della quale sono riposte tutte le decorazioni usate durante le celebrazioni per il nuovo anno assieme ad omamori, fuda, kakizome, daruma etc.

    Una volta incendiata, le fiamme salgono costantemente fino alla cima della torre tra lo scoppiettare del bambù. Nel mentre vengono serviti ai visitatori mochi e bevande. A seconda della zona il tutto può essere accompagnata anche da esibizioni di arti tradizionali o da fuochi d’artificio.
    Si crede che il sagichō purifichi e liberi il toshigami (年神), che ha dimorato nel kadomatsu e nelle altre decorazioni, permettendogli così di fare ritorno alla sua dimora risalendo in cielo con il fumo prodotto dai falò.

    Si dice che mangiando mochi o in generale altri cibi cotti su questo fuoco, si rimane in buona salute, e poiché si bruciano anche i kaki-zome (i fogli della prima calligrafia dell’anno) più in alto si innalzano le fiamme migliore sarà la propria calligrafia nel corso del nuovo anno.

    Con questi falò rituali si concludono le celebrazioni per il nuovo anno. Il 15 Gennaio è infatti anche conosciuto con il nome di shōgatsu-koto-jimai (正月事終い) che segnava la fine del periodo tradizionale del matsu no uchi e quindi il termine del periodo di festa per il nuovo anno.


    Anche se il legame tra l’agricoltura e la vita quotidiana delle persone sta venendo meno, il koshōgatsu rimane un momento importante soprattutto nelle zone rurali che fanno affidamento sull’agricoltura per il loro sostentamento. Molti templi, santuari e comunità in tutto il Giappone celebrano il Piccolo Capodanno seguendo antiche usanze e tradizioni che sperano di poter tramandare alle nuove generazioni sperando di conservare la cultura del proprio paese.

  • Kemari – 蹴鞠

    Kemari – 蹴鞠

    E se ti dicessi che un sport antenato del moderno gioco del calcio era già praticato nel Giappone antico?

    Sto parlando del Kemari (蹴鞠), un gioco conosciuto anche con il nome di shūkiku, il cui obiettivo era semplicemente quello di passare una palla, mari (鞠) calciandola, keru (蹴る) verso gli altri partecipanti. Introdotto dalla Cina durante il periodo Yamato, più o meno 1400 anni fa’, si hanno tracce della sua esistenza sia all’interno del Nihon-Shoki (gli annali del Giappone) che in documenti ritrovati nella città di Nara, antica capitale del paese. Durante il periodo Heian (794-1192) il gioco del kemari era molto diffuso tra i nobili di corte e anche la scrittrice Murasaki Shikibu, all’interno del Genji Monogatari lo nomina definendolo come uno sport poco signorile, rozzo e rumoroso anche se dipende dal luogo e da chi vi partecipa.
    Le regole hanno trovato ispirazione dallo sport cinese detto cuju (che si ritiene esser la prima forma di calcio) con il quale condivide anche gli stessi kanji che compongono il nome. Oggi si pratica ancora durante qualche matsuri all’interno dei santuari shintoisti.

    Fonte: kyobunka.or.jp

    Tra i nobili di corte durante di periodo Heian divenne un gioco conpulsivo e, nel periodo Edo (1603-1867), la popolarità del gioco si era estesa tra i samurai e cittadini. Il kemari era così diventato quello che nel linguaggio odierno definiremmo come uno sport di massa.
    Non è mai stato un gioco competitivo, lo scopo era quello di passarsi la palla collaborando con gli altri giocatori. Come nel gioco del calcio moderno l’uso della braccia e delle mani era vietato. Ogni altra parte del corpo poteva essere utilizzata per mantenere le palla in aria. La palla, del diametro di 20 centimetri e dal peso di 150 grammi era fatta di pelle di cervo tenuta insieme da pelle di cavallo e imbottita di segatura o chicchi di grano, era cosparsa di albume d’uovo e, in aggiunta, di polvere bianca per il viso mescolata con colla o di un colore più scuro ottenuto mettendola sopra ad un fuoco di aghi di pino. La palla affumicata rappresentava il sole e la palla bianca la luna riprendendo così il concetto dello inyō (陰陽), ovvero lo Yin e lo Yang.

    Le basi del kemari

    Il kemari si gioca calciando la palla con i piedi e continuando il palleggio il più a lungo possibile. Otto (o sei) giocatori, chiamati mari-ashi (鞠足), giocano in cerchio all’interno di un campo chiamato mari-niwa (鞠庭). Una partita formale è composta da sei-otto persone, ma molte illustrazioni indicano un numero inferiore di giocatori. In genere ci sono quattro giocatori principali, i mari-ashi, e fino a quattro assistenti.

    Mari-niwa – 鞠庭

    Il mari-niwa era il campo da gioco all’interno del quale si pratica il kemari. Ai quarti angoli sono posizionati qauttro alberi detti shiki-boku (式木, alberi cerimoniali) o alternativamente kakari no ki (掛かりの木) alberi specifici del campo. Gli alberi erano disposti nel seguente ordine:

    Nord-est: ciliegio

    Nord-ovest: pino

    Sud-est: salice

    Sud-ovest: acero

    Fonte: atorie-aozora.jp

    Questi alberi sono gli yorishiro per la divinità del kemari, seidai-myōjin (精大明神). Si racconta che durante il periodo Heian (794-1185), l’esperto giocatore di kemari, Fujiwara Narimichi, per propiziare la sua millesima partita di kemari abbia allestito due altari per condurre un rituale. Su un altare aveva posto delle offerte e sull’altro una palla per il kemari. La sera stessa, mentre Narimichi era intento nella scrittura del suo diario, la palla che era stata appoggiata su uno dei due altari entrò rotolando nella stanza seguita da tre bambini dal volto umano, ma dal corpo che ricordava quello di un scimmia. Stupito, Narimichi chiese lo chi fossero e da dove venissero.

    I tre bambini si presentarono come gli spiriti della palla e alzando le ciocche di capelli mostrano la loro fronte dove era scritto il nome con inchiostro dorato.

    Geanrin (夏安林): letteralmente “bosco tranquillo d’estate”.

    Shunyōka (春楊花): letteralmente “Fiore di salice primaverile”.

    Shūon (秋園): letteralmente “Giardino autunnale”.

    Poi dissero: “se ricorderai e celebrerai i nostri nomi e diventerai nostro guardiano il tuo successo nel kemari conoscerà fine.”

    Gli alberi, posizionati sui quattro lati del così di gioco hanno il tronco diviso in due per facilitare la seduta della divinità e sono effettivamente gli alberi prediletti dalle scimmie. Oggi la dimensione del campo è fissata a 15 metri di lato. Si usano sia dei piccoli alberi che possono essere spostati o dei bambù.

    Fonte: Shūkiku Hozon-kai

    Shōzoku – 装束

    Gli abiti usati nel kemari.

