啓蟄 – Keichitsu

Questa mattina, mentre mi avviavo verso il genkan il calendario appeso alla parete mi ha ricordato che domani, 6 Marzo, è il giorno del Keichitsu (啓蟄), il “risveglio degli insetti”. È quel momento dell’anno in cui gli insetti cominciano a emergere dalla terra, lasciandosi alle spalle il gelo dell’inverno.

Vivendo in Giappone da più di 10 anni, sono riuscito a percepire il profondo legame che il suo popolo ha con le stagioni, un legame molto diverso da quello che conoscevo prima del mio trasferimento.

L’importanza e l’influenza delle stagioni sulla vita quotidiana affondano le loro radici nell’antico Giappone agricolo, dove l’osservazione del ciclo stagionale era fondamentale per adattarsi alle mutevoli condizioni climatiche. Questa consapevolezza permea ancora oggi vari aspetti della cultura giapponese che ho imparato a conoscere nel corso degli anni.

Nella cucina giapponese, ad esempio, si privilegia l’utilizzo di ingredienti stagionali, che riflettono la freschezza e la varietà delle stagioni. Anche nel design del packaging dei prodotti commercializzati e nelle campagne pubblicitarie, si nota un’attenzione particolare alla stagionalità e alla natura mutevole dell’ambiente circostante.

Questo profondo rispetto per le stagioni è diventato parte integrante della mia esperienza qui in Giappone, arricchendo il mio rapporto con la cultura e l’ambiente che mi circonda.

Da quando mi sono trasferito in Giappone, ho scoperto un approccio unico alla percezione delle stagioni, che si discosta notevolmente dalla nostra consapevolezza delle quattro posizioni fondamentali del sole (gli equinozi e i solstizi, che delineano le quattro stagioni).

Qui in Giappone, così come in altre zone dell’Asia, ho imparato che si individua una serie molto più fitta di posizioni del sole che si succedono approssimativamente ogni 15 giorni, dando origine a stagioni chiaramente definite e ricche di significato. Questa prospettiva mi ha permesso di apprezzare e comprendere meglio il profondo legame che i giapponesi hanno con la natura e con il passare del tempo.

Ho sperimentato personalmente la differenza nello scorrere delle stagioni rispetto all’Italia, dove il concetto di quattro stagioni è saldamente radicato. Qui, le stagioni non sono solo quattro, ma molte di più, ognuna con una caratteristica precisa che riflette un momento distintivo nel ciclo della natura.

Questa prospettiva mi ha fatto comprendere quanto il concetto di tempo e stagioni sia diverso qui in Giappone, e ho potuto sperimentare personalmente come il fluire del tempo si manifesti in modo unico sulla mia pelle, offrendomi una nuova prospettiva sul ciclo della natura e sul passare delle stagioni.

Prima dell’adozione del calendario gregoriano nel 1873 durante il periodo Meiji (1868-1912), il Giappone utilizzava il kyūreki (旧暦), il calendario lunare per contare il tempo. L’ anno era suddiviso in 24 parti dette setsu (節句), conosciuti anche come termini solari, secondo la definizione dei nijūshi-sekki (二十四節気) ovvero i 24 momenti salienti caratterizzanti ogni setsu. Questi segnano lo scorrere del tempo e il cambio delle stagioni, permettendo di percepire con precisione il momento in cui ci si trovava nel ciclo annuale.

Questo calendario si basava sul ciclo di crescita e declino della luna, risultando spesso non in sincronia con le effettive stagioni. Di conseguenza, gli agricoltori si basavano sui nijūshi sekki (i 24 termini solari) per determinare i tempi di semina e raccolta nei loro campi.

I nijūshi sekki iniziano con il giorno del risshun (立春, “l’inizio della primavera”) e terminano con daikan (大寒 “la stagione più fredda”).

I nijūshi sekki non solo diventarono un mezzo pratico per riconoscere i cambiamenti stagionali, ma anche giorni in cui si celebravano una varietà di feste popolari. In particolare, giorni come setsubun (節分, il giorno prima di risshun), il shunbun (春分)l’equinozio di primavera), il shūbun (秋分 l’equinozio d’autunno) e il tōji (冬至, solstizio d’inverno) divennero momenti significativi in cui una vasta gamma di festività religiose, risalenti all’antichità, si svolgevano sia alla corte imperiale che tra la gente comune.

Questa stretta connessione tra i nijūshi sekki e i matsuri giapponesi riflette la profonda relazione del popolo giapponese con le stagioni e le tradizioni culturali che ne derivano.

