Il motto-mo

Dopo un periodo di pausa forzata causato dall’impatto della pandemia di COVID-19, le vivaci grida del motto-ji [モットモ爺, “nonno motto”] e dei bambini terrorizzati hanno di nuovo animato le case delle cittadine di Teguma [手熊] e Kakidomari [柿泊], situate nella zona occidentale di Nagasaki.

Nelle aree menzionate, il setsubun [節分] è festeggiato attraverso una tradizione conosciuta come motto-mo [モットモ]. Questo rito, simile ad altri rituali associati al setsubun, è concepito per scacciare i demoni e attirare la fortuna.

La nascita di questa tradizione non è documentata in fonti scritte; piuttosto, è stata tramandata oralmente da oltre cento anni. Ogni individuo che vi ha preso parte ha appreso questa tradizione dalle generazioni precedenti e a sua volta l’ha insegnata a quelle successive, creando così un legame duraturo tra passato e futuro.

Nel 2015, il motto-mo è stato ufficialmente designato come patrimonio folkloristico immateriale nazionale [重要無形文化財, jūyōmukei-minzoku-bukazai], per il suo significato nel contesto delle caratteristiche regionali e dello sviluppo dei riti associati al setsubun.

Le cittadine di Teguma e Kakidomari celebrano il setsubun rispettivamente il 2 e il 3 di Febbraio.

Durante il rituale, un gruppo di tre persone, composto dal toshi-otoko [年男, “ragazzo dell’anno”], dalla fuku-musume [福娘, la “ragazza della fortuna”] e dal motto-mo ji [モットモ爺, il “nonno Motto-mo“], si reca in visita nelle case della zona.

Il termine toshi-otoko [年男], che letteralmente significa “l’uomo dell’anno”, si riferisce a un individuo nato sotto lo stesso segno zodiacale (cinese) dell’anno in corso. In Giappone, il concetto di toshi-otoko si estende anche al capofamiglia maschile, responsabile della conduzione dei riti di fine anno.

La fuku-musume [福娘], nota come la “ragazza della fortuna”, è una figura comune nei santuari giapponesi, spesso selezionata annualmente per distribuire gli amuleti portafortuna. Durante il motto-mo, indossa un kimono e il volto è dipinto di bianco. A Teguma, la fuku-musume può essere interpretata da un uomo travestito da ragazza, aggiungendo un tocco unico alla tradizione locale.

Il motto-mo-ji [モットモ爺], letteralmente “nonno motto-mo“, si presenta con il volto dipinto di rosso e nero e indossa un copri abito chiamato shuro-mino [棕櫚蓑], fatto di foglie di palma di canapa intrecciate, un tempo utilizzato dai contadini della regione. Spesso, durante le celebrazioni, vengono anche indossate maschere per aggiungere ulteriore mistero e fascino alla tradizione.

La prima persona ad entrare in casa è il toshi-otoko, il quale sparge i mame mentre urla “Oni ha soto!” [鬼は外!], ossia “fuori i demoni”, seguito dalla fuku-musume che grida “Fuku ha uchi!” [福は内!], “dentro la fortuna”. Questo momento simbolico marca l’inizio delle festività e dei rituali del setsubun.

Infine, gridando motto-mooo! [モットモー!]”, il motto-mo ji fa il suo ingresso nella casa, battendo i piedi e picchiando il pavimento con un bastone, prendendo in braccio i bambini che piangono e si nascondono terrorizzati. Si crede che più i bambini piangono, più la famiglia sarà fortunata durante l’anno nuovo, mantenendo viva la tradizione e il folklore della festività del setsubun.

La pratica di picchiare energicamente il pavimento con i piedi e un bastone, creando un forte rumore, ha lo scopo di placare gli spiriti maligni. Questo gesto condivide il medesimo significato dello shiko [四股], il cerimoniale eseguito dai lottatori di sumō quando alzano le gambe in aria e colpiscono con forza il terreno, un atto che simboleggia la purificazione e la scacciata delle energie negative.

Quando i tre lasciano la casa, un accompagnatore dice “le divinità della fortuna sono venuti a trovarvi” e riceve un dono della famiglia.

Sebbene in passato eventi simili al motto-mo siano stati tramandati in tutte le cittadine della penisola di Nishisonogi [西彼杵半島, “Nishisonogi Hantō“, dove sorge anche Nagasaki], negli ultimi decenni molte di queste celebrazioni sono state abbandonate a causa della mancanza di persone disponibili ad impegnarsi nel preservare e portare avanti tali tradizioni. Tuttavia, c’è speranza che con il rinnovato e crescente interesse per il folklore locale, possa esserci un ritorno e una rinascita di questi rituali nel futuro.

Sbirciando dalla finestra mentre dentro fan festa

Secondo voi una scrittura a ideogrammi, come il cinese o il giapponese, oltre ad alcune evidenti complicazioni come l’enorme numero di segni ha qualche vantaggio rispetto alla nostra scrittura alfabetica?

Questo post non può essere completo, ma darà una idea vaga di come stanno le cose. Credo sia prima di tutto necessario chiarire di cosa stiamo parlando, per poter poi capire bene gli immensi svantaggi di un sistema come quello cinese o, peggio, giapponese, svantaggi molto più gravi della semplice difficoltà grafica.

Svantaggi

Il sistema è molto più complesso di quanto normalmente creduto. Per cominciare, quelli cinesi non sono ideogrammi perché non assomigliano più a quanto rappresentano.

Il primo è un pittogramma, il secondo è un simbolo fonografico che sta per la parola giapponese per pollo (niwatori). È una differenza cruciale, perché ci dice che uno dei vantaggi degli ideogrammi, la comprensibilità indipendentemente dalla lingua parlata, se ne è andata. È vero che spesso, ma non sempre, un cinese può leggere un carattere giapponese e capire cosa vuol dire senza sapere come si pronuncia, ma questo perché ha memorizzato un insieme complesso di segni, di per sé privi di significato o somiglianza, e non perché quello che ha letto assomigli ad un pollo.