    L’abbigliamento attuale si ritiene risalga al periodo Edo (1603-1867) e consiste in:

    Mari-suikan – (鞠水干): il suikan era un indumento per tutti i giorni indossato dalla nobiltà nel Giappone antico. In questa occasione veniva indossato accompagnato da pantaloni conosciuti come mari-bakama (鞠袴). In testa veniva normalmente indossato un eboshi (烏帽子). Come già spiegato in altri articoli l’eboshi era un copricapo laccato nero, originario del periodo Heian, che in precedenza era indossato solo da uomini di un particolare status sociale e che oggi viene indossato in alcune cerimonie shintoiste e dai gyōji (行司), gli arbitri degli incontri di sumo.

    Le scarpe appositamente progettate per il kemari, sono dette kamo-gutsu (鴨沓) vista la loro particolare forma a becco d’anatra per facilitare i calci. Kamo (鴨) è il kanji per anatra mentre kutsu (沓, é uno dei vari kanji che possono usare per indicare le scarpe assieme al classico 靴 e 鞋).

    Ashi-moto – 足元

    I fondamenti del palleggio nel kemari.

    Ci si sposta facendo scivolare i piedi partendo dal destro, poi sinistro e una volta tornati sul destro si calcia la palla. Quando si calcia si tiene la gamba completamente estesa, la palla viene colpita il più vicino possibile al terreno senza mostrare la pianta del piede.

    Kake-goe – 掛け声

    Le chiamate.

    I giocatotori si coordinavano tra loro urlando:

    1. Quando un giocatore riceveva la palla chiamava “ooh” (Ou) mentre questa si trovava al culmine del suo arco e se più di un giocatore chiamava, quello con la chiamata più lunga riceveva la palla.

    2. Con il secondo calcio, il giocatore chiamava “ari” e mandava il pallone in alto.

    3. Con il terzo calcio, passava la palla a un altro giocatore, chiamando “ya!”.

    Queste tre parola sembrano siano legate agli spiriti della palla Geanrin (夏安林), Shunyōka (春楊花) e Shūon (秋園) apparsi a Fujiwara Narimichi.


    Come si svolge una partita di kemari

    La partita inizia con i quattro mari-ashi principali che prendono posizione davanti agli alberi ai quattro angoli del campo mentre gli assistenti prendono posizione al di fuori di questo. Prima di iniziare, ogni partecipante ha la possibilità di calciare il pallone un paio di volte, apparentemente per provarlo, una sorta di riscaldamento. Una volta iniziato il gioco, un giocatore poteva palleggiare sul posto tutte le volte che voleva (per assicurarsi di avere un buon controllo) prima di calciare la palla in direzione del giocatore successivo, che deve evitare che il pallone tocchi terra. L’obiettivo, ovviamente, è passarsi la palla il maggior numero di volte possibile senza farla cadere a terra. La palla viene calciata a circa 3 o 4 metri d’altezza, perché si dice che questa altezza la rotazione della palla in aria crei il suono più piacevole.

    Curiosità sul kemari

    Diventò un gioco così popolare che alcune persone erano così appassionate da trascurare persino il loro lavoro. Venivano apostrofate con la parola baka (馬鹿), “stupido/idiota”, in relazione con il nome del materiale usato per la produzione delle palla del kemari, ovvero la pelle di cervo, shika (鹿) in giapponese. Quindi si attribuisce l’origine di questo termine giapponese al gioco del kemari.

    Il santuario Shiramine

    Fonte: Shiramine Jinja

    Il Santuario Shiramine (白峯神宮) è situato a nord-ovest del Kyōto Gyoen. Fu costruito sui resti della residenza della famiglia Asukai, una famiglia di nobili rinomata per la poesia waka e per la pratica del kemari. Questo santuario ospita la divinità Seidai Myōjin (精大明神) conosciuta come la divinità dello sport, in particolare dei giochi che prevedono l’uso di una palla. All’interno del santuario si trova il kemari no hi (蹴鞠の碑), un monumento in cui è incastonata una palla anch’essa di pietra detta nade-mari (撫で鞠) che se ruotata con la mano si dice porti fortuna.

    Con la Restaurazione Meiji, la popolarità e la pratica del kemari diminuirono. La sua storia è sopravvissuta fino ai giorni grazie all’intervento dell’Imperatore Meiji che, con una donazione privata, rese possibile l’istituzione di una fondazione, la Shūkiku Hozon-kai (蹴鞠保存会, Fondazione per la conservazione dello Shūkiku, altro nome per indicare il kemari) con lo scopo di preservare e trasmettere questo antico gioco.

    Il 4 gennaio di ogni anno, il Santuario di Shimogamo (下鴨神社), ufficialmente conosciuto come Kamomioya-jinja, 賀茂御祖神社), a Kyōto, ospita il festival kemari-hajime (蹴鞠始め), la prima partita di kemari dell’anno, dedicata ai kami.

    Sono passati più di 1.400 anni dall’introduzione del kemari in Giappone e non si conosce con assoluta certezza come fosse questo gioco all’inizio. La sua storia rimane comunque interessante in quanto il kemari è stato in grado di incorporare in sé stesso usi e costumi di ogni periodo storico del Giappone.

  • Come si contano i kami in giapponese?

    Come si contano i kami in giapponese?

    “Un kami, è qualsiasi cosa o fenomeno al di fuori dell’ordinario, che possiede un potere superiore o che incute timore”.

    Motoori Norinaga – 本居 宣長 (1730-1801), Kojiki-den (古事記伝, commentario sul Kojiki)

    Fonte: bushō-japan


    Parlando di kami si sente spesso usare l’espressione yaoyorozu no kami (八百万の神, lett. otto milioni di divinità). Questo termine è legato alla tradizione shintoista giapponese e sebbene letteralmente significhi “otto milioni di divinità”, non sta ad indicare una cifra esatta ma viene semplicemente utilizzato per esprimere l’idea dell’esistenza di “innumerevoli” divinità, siano queste di indole mite o malvagia e tutte dotate di una propria personalità. I giapponesi credono che esista un numero infinito di kami, alcuni in grado di controllare i fenomeni atmosferici e altri più strettamente legati alla vita delle persone.

    Ma come si contano in kami in giapponese.

    Nella lingua giapponese non esiste una distinzione tra maschile e femminile come non esiste nemmeno tra singolare e plurale. In italiano per indicare la quantità desiderata ci si limita ad usare il numerale corrispondente. In giapponese invece si ricorre ai josūshi (助数詞) conosciuti come classificatori o contatori. Sono delle particelle che, associate ad un sostantivo, ne indicano il numero, cioè “quante” cose ci sono e, a seconda della natura del sostantivo che lo precede, il parlante dovrà scegliere quello adatto. La scelta del classificatore corretto é legata il più delle volte alla caratteristiche fisiche dell’oggetto che desideriamo contare. Per esempio se stiamo parlando di persone useremo il classificatore “人” mentre per contare un elettrodomestico o le macchine useremo il classificatore “台” e così via. I classificatori più comuni vanno imparati a memoria; mentre per padroneggiare l’uso di quelli più particolari ci vorrà più tempo ed esperienze. A seconda dei casi i classificatori possono anche subire delle modifiche fonetiche.