Fino al 1843, alla fine del Periodo Edo (1603-1868), le divisioni stagionali venivano calcolate dividendo l’anno lunare in ventiquattro parti uguali, utilizzando un metodo noto come heikihō (平気法) o kōkihō (恒気法). Successivamente fu introdotto un metodo diverso chiamato teikihō (定期法), basato su ventiquattro divisioni uguali.

Il sistema precedente si fondava su un mese lunare di 28 giorni, il quale risultava più breve di diversi giorni rispetto all’anno solare di 365 giorni. Questo rendeva necessaria l’inserzione di un mese intercalare ogni due o tre anni. Con il nuovo metodo, il ciclo è suddiviso in ventiquattro parti uguali, riducendo al minimo le variazioni annuali.

Keichitsu (啓蟄) è proprio uno di questi 24 termini solari. La parola si compone di 2 kanji, 啓 (kei o hiraku) significa “apertura, aprirsi” e 蟄 (chissu) indica proprio il letargo degli insetti durante i gelidi mesi invernali.

Keichitsu, rappresenta un momento significativo dell’anno, indicando la posizione precisa del sole mentre avanza nel suo ciclo annuale, marcando l’inizio del declino dell’inverno e l’avvicinarsi della primavera. Questo periodo, che cade intorno al 5-6 marzo nel calendario gregoriano e si conclude nel giorno del shunbun (春分, equinozio di primavera) il 20 Marzo, segna il momento in cui le temperature iniziano a risalire, sciogliendo il gelo invernale e permettendo agli insetti di risvegliarsi e tornare alla vita attiva. È un momento di transizione, in cui la natura comincia a risvegliarsi dalla sua dormienza invernale, anticipando il ritorno della vitalità e della rinascita che caratterizzano la stagione primaverile in Giappone.

Keichitsu è anche conosciuto come sugomori-mushito wo hiraki (蟄虫啓戸). Ovvero gli insetti che si risvegliano dal letargo invernale iniziano a muoversi.

I kanji di hiraku (啓, aprire) e to (戸, porta) fa riferimento alla fine del letargo quando gli insetti e gli animali escono dalle loro tane ai primi tepori primaverili.

Il kanji 蟄 all’interno del composto 蟄虫啓戸 significa proprio  che gli animali si nascondono nel terreno durante il periodo invernale.

Il kami 啓 significa aprire qualcosa che è stato chiuso.

Infine il kanji 戸 si riferisce a una porta.

Anche se utilizziamo il termine mushi (虫) “insetti”, è importante notare che si tratta di una categoria ampia che include vari animali come rane, serpenti e lucertole, e tutti iniziano il loro risveglio in questo periodo.

Questi animali, considerati sotto il termine ombrello “mushi“, potrebbero suscitare una certa inquietudine per chi ha paura di rane o serpenti. Tuttavia, l’immagine di queste creature che emergono, ancora un po’ assonnate, è un momento tenero che ci fa sorridere e augurare con serenità all’arrivo della bella stagione.

Con il tepore del sole che avvolge il paesaggio, in Giappone è giunto il momento perfetto per dare inizio ai lavori agricoli.

Da tempi antichi, l’ 8 Febbraio è conosciuto come kotohajime (事始め) ovvero il momento di inizio delle celebrazioni annuali e dei cicli agricoli.  Questa data, legata al calendario lunare, coincide con il periodo attuale di Marzo, segnando l’avvento della primavera. L’8 Febbraio rappresenta l’inizio di un lungo viaggio attraverso le stagioni agricole, conosciuto con il nome di koto-yōka (事八日), che termina con il koto-osame (事納め) dell’8 Dicembre.

Con l’avvio dei lavori agricoli, si accolgono i raccolti autunnali, e così, da tempi immemorabili, la vita agricola in Giappone è stata scandita dal susseguirsi delle stagioni. Il calendario e la coltivazione del riso, in particolare, sono intrecciati in un legame indissolubile, riflettendo la natura ciclica della vita agricola.

Sebbene io possa solo immaginare la fatica e la gioia di questo stile di vita, mi ritrovo a percepire un senso di affetto mentre a cena preparo il riso o lo mangio assieme alla mia famiglia, consapevole delle molteplici emozioni trasmesse attraverso questo semplice gesto. La storia dell’agricoltura giapponese è un viaggio che abbraccia le stagioni, un’ode alla connessione intima tra l’uomo e la natura.

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