Autore: Christian Savini

  • Frammenti d’anima

    Frammenti d’anima

    11 Novembre 1939

    Caro Diario,

    Oggi è stata una giornata che mi ha riportato indietro nel tempo, in un modo inaspettato. Ho preso la mia fidata macchina fotografica e mi sono recato nella zona di Higasi-sonogi, poco distante da Sasebo, per incontrare un fornitore di fiducia che potesse produrre alcuni pezzi sostitutivi che le crescenti necessità belliche rendevano di difficile reperibilità attraverso i canali consueti. L’aria era fresca e il cielo terso, come solo il Giappone di questo periodo dell’anno sa essere, perfetto per scattare qualche foto lungo il tragitto, testimonianza di un paesaggio rurale che sembrava resistere immobile al turbinio dei tempi. 

    Una volta arrivato, ho discusso le mie esigenze con Maizuchi-san, il titolare dell’officina. Un uomo affidabile, con le mani segnate dal lavoro e gli occhi acuti di chi conosce il metallo e le sue forme. Dopo aver definito i dettagli, e aver notato la scarsità di certi materiali, un segno evidente delle restrizioni del conflitto in corso, ho chiesto il permesso di scattare qualche foto dell’officina, di quell’ambiente così autentico. Mentre mi muovevo tra gli attrezzi e i macchinari – alcuni dei quali sembrano risalire all’epoca Meiji, testimoni silenziosi di decenni di trasformazioni – cercando l’angolazione giusta, ho notato un omino, forse sulla sessantina, concentrato al tornio. Era l’immagine perfetta della dedizione artigianale. 

    Ho alzato la macchina fotografica, puntata su di lui, pronto a catturare l’istante. Ma proprio mentre stavo per scattare, un urlo improvviso ha lacerato l’aria. L’omino è balzato indietro, il contratto da una paura genuina, quasi ancestrale, e ha gridato: “Non fotografarmi! La fotografia mi ruberà una parte dell’anima!

    Sono rimasto pietrificato. Era un ricordo d’infanzia che riaffiorava, quella vecchia credenza popolare che si diceva fosse in voga ai tempi del Bakumatsu, o forse anche prima, quando le prime tecniche fotografiche giunsero in Giappone, portate dagli stranieri, circondate da un’aura quasi magica e inquietante. “Se ti fanno una foto, ti rubano una parte della tua anima”, “tamashii o nukerareru”, dicevano. L’avevo sentita per la prima volta dalla mia maestra, che l’aveva liquidata in fretta come una superstizione ingenua e di un’epoca passata, spiegandoci come il disagio venisse dalla lunga immobilità richiesta dalla prima tecnologia importata nel paese, e forse anche dalla novita sconvolgente di vedersi ritratti con una precisione che nessuna pittura tradizionale aveva mai offerto. 

    Credevo, nella mia ingenuità, che con la diffusione delle macchine fotografiche avvenuta durante il tardo periodo Taishō e l’inizio di questo Shōwa e con la sempre più diffusa presenza di fotografi ambulanti e l’apertura di molte case di ritratto nelle grande città, che una simile credenza fosse ormai svanita, relegata nei racconti dei nonni. Eppure, lì, in quella piccola officina, in un angolo nascosto di questa penisola, era vivida e terrificante per quell’uomo, che forse aveva vissuto la sua giovinezza in un’epoca in cui il Giappone si apriva al mondo esterno con un misto di fascinazione e timore. 

    È una peculiarità cosi…giapponese. Questo paese in piena corsa per la modernizzazione – iniziata con lo slogan fukoku kyōhei – “paese ricco, esercito forte” – dell’era Meiji e ora tragicamente orientata allo sforzo bellico – che costruisce ferrovie e fabbriche imponenti, che vara navi da guerra poderose e si lancia in conflitti di scala epocale come quello in corso sul continente asiatico, e poi ci sono ancora queste sacche di resistenza, queste profonde, quasi viscerali, incapacità o desideri che dir si volgia, di non cedere il passo, o almeno non completamente, alla modernità. Sembra quasi che una parte di loro si aggrappi disperatamente a ciò che era, a un mondo di certezze più modeste ma forse più umane, per paura di ciò che il progresso, con la sua logica ferrea e talvolta disumanizzante, potrebbe rubare loro. Non un’anima in una foto, ma qualcosa di più profondo, forse l’anima stessa del Giappone, quella che affonda le radici nello shintoismo, nell’animismo e nel rispetto del particolare.  

    Sono rientrato a casa che era già buio, sfiancato dal viaggio. I trasporti nelle campagne giapponesi, nonostante i proclami di efficienza nazionale, sono ancora un odissea, ho dovuto camminare parecchio sotto il sole tagliente ma pur sempre gelido di novembre. Una volta a casa, ho sviluppato la pellicola, con quella strana sensazione di aver compiuto quasi un furto. E lì, tra i negativi, c’era la foto di quell’uomo. Sono riuscito a strappargli quello scatto fugace prima che mi assalisse, terrorizzato dalla macchina fotografica. Ho guardato il suo volto rugoso, segnato dalle fatiche di una vita intera, e ho notato una semplicità disarmante, una dignità che non aveva bisogno di sovrastrutture. Una semplicità che, forse, questo paese, con i suoi discorsi sulla “Grande Asia Orientale” e il sacrificio per l’Imperatore, sta perdendo. 

    In questa rincorsa forsennata al progresso, in questo cammino verso il futuro che, a volte, mi sembra cupo e incerto, soprattutto con le notizie che giungono dal fronte e le crescenti privazioni, mi chiedo cosa stiamo sacrificando veramente. Forse l’anima del Giappone, in effetti, non viene rubata da uno scatto di macchina fotografica, ma da qualcos’altro che noi stessi, collettivamente, stiamo scegliendo, o ci stanno facendo scegliere. 


    Contesto storico

    In questa pagina di diario, pur essendo anch’essa incastonata in un preciso momento storico – il Giappone del 1939 sull’orlo di un conflitto epocale – ho cercato di trascendere la cronaca degli eventi per toccare una corda ben più profonda e universale: la frattura insanabile tra modernità e tradizione. Ho scelto di non soffermarmi per un momento sulla geopolitica, ma di utilizzare un episodio apparentemente semplice come metafora per svelare una dicotomia che lacerava l’anima del paese in quel determinato momento storico.  

    Ho cercato di enfatizzare questa coesistenza stridente. Da un lato, c’è il Giappone proiettato verso il futuro: il protagonista con la sua macchina fotografica, simbolo di progresso tecnico e di un nuovo modo di vedere il mondo; la necessità dei pezzi meccanici per sostenere lo sforzo bellico; la menzione delle ferrovie, delle fabbriche e delle grandi navi da guerra. È il Giappone della logica, dell’acciaio, dell’efficienza nazionale e dell’ambizione imperiale incarnata nello slogan “fukoku kyōhei “.

    Dall’altro emerge un Giappone quasi ancestrale, quasi immutabile. l’urlo di terrore dell’anziano operaio non è un semplice capriccio, ma l’eco di una credenza antica, una paura quasi viscerale che la tecnologia possa “rubare l’anima”. Quest’uomo, segnato dal lavoro e la sua fede radicata in un mondo ancora animista, rappresenta le sacche di resistenza di un Giappone che si aggrappa alla propria essenza spirituale di fronte all’avanzata omologante del progresso. 

    Inizialmente avevo pensato di ambientare questa pagina di diario lungo una strada della città, ma poi ho pensato che il palcoscenico perfetto per questo “dramma” interiore poteva essere meglio rappresentato da un’officina. I macchinari moderni convivono con attrezzi dell’era Meiji, il rumore del tornio di fonde con il silenzio e la calma del paesaggio rurale. È qui che il protagonista comprende come la vera minaccia all’anima del Giappone non proviene dall’obiettivo di una macchina fotografica, ma da una forza ben più grande e impersonale: la marcia inesorabile di una modernizzazione che, inseguendo la potenza, rischia di smarrire la propria umanità e il rispetto per l’individuo. 

    In questo senso, il “frammento d’anima” del titolo non è solo quello che l’aziano lavoratore teme di perdere, ma anche l’anima stessa del Giappone, colta nel momento della sua frammentazione. Il protagonista rimane con un dubbio inquietante: forse la vera anima non viene rubata, ma sacrificata sull’altare di un futuro che, come si intuisce, si preannuncia cupo e incerto. 

  • Lo Specchio Incrinato

    Lo Specchio Incrinato

    26 settembre 1939

    Caro Diario,

    L’estate si è arresa, anche se qui nel sud del Giappone, a Sasebo, l’aria è ancora densa, intrisa di quel calore umido che ti si appiccica addosso e non ti abbandona nemmeno nel cuore della notte. È un’afa tenace, quasi un sudario. Sembra quasi che il tempo stesso si rifiuti di andare avanti, immobile in questa calura soffocante, proprio come questa nazione. 

    I sussurri della disfatta di Nomonhan, o Khalkhin Gol, come la chiamano i russi, sono giunti fin quaggiù con la forza di un tifone silente. Sono arrivati non dai giornali, ma sulle labbra dei marinai e dei mercanti di ritorno dal continente. L’ufficialità ha preferito il silenzio, una cortina di fumo spesso come le nubi di polvere sollevate dai carri armati sovietici. Il cessate il fuoco è stato firmato solo undici giorni fa, ma il sapore amaro della sconfitta è già ovunque. Una sconfitta che brucia, un monito terribile sulla potenza dell’Armata Rossa e sulla fallacia delle nostre strategie basate sul seishin shugi, l’ardore dello spirito, contro l’acciaio freddo e impersonale. Si parla di nuove tattiche nemiche, di accerchiamenti rapidi, di carri armati BT-7 contro cui i nostri fanti, coraggiosi fino all’estremo sacrificio, poco hanno potuto. Ma tutto viene sussurrato, mai ammesso apertamente. È strano come una sconfitta così cocente, un colpo così duro all’orgoglio della nostra invincibile Kantōgun, possa svanire nell’oblio delle notizie ufficiali, come se la verità fosse un lusso che non possiamo permetterci, o peggio, un tradimento. 

    E la Cina? Un gorgo che inghiottisce uomini e risorse. Lo chiamano ancora, shina-jihen, l’incidente cinese”, come se fosse una scaramuccia passeggera, ma la nostra “guerra santa” non conosce fine, ora entrata nel suo terzo anno. Ogni giorno il bollettino radiofonico magnifica nuove avanzate. Proprio in questi giorni si parla di grandi successi nella battaglia di Changsha. La propaganda celebra la creazione di governi fantoccio come quello di Wang Jingwei che dovrebbe, sulla carta, pacificare il paese. Ma le lettere che arrivano dal fronte, quelle poche che sfuggono alla censura del kenpeitai, raccontano un’altra storia. Una storia di fango, fame, malattie e di un nemico che, pur frammentato, non si arrende mai. I ragazzi partono pieni di ardore e le loro ceneri tornano in piccole scatole di legno bianco. Una ferita aperta che continua a prosciugare le nostre forze, le nostre risorse, mentre il sogno di una “sfera di coprosperità della grande Asia Orientale” sembra sempre più un lontano miraggio. Ogni giorno porta nuove operazioni, nuove conquiste territoriali, ma a quale costo umano ed economico? La guerra non finisce mai, si trascina, logorante, senza un barlume di speranza concreta.