    La lingua giapponese ha un modo specifico anche per contare sia le divinità appartenenti alla tradizione shintoista che quelle appartenenti alla dottrina buddista (che vi racconterò in un altro articolo).

    Per contare i kami della tradizione shintoista si usa il contatore hashira (柱) nella sua lettura kun-yomi, la lettura semantica giapponese del kanji.

    Si leggerà quindi:

    Hito-hashira (一柱), un kami

    Futa-hashira (二柱), due kami

    Mi-hashira (三柱), tre kami

    E così via…


    Origini del josūshi hashira.

    La nascita di questo contatore deriva dal concetto shintoista dello shintai (神体, lett. Corpo del kami) che rappresenterebbe la manifestazione materiale di un kami, ovvero l’oggetto in cui quest’ultimo vi alberga. Possono essere oggetto come spade, specchi oppure manifestazioni della natura come le montagne (il monte Fuji è considerato un shintai-zan (神体山, montagna sacra) le cascate e nel nostro caso si tratta di un albero.

    Fin dall’antichità, i giapponesi hanno sentito la presenza dei kami nella natura. In Giappone, la natura ha da sempre portato abbondanti benedizioni al popolo, che ne era grato e percepiva queste benedizioni come opera dei kami. In origine, il santuario o la divinità principale di un santuario shintoista era la natura stessa. Per il Giappone, paese circondato su tutti i lati dal mare e frastagliato da numerose catene montuose, le foreste sono sempre state percepite come il luogo in cui dimoravano le divinità.

    Ancora oggi, la maggior parte dei santuari ha nelle sue immediate vicinanze le cosiddette chinju mori (鎮守森) o foreste sacre, verdi e profonde, che vengono gestite e protette con cura. Gli alberi hanno una propria vita e una propria anima e lo shintoismo ha una cultura religiosa che valorizza gli alberi. Quindi gli alberi, come le pietre e le montagne, sono stati a lungo oggetto di profonda devozione in Giappone. In origine non esistevano santuari o templi, ma un albero, una foresta, un grande masso o una montagna erano il fulcro del culto. Ancora oggi capita spesso di vedere in Giappone alberi, rocce ed altri oggetti circondati da una shimenawa (注連縄, letteralmente “corda di chiusura”), una corda di paglia o canapa intrecciate utilizzate per riti di purificazione shintoisti o usate per delimitare lo spazio appartenente a quello che in giapponese sono conosciuti come yorishiro (依り代, 依代) che per l’animismo giapponese sono degli oggetti che possiedono la capacità di attirare i kami fornendo loro uno spazio fisico da occupare durante i vari matsuri che si svolgono in tutto il paese.

    Come detto in precedenza quando un kami dimora in un oggetto questo viene definito uno shintai. Le shimenawa decorate con gli shide (紙垂, 四手) spesso circondano uno yorishiro per manifestare la sua sacralità. Gli shide sono festoni di carta a forma di zig zag che si possono trovare anche come ornamenti sulle porte dei santuari o sui kamidana all’interno delle case giapponesi. Anche una persona può svolgere lo stesso ruolo di uno yorishiro, e in tal caso sono chiamate yorimashi (憑坐, letteralmente “persona posseduta”) o kamigakari (神懸りletteralmente “possessione del kami”).

    Nel Giappone antico si credeva che esistesse una sorta di forza misteriosa della natura detta ke (気) che riempiva lo spazio e gli oggetti, che normalmente in giapponese vengono indicati con il termine generico mono (物). Questa forza misteriosa dava vita al mononoke (物の気) che scorreva all’interno anche di alberi e pietre. Alcune tipologie di alberi, come ad esempio il sakaki (榊), sono considerati sacri per questo motivo. Quando uno di questi alberi veniva abbattuto e trasformato in legno utilizzato per la costruzione di un santuario, si credeva che la sacralità dell’albero venisse trasferita all’edificio stesso. La forza spirituale dell’albero rimaneva sotto forma di pilastro attorno al quale veniva costruito il santuario.

    Il daikoku-bashira (大黒柱, pilastro centrale) di un santuario o di una semplice casa era spesso ricavato da uno di questi grandi alberi. Da qui è quindi nata la credenza che i kami risiedessero nei pilastri e l’uso di hashira (柱) come contatore. Non c’è da stupirsi che, a causa di questa cultura che valorizza ciò che la circonda, la gente credesse che la divinità risiedesse nel pilastro principale, ricavato da un albero molto grande, e considerasse la divinità stessa come un pilastro. Nel Giappone antico, la preparazione di un pilastro era una cosa molto importante. Tradizionalmente, l’abbattimento del legname era una cerimonia estremamente importante e solenne, eseguita di notte. La preparazione e il posizionamento del legname erano un rito sacro e potevano essere eseguiti solo dai sacerdoti shintoisti.

    La data di posizionamento del pilastro centrale era determinata da un decreto imperiale e coincideva con le cerimonie di apertura del terreno per la costruzione di un santuario. Dall’inizio del periodo Edo, il decreto imperiale per questa cerimonia è stato interrotto. Oggi le cerimonie di posa del pilastro e di rottura del terreno si svolgono in giorni diversi. L’erezione di un pilastro sulla terra è visto come un mezzo di collegamento tra il cielo e la terra e funge da richiamo per lo spirito divino che dimora nel cielo. I pilastri si crede conferiscono stabilità alla struttura e alla terra stessa in quanto abitato dai kami.

  • Seijin no hi – 成人の日

    Seijin no hi – 成人の日

    Festa per il raggiungimento della maggiore età.

    Il seijin no hi (成人の日, lett. Giorno della maggiore età) è una festività pubblica giapponese che si svolge ogni anno il secondo lunedì di Gennaio e che celebra i giovani che hanno raggiunto l’età adulta tra il 2 Aprile dell’anno precedente e il 1°Aprile dell’anno in corso. Se tradizionalmente questa cerimonia era riservata a chi compiva 20 anni (二十歳, hatachi in giapponese), a partire dal 1º Aprile 2022, con l’entrata in vigore della legge che ha spostato il compimento della maggiore età a 18 anni, il seijin no hi, dal 2023, per la prima volta è stato celebrato dai diciottenni. Sebbene l’età adulta sia stata abbassata per legge a 18 anni, ciò non significa che anche le altre leggi siano state modificate di conseguenza. I diciottenni giapponesi non potranno bere, fumare o giocare d’azzardo fino al compimento effettivo dei 20 anni di età. Potranno però godere di alcuni vantaggi, come firmare contratti di affitto e sposarsi senza il permesso di un genitore.

