Mese: Agosto 2024

  • Ochōzu kannon

    Ochōzu kannon

    Ochōzu Kannon (御手水観音, letteralmente “Kannon della sorgente purificatrice”) è un luogo speciale, lontano dal trambusto delle città, nascosto tra le montagne della prefettura di Nagasaki, dove la storia e la spiritualità si fondono in un’atmosfera unica. Immagina un piccolo tempio dedicato a Kannon, divinità buddista molto amata in Giappone, che da secoli attira pellegrini da tutta la zona.

    Chōzu è un rituale tradizionale giapponese di purificazione che si svolge prima di pregare nei santuari o nei templi lavandosi le mani. Questo gesto simbolico serve a pulire il corpo e lo spirito, preparandoli per la preghiera. In un’epoca in cui la fede popolare e il sankaku bukkyō (山岳仏教, “il buddismo della montagna”) erano fiorenti, numerosi fedeli si recavano a venerare Kannon e si purificavano nelle acque fresche della cascata dedicandosi alla pratica spirituale.

    Ancora oggi durante il periodo estivo, le persone si recano in questa oasi di pace alla ricerca di un po’ di refrigerio. Ma la vera sorpresa ti aspetta percorrendo il sentiero che conduce al tempio: sul lato sinistro, sulle rocce, troverai ben 49 incisioni dedicate a Buddha! Queste incisioni sono un vero mistero, perché nessuno sa esattamente quando e perché furono create. Questo luogo infatti è conosciuto anche come Ochōzu kannon no magaibutsugun (御手水観音の磨崖仏群), letteralmente “gruppo di Buddha scolpiti nella roccia presso l’Ochōzu kannon“.

    Le espressioni dei Buddha sono così serene e delicate che ti sembrerà di entrare in un mondo di tranquillità. Molte di queste incisioni sono state realizzate con un’antica tecnica, uguale a quella delle goyakurakan (五百羅漢, “i 500 discepoli del Buddha), che si trovano a Tomigawa, nella città di Isahaya.

    I 500 discepoli di Buddha di Tomigawa

    I 500 goyakurakan si trovano nella gola di Tomigawa, a monte del fiume Honmyō (本明川). Le cronache riportano che tra il 1699 e il 1700, 12° e 13° anno dell’era Genroku (元禄) , il dominio di Isahaya fu colpito prima da una grave alluvione causata dal fiume Honmyō che causò la morte di 487 persone e in seguito da una grave carestia. Per pregare per le anime dei defunti e per la pace e prosperità del dominio, il settimo signore di Isahaya, Shigeharu, fece costruire il tempio Daiō (大雄寺) nella gola di Tomigawa e fece scolpire le immagini dei rakan sulle pareti rocciose della gola e sui grandi massi. Attualmente sono state identificate oltre 500 immagini. Completate nel 1709, queste incisioni sono, assieme a quelle di Ochōzu kannon, le più importanti della prefettura e costituiscono come bene culturale e una preziosa testimonianza della storia di Isahaya.

    Tornando alle incisioni presenti ad Ochōzu kannon vicino ad alcune sono stati incisi anche dei nomi, che si crede sia riconducibili a persone che abbiano contribuito alla creazione di queste incisioni, forse donando del denaro o lavorando direttamente su di esse.

    Le origini di questo tempio si perdono nel tempo. Sebbene esista una leggenda che attribuisca la sua fondazione al monaco Gyōki (行基), le fonti storiche, in particolare un documento conservato nel santuario di Mitachiyama (御館山神社, Mitachiyamajinja, Isahaya), offrono un quadro un po’ più preciso.

    In questo documento c’è scritto: “Non si sa con certezza in quale epoca sia stato fondato. Davanti al tempio scorre una cascata, e sulla parete rocciosa è incisa la data Shitoku (1385). Sopra si trovano le sillabe di Senju Kannon (千手観音), Fudō Myō (不動明王) e Bishamonten (毘沙門天), ancora visibili oggi.

    Il grande festival di Ochōzu kannon

    Da oltre un secolo, ogni anno il 18 Agosto, si svolge l’ Ochōzu kannon Taisai (御手水観音大祭), il grande festival dedicato ad Ochōzu kannon. Durante il festival, si svolgono cerimonie per pregare per un buon raccolto (五穀豊穣, gokokuhōjō) e la sicurezza della famiglia. Non mancano le esibizioni nella tradizionale danza conosciuta con il nome di furyū (浮立) per esprimere la loro gratitudine per l’acqua che irrora i campi.

    Fonte: Isahayashi Website

    La danza furyū

    Nelle mie zone si dice che questa danza abbia il potere di “far risvegliare l’animo dei kami e degli uomini”. Questa antica tradizione, radicata nelle campagne dell’ex dominio di Saga e oggi anche in tutta la prefettura di Nagasaki e in altre zone del Kyūshū veniva offerta nei santuari e templi locali come atto di devozione, sia per implorare la pioggia che per ringraziare per la prosperità dei raccolti.

    Queste incisioni, create da diverse mani che hanno raffigurato il Buddha in modi differenti, sono una preziosa testimonianza della profonda fede popolare dell’epoca.

  • Edo roku Jizō

    Edo roku Jizō

    I jizō che vegliano sulle strade si Tōkyō

    Mentre vivevo a Tōkyō per i miei studi un pomeriggio mentre passeggiavo con un collega dell’università mi imbattei in una statua di Jizō bosatsu con una targa con su scritta la seguente frase:

    これは江戸の街道を守護する目的で造られた。

    Questa statua fu eretta con lo scopo di proteggere le strade di Edo

    Era il 2007 e, poiché il mio telefono cellulare giapponese non disponeva di una fotocamera di buona qualità, spinto dalla curiosità, decisi di annotare su un pezzo di carta la frase che avevo letto sulla statua di Jizō. Ero infatti molto interessato a saperne di più sia sulla statua stessa che sul significato di quella particolare iscrizione.

    Tokugawa e le infrastrutture

    Fonte: Wikipedia

    Immaginatevi a passeggiare per le strade di Edo, la Tōkyō del XVII secolo. Un’epoca di grandi cambiamenti, dove il Giappone si stava unificando sotto il potente shogunato Tokugawa. Fu proprio in questo periodo che nacque un’ambiziosa rete stradale, frutto della visione di Tokugawa Ieyasu (徳川家康). Dopo la battaglia di Sekigahara (1600), il futuro shōgun comprese l’importanza delle infrastrutture per consolidare il suo potere. Nasce così un vasto programma di costruzione e manutenzione delle strade, volto a soddisfare le esigenze dei mercanti e a sostenere il sistema sankin kōtai, che obbligava i daimyō a recarsi periodicamente a Edo. Le direttive dello shogunato erano talmente precise che il sistema stradale di Edo divenne un modello di efficienza, tanto da impressionare gli stranieri che visitarono il Giappone in quel periodo. La statua che vidi quel giorno a Tōkyō, eretta a guardia di una di queste strade, una silenziosa testimone di quell’epoca.

    Il sankin kōtai

    Il sistema del sankin kōtai (参勤交代) imponeva ai daimyō la costruzione di una residenza nella città di Edo dove erano costretti a vivere a rotazione, alternando un anno nella capitale e uno nei propri domini. I familiari dei daimyō erano invece tenuti a risiedere stabilmente a Edo. Questo sistema permetteva allo shōgun il controllo di potenti signori feudali. In pratica, tenendo in osteggio le loro famiglie a Edo, si assicurava la loro lealtà.

    Gokaidō – Le cinque strade di Edo

    Durante il periodo Edo, il Giappone vide un notevole sviluppo infrastrutturale con la creazione delle cinque grandi strade, le Gokaidō (五街道). Confluendo tutte al ponte Nihonbashi (日本橋), queste vie costituivano l’ossatura del sistema viario del paese. In particolare, la Tōkaidō (東海道, letteralmente “strada del mare orientale”), già esistente fin dal periodo Nara, fu oggetto di una completa ristrutturazione, mentre la Nakasendō (中山道, letteralmente “strada centrale di montagna”), sfruttando il tracciato dell’antica Tōsandō (東山道), fu ampliata e migliorata. Entrambe queste strade rivestivano un’importanza cruciale per i collegamenti tra Edo, la nuova capitale dello shogunato, e Kyōto, l’antica capitale imperiale.

    Fonte: Edomap
    Fonte: jinriki

    Per garantire un accesso sicuro e solenne al mausoleo di Tokugawa Ieyasu, presso il santuario di Nikkō, fu costruita la Nikkōkaidō (日光街道). Questa importante via di comunicazione, che ripercorreva un antico sentiero, fu ufficialmente istituita nel 1617 da Tokugawa Hidetada (徳川秀忠), figlio e successore di Ieyasu, con l’obiettivo di collegare in modo stabile Edo, la nuova capitale dello shogunato, al luogo di culto dedicato al fondatore della dinastia Tokugawa.

    L’Ōshū-kaidō (奥州街道) fu originariamente concepita per collegare Edo alla provincia di Mutsu (陸奥の国, Mutsu no kuni), corrispondente all’odierna regione del Tōhoku, duramente colpita dal grande terremoto del 2011. In seguito, il suo percorso fu esteso fino all’isola di Hokkaidō.

    Fonte: hagukumu

    Parallelamente, fu costruita la Kōshū-Kaidō (甲州街道) per collegare Edo alla provincia di Kai (甲斐の国, Kai no kuni), l’attuale prefettura di Yamanashi. Si narra che quest’ultima strada fosse stata ideata sua come via per muover facilmente l’esercito sia come via di fuga per lo shōgun in caso di assedio al castello di Edo.

    Fonte: jinriki

    Le cinque grandi strade del Giappone, le gokaidō, furono designate come arterie principali dallo shogunato Tokugawa, con il ponte Nihonbashi di Edo come punto di partenza comune. L’iscrizione presente sull’attuale ponte, opera di Tokugawa Yoshinobu (徳川慶喜), ultimo shōgun, testimonia l’importanza simbolica di questo luogo, considerato il cuore del Giappone durante il periodo Edo. A partire dal 1604, con la designazione ufficiale del ponte Nihonbashi, iniziò la graduale costruzione di queste importanti vie di comunicazione terrestre. Le cinque strade furono completate rispettivamente: la Tōkaidō nel 1624, la Nikkōkaidō nel 1636, l’Ōshūkaidō nel 1646, la Nakasendō nel 1694 e la Kōshūkaidō nel 1772.

    La progettazione e la realizzazione di queste strade erano governate da normative precise che ne definivano gli standard costruttivi. La suddivisione in ri (里), unità di misura corrispondente a 3,927 km, e la segnalazione mediante ichiritsuka (一里塚), coppie di tumuli posti ai lati della strada ogni 4 chilometri, erano elementi fondamentali di questa pianificazione, che regolava anche aspetti come la larghezza della carreggiata e la presenza o meno di vegetazione lungo il percorso.

    Le gokaidō inoltre erano dotate di un sistema di stazioni di posta, le shukuba (宿場), distanziate in media ogni 7-10 chilometri. In conformità ai regolamenti shogunali, queste strutture offrivano servizi di alloggio, ristoro e cambio cavalli, garantendo così un efficiente sistema di trasporti lungo le principali vie di comunicazione del Giappone.

    Le gokaidō da sole non erano comunque sufficienti per raggiungere tutti i domini, quindi strade secondarie furono potenziate per migliorare ulteriormente i collegamenti all’interno del paese.

    La nascita dei sei Jizō di Edo

    Si racconta che nel 1706, un monaco buddista di nome Shōgen (正元), che viveva a Edo, fu colpito da una malattia incurabile. Affidandosi alla fede, Shōgen implorò Jizō Bosatsu di salvarlo, sigillando un patto con un’offerta devota: “Se mi guarisci, erigerò statue dei sei Jizō.
    Shōgen si riprese dalla malattia, sfidando ogni previsione. Fedele alla sua promessa, con un atto di devozione, fece erigere a Edo grandi statue di bronzo, laminate d’oro di Jizō in sei luoghi considerati allora le sei entrate della città, punti di partenza anche delle gokaidō.

    Jizō Bosatsu

    Jizō (地蔵), correttamente chiamate anche Jizō Bosatsu (地蔵菩薩), o più affettuosamente “Ojizōsan” (お地蔵さん) o “Ojizōsama” (お地蔵様), è considerato il protettore dei bambini e dei viaggiatori. Le sue statue si trovano in tutto il Giappone: nei templi buddisti, nei cimiteri, lungo le strade di campagna e persino negli angoli più nascosti delle città. Le statue di Jizō, sono realizzate in pietra, un materiale che si crede possegga poteri protettivi ancestrali. Originario dell’India, la sua figura è oggi un simbolo familiare del paesaggio giapponese. I tipici bavaglini rossi e cappellini che adornano le statue sono un richiamo alla tradizione e alla protezione dalle energie negative.

    Foto dell’autore

    Legati al mito del sanzu no kawa (三途の川), il fiume che separa il mondo dei vivi da quello dei morti, jizō è venerato come protettore delle anime dei bambini deceduti prima di essere venuti al mondo, conosciuti come mizu no ko (水の子). Si crede che questi piccoli spiriti, incapaci di attraversare il fiume, siano costretti a costruire torri di pietra per espiare la colpa di aver causato un grande dolore ai propri genitori. I demoni, tuttavia, distruggono queste torri, ma jizō interviene per salvare queste anime innocenti. Questa figura, spesso raffigurata con un bambino in braccio, è anche associata ai viaggiatori, ereditando il ruolo degli antichi dōsojin (道祖神), posti a guardia dei sentieri.