Perché sono stati abbandonati gli ideogrammi? All’inizio c’erano i pittogrammi, che rappresentavano un oggetto concreto, ad esempio un pollo.

Poi sono arrivati gli ideogrammi, che rappresentavano un’idea, ad esempio quella di pollo. La differenza è sottile ma importante. Per poter rappresentare via segni cose non rappresentabili direttamente, come nel caso del sapore del pollo, si usava supponi una parola composta da una lingua umana e un‘immagine del pollo.

Gli ideogrammi si sono poi a poco a poco allontanati dal realismo iniziale, in parte per rappresentare idee sempre piú astratte, arrivando ai simboli fonografici, che rappresentano un suono e basta.

Ryū o 龍, drago.

Quale dei due metodi di scrittura sembra più efficiente?

Il processo di creazione di caratteri nuovi è stato quindi razionalizzato dando loro una struttura interna e limitando i caratteri semplici utilizzabili per crearne di nuovi ai soli membri di una certa lista. Questa pagina del vecchio ed eccezionale dizionario Nelson illustra i 214 tasselli Lego utilizzabili per costruire nuovi caratteri.

Ecco il nostro pollo ed il carattere diviso in radicali (cosi si chiamano i componenti semplici di un carattere).

I caratteri hanno quindi una dimensione nascosta. Regole su regole su come comporre e non comporre, scriverli o non scriverli.

Infine, ed è il problema più grave posto da questo sistema, i caratteri portano sia all’impoverirsi, sia al distorcersi del corredo di suoni che una lingua possiede. Gli omofoni sono un flagello caratteristico di queste società. Cina, Corea, Giappone ne soffrono tutti le conseguenze.

Per dettagli, vedere Kanji and Homophones Part I – Does Japanese Have Too Few Sounds?

Il giapponese ha dieci vocali e circa 20 consonanti, ma non permette sequenze di consonanti. Tenendo questo presente possiamo arrivare a 400 sillabe combinabili in 160 000 modi diversi. Sarebbero sufficienti, ma ci sono i caratteri cinesi.

I giapponesi usano il cinese come noi il greco. (Crio, freddo) (scopia, osservare), crioscopia, è una parola che mi sono inventato, ma si capisce immediatamente cosa vuol dire. Analisi visiva attraverso l’uso del freddo. Le parole composte in giapponese funzionano allo stesso modo col cinese.

Ahimé, il cinese è tonale, il giapponese no, così che quattro vocali di altrettante parole cinesi (ad esempio mā, má, mǎ, and mà) vengono ridotte ad una, ma. Quattro parole diverse in cinese vengono compresse in quattro omofoni in giapponese. Di qui il sovraccarico su alcune sillabe (la sillaba tō, per questa e altre ragioni, corrisponde ad oltre 40 differenti caratteri), mentre altre cadono in disuso. Questo riduce le possibili pronunce dei caratteri cinesi a solo 300 circa.

Il problema del sovraccarico semantico (e quindi delle omofonie) esiste anche in cinese perché, per facilitar la vita a sé stessi e ai lettori, nel creare neologismi uno tende ad evitare caratteri rari, sovraccaricando quelli che sono già fin dall’inizio abusati.

Ho ottenuto questa immagine digitando hoosoo, la prima parola che mi è venuta in mente, nel vocabolario del mio telefonino . Sapendo che quella verticale è la pronuncia, senza sapere il giapponese potete verificare voi stessi che esistono moltissime parole composte pronunciate in questo modo. L’unica cosa che le distingue è il carattere cinese con cui sono scritte. Ed è per questo che, una volta che inizi a scrivere in questo modo, è difficile smettere. I giapponesi ci hanno provato ed hanno desistito. Il problema è tale che in Giappone tracciare un carattere cinese col dito sulla mano per far capire ad un interlocutore di quale omofono si stia parlando è un evento assolutamente normale.

I coreani hanno smesso l’uso di caratteri cinesi (non del tutto), ma ho letto che ne pagano le conseguenze in termini di mancanza di chiarezza.

Nello scrivere, poi, c’è una forte preferenza per le parole composte, appunto di origine cinese e quindi intrinsecamente problematiche a causa delle omofonie.

Scrivere in giapponese è poi un lavoro da certosini che i giapponesi stessi considerano una seccatura, anche con i computer.

Dulcis in fundo, in giapponese non si usano spazi.

Vantaggi

Quando si tratta di tradizioni ci si affeziona un po’ a tutto. Dio ti protegga quindi se osi criticare l’uso di caratteri cinesi, ma io personalmente ci farei la birra. I vantaggi sono una certa brevità del testo, una grande bellezza e decoratività. Poca cosa a paragone dei disagi causati.

Per concludere, qualcosa di divertente. Un linguista cinese ha composto una favola composta esclusivamente dal suono shi pronunciato con toni diversi. Una fantasmagoria di omofoni.

Ed ecco la traduzione per Paolo Lo Re e Francesco Iovine, che sicuramente e giustamente la chiederebbero.

In un covo di pietra, un poeta chiamato Shi Shi,

affetto da dipendenza da leoni, aveva giurato di mangiare dieci leoni.

Andava spesso al mercato a cercare leoni.

Alle dieci, dieci leoni erano appena arrivati al mercato.

In quel momento, Shi era appena arrivato al mercato.

Vide quei dieci leoni e, colla forza delle frecce, fece morire quei dieci leoni.

Shi raccolse i cadaveri dei dieci leoni e andò al covo di pietra.