    Saitama, 1946, Seijin-shiki, foto Mainichi-shinbun

    Nonostante si abbiano tracce di cerimonie simili anche nel Giappone antico il seijin-shiki come lo conosciamo oggi è iniziato nel 1946, quando il governo della prefettura di Saitama cercò di risollevare lo spirito dei giovani che avevano perso ogni speranza per il futuro all’indomani della fine della Seconda Guerra Mondiale. Nel 1949, questa ricorrenza ricevette il riconoscimento di festa nazionale da tenersi il 15 Gennaio, noto come seijin no hi. Il motivo per cui inizialmente è stata fissata al 15 Gennaio è che le cerimonie del genpuku, nel Giappone antico, si svolgevano sempre con la luna piena, che nel vecchio calendario lunare giapponese cadeva il 15° giorno del mese. Dagli anni 2000, tuttavia, è stata spostata al secondo lunedì di Gennaio. Questo giorno è conosciuto in Giappone anche come “Happy Monday” perché il governo emanando la legge che istituiva formalmente il seijin no hi, ha aumentato anche il numero di giorni festivi consecutivi collegando questa festività alle celebrazioni per il nuovo anno con l’obbiettivo di stimolare l’industria del turismo e dei trasporti.


    Genpuku e mogi

    Le origini del seijin no hi.

    Le celebrazioni per il raggiungimento della maggiore età sono state parte integrante della cultura giapponese per gran parte della sua storia. Storicamente, ragazzi e ragazze, soprattutto quelli di classe sociale più elevata, festeggiavano la loro maggiore età tra i 12 e i 16 anni. Per i ragazzi, il raggiungimento dell’età adulta era celebrato durante la cerimonia conosciuta come genpuku-shiki (元服式) che prevedeva principalmente il cambio di acconciatura e di abbigliamento per diventare uomini maturi. Per i ragazzi appartenenti ad estrazioni sociali più basse il genpuku-shiki consisteva di solito nel solo cambio di acconciatura fino a quando non erano in grado di permettersi o di adattarsi agli abiti degli adulti.
    Nella foto di sinistra (disegno di mia moglie), è rappresentato il tipico abbigliamento per il genpuku-shiki di periodo Nara. In questo periodo era un rito di passaggio per i ragazzi tra i 12 e i 16 anni di età che abbandonando gli abiti da bambini entravano nel mondo degli adulti, si lasciavano la frangia e raccoglievano i cappelli nel classico mage (髷) e indossavano il kan-muri (冠).

     


    Per quanto riguarda la celebrazione della maggiore età per le ragazze non era molto importante in passato e di solito coincideva con il momento in cui erano pronte per il matrimonio. Come segno della maggiore età, le ragazze ricevevano un tipo di indumento da indossare intorno alla vita chiamato mo (裳) e da qui il nome della cerimonia detta mogi (裳着). Le ragazze cambiavano anche l’acconciatura quando diventavano maggiorenni. I capelli, invece di essere sciolti, venivano raccolti secondo lo stile che si riconosce nei dipinti tradizionali giapponesi.

     

     

     

     

     

     

     


    Che abiti vengono idossati nel giorno del seijin no hi?

    I kimono indossati dalle giovani donne si chiamano furisode (振り袖) e sono normalmente ordinati e confezionati su misura con determinate misure tipicamente di moda dal primo periodo Edo. Questo tipo di kimono, come vedremo in seguito, era indossato in passato solo da donne adulte non sposate. Sono spesso molto costosi tanto che le famiglie risparmiano per anni per poter comprarne uno alla propria figlia. Spesso questo kimono viene passato dalla sorella maggiore a quella minore.

    Foto: studio Garmet

    Il taglio del furisode ha preso ispirazione dal kosode (小袖), il kimono indossato dai bambini che veniva realizzato con delle ampie aperture ai lati che permettevano al calore corporeo di uscire più facilmente. Si ritiene che l’origine dell’attuale furisode sia da ricercare nell’apparizione delle maniche lunghe all’inizio del periodo Edo, concepite per rendere più graziosi i gesti, che divennero molto popolari tra le giovani donne. Dal periodo Meiji in poi, era considerato un abbigliamento formale per le donne non sposate e veniva indossato in occasioni formali come cerimonie di fidanzamento e matrimoni. La caratteristica principale del furisode sono le maniche (“sode” 袖, in giapponese) lunghe che arrivano fino ai piedi. Si crede che il motivo per cui le giovani donne iniziarono a preferire l’uso di questo tipo di kimono può essere attribuito alle natura delle relazioni amorose del passato. Alle donne, non era permesso parlare liberamente dei propri sentimenti e si riteneva inaccettabile che una donna non sposata confessasse i propri sentimenti a un uomo.

    Le donne quindi iniziarono ad usare le lunghe maniche del kimono per esprimere i propri sentimenti verso gli uomini. L’agitare le lunghe maniche divenne un diffuso segno d’amore. Per le donne non sposate, le maniche abbastanza lunghe da poter oscillare erano considerate come una necessità per trovare un buon marito. Una volta sposate, il furisode terminava il suo ruolo e le donne sposate generalmente indossavano il tomesode (留袖), nel classico colore nero e dalla manica più corte. Da qui deriva la tradizione che vuole il furisode come un indumento esclusivamente per le donne non sposate. Come in passato ancora oggi si crede che le lunghe maniche del furisode contengano un augurio per allontanare la sfortuna. Si crede che il gesto di sventolare (furu, (降る) in giapponese) qualcosa, abbia il potere di invocare i kami e allontanare il male. In passato i genitori facevano indossare ai propri figli il furisode perché si credeva che, oltre a regolare la temperatura corporea, il semplice gesto di sventolare le maniche allontanasse la sfortuna. Si vedeva inoltre che poiché l’età di 19 anni era il primo anno sfortunato per le donne, si è diffusa la credenza che le donne abbiano iniziato a indossare il furisode durante il seijin no hi, nella speranza di allontanare la sfortuna ed essere felici in futuro. Il 19 anno di età di una ragazza è considerato uno yakudoshi (厄年), un anno sfortunato. La spiegazione è la seguente: 19 in giapponese si dice jū-kyū (十九). A sua volta il kanji di nove può essere letto anche come ku che coincide con la lettura del kanji che si usa per “pena”, “sofferenza” (苦). La lettura del kanji usato per il numero dieci , rimanda alla lettura del kanji 重 che in giapponese significa “doppio / multiplo”. Unendo questi due kanji  重 e 苦 si forma la parola giapponese jūku (重苦) che si può tradurre come “sofferenza intensa”. A causa di questo gioco di parole si crede che il 19 anno di età di una donna sia un’anno nefasto.

    Per gli uomini, la scelta ricade spesso tra un abito o un haori-hakama – una giacca haori tradizionale giapponese abbinata a pantaloni hakama a gamba larga e sandali geta. I colori sono spesso più tenui, con disegni più semplici rispetto al kimono. Tuttavia, ci sono molti giovani che cercano di distinguersi con modelli più vivaci, e anche quelli che riflettono gli stili della sottocultura di moda come gli yankii, che prende molta influenza sugli stili delle bande di motociclisti giapponesi bousouzoku degli anni Ottanta.

    Fonte: Haruyama Web Site


    Come si sta adattando questa cerimonia con i cambiamenti della società.