    Perché Shōgen decise di offrire proprio sei statue

    Si crede che Jizō Bosatsu non solo sostituisca coloro che pregano per liberarli dalle sofferenze dell’inferno, ma visiti anche tutti e sei i mondi in cui i defunti rinascono per salvarli. I sei jizō non sono altro che le diverse forme che il Bodhisattva assume per recarsi in questi sei mondi. Le statue dei sei jizō che spesso si trovano nei cimiteri o all’interno dei complessi dei templi vengono erette con il desiderio che i defunti rinascano in un mondo migliore.

    Nella dottrina buddista i sei mondi sono chiamati rokudō (六道) o anche rikudō. Si dice che, dopo la morte, gli esseri umani vengano giudicati in base alle loro azioni compiute durante la vita e rinascano in uno di questi mondi. Sebbene con gradi di sofferenza diversi, nessuno di questi mondi permette di sfuggire alla sofferenza stessa. Originariamente, lo scopo del buddhismo era quello di raggiungere l’illuminazione e liberarsi dal ciclo infinito delle rinascite nei sei mondi, il rokudō-rinne-tenshō (六道輪廻転生). Come ho già scritto in altri post di questo blog questo concetto non e applicabile allo Jōdo Shinshū (浄土真宗), il buddhismo della terra pura che crede che tutti i defunti vengano chiamati da Amida Nyorai (阿弥陀如来) nel Paradiso Occidentale, il gokurakujōdo (極楽浄土), pertanto non rinascono nei sei mondi. La Jōdo Shinshū offre una visione della morte e dell’aldilà molto diversa da altre scuole buddhiste. Invece di preoccuparsi della rinascita in uno dei sei mondi, i seguaci si concentrano sulla devozione ad Amida Nyorai e sulla fiducia nella sua promessa di salvezza.

    Rokudō, i sei mondi e le sei forme di Jizō

    Tendō (天道): Il mondo degli dei, un luogo privo di preoccupazioni e sofferenze, pieno di gioie. Tuttavia, anche gli dei devono affrontare la morte, portando con sé tristezza e paura. I questo regno Jizō appare come Nikkō Jizō (日光地蔵).

    Jindō (人道): Il mondo degli umani, un luogo pieno di sofferenze ma anche l’unico dove è possibile sfuggire al ciclo delle rinascite attraverso la pratica buddhista. In questo mondo Jizō appare come Jogaishō Jizō (除蓋障地蔵).

    Shuradō (修羅層): Il mondo degli Asura, o semidei, caratterizzato da continue guerre e conflitti. In questo mondo Jizō appare come Jiji Jizō (持地地蔵).

    Chikushōdō (畜生道): il mondo degli animali, un luogo dove regna la legge del più forte. In questo mondo Jizō appare come Hōin Jizō (宝印地蔵).

    Gakidō (餓鬼道): il mondo degli esseri affamati, condannati a soffrire costantemente di fame e sete. In questo mondo Jizō appare come Hōju Jizō (宝珠地蔵).

    Jigokudō (地獄道): l’inferno, il mondo più sofferente dei sei, dove le torture sono incessanti. In questo mondo Jizō appare come Danda Jizō (檀陀地蔵).

    Jizō Bosatsu rappresenta una guida spirituale che aiuta le persone a uscire dai sei mondi e a raggiungere la liberazione. A seconda del mondo in cui si trova una persona, Jizō Bosatsu assume una forma diversa per offrire il suo aiuto. La sua presenza è una fonte di conforto e speranza per coloro che soffrono.

    Edo rokujizō

    Chiusa questa digressione sui sei mondi del buddismo e sulle sei forme di Jizō Bosatsu ritorniamo al nostro Shōgen che una volta guarito dalla malattia deve tener fede al voto fatto. Naturalmente non poteva portare a termine questa promessa da solo. Commissionò infatti, ad un noto maestro fonditore di metalli di quel periodo, la realizzazione delle sei statue. L’opera fu resa possibile anche grazie al generoso contributo di oltre 72.000 benefattori, la cui devozione si manifesta nei nomi incisi sui piedistalli ornati di petali di loto, simbolo di purezza e rinascita. Ogni statua infatti, raffigura un Jizō in posizione seduta su un piedistallo ornato di petali di loto, reca incisi i nomi di coloro che hanno reso possibile la sua creazione.

    Ogni statua, alta circa 270 centimetri, è stata collocata all’aperto lungo le vie più importanti del tempo, offrendo una serena e imponente presenza a tutela dei viaggiatori e degli abitanti. I Jizō che si incontrano nei templi o nei vicoli delle città giapponesi sono generalmente di piccole dimensioni e spesso raggruppati insieme. Al contrario, queste statue, con la loro maestosità, incutono un profondo rispetto.

    Esiste un ordine per visitare le sei statue che è diverso da quello di costruzione, poiché si ritiene che seguire questo percorso specifico porti benefici spirituali.

    Honsenji

    Partendo dalla stazione JR di Shinagawa e attraversando il ponte Yatsuyama (八ツ山橋, Yatsuyamahashi), si percorre a piedi la vecchia Tōkaidō fino allo Honsenji (品川寺). Si dice che questo tempio sia stato fondato da Kobo Daishi durante l’era Daido (806-810), ed è un tempio della setta Shingon. La statua con uno shakujo (錫杖, bastone rituale) in una mano e un manji (simbolo buddista) nell’altra, siede tranquillamente con lo sguardo rivolto verso la via Tōkaidō. Originariamente questa statua indossava un cappello, ma si dice che durante il grande terremoto del Kantō il cappello rotto sia caduto e mai più sostituito. Senza cappello, durante i giorni di pioggia sembra che tristi lacrime scendono sul suo viso.

    Fonte: Honsenji

    Tozenji

    La seconda statua di Jizō ad essere completata fu eretta nel 1710 presso il Tozenji (東禅寺), un tempio della setta Sōtō situato a Higashi Asakusa. Sembra che questa statua si trovasse inizialmente alla storica imboccatura della strada Ōshūkaidō, ma a causa di un piano di ristrutturazione urbana nel 1928, è stata trasferita nella sua attuale posizione. Questa statua si differenzia dalle altre per la presenza di un byakugō (白亳) dorato sulla fronte. Il byakugō è il piccolo ricciolo di capelli bianchi tra le sopracciglia considerato una delle trentadue caratteristiche fisiche del Buddha.

    Taisōji

    Questa statua situata sulla Kōshūkaidō fu eretta nel 1712 all’interno del Taisōji (太宗寺), tempio affiliato alla Jōdo Shinshū che si trova immerso tra i palazzi del quartiere di Shinjuku. Una caratteristica distintiva è il piccolo cappello che indossa. Si dice anche che all’interno della statua siano state rinvenute sei piccole statue di Jizō in bronzo e un elenco dei nomi dei donatori. Si racconta anche che il famose scrittore Natsume Sōseki fosse solito giocare nei paraggi di questa statua da bambino.

    Fonte: wikipedia

    Shinshōji

    Situato vicino alla stazione di Sugamo, all’inizio dell’antica strada di Nakasendō, si trova il Shinshōji (真性寺), tempio affiliato alla setta Shingon che ospita la quarta statua di Jizō, eretta nel 1714 e decorata con il tradizionale bavaglino rosso. Durante i bombardamenti aerei di Tōkyō nel 1945, l’edificio principale fu completamente distrutto dal fuoco, ma la statua di Jizō rimase illesa.

    Fonte: Sugano website

    Reiganji

    Sulla storica strada Mitokaidō sorge questa statua di Jizō, la quinta in ordine di costruzione, risalente al 1717. La Mitokaidō (水戸街道) era una delle più importanti strade secondarie, che collegava Edo, con Mito (oggi prefettura di Ibaraki). Il cappello leggermente inclinato e le dita delle mani, particolarmente lunghe e unite sono tratti unici di questa statua. La statua si trova all’interno del Reiganji (霊巌寺) tempio fondato nel 1624 da Ōyo Reigan (雄誉霊願), un monaco profondamente stimato da Ieyasu, Hidetada e Iemitsu Tokugawa. Costruito inizialmente su un terreno bonificato situato sull’isola di Reigan (l’attuale Shinkawa, quartiere Chūō), fu completamente distrutto dal grande incendio di Meireki e successivamente ricostruito nell’attuale zona di Fukagawa.

    Fonte: Wikipedia

    Eitaiji

    Sembra che l’ultima delle sei statue di Jizō fu completata nel 1720 e fu in seguito posata presso l’Eitaiji (永代寺), un tempio della setta Shingon fondato nel 1624 e ramo del santuario di Tomioka Hachiman. Questo si trovava nel quartiere di Fukagawa, considerato come la porta d’ingresso di Edo per i viaggiatori provenienti da est sulla strada Chibakaidō (千葉街道), era il quartiere dove viveva Shōgen.

    L’Eitaiji, fu chiuso durante la separazione tra buddismo e shintoismo avvenuta durante il periodo Meiji e di dice che la statua di Jizō sia stata venduta a una fonderia di Kawaguchi.

    Shinbutsu Bunri

    Nei primi anni del periodo Meiji (1868-1912), caratterizzati da un profondo rinnovamento politico e sociale, si assistette a una rivalutazione dello shintoismo, a lungo associato al potere imperiale. Questa scelta, volta a rafforzare il legame tra la dinastia imperiale e il popolo giapponese, portò a una netta separazione tra shintoismo e buddismo (神仏分離, shinbutsu bunri), con quest’ultimo a subire pesanti persecuzioni. Il tempio Eitaiji e il santuario di Tomioka, un tempo un complesso religioso di grande rilevanza, furono profondamente segnati da questi eventi. Oggi, i resti di questo passato glorioso sono ancora visibili, seppur in forma ridotta, e testimoniano le profonde trasformazioni che hanno interessato il Giappone moderno. Mentre la statua di Jizō donata da Shōgen è andata perduta per sempre ma, è possibile ammirare una sua copia presso il Jōmyōin, tempio affiliato alla setta Tendai che si trova in zona Ueno. Si tratta di una copia prodotta durante il periodo Meiji. Di dimensioni più piccole, senza il caratteristico cappello, e con un aspetto diverso dagli altri sei Jizō di Edo.

    Fonte: Jōmyōin

    Le cinque statue arrivate fino ai giorni nostri, in origine rivestite di una lamina d’oro ormai consumata dal tempo, rappresentano un raro esempio di sculture in bronzo di tali dimensioni, fuse nei primi anni del Settecento. Riconosciute dal governo di Tōkyō come beni culturali tangibili, esse sono oggi oggetto di attenta tutela e conservazione.

  • Shosho

    Shosho

    Il momento in cui il caldo si placa

    Mentre in Occidente siamo abituati a suddividere l’anno in quattro stagioni ben definite, in Giappone la percezione del tempo è più sfumata e legata ai cambiamenti naturali. Shosho (処暑), uno dei 24 nijūshisekki (二十四節気), ne è un perfetto esempio. Questo periodo, che letteralmente significa “periodo in cui il caldo si placa”, ci ricorda che la transizione dall’estate all’autunno è un processo graduale e delicato. Il kanji “処”, attraverso uno dei suoi molti significati (osamaru, 収まる) evoca un’immagine di quiete e calma invitandoci a rallentare i ritmi e apprezzare la bellezza di questi momenti di passaggio.

    Sebbene il calendario ci dica che siamo già in autunno dopo il risshū (立秋), è proprio con lo shosho che la natura sembra finalmente rispondere a questo cambiamento, offrendoci giornate più fresche e serene. Questo concetto, profondamente radicato nella cultura giapponese, ci ricorda l’importanza di osservare e rispettare i ritmi della natura.

    Lo shosho però non si limita al 22 Agosto ma rappresenta un periodo, che si estende fino al giorno precedente il successivo termine solare, hakuro (白露) che quest’anno cade il 9 Settembre. È un momento di transizione particolarmente sentito nella cultura giapponese. È un periodo in cui si celebrano i cicli naturali e si ringrazia per i doni della terra.

    Nihyaku Tōka

    Shosho è un periodo di transizione delicata, segnato non solo dalla graduale attenuazione del caldo, ma anche dall’intensificarsi dell’attività dei tifoni. Il nihyaku tōka (二百十日), che quest’anno cade il 31 agosto, è uno zassetsu (雑節, giorno del cambio di stagione) particolarmente temuto dagli agricoltori. In questo giorno, si intrecciano credenze popolari e pratiche religiose. In un’epoca in cui non si potevano prevedere i tifoni come succede oggi, si credeva che, contando 210 giorni a partire dal risshun (立春, inizio della primavera), ci fosse una maggiore probabilità che un tifone colpisse il paese. Essendo questo il periodo della spigatura del riso, si temevano particolarmente queste tempeste e per questo motivo, nelle comunità agricole si prestava molta attenzione a questo giorno svolgendo, nei giorni precedenti, dei rituali come il kazamatsuri (風祭, letteralmente festival del vento) tramite il quale si invocava la protezione dei kami contro i dai danni causati dal vento. Simili rituali sono un esempio tangibile di come la cultura giapponese si sia adattata ai ritmi e alle sfide imposte dall’ambiente naturale.

    Inoltre 1° Settembre è stato istituito il bōsai no hi (防災の日), una giornata dedicata alla sensibilizzazione, prevenzione dei disastri e al ricordo delle vittime del terribile terremoto che colpì la regione del Kantō nel 1923, a testimonianza di quanto i giapponesi siano consapevoli della fragilità dell’uomo di fronte alla potenza della natura.