    Anche la politica interna è un balletto incessante di cambi di guardia. Il barone Hiranuma è caduto,travolto dallo smacco del patto tedesco-sovietico – un fulmine a ciel sereno che ha fatto tremare le fondamenta della nostra alleanza anti-Comintern, un tradimento da parte dei nostri supposti alleati europei – e dalla polvere amara di Nomonhan. Ora c’è Abe Nobuyuki, un altro generale chiamato a rimettere ordine nel caos, a cercare una via d’uscita dal pantano cinese e a ridefinire la nostra posizione in un mondo sull’orlo del baratro. Sembra che nessuno riesca a mantenere la rotta per molto, in un paese che naviga a vista tra le tempeste di una crisi internazionale sempre più minacciosa. E l’economia, povera spina dorsale di una nazione in armi, geme sotto il peso della legge sulla mobilitazione generale dello Stato. Razionamenti, requisizioni e prezzi controllati. Vedo pian piano scomparire dagli scaffali le cose più semplici.

    E mentre noi ci dibattiamo in questo pantano, dall’Europa giungono notizie ancora più cupe. La Germania ha invaso la Polonia all’inizio del mese, e ora Francia e Inghilterra sono in guerra. Un altro incendio che divampa, lontano per ora, ma il cui fumo sembra già voler raggiungere le nostre coste. Il governo Abe ha dichiarato la nostra non ingerenza in questo conflitto europeo, ma in questo mondo interconnesso, quanto può durare un simile isolamento, specialmente dopo il tradimento tedesco che ha lasciato così esposti e confusi?

    Stasera, sulla via del ritorno a casa, ho notato una folla agitata, curiosa, radunata davanti a un locale. Ho pensato al solito comizio di qualche politico minore, o magari a qualche attore di passaggio. Ma poi l’ho vista. Una donna, giovane, forse una futura sposa di guerra o un’infermiera volontaria in partenza per il continente, accompagnata da alcune signore dell’Aikoku Fujinkai. Le stesse che avevo incontrato qualche tempo fa, vestite con i loro kappōgi, i classici grembiuli bianchi, la loro instancabile energia e i loro sorrisi determinati. Le sue compagnie la salutavano con una frase che in quel momento particolare mi ha colpito come una pietra: aikoku no kagami. Lo specchio della patria, della nazione.

    Un’espressione così potente, così evocativa, che riecheggia gli slogan della mobilitazione spirituale nazionale. Mi ha fatto riflettere su quanto fosse simile ad “ai no kagami”, lo specchio dell’amore, un modo di dire che si sente spesso nelle canzoni popolari o nei drammi del kabuki. Lo specchio della patria, lo specchio dell’amore. Ho pensato come una singola parola, possa deviare un significato, caricarlo di un peso così diverso eppure così familiare. Patria al posto di amore. Il sacrificio del sé non più per un altro individuo, ma per l’entità astratta e divoratrice della nazione. Quanto potere poteva avere quella frase sulla gente? Quanta fede, o forse quanta disperazione, potevano celarsi dietro un immagine cosi forte, cosi assoluta, imposta come modello?

    Mentre ero immerso in questi pensieri, una scossa mi ha riportato alla realtà. “Ryōta!Akajō-san, la più anziana e autoritaria del gruppo delle Aikoku Fujinkai, con la sua solita energia marziale, ha urlato il mio nome, strappandomi alla mia bolla. L’ho guardata, poi ha indicato la donna. “Ryōta, ti presento…” L’ho vista meglio. Sarà stata della mia età, forse poco più grande. Ma c’era qualcosa in lei che non quadrava con il fervore di Akajō-san e delle altre. I suoi occhi non bruciavano dello stesso fuoco patriottico. Non sprigionava quell’entusiasmo cieco, quella fede incrollabile che vedevo intorno a me, quasi palpabile nell’aria. Era diversa. Il suo sorriso era una linea sottile e tirata, il suo sguardo era perso oltre la folla, come un lago calmo sotto un cielo carico di tempesta. Volevo parlare, chiederle cosa significasse per lei essere uno “specchio”, se si sentisse levigata o se temesse di andare in frantumi. Ma non ho avuto il tempo. È stata trascinata via, inghiottita dalla folla adorante, dal suo destino di riflesso perfetto.

    Ho continuato la mia strada verso casa, gli ultimi bagliori del sole che si perdeva in lontananza tra le Kujūkushima, le novantanove isole, sagome scure e frammentate contro un cielo che virava al viola. Ho ripensato a lei, a quello sguardo assente, quasi prigioniero, e a tutto il resto. A questa nazione che sembra correre verso un futuro incerto, tra segreti taciuti e verità distorte, tra l’esaltazione del sacrificio e il peso di una guerra che non vuole finire. 

    E mi sono chiesto, ancora una volta, chi siamo davvero, noi, lo specchio di tutto questo. Siamo la superficie lucida che riflette una gloria imposta, o le crepe invisibili che ne rivelano la fragilità? Forse e proprio in quelle crepe che si nasconde la verità.

    Contesto storico

    Attraverso le parole scritte da Ryōta nel suo diario ho cercato di aprire una finestra su un momento cruciale e carico di tensione per il Giappone. Per comprendere appieno le ansie e le osservazioni del protagonista è utile analizzare il contesto storico in cui muove. Il paese non è ancora entrato nella Seconda Guerra Mondiale (l’attacco a Pearl Harbour avverrà solo due anni dopo), ma è già profondamente segnato da un decennio di militarismo crescente e da un conflitto lacerante. 

    I due fronti

    1. L’incidente di Nomonhan (Khalkhin Gol): una guerra non dichiarata con l’Unione Sovietica, combattuta fino a settembre 1939. Fu una sconfitta devastante per l’esercito giapponese, la cui dottrina basata sullo spirito (seishin shugi) si scontrò con la superiorità dei carri armati sovietici. La disfatta, tenuta segreta, fu cruciale: spinse il Giappone a rinunciare all’espansione in Siberia per guardare invece verso il sud-est asiatico, ponendo le basi per la futura guerra del Pacifico.
    2. L’incidente cinese (shina-jihen): termine che i giapponesi hanno sempre volutamente usato per chiamare la guerra contro la Cina, che è nota in Occidente come la Seconda Guerra sino-giapponese (1937-1945). L’uso del termine “incidente” al posto di “guerra” era un strategia del governo e dell’esercito per minimizzare la portata del conflitto e la loro aggressione. Iniziata nel 1937, era in tutti gli effetti un conflitto su vasta scala che la propaganda chiamava eufemisticamente “incidente” per nasconderne i costi esorbitanti. In realtà, era diventato un “pantano” che prosciugava le risorse del Giappone senza una vittoria in vista. Nonostante i successi ufficiali, la resistenza cinese continuava, e la spietata censura della polizia militare (kenpeitai) nascondeva la dura realtà del fronte.

    Crisi politica ed economica interna 

    La situazione internazionale aveva un impatto diretto sulla politica interna del Giappone:

    1. Il patto Molotov-Ribbentrop, ovvero l’accordi di non aggressione tra la Germania nazista e l’Unione Sovietica dell’agosto del 1939 fu uno shock diplomatico senza precendenti per il Giappone, lagato alla Germania dal Patto Anti-Comintern, un’allenaza ideologica contro il comunismo sovietico. Il patto fu visto come un tradimento che isolò il Giappone e provocò la caduta del governo di Hiranuma Kiichirō. Il nuovo primo ministro Abe, aveva il difficile compito di ricalibrare la politica estera in un mondo stravolto, dichiarando la “non ingerenza” nel conflitto europeo appena scoppiato.
    2. Legge sulla mobilitazione generale, la “kokka sōdō inhō” (国家総動員法), promulgata nel 1938 poneva l’economia e società giapponese al servizio dello sforzo bellico. Concretamente, significava razionamento, controllo dei prezzi, requisizioni di materiali e la soppressione di ogni forma di “lusso”. La vita quotidiana dei cittadini era sempre più dura e controllata dallo stato.

    La mobilitazione dello spirito

    La guerra non si combatteva solo con le armi, ma anche con la propaganda. Il movimento di mobilitazione spirituale nazionale, “kokumin seishin sōdōin undō” (国民精神総動員運動) mirava a unire il popolo in uno sforzo unanime, promuovendo il patriottismo, l’obbedienza e il sacrificio. L’espressione “aikoku no kagami” (愛国の鑑) usata all’interno del diario è, secondo me, un esempio perfetto della retorica di quel periodo. Designava una persona che si era distinta in qualche modo o in qualche suo comportamento (spesso una donna) come modello ideale di virtù patriottica. Come nota Ryōta, il linguaggio dell’amore e della devozione personale, “ai no kagami” (愛の鑑), lo “specchio dell’amore” veniva deviato e riproposto in chiave nazionalista. L’individuo cessava di esistere per se stesso per diventare un mero riflesso della gloria e del sacrificio richiesto dalla nazione.  Lo sguardo “assente” della donna suggerisce la tensione tra l’ideale imposto e la realtà di un individuo schiacciato da un ruolo non scelto. 

    Ho cercato di catturare ancora una volta l’essenza del Giappone del 1939: una nazione militarista intrappolata in una guerra che non puo vincere, tradita dal suo principale alleato europeo, segretamente umiliata sul campo di battaglia dai sovietici e sempre più totalitaria al suo interno, dove la propaganda cerca di mascherare una realtà fatta di dubbi, sacrifici e crescente incertezza. È il ritratto di un paese sull’orlo del precipizio.

  • Sasebo: febbre d’acciaio

    Sasebo: febbre d’acciaio

    20 Luglio, 1939

    Caro Diario,

    Sono trascorsi un paio di mesi, volati via come il fumo di un braciere, da quella serata e da quello shōchū condiviso con Minomori-san. Recentemente, ho ricevuto una sua breve missiva, la calligrafia elegante e precisa come sempre. Mi annunciava la sua promozione a capo ingegnere e il conseguente trasferimento alla ben più grande base navale di Yokosuka. Sono sinceramente felice per questo meritato riconoscimento, sebbene una punta di rammarico per la sua assenza qui a Sasebo si faccia sentire. La sua acuta perspicacia e il suo amato umorismo mi mancano, specialmente in questo ambiente che, pur professionalmente stimolante, è ogni giorno più intriso di una crescente, quasi palpabile, tensione. Anche le sue poche righe da Yokosuka, pur formali, lasciavano trasparire una certa gravità, un accenno alla “ferrea determinazione” che pervade la capitale, che mi ha lasciato più pensieroso che rincuorato.

    Qui a Sasebo, l’aria stessa sembra vibrare di un’attività febbrile. Da quando sono giunto in questa sezione, la mia posizione di supervisore – un ruolo peculiare, affidatomi, credo, oltre alle mie conoscenze tecniche, per la mia conoscenza del paese, della lingua e della sua complessa cultura – mi ha concesso un punto di osservazione privilegiato sugli ingranaggi di questa vasta e oliata macchina bellica. Il mio compito, come sai, è supervisionare alcuni aspetti tecnici legati al varo delle nuove unità per la Marina Imperiale, un’attività che subito un’accelerazione impressionante proprio in queste ultime settimane. Si vocifera di standard produttivi quasi raddoppiati, di scadenze anticipate. 