    Ci sono molti tipi di cerimonie, molte si basano sulla tradizione, altre osano prendendo nuove direzioni, cercando di dare un’immagine del Giappone più diversificata, fornendo spazi in cui le persone possono esprimersi senza la paura di sentirsi giudicati

    Per molti giovani appartenenti alla comunità LGBT, le cerimonie con codici d’abbigliamento classici basati sul gender possono essere difficili da affrontare. Per questo motivo, sono aumentate negli ultimi anni cerimonie che tengono conto delle persone appartenenti a questa comunità, come la Kansai LGBT Seijin-shiki. La prima edizione risale al 2014, dando modo alle persone appartenenti alla comunità LGBT giapponese la possibilità di godersi questo importante evento della vita in uno spazio di accettazione, senza pressioni legate ai codici di abbigliamento basati sul genere. L’evento, che si svolge nella città di Ōsaka, coinvolge ogni anno relatori e cerca di fungere da punto di partenza per consentire ai giovani di comprendere meglio la propria sessualità e la possibilità di poter esprimere loro stessi come sono non come la società li obbliga ad essere.

    Foto: Kansai LGBT Seijinshiki web-site

    Come scritto nella descrizione dell’evento: “Una cerimonia per il raggiungimento dell’età in cui persone di diversa provenienza, comprese le minoranze sessuali (=LGBT), possono partecipare a modo loro. Partecipando alla cerimonia manifestando il loro modo di essere, le persone possono acquisire fiducia in se stesse e provare la bellezza di “vivere la vita così come sono” (自分らしく生き, Jibun rashiku ikiru), oltre a diffondere conoscenze e informazioni accurate alla società. L’ingresso è gratuito ed è stato aperto al pubblico, ma ci sono regole severe sulla fotografia per mantenere un ambiente confortevole in cui i giovani LGBT giapponesi possano esprimersi.


    Il Giappone è un paese molto più omogeneo dal punto di vista etnico rispetto a moltri altri paesi. Ospita infatti, molte persone appartenenti a minoranze etniche, che nel 2022 erano circa 3 milioni. Tra queste, l’etnia coreana rappresenta uno dei gruppi demograficamente più numeroso e dal 2020, nella città di Nagoya, si celebra un seijin-shiki che permette ai giovani coreani di partecipare a questa festa nazionale. I partecipanti alla cerimonia indossano spesso anche abiti tipici della tradizionale coreana. Questo evento è considerato particolarmente importante da molte persone che credono in un Giappone in grado di liberarsi di quel sentimento anti coreano che per troppo tempo si è fatto strada nella società giapponese.

    Fonte: NHK


    Dove si festeggia il seijin no hi.

    Per il seijin no hi c’è l’usanza di ritornare nella propria città di origine per festeggiare questa giornata con familiari ed amici. Molti giovani decidono di partecipare solo alla tradizionale cerimonia e alle dōsōkai (同窓会) riunioni delle persone della stessa classe. Anche se in declino ai giorni nostri, la tradizione giapponese prevede che le persone si rechino in visita ad un santuario prima di un grande evento della loro vita. Questa ricorrenza non fa eccezione e per questo durante la giornata del seijin no hi i santuari di ogni città sono affollati da giovani in abiti tradizionali con le famiglie al seguito per le foto di rito che rimarranno un ricordo indelebile.

    I dōsōkai, sono delle riunioni di classe che i giovani organizzano quando ritornano nella loro città natale per i festeggiamenti del seijin no hi. Ex compagni delle scuole medie e superiori si riuniscono per celebrare l’età adulta. Questa è considerata da molti un’importante occasione per riallacciare i rapporti con gli ex amici, mantenendo così vivi i legami. La maggior parte delle feste si svolge subito dopo il seijin no hi, ma alcuni scelgono di riunirsi più tardi nel corso dell’anno, ad esempio durante la Golden week.


    Anche per i genitori è un giorno molto importante perchè i figli vengono riconosciuti come adulti dalla società. Molti si recano in studi fotografici o ingaggiano fotografi professionisti per scattare ritratti di famiglia in questa occasione speciale. La cerimonia si tiene in varie sale del governo o del consiglio locale e le persone partecipano nell’ambito della loro zona. Non è una cerimonia molto emozionante: ci sono discorsi di varie persone importanti della zona, seguiti da una sorta di intrattenimento speciale.

    Il seijin-shiki rimane quindi una pietra miliare importante per molti e, pur mantenendo la tradizione, tende a riflettere sempre più un Giappone moderno e diversificato. Specialmente in questo periodo durante il quale il Paese è alle prese con i tassi di natalità molto bassi, queste cerimonie sembrano aver accresciuto la loro importanza simbolica, guardando ai giovani come veri fautori del futuro del paese.