    Yūsuzumi

    Questo termine me l’ha insegnato mia moglie quando ci siamo conosciuti: yūsuzumi (夕涼み). È un concetto che cattura l’essenza delle fine delle estati giapponesi. Immagina di sederti sulla veranda di casa tua, o di fare una passeggiata dopo una giornata torrida, e di sentire la brezza serale accarezzare la tua pelle. Questo è lo yūsuzumi. Un momento di puro relax e di connessione con la natura, un vero e proprio rituale per rinfrescarsi e ritrovare la calma.

  • Il bon nella tradizione shinotista

    Il bon nella tradizione shinotista

    Dopo la pubblicazione del nostro ultimo articolo sul Bon, ho ricevuto alcuni messaggi privati che mi chiedevano se anche la tradizione shintoista celebrasse questa festività. La domanda è del tutto legittima, poiché, sebbene l’Obon (お盆) sia normalmente associato al buddismo, le sue radici affondano nelle antiche pratiche shintoiste di venerazione degli antenati. Stavo già preparando un approfondimento su questo tema, poiché mi sembrava importante sottolineare come anche nei santuari e nelle famiglie che seguono lo shintoismo si svolgano riti dedicati ai propri antenati durante il periodo dell’Obon.

    In passato, era comune che santuari e templi condividessero lo stesso spazio, creando luoghi di culto unici dove si intrecciavano le pratiche shintoiste e buddhiste. I sacerdoti, officiavano riti che riflettevano questa sincresi religiosa, un fenomeno noto come shinbutsu-shūgō.(神仏習合).

    Buddismo e shintoismo

    Il buddhismo fece il suo ingresso in Giappone nella prima metà del VI secolo, giungendo dalla Cina, dove si era diffuso seguendo le antiche rotte commerciali della via della seta che collegavano l’Asia orientale con l’India. La prima testimonianza scritta di questa introduzione si trova nel Nihon Shoki (日本書紀), letteralmente “Cronache del Giappone”, il secondo libro più antico della storia classica giapponese. Prima dell’arrivo del buddhismo, le credenze religiose erano profondamente radicate nelle comunità locali e legate ai cicli della natura.

    La sussistenza dei villaggi giapponesi era strettamente legata alla coltivazione del riso, che rivestiva un ruolo centrale nei riti comunitari. Attraverso questi rituali, la popolazione invocava la benevolenza dei kami (神), divinità shintoiste legate alla natura e al territorio. Si credeva che i kami, se venerati con rispetto, potessero garantire prosperità e protezione, mentre la loro ira poteva scatenare calamità naturali. Il pantheon shintoista era vasto e variegato, includendo divinità legate alla terra, al riso, alle montagne, ai boschi e ad altri elementi naturali.

    Shinbutsu-shūgō

    L’introduzione del buddhismo in Giappone diede origine al fenomeno noto come shinbutsu-shūgō (神仏習合), ovvero una complessa sincresi tra le divinità shintoiste (kami) e le figure buddhiste. Anziché sostituire le credenze tradizionali, si cercò una coesistenza pacifica tra le due religioni, dando vita a un processo evolutivo articolato in diverse fasi. Inizialmente, Buddha e bodhisattva vennero assimilati al pantheon shintoista, ma questa prima fase di sincretismo non permise una comprensione approfondita della filosofia buddhista e delle sue sottili sfumature.

    L’integrazione tra buddhismo e shintoismo si consolidò ulteriormente con la nascita dei jingūji (神宮寺) complessi religiosi che combinavano le caratteristiche di santuari e templi. Questa nuova forma di culto segnò l’inizio della seconda fase del sincretismo religioso. Nei jingūji si svolgevano riti che vedevano la partecipazione sia di Buddha che dei kami, ma con una netta distinzione gerarchica. I kami venivano considerati inferiori ai Buddha, perché non ancora liberi dal rinne-tenshō (輪廻転生), ovvero il ciclo delle rinascite. I monaci buddhisti svolgevano un ruolo attivo in questi culti, recitando preghiere per la liberazione dei kami.

    La svolta decisiva nel sincretismo si verificò quando i kami furono considerati come manifestazioni terrene dei Buddha e dei Bodhisattva, incaricati di guidare gli esseri umani verso l’illuminazione. Questa nuova teologia costituì il fondamento della religione giapponese per molti secoli. Grazie a questa ridefinizione, i kami, un tempo percepiti come entità potenzialmente pericolose, assunsero un ruolo più benigno, diventando espressione della compassione buddhista e strumenti per la salvezza.

    Bon nella tradizione shintoista

    Nonostante la diffusa convinzione che il bon sia una celebrazione di origine buddhista, le sue radici affondano nelle antiche tradizioni giapponesi dedicate al culto degli antenati. Il sistema danka seido (檀家制度, iscrizione delle famiglie a un tempio buddhista), promosso dallo shogunato Edo, ha fortemente influenzato la percezione dell’Obon come pratica esclusivamente buddhista. Tuttavia, anche nelle famiglie che aderiscono allo shintoismo, si mantengono durante il periodo del bon rituali di venerazione degli antenati purificando gli altari e facendo le offerte stagionali.

    In Giappone, sin dai tempi antichi, insieme ai riti shintoisti si sono svolte cerimonie per venerare lo spirito degli antenati chiamate sorei-saishi (祖霊祭祀), e le persone conducevano una vita pacifica grazie alla protezione dei kami e degli spiriti ancestrali. I kami, in questa concezione, non erano una forza unica e assoluta, ma piuttosto esseri che si credevano fossero nati dall’ascensione graduale degli antenati con cui si aveva un legame. Il motivo per cui, tra tutti gli eventi annuali, Obon e Capodanno sono considerati le due principali festività risiede nel fatto che entrambi sono occasioni per invitare a casa gli spiriti degli antenati e i kami, cioè coloro che hanno un legame con noi. Le celebrazioni del bon sono dedicate agli antenati, mentre quelle di Capodanno sono dedicate ai kami.

    Come spiegato nell’articolo sul bon quest’ultimo si basa sull’urabon-e (盂蘭盆会), un atto di grande pietà filiale di un monaco che, seguendo gli insegnamenti di Buddha, riuscì a liberare sua madre e i suoi antenati dalle sofferenze infernali. Questa storia è alla base della celebrazione dell’Obon, durante la quale si offrono preghiere e cibo agli antenati. Quando il buddhismo fu introdotto in Giappone, queste iniziarono ad essere celebrate in vari templi. Inizialmente incentrate sul culto dei monaci, con il tempo, questa pratica buddista si fuse con l’antica tradizione shintoista dell’inizio dell’autunno, dando origine alla forma attuale della festa del bon.

    Decorazioni e preparativi shintoisti per il bon

    Le decorazioni e i preparativi per il bon nello shintoismo non sono molto diversi dal buddismo, ma ci sono anche alcune caratteristiche uniche. Per il bon shintoista, si puliscono il soreisha (祖霊舎), un piccolo santuario/altare dedicato agli spiriti degli antenati defunti, venerati come kami, che si trova nelle casi di molti giapponesi ed ha la stessa funzione del butsudan (仏壇) buddista. Si puliscono anche i jingu (神具) gli utensili sacri che si trovano disposti sul soreisha, e si offrono acqua fresca, sakè, sale e riso. Davanti allo all’altare, si prepara lo shōryō-dana (精霊棚), un altare degli spiriti e si offrono cibo sacro e frutta di stagione.

    Inoltre, mentre nel buddismo alcune famiglie sono solite invitare un monaco buddista a casa per recitare i sutra, nello shintoismo si invita un sacerdote shintoista a casa per recitare le norito (祝詞), le preghiere shintoiste. Mentre quando si prega davanti al santuario domestico o presso la tomba di famiglia, invece di bruciare l’incenso, si offre un ramo di sakaki (榊), in una cerimonia chiamata tamagushi hōten (玉串奉奠). Anche le pratiche di accendere il fuoco per accogliere (mukaebi) gli spiriti degli antenati e di spegnerlo per congedarli (okuribi) sono praticate sia nel buddismo (ad eccezione del buddismo della terra pura) che nello shintoismo.

    Tamagushi hōten

    Se avete mai visitato uno santuario shintoista, potreste aver avuto l’opportunità di partecipare a una cerimonia chiamata tamagushihōten.

    Un tamagushi è un pezzo di carta attaccato a una foglia di sakaki con una corda di canapa. È un elemento essenziale per i rituali e le festività shintoiste. Nello shintoismo, il tamagushi viene anche usato per rendere omaggio formalmente durante le visite ufficiali.

    Si crede spesso, erroneamente, che il tamagushi sia un semplice oggetto votivo, paragonabile al riso, al sakè o ad altre offerte alimentari. In realtà, il tamagushi riveste un significato profondamente spirituale, in quanto viene offerto e venerato con grande reverenza durante le cerimonie. Esso rappresenta un segno di rispetto verso i kami e funge da tramite per le preghiere e i desideri dei fedeli.

    L’albero di sakaki è considerato una pianta sacra in cui si crede i kami possono facilmente dimorare.

    Il primo bon nella tradizione shintoista

    Nello shintoismo, il primo bon dopo la morte di una persona è chiamato aramitama-matsuri (新御霊祭, letteralmente “nuova festa degli spiriti”). Nel buddismo, il primo bon si celebra solitamente trascorsi i 49 giorni dalla morte e quindi spesso coincide con l’anniversario della morte. Nello shintoismo, invece, il primo bon si celebra nel primo anno dopo la morte, anche se non sono ancora trascorsi i 50 giorni. Pertanto, nello shintoismo, il primo bon non coincide mai con l’anniversario della morte. Come nel buddismo, anche nello shintoismo, durante il primo bon si appendono lanterne bianche all’ingresso e alle finestre per guidare gli spiriti degli antenati. Tuttavia, mentre nel buddismo si usano spesso lanterne con il disegno di un fiore di loto, nello shintoismo le lanterne bianche senza decorazioni sono le più comuni.

    La tradizione del bon buddhista e shintoista, condividono il comune scopo di venerare e onorare gli antenati. Tuttavia, differiscono in termini di background religioso, pratiche, riti e cerimonie. Il bon buddhista si concentra principalmente sui rituali per pregare per la liberazione degli spiriti degli antenati, mentre quello shintoista pone maggiore enfasi sull’armonia con la natura e sul legame con gli antenati.

    La celebrazione del bon nello shintō sottolinea l’importanza del legame con le generazioni passate, esprimendo auspici di salute e prosperità per la famiglia. Inoltre, questa ricorrenza è dedicata al rinnovamento della gratitudine verso l’ambiente naturale e la comunità.

    Possiamo concludere che il bon rimane comunque una preziosa occasione per riconfermare i legami con gli antenati e tramandare la cultura tradizionale giapponese.

  • Gozan okuribi

    Gozan okuribi

    Il Gozan okuribi (五山送り火) che si tiene la sera del 16 Agosto è una delle cerimonie religiose estive simbolo di Kyōto. In Giappone si crede che gli spiriti degli antenati tornino alle loro case durante il periodo del bon, che va dal 13 al 16 Agosto.

    Mukaebi, i fuoco di benvenuto

    Il 13 Agosto è chiamato mukaebon (迎え盆), ovvero il giorno in cui si va ad accogliere gli spiriti degli antenati. Per questo motivo, il 13 ci si reca presso al tomba di famiglia per accogliere gli spiriti degli antenati accendendo i mukaebi (迎え火), i fuochi di benvenuto, per guidarli verso casa.

    A Kyōto, il Gozan Okuribi è un rituale tradizionale che si svolge ogni anno il 16 Agosto. Consiste nell’accendere grandi falò a forma di kanji e simboli sulle montagne che circondano la città, con lo scopo di guidare le anime dei defunti nel loro viaggio di ritorno verso l’aldilà. Si dice che questo matsuri sia diventato un evento annuale alla fine del periodo Edo (1603-1868). Giunto fino ad oggi è stato sospeso dolo durante la Seconda Guerra Mondiale ed è stato inserito tra i beni culturali immateriali della città di Kyōto.

    Il Gozan okuribi consiste in cinque falò accesi in cima alle grandi montagne che circondano la città nella parte nord, est e ovest. Il Daimonji (大文字), Myōhō (妙法), funagata (船形), hidari daimonji (左大文字) e toriigata (鳥居形). Questi cinque caratteri vengono accesi uno dopo l’altro ogni 5 minuti dalle ore 20:00.

    A che ora inizia?

    L’orario in cui vengono accesi i falò è cambiato nel corso degli anni. Fino al 1962 non c’era un orario preciso, ma dal 1963, per venire incontro al turismo, si decise di iniziare puntualmente alle 20:00. Da allora, si è stabilito un ordine preciso: prima il daimonji, poi passati 10 minuti si accendeva Myōhō, passati 15 minuti funagata e hidari daimonji, infine torii dopo 20 minuti. Dal 2014, però, si è passati a un nuovo sistema, con l’accensione di tutti i falò ogni 5 minuti, un metodo che è ancora in uso oggi.