    Ogni giorno, il porto brulica. È un viavai di navi che entrano ed escono dalla baia: incrociatori leggeri dal profilo affilato, cacciatorpedinieri agili e veloci, scuri sottomarini appena usciti dai cantieri o rientrati da missioni di pattugliamento i cui dettagli rimangono, ovviamente, non detti. Attraccano per manutenzioni lampo o per essere equipaggiati con le ultime tecnologie. Le banchine sono un formicaio instancabile di operai, di marinai dai volti abbronzati, di tecnici chini su progetti e motori. Si lavora a ritmi che definirei disumani, e le luci degli arsenali rimangono accese, quasi a sfidare l’oscurità, fino a tarda notte. Non è solo la costruzione, è l’intero apparato che si muove all’unisono. L’addestramento delle nuove reclute è incessante; vedo questi giovani, alcuni appena adolescenti, muoversi con una determinazione quasi fanatica, gli occhi che brillano di un fuoco strano sotto lo sguardo inflessibile degli ufficiali. L’espansione della flotta non è più un progetto, è una realtà tangibile, il segno inequivocabile di una nazione che si sta armando fino ai denti. Ma per quale scopo ultimo? Contro chi, precisamente?

    Dai notiziari radiofonici, che ascolto con un misto di curiosità professionale e crescente scetticismo, continuano a giungere dispacci frammentari e trionfalistici sulla “Battaglia di Nomonhan” al confine con la Mongolia. Le voci si rincorrono, spesso palesemente contraddittorie, filtrate dalla censura. Si esaltano atti di eroismo individuale, si magnificano presunte avanzate del kantōgun verso le zone della Siberia e dell’Unione Sovietica. Ma non posso fare a meno di chiedermi quanto di vero vi sia in questi resoconti ufficiali, e quanto invece sia frutto della macchina della propaganda, oliata per alimentare uno spirito bellico ed espansionistico che sembra ormai insaziabile. Paradossalmente, quest’ombra del conflitto con i sovietici ad est, un impegno che sospetto sia ben più oneroso di quanto si ammetta, sembra quasi acuire, per una sorta di rivalità interna tra Esercito e Marina, la spinta verso sud. Sento gli ufficiali della Marina, nei rari momenti di convivialità, parlare sempre più apertamente di “risorse vitali” nel sud-est asiatico, di quello che in giapponese viene definito come kyōeiken (共栄圏), ovvero uno “spazio di prosperità” che il Giappone avrebbe il diritto, anzi, il “sacro dovere” di creare e guidare, liberando l’Asia del giogo occidentale. 

    Questo 1939, caro Diario, si sta rivelando un anno di svolta, lo sento fin nelle ossa. C’è un energia quasi primordiale, inarrestabile, che pervade questo paese; una forza collettiva che, devo ammetterlo, in parte mi affascina per la sua dedizione, ma che al contempo mi atterrisce per la sua cecità. La determinazione è senza dubbio ammirevole, la capacità di sacrificio quasi commovente, ma temo che questa ossessiva smania di crescita, questa retorica nazionalista che demonizza ogni ostacolo esterno e interno, stia conducendo il Giappone su un sentiero da cui vi sara rirtorno indolore. Ogni nuova nave da guerra che scivole superba sulla acque della baia di Sasebo, ogni collaudo di nuovi armamenti, ogni giovane volto di recluta che sfila, non fa che alimentare la mia profonda, lancinante preoccupazione per il futuro di questa nazione che, con tutti i suoi contrasti, ho imparato a conoscere e, a modo mio, amare. L’anima del Giappone, in questi giorni d’estate, mi appare più inquieta e febbricitante che mai, sull’orlo di un abisso che ancora si ostina a non vedere.

    Contesto storico

    Questa pagina di diario del 20 Luglio 1939, intitolata “Sasebo: febbre d’acciaio”, si inserisce in un momento cruciale per l’Impero Giapponese, un periodo di crescente militarizzazione e di ambizioni espansionistiche che avrebbero presto trascinato la nazione nel vortice della Seconda Guerra Mondiale. La Base Navale di Sasebo, dove l’autore del diario si trova (e dove io vivo e lavoro oggi), era uno dei cardini di questa imponente macchina bellica, e la sua importanza strategica non può essere sottovalutata. 

    Genesi e ascesa di Sasebo

    La scelta di Sasebo come sede di un importante, chinjufu (鎮守府), “distretto navale” alla fine del XIX secolo non fu casuale. Le sue particolarità geografiche la rendevano ideale: 

    1. Porto naturale protetto: la baia di Sasebo è profonda, ampia e ben riparata dalle intemperie e da possibili attacchi, grazie alla sue molte insenature e isole circostanti.
    2. Posizione strategica: situata sulla costa nord-occidentale del Kyūshū, Sasebo offriva un accesso privilegiato al Mar Cinese Orientale, ponendosi in una posizione ideale per le operazioni verso la Corea, la Cina, e più in generale, il continente asiatico. Questa sua vicinanza era fondamentale per le ambizioni espansionistiche del Giappone. 
    3. Risorse e sviluppo: la vicinanza a bacini carboniferi (come quello di Miike), essenziali per la navi a vapore dell’epoca, e la determinazione del governo Meiji a modernizzare il paese, portarono a rapidi investimenti industriali.

    Fina dalla sua designazione ufficiale come distretto navale nel 1889 e l’apertura dell’arsenale nel 1903, Sasebo divenne un fulcro per la Marina Imperiale Giapponese. Svolse un ruolo chiave durante la Guerra Russo-Giapponese (1904-1905), fungendo da base di partenza e riparazione per la flotta dell’Ammiraglio Tōgō (lo stesso che aveva scoperto e scelto Sasebo).

    Gli anni ‘30: verso la guerra totale

    Il periodo che ho cercato di descrivere nel diario, 1939, vede un’accelerazione esponenziale delle attività. Il Giappone era impegnato dal 1937 nella Seconda Guerra Sino-Giapponese, un conflitto logorante che continuava a prosciugare risorse. La “febbre d’acciaio” e una metafora che ho usato:

    Costruzione e riparazione navale

    L’arsenale navale di Sasebo era uno dei principali centri per la costruzione di nuove unità navali (cacciatorpedinieri, incrociatori leggeri, sottomarini) e per la riparazione e modernizzazione di quelle esistenti. La Marina Imperiale stava vivendo una fase di massiccia espansione, in parte svincolata dai trattati navali internazionali che il Giappone decise di abbandonare (come il Trattato Navale di Washington e i successivi accordi di Londra). La necessità di una flotta potente per sostenere l’espansione nel Pacifico e nel Sud-Est Asiatico era considerata vitale. 

    Base operativa e logistica

    Sasebo era un’importante base di smistamento per truppe e materiali da e verso il continente. Le sue banchine e i suoi cantieri lavoravano a ritmi forsennati per mantenere la flotta efficiente e pronta al combattimento. L’addestramento incessante delle reclute rifletteva la militarizzazione della società e la preparazione a un conflitto su vasta scala. 

    Tensioni geopolitiche

    Il riferimento alla “Battaglia di Khalkhin Gol” (o incidente di Nomonhan), un duro scontro di confine non dichiarato con l’Unione Sovietica che si stava combattendo proprio nell’estate nel 1939, e significativo. Sebbene principalmente uno scontro terrestre, esso influenzava la strategia bellica generale. La sconfitta giapponese a Khalkhin avrebbe, paradossalmente, rafforzato le argomentazioni della Marina (in special modo la fazione sostenitrice del nanshin-ron – 南進論, ovvero la “dottrina dell’espansione a Sud”) che premeva per concentrare le risorse sulla conquista delle ricche colonie del Sud-Est Asiatico (Indocina Francese, Indie Orientali Olandesi, Malesia Britannica) per assicurarsi materie prime vitali come petrolio, gomma e minerali. Questo contrastava con la fazione dell’Esercito del hokushin-ron (北進論), la “dottrina dell’espansione a nord” focalizzata sull’espansione in Manciuria e la Siberia. 

    Sfera di co-prosperita della Grande Asia Orientale

    L’accenno che ho fatto al kyōeiken (共栄圏), per esteso “Dai Tōa Kyōeiken” (大東亜共栄圏),  è centrale. Questa era la dottrina tramite la quale il Giappone giustificava le sue mire espansionistiche, presentandosi come il liberatore dell’Asia dal colonialismo occidentale, con l’obiettivo, almeno dichiarato, di creare un blocco di nazioni asiatiche autosufficienti sotto la guida giapponese.

    In questo contesto, Sasebo non era solo un citta cantiere o una base navale, ma il cuore pulsante delle ambizioni navali dell’Impero. La frenetica attivita, l’aumento della produzione, la tensione palpabile e la retorica nazionalista descritta nel diario sono il riflesso diretto della posizione fondamentale di Sasebo nello scacchiere militare giapponese, mentre la nazione di preparava a una guerra che avrebbe ridefinito il suo destino e quello del mondo intero. La “febbre d’acciaio” era la manifestazione fisica della volontà del Giappone di diventare la potenza egemone in Asia, e Sasebo era una delle fucine dove venivano forgiati gli strumenti di tale ambizione.

  • Un bicchiere di shōchū e l’anima inquieta del Giappone

    Un bicchiere di shōchū e l’anima inquieta del Giappone

    15 Maggio, 1939

    Caro Diario,

    L’aria greve di questo maggio qui a Sasebo si mescola al fumo denso della piccola shokudō di quartiere. Le risate degli altri avventori e il tintinnio dei bicchieri riempiono a tratti il locale, ma stasera sembrano quasi distanti, un sottofondo a una tensione che sento crescere. Sono qui a Sasebo, per supervisionare alcuni aspetti tecnici legati al varo delle nuove unità per la Marina Imperiale. Di fronte a me siede Minomori-san, vecchio amico e ingegnere navale. La sua fronte è solcata da rughe che non ricordavo così profonde, mentre sorseggia il suo shōchū. Anni sono trascorsi dall’ultima volta che ci siamo visti con questa calma, eppure il nostro legame sembra immutato. Come ai vecchi tempi, da quando i miei incarichi mi portano in questa citta fortezza della Marina Imperiale, ci troviamo spesso a conversare, ma stasera il discorso ha preso una piega che mi lascia pensieroso, quasi inquieto. 

    “Sai,” esordisce Minomori-san, la voce più bassa del solito, quasi un sussurro carico di un peso che fatica a scrollarsi di dosso, “questi sono tempi…difficili da decifrare, non trovi? il paese cambia a una velocità che mi sconcerta. E questo kokka Shintō, lo Shintō di stato…ahimè, è diventato una forza che travolge ogni cosa, e non sempre in modi che mi convincono.” Abbassa lo sguardo, quasi a cercare le parole giuste nel fondo del suo bicchiere vuoto. 

    “Sì, lo percepisco ovunque,” rispondo, masticando lentamente una fetta di daikon marinato. La sua presenza è palpabile, nelle scuole, nelle cerimonie, nei discorsi ufficiali. “Ma cosa c’è realmente dietro a questa imponente spinta? Al di là del patriottismo, della lealtà quasi febbrile verso l’Imperatore…” lascio la frase in sospeso, intuendo che la sua risposta non sarà di circostanza.