  • Nomi segreti

    Nomi segreti

    La storia dei nomi in Giappone è legata in modo profondo a quella dei cognomi. Il diiritto ad avere una genealogia e a tenere un butsudan (un mobile di casa dove vivono i propri antenati) fu esteso al popolo da Tokugawa Hidetada nel 1637. Prima di allora solo i nobili (tutti di sangue imperiale) avevano nomi e cognomi. Notare che l’imperatore stesso non aveva cognome. Il possesso di un cognome in sé indicava l’appartenenza a un ramo cadetto della famiglia imperiale. Non solo avevano un cognome, ma ne avevano più di uno. Avevi un nome da bambino e vari da adulto, validi in circostanze diverse. Per esempio, Minamoto no Yoshisada è conosciuto come Nitta Yoshisada perché era capo clan dei Nitta, una suddivisione dei Minamoto. Poi in pratica veniva chiamato, come tutti gli altri leader, non col suo nome ma con titoli come Gosho (御所)”onorevole luogo” per motivi scaramantici, in altri termini evitare il malocchio. Non dirò altro sui nomi e cognomi dei samurai perché a essere onesto non ci ho mai capito molto. È veramente una giungla dalla quale non si viene fuori. Uno aveva vari cognomi (vedi Nitta Yoshisada). Tutto questo perché sia il nome che i cognomi dovevano illustrare la posizione dell’individuo all’interno della complessa struttura a clan della società giapponese. All’epoca della guerra fra gli Stati (dal 1467 al 1615) la storia era diventata molto diversa. I nomi si assumevano e si abbandonavano con facilità. Toyotomi Hideyoshi nacque Hiyoshi-maru, dove -maru è un suffisso infantile. Come contadino, non aveva cognomi. Scelse più tardi il nome Kinoshita Tokichirō per finire con il nome con cui è passato alla leggenda. Hōjō Sōun nacque Ise Moritoki, divenne Ise Shinkurō e finì con Hōjō Sōun, appunto. In questa fase della storia giapponese, di solito le classi meno abbienti avevano nomi ma non cognomi, come detto. Erano nomi molto diversi da quelli attuali, spesso derivati da una professione. La riforma della famiglia attuata dai Tokugawa dava il diritto di un cognome e un nome solo al capofamiglia. Le donne non avevano esistenza legale, gli uomini dopo il primogenito non avevano diritto ad un cognome, non avevano diritto ad una famiglia, anche se potevano averla dietro permesso del primogenito. Come nome avevano gli ordinali nominati da Arturo Camillacci. Vorrei fare una parentesi per spiegare il perché di Queste severissime, per non dire disumane, leggi. La questione della struttura della famiglia era legata intimamente alle ragioni della lunghissima guerra civile da cui il paese era appena uscito. Il diritto di tutti i figli maschi a ereditare, accoppiato all’ereditarietà della carica di feudatario (Gokenin) aveva portato ad un’eccessiva frammentazione del territorio coltivabile, causando una crisi alimentare e più di tre secoli di guerra praticamente continua. Tanto ci volle per ricomporre il paese sotto una sola mano. La nuova struttura della famiglia, insieme ad altre misure, serviva a garantire una pace futura nel paese. A questo punto l’uso di un cognome è comune, ma non universale. La società è divisa in quelle che sono praticamente a caste, che non hanno tutte uguali privilegi. Nel 1868 inizia la restaurazione Meiji. A tutti viene dato il diritto ad un nome e un cognome. Tutti se ne scelgono uno, spesso inventandoselo. Per questo, esistono cognomi estremamente comuni, come Tanaka e Takahashi, ma ne esistono molti altri, 100 mila in tutto, molti rari e spesso regionali. Okinawa in particolare ha cognomi suoi, come Chinen e Shimabukuro. I cognomi giapponesi odierni possono consistere di un singolo carattere, per esempio Hara (原), ma generalmente di due, come per esempio Takahashi (高橋o più. Il cognome di Okinawa Kōhiruimaki 高比類巻 ne ha quattro. Tutti erano originariamente in qualche modo descrittivi, e quindi possono venire tradotti. Tanaka vuol dire “nel campo”, Takahashi “ “Pontealto“ e così via. Penso di fare cosa gradita dando una traduzione letterale, se non un’etimologia, dei cognomi giapponesi più conosciuti da noi. Il significato originario a volte è chiaro, a volte meno. Kawasaki 川崎 Promontorio sul fiume (?) Honda 本田 Campo di origine Mitsui 三井 Tre pozzi Mitsubishi 三菱 Tre diamanti Suzuki 鈴木 albero delle campanelle Toyota 豊田 Ricco campo Makita 牧田 Pastorizia e agricoltura Un aspetto importante di qualsiasi nome o cognome sono i caratteri con cui viene scritto. Per esempio, lo shogun Ashikaga Takauji scriveva inizialmente il suo nome non 足利尊氏 ma 足利高氏. L’uso del carattere 尊 (onore) al posto di quello 高 (alto) gli fu concesso come onorificenza dell’imperatore Go-Daigo. I nomi maschili di solito sono composti da due caratteri, spesso invertibili. Ad esempio Akihiro, Hidetaka, Yoshinobu e Kazuyoshi possono diventare Hiroaki, Takahide, Nobuyoshi e Yoshikazu semplicemente invertendo l’ordine dei caratteri che li compongono. Il significato dei caratteri e di solito qualcosa come onesto, retto, chiaro e roba del genere. Le grafie possibili sono numerosissime, tanto che dal nome in caratteri romani è impossibile risalire con sicurezza al nome originario. I nomi femminili sono molto più elaborati. I suffissi tipici dei nomi femminili sono -ko (子 Akiko), -ka (Norika, Tomoka, Momoka, di solito 香, profumo, o 花 fiore), -yo 代 (nessun significato ovvio), -e (恵Yoshie) -ho (Miho o Kaho) o -na (Riona, Kana) , questi ultimi scritti in molti modi diversi. Sono presenti alcuni nomi femminili di origine europea che potevano essere scritti facilmente con caratteri cinesi. Tre esempi sono Maria, Naomi e Erena (sì, proprio Erena) Viene fatta molta attenzione ai caratteri con cui il nome si scrive e l’effetto ottenuto può essere molto diverso a seconda dei casi. Uno estremo è quello del nome Akiko, che può essere scritto in mille modi fra cui 明子 e 秋子. Il secondo carattere, ko, è un diminutivo come -etta di Simonetta. Il primo nome si scrive col carattere “luce”, il secondo nome col carattere per autunno. La pronuncia è la stessa, l’effetto è molto diverso. È quindi normale chiedere ad un nuovo amico come scrive il suo nome. Il seguente collegamento porta a un sito che elenca i cognomi e nomi più comuni in Giappone. Data and Information for Learning Japanese Un’ultima nota, poi vi lascio. Dopo la morte di un individuo, è buona norma comprargli un nome postumo, diverso da quello che aveva quand’era in vita, in modo che la sfortuna e il male non possano trovarlo/a.

  • Nanakusa-gayu – 七草粥

    Nanakusa-gayu – 七草粥

    Il 7 gennaio, in molte zone del Giappone si mangia un tipo di porridge di riso condito con sette diversi tipi di erbe chiamato nanakusa-gayu (七草粥), (七) sette, (草) erbe. L’usanza vuole che preparare e mangiare questa zuppa calda abbia lo scopo di tenere lontano gli spiriti maligni. Introdotta dalla Cina, si diffuse in Giappone verso la metà del periodo Heian e, durante il periodo Muromachi, fu trasformata in una sorta di porridge di riso diventando quella oggi conosciamo come nanakusa-gayu.

    In passato le erbe usate nel preparare questa pietanza erano molto preziose perché crescevano anche durante la stagione fredda, quando ancora era inverno inoltrato e spesso i campi erano ricoperti dalla neve. La forza vitale di queste erbe, che crescevano fresche e verdi anche in pieno inverno, ha fatto sì che fossero considerate di buon auspicio, diventando parte della cultura alimentare del Giappone. La credenza vuole che mangiando queste erbe si allontanino dal corpo gli spiriti maligni e prevenga i malanni. Il riso poi, cotto in questa maniera, serve anche a far riposare lo stomaco dalle lunghe mangiate delle festività appena concluse.

    Quando questa usanza fu introdotta in Giappone nel periodo Nara (710-794), fu combinata con un’ usanza autoctona di quel periodo conosciuta come wakanatsumi (若菜摘み) durante la quale si raccoglievano e si mangiavano le giovani verdure all’inizio dell’anno per dare vitalità. Il nanakusa-gayu è il risultato della fusione delle due traduzioni. In mancanza delle sette erbe sopra indicate si possono utilizzare qualsiasi tipo di verdura di vostro gradimento. L’utilizzo di quante più verdure fresche e giovani possibile corrisponde al concetto originale di ottenere nuova forza vitale della natura.