Il covo di pietra era umido. Lo fece pulire ai suoi servitori.

Pulito che fu il covo di pietra, cercò di mangiare quei dieci leoni.

Mentre mangiava, si rese conto che questi dieci leoni erano in realtà dieci cadaveri di leoni di pietra.

Prova a spiegare questa storia.

Il ruolo dei caratteri cinesi nella storia di quel paese

Questo articolo non sarebbe completo senza la menzione del ruolo esercitato dai caratteri cinesi nella storia di quel paese. La Cina è un’entità molto difficile da definire, particolarmente in lingue europee, che mancano delle categorie necessarie per definirla con esattezza. La Cina è infatti costituita da centinaia di etnie che parlano moltissime lingue.come fanno quindi questi popoli così diversi a riconoscersi come membri di una cultura articolare?

Uno dei pochi modi sensati per definirla è attraverso i caratteri cinesi. Questi ultimi permettono a popolazioni di lingua e posizione geografica molto diverse di condividere una letteratura e una storia scritta e quindi una cultura. Non è quindi esagerato dire che i caratteri cinesi hanno un ruolo fondamentale nel definire. la Cina.

Frizioni storiche fra Tibet e Giappone

Sebbene attualmente non ci siano particolari attriti tra la piccola comunità della diaspora tibetana in Giappone, appena cento individui, e i locali, la domanda si riferisce alla prospettiva storica e qua le cose si fanno un po’ più complesse. Facciamo un passo indietro alla prima metà del secolo scorso, l’Europa è scossa dalle ideologie e dagli estremismi, visioni del mondo inconciliabili tra di loro, una cupa atmosfera che porterà ai due conflitti mondiali, tra esse il nazismo accarezzerà e accoglierà in sé mitologie, esoterismo e idee antiscientifiche o antistoriche pur di assecondare la propria narrazione che vede la razza ariana egemone e di sostenere la sua corsa con qualsiasi mezzo, inclusa la magia nera. Meno note al grande pubblico occidentale pure in Giappone emergono in loco o attecchiscono idee non meno astruse a supporto della propria grandeur militare e di una ricostruzione assolutamente parziale della Storia per sostenere il progetto di “estendere il proprio protettorato su tutta l’Asia”.

Questa premessa perché non solo i nazisti si misero alla ricerca delle proprie fantomatiche origini ariane con spedizioni come quelle della Deutsches Ahnenerbe – Studiengesellschaft für Geistesurgeschichte (Eredità tedesca degli antenati – Società di studi per la preistoria dello spirito) capitanata nientemeno che da Himmler, ma pure membri della 玄洋社/Gen’yōsha (lett. “Società dell’Oceano Nero),l’associazione segreta ultranazionalista giapponese si diressero a Lhasa e dintorni mossi dall’ideologia pan-asiatista e pan-buddhista che lo considerava di cruciale importanza per questo, il Tibet divenne quindi un crocevia di monaci e spie nipponiche a partire da Ekai Kawaguchi, in rappresentanza dei primi, e da Narita Yasuteru per le seconde.

In questo senso il Tibet e i suoi abitanti hanno esercitato una considerevole attrazione per l’intelligentsia di Tokyo e sebbene la stessa bandiera tibetana sia stata disegnata da un giapponese, il monaco Aoki Bunkyō, le ragioni di stato di quegli anni hanno fatto declinare la richiesta avanzata dal Dalai Lama dell’epoca, mi riferisco al quarantennio d’indipendenza de facto del Tibet (1912–1951), al governo nipponico, di supportarli nel mantenimento della stessa e riconoscimento anche de jure in quanto quest’ultimo ha preferito la tutela dei propri rapporti col Regno Unito.

Concludendo, direi che storicamente i giapponesi, almeno le sue elite e le autorità buddhiste, hanno mostrato un rispetto verso i tibetani, di gran lunga superiore a quanto espresso verso i popoli più ad essi vicini.

I segreti della Cina

Un antico proverbio taoista recita “Chi sa non parla, chi parla non sa”, questo vale anche e soprattutto per i segreti di Stato. Durante questi ultimi anni il governo cinese sta alzando una cortina attorno ad informazioni che reputa sensibili e si va da dettagli apparentemente secondari come la messa al bando di Pokemon Go, tra le cui ragioni ci sarebbe il rischio di rivelare basi militari, alla guerra frontale verso la raccolta di informazioni sugli indicatori economici del paese da parte di organismi stranieri fino all’interruzione dei bollettini coi dati sulla disoccupazione giovanile.

La leadership di Xi spinge l’acceleratore sull’opacità ben oltre le normali precauzioni di sicurezza nazionale (di questi giorni il ban all’uso dell’iPhone da parte di funzionari governativi che fa da contraltare a quello americano dell’uso di Tiktok su smartphone dei dirigenti pubblici) e i misteri potranno solo aumentare finché un successore più illuminato alla guida del CCP non deciderà che sia tempo di una glassnost cinese.

Come si potrebbe tradurre “hoesik” (회식) dal coreano?

Lo 회식 è qualcosa di più del mangiare assieme, gli ideogrammi che lo identificano sono quelli di “會/incontrare” e “食/mangiare” ma fa parte integrante della cultura aziendale con cene dopolavoro sottoposte a rigidi protocolli comportamentali e gerarchici che però, e può sembrare paradossale da un punto di vista occidentale, prevedono grande consumo di alcolici (sebbene più di recente i colossi che le organizzano per il loro personale stiano virando verso attività utili al team building ma meno carnascialesche e più culturali, mantengono comunque tassi alcolici notevoli), la presenza è fantozzianamente obbligatoria. Si notano non pochi paralleli con certe cene aziendali dopolavoro nipponiche con dipendenti anziani che cadono nell’inemuri per la stanchezza.