    Minomori-san si versa dell’altro shōchū, un gesto lento, quasi meditato. I suoi occhi, solitamente vivaci, sembrano velati da un’ombra. “È una domanda che mi pongo spesso, amico mio. E la risposta è complessa, forse scomoda. Ma se vuoi tentare di capire le radici di ciò che vedi, devi fare i conti con un nome: Hirata Atsutane.”

    Annuisco. “Il nome mi è familiare. Uno dei “Quattro grandi del Kokugaku”, se non erro?”. Ho letto qualcosa sui suoi studi, sulla sua influenza. 

    “Proprio lui,” conferma con mezzo sorriso amaro. “Un intelletto formidabile, non c’è dubbio. Un uomo che ha voluto scavare fino a quella che credeva essere l’anima più recondita, l’essenza primigenia del Giappone. Ha tentato, con una foga quasi ossessiva, di “purificare” lo Shintō da quelle che considerava incrostazioni, le influenze buddiste e confuciane accumulate nei secoli. Voleva riportare alla luce la “via degli antichi Dèi”, le nostre credenze originarie. Un’intenzione nobile, forse, ma…” lascia la frase sospesa, e il silenzio è eloquente.

    Mi porge il tokkuri, e mentre il mio bicchiere si riempie, continua con una voce ancora più sommessa, quasi guardandosi intorno: “Atsutane non era il solito filologo, un erudito come altri. Era, nel profondo, un teologo, un costruttore di sistemi. La sua visione dello yūmeikai, dell’aldila…non e un luogo di terrore, come potete immaginarlo voi occidentali, ma un mondo che si sovrappone al nostro, quasi ne fosse il doppio invisibile, l’altra faccia di una moneta. E l’aspetto cruciale, quello che oggi viene tanto…enfatizzato…e che non sarebbe un luogo di impurità. Niente kegare, dimentica quel concetto rituale. Anzi, per lui, quello era il vero mondo, eterno, infinito, mentre il nostro, questo su cui poggiamo i piedi, sarebbe solo un passaggio effimero.”

    Un brivido sottile mi corre lungo la schiena, nonostante il calore del locale e dello shōchū. Ricordo alcuni passaggi dei testi che ho consultato. “Quindi, secondo questa visione, i nostri cari defunti…non sarebbero realmente scomparsi?”

    Minomori-san annuisce lentamente, il suo sguardo fisso nel vuoto. “Così dicono. Ed è su questa leva emotiva, amico mio, che lo Shintō di stato fa presa con la forza. L’idea che gli spiriti degli antenati, di coloro che abbiamo amato e perduto, non siano irrimediabilmente lontani. Che siano ancora qui, “dall’altra parte del velo”, come dicono. Non svaniti, ma viventi, in una forma diversa, che coesiste con la nostra”. 

    Beve un altro sorso, il volto contratto in un’espressione indecifrabile. “Pensa un attimo al sollievo che un simile pensiero può infondere, specialmente di questi tempi, con tanti giovani al fronte”. La sua voce si incrina leggermente. “Sapere, o credere, o essere portati a credere, che il loro spirito non si dissolva nel nulla, ma resti a vegliare…è un conforto potente. Atsutane ha fornito una cornice, una sorta di logica a tutto questo. Ha cercato di definire dove e come gli spiriti dimorino, nel tentativo di rendere lo Shintō una dottrina che offrisse “serenità dopo la morte”. Una serenità che, temo, oggi viene usata per altri scopi.”

    “È…inquietante quanto questa idea stia riemergendo con tanta forza proprio ora”, commento, riflettendo sulla sete di unità e di certezza che sembra pervadere il paese in questo clima di crescente tensione internazionale. “Sembra quasi che le sue teorie siano state dissepolte a lucidate a nuovo, per servire uno scopo preciso”. 

    “Altroché!” la mano di Minomori-san si stringe attorno al bicchiere. “Perché non si tratta solo di teologia, capisci? Atsutane, nel suo fervore nazionalistico, proclamò anche la superiorità intrinseca del Giappone, terra degli dei, e la natura divina del nostro Imperatore. Questa enfasi sulla discendenza diretta dalla dea Amaterasu… è diventata la colonna portante, la giustificazione ultima dell’ideologia del kokka Shintō. La lealtà verso il Trono, il patriottismo, non sono più solo doveri civici, ma atti di fede, un vincolo quasi sacrale.”

    Si china leggermente verso di me, abbassando ulteriormente la voce, nonostante il rumore circostante. “E poi c’è l’aspetto più spinoso. Quello nazionalistico, intendo. Atsutane era un patriota, non c’è dubbio, ma anche profondamente avverso agli stranieri . Le sue idee hanno gettato le basi per quel sonnō jōi – Riverire l’Imperatore, espellere i barbari – che infiammò gli animi alla fine del periodo Tokugawa. E quel “espellere i barbari”… beh, non devo certo spiegare a chi si riferisse.” Un’occhiata eloquente nella mia direzione. “Ora, quello spirito, quella chiusura, quella presunzione di superiorità, sta tornando. Ma non è più come uno slogan che univa samurai ribelli; oggi è organizzato, inculcato, è…dottrina di Stato. E questo amico mio, mi spaventa.”

    Guardo il mio bicchiere, ora vuoto. “Quindi, la rotta che il paese sta seguendo…affonda le sue radici molto più in profondità di quanto un osservatore esterno possa cogliere.

    Minomori-san continua: “È una rotta intrapresa, e le idee di Atsutane, o meglio, l’interpretazione che se ne fa oggi, sono un vento potente che gonfia le vele della propaganda. Ma ho il terrore che questo vento ci stia spingendo verso una tempesta da cui sarà difficile uscire indenni. Il kokka Shintō non è solo un’impalcatura politica; sta cercando di plasmare l’anima stessa della nostra gente, il modo di concepire la vita, la morte, il nostro ruolo nel mondo. Offre una presunta tranquillità, la promessa che non siamo soli, che i nostri antenati vegliano. E di questi tempi, credimi “il suo sguardo si fa sempre più intenso,” molti sono disposti ad aggrapparsi a qualunque cosa pur di avere questa illusione.”

    Mando giù l’ultimo sorso di shōchū. Il suo calore si diffonde, ma non riesce a scacciare un freddo interiore. Mi chiedo, osservando il volto tirato del mio amico, se in questo mondo in ebollizione, la promessa di un “dopo” così tangibile e rassicurante, così intimamente legato al destino della nazione, non possa davvero condurre a una cieca dedizione, a un sacrificio totale sull’altare di un ideale sempre più opprimente. Il sapore dello shōchū mi sembra improvvisamente più amaro. 

    Contesto storico

    Giappone tra restaurazione e nazionalismo

    La pagina di diario che ho scritto ci trasporta ancora una volta nel 1939, un periodo cruciale per il Giappone, che si trovava sull’orlo di un conflitto mondiale. In quegli anni, il paese era percorso da un forte nazionalismo e da una lealtà quasi assoluta all’Imperatore. Questo clima era alimentato da un’ideologia conosciuta come kokka shintō (国家神道), lo shintō di stato, che elevava la “religione” tradizionale giapponese al rango di dottrina ufficiale dello Stato.

    Per capire una delle tante radici di questo fenomeno, dobbiamo fare un salto indietro nel tempo, precisamente alla fine del periodo Tokugawa e all’inizio dell’era Meiji (1868-1912). Per oltre due secoli e mezzo, il Giappone era stato un paese isolato, governato da uno shogunato militare che manteneva l’Imperatore in una posizione di prestigio, ma senza alcun potere effettivo.

    La restaurazione Meiji e il ritorno dell’Imperatore

    Verso la metà del XIX secolo, l’apertura forzata del Giappone all’Occidente e le crescenti pressioni interne portarono alla Restaurazione Meiji. Questo evento segnò la fine dello shogunato e il ritorno dell’Imperatore al centro della vita politica e spirituale del paese. La nuova leadership Meiji cercò di modernizzare il Giappone a ritmi serrati, ma anche di rafforzare nello stesso tempo l’identità nazionale e la coesione sociale. Fu in questo contesto che lo shintō iniziò a essere strumentalizzato per sostenere l’ideologia imperiale. 

    Hirata Atsutane: le radici del nazionalismo shintoista

    È qui che entra in gioco la figura di Hirata Atsutane (1776-1843). Nonostante fosse vissuto prima della Restaurazione Meiji, le sue idee ebbero un influenza enorme sul nazionalismo giapponese e sullo shintō di stato (assieme alla corrente di pensiero e studi storici portati avanti dalla Mitogaku (水戸学), “la scuola di Mito”). Atsutane fu uno dei maggiori esponenti del Kokugaku (国学), una scuola di pensiero che si proponeva di riscoprire e “purificare” l’autentica cultura e spiritualità giapponese, liberandola dalle influenze buddiste e cinesi.

    Atsutane, in particolare, si dedicò allo studio dello shintō, interpretandolo come la vera “religione” originaria del Giappone. Le sue teorie furono considerate rivoluzionarie per quel periodo. 

    “Suprematismo giapponese”: Atsutane sosteneva la “superiorità intrinseca del Giappone” come “terra degli dei”, e la natura divina dell’imperatore, discendente diretto della dea del sole Amaterasu. Questa idea divenne la pietra angolare dell’ideologia imperiale.

    Concetto di aldilà: lo yūmeikai. Contrariamente alle visioni più diffuse all’epoca, influenzate dal buddismo, Atsutane sviluppo un’idea di aldilà, chiamato appunto yūmeikai, come un mondo che coesisteva con il nostro, non un luogo lontano e spaventoso, ma una sorta di altra dimensione in cui gli spiriti degli antenati continuano a vegliare sui vivi. Questa visione offriva conforto e un forte senso di continuità, specialmente in un periodo di guerre e sacrifici.

    Sonnō jōi: le sue idee contribuirono a gettare le basi del movimento sonnō jōi – “riverire l’imperatore, espellere i barbari” – che infiammò gli animi alla fine del periodo Tokugawa e portò al diffondersi di un forte sentimento anti-occidentale. 

    Le teorie di Atsutane, pur nate in un contesto diverso, furono anch’esse interpretate e utilizzate a posteriori per giustificare lo shintō di stato. La sua enfasi sulla natura divina dell’Imperatore, sulla superiorità del Giappone e sulla costante presenza degli spiriti ancestrali, venne sapientemente impiegata per infondere un senso di lealtà sacra, patriottismo e sacrificio nel popolo giapponese, spingendo il paese verso la strada che avrebbe portato ai conflitti del XX secolo.

  • Il cuore del Giappone che si oscura

    Il cuore del Giappone che si oscura

    22 Aprile, 1939

    Caro diario,

    Sono trascorsi quindici lunghi anni dal mio arrivo in Giappone, e devo ammettere che il paese oggi è quasi irriconoscibile. La serenità che un tempo pervadeva ogni angolo, l’arte e le tradizioni che tanto ammiravo, sembrano essere soffocate da una cappa di fervore quasi ossessivo. Ricordo un Giappone che si apriva al mondo con curiosità, ma quello che vedo ora è un paese che si stringe su se stesso, spinto da una forza che non riesco a comprendere appieno. E oggi, in particolare, ho avuto un incontro con le Aikoku Fujinkai, l’associazione patriottica delle donne, o qualcosa di simile, che ha accentuato questa mia preoccupazione. Minomori-san ci teneva particolarmente che le incontrassi.