    Inoltre, in Giappone esisteva anche una tradizione che prevedeva l’organizzazione di banchetti alla corte imperiale il 7 Gennaio, chiamati nanuka no sechie (7日の節会). Il sechie era un banchetto di corte che si teneva nei giorni cruciali dell’anno. Annualmente si celebravano cinque banchetti principali: il Ganjitsu no sechie (元日節会, il banchetto di Capodanno) del 1° Gennaio, il Nanuka no sechie (7日の節会, banchetto del Settimo Giorno), Aouma no sechie (青馬の節会, banchetto del Cavallo Bianco) celebrato anche questo il 7 Gennaio, il Tōka no sechie (踏歌の節会, il banchetto della Danza Toka) del 16 Gennaio, il Tango no sechie (端午の節会, Festa della Bandiera Dolce) del 5 Maggio, conosciuto anche come Itsuka no sechie (5日の節会) e il Toyonoakarai no Sechie (豊明節会) che si celebra il mese di Novembre.


    In Giappone il 7 Gennaio è conosciuto con diversi nomi come nanakusa no sekku (七草の節句, festa delle sette erbe), nanoka shōgatsu (七日正月, il Capodanno del settimo giorno) o jinjitsu (人日) letteralmente “festa dell’ uomo/umanità”, ricorrenza che si celebra in gran parte del sud est asiatico. Questa festività fa parte del gosekku (五節句), ovvero le 5 festività stagionali più importanti giapponesi distribuite nell’arco dell’anno come segue:

    人日 – jinjitsu, 7 gennaio. Detto anche jinji no sekku (人日の節句).

    雛祭り- hina matsuri, la festa delle bambole o delle bambine che si celebra il 3 Marzo.

    子供の日- kodomo no hi, la festa dei bambini che si celebra il 5 Maggio 

    七夕 – tanabata, che si celebra il 7 Luglio

    菊の節句 – kiku no sekku, il giorno dei crisantemi che si celebra il 9 Settembre.

    Questa festa è la corrispondente di quella cinese detta “renri” (lettura cinese di jinjitsu, 人日) che si festeggia il settimo giorno dello zhengyue (il primo mese del calendario cinese). Secondo la tradizione cinese, il renri fu il giorno della creazione dell’essere umano da parte della divinità femminile della creazione cinese (in Giappone conosciuta con il nome di joka 女媧) che per non sentirsi sola decise di di creare un animale ogni giorno. Al settimo giorno, sentendosi ancora sola, creò l’uomo. Da questa leggenda nasce il jinji no sekku che si celebra il settimo giorno del nuovo anno. 


    La preparazione del nanakusa-gayu è piuttosto semplice. È infatti sufficiente lasciar stracuocere il riso per circa 30-40 minuti dal momento dell’ebollizione e poi vanno aggiunte le erbe tagliate, poi fine cottura si può aggiungere anche il sesamo. In Giappone queste erbe sono di solito vendute in tutti i supermercati con il nome di haru no nanakusa setto” (春の七草セット, set delle sette erbe primaverili). Si tratta di un set di erbe fresche pronte per essere utilizzate nella preparazione del nanakusa gayu.

    Le sette erbe sono le seguenti (molte di questo non le avevo mai sentite nominare quindi devo ringraziare mia moglie per l’aiuto nel riconoscerle. Per il corrispettivo italiano mi sono affidato a Google):

    芹 – Seri: il prezzemolo giapponese. Una pianta aromatica che si dice migliori l’appetito.

    薺- Nazuna: la borsa di pastore. Era un alimento molto popolare nel periodo Edo.

    御形 – Gogyō: la canapicchia. Si crede nella sua efficacia nel prevenire il raffreddore e alleviare la febbre. Questa erba ė detta anche haha-kogusa (母子草) “erba madre e figlio” scritta con i kanji madre e figlio.

    繁縷 – Hakobera: la stellaria media. È ricca di vitamina A, che fa bene agli occhi, e veniva usata come medicina per i dolori di stomaco.

    仏の座 – Hotoke no za: la lassana. Pianta simile al tarassaco ed è ricca di fibre. Il nome hotoke-noza deriva dalla forma delle foglie sotto i fiori, che ricordano il daiza (台座), ovvero il piedistallo sul quale siede il Buddha.

    菘 – Suzuna: la brassica rapa. Ricca di vitamine.

    蘿蔔 – Suzushiro: il rafano bianco. Si crede favorisca la digestione ed aiuti a prevenire il raffreddore.

    Per ottenere un buon okayu, viene spesso utilizzata una donabe (土鍋), una pentola giapponese di terracotta, adatte per questo tipi di preparazioni. Mia moglie aggiunge poi le erbe e una volta pronto dispone la pentola al centro tavola.

    La nonna di mia moglie mi ha raccontato che quando era bambina, mentre raccoglieva questa erbe lungo il fiume che scorre vicino casa e in seguito durante la preparazione delle stesse, sua madre era solita cantarle una filastrocca, una warabe-uta (わらべ歌) in Giapponese. Anche mia moglie la conosce ma al giorno d’oggi non si usa quasi più.


    七種なずな 唐土の鳥が 日本の土地へ 渡らぬ先に 七草たたいて トントントン。

    Nanakusa-nazuna.

    Tōdo no tori ha Nihon no tochi he wataranu saki mi nanakusa tataite ton-ton-ton.

    “Respingi gli uccelli provenienti dalla Cina prima che arrivino in Giappone, colpisci le sette erbe, ton ton ton.”


    In passato, si pensava che gli storni di uccelli migratori provenienti dalla Cina portassero la peste e i parassiti che avrebbero danneggiato le coltivazioni del Giappone. Nello scacciare gli uccelli, che rappresentano gli spiriti maligni, è intrinseco un significato di buona salute. La parte finale “tataite ton ton ton” fa riferimento al rumore della preparazione delle erbe che ai credeva cacciasse gli uccelli.

    Ogni regione ha sviluppato nel tempo il suo stile nella preparazione di questo piatto. Nel nord del Giappone viene spesso aggiunta l’hondawara (un tipo di alga) mentre qui a sud nel Kyūshū viene spesso preparata anche con i mochi (dolci di riso).

    Che ne dite di preparare una buona pentola nanakusa-gayu per il 7 Gennaio e, mangiandola assieme ai vostri amici e familiari non gli raccontate come in quella che sembra una semplice zuppa di riso ed erbe si nasconde un’antica tradizione che è stata tramandata nel tempo.

  • Kakizome – 書き初め

    Kakizome – 書き初め

    La prima scrittura del nuovo anno.

    In Giappone, durante le vacanze di Capodanno ci sono molte tradizioni e festeggiamenti. Inoltre, l’inizio dell’anno è un momento perfetto per decidere cosa vogliamo realizzare durante l’anno. Ultimamente si sente molto dire che se si scrivono i propri propositi su un foglio di carta è più probabile che questi vengano raggiunti. Anche i giapponesi hanno l’usanza di scrivere i loro propositi per il nuovo anno con un pennello calligrafico il 2 Gennaio. Questa tradizione è nota come kakizome (書き初め), la prima scrittura del nuovo anno. Nel Giappone antico il kakizome era pratica esclusiva degli ambienti della corte imperiale ma, grazie alla diffusione dell’istruzione nelle scuole interne a templi e santuari questa tradizione si diffuse anche tra la popolazione durante il periodo Edo. Oggi il kakizome è un’usanza che può essere pratica da chiunque, senza limiti di età o classe sociale, per accogliere nel migliore dei modi il nuovo anno.