A seconda del contesto lascerei il termine traslitterato o renderei con una parafrasi per non perdere le molte implicazioni che vanno ben oltre la classica cena fuori assieme.

I ponti ad arco di Edo

Devi aggiungere un widget, una riga o un layout precostruito per poter vedere qualcosa qui. 🙂
Katsushika Hokusai, Kameido Tenjin Bridge

Le stampe giapponesi dette ukiyoe nacquero a Edo, la Tokyo di oggi, per cui è più che comprensibile che quasi sempre ritraggano quella città. 

Una città strampalata, priva di traffico su ruote, di animali da soma, con ponti ad arco dovunque ci fosse dell’acqua. Beninteso, la tecnologia fondamentale dei ponti è l’arco anche in Europa, ma questo arco è completamente al di sotto del livello del suolo. In Giappone al contrario i ponti erano di solito costruiti del tutto al di fuori dell’acqua, rendendo necessarie mostruosità come quella che vedete qui sopra.

Questo ponte si trovava a Kameido più o meno nell’area vista nella fotografia. Il suo inizio è praticamente verticale e si vedono persone letteralmente arrampicarsi per passare dall’altra parte. Un simile ponte è impraticabile per un animale o un anziano. è un disastro per i trasporti, quindi, addirittura un ostacolo alla circolazione. Ponti come questo erano sicuramente la ragione per l’uso quasi esclusivo delle braccia umane per far andare avanti la città, con il buddismo come coadiuvante. L’uso degli animali per i trasporto era condannato dai sutra.

Ma a questo punto viene da domandarsi perché usare ponti simili. La risposta può essere una sola. Essi erano fatti di legno per poter resistere a terremoti. Ma l’essere fatti di legno li rendeva inadatti ad essere messi in acqua.

Non vedo altre ragioni che possono spiegare il mistero. È vero che sono molto belli e decorativi. Nella terza tavola, il ponte è in muratura, cosa che dimostra che la tecnologia non era sconosciuta. Era accettabile qui in un giardino, non un posto come Nihonbashi, il cui ponte vedete nell’ultima tavola.

La distanza fra le due rive, il flusso enorme e continuo di traffico, in questo caso occasionalmente anche animale, e l’altezza dei banchi del canale rendono impossibile un ponte del tutto fuori dell’acqua. Il ponte a Nihonbashi infatti è sostenuto da enormi tronchi, che sicuramente dovevano venire sostituiti spesso.

Il pensiero e l’azione nella filosofia giapponese, Parte prima

Perché il termine buddhismo in giapponese finisce in -kyō e quello Shintō in -tō (come Jūdō, Kendō, Kyūdō e Aikidō)?

L’altro giorno ho parlato del mio nuovo amico che è un sacerdote Shinto. Nello spiegarmi perché lo Shintō a suo parere non è una religione, Otomo ha menzionato il fatto che la parola giapponese per buddismo finisce in –kyō (bukkyō, insegnamento di Buddha) e quella Shinto in – (strada). 

Mi sono chiesto allora che differenza fa.

Il suffisso “-do” di Shintō viene usato nelle arti marziali giapponesi, come in Jūdō,” “Kendō,” “Aikidō,” “Karatedō”, ecc., dove significa “via” o “percorso”. )

Ho cercato su Internet e non ho trovato quello che cercavo. Alla fine credo di esserci arrivato da solo. Il –kyō del buddismo indica la presenza di un insegnamento e di un maestro, in altri termini, di una guida. 

La strada cui allude il – di Shintō è un percorso del quale conosci solo il punto di arrivo. Il resto lo devi scoprire da solo.

L’impressionismo e Van Gogh

Gli Ukiyoe sono stati introdotti in Europa in modo piuttosto insolito. Durante il tardo XIX secolo, le stampe Ukiyo-e giapponesi arrivarono in Europa,  principalmente come materiale d’imballaggio per proteggere oggetti come ceramiche e porcellane durante il trasporto. I commercianti e i collezionisti europei iniziarono a notare queste stampe e furono affascinati dal loro stile unico.

Questo insolito modo di arrivare non ha impedito alle stampe di avere  un impatto significativo sull’arte europea, in particolare sul movimento dell’Impressionismo. Artisti come Vincent van Gogh, Claude Monet e Edgar Degas furono influenzati dalla composizione, dai colori e dai soggetti delle stampe Ukiyoe. Questa influenza è visibile in alcune delle loro opere, che mostrano chiare somiglianze con lo stile e la tecnica delle stampe giapponesi.

In effetti, questo fenomeno ha contribuito a dare inizio a un movimento artistico noto in Europa come Japonisme e che ha visto artisti e designer incorporare elementi estetici e temi giapponesi nelle loro opere. La scoperta e l’apprezzamento degli Ukiyoe in Europa hanno quindi giocato un ruolo fondamentale nel collegare l’arte e la cultura dell’Estremo Oriente con quella dell’Occidente.

Ancor oggi si ha l’impressione che queste opere siano popolari più di un’Europa che nel paese che le ha prodotte, che sembra non ancora del tutto convinto oggi si ha l’impressione che queste opere siano popolari più di un’Europa che nel paese che le ha prodotte, che sembra non ancora del tutto convinto della loro qualità, tanto che i più grandi musei della loro qualità, tanto che i più grandi musei del genere sono quasi tutti all’estero.sono quasi tutti all’estero.