    Le avevo sentite nominare anche prima, ma il loro ruolo e la loro presenza sono ora amplificati a dismisura. Mi hanno spiegato che furono fondate all’inizio del secolo, nel 1901, da una donna di nome Okumura Ioko, con il sostegno diretto del governo e dell’esercito. All’epoca, il loro scopo primario era nobile, o almeno così appariva: fornire conforto ai soldati feriti e alle loro famiglie, rafforzando lo spirito nazionale. Hanno iniziato reclutando donne dell’alta società, ma ora, mio caro diario, sono ovunque! Mi dicono che si contano milioni di membri, e non solo nelle grandi città, ma anche nei villaggi più sperduti, dove le donne si uniscono con un fervore quasi religioso, una dedizione che rasenta il fanatismo. 

    Ciò che mi ha colpito di più è la loro organizzazione capillare e impeccabile e il loro simbolo distintivo. Indossano una fascia rossa, quella che i giapponesi chiamano tasuki, una sorta di fascia che incrocia la schiena, che normalmente viene indossata per tenere su le larghe maniche degli abiti tradizionali o dei kimono. La loro leader della sezione di Sasebo mi ha spiegato che il modo in cui indossano questo tasuki è intenzionale: in una direzione specifica per distinguersi da un altra grande organizzazione femminile, la Dai Nihon Kokubō Fujinkai. Questo piccolo dettaglio, mi dicono, serve a ribadire la loro identità e il loro ruolo unico nel tessuto sociale. E una sottile distinzione che, tuttavia, rivela un’attenzione quasi militare alla disciplina e all’ordine. Le vedi muoversi con una precisione quasi militare, coordinate, un fiume rosso che attraversa le strade. 

    Il legame tra queste donne e l’esercito è palpabile, quasi viscerale. Sembrano essere il braccio femminile di un militarismo crescente, la loro azione infonde un profondo senso di devozione allo stato e all’Imperatore. Non è più solo il vecchio shintoismo, la via degli dei della natura, ma uno “Shintō di stato” che ha quasi preso il sopravvento, dove l’Imperatore è al centro di tutto, venerato quasi come una divinità. Le Aikoku fujinkai sono una dei tanti veicoli per questa nuova fede, diffondendo il patriottismo, la disciplina, l’idea del sacrificio personale per la nazione. Le vedi raccogliere fondi incessantemente, preparare pacchi per i soldati al fronte in Cina, cucire uniformi, anche in zone rurali dove la vita è già dura di per sé. Sembrano instancabili, animate da una convinzione incrollabile che il loro lavoro sia fondamentale per la vittoria e la grandezza del Giappone.

    Eppure, sotto questa superficie di dedizione e organizzazione, percepisco qualcosa di profondamente inquietante. Ho sentito sussurri, storie che mi turbano. Le loro azioni, sebbene presentate come patriottiche, a volte sfociano in un fanatismo che mi fa quasi rabbrividire. Mi chiedo fino a che punto questo spirito di sacrificio possa spingersi, specialmente ora che il paese ha invaso la Cina. Mi hanno raccontato come la loro influenza si sia spesso estesa ben oltre il supporto morale, arrivando a promuovere una cultura di “sottomissione” femminile al volere dello Stato. La loro promozione di un nazionalismo estremo, e il loro silenzio, o forse anche la loro adesione, a pratiche sempre più disumane, mi fa riflettere. Non posso fare a mano di pensare alle voci che circolano sulle donne dei territori invasi che, in nome dello sforzo bellico, sono costrette a subire trattamenti orribili. Queste associazioni, pur non essendo coinvolte, con la loro enfasi sul sacrificio femminile per la nazione, hanno creato un terreno fertile per l’accettazione di tali abusi. E come se quella fascia rossa, simbolo di devozione, nascondesse anche un’ombra oscura, un lato di questo “nuovo” Giappone che mi riempie di un profondo senso di disagio. 

    Questo paese, caro diario, è un enigma. È moderno, potente, eppure sta imboccando una strada che mi sembra pericolosa, allontanandosi dalle serenità che una volta conoscevo. Le donne delle Aikoku Fujinkai consapevoli o meno, ne sono un simbolo potente, un riflesso del Giappone che e del Giappone che temo diventerà.

    Contesto storico

    Con questo brano ho cercato di cristallizzare uno dei tanti frangenti cruciali disseminati nella storia giapponese del periodo pre-bellico: gli anni ‘30, un decennio contraddistinto da un’escalation del militarismo e del nazionalismo, che avrebbe condotto il paese all’espansione in Asia e, infine, al secondo conflitto mondiale.

    Sulla scia della Restaurazione Meiji del 1868, il Giappone aveva intrapreso una rapida modernizzazione e industrializzazione, affermandosi come potenza regionale. Tuttavia, l’impatto devastante della grande depressione del 1929 esacerbo le tensioni sociali e l’instabilità politica interna. Fu in questo clima che le gerarchie militari consolidarono progressivamente la propria influenza sul governo, propugnando un’ideologia imperniata su l’espansionismo territoriale, volta ad assicurare risorse, e sulla presunta superiorità culturale nipponica. 

    Lo “shintoismo di stato”, di cui faccio cenno nel diario, costituiva un pilastro di tale architettura ideologica. Trascendendo la sua natura di semplice “fede religiosa”, esso si configurava come un sistema di credenza che deificava la figura imperiale, esigendo lealtà incondizionata alla nazione e alla sua vocazione espansionistica. Questa forma di nazionalismo radicale veniva instillata capillarmente nella popolazione tramite il sistema educativo, la propaganda martellante e organizzazioni di massa quali l’Aikoku Fujinkai (愛国婦人会), “associazione patriottica delle donne”, e la Dai Nippon Kokubō Fujinkai (大日本国防婦人会), “grande associazione femminile per la difesa nazionale del Giappone”.

     Queste due associazioni, nel 1942, confluirono assiema alla Dai Nippon Rengō Fujinkai (大日本連合婦人会), nella Dai Nippon Fujinkai (大日本婦人会). I motivi principali di questa unificazione erano strettamente legati alla mobilitazione totale del Giappone e alla necessità del governo giapponese di centralizzare il controllo e massimizzare l’efficienza della gestione delle risorse e del consenso popolare in questo delicato periodo.

    Tali associazioni femminili, nate con finalità caritatevoli, subirono una progressiva “militarizzazione”, venendo strumentalizzate dal governo per mobilitare il sostegno femminile allo sforzo bellico. Il loro contributo divenne cruciale nel sostenere il morale interno, nella raccolta fondi, nella preparazione di materiali per i combattenti e nella capillare promozione dei valori di sacrificio e obbedienza. L’immagine del “cuore del Giappone che si oscura” è voluta per evocare la cupa trasformazione di una società che, sospinta dal cieco fervore militarista, si avviava inesorabilmente verso la guerra totale, un baratro che avrebbe inghiottito il paese e causato sofferenze indicibili a milioni di individui in tutta l’Asia.

  • Biwa: il dolcissimo tesoro che annuncia l’estate

    Biwa: il dolcissimo tesoro che annuncia l’estate

    Oggi, facendo un salto a casa dei nonni di mia moglie per un saluto, ho fatto una passeggiata in giardino e ho notato che gli alberi di biwa sono ormai cari di frutti pronti per essere raccolti. Queste nespole giapponesi, con la loro buccia vellutata color albicocca, sono un vero spettacolo. Qui in Giappone, le biwa sono il simbolo della primavera che finisce per lasciare spazio all’estate, e la loro maturazione tra maggio e giugno è attesa con impazienza, specialmente qui nella zona di Nagasaki

    Foto dell’autore. Albero di biwa nel giardino di famiglia

    Questi alberi, che curiosamente fioriscono in autunno, sono considerati come un piccolo miracolo di resilienza. Noi, qui nella prefettura di Nagasaki, siamo particolarmente fortunati ad avere le biwa di Mogi, una delle varietà più famose e apprezzate di tutto l’arcipelago. Le nespole di Mogi, che prendono il nome da una zona della prefettura, si distinguono per le loro dimensioni, il colore giallo-arancio brillante della buccia, e soprattutto per la polpa succosa, dolce e molto aromatica, con un’acidità perfetta che le rende un alimento rinfrescante durante la stagione delle piogge.

    Foto dell’autore

    La storia di queste famose nespole è affascinante e risale al tardo periodo Edo (1603-1868). Fu allora che una dama di corte conosciuta con il nome di Miura Shio, ricevette dei semi di tōbiwa (la nespola cinese) da un Nagasaki-tsūji, un traduttore, e li piantò nel giardino di casa sua. Quei primi alberi produssero frutti così grandi, gustosi e di aspetto molto bello che la loro coltivazione si diffuse rapidamente in tutta la zona di Mogi. La coltivazione sistematica di questa varietà iniziò solo più tardi durante il periodo Meiji, e da allora questa varietà viene coltivata con cura da oltre 100 anni. 

    Sara una gioia raccoglierle, come ogni anno. E magari anche quest’anno potremmo preparare qualche vasetto di marmellata e il buonissimo biwa-shu, un liquore tradizionale. Ogni anno c’e sempre qualcosa di magico nell’attendere il momento giusto, un attesa che sa un po ‘di tradizione e di sapori antichi che meritano di essere conservati come vanto di Nagasaki.

  • Kyūbi

    Kyūbi

    Ah, il freddo. Un freddo che non sentivo da mille anni, da quando ero solo una cucciola dal pelo fulvo, rannicchiata contro mia madre nella tana gelida. Ma questo è diverso. Questo è il freddo del ferro che mi morde le carni, due frecce maledette, piantate nel mio fianco, nel mio collo. Il mio sangue, un tempo nettare che faceva impazzire anche gli imperatori, ora cola denso su questa terra di Nasu, questa piana che sarà la mia tomba…o forse no. 

    La vita…un lampo beffardo che mi attraversa la mente ormai annebbiata dalla morte imminente. Vedo foreste sterminate, notte illuminate solo dalla luna e dai miei stessi occhi, che già allora brillavano di un’intelligenza ferina. Ero volpe, sì, ma sentivo crescere in me qualcosa di più. Ogni coda che spuntava era un sigillo di potere, anni di astuzia distillata, di sopravvivenza trasformata in arte pura. Nove code. Kyūbi no kitsune. Un nome che faceva tremare la natura stessa e ammutolire gli altri spiriti minori. 

    Per secoli ho vagato, imparando le lingue degli uomini, i loro desideri, le loro paure. Ah, le loro paure! Così facili da manipolare. Li osservavo nascosta tra le ombre, affinando la mia capacità di mutare forma. Un mercante facoltoso qui, un danzatrice là, ogni maschera che indossavo era un passo più vicino al cuore del potere. Perché era quello che bramavo, più dell’aria, più del sangue caldo delle mie prede. Il potere di plasmare il mondo, di vedere gli imperi tremare al mio passaggio. 