    Origini del Gozan Okuribi

    L’origine dell’usanza di accendere i falò per l’okuribi sulle montagne di Kyōto è abbastanza discussa. Alcune teorie la fanno risalire al periodo Heian (794-1185), altre al periodo Edo (1603-1868). Non esistono prove certe per stabilire con esattezza quando questa tradizione sia nata. I primi documenti che ne parlano risalgono al periodo moderno, e descrivono il gozan okuribi come parte delle celebrazioni del bon. Dato che in quel periodo a Kyōto la deforestazione era dilagante e molte montagne erano prive di vegetazione, alcuni ipotizzano che si sia deciso di utilizzare questi pendii spogli per accendere i falò.

    Le tradizioni tramandate nelle cinque montagne

    Nonostante le origini esatte del gozan okuribi non siano chiare, alcuni dei falò sono legati a templi o santuari specifici per i quali è possibile stabilire con maggiore precisione la data di inizio.

    Daimonji

    Il kanji “Dai” trasmette il concetto di grandezza.


    Il primo falò ad essere acceso è il daimonji, quello a forma del kanji di dai. Questo falò, nell’area orientale di Kyōto, domina la città da uno dalla montagna omonima. Ai piedi della montagna si trova il famoso tempio Ginkakuji. Le origini di questa tradizione sono avvolte nel mistero. Alcune teorie attribuiscono la sua creazione a Kōbō Daishi (conosciuto anche come Kūkai) nel periodo Heian, altre ad Ashikaga Yoshimasa (shōgun) nel periodo Muromachi, e altre ancora a Konoe Nobutada nel periodo Edo. I luoghi migliori per vedere questo falò, come riportato su una guida al matsuri distribuita in città, sono: il parco del palazzo imperiale, le zone adiacenti al ginkakuji come il parco Yoshidayama o lungo le sponde del fiume Kamogawa.

    Fonte: Kyōto Travel

    Myōhō

    I due kanji, myō (妙) e(法) formano la parola myōhō (妙法) che significa “l’insegnamento straordinario del Buddha“. Questi due kanji si trovano su due versanti della stessa montagna. myō (妙) viene acceso sul versante ovest del monte Matsugasaki, conosciuto anche con il nome di monte Mantoro. (法) invece viene acceso sul versante della stessa montagna conosciuto anche con il nome monte Daikokuten. Ai piedi della montagna, al tempio Yusenji (涌泉寺) si tiene il Matsugasaki daimoku odori (松ヶ崎題目踊り), considerato il più antico bonodori (“danza del bon“) esistente. Secondo la tradizione conservata presso il tempio Yusenji, nel periodo Kamakura (1185-1333), quando gli abitanti del villaggio si convertirono al Buddismo di Nichiren, un monaco seguace di Nichiren, scrisse il carattere “myō” sulla montagna occidentale, e in seguito, nel periodo Edo, un altro monaco, scrisse il carattere “” sulla montagna orientale. Uno migliori luoghi per vedere questo falò è lungo il fiume Takano, all’altezza della stazione di Kitayama.

    Fonte: Kyōto Travel

    Funagata

    Alle 20:10, sulla montagna nishigamo-funeyama, nella parte nord-occidentale di Kyōto, il suono della campana del tempio Saihōji annuncia l’accensione del grande falò a forma di barca. Questa forma particolare è un riferimento a una leggenda che racconta come l’abate fondatore del tempio, Jikaku Daishi Ennin, durante il suo ritorno dalla Cina, sia riuscito a tornare in Giappone sano e salvo dopo aver invocato Amida Buddha durante una violenta tempesta. Il luogo migliore per osservare questo falò si trova lungo il fiume Kamogawa all’altezza del ponte Misono.

    Hidari daimonji

    Quindici minuti dopo l’accensione del grande carattere principale, viene acceso il carattere “sinistro”, hidari daimonji (左大文字) sul pendio della montagna situata in zona Ookitayama. La prima testimonianza scritta di questo falò si trova all’interno dello Yamashiro Shiki Monogatari del 1673-1681, suggerendo che la tradizione sia iniziata in quel periodo. A differenza del daimonji iniziale, che viene acceso tutto in una volta, questo falò viene acceso seguendo l’ordine dei tratti e si distingue per le linee più spesse e definite. Lo spot ideale per assistere all’accensione sono le zone limitrofe al Kinkakuji e le zone adiacenti alla stazione Nishioji.

    Fonte: Kyōto free shasin

    Toriigata

    Alle 20:20 viene acceso il falò a forma di torii, che segna la conclusione del rito. Il monte Mandara (曼荼羅山) è il più occidentale dei cinque monti e a differenza degli altri monti, dove i falò sono accesi normalmente dai fedeli dei templi, quello sul monte Mandara è l’unico ad essere acceso da volontari. Si dice che l’origine di questa tradizione risalga a quando Kobo Daishi, dopo aver scolpito mille statue di Buddha, le consacrò accendendo un fuoco. Sebbene il Monte Mandara sia il meno alto e quindi meno visibile dalla città, si dice che sia il più bello grazie al gran numero di falò.

    Fonte: Kyōto Travel

    Scopri di più sul magnifico festival di Kyōto sul sito ufficiale del turismo! Troverai tutte le informazioni necessarie e una mappa dettagliata dei punti migliori per ammirare i falò. Ho avuto la fortuna di viverlo e ti assicuro che, nonostante la folla, vale ogni secondo. Se sei a Kyōto durante il periodo de bon, non puoi perdertelo!

  • Il Bon

    Il Bon

    L’ obon (お盆), conosciuto anche come urabon-e (盂蘭盆会), è un’antica celebrazione buddista durante la quale i giapponesi onorano le anime dei loro cari defunti. Si dice che urabon-e derivi dalla parola sanscrita ullambana, che significa “appeso a testa in giù”. Originariamente, questo termine si riferiva a un rito buddista volto a salvare le anime degli antenati che soffrivano nell’inferno, dove erano condannate a penzolare a testa in giù. Questa tradizione millenaria, tra le più importanti dell’anno, è un momento di profondo legame con i propri antenati, un tempo in cui si crede che gli spiriti tornino a far visita ai propri familiari.

    Il bon ci racconta di un Giappone antico dove il confine tra i vivi e i morti si assottigliava. Il bon è il periodo in cui si crede che le anime dei defunti e degli antenati tornino dal mondo ultraterreno detto jōdo (浄土) al gensei (現世), il mondo terreno. Si tratta di un periodo dedicato ad accogliere i defunti nelle loro antiche dimore, principalmente nelle case, per pregare per la loro felicità nell’aldilà.

    Il termine urabon-e, menzionato in precedenza e legato al termine buddista urabonkyō (盂蘭盆経), ha origine dalla parola sanscrita “ullambana” (che significa “appeso a testa in giù”). Questa parola è legata a una leggenda che riguarda Mokuren (目連), uno dei discepoli del Buddha.

    Si racconta che un giorno, Mokuren, grazie ai suoi poteri soprannaturali, scoprì che sua madre era finita nell’inferno degli affamati, dove era appesa a testa in giù e soffriva terribilmente. Desideroso di salvarla, si rivolse al Buddha per chiedere consiglio. Il Buddha gli disse: “Il 15 giorno del settimo mese lunare, alla fine del periodo di ritiro monastico estivo, se inviterai dei monaci e offrirai loro molte offerte, potrai salvare tua madre”.

    Mokuren seguì i consigli del Buddha e, grazie alle sue azioni virtuose, sua madre riuscì a rinascere in un regno celeste. Da allora, il 15 giorno del settimo mese lunare divenne un giorno importante per esprimere gratitudine e rendere omaggio ai propri genitori e antenati. Si dice che in Giappone la prima celebrazione del bon risalga all’anno 14 del regno dell’imperatrice Suiko (606 d.C.).

    Successivamente, a causa della riforma del calendario introdotta in Giappone durante l’era Meiji (1868-1912), con l’obiettivo di allinearsi agli standard internazionali, tutte le festività giapponesi furono posticipate di circa 30 giorni. Oggi, il bon si celebra principalmente dal 13 al 16 Agosto.

    Il periodo del bon si concentra principalmente dal 13 al 16 Agosto. Tuttavia, in alcune regioni, viene celebrato il 15 Luglio. Quest’ultimo è chiamato shinbon (新盆, “nuovo bon“) o shichigatsubon (七月盆), “bon di Luglio”, mentre quello del 15 agosto è chiamato kyūbon (旧盆, “vecchio bon“), o hachigatsubon (八月盆, “bon di Agosto”).

    Dopo la restaurazione Meiji, il nuovo governo, impegnato nella modernizzazione del Giappone, decise nel 1873 di cambiare il calendario nazionale dal precedente calendario lunisolare al calendario solare, adottando quello gregoriano utilizzato in Europa e negli Stati Uniti.

    Si dice che una delle motivazioni di questo cambiamento fosse la difficile situazione finanziaria del governo Meiji: passando da un calendario lunisolare di 13 mesi a uno solare di 12 mesi, si sarebbe potuto ridurre di un mese lo stipendio dei funzionari pubblici. Tuttavia, questa riforma causò non poca confusione, dato che il 3 Dicembre del 1872 divenne improvvisamente il 1° Gennaio del 1873.

    In seguito a questa riforma, anche il periodo del bon fu spostato a Luglio. Tuttavia, poiché il bon, che nel calendario lunisolare cadeva in un periodo di relativa calma agricola, si trovava ora anticipato di un mese e coincideva con la stagione dei lavori nei campi, alcune regioni decisero di mantenere la tradizione e celebrarlo un mese più tardi, ovvero il 15 Agosto, dando origine al tsukiokurebon (月遅れ盆), letteralmente “bon in ritardo di un mese”, o kyūbon.

    Ancora oggi, succede raramente che a seconda delle regioni e delle tradizioni locali, le date del bon possono variare, ad esempio per adattarsi al calendario lunisolare o alle esigenze dell’attività economica locale.

    Nella prefettura di Okinawa il bon viene ancora celebrato seguendo il calendario lunare, quindi le date variano di anno in anno. Generalmente dura tre giorni, dal 13 al 15 Luglio del calendario lunare, e quindi è più breve rispetto ad altre regioni.

    Le usanze del bon sono diverse a seconda della regione, ma tutte hanno il fine ultimo di venerare gli antenati. Cercherò di spiegarne il significato per permetervi di capire l’importanza di questo periodo con maggiore profondità.

    Consuetudine vuole che ci si rechi presso la tomba di famiglia, hakamairi (墓参り) il 13 Agosto. Di seguito riporto i passaggi base quando mi reco con mia moglie presso la tomba di famiglia per le pulizie di rito (non è detto che tutti i giapponesi si comportino in questo modo). Si usa pulire la tomba di famiglia per creare un ambiente puro per l’arrivo degli spiriti degli antenati.

    1. Recitiamo una preghiera, unendo le mani (questo gesto in giapponese si chiama gasshō, 合掌) in segno di rispetto davanti alla tomba.
    2. Puliamo la tomba rimuovendo la polvere ed eventuali erbacce.
    3. Versiamo dell’acqua sulla lapide per purificarla.
    4. Posiamo sulla tomba le offerte come fiori, frutta, riso o altri cibi che i nostri cari amavano.
    5. Accendiamo i bastoncini di senkō (線香), l’incenso e ci raccogliamo in preghiera.
    6. Si riprendono tutte le offerte, si mette tutto in ordine e si ritorna a casa.

    Se per motivi di lavoro una persona non può recarsi in visita alla tomba durante il primo giorno del bon, la può sempre visitare entro il 16 Agosto. Se non puoi proprio recarti al cimitero durante il periodo del bon, puoi comunque pregare i tuoi antenati a casa per esprimere la tua gratitudine

    Il 13 Agosto è chiamato mukaebon (迎え盆), ovvero il giorno in cui si va ad accogliere gli spiriti degli antenati. Per questo motivo, il 13 ci si reca presso al tomba di famiglia per accogliere gli spiriti degli antenati accendendo i mukaebi (迎え火), i fuochi di benvenuto, per guidarli verso casa.

    Si dice che in passato i fuochi illuminassero i sentieri che conducevano dalle tombe alle case, guidando le anime che vi facevano ritorno. Durante il mio primo bon in Giappone, ormai 20 anni fa, la nonna della famiglia che mi ospitava durante il mio periodo di studio, mi ha detto detto le seguenti parole mentre accendevano i fuochi:

    “Gli spiriti dei nostri antenati hanno bisogno di una guida, i mukaebi li aiutano a trovare la strada di casa”

    Oggi i mukaebi vengono accesi solamente presso la tomba di famiglia e all’ingresso dell’abitazione. Si accendono normalmente posandoli su un piatto di terracotta chiamato hōroku (焙烙), su cui si pone dell’ogara. L’ogara è la parte centrale del fusto della canapa che rimane dopo averne rimosso la corteccia. La canapa è considerata da sempre una pianta purificatrice. Bruciandola si credeva di purificare gli ambienti e allontanare le energie negative, sfruttando le proprietà purificanti della pianta.

    La tradizione vorrebbe che una volta acceso un mukaebi al cimitero ci si rechi presso la propria abitazione, trasportando una parte dell’ogara in fiamme all’interno di una lanterna di carta detta bonchōchin (盆提灯). Una volta a casa, si accende un’altra lanterna di carta preparata in precedenza e si spegne quella in cui è stato trasferito il fuoco. Si dice che, una volta accolti gli antenati a casa, non si perderanno più, quindi si può spegnere il mukaebi. Oggi per praticità si spegne il fuoco del mukaebi al cimitero e lo si riaccende poi a casa.

    L’okuribi (送り火), il fuoco di congedo, è simile al mukaebi. Si accende un fuoco all’interno della casa e si guida lo spirito dell’antenato fino alla tomba di famiglia. Arrivati al luogo di congedo, si osserva un momento di silenzio e poi si spegne il fuoco.