Influenza di Hiroshige sull’arte europea

Vincent van Gogh fu profondamente influenzato dagli Ukiyoe giapponesi in diversi aspetti tecnici ed espressivi. Van Gogh fu colpito dall’uso audace e vivace dei colori negli Ukiyoe. I giapponesi utilizzavano colori brillanti e puri, che differivano notevolmente dalla tavolozza più sobria tipica dell’arte europea dell’epoca. Van Gogh iniziò ad adottare palette di colori più brillanti e contrastanti  Gli Ukiyoe spesso usavano contorni netti e linee chiare per definire le forme. Questa tecnica influenzò Van Gogh, che iniziò a incorporare linee audaci e contorni ben definiti nei suoi dipinti, come si può vedere in opere come “La camera da letto.”

Vincent van Gogh, La stanza da letto ad Arles

L’arte Ukiyoe spesso ignorava le regole tradizionali della prospettiva e della composizione europea, presentando invece tagli audaci e punti di vista insoliti. Questo approccio ha ispirato Van Gogh a sperimentare con la composizione nelle sue opere, portando a prospettive più dinamiche e meno convenzionali. Gli Ukiyoe erano noti per la loro semplicità e chiarezza, con un’enfasi sul catturare l’essenza di un soggetto. Van Gogh ammirava questa qualità e cercava di usare una maggiore semplicità e chiarezza espressiva nelle sue opere. Gli Ukiyoe spesso rappresentavano la natura e scene della vita quotidiana. Anche questo loro aspetto influenzò Van Gogh, che era già incline a dipingere paesaggi e scene della vita quotidiana, una tendenza che le opere giapponesi confermarono e rinforzarono. Invece di creare l’illusione di profondità attraverso l’uso di sfumature e chiaroscuro, gli Ukiyoe spesso utilizzavano aree piatte di colore. Van Gogh adottò questo stile, applicando il colore in modi che enfatizzavano la piattezza della superficie del dipinto. Una delle sue opere che illustra bene la profondità dell’influenza subita dal grande pittore olandese è una copia di Acquazzone sul ponte di Ohashi, di Hiroshige. Posso dire che mi piace di più l’originale?

Setsubun

Il termine setsubun [節分], letteralmente “divisione stagionale”, indica il giorno che precede l’inizio della primavera secondo il vecchio calendario lunare giapponese. Durante questa celebrazione, vengono eseguiti rituali per allontanare gli spiriti maligni e accogliere la buona fortuna.

I riti variano da regione a regione, ma uno dei rituali più conosciuto è il mamemaki [豆撒き, “lanciare i fagioli”). Durante questo rituale, le persone lanciano fagioli di soia arrostiti, conosciuti anche come fukumame [福豆, “fagioli della fortuna”], all’interno delle loro case o dei santuari mentre gridano “Oni wa soto! Fuku wa uchi!” [鬼は外!福は内!, “Fuori i demoni! Dentro la fortuna!”]. Un membro della famiglia indosserà una maschera da oni (鬼, “demone o orco”) mentre il resto della famiglia gli lancia contro i fagioli. Successivamente, ogni individuo mangerà il numero di fagioli corrispondente alla propria età.

Che cos’è il setsubun?


Il setsubun [節分] indica la divisione di due stagioni: inverno e primavera. Secondo il calendario luni-solare che un tempo era ufficialmente usato in Giappone, con setsubun ci si riferisce alla fine dell’inverno, che celebra anche l’arrivo della primavera, giorno che in giapponese é conosciuto come risshun [立春].

Fonte: Wikipedia

Considerando i nijūshi-sekki [二十四節気, “i ventiquattro termini solari”] del tradizionale calendario luni-solare giapponese, il giorno del risshun segna l’inizio del nuovo anno, mentre setsubun è simile alla vigilia di Capodanno [大晦日, Ōmisoka]. Poiché le date del vecchio calendario lunare erano prossime e talvolta si sovrapponevano, fino al periodo Edo, entrambe erano considerate come il giorno conclusivo dell’anno.

Può sembrare strano poiché Febbraio fa ancora freddo e generalmente é considerato parte della stagione invernale. Ma in Giappone si dice che passato il risshun, il tempo diventerà più mite.

Tecnicamente al giorno d’oggi, l’inizio della primavera è determinato dall’istante in cui la longitudine eclittica del sole raggiunge i 315 gradi, secondo le osservazioni del Kokuritsu-tenmon-dai [国立天文台,”l’ Osservatorio Astronomico Nazionale”]. Se l’inizio della primavera cambia, anche il giorno del setsubun cambia si conseguenza.


Si crede che, come altre tradizioni giapponesi, anche il setsubun sia stato introdotto dalla Cina durante il Periodo Heian [794-1185] ma, come riportato su documenti storici, solamente durante il Periodo Muromachi [1336-1573] si iniziarono a lanciare fagioli per scacciare i demoni che rappresentano gli spiriti portatori di catastrofi ed eventi tragici.

Il lancio dei fagioli rimane una delle parti più importanti dell’evento ancora oggi. Essendo uno dei gokoku [五穀, “cinque grani”], i mame erano considerati un alimento base essenziale per la sopravvivenza e, si credeva avessero il potere sacro, come il riso, di cacciare gli spiriti maligni.

L’ oni-yarai [鬼やらい] e il setsubun [節分] erano originariamente due rituali diversi.

Si ritiene che il tsuinai [追儺], considerato il precursore dello oni-yarai, sia stato introdotto dalla Cina basandosi sull’usanza conosciuta come daina [大儺]. Come riportato nello Shoku nihongi [続日本紀, opera che raccoglie tutte le decisioni prese dalla corte imperiale nel periodo temporale che va dal 697 d.c. al 701 d.c] il tsuina è stato celebrato in Giappone fin dal periodo Asuka [飛鳥時代, 706 d.C.].

In origine questo evento si svolgeva la notte di capodanno (secondo il calendario lunare) per scacciare le malattie e le epidemie. Originariamente, un sacerdote chiamato hōsōshi (方相氏), vestito da divinità, scacciava gli spiriti maligni invisibili. Ma alla fine del periodo Heian, l’hōsōshi, che fino ad allora aveva cacciato gli spiriti, fu invece raffigurato come un demone e cacciato a sua volta dai cortigiani.