    E poi arrivai in queste isole. Il Giappone, o terra di Yamato. Un gioiello grezzo, pronto per essere incastonato nella mia corona. Scelsi la corte dell’Imperatore Toba. Un uomo…uno come tanti, debole di fronte alla bellezza, affamato di lusinghe. Mi presentai come Tamamo no Mae, un gioiello luminoso. E risplendevo, eccome se risplendevo! La mia pelle era più liscia della seta più pregiata, i miei capelli più neri dell’ala di un corvo, i miei occhi promettevano paradisi e inferni con un solo sguardo.

    La corte cadde a miei piedi. L’Imperatore…ah, l’Imperatore era mio. Ogni sua parola, ogni suo respiro era per me. Lo avvolsi nelle mie spire, sussurrandogli sogni di grandezza che erano, invero, i miei. Il suo corpo si consumava, la sua forza vitale fluiva in me, alimentando il mio potere, avvicinandomi sempre di più al trono. Credevo di averli ingannati tutti, quegli sciocchi pomposi e le loro dame ingioiellate. 

    Ma c’era lui, Abe no Yasuchika. Un Astrologo, un onmyōji con occhi che vedevano oltre il velo. Sentivo il suo sguardo su di me, inquisitore, freddo. Ha iniziato a tessere la sua tela, a bisbigliare sospetti. La malattia dell’imperatore, diceva, non era naturale. E poi, il rituale. Le preghiere che mi colpivano come lame. La maschera umana si sgretola, rivelando la mia magnifica, terrificante verità: la volpe a nove code, uno spirito antico, un terribile yōkai.

    Fuggii. La paura negli occhi dei cortigiani era una vista deliziosa, ma la caccia era iniziata. Kazusa, Miura…nomi che rimarranno per l’eternità. Mi braccarono come una bestia qualunque. Io, che avevo tenuto un impero nel palmo della mia mano! La battaglia fu epica, qui in queste pianure di Nasu. La mia magia contro le loro armi consacrate. Erano forti e la loro fede li rendeva molto forti. Riuscì a far perdere le mie tracce, ma qualche giorno dopo mi trovarono. E poi, le frecce. Queste frecce.

    Il mio corpo si contorce, si trasforma un’ultima volta. Non in cenere, no. In pietra. La chiamate sesshō-seki, la pietra assassina. Il mio odio, la mia malvagità, la mia essenza immortale fuse nella roccia, emanando un miasma letale per chiunque osasse avvicinarsi. Per secoli sono rimasta lì, in prigione. Ho sentito i sussurri dei viaggiatori, le leggende crescono intorno al mio nome. Tamamo no Mae, uno dei tre yōkai più terribili del Giappone. Si, temetemi! pensavo.

    Il tempo scorreva come un fiume lento, ma il mio spirito non dormiva. Ascoltavo. Il mondo cambiava, le dinastie cadevano, nuove paure nascevano. Sentivo la pietra erodersi, il vento sferzarla, il gelo incrinare la sua superficie. E poi, un giorno, un suono diverso. Non il lamento del vento, non il grido di un animale sfortunato. Un suono secco, definitivo. CRACK.

    La sesshō-seki si è spezzata.

    Un fremito percorre ciò che resta di me, un’energia antica che si risveglia. Le frecce…il dolore sta svanendo, sostituito da una fame primordiale. Una fame di vita, di potere, di…vendetta? No, la vendetta è un qualcosa che appartiene a voi mortali. Io bramo di più. 

    Sento i vostri discorsi, anche ora, nel mondo moderno. Parlano di spiriti maligni liberati, di presagi. Che ingenui. Non sanno cosa li aspetta. Il mio spirito, a lungo rinchiuso e compresso all’interno di questa pietra, ora si espande, libero da quella fredda prigione. Il mio spirito si libera. Il mondo ha dimenticato il vero significato della bellezza che cela l’inganno, della saggezza che nasconde il pericolo.

    Forse è tempo che Tamamo no Mae torni a insegnarlo agli uomini. Le frecce…non erano la fine ma solo un nuovo, eccitante inizio. E questa volta…questa volta, sarò più attenta a chi scruta oltre il velo. Il Giappone…il mondo…un palcoscenico più vasto. E io ho ancora fame.


    Il racconto in prima persona che ho scritto per questo post ci immerge direttamente nella leggenda di Tamamo no Mae, culminante nella sua trasformazione nella pietra assassina e nel presagio di un suo inquietante ritorno. Ma la sua storia, così come ci è stata tramandata, affonda le sue radici in una tradizione narrativa ben più antica, gli otogizōshi – racconti popolari di periodo Muromachi (1363-1573) – e in altre forme successive di teatro Nō, bunraku e kabuki. Anche se esistono varie versioni di questa storia (con protagonisti diversi), gli otogizōshi hanno arricchito la narrazione cristallizzando l’immagine di Tamamo no Mae come “Nihon Sandai Aku Yōkai” – I tre terribili Yōkai del Giappone-.

    Le kitsune, le volpi, figure centrali nel folklore giapponese, incarnano una profonda dualità: sono venerate come messaggere della divinità Inari, apportatrici di prosperità e fortuna, ma allo stesso tempo temute per la loro astuzia e la capacità di ingannare. La loro abilità di trasformarsi, in particolare in donne affascinanti, o di possedere gli esseri umani, le rende simboli della fluidità tra il mondo animale e quello spirituale. Più code possiede una kitsune, maggiore è la sua potenza, fino alla volpe a nove code (kyūbi no kitsune), un’entità quasi divina e immensamente potente. Questa ambivalenza riflette la complessità della natura e delle forze invisibili che permeano la cultura giapponese, dove il sacro e il profano spesso si sovrappongono. 

    La superstizione della sesshō-seki, la pietra assassina, esemplifica questa fusione di mito e realtà. Si crede che questa roccia contenesse lo spirito maligno di Tamamo no Mae, la volpe protagonista del mio racconto. La sua rottura, nel marzo del 2022, e stata interpretata da molti non come un semplice evento geologico, ma come un presagio del ritorno dello spirito della volpe, a dimostrazione di come queste antiche credenze continuano spesso a influenzare la percezione della realtà e suscitare timore e meraviglia nelle societa contemporanea.

  • Io, William Adams

    Io, William Adams

    Ascoltate, e vi racconterò una storia a cui pochi pochi in Europa potrebbero credere. Una storia di mari in burrasca, di terre sconosciute e di un destino che mi ha trasformato da semplice marinaio inglese a samurai al servizio del più potente sovrano del Giappone. Il mio nome è William Adams. Ma qui, in questa terra remota, mi conoscono come Miura Anjin (三浦按針).

    Era l’anno del signore 1598 quando salpammo dall’Olanda. Non eravamo inglesi, non del tutto almeno. Ero pilota di una nave facente parte di un flotta finanziata da mercanti olandesi, uomini ambiziosi con un sogno audace: trovare una nuova rotta per il Giappone, una terra leggendaria di cui si favoleggiava da tempo, e di spezzare il monopolio che, portoghesi e spagnoli detenevano con artigli ferrei sul commercio con l’Oriente. Eravamo cinque navi, piene di speranza e uomini robusti. Poco più di un centinaio, se ben ricordo, a bordo della mia nave, la De Liefde, “L’amore”. Un nome ironico, a pensarci ora, vista la sofferenza che ci attendeva.

    Foto dell’autore. Modello della Lifdie conservato presso il muse dell’avamposto commmerciale di Hirado

    Il viaggio fu un inferno. Due anni. Due lunghi, estenuanti anni attraverso due oceani. Le tempeste sembravano voler inghiottirci ad ogni onda. Le malattie si propagavano tra i ponti come un fuoco invisibile, mietendo vite con una ferocia che i cannoni non potevano affrontare. E poi, la fame. Ricordo le facce scavate, gli sguardi vitrei, le ossa che spuntavano sotto la pelle. Una dopo l’altra, le nostre navi sorelle scomparvero, inghiottite dal mare o perse chissà dove. A bordo della De Liefde, delle oltre cento anime che erano partite, ne rimanevano appena una ventina, scheletri animati dalla pura ostinazione di sopravvivere. Il capitano…. il povero capitano non ce l’aveva fatta. Ero io, il pilota, l’uomo con la bussola e le carte nautiche (o almeno quello che ne restava), a tenere la rotta.

    Foto dell’autore scattata presso l’avamposto olandese di Hirado. La mappe riporta il viaggio della De Liefde

    Poi, finalmente, era l’aprile del 1600. Terra! Un grido debole ma pieno di disperazione e speranza risuonò tra noi. Una costa verdeggiante, diversa da qualsiasi cosa avessi mai visto. Ormeggiamo nella baia di Usuki, in un luogo che gli abitanti chiamavano Bungo. La nostra nave era una carcassa, l’equipaggio poco più che fantasmi. Per la gente del posto, l’arrivo della De Liefde fu una sorpresa. Non eravamo portoghesi, non spagnoli. La nostra nave aveva una forma strana ai loro occhi. Ci guardarono con stupore misto a paura e curiosità. La notizia del nostro arrivo corse veloce, come un lampo. 

    Il Giappone, scoprii presto, era un paese in fermento. Anni di guerre intestine, il periodo detto Sengoku, stavano volgendo al termine. Un uomo stava emergendo sopra tutti gli altri, un daimyō astuto e potente: Tokugawa Ieyasu. Stava stringendo le redini del potere, preparandosi a diventare shōgun e a forgiare una pace, anche se con la forza, che avrebbe cambiato per sempre il volto di questa nazione. E questo stesso Ieyasu, diffidente verso gli stranieri – specialmente nei confronti dei gesuiti portoghesi, che vedeva come pedine di potenza straniere – fu subito informato di quella nave “barbara” che era apparsa dal nulla.

    Il suo ordine fu rapido e diretto: la nave, il suo prezioso carico (cannoni, moschetti e altra merce che avevamo faticosamente conservato) e noi, i sopravvissuti, fummo posti sotto sequestro. Non fu,come capii poi, un atto di crudeltà, ma di pura cautela. In un paese percorso da intrighi e rivalità, non si poteva rischiare. Eravamo una variabile ignota, potenzialmente pericolosa agli occhi di Ieyasu.

    Fu allora che accadde l’impensabile. Tokugawa Ieyasu, incuriosito e sagace, volle vedere il pilota. Volle vedere me. Mi portarono al suo cospetto. Ricordo ancora quel momento, l’aria tesa, la sua figura imponente. Ero esausto, provato da due anni di stenti, ma il mio spirito non era spezzato. Attraverso l’aiuto di interpreti – e, ironia della sorte, il primo fu proprio un gesuita protoghese, un momento che sentii sulla mia pelle, carico di tensione e potenziale pericolo, dato il loro astio verso i protestanti come me – l’interrogatorio ebbe inizio. 

    Gli raccontai tutto. Del nostro lungo, terribile viaggio. Delle nazioni europee, delle loro guerre, della politica complessa che le legava e le divideva continuamente. E della religione. Spiegai la differenza tra la fede cattolica professata dai portoghesi e dagli spagnoli e la nostra, protestante. Vidi i suoi occhi acuti fissarmi mentre parlavo. Ieyasu non si fidava ciecamente dei gesuiti; capire le sfumature della cristianità, le divisioni al suo interno, era un’informazione che trovava di grande valore strategico.