    In alcune regioni, esiste l’usanza di far galleggiare delle lanterne sull’acqua oppure si costruiscono delle navi per trasportare simbolicamente le anime dei propri cari.

    Le lanterne che vengono appese all’ingresso delle case durante il periodo del bon sono chiamate bonchōchin (盆提灯) e vengono utilizzate come punti di riferimento per guidare gli spiriti dei defunti e degli antenati nel loro ritorno a casa. In particolare, nel caso una famiglia celebrasse il primo bon di un proprio caro, esporrà delle lanterne bianche per aiutare lo spirito del defunto, al suo primo ritorno. Queste lanterne bianche vengono solitamente preparate dalla famiglia e appese all’ingresso, alle finestre delle stanze o davanti all’altare buddista dopo aver acceso il fuoco di benvenuto. Alla fine del primo bon, vengono bruciate nel fuoco di congedo o, se non è possibile, vengono portate al tempio che le brucerà tramite un apposito rito.

    Mi moglie e la sua famiglia seguono gli insegnamenti della scuola buddista Jōdo Shinshū, che insegna che i defunti raggiungono subito la Terra Pura, pertanto non si celebrano rituali come l’accensione dei fuochi per accogliere ed accompagnare gli spiriti durante il bon. Nonostante ciò, si è soliti decorare l’altare buddista con lanterne in questo periodo per esprimere gratitudine al Buddha e agli antenati.

    L’altare speciale preparato nelle case durante il bon è chiamato shōryōdana (精霊棚), “altare delle anime” o piu semplicemente bondana (盆棚), “altare del bon“. Lo shōryōdana è un ripiano su cui si posiziona al centro le tavolette commemorativa, le ihai (位牌) e dove vengono fatte le offerte per accogliere gli spiriti degli antenati. Il modo di costruire lo shōryōdana varia a seconda della regione. Nelle aree dove le tradizioni del bon sono molto radicate all’interno delle famiglie, si allestiscono shōryōdana tradizionali per accogliere gli spiriti.

    Nelle zone urbane, a causa delle dimensioni ridotte delle abitazioni, molte famiglie scelgono di non allestire lo shōryōdana. In questi casi, si usa stendere un tappetino fatto con la makomo (una pianta acquatica) su un tavolino e preparare le offerte. Se lo spazio è davvero limitato, il butsudan (仏壇), l’altare buddista, può fungere anche da altare degli spiriti, quindi è possibile fare le offerte direttamente lì. In commercio si possono trovare dei comodi kit come quello nella foto che segue (fonte Rakuten).

    Il termine shōryō fa riferimento allo spirito di un antenato o di una persona defunta. In occasione del primo bon, lo spirito del defunto è chiamato in modo speciale, ovvero arabotoke (新仏).

    La struttura dello shōryōdana varia a seconda della regione e delle tradizioni familiari, ma fondamentalmente, esistono due tipi principali: uno con una piattaforma sostenuta da quattro gambe agli angoli e uno a gradoni (come l’altare usato per esporre le bambole hina).

    Nel primo tipo, si stende un tappetino di makomo sulla piattaforma e si preparano sui quattro angoli delle canne di bambù collegate tra loro con una corda a formare una sorta di recinto. A questa corda si appendono oggetti come frutti come alghe kombu, il miscanto, o dei somen (una specie di spaghetti molto sottili). Al centro del fondo si posiziona le tavolette commemorative e davanti ad esse si prepara un incensiere, un vaso per i fiori, un candelabro e un altare con offerte di frutta, verdura di stagione ed altri piatti graditi ai propri cari defunti.

    Non possiedo foto riguardanti lo shōryōdana perché la famiglia di mia moglie segue gli insegnamenti della Jōdo Shinshū, il buddismo della terra pura che non prevede decorazioni troppo elaborate per il bon, come proprio l’altare degli spiriti. Si preferisce semplicemente aumentare le offerte sull’altare buddista e posizionare delle lanterne davanti ad esso per celebrare questa festività.

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    Il luogo dove si posiziona l’altare degli spiriti può variare: può essere posizionato accanto all’altare buddista, o sul tokonoma (床の間), un’alcova presente nelle stanze in stile giapponese.

    Il primo bon che si celebra dopo i 49 giorni successivi alla morte di una persona è chiamato shinbon (新盆) o hatsubon (初盆), letteralmente “nuovo bon o primo bon“. In questa occasione, le cerimonie sono solitamente più elaborate rispetto agli altri anni, e si invitano parenti e amici stretti del defunto per celebrare un servizio commemorativo.

    Shijūkunichi (四十九日) è un termine buddista che indica il servizio commemorativo che si tiene il quarantanovesimo giorno dopo la morte di una persona. Il motivo per cui si celebra proprio il quarantanovesimo giorno risiede nella credenza buddista secondo cui, dopo la morte di una persona, si tiene un giudizio nell’aldilà ogni sette giorni per stabilire se l’anima possa raggiungere il gokuraku jōdo (極楽浄土), ovvero il paradiso. L’ultimo di questi giudizi si tiene appunto il quarantanovesimo giorno. Per questo motivo, il quarantanovesimo giorno è talvolta chiamato anche na-na-nanoka, oppure shichishici-nichi (七七日), ovvero “sette volte sette giorni”.

    In passato, era consuetudine tenere un servizio commemorativo ogni sette giorni, ma poiché oggi è difficile organizzare così tante cerimonie, si è diffusa la pratica di celebrare solo il shonanoka (初七日, “il primo dei sette giorni”) e il shijūkunichi ( “il quarantanovesimo giorno”), ovvero il primo e l’ultimo giudizio.

    Durante il periodo del bon, sugli altari vengono poste delle rappresentazioni di cavalli e mucche create utilizzando cetrioli e melanzane. Questi, chiamati rispettivamente shōryō-uma (精霊馬, “spirito del cavallo”) e shōryō-ushi (精霊牛, “spirito della mucca”), vengono decorati con stecchini o bacchette per simulare le zampe. Si ritiene che questi ortaggi siano i veicoli che permettono agli spiriti degli antenati di tornare a casa durante il periodo del bon. In particolare, il cavallo, più veloce, è destinato al viaggio di andata, mentre la mucca, più lenta, è utilizzata per il ritorno, simbolicamente invitando gli spiriti a godersi il viaggio di ritorno.

    La tradizione vuole che durante il bon vengano offerti cinque elementi fondamentali, i cosiddetti goku (五供): incenso, fiori, candele, acqua e cibo. È importante ricordare che, se si ricevono offerte di cibo da amici o parenti, è buona educazione presentarle sull’altare aperte e pronte per essere consumate. Ad esempio, i dolci vanno aperti e la frutta sbucciata.

    Durante il periodo del bon, si prepara un pasto speciale per rendere omaggio agli antenati che si crede stiano compiendo pratiche ascetiche nella terra pura e per esprimere loro gratitudine. A seconda della delle credenze personali, è consuetudine preparare un pasto vegetariano, a base di verdure e cereali, evitando prodotti di origine animale. Tuttavia, ai giorni nostri, è sempre più comune offrire piatti che piacevano al defunto, piuttosto che attenersi rigorosamente alla dieta vegetariana. Tra le offerte tradizionali troviamo i sōmen (spaghetti lunghi e sottili), simbolo di una lunga vita felice, i dango (palline di riso) chiamati mukae dango (迎え団子, “dango di benvenuto”) e okuri dango (送り団子, “dango di commiato”), i dolci di riso detti ohagi o botamochi, coperti con uno strato di pasta di fagioli rossi azuki considerati portafortuna. Dopo aver offerto i cibi agli antenati, si crede che questi portino fortuna alla famiglia, quindi è poi consuetudine dividerli tra i parenti riuniti.

    Come scritto in precedenza si ritiene che le prime celebrazioni pubbliche del bon risalgano al regno dell’imperatrice Suiko. In seguito, con l’imperatore Shōmu, il bon divenne una raffinata cerimonia di corte. Fu a partire dal periodo Edo (1603-1868), questa tradizione si diffuse tra la popolazione. In quell’epoca, era consuetudine scambiarsi doni tra parenti e amici durante il bon chiamati bonrei (盆礼), un’usanza che si ritiene essere all’origine dell’attuale pratica di fare regali estivi, i cosiddetti ochūgen (お中元).

    Gozanokuribi (五山送り火), conosciuto anche come daimonji (大文字), che si svolge nella citta di Kyōto. Durante questo festival enormi falò, che non sono altro che enormi okuribi, vengono accesi sulle montagne che circondano la città. Questo rituale si è svolto ininterrottamente dal periodo Meiji, con l’eccezione degli anni dal 1943 al 1945 a causa del secondo conflitto mondiale. Questo festival rituale è registrati come beni culturali immateriali della città di Kyōto.

    Fonte: asahi

    La processione delle barche degli spiriti celebrata qui a Nagasaki, e in altre zone del Kyūshū, è la cerimonia tradizionale più conosciuta del Giappone durante il periodo del bon. La caratteristica distintiva di Nagasaki è la vivace parata delle barche degli spiriti, le shōryōbune (精霊船) che si snoda attraverso la città, accompagnata dal continuo scoppio di petardi, mentre le famiglie salutano le anime dei defunti in modo colorato, fino a tarda notte. Le navi, adornate con lanterne luminose, attraversano la città al suono dei petardi per allontanare gli spiriti maligni, dei gong, dei tamburi e del clamore della folla. I festeggiamenti iniziano intorno alle 5 del pomeriggio e proseguono fino a notte fonda. Le navi sono preparate in segno di lutto da coloro che hanno perso un familiare nell’ultimo anno, anche se partecipano anche persone che non sono direttamente coinvolte nel lutto. Nonostante l’atmosfera, la processione è in realtà un evento buddista di lutto per i defunti. Un tempo le barche venivano fatte galleggiare nell’oceano, ma negli ultimi anni vengono recuperate prima che si allontanino troppo per evitare l’inquinamento eccessivo.

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    Il bon è una tradizionale festa dedicata al culto degli antenati, un’occasione per esprimere gratitudine e rendere omaggio ai propri progenitori. Consapevoli dell’importanza di rafforzare i legami familiari e di apprezzare il legame con gli antenati, i giapponesi e gli stranieri come me che da anni vivono in Giappone cercano di viverlo ogni anno in modo piu significativo.
    In questo articolo abbiamo descritto le usanze tipiche di questo periodo, ma è importante sottolineare che non esistono regole rigide da seguire. Seguendo le tradizioni locali e della propria famiglia è possibile trascorrere un momento personale con i vostri antenati.

  • I saluti estivi, shochū mimai

    I saluti estivi, shochū mimai

    Ieri sera, al mio rientro dal lavoro, ho trovato mia moglie intenta a scrivere su delle cartoline colorate con una fudepen, una particolare tipo di penna a punta flessibile molto diffusa in Giappone per scrivere su biglietti di auguri o di condoglianze.

    Dovete sapere che durante l’estate, quando le occasioni per incontrare le persone si fanno meno frequenti, è consuetudine in Giappone inviare delle cartoline di auguri chiamate shochū mimai (暑中見舞い), letteralmente “saluti durante il caldo intenso”. Questi auguri sono seguiti dagli zansho mimai (残暑見舞い,) letteralmente “saluti per il caldo residuo”. Sono una forma di auguri stagionali, proprio come le cartoline di auguri di Capodanno, le nengajō (年賀状) e ai kanchū mimai (寒中見舞い, letteralmente “saluti durante il freddo”) e yokan mimai (余寒見舞い, “i saluti per il freddo residuo”), che si è soliti spedire durante la stagione invernale.

    Fonte: Webpo

    Una bellissima tradizione che riflette l’attenzione dei giapponesi per le stagioni e i loro particolari rapporti interpersonali.

    L’usanza di inviare queste cartoline di auguri, sebbene meno diffusa di quanto si possa pensare, persiste tra coloro che desiderano mantenere vive le tradizioni. Questo gesto, riservato solitamente a un cerchio ristretto di amici, assume un valore affettivo particolarmente intenso. Oggi, queste cartoline preconfezionate si trovano facilmente nei konbini o negli uffici postali, facilmente riconoscibili dai loro colori e disegni vivaci.

    Questa usanza si dice sia iniziata nel periodo Edo (1603-1868). In passato, l’anno era diviso in due grandi periodi, separati dal Capodanno e dal Bon. Originariamente, il Bon veniva celebrato visitando la casa dei genitori e facendo offerte agli spiriti degli antenati. Fu nel periodo Edo che la festività iniziò ad essere commemorata con regali e saluti non solo per gli antenati ma anche per i parenti. All’interno dei saluti divenne anche normale esprimere preoccupazione per la salute del destinatario nel biglietto di auguri, poiché le persone tendevano ad ammalarsi in estate a causa delle relativamente scarse condizioni igieniche di quel periodo.

    In passato, venne creato un complesso e unico sistema per garantire una rapida consegna di lettere e oggetti. Questo sistema fu reso possibile dall’utilizzo di messaggeri veloci, chiamati hikyaku (飛脚)., letteralmente “gambe volanti”. Antenati dei moderni corrieri, divennero una parte vitale della società giapponese. Per consegnare la posta o altri materiali importanti, utilizzavano i propri piedi o cavalli.