Questo rituale diventò un evento di corte durante il quale i nobili di alto rango, chiamati tenjōbito [殿上人], armati di momo no yumi [桃の弓, archi fatti con legno di ciliegio] e frecce di canna, inseguivano e cacciavano i servitori travestiti da demoni urlando e suonando tamburi.

L’oni-yarai, nelle corti imperiali, è gradualmente caduto in disuso, ma è stato tramandato e adattato dalle varie strutture religiose locali in tutto il paese, diffondendosi anche tra la popolazione comune.

Per quanto riguarda il setsubun si trovano riferimenti a questo rituale all’interno dei diari dei nobili di periodo Heian. Durante il setsubun in quel periodo, si svolgevano delle cerimonie buddiste con l’obiettivo di proteggere dalle catastrofi e ottenere longevità anziché respingere i demoni o il male.

Come detto in precedenza, solamente dal periodo Muromachi in poi si trovano riscontri del lancio di fagioli per scacciare i demoni ma non è stato possibile datare precisamente il momento di inizio di questa tradizione. Le fonti riportano invece che tale usanza non era più solo relegata agli ambienti di corte o dei samurai, ma si diffuse velocemente anche tra la popolazione.

Sebbene tsuinai e setsubun fossero originariamente eventi separati, durante il periodo Edo sono diventati strettamente collegati. Originariamente in Giappone si praticava anche un rituale chiamato sangū [散供], che consisteva nel spargere granaglie per purificare e benedire il terreno. Ancora oggi si può assistere scene a questo genere di rituale, chiamato sanmai [散米], all’interno dei santuari dove viene spesso sparsi il riso come atto purificativo.

Anche il mame-maki, [豆まき], il lancio dei fagioli che vedremo in seguito, ha due significati: scacciare i demoni e donare grazia, tranquillità mangando i fagioli. In passato si credeva che i cereali avessero poteri spirituali e che il luogo seminato fosse purificato e sacro. Questo è il motivo per cui dicendo “Fuku wa uchi“, si lanciano fagioli anche all’interno delle case.


人間の心にある煩悩の象徴

Ningen no kokoro ni aru bonnō noshōchō

Il simbolo dei desideri rinchiusi nel cuore degli esseri umani


La pratica di lanciare i fagioli contro gli oni trova le sue radici nei principi del Buddismo.

Gli oni sono considerati come “il simbolo dei desideri rinchiusi nel cuore degli esseri umani”. Esistono cinque tipi di oni, ognuno rappresentante un tipo di desiderio, identificati dai colori:

Oni rosso: desideri, brama.
Oni blu: odio, risentimento, rabbia, malizia.
Oni verde: scarsa salute, sonnolenza, mancanza di motivazione e pigrizia.
Oni nero: lamentele, comportamenti contraddittori.
Oni giallo (bianco): rimpianti, dipendenza, egoismo, frivolezza.

Fonte: X

In passato, la popolazione attribuiva le calamità naturali e i fenomeni inspiegabili agli oni e, essendo questi più vicini alla vita quotidiana rispetto a quanto lo siano oggi, sembrava che i desideri umani fossero associati agli oni stessi.

Il lancio dei mame contro gli oni, era un modo per scacciare i desideri umani negativi e iniziare il nuovo anno con uno spirito fresco e puro.

In passato, il setsubun veniva spessp celebrato offrendo fagioli di soia arrostiti sull’altare domestico, chiamato kamidana [神棚], la notte prima del risshun. Tuttavia, ai giorni nostri, si è trasformato in un’occasione più gioiosa per le famiglie e le comunità. Durante il setsubun si cacciano gli spiriti maligni e si accoglie la buona sorte sia per sé che per la propria famiglia.

Secondo il folclore giapponese, si crede che gli spiriti maligni siano particolarmente attivi durante i cambi di stagione, pertanto è importante allontanarli prima dell’arrivo della primavera.

豆まき – Mame-maki – Lancio dei fagioli


I daizu [大豆, “fagioli di soia”], non sono solamente molto diffuso in Giappone ma sono anche usati per celebrare rituali e tradizioni centenarie.

Il mamemaki (豆まき), il lancio di fagioli di soia arrostiti, è un rituale che viene esclusivamente eseguito durante il setsubun. La tradizione vuole che si inizi dalla stanza che si trova più lontana dall’ingresso e che porte e finestre siano tenute aperte durante il lancio dei fagioli in modo che gli spiriti maligni possano uscire.

Come scritto in precedenza, per coinvolgere anche i bambini in questa tradizione, si usa anche lanciare fagioli contro un membro della famiglia che per l’occasione si traveste da demone.

鬼は外、福は内!

Oni wa soto! Fuku wa uchi!

Fuori i demoni! dentro la fortuna!

La sfortuna è rappresentata da un volontario vestito da oni (鬼), spesso impersonato dal padre. Gli altri membri della famiglia lanciano fagioli di soia arrostiti contro di lui e lo scacciano fuori casa, al grido di “Oni wa soto! Fuku wa uchi!” (鬼は外、福は内), che significa “Fuori i demoni, dentro la fortuna!”.

Nella tradizione folkloristica giapponese, gli oni sono visti come portatori di malattie, carestie e catastrofi naturali, per questo motivo la gente desidera tenerli lontani dalle proprie abitazioni. Quando i demoni vengono scacciati, si crede che con loro se ne vada anche la sfortuna accumulata durante l’anno, liberando la casa da influenze negative.

Perché si usano i mame?