    書は人なり。

    Sho ha hito nari.

    “La scrittura rivela la personalità”


    La scrittura è un’esternalizzazione della personalità di una persona, che rappresenta quindi uno sforzo di crescita come persona. Per questo motivo i giapponesi cercano di avere sempre una bella scrittura. Lo shodō (書道) o shūji (習字), ovvero la calligrafia, è una materia obbligatoria alle scuole elementari, dove i bambini giapponesi imparano non solo a scrivere correttamente hiragana, katakana e kanji, ma anche la corretta postura di scrittura e la corretta impugnatura del fude (筆) il pennello che si usa nella calligrafia. È usanza normale che gli insegnanti assegnano ai bambini il kakizome, come compito durante le vacanze di Capodanno e durante quelle estive.
    Avere una bella calligrafia è molto importante in Giappone non solo per mostrare le proprie abilità ma anche perché la maggior parte delle aziende giapponesi richiedono ancora curriculum scritti a mano. Un bel curriculum scritto a mano dà quasi sempre una buona impressione, quindi chi cerca lavoro ci mette molta cura nel prepararlo. Specialmente nel caso di noi stranieri, presentare un curriculum scritto con cura, avrà di sicuro un ottimo impatto sui possibili datori di lavoro che per esperienza sono sempre molto zelanti ed attenti a questi dettagli.

    Il kakizome era, ed è tuttora, considerato un rituale speciale che aiuta le persone a liberare la mente e concentrarsi sull’espressione della loro determinazione attraverso la scrittura. Ogni linea, ogni tratto ed ogni punto, diventano una forma di meditazione. Una volta finito il vostro kakizome, appendetelo alla parete. La sua vista ci darà la determinazione e la volontà di realizzare il vostro proposito per il nuovo anno. I kakizome vanno poi normalmente portati al santuario per essere bruciati assieme alla decorazioni utilizzate durante lo shōgatsu.

    Il kakizome affonda le sue radici nell’evento di corte di periodo Heian chiamato kissho no sō (吉書の奏), che consisteva nella presentazione di un documento all’Imperatore per celebrare eventi come il nuovo anno ma anche il cambio di nome di una regione o il cambio di un capofamiglia. Si trattava più di una procedura amministrativa, dal contenuto cerimoniale, per indicare che tutto stava procedendo senza intoppi. Questo rituale fu ripreso poi durante il periodo Kamakura e Muromachi come evento rituale di Capodanno chiamato ed il nome cambiò in kissho-hajime (吉書始め). Questo documento veniva prodotto da un magistrato, conosciuto con il nome di kissho-bugyō, ed era ovviamente scritto utilizzando un mōhitsu (毛筆), un pennello per la scrittura.
    Nel periodo Edo (1603-1867), il kissho-hajime si diffuse tra la popolazione comune come evento per celebrare il nuovo anno. Sempre durante questo periodo per poter entrare in servizi presso il bakufu, si doveva sostenere un esame detto hissan-ginmi (筆算吟味), ovvero una prova di aritmetica scritta ed era quindi fondamentale possedere una buona calligrafia.
    Quando il kakizome iniziò a diffondersi tra la popolazione era usanza prendere la wakamizu (若水), la prima acqua dell’anno direttamente dal pozzo e averla offerta ai kami veniva usato per preparare l’inchiostro con il quale venivano scritti dei versi di poesia rivolti verso la direzione della benedizione dell’anno.

    Che significato ha il kakizome?

    • Attraverso il kakizome si esprime il desiderio di migliorare la propria calligrafia. Scrivendo con la prima acqua dell’anno si prega il kami del nuovo anno di aiutarci a migliorare la propria scrittura.
    • Rinfrescare la mente sulle proprie aspirazioni. Si crede che scrivere obiettivi e aspirazioni per l’anno a venire sia un modo per rinnovare la propria volontà.

    Spesso si scrivono aspirazioni e preghiere per il nuovo anno, ed è prassi scrivere parole che esprimono obiettivi e sforzi. Sono anche comuni gli yoji-jukugo (四字熟語) che sono delle composti idiomatuci di quattro kanji che sono usati anche per augurare buona salute e felicità.

    Di seguito un elenco di parole e yoji-jukugo più maggiormente usati nel kakizome

    Hishō – 飛翔

    Significa volare, spiccare il volo. È un classico che viene spesso scritto come kakizome perché si crede porti fortuna. Inoltre, entrambi i kanji che formano la parola sono ricchi di punti e hane che richiedono un equilibrio sorprendente per essere scritti bene.

    Chōsen – 挑戦

    I termini sfida e battaglia che compongono questa parola sono particolarmente adatti in prospettiva dell’anno nuovo.

    Ichigo-ichie – 一期一会

    Letteralmente può essere tradotto come “un arco di tempo, un incontro”. Nel senso che ogni incontro è un fatto unico nell’arco della vita di una persona. Ogni incontro con un’altra persona va affrontato pensando anche che non potremmo rivedere mai più quella persona e quindi bisogna far sì di non avere rimpianti per come ci si è comportati.

    Ichii-senshin – 一意専心

    Concentrarsi su una cosa alla volta e perseverate fino a che non l’avete portata a termine. Se avete qualcosa di importante che state facendo da molto tempo, queste parole sono consigliate per rinnovare i vostri propositi nel nuovo anno.

    Come scritto in precedenza, una volta completato, il vostro kakizome va affisso in bella vista in modo da poter essere riletto per rinnovare il proprio spirito. Normalmente vanno conservati fino alla fine del del matsu no uchi (ovvero il 7 o 15 Gennaio a seconda della zona del Giappone), il periodo in cui si dice che il kami del nuovo anno rimanga nelle nostre case. Finito questo periodo, vengono portati al santuario e bruciati insieme alle decorazioni di Capodanno in un festival noto come sagichō (左義長). Questo rituale è un evento conosciuto in diverse regioni come dondo-yaki (どんど焼き), saito-yaki (さいと焼き) oppure oni-bitaki (鬼火焚き). Si crede che più le fiamme si alzano durante questo evento, più la propria scrittura migliori.

    Chiunque può avvicinarsi alla calligrafia perché per iniziare non è proprio necessario possedere il set completo. In commercio sono vendute delle penne per calligrafia, dette fude-pen (筆ペン) che permettono a chiunque di esercitare scrivendo sulla carta comune.
    Se siete dei turisti e vi trovate in Giappone durante il Capodanno potreste fare questa esperienza. I tratti decisi che compongo i kanji, impressi su un pezzo di carta bianca immacolata potrebbero darvi la determinazione e la volontà di realizzare i vostri propositi per il nuovo anno. O forse rimarranno solo una bella opera d’arte da guardare ogni giorno. In ogni caso, è un grande pezzo di cultura giapponese da tenere con sé.

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