    Fonte: ukiyoe-japan

    Questa usanza si diffuse ampiamente durante il periodo Meiji (1868-1912), quando il miglioramento del sistema postale iniziò a garantire il servizio di consegna delle cartoline postali. Oggi, inviare gli auguri estivi resiste ma è meno comune rispetto alle cartoline di Capodanno. La tradizione di inviare doni continua ancora oggi con gli ochūgen (お中元) durante il periodo di Luglio. Al termine di questo rito si iniziano a spedire gli shochū mimai. Inviate durante i mesi più caldi dell’anno, queste cartoline sono un modo per esprimere affetto e preoccupazione per i propri cari, augurando loro una serena estate.

    Gli shochū mimai sono utilizzati anche nelle relazioni tra professionisti o aziende e sono spesso utilizzati per comunicare le date della chiusura estiva o per ringraziare per i regali ricevuti durante il periodo dell’o-chūgen.

    Secondo il kyūreki (旧暦), il calendario lunare tradizionale, l’estate in Giappone inizia ai primi di Maggio con il rikka (letteralmente “inizio dell’estate”) e termina il giorno precedente il risshū (“inizio dell’autunno”) ai primi di Agosto. I giapponesi utilizzano un sistema che divide le quattro stagioni in 24 termini solari, un sistema rimasto invariato anche dopo il passaggio al nuovo calendario. Tuttavia, come stagione effettivamente vissuta, l’estate corrisponde meteorologicamente ai mesi di Giugno, Luglio e Agosto. È questo il periodo associato alla varietà di tradizioni estive giapponesi.

    L’inizio dell’estate in Giappone è segnato dal koromogae, un’antica usanza che consiste nel rinnovare il guardaroba. Intorno al primo Giugno, si sostituiscono i vestiti invernali con quelli estivi, preparando così l’armadio alla nuova stagione. Alla fine di Giugno si celebra il nagoshi no harae, un rituale shintoista volto a purificare corpo e spirito in vista dell’estate. Le persone attraversano degli anelli sacri, i chinowa, per liberarsi dal kegare, ovvero le impurità accumulate durante la prima metà dell’anno e invocare la salute per i mesi a venire.

    Nonostante il caldo di Luglio, il Giappone si anima con i suoi vivaci festival estivi. Tra questi, il Tanabata, il Festival delle Stelle, è uno dei più amati, un’occasione per esprimere desideri e celebrare la comunità.

    Secondo l’antico calendario giapponese, i 18 giorni che precedono il risshū sono chiamati ‘natsu no doyō‘ (mezz’estate). Il doyo no ushi no hi (giorno del bue di mezz’estate) è un giorno speciale. Si crede che mangiare cibi che iniziano con la lettera “u”, come l’unagi (anguilla) o gli udon, doni la forza necessaria per superare la stanchezza dell’estate, una tradizione culinaria che riflette la profonda connessione dei giapponesi con la natura e le stagioni.

    Agosto è il mese dell’ obon (お盆), una festività tradizionale giapponese dedicata al ricordo degli antenati. Celebrato principalmente intorno al 15 Agosto, l’Obon è un’occasione per le famiglie di riunirsi, onorando i propri cari defunti e rafforzando i legami familiari. Durante questi giorni, si organizzano festival e spettacoli pirotecnici, creando un’atmosfera festosa e gioiosa in tutto il Giappone.

    Il termine giapponese fūbutsushi (風物詩), viene genericamente tradotto come “tradizioni stagionali”. Nonostante il suo significato sia piu legato alle poesie (詩, shi) che descrivono in modo emotivo scenari, stagioni e altri elementi naturali (fubutsu), in giapponese è piu utilizzato come un termine ombrello per indicare una varietà di caratteristiche stagionali. Con il termine fūbutsushi si fa quindi riferimento alla cultura, ai costumi, ai fenomeni naturali, al cibo legati a ciascuna stagione.

    Shōchū è un periodo cruciale del calendario tradizionale giapponese, caratterizzato da un intenso calore e che precede il risshū, l’inizio dell’autunno. Si estende per diciotto giorni, tra i termini solari shōsho (小暑) e taishō (大暑).

    Shōsho, letteralmente “piccolo caldo”, segna l’inizio dell’estate vera e propria, con temperature che cominciano ad aumentare sensibilmente. Questo periodo, che precede il taishō, si estende dal 7 Luglio fino all’inizio di Agosto. Taishō, a sua volta, è il dodicesimo dei 24 termini solari e rappresenta il culmine dell’estate, con temperature particolarmente elevate. Dura circa due settimane e termina il 7 Agosto, giorno in cui ha inizio l’autunno, segnato dal risshū.

    La distinzione fondamentale tra le due tipologie di cartoline risiede nel periodo di invio. Gli shōchū mimai sono ideali da metà Luglio fino al risshū, evitando di coincidere con la stagione delle piogge se prolungata. Superato il risshū, si passa alle zansho mimai, da inviare entro la fine del mese.

    Inviare questi saluti estivi non è un obbligo, ma un gesto gentile per salutare affettuosamente amici e conoscenti. Che sia un caro amico di vecchia data o una semplice conoscenza, una cartolina scritta a mano può portare un sorriso. L’importante è esprimere i propri sentimenti in modo sincero e personale. Se vi trovate in Giappone durante questo periodo, non perdete l’opportunità di inviare una cartolina: sarà sicuramente apprezzata.


  • Risshū, il giorno in cui inizia l’autunno

    Risshū, il giorno in cui inizia l’autunno

    Da oggi il Giappone entra nel periodo del risshū (立秋).

    Il clima e il territorio giapponesi hanno contribuito a plasmare una cultura e delle tradizioni uniche. Per comprenderle a fondo, basta osservare le numerose cerimonie e usanze legate ai 24 periodi solari, i nijūshisekki.

    In Giappone, per oltre mille anni, fino al 1873 quando venne promulgato un decreto imperiale (改暦の詔書, Kaireki no Shōsho), per adottare il calendario gregoriano, si utilizzò il calendario lunisolare, il kyūreki (旧暦), conosciuto anche come wareki (和暦). Come abbiamo già spiegato in un altro post del blog questo calendario, importato dalla Cina, univa i cicli lunari con gli apparenti movimenti del sole, offrendo un sistema di misurazione del tempo che si basa sia sulle fasi della luna che sulla posizione del sole. Tuttavia, poiché il calendario lunare causava uno sfasamento tra il calendario e le stagioni col passare dei giorni e dei mesi, risultava difficile pianificare attività come l’agricoltura.

    Per correggere questo sfasamento, furono creati i 24 termini solari (二十四節気, nijūshisekki) della durante di circa quindici giorni ciascuno, divisi a loro volta in 72 micro-stagioni (季節区分, kisetsu kubun) corrispondenti a piccoli cambiamenti climatici. La Cina settentrionale, cuore culturale dell’antica Cina, ha un clima simile a quello della regione Tohoku in Giappone, con il culmine dell’estate nel mese di Luglio. Lo sfasamento tra i 24 sekki e le stagioni effettive in Giappone si crede sia dovuto alle differenze climatiche tra i due paesi.

    Questi periodi erano basati sul movimento del sole. I solstizi e gli equinozi sono i punti di riferimento principali, e tra questi si trovano i periodi che segnano l’inizio delle quattro stagioni, come il risshū per l’autunno.
    Ciò dimostra come in passato i giapponesi fossero molto attenti alle variazioni stagionali, tanto da osservare e apprezzare lo scorrere delle stagioni nella loro vita quotidiana.

    Il risshū (立秋), letteralmente “inizio dell’autunno”, è il tredicesimo dei nijūshisekki che segna l’inizio simbolico dell’autunno e cade generalmente tra il 7 e l’8 Agosto. Sebbene il caldo estivo persista, da questo momento in poi, secondo il calendario tradizionale giapponese, si entra gradualmente nella stagione autunnale, che si protrae fino al giorno del rittō (立冬), che segna l’inizio dell’inverno, intorno a Novembre. Verso il 21 o 22 di Agosto il risshū cede il passo al successivo termine solare, lo shōsho (処暑), in italiano “fine del calore”.

    Il termine risshū, composto dal kanji “立”, alzare e “秋”, autunno, letteralmente significa “l’autunno si alza” e indica l’inizio simbolico di questa stagione. Nonostante il nome, in questo periodo dell’anno le temperature sono ancora tipicamente elevate. Infatti un vecchio proverbio giapponese recita:

    暑さ寒さ彼岸まで
    Atsusa samusa mo higan made
    Il caldo e il freddo durano fino allo higan (equinozio d’autunno)

    suggerendo che il vero fresco autunnale arriverà più avanti.

    Quali sono le usanze e come trascorrono i giapponesi il risshū ?

    Il periodo del risshū coincide con quello del bon, una delle  festività più importanti in Giappone, durante la quale si accolgono gli spiriti degli antenati a casa per render loro omaggio. Il bon inizia generalmente una settimana dopo l’inizio del risshū, intorno al 13 Agosto. Il primo giorno di bon si accendono dei fuochi (迎え火, mukaebi) per guidare gli spiriti degli antenati verso casa, mentre l’ultimo giorno si accendono altri fuochi (送り火, okuribi) per aiutarli a tornare nell’aldilà. Famoso è il Gozan okuribi (五山送り火) di Kyōto, conosciuto anche come Daimonji (大文字), eventi che segna la fine delle celebrazioni per il bon.

    Durante il periodo del bon, in tutto il paese si tengono delle danze tradizionali conosciute come bon odori (盆踊り), normalmente nei parchi, spazi aperti e nei recinti dei santuari e templi, con luoghi decorati con colorate lanterne e musica vivace. Sebbene le origini di queste danze siano dibattute, si ritiene che derivino dalle danze buddhiste, le nenbutsu odori (念仏踊り). Nate nel periodo Heian le cerimonie buddiste del periodo del bon erano accompagnate da danze durante le quali si usava battere i kane daiko (金太鼓), una sorta di tamburo mentre si recitavi i nenbutsu (invocazioni buddhiste). Originariamente considerate cerimonie prettamente religiose, acquisirono, durante il periodo Muromachi, un significato più legato all’intrattenimento quando si iniziò ad inserire brevi canzoni durante la recita dei nenbutsu.

    Nel tempo diverse forme di folklore si sono fuse con i riti dedicati agli antenati, dando origine alle danze tradizionali che conosciamo oggi. In occasione del bon, tramite queste danze si accompagna lo spirito degli antenati nel loro viaggio di ritorno.

    Il risshū e le sue micro stagioni

    Il risshū è un periodo ricco di sfumature e come gli altri termini solari può essere ulteriormente suddiviso in tre fasi:

    Suzukaze itaru (涼風至): nonostante il caldo intenso, una leggera brezza autunnale lascia intuire il cambiamento delle stagioni.

    Higurashinaku (寒蝉鳴), indica il periodo che va circa dal 12 al 16 agosto, coincidente con il bon. In questo periodo, al mattino e alla sera, si sente il canto della cicala di fine estate, la higurashi, che dà il nome a questo periodo.

    Fukakikirimatō (蒙霧升降), potremmo tradurlo letteralmente come “la nebbia che sale e che scende”, indica il periodo che va circa dal 17 al 22 agosto, corrispondente alla fine del risshū. In questo periodo, si inizia a sentire un’aria più fresca, specialmente al mattino e alla sera. L’origine di questo nome risiede nelle dense nebbie che si formano nei boschi e nelle zone umide, e nell’aria fresca delle montagne.

    Sapori e colori del risshū

    Si dice che durante il periodo del risshū il sapore dei cibi sia molto più intenso e i diversi fiori che colorano l’estate raggiungono l’apice della fioritura.

    Dall’inizio del risshū in poi, le pesche raggiungono la loro massima maturazione. Anche se alcune primizie, le cosiddette gokuwase (極早生), sono disponibili già durante la stagione delle piogge, la maggior parte diventa particolarmente gustosa ad Agosto. Spesso le aziende locali offrono l’opportunità di raccogliere le pesche direttamente dagli alberi: un’esperienza da non perdere, specialmente se avete dei bambini.

    Questo è anche il periodo della maturazione degli ijiku, i fichi. Perfetti da gustare freschi o da trasformare in deliziose confetture.

    Durante il periodo del bon, nei ristoranti tradizionali giapponesi di cucina kaiseki o ryotei, il pesce viene servito tramite un metodo di preparazione conosciuto come arai (洗い). Il pesce bianco viene affettato finemente e poi raffreddato in acqua ghiacciata per renderlo più sodo prima di essere consumato. Tra i pesci che diventano ancora più gustosi se preparati in questo modo, c’è sicuramente il suzuki (スズキ), il branzino.

    Un amico giapponese proprietario di un piccolo ristorante a Nagasaki nonché abile pescatore mi ha spiegato che il suzuki cambia nome man mano che cresce. Quando nasce è chiamato koppa (コッパ), poi, crescendo un po’, diventa seigo (セイゴ) e infine fukko (フッコ), prima di diventare suzuki. Sebbene sia un pesce molto grasso, il processo di arai rimuove l’eccesso di grasso, esaltandone il sapore (umami).

    Il magochi (マゴチ) è un altro pesce che raggiunge il suo apice di sapore durante il periodo del risshū. Grazie alla sua consistenza gelatinosa, è soprannominato anche “fugu estivo”. Allo stesso modo del branzino, il magochi viene tradizionalmente consumato crudo, dopo essere stato affettato finemente e raffreddato in acqua ghiacciata.

    In questo periodo dell’anno lo kyōchikutō (夾竹桃) l’oleandro, fiorisce in modo particolarmente bello. Arbusto originario delle regioni tropicali è particolarmente resistente alla siccità e all’inquinamento atmosferico adattandosi bene alle città giapponesi.