Il processo di tostatura dei fagioli in giapponese è chiamato “mame wo iru” (豆を炒る). Questo termine ha un significato più profondo, poiché sfrutta le diverse letture dei kanji per indicare anche “sparare negli occhi ai demoni”, con “mame ni iru” (魔目に射る).

La parola “mame” può essere scritta anche con il kanji per “demone” (魔), letto come “ma”, seguito dal kanji per “occhi” (目), letto come “me”. Anche se la forma del verbo “sparare” in giapponese è diversa, ha la stessa pronuncia di “tostare”.

I fagioli di soia sono stati scelti per questo rituale poiché la pianta è considerata di buon auspicio e si ritiene che ospiti la divinità dei cereali. E, come detto in precedenza fatto parte dei gokoku, i cinque grani essenziali per la sopravvivenza.

Il modo corretto per lanciare i mame


Anche se esistono varie tradizioni a livello locale e familiare, di seguito descriverò come lo facciamo nella mia famiglia

Preparare i fuku-mame

Poiché i fuku-mame [福豆], “fagioli della fortuna”, sono considerati portatori di poteri spirituali, nei giorni che precedono il setsubun, li mettiamo come offerta sul kamidana. Normalmente il contenitore con i mame, detto masu [升], andrebbe posto sopra un apposito piedistallo detto sanpō [三方]. Nell’altare di casa mia (vedi foto) mia moglie non lo usa mai. Se non disponete di un altare, mettere la scatola in un luogo elevato va comunque bene.

Se non si comprano in un negozio i mame vanno cotti perché il loro germogliare è considerato presagio di cattiva sorte. La maggior parte dei fagioli in commercio sono tostati, quindi non c’è motivo di preoccuparsi.

夜 – Yoru – La notte

Il mame-maki si svolge la notte perché si crede che questo sia il periodo di maggiore attività dei demoni. La tradizione racconta che i demoni fanno la loro apparizione durante l’ushi-tora no koku [丑寅の刻, “l’ora della bue e della tigre”], ovvero la mezzanotte. Normalmente con la mia famiglia lo facciamo sempre dopo cena. Anche i rituali pubblici presso i santuari ai svolgono prevalentemente durante l’ora di cena per permettere ai bambini si parteciparvi.

Chi lancia i mame

La tradizione vuole che spargere i mame sia un compito del capo famiglia. Tuttavia, poiché è considerato un evento familiare, normalmente si coinvolge tutta la famiglia.

Volendo seguire la traduzione il capofamiglia può essere sostituito o coadiuvato solo dal toshi-otoko [年男] e dalla toshi-onna [年女]. Ovvero un componente della famiglia, uomo o donna, nato in un anno con lo stesso segno zodiacale cinese dell’anno corrente.

Può spargere i mame anche un componente della famiglia che si trova in un’età considerata sfortunata. In giapponese esistono i cosiddetti yakudoshi [厄年, “anni sfavorevoli”], che sono età tradizionalmente ritenute sfortunate.

Le età considerate più sfortunate sono 25, 42 e 61 anni per gli uomini, e 19, 33 e 37 anni per le donne.

Oggigiorno durante il mame-maki, i padri normalmente assumono il ruolo di demoni, mentre moglie e figli gli lanciano contro i fagioli.

Tuttavia, il vero significato del demone del setsubun è quello di rappresentare energie negative invisibili che possono causare malattie o disastri, quindi in realtà il ruolo del demone non è propriamente necessario.

Poiché il rito del mame-maki ha subito cambiamenti nel tempo a cui vanno aggiunte le varianti regionali, non esistono regole assolute, ma ogni famiglia ha suo modo di festeggiare il setsubun.

Da dove si inizia il mame-maki?

Normalmente iniziamo dalla stanza più distante dal genkan [玄関], l’ingresso principale e procedendo verso di questo, apriamo tutte le porte e le finestre di ogni stanza lanciando i fuku-mame, e urlando “fuori i demoni”, “oni ha soto!” [鬼は外].

Dopo aver sparso i mame all’interno della stanza chiudiamo subito le finestre per evitare che i demoni rientrino e poi volgendosi verso la porta diciamo “la fortuna è dentro” “fuku ha chi!” [福は内]. Ripetiamo questo procedimento per tutte le stanze della casa.

Kazoe-doshi e toshi-tori mame: mangiare un numero di fuku-mame pari alla propria età, più uno

Terminato il lancio dei fagioli, si prega per la salute e la protezione dell’anno a venire e si mangia un fagiolo per ogni anno vissuto, detto kazoedoshi [数え年), e poi uno in più per garantire fortuna per l’intero anno, in riferimento alla “fortuna dentro” del detto. Il mangiare in fagiolo in più come auspicio per il nuovo anno é conosciuto in Giappone come toshi-tori mame [年取り豆].

Questa tradizione risalente al periodo Muromachi [室町時代, 1336-1573] si svolge ancora sia nelle case dei giapponesi sia presso santuari e templi di tutto il paese.

恵方巻 – Ehō-maki – Maki della fortuna


Ci sono altre tradizioni, che fanno parte della celebrazione e dell’osservanza del setsubun. Alcune di queste usanze sono locali, come la tradizione del Kansai di mangiare makizushi senza tagliarli noti come ehō-maki (“rotolo della direzione fortunata” 恵方巻) in silenzio, rivolti verso la direzione fortunata dell’anno, determinata dal simbolo dello zodiaco di quell’anno. Nonostante sia una tradizione nata e legata alla città di Ōsaka, si è recentemente diffusa in tutto il paese, in parte grazie alle iniziative di marketing dei supermercati e dei konbini.

Ehō-maki è un tipo unico di maki che viene consumato solamente durante il setsubun. Si presenta relativamente più lungo e grande rispetto ai normali maki che si possono trovare normalmente nei ristoranti. In generale, è considerato auspicabile utilizzare sette ingredienti nella preparazione l’ehō-maki poiché il numero sette è associato alla fortuna e alle sette divinità della fortuna chiamati Shichifukujin (七福神).

