Ombrelli Rotti

Categoria: Storia

  • Perché i fantasmi del folklore giapponese indossano spesso un kimono bianco?

    Perché i fantasmi del folklore giapponese indossano spesso un kimono bianco?

    Shinishōzoku, l’abito dei defunti 

    Prima di parlare del shinishōzoku mi permetto una breve introduzione sul concetto di morte, di aldilà e di fantasma nella cultura giapponese.

    La morte e l’oltretomba nella cultura giapponese

    Nella tradizione giapponese, la morte assume un ruolo centrale, quasi equiparabile all’importanza della vita stessa. Il trapasso segna l’inizio di un viaggio spirituale verso l’aldilà, dove l’anima del defunto si avventura nello yominokuni (黄泉の国), l’oltretomba shintoista, o nell’ anoyo (あの世), la terra pura del Buddhismo. Tuttavia, questo percorso non è privo di insidie: ostacoli e difficoltà possono intrappolare lo spirito, condannandolo a vagare come uno yūrei (幽霊), un fantasma tormentato, figura che ricorre frequentemente nel folklore giapponese.

    Intrappolate in un limbo tra l’esistenza terrena e l’aldilà, queste figure tormentate hanno assunto un ruolo di primaria importanza nell’immaginario nipponico, divenendo protagoniste di innumerevoli storie e leggende permeando con la loro presenza la cultura popolare giapponese.

    Tormentati da un’eterna inquietudine, gli yūrei sono gli spiriti di coloro che non hanno trovato pace dopo la morte. Spesso li si vede vagare alla ricerca di vendetta o punizione per i torti subiti in vita. La tradizione shintō insegna che dentro di noi risiede un kami, simile all’anima che pervade il nostro corpo fisico. Al cessar della vita, il kami si libera dalla sua veste terrena.

    Questo spirito deve raggiungere l’aldilà, ma il viaggio può essere arduo. Per questo motivo, in Giappone, quando un membro della famiglia muore, i parenti in vita devono vegliare sul defunto, aiutarlo e accompagnarlo nel suo viaggio verso l’aldilà attraverso specifici rituali, detti kuyō (供養). Una volta superati tutti gli ostacoli per raggiungere l’aldilà, questo antenato veglierà a sua volta sui suoi discendenti sulla terra per proteggerli da qualsiasi sventura.

    Tuttavia, coloro che hanno subito una morte innaturale, lasciando questioni aperte o non avendo avuto un funerale adeguato, potrebbero rimanere intrappolati tra la vita e la morte. Di conseguenza, gli yūrei sono queste anime tormentate, definite come disconnesse, che non troveranno pace finché non risolveranno i loro problemi terreni.

    Il termine yurei deriva dalla combinazione di due kanji: 幽 (), che significa “oscuro” o “tenebroso”, e 霊 (rei), che significa “anima” o “spirito”. Un yūrei generalmente assume una forma umana priva di piedi e fluttua nell’aria. Inoltre, è caratterizzato da lunghi capelli neri e indossa un kimono bianco, simile a quelli utilizzati durante i riti funebri. Può presentare anche delle deformità, in quanto conserva l’aspetto che aveva al momento del decesso.

    Nella cultura giapponese, la collera dei defunti che non riescono a trovare riposo è sempre stata fonte di timore. Per tale ragione, ogni volta che un imperatore decedeva, si rendeva necessario il trasferimento in un nuovo palazzo, poiché si credeva che lo yūrei del precedente imperatore potesse tormentare il suo successore.

    Lo stesso discorso valeva per un celebre rituale suicida, il seppuku (切腹): quando un samurai subiva una sconfitta in battaglia, gli era concessa la possibilità di morire “con dignità”, non per mano del nemico, ma per sua stessa mano. In questo modo, si credeva di evitare anche la potenziale comparsa di uno yūrei vendicativo dopo la sua morte.

    Shinishōzoku, l’abito dei defunti

    Il kyōkatabira

    http://www.kyohaku.go.jp

    Il kimono bianco che la maggior parte dei giapponesi indossa al momento della sepoltura è chiamato kyōkatabira  (経帷子). La parola stessa è composta da due kanji: kyō in riferimento ai sutra buddisti e katabira (帷子) che indica un kimono leggero senza fodera, che veniva  indossato in occasioni informali, spesso in casa.