    Nell’antica tradizione agricola giapponese, il risshū era un momento cruciale: segnava l’inizio dei preparativi per il raccolto e, di conseguenza, influenzava profondamente i ritmi e le usanze della vita delle comunità rurali.

    Il risshū non è un semplice segno su un calendario ma è un qualcosa che ha inciso profondamente sulla vita e sulla cultura del popolo giapponese nel corso della sua lunga storia.

  • Hadzuki – Agosto 

    Hadzuki – Agosto 

    Il mese di Agosto, in giapponese, è conosciuto anche come hadzuki (葉月). Tale denominazione conosciuta come wafūgetsumei (和風月名), si riferisce all’ottavo mese del kyūreki (旧暦), il calendario lunisolare tradizionale, corrispondente approssimativamente al mese di Settembre nel calendario gregoriano. Questo nome fa riferimento alle stagioni e agli eventi che caratterizzano questo periodo dell’anno.

    Il kyūreki

    Il calendario lunisolare, come il tradizionale kyūreki giapponese, coniuga i cicli lunari con gli apparenti movimenti del sole, offrendo un sistema di misurazione del tempo che si basa sia sulle fasi della luna che sulla posizione del sole.

    La combinazione dei cicli lunari e solari nel kyūreki poteva sembrare la soluzione ideale per un calendario accurato. Tuttavia, la pratica ha dimostrato che l’unione dei due sistemi ha portato a diverse complicazioni. Ciò non ha impedito al kyūreki di essere utilizzato per oltre mille anni, rendendolo uno strumento indispensabile per studiare la storia e le tradizioni giapponesi dell’era pre-moderna.

    Nonostante l’associazione comune di Agosto con il culmine della stagione estiva, secondo il calendario lunare, l’autunno ha inizio intorno al 7 Agosto, con il giorno del risshū (立秋), letteralmente, “inizio dell’autunno”. Infatti, secondo i nijūshisekki (二十四節気), ovvero i 24 periodi solari, l’inizio dell’autunno cade intorno al sette di Agosto. Anche se le giornate rimangono comunque calde, il vociare degli insetti e il cambiamento dei colori della natura anticipano l’arrivo della stagione autunnale.

    Il termine hadzuki evoca l’idea di un’estate rigogliosa e piena di vita. Ciononostante, è opportuno sottolineare che questa interpretazione va contestualizzata. Hadzuki, infatti, designa originariamente una stagione all’interno del calendario lunare, e il suo significato presenta delle divergenze rispetto a quello del calendario attualmente in uso in Giappone dal periodo Meiji. Nel calendario lunare, rispetto al calendario gregoriano, le stagioni sono anticipate di circa un mese o un mese e mezzo. Utilizzando quindi il termine hadzuki per Agosto, ci si riferisce, in realtà, ad un periodo compreso tra Settembre e Ottobre nel calendario lunare, ovvero un momento di transizione verso l’autunno.

    L’etimologia del termine presenta diverse interpretazioni, ma tutte concordi nel collegarlo alla stagione autunnale. La teoria più diffusa lo riconduce alla parola haochizuki (葉落ち月), riferendosi direttamente al periodo della caduta delle foglie. Tuttavia, esistono altre ipotesi che lo collegano a hoharizuki (穂張り月, letteralmente “mese in cui le spighe di riso si allungano”) associato alla maturazione del riso, o a hatsukidzuki (初来月), legato ai primi arrivi delle oche ed altri uccelli migratori.

    Esistono altri nome per indicare il mese di Agosto meno conosciuti ma non meno interessanti.

    月見月 – Tsukimidzuki

    Nel calendario lunare, il periodo autunnale si estendeva da Luglio alla fine del mese di Ottobre. Agosto, essendo il mese centrale di questa stagione, veniva indicato con il termine chūshū (中秋), traducibile come “metà autunno”. In passato, il termine chūshū indicava genericamente il periodo centrale dell’autunno. Col passare del tempo, tuttavia, il suo significato è cambiato, venendo a indicare esclusivamente il quindicesimo giorno dell’ottavo mese lunare, ovvero il giorno in cui la luna raggiunge il suo massimo splendore. Questa notte speciale, consacrata all’osservazione della luna piena, è nota come chūshū no meigetsu (中秋の名月), “la luna piena di metà autunno”. Considerata la luna più bella dell’anno, si celebra lo otsukimi (お月見), la tradizionale festa dell’osservazione della luna. Da qui il nome tsukimidzuki, attribuito al mese di Agosto.

    精秋 – Seishū

    In passato, il mese di Agosto annunciava l’arrivo di una dolce brezza autunnale, portando un senso di rinfrancamento dalla calura estiva. Nomi come akikazedzuki (秋風月, “mese del vento d’autunno”) e seigetsu (清月, “mese della luna cristallina”) erano sinonimi per indicare l’ottavo mese lunare. Inoltre, mia moglie mi faceva notare come i termini seishū (清秋, autunno puro), seishū (盛秋 autunno rigoglioso) e seishū (正秋, autunno autentico), omofoni, quindi tutti pronunciati allo stesso modo, erano altri nomi per definire il cuore dell’autunno. Probabilmente era il periodo in cui la natura esprimeva al meglio la sua bellezza autunnale.

    燕去月 – Tsubamesaridzuki

    Le rondini arrivano in Giappone in primavera per nidificare e, intorno al mese di Agosto (secondo il calendario lunare), migrano verso paesi più caldi per passare l’inverno. Da questo comportamento migratorio deriva uno dei nomi alternativi per il mese di Agosto, tsubamesaridzuki, ovvero il “mese della partenza delle rondini”.

    In passato, in tutto il Giappone, le oche selvatiche arrivavano proprio quando le rondini partivano. Per questo motivo, Agosto era chiamato anche ganraigetsu (雁来月), il “mese dell’arrivo delle oche selvatiche”.

    竹春 – Chikushun

    I giovani bambù, i takenoko (筍), emersi dal terreno nei primi mesi estivi, mostrano una crescita rapida e vigorosa ed entro l’ottavo mese lunare, raggiungono la loro maturità, mentre i fusti più vecchi, dopo aver fornito nutrimento ai nuovi germogli, riprendono la loro attività vegetativa. Questo ciclo, caratteristico del bambù, ha ispirato l’appellativo chikushun, ovvero la “primavera del bambù” per indicare l’ottavo mese lunare.

    草津月 – Kusatsudzuki

    Avevo già avuto modo di imbattermi nel termine kusatsudzuki, ma la sua etimologia mi era sempre rimasta sconosciuta fino a quando un collega me ne ha spiegato l’origine. Il suffisso “tsu” è un arcaismo che indica il possesso. In questo caso, si tratta di un caso di ateji, ovvero l’utilizzo di un carattere cinese con una pronuncia adattata al giapponese.

    Intorno all’ottavo mese lunare, con il diminuire dell’intensità solare, l’erba, precedentemente inaridita dal caldo, riacquista vigore, giustificando così l’appellativo kusatsudzuki, il “mese dell’erba”.

    壮月 – Sōgetsu

    Anche questo è un appellativo usato per l’ottavo mese. Il suo significato, “mese vigoroso” entra in forte contrasto con i colori della natura che si avvicinano all’autunno ma è anche associato al senso di vitalità e rinnovamento associato al mese di Agosto. Come la natura, anche per le persone, questo periodo può essere un momento di rinnovata energia o, al contrario, di stanchezza. È quindi importante prendersi cura di sé durante questi mesi caldi. 

    Tradizioni

    Hadzuki era un mese ricco di tradizioni, tra le quali spiccava l’hassaku (八朔), una celebrazione che cadeva il primo giorno dell’ottavo mese e segnava l’inizio di un nuovo ciclo lunare.

    Essendo un periodo cruciale per la raccolta del riso, ma anche particolarmente soggetto ai tifoni, si usava pregare per un buon raccolto e ringraziare le persone che avevano contribuito offrendo loro prodotti agricoli. Questa usanza rafforzava i legami comunitari e promuoveva la solidarietà. Curiosamente, il frutto “hassaku“, un agrume dalla colorazione simile all’arancia ma dalle dimensioni di un pompelmo, sebbene prenda il nome da questa festività, matura in realtà in primavera.

    Queste tradizioni sono una testimonianza della profonda connessione tra il popolo giapponese e la natura, nonché delle ricche radici culturali del paese.

    Hadzuki, il mese del Bon

    Agosto è il mese dedicato allo Obon (お盆), una tradizione giapponese durante la quale si crede che gli spiriti dei propri cari defunti tornino a casa. Molti giapponesi approfittano di questo periodo per prendersi una lunga pausa e riunirsi con le proprie famiglie. Tuttavia, con i cambiamenti della società moderna, sempre più persone si allontanano da queste antiche usanze. 

    Obon è una festività giapponese che unisce antiche credenze animistiche e rituali buddisti. Il suo nome formale, urabon-e (盂蘭盆会), ha origini nel buddismo e deriva da un’antica parola sanscrita “ullambana” che significa “appeso a testa in giù” e si riferisce alla condizione delle anime all’inferno. Durante il periodo del bon, si crede che gli spiriti degli antenati tornino a casa per ricongiungersi con i propri familiari. Questa festività, che solitamente cade intorno al 15 Agosto, è un’occasione per onorare la memoria dei defunti. Sebbene le date possano variare a seconda della regione, le origini del bon risalgono al settimo mese del calendario lunare.

    In occasione del bon, si rende omaggio agli antenati recandosi presso la tomba di famiglia. Le usanze variano a seconda della regione e della setta buddista, ma è comune accendere fuochi per accogliere (迎え火, mukaebi) e salutare (送り火, okuribi) gli spiriti degli antenati. In alternativa ai fuochi, si utilizzano spesso lanterne di carta. Inoltre, nelle case si preparano offerte sugli altari e nelle città si organizzano anche matsuri tradizionali.

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    Ogni mese del calendario giapponese ha un nome e un significato unici, che ci permettono di apprezzare più profondamente il ciclo delle stagioni. Approfondendo la conoscenza dei nomi dei mesi giapponesi, possiamo scoprire un mondo ricco di storia e cultura. 

    Per chi fosse interessato, consiglio di leggere anche altri articoli sui nomi dei mesi giapponesi pubblicati sul nostro blog.







  • Il castello di Hara

    Il castello di Hara

    L’ ultimo baluardo del cristianesimo in Giappone

    Sulle pendici del Monte Unzen nella penisola di Shimabara, riposano silenziose le rovine del castello di Hara, testimonianza tangibile di un passato tumultuoso. Centro della ribellione di Shimabara-Amakusa (1637-1638), offre oggi ai visitatori l’opportunità di esplorare le sue rovine immergendosi nella ricca storia della regione.

    Le rovine del castello di Hara

    Storia e fede si intrecciano tra le rovine del castello di Hara, unico luogo della zona a far parte dei “Siti dei cristiani nascosti della regione di Nagasaki“, patrimonio mondiale dell’umanità.

    Il Castello di Hara fu una roccaforte costruita tra il 1599 e il 1604 da Arima Harunobu (有馬晴信), un daimyō che aveva esteso il suo potere fino alla higashi hizen (東肥前), parte orientale di Hizen no kuni (肥前国), una delle antiche province del Giappone che corrispondeva approssimativamente alle attuali prefetture di Saga e Nagasaki. Si dice che la grandezza del feudo di Arima fosse stimata in circa 260.000 koku. Un koku (石), equivalente a circa 180 litri, è un’unità di volume utilizzata in Giappone sin dall’antichità. Il numero di koku indicava una stima del volume di riso che poteva essere prodotto dalle terre all’interno del dominio di un daimyō. Le relazioni feudali erano determinate dai gradi militari, a loro volta assegnati in base al numero di koku posseduti da un signore. Quest’ultimi poi tassavano la popolazione che risiedevano nei loro domini in base al numero di koku e generalmente le tasse erano pagate in riso.

    Si ritiene che il castello di Hara sia stato costruito a sud dello Hinoejō (日野江城, castello di Hinoe) con lo scopo di supportarlo nel sorvegliare la principale via d’acqua della regione, l’ Ariakekai (有明海), il mare di Ariake. Il clan Arima aveva nel castello di Hinoe la sua residenza principale che però date le dimensioni troppo piccole era considerato inadatto alla guerra.

    Shimabara-hantō

    Con l’unificazione del Giappone sotto il dominio di potenti signori come Oda Nobunaga, Toyotomi Hideyoshi e, infine, Tokugawa Ieyasu, il paese sembrava finalmente aver trovato la pace. Il governo Tokugawa, infatti, proclamò solennemente l’inizio di un’era “senza guerre”. Tuttavia, la ribellione di Shimabara, rappresentò un evento di grande importanza nella storia del paese. Questa rivolta, che vide contrapposti samurai cristiani, contadini e altri strati impoveriti della popolazione contro il governo Tokugawa, si concluse tragicamente in un massacro. Questo episodio segnò un punto di svolta definitivo, decretando la fine di un’epoca di conflitti e aprendo le porte a un periodo di quasi 250 anni di pace.