    Ma ciò che lo colpì di più, ne sono certo, fu la mia conoscenza pratica. Conoscevo la navigazione, la matematica e l’astronomia. E, soprattutto, sapevo come si costruivano navi capaci di solcare i grandi oceani. Il Giappone aveva imbarcazioni eccellenti per la navigazione costiera, ma niente che potesse competere con i velieri europei. In me, Ieyasu vide non un semplice naufrago, ma una risorsa inestimabile. 

    Supplicai, implorai. Volevo tornare a casa. Volevo rivedere la mia Inghilterra, la mia famiglia. Chiesi di poter organizzare il nostro rientro, o almeno di riprendere il viaggio verso le Indie Orientali. Ma Ieyasu fu irremovibile. Ero troppo prezioso. Mi fu proibito di lasciare il Giappone. In cambio, mi fu offerta una nuova vita, una vita al suo servizio. 

    La De Liefde, la nostra vecchia e fedele compagna di viaggio, fu smantellata. I suoi cannoni, scoprii poi, furono usati nelle campagne militari di Ieyasu. Mentre la nave moriva, il suo pilota rinasce. William Adams cesso di esistere. Divenni Miura Anjin. “Anjin”, mi spiegarono, significava “pilota” in giapponese. “Miura” era il nome della penisola vicino a Edo dove Ieyasu mi concesse una tenuta. Non una capanna da servo, badate bene. Una tenuta con rendita e servitù. E qualcosa di ancora più incredibile: lo status di hatamoto, un samurai al servizio diretto dello shōgun. Mi fu concesso l’onore, il privilegio,di portare due spade. Io, un marinaio inglese, ero diventato il primo samurai occidentale. 

    La mia vita cambiò radicalmente. Da naufrago sull’orlo della morte, ero ora un consigliere fidato di Tokugawa Ieyasu, e in seguito di suo figlio Hidetada, che gli succedette come Shōgun. Il mio compito principale? Costruire navi. Supervisionai la costruzione delle prime navi giapponesi basate su modelli occidentali. Due in particolare, molto più grandi e robuste delle giunche che usavano comunemente. Non fu una rivoluzione immediata, ma fu un inizio. Gettammo le basi tecniche della cantieristica navale giapponese. 

    Ma il mio ruolo andava oltre i cantieri navali. Consigliavo Ieyasu su questioni di commercio e diplomazia con l’Occidente. Fui dondamentale nell’aiutare gli Olandesi ad aprire la loro stazione commerciale a Hirado nel 1609. E quando arrivò una nave dei miei connazionali, gli Inglesi, guidati da John Saris, nel 1613, fui io a fare da mediatore e interprete, aiutandoli ad aprire la loro stazione a Hirado. La mia presenza, la mia influenza, contribuirono a creare una fessura nel muro che portoghesi e spagnoli avevano eretto, aprendo il Giappone al commercio con le potenze protestanti del Nord Europa. Ero diventato un ponte tra due mondi così diversi.

    Foto dell’autore. Avamposto commerciale olandese di Hirado (Hirado-oranda shōkan, 平戸オランダ商館)

    Eppure, nonostante l’onore, la ricchezza, una nuova vita e una famiglia giapponese, il desiderio di tornare a casa no mi abbandonò mai. Continuai a chiedere il permesso di partire, anno dopo anno. Ma Ieyasu, che mi stimava enormemente e mi trattava con grande rispetto, non me lo concesse mai. Forse temeva di perdere le mie conoscenze uniche. Forse che potessi rivelare segreti strategici ai suoi rivali europei. Ero prezioso, sì, ma anche una sorta di prigioniero d’oro.

    William Adams morì a Hirado nel 1620. La sua vita…che storia incredibile. Da marinaio disperso a samurai. Da straniero sospetto a confidente dello Shōgun. L’arrivo della De Liefde, così tragico e casuale per il suo equipaggio, e il suo strano destino, non solo aprirono una via di comunicazione tra il Giappone e l’Europa del Nord, ma dimostrarono anche al perspicacia di Ieyasu nel saper sfruttare talenti stranieri per i suoi fini. Paradossalmente, forse, il contatto diretto di Ieyasu con William Adams e altri stranieri contribuì anche alla successiva decisione del Giappone di chiudersi quasi completamente al mondo, mantenendo però un piccolo, controllato contatto attraverso gli Olandesi – i compagni di viaggio di William – confinati nell’isola di Dejima, a Nagasaki.

    La figura di Anjin, il pilota divenuto samurai, resta un simbolo strano e potente. Un ricordo del primo, difficile, ma affascinante incontro tra l’Inghilterra, e quella terra il Giappone, straordinaria che, contro ogni previsione, era diventata la sua casa.

    Oggi, 16 maggio, si ricorda la scomparsa di William Adams e riviviamo la sua straordinaria vicenda. Per chi, come il sottoscritto, risiede a breve distanza – appena trenta minuti da Hirado, luogo che fu testimone degli ultimi anni di Anjin e della sua sepoltura – questa storia assume una risonanza ancor più vivida. La scoperta della sua incredibile esistenza risale per me a circa diciassette anni fa, durante la stesura della mia tesi di laurea specialistica in Lingue e Istituzioni Economico-Giuridiche dell’Asia, il cui fulcro era proprio il commercio marittimo tra Giappone ed Europa. Hirado, dunque, non è semplicemente una tappa geografica, ma un vero e proprio simbolo, un faro che ha illuminato i primi, complessi rapporti tra i nostri due mondi. Se mai vi trovaste a esplorare queste zone, una visita a questa città vi permetterà di toccare con mano l’eredità di quegli scambi e l’eco della storia di Miura Anjin, il samurai venuto dal mare.

  • Buruma blues: ricordi di una gioventù andata

    Buruma blues: ricordi di una gioventù andata

    A volte, durante una pausa dal lavoro, le conversazioni prendono pieghe inaspettate, transportandoci a volte indietro nel tempo. È quello che è successo l’altro giorno con il mio collega, che chiameremo affettuosamente “Kenji-san”. Parlando del più e del meno, siamo finiti a discutere delle “buruma” (ブルマー), i famosi pantaloncini da ginnastica giapponesi, e lui, che quel periodo l’ha vissuto in prima persona, si e lasciato andare a un fiume di ricordi e riflessioni. Ecco com’è andata la nostra chiacchierata….

    Io: senti Kenji, l’altro giorno mi è capitato di leggere un articolo su un blog giapponese sulle….”buruma”. Sai, quei pantaloncini da ginnastica che usavano le ragazza nelle scuole giapponesi durante le ore di educazione fisica fino agli inizi degli anni ‘90. Tu te le ricordi, vero? Hai vissuto quel periodo.

    Kenji-san: (sospira con un mezzo sorriso, guardando fuori dalla finestra del nostro ufficio come se stesse rivedendo una vecchia pellicola) “Ah le buruma! Altrochè se me le ricordo! Caspita, mi ha fatto fare un tuffo nel passato, eh! Erano quasi sempre di un colore blue navy, e fatte di quel nylon un po lucido…. e beh, diciamo che non erano il massimo della discrezione (ride, strofinando la testa), soprattutto verso la fine degli anni ‘90”

    Io: Immagino! L’articolo diceva che all’inizio erano più simili ai “bloomers” americani, più larghi, per poi diventare super aderenti.

    Kenji-san: “Si, esatto! Quelle che ricordo io, quelle della mia adolescenza, erano decisamente…..aderenti, e le chiamavamo “pittari buruma” (Ridacchia) Non fraintendermi, eh! Per noi ragazzini di quel periodo, l’ora di educazione fisica era…. interessante, mettiamola così! C’era una ragazza nella mia classe, Suzuki-chan (nome di fantasia). Avevo una cotta colossale per lei, e quelle buruma blu scuro, che con il sudore del caldo estivo, diventavano quasi trasparenti erano parte dell’immaginario, che ti devo dire? Tempi andati, eh!”

    Io: Eh sì, l’articolo parlava proprio di questa “immagine” iconica! Ma poi negli anni ‘90 sono scomparse quasi da un giorno all’altro. Come mai questo cambiamento repentino?

    Kenji-san: “Eh, bella domanda. Un po’ come quando una moda finisce di colpo. Ma lì c’era di più. Ricordo che l’atmosfera iniziò a cambiare. Quei pantaloncini erano diventati….come dire….un po troppo osservati. Non solo dai compagni di scuola, un po ‘imbranati, capisci? Manga, riviste, persino la gente che faceva le foto di nascosto….Una brutta piega. Le ragazze stesse, si sentivano a disagio, si vedeva.”

    Io: si lo so, la sessualizzazione delle buruma era un punto cruciale.

    Kenji-san: “Esatto. E poi, le scuole iniziarono a introdurre l’educazione fisica mista, ragazzi e ragazze insieme. A quel punto, era piu logico e anche piu rispettoso usare divise unisex, quei pantaloncini piu lunghi e larghi che gli studenti usano ancora oggi, no? E diciamocelo, erano anche più comodi e pratici per fare sport, anche per le ragazze. Niente più quel nylon che si appiccica addosso. 

    Io: e le studentesse stesse iniziarono a protestare, a chiedere un abbigliamento più consono?

    Kenji-san: “Assolutamente! E hanno fatto bene! Ripensandoci oggi da persona adulta e padre, dico: meno male che non si usano più. Però quel filo di nostalgia per la mia gioventù e la cotta per Suzuki-chan e le “buruma” resta. È un ricordo dolce e amaro nello stesso tempo, come una vecchia canzone che quando la senti di fa sempre sorridere. Ma la verità è che quel cambiamento è stato un passo avanti enorme. Per il rispetto delle ragazze e per un ambiente scolastico più sano. Sono contento che sia finito quel teatrino.“

    Io: quindi nonostante un pizzico di malinconia per i tempi andati….

    Kenji-san: “Oh, la malinconia c’e sempre fa parte del gioco del ricordare! Ma no, no, è stato un bene, un gran bene. Oggi le “buruma” sono ancora in uso in certi sport, ma ormai sono rilegate a certi genere di manga o anime, sono un po’ un feticcio di un’epoca, che per fortuna, è tramontata. Pensandoci, è strano come un semplice indumento possa raccontare così tanto su come una società cambia no? Di come cerca di evolvere nella sua sensibilità.”

    Io: già incredibile, Grazie Kenji, è stato interessante sentire il tuo racconto.

    Kenji-san: “Ma figurati” Ogni tanto fa bene ricordare….e anche riflettere su quanto siamo e come siamo cambiati. Ora però torniamo al lavoro, che sennò chi lo sente il capo!”

    Per la cronaca la cotta di Kenji per Suzuki-chan non è mai passata. Si sono persi di vista dopo le scuole medie ma si sono ritrovati durante l’università. Tra loro è nato un bel rapporto e oggi sono felicemente sposati con due figlie bellissime.

    Un po ‘di contesto storico per quanto riguarda l’introduzione delle “buruma” in Giappone.