    Nato dalla fibra grezza della canapa, il katabira trovò la sua ascesa durante il periodo Heian (794-1185). In questo periodo, il bianco del katabira assunse un significato più profondo, divenendo espressione di un connubio tra le tradizioni shintoiste e buddiste. L’imperatore, durante le cerimonie sacre, sfoggiava un byakue (白衣), un kimono bianco di seta, mentre i sacerdoti shintoisti adottarono un abito simile, il jōe (浄衣), che significa “abito purificato”. Ancora oggi, le spose nel giorno delle nozze velano la loro bellezza con uno shiromuku (白無垢), un kimono bianco simbolo di purezza immacolata.

    I preti buddisti, in contrapposizione alle sete pregiate del byakue e del jōe, preferirono la canapa grezza per i loro abiti, dando vita al kyōkatabira. Questo katabira, recante incisi sutra buddisti, divenne l’indumento distintivo dei pellegrini buddisti durante i loro viaggi in Giappone, simboleggiano la purezza e la dedizione al loro cammino spirituale. 

    Bianco, il colore della purezza

    Nel paese del sol levante, il bianco domina la scena dei funerali. Ma perché questa scelta cromatica? Le ragioni si intrecciano con la tradizione e la simbologia. Il bianco, emblema di purezza e distacco dal mondo terreno, si contrappone al rosso, simbolo di vita e vitalità, secondo il principio del kōhaku (紅白). Un binomio che accompagna il defunto nel suo passaggio verso l’aldilà.

    Come ho già scritto in altri articoli, il bianco rappresenta da tempo immemore la purezza, in particolare quella rituale. Lo Shintō pone grande enfasi sulla pulizia e la purificazione. Infatti, in molti santuari shintoisti troviamo un luogo dedicato alle abluzioni, un rito da compiere prima di entrare.

    La purezza rituale va oltre il semplice bagno, seppur parte importante della tradizione giapponese. Per raggiungerla, è necessario liberarsi dal kegare (穢れ), le “impurità”, attraverso una serie di riti specifici condotti da un sacerdote. Il kimono bianco, simbolo visibile di purezza, è riservato a tre categorie: sacerdoti, spose e defunti (veniva indossato anche da chi si apprestava a commettere il seppuku).

    Il bianco è anche il colore associato agli yūrei, i fantasmi.

    L’abito dei defunti

    Come abbiamo già approfondito diverse volte all’interno del nostro blog, il Buddismo arrivò in Giappone intorno al VII secolo d.C. e trovò terreno fertile per diffondersi. Incontrando lo Shintoismo, religione già radicata nel paese, diede vita a un sincretismo unico (神仏習合, shinbutsu-shūgō), ben distinto dalle sue origini.

    Nel corso dei secoli, shintoismo e buddismo si separarono, assumendo ruoli differenti: i kami dello shintoismo proteggono i viventi, mentre le divinità buddiste si prendono cura delle anime dei defunti. Il buddismo divenne così protagonista dei riti funebri, tradizione che ancora oggi caratterizza la cultura giapponese.

    Nella tradizione buddista, la morte non segna la fine, ma l’inizio di un nuovo ciclo di esistenza (輪廻転生, rinne-tensei). In Giappone, i fedeli buddhisti onoravano questa credenza vestendo i defunti come fossero dei pellegrini in procinto di intraprendere il loro ultimo viaggio, conosciuto come li shidenotabi (死出の旅), letteralmente “il viaggio finale verso la morte”. L’abito indossato, lo shinishōzoku (死装束), aveva un significato preciso: “l’abito di chi va incontro alla morte”.

    Lo shinishōzoku 

    Tutti gli elemento che compongono lo shinishōzoku, l’abito tradizionale buddista per i defunti in Giappone, hanno un significato simbolico preciso. 