Quando si mangia l’ehō-maki, è necessario voltarsi verso la direzione che si ritiene porti fortuna durante l’anno. La direzione per il 2024 é “est-nord-un po’ ad est” [東北東やや東]. È anche importante espirme un desiderio con gli occhi chiusi mentre si mangia l’intero maki in una volta sola senza fermarsi.

Ingredienti e il loro significato

In commercio oggi si trovano ehō-maki per soddisfare tutti i gusti ma secondo la tradizione solo i seguenti sette ingredienti dovrebbe essere usati per preparare questo particolare maki.

Kanpyō: sono lunghe striscie si zucca giapponese essiccate marinate nel dashi e nel mirin (una varietà di sake dolciastro). La forma lunga e sottile del kanpyō, è associata alla longevità [chōju-kigan, 長寿祈願] e alla felicità coniugale [en-musubi, 縁結び].

Shiitake-ni: funghi shiitake cotti. La forma della cappella del fungo che ricorda gli jingasa [陣笠], i copricapo indossato in passato sai soldati, simboleggia la protezione del corpo.

Tamagoyaki [卵焼き] / Datemaki [伊達巻]: il colore dorato del tamagoyaki simboleggia l’aumento della fortuna finanziaria, mentre la forma simile a un rotolo di pergamena del datemaki rappresenta l’aumento della cultura e conoscenza personale.

Unagi: l’ anguilla simboleggia l’ascesa e il successo personale. Questo é ispirato dall’ unagi-nobori [うなぎ登り], ovvero la caratteristica di questi animali di nuotare vigorosamente verso monte, indipendentemente dalla forza della corrente.

Sakura-denbu [桜田麩]: è un condimento di merluzzo stagionato di colore rosa. Sakura (桜) significa ciliegio in fiore, mentre denbu (田麩) si riferisce a scaglie di pesce bianco che vengono bollite, disidratate, condite e colorate di rosa grazie a coloranti alimentari.

Il colore rosa ciliegia simbolico della primavera, rappresenta la felicità e la buona fortuna.

Kyūri: il cetriolo. Dal nome giapponese “kyū no ri wo eru” [九の利を得る, ottenere i nove benefici] si ritiene porti fortuna.

Renkon: i numerosi fori presenti sulla radice del fiore di loto sono considerati simbolo di grande capacità di percepire gli eventi futuri e viene utilizzato per auspicare un futuro luminoso.

Fonte: foodie.co.jp

柊鰯 – Hiiragi-iwashi


Un’altra insolita usanza è appendere piccoli ornamenti fatti con teste di sardine e foglie di agrifoglio detti hiiragi- iwashi [柊鰯] sull’ingresso della propria casa per scacciare gli spiriti maligni.

Questa tradizione si pensa sia iniziata durante il periodo Heian.

L’agrifoglio [hiiragi] è considerato in grado di respingere gli spiriti maligni e spesso viene piantato sul limitare dei giardini delle case giapponesi. Si dice che le sue foglie spinose pungano gli occhi dei demoni.

Per quanto riguarda le sardine [iwashi], si dice che il loro odore quando vengono arrostite allontani i demoni, oppure che li attiri per poi essere pungolati con l’agrifoglio. Nella parte occidnetale del Giappone, sono chiamate anche yaikagashi [焼嗅がし,letteralmente “odore di bruciato”].

落花生 – Rakkasei – Le arachidi


Un mio collega mi ha raccontato che nel Kyūshū, dove vivo, più precisamente nelle prefetture di Miyazaki e Kagoshima c’è l’usanza di usare le arachidi al posto dei mame.

Controllando on-line ho scoperto che, secondo l’Associazione Nazionale delle Arachidi, questa pratica si diffuse intorno agli anni ’30 e ’40 del periodo Showa [昭和時代, 1926-1989]. Le ragioni sembrano essere legate alla praticità di raccoglierle e mangiarle in modo igienico (vista la presenza della buccia) oltre alla loro facilità di raccolta e alla loro grandezza.

おかめ – Okame


Quando si comprano i mame presso i negozi sono spesso accompagnati da un set di maschere. Una raffigurante un oni un altra raffigurante il volto di una donna, conosciuta con il nome di Okame.

Okame è una maschera tradizionale giapponese caratterizzata da un viso tondo, un naso basso e arrotondato, e guance piene e prominenti.

Okame [お亀/阿亀], che in giapponese significa “tartaruga”, animale simbolo di longevità questa maschera, é conosciuta anche con il nome, otafuku [お多福/阿多福] che letteralmente significa “molta buona fortuna”.

Si ritiene che l’origine di questa maschera sia Ame no uzume no mikoto [天宇受売命], la divinità shintoista dell’alba, maestra di festeggiamenti, umorismo e della danza. Rappresenta un kami estremamente positivo e fu la sua ingegnosità che riportò Amaterasu, la dea del sole, nel mondo, salvando la terra dalla notte eterna. Una divinità popolare riconosciuta come protrettice delle arti performative.

Okame e i demoni

La relazione tra Okame e i demoni ha origine nelle storie del teatro tradizionale giapponese kyōgen [狂言]. Mentre la gente cerca di respingere i demoni con fagioli durante setsubun, i demoni diventano incontrollabili. A questo punto entra in scena l’Okame, che con sorriso e gentilezza convince i demoni a pentirsi. Questo dimostra quanto sia importante la presenza dell’Okame durante setsubun.

Il Giappone è patria di molte tradizioni tramandate nei secoli che riflettono l’ottimismo di questo Paese riguardo alle celebrazioni del nuovo anno, le sue opportunità e le sue sfide.