    Le ribellioni di Higo-Amakusa e Shimabara, sebbene separate da un lungo periodo di tempo, rappresentano due capitoli cruciali della storia giapponese, legati da un unico filo conduttore. La ribellione di Higo-Amakusa (1587-1590) vide protagonisti samurai cristiani e abitanti della provincia di Higo (conosciuta anche come higo no kuni, 肥後国, era un’antica provincia corrispondente all’attuale prefettura di Kumamoto), esasperati da tensioni religiose e condizioni di estrema povertà. La mancata risoluzione di queste problematiche lasciò un terreno fertile per la successiva ribellione di Shimabara (1637-1638), che coinvolse nuovamente samurai cristiani e parte della popolazione della zona contro il governo Tokugawa.

    Da Harima Harunobu a Matsukura Shigemasa: la rivolta di Amakusa-Shimabara

    Nel 1612, Arima Harunobu (有馬晴信) fu coinvolto nell’incidente di Okamoto Daihachi e fu esiliato e costretto a commettere seppuku. Suo figlio, Naozumi (有馬 直純), riprese il governo della terra di Arima, ma due anni dopo fu trasferito a Hyuga. Successivamente, nel 1616, Matsukura Shigemasa (松倉重政), un vassallo del dominio Yamato Gojō (大和五条, oggi corrispondente alla prefettura di Nara) fu nominato daimyō di Shimabara e prese possesso del castello di Hara.
    In conformità all’editto Tokugawa conosciuto come ikkoku ichijō (一国一城), letteralmente “una provincia, un castello”, Shigemasa costruì il moridakejō (森岳城), il castello di Shimabara, abbandonando di fatto gli altri castelli della zona come quello di Hinoe e Hara (1618). Non solo Shigemasa diede inizio a una terribile persecuzione dei cristiani, ma iniziò a vessare la popolazione con continui aumenti dei tributi per ripianare gli alti costi della costruzione del castello.

    Era il 1630 quando, stanchi del suo dominio dispotico, alcuni congiurati decisero di eliminare Shigemasa. Fu avvelenato mentre si trovava nel villaggio termale di Obama. L’identità dei colpevoli rimane un mistero, ma alcuni sospettano che si trattasse di esponenti dello shogunato locale di Nagasaki, preoccupati per la sua severità e per il rischio di una rivolta popolare. Alla sua morte, il potere passò nelle mani del figlio Katsuie (松倉勝家).

    Katsuie si rivelò un despota tale quale il padre e durante il suo dominio si abbatté sulla popolazione locale come una tempesta di tributi inarrestabile. Non solo i cristiani erano vittime di persecuzioni feroci, ma anche i non cristiani furono costretti a subire il peso di tributi sempre più gravosi. Anni di magri raccolti avevano condotto la popolazione alla fame, mentre il fardello delle imposte li schiacciava senza pietà. Alla fine, spinta dalla disperazione, parte della popolazione non potendo più sopportare tali ingiustizie insorse. Il 25 ottobre 1637, contadini e rōnin (浪人, samurai senza padrone) del sud di Shimabara si unirono a quelli delle isole Amakusa e con un leader carismatico conosciuto come Amakusa Shirō, appena sedicenne, diedero vita a quella che passò alla storia come la rivolta di Shimabara e Amakusa (島原・天草一揆, Shimabara, Amakusa ikki). Il giorno successivo, l’incendio della rivolta raggiunse anche il castello di Shimabara, dove un assalto fallito non fece altro che alimentare la fiamma della resistenza che rischiava di diffondersi in tutto il Giappone, diventando una questione di primaria importanza per lo shogunato.

    I ribelli si arroccarono all’interno del castello di Hara, ormai abbandonato. Tra le sue mura si asserragliarono circa 30.000 ribelli, provenienti quasi unicamente dalle province meridionali di Shimabara. A contrastare questo esercito improvvisato, lo shogunato inviò ben 140.000 soldati Tokugawa provenienti da tutto il Kyūshū (si racconta che prese parte all’assedio anche il famoso Miyamoto Musashi). Per quattro mesi, la fortezza resistette agli attacchi, alimentando la speranza dei ribelli. Ma la fame e l’isolamento, con navi olandesi che pattugliavano il mare di Ariake bombardando continuamente il castello, ebbero il sopravvento. Nell’aprile del 1638, l’ultimo assalto segnò la caduta del castello e la tragica fine di tutti i ribelli.

    Amakusa Shirō e tutte le 30.000 persone rifugiate nel castello di Hara, uomini, donne e bambini, vennero trucidati e si racconta che i loro corpi furono gettati all’interno delle mura del castello, mescolandosi alla terra. Come se non bastasse, anche le restanti mura di pietra del castello furono smantellate, condividendo il destino dei suoi occupanti. Infine, i resti del castello vennero dati alle fiamme. La storia descrive questo evento come una testimonianza dell’odio delle forze governative verso i ribelli. Inoltre, ben 10.000 teste mozzate furono infilzate su pali e messe in mostra intorno al sito. Altre teste vennero esposte in vari punti del feudo e a Nagasaki come monito per la popolazione, mostrando cosa accadeva a chi si opponeva al governo. La testa di Amakusa Shiro fu addirittura messa in mostra di fronte a Dejima, un’isola artificiale nella baia di Nagasaki che all’epoca era l’unico avamposto straniero legale in tutto il Giappone.

    Da quel momento la persecuzione anticristiana si fece molto più aspra terminando solo nel 1650. Fu a seguito di questa rivolta che in Giappone si adottò una politica di isolamento nazionale conosciuta come sakoku (鎖国, letteralmente “paese il catene”) che isolò il paese per oltre due secoli. Il cristianesimo fu dichiarato fuorilegge e i controlli sulla popolazione locale furono rafforzati. La ribellione di Shimabara segnò un punto di svolta nella storia giapponese. Le successive riforme Tokugawa decretarono il divieto totale del Cristianesimo e del commercio con i cristiani. I portoghesi furono espulsi, Dejima a Nagasaki divenne un’isola commerciale vuota. Solo gli olandesi, “premiati” per aver sostenuto i Tokugawa durante la ribellione, ottennero il diritto esclusivo al commercio. La ribellione si concluse con un vero e proprio massacro che cancellò i cristiani dal sud di Shimabara. I sopravvissuti fuggirono sulle isole diventando i cosiddetti senpuku kirishitan (潜伏キリシタン), i “cristiani nascosti”.

    La ribellione domata non salvò Matsukura Katsuie. Chiamato a Edo per rispondere del malgoverno e della brutalità che avevano causato la rivolta nella sua provincia, gli fu negata la dignità del seppuku e fu condannato a morte per decapitazione.

    Le rovine del castello di Hara patrimonio dell’umanità

    Il 30 maggio 1938 le rovine del castello di Hara hanno ottenuto il titolo di sito storico nazionale. Il 4 luglio 2018, un ulteriore traguardo: l’iscrizione ai Siti cristiani del Giappone come Patrimonio dell’Umanità UNESCO. Un riconoscimento che ne sottolinea il valore storico e culturale.

    Il sito patrimonio dell’UNESCO dei Cristiani Nascosti della regione di Nagasaki

    Un percorso tra luoghi segreti dove i fedeli, tenaci nella loro fede, sfidarono la persecuzione e preservarono il cristianesimo per secoli.

    I 12 siti si trovano nell’attuale prefettura di Nagasaki e nelle vicine isole Amakusa della prefettura di Kumamoto, l’area che aveva la più alta concentrazione di missioni cristiane nel Giappone dell’era moderna. Dopo il bando della religione cristiana, un numero considerevole di fedeli cattolici mantenne congregazioni segrete nell’area di Nagasaki-Amakusa, specialmente nei villaggi lungo la costa e sulle isolate isole minori dove alcuni di loro emigrarono. Attraverso oltre 200 anni di persecuzione, mantennero facciate di pratiche buddiste e shintoiste convenzionali, pur continuando a coltivare le loro tradizioni cristiane di famiglia. La loro storia di culto nascosto è ora riconosciuta come un inestimabile patrimonio.

    Ho visitato le rovine si questo castello diverse volte negli ultimi 10 anni accompagnando anche amici a vederle. Lo honmaru, che è la sezione meglio conservata del castello ospita alcuni memoriali. Il basamento principale sembra essere rimasto intatto, mentre grossi massi sparsi nella zona restano come testimonianza delle antiche mura. La vista della baia di Shimabara è davvero impressionante e bellissima, e si capisce perfettamente sia la posizione strategica della fortezza sia perché sia stato chiamato “Castello del Tramonto”.

    Di seguito la mappa del complesso del castello di Hara e delle sue difese.

    Foto dell’ autore

    Vista dall’alto dell’area un tempo occupata dal castello di Hara.

    Fonte: Nagasaki Tabinet Web Site

    Di seguito le rovine dello ishigaki (石垣)i, il muro di pietra dello honmaru. In realtà era molto più alto, gran parte di esso fu distrutta dopo la ribellione.

    Foto dell’autore

    Grazie ad un sistema di QR code distribuiti lungo tutto il percorso, è possibile immergersi in un’esperienza virtuale che ricrea l’aspetto originale del castello. L’immagine che segue rappresenta una ricostruzione dell’imponente cancello d’ingresso allo honmaru, caratterizzato dalla tipica architettura detta watari yagura (渡櫓), che prevedeva una torre di guardia sopraelevata, utilizzata per lanciare frecce contro gli eventuali assalitori.

    Questa foto l’ho scattata nella zona sud-occidentale del complesso del castello. L’angolazione non permette di apprezzare appieno l’estensione dell’area che un tempo ospitava una yagura (櫓), una torre di guardia a tre piani, come riportato da diverse fonti storiche, tra cui i resoconti di alcuni gesuiti. Dalla cima di questa struttura, si aveva una visuale strategica sul mare di Ariake, le isole Amakusa e, sullo sfondo, il maestoso Monte Unzen.

    Nel corso del 1618, la torre di guardia subì un processo di smantellamento, condividendo la stessa sorte di altre strutture del castello. I materiali recuperati da questa demolizione furono destinati alla costruzione del castello di Shimabara. È evidente, quindi, che la torre non era più presente al momento dello scoppio della ribellione.

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    Sempre all’interno della zona zona centrale del castello c’è una statua dedicata al leader della ribellione Amakusa Shirō.

    Foto dell’autore

    Questa statua è opera dello scultore Kitamura Seibō (北村西望), originario di Shimabara, noto anche per aver creato la statua commemorativa della pace nel Parco della Pace di Nagasaki. Il suo vero nome era Tokisada Masuda (益田 時貞). Figlio di un vassallo di Yukinaga Onischi (un signore feudale cristiano giustiziato nella Battaglia di Sekigahara), era un cristiano molto carismatico. Eletto capo dai ribelli, combatté valorosamente fino alla fine, ponendo tragicamente fine alla sua giovane vita a soli 15 anni.

    Ten no tsukai – 天のつかい

    Il giovane capo era venerato dalla popolazione come il “ten no tsukai“, il messaggero del cielo, addirittura considerato il figlio di Dio in persona. Questa credenza si fondava su un’antica profezia, attribuita al missionario Marcos, esiliato da Shimabara. Secondo la leggenda, Marcos aveva predetto l’arrivo, dopo venticinque anni, di un messia che avrebbe liberato il popolo dalle sofferenze. E così fu: nel 1637, proprio come previsto, si racconta che Shirō iniziò a manifestare poteri soprannaturali, compiendo miracoli che ricordavano quelli di Cristo. Perseguitati e affamati, i cristiani di Amakusa e Shimabara videro in lui la realizzazione della profezia e si unirono alla sua causa, pronti a tutto pur di seguirlo.

    Poco vicino sorge anche una lapide dedicata a Amakusa Shirō. Questa tomba è stata costruita attorno a una lapide scoperta casualmente in una casa privata a Nishi Arima che si trova nelle vicinanze del castello. La testa di Amakusa Shirō, ucciso durante la rivolta, fu inviata a Nagasaki dove scomparve.

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    Davanti alla tomba è stato eretto un monumento a forma di croce

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    Guardano verso il mare troviamo tre statue cristiane che ricordano un Jizō. Il loro sguardo è rivolto verso l’isola di Yushima, dove si radunarono i capi della rivolta di Shimabara.

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    Honekami Jizō – Il Jizō delle ossa

    All’entrata delle rovine del castello si trova una statua di Jizō eretta in periodo Meiji, n memoria di oltre mille scheletri, da cui il nome honekami, ritrovati durante i lavori nei terreni circostanti le rovine del castello di Hara, che con il tempo erano diventati terreni agricoli. Il Jizō non è stato eretto direttamente sui resti del castello ma su terrapieno apposito e sulla è impressa la seguente iscrizione:

    三界万霊乃至平等 南無阿弥陀仏骨塔

    Sangai Banrei Naishi Byōdō Namuamidabutsu Kottō

    Tutte le creature dei tre mondi sono uguali, Namuamidabutsu, pagoda delle ossa

    Sangai banrei è un termine buddhista dove “sangai” che si riferisce ai tre regni esistenziali: il mondo del desiderio, il mondo della forma e il mondo senza forma. “Banrei”, invece indica tutte le creature senzienti e non senzienti che abitano questi tre regni.

    Foto dell’autore

    Le rovine del Castello di Hara sono una delle testimonianze di ciò che scatenò la clandestinità dei cristiani giapponesi. A causa della seguente politica di isolamento e la conseguente assenza di missionari, i cristiani rimasti furono lasciati soli a mantenere la loro fede in clandestinità, e dovettero trovare nuovi luoghi per preservare le loro comunità religiose. Il ricordo della ribellione fu mantenuto vivo dalle comunità cristiane nascoste di Sotome e in altre aree della regione di Nagasaki durante tutto il periodo del divieto del cristianesimo.

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