    Il kyōkatabira, conosciuto anche come shirokatabira (白帷子), un kimono bianco, rappresenta la purezza del defunto. I sutra scritti all’interno offrono preghiere per il suo passaggio nell’aldilà. Guanti (手甲, tekkō) e ghette (脚絆, kyahan) proteggono il corpo durante il viaggio. Un cappello di paglia (網笠, amigasa) protegge dal sole, mentre calzini (足袋, tabi) e zoccoli (草履, zōri) facilitano il cammino. Un bastone (杖, tsue),nella mano dominante, offre sostegno al defunto e il juzu (数珠), nell’altra mano. Una borsello detto sudabukuro (頭陀袋) contiene sei monete di carta conosciute come rokumonsen (六文銭) per il pagamento per il traghetto sul fiume Sanzu (三途の川), che conduce nell’aldilà. Sulla fronte viene posto un panno bianco triangolare detto tenkan (天冠).

    http://www.kyouten.co.jp

    Si dice che i monaci scrivessero le scritture per cancellare i peccati commessi in vita e per ottenere una buona illuminazione. Le donne della famiglia del defunto si riunivano per cucire a mano il kyōkatabira. C’erano delle regole ben precise: non si potevano usare lame per tagliare il tessuto, non si potevano usare spille da balia e non si potevano fare nodi con il filo.

    Nella tradizione giapponese, la piegatura di yukata e kimono segue una regola precisa: “sinistra su destra” per i vivi, “destra su sinistra” per i defunti. Mia moglie mi ha spiegato che questa tradizione deriva dal passato quando il modo in cui si piegava il kimono era un modo visibile per mostrare il proprio rango sociale. Le persone di corte erano solite piegare il kimono sinistra su destra mentre le persone comuni, specialmente i lavoratori per favorire i movimenti, erano soliti piegarlo da destra su sinistra.

    Mi preme ricordare che lo shinishōzoku qui sopra descritto appartiene alla tradizione giapponese e non è detto che sia mandatoriamente seguito al giorno d’oggi. A volte viene fatto indossare al defunto sotto gli abiti da lui preferiti mentre era in vita.

    Nelle cerimonie funebri shintoiste, la consuetudine prevede l’utilizzo di una manica corta bianca e dello shaku (笏,il bastone cerimoniale), richiamando l’abbigliamento dei sacerdoti shintoisti prima della deposizione nella bara. Tale pratica trova la sua origine nella tardiva legittimazione dei funerali shintoisti, risalente al periodo Meiji, che ha portato all’appropriazione di diverse tradizioni buddhiste preesistenti dalle quali lo shintoismo ha attinto.

    Il tenkan

    Che cos’è il tenkan?

    Il tenkan è un elemento iconico della rappresentazione dei fantasmi nella cultura giapponese. La sua forma triangolare e il suo colore bianco sono spesso associati a concetti di morte, spiritualità e purificazione. Tuttavia, il significato preciso del tenkan può variare a seconda del contesto e della storia in cui viene utilizzato.

    In alcune regioni è chiamato anche zukin (頭巾), hitaieboshi (額烏帽子) o kamikakushi (髪隠し). Fa parte del vestito funebre indossato dal defunto.

    Il tenkan che cinge la loro fronte può essere interpretato come una benda o una copertura per una ferita ricevuta al momento del decesso, oppure come un simbolo del trauma e della sofferenza patiti durante la loro vita terrena e rappresenta un elemento chiave nella tradizione funeraria giapponese. Le sue funzioni e il suo simbolismo sono molteplici, come testimoniano le diverse interpretazioni che ne emergono.

    1. Un segno di rispetto verso il Re Enma, figura venerata nell’oltretomba che giudica le anime dei dannati e assegna loro la pena che si sono meritati con le azioni compiute durante la loro vita
    2. Un mezzo per proteggere i defunti dalle forze oscure dell’inferno
    3. Un emblema di status sociale, che conferisce al defunto un’identità aristocratica nell’aldilà

    Il significato del termine tenkan non si riferisce esclusivamente alla striscia di stoffa bianca a forma di triangolo. Anche il copricapo indossato dalle bambole Hina viene chiamata tenkan, così come un elemento del costume del teatro No. Nel teatro No, il tenkan sembra essere utilizzato per i personaggi di alto rango o per rappresentare divinità e creature celesti.

    Sotto questa luce, il tenkan indossato dai defunti potrebbe rappresentare il desiderio degli antichi di “inviare i propri cari nell’aldilà con un aspetto nobile”.

    Il delicato atto di vestire il defunto con il kimono funebre rappresenta un momento cruciale nel complesso rituale funebre giapponese. Questa pratica, carica di simbolismo e significato culturale, assume due forme principali: la vestizione preliminare durante la pulizia del corpo in ospedale e la vestizione definitiva al momento della chiusura della bara, in presenza di familiari e parenti.

    La modalità di vestizione può variare: in alcuni casi, il kimono viene indossato correttamente, inserendo le braccia nelle maniche del defunto, mentre in altri viene semplicemente steso sul corpo. In alcune regioni, persiste la superstizione di vestire il defunto al rovescio, come a voler sottolineare il passaggio dal mondo dei vivi a quello dei morti.

    Ogni aspetto di questo rituale, dalla scelta del kimono al modo in cui viene indossato, è permeato di profondo significato e riflette il profondo rispetto e la cura che la cultura giapponese riserva ai propri defunti.

    In passato si credeva che gli spiriti dopo la morte siano masse di luce bianca e questo sembra abbia portato all’ associazione del kimono funebre al bianco degli spiriti.
    Inoltre, l’idea che i fantasmi indossano il kimono funebre si è diffusa nella società perché nelle storie di fantasmi e nelle rappresentazioni kabuki, i morti sono rappresentati indossando un kimono funebre per essere facilmente identificati come tali.

  • 小満 – Shōman

    小満 – Shōman

    Mentre sistemavo gli appuntamenti di lavoro sul calendario ho visto riportata la seguente frase:

    「万物盈満すれば草木枝葉繁る」

    Banbutsu eiman sureba kusaki edaha shigeru

    Il significato di questa frase è che quando il clima diventa mite le piante e gli altri esseri viventi crescono e prosperano.

    La frase è ripresa dal koyomi binran (暦便覧), un manuale di approfondimento del calendario pubblicato durante il periodo Edo (1603-1868) da Taigensai (太玄斎).

    Oltre a fornire informazioni dettagliate sul calendario, il koyomi binran include anche spiegazioni complete sui nijūshisekki (二十四節気), i ventiquattro periodi solari, rimanendo un punto di riferimento importante per la loro comprensione anche ai giorni nostri.

    La frase precedente è stata riportata sul calendario per segnare la fine di uno questi ventiquattro periodi solari. Sto parlando del periodo conosciuto come shōman (小満), terminato il 4 Giugno.

    Shōman è la fase in cui ogni essere vivente cresce gradualmente, riempiendo cielo e terra. Coincide con la maturazione delle spighe del grano seminato in autunno, e si dice porti un po’ di soddisfazione e rassicurazione per il futuro raccolto. Questa fase rappresenta un momento di transizione, con il clima che diventa caldo e umido.

    Shōman, l’ottavo dei ventiquattro periodi solari, quest’anno è iniziato il 20 Maggio, con una durata che si estende fino al 4 Giugno. Sebbene generalmente si collochi tra il 21 Maggio e il 4 Giugno circa, la data esatta non è mai fissa. I ventiquattro periodi solari dividono l’anno in 24 segmenti di circa 15 giorni ciascuno, allo scopo di comprendere il cambio delle stagioni. Tuttavia, poiché la loro determinazione si basa sulla divisione dell’anno in 24 parti uguali in base al movimento del sole, non sono fissi e possono variare di circa un giorno. Di conseguenza, il termine shōman può riferirsi sia al giorno specifico dell’inizio del periodo, sia all’intero lasso di circa 15 giorni che va da shōman a bōshu (芒種), il nono dei ventiquattro periodi solari.

    Lo shōman porta con sé il momento dell’ inizio del raccolto del grano, ormai pronto per essere mietuto. Seminato durante l’inverno, il grano attende questo periodo per essere finalmente raccolto. Questa fase è conosciuta come bakushū (麦秋) o mugiaki (麦秋), termini che figurano come parole stagionali legate all’ estate. Nonostante si tratti della stagione estiva, il kanji di “autunno” (秋) viene utilizzato in entrambe le parole in paragone con l’autunno, e il