    Il termine “buruma” (ブルマー) e la traslitterazione giapponese del cognome di Amelia Jenks Bloomer, un attivista americana per i diritti della donne e promotrice di una riforma dell’abbigliamento femminile nella metà del XIX secolo. In un’epoca in cui le donne erano costrette, in rigidi corsetti e ingombranti gonne, la signora Bloomer propose un’alternativa considerata rivoluzionaria: un completo composto da una gonna al ginocchio, abbinata ad ampi e comodi pantaloni raccolti alle caviglie. Questo stile mirava a liberare il corpo femminile dalle costrizioni dell’abbigliamento tradizionale, garantendo una maggior libertà di movimento. 

    In Giappone, l’introduzione di un abbigliamento specifico per l’esercizio fisico femminile fu un processo lento e graduale, intrecciato con le più ampie trasformazioni sociali e culturali del paese. Fino al periodo Meiji (1912-1926), le donne che partecipavano ad attività fisiche, seppur limitate, lo facevano indossando il tradizionale kimono, spesso con le maniche legate (il tasuki-gake – たすき掛け) per facilitare i movimenti. Successivamente, con l’apertura all’occidente e l’introduzione dell’educazione fisica nelle scuole femminili, si diffuse l’uso dell’hakama per le studentesse, insieme a scarpe e acconciature più pratiche, rendendo l’attività fisica leggermente più agevole.

    L’idea dei “bloomers” americani iniziò a farsi conoscere in Giappone tramite riviste e racconti di viaggiatori o studenti di ritorno dall’estero. Tuttavia, la loro adozione non fu immediata. Fu solo nel tardo periodo Taishō (1912-1926) e all’inizio dello Shōwa (1926-1989) che si iniziò ad usare un abbigliamento più marcatamente occidentale. È nel periodo del secondo dopoguerra e la successiva ricostruzione che le “buruma” iniziano a diventare lo standard per l’educazione fisica nelle scuole giapponesi. Questo cambiamento fu favorito anche dallo sviluppo di nuovi materiali sintetici, durevoli e più facili da lavare rispetto ai tessuti naturali. Le “buruma” subirono poi una significativa evoluzione stilistica. Dalla forma piu ampia e a sbuffo, definite anche come  “chōchin buruma” – 提灯ブルマー – , “buruma a lanterna”, si passò gradualmente, soprattutto a partire dagli anni ‘60 e ‘70 a modelli più corti, succinti e aderenti conosciuti anche come “pittari buruma” – ピッタリブルマー – , letteralmente, “buruma attillate”. 

    Tōsatsu: le foto scattate di nascosto

    Quando il mio collega parla delle persone che facevano le foto di nascosto alle ragazze delle scuole che indossavano le buruma durante l’ora di educazione fisica fa riferimento al tōsatsu o meiwaku-satsuei, ovvero l’atto di fotografare una persona, di nascosto, senza il suo consenso che continua a rappresentare un problema ancora oggi in Giappone.

    Nonostante gli sforzi fatti per contrastare questo fenomeno, incluse leggi e campagne di sensibilizzazione (come l’obbligo del suono di scatto non disattivabile sui telefoni venduti in Giappone), le segnalazioni di questi atti illeciti sono ancora frequenti.

    L’educazione fisica nelle scuole

    In passato era comune avere classi separate o programmi di educazione fisica differenziati per ragazzi e ragazze. In seguito con la revisione delle linee guida ministeriali dei primi anni ‘90, si iniziò a promuovere un’educazione secondaria sempre più mista e con contenuti didattici identici per ragazze e ragazzi. Con l’introduzione di un’educazione fisica mista, divenne logico e pratico adottare un abbigliamento unisex. I pantaloncini corti a metà coscia, già in uso tra i ragazzi, divennero rapidamente lo standard anche per le ragazze. 

    In conclusione, la storia delle “buruma” è molto più di un semplice cronaca di moda scolastica o di un indumento diventato feticcio. Può essere vista come una lente affascinante attraverso cui osservare i profondi mutamenti della società giapponese durante il suo tumultuoso periodo moderno. Dal lento e selettivo abbraccio della modernità e delle influenze occidentali, all’evoluzione del ruolo della donna e della sua percezione, passando per i cambiamenti nel sistema educativo, e anche se la strada è ancora lunga e in salita, anche verso una maggiore uguaglianza di genere.

    Nate, ironicamente, da un’idea di liberazione del corpo femminile, le “buruma” hanno attraversato un percorso complesso e contraddittorio una volta sbarcate sul suolo nipponico. Si sono evolute fino a diventare per decenni un simbolo quasi immutabile dell’abbigliamento scolastico femminile, per poi essere rapidamente abbandonate in un’epoca in cui le donne stesse, e la società nel suo complesso, hanno rivendicato il diritto ad un abbigliamento più rispettoso e libero da connotazioni sessuali indesiderate. La loro scomparsa è un piccolo ma significativo indicatore di un Giappone che è cambiato, e continua a cambiare, nella sua percezione di genere e uguaglianza.

  • Dai fiumi alle sedute hi-tech: un esilarante storia del wc giapponese

    Dai fiumi alle sedute hi-tech: un esilarante storia del wc giapponese

    Ah, il water giapponese. Per la maggior parte dei turisti che si recano qui in vacanza, è un universo di meraviglia, confusione e, ammettiamolo, un pizzico di timore reverenziale. Ti accomodi, la tavoletta è piacevolmente calda (pura beatitudine!), e ti ritrovi davanti a una plancia di comando che farebbe invidia allo Star Destroyers. Pulsanti per lavare, asciugare, oscillare….e che diamine combina quel tasto con la nota musicale?! (Tranquilli, ci arriviamo!)

    Ma mentre ci spelliamo le dita delle mani per queste meraviglie hi-tech, sapevate che il percorso per arrivare fin qui è stato a dir poco rocambolesco? Dimenticate le noiose lezioni di storia: quella del wc giapponese e un’avventura costellata di invenzioni geniali, igiene talvolta discutibile e persino astuzie da campo di battaglia!

    Riavvolgiamo il nastro. Molto, molto tempo fa, nell’antico Giappone, le cose erano….beh, basilari. Del tipo: trova un cespuglio o un fiume e via, senza troppi problemi. Inventarono il “kawa-ya” (川屋), praticamente una semplice struttura di legno, a volte composta solamente da un asse, sospesa sopra un fiume. Smaltimento dei rifiuti eco-sostenibile, diremmo oggi? Speriamo solo che nessuno si lavasse più a valle. Durante il periodo Nara si diffuse la voce che in Cina i maiali venissero usati come – ehm – riciclatori organici, ma il Giappone, declino altezzosamente: “Nah, i maiali non fanno per noi”. Così, per un bel pezzo, se non c’era un fiume nelle vicinanze, si faceva dove capitava….e basta. 

    Balzo in avanti nell’elegante periodo Heian. Mentre i nobili se la spassavano con lussuosi gabinetti provvisti di scarico (che altro non era che un rigolo d’acqua deviato dal canale vicino per poi farvi ritorno), la plebe era ancora…all’aria aperta. Pare che Heian-kyō, l’allora capitale, emanasse un olezzo degno di un vespasiano durante la canicola estiva. E come ci si puliva all’epoca? Con una “kuso-bera”, letteralmente un “bastone per la pupù”. Avete capito bene, una semplice spatola di legno. Meditateci sopra un istante. Di colpo, quei mille pulsati enigmatici dei wc moderni non vi sembrano poi così male, vero?

    Poi, SBAM! Arriva il periodo Sengoku – il periodo degli stati combattenti! Uno penserebbe che l’igiene fosse l’ultima delle preoccupazioni. E invece no! È qui che la faccenda si rivela sorprendentemente sofisticata. Capirono che i rifiuti umani potevano essere un fertilizzante strepitoso – “oro marrone”, se preferite! Iniziarono a compostarli per eliminare i parassiti e migliorare i raccolti. Le latrine a fossa, le “potton benjo” (ポットン便所) presero piede, non solo per la loro comodità, ma per raccogliere quella preziosissima risorsa. I daimyō, astuti, arrivarono a costruire latrine con l’apertura verso l’esterno, per non farsi sorprendere…ehm… con le braghe calate! E sul campo di battaglia? I guerrieri indossavano i classici pantaloni hakama ma con uno spacco strategico all’altezza del cavallo, per rapide….manovre tattiche. La necessità aguzza l’ingegno, persino quando si tratta delle pause bagno mentre si è sotto assedio.

    Finalmente, giunge il “pacifico” periodo Edo. E con esso, udite udite, esplode la tecnologia dei sanitari! Pensate che lo shōgun in persona disponeva di un “goyōsho” (御用所), un “gabinetto d’onore”, talmente sfarzoso da includere un medico addetto al controllo quotidiano del “prodotto finale”, per monitorare lo stato di salute del signore. (E noi che ci lamentiamo delle visite mediche annuali!). In questo periodo iniziò a diffondersi tra la popolazione comune l’utilizzo della carta per le pulizie finali. Fecero la comparsa i primi bagni pubblici. E indovinate un po? Fiori un’interna industria di raccoglitori di feci i “mokkō-ya”! Questi professionisti, trasportavano i rifiuti dalle case di città alle fattorie, rendendo Edo sorprendentemente pulita. Si sono trovati scritti di visitatori stranieri di quel periodo che erano rimasti basiti dall’ordine e dalla pulizia della città, che in parte era dovuto ai mokkō-ya.

    Ora, torniamo a quel pulsante con la nota musicale sul washlet della vostra stanza di albergo nella moderna Tōkyō. Si, proprio quello che se premuto emette un suono di sciacquone o una musichetta discreta. Quella piccola funzione, che spesso viene chiamata “oto-hime” (音姫). Questo l’ho scoperto poco tempo fa mentre leggevo la scheda tecnica dei vari wc per la nostra nuova casa qui in Giappone. Nelle note all’interno del pamphlet di un noto produttore appariva questa spiegazione:

    “Per ovviare allo spreco d’acqua causato dalla pratica diffusa tra molte donne nei bagni pubblici di lasciare scorrere l’acqua per mascherare i suoni ed evitare imbarazzi, è stato sviluppato il dispositivo sonoro “Otohime“. Il nome, coniato dalla sviluppatrice del sistema, unisce “oto” (suono) a “Otohimesama“, che da “bella principessa” è passato a simboleggiare l’antica cultura della riservatezza giapponese”

    Questa funzione non è solo una semplice stramberia adottata da qualche avido produttore di wc ma affonda le radici in un profondo e tanto agognato desiderio di privacy e discrezione, forse quasi un eco modernissima di quei giorni lontani di epoca Heian tra le vie della maleodorante Heian-kyō, o dallo slancio trovato in periodo Edo verso la pulizia urbana e il rispetto altrui. Si tratta di minimizzare qualsiasi suono potenzialmente imbarazzante, garantendo che tutti si sentano a proprio agio.

    Dunque la prossima volta che troverete seduti sulla tiepida tavoletta di un wc in Giappone, mentra contemplate quale getto d’acqua selezionare, ripensate al mio racconto: da un fiume (quando andava bene) e un bastone, passando per i fortificati bagni dei samurai, fino ad approdare a un trono hi-tech degno di un moderno shōgun che diffonde musica. È una storia tutt’altro che di m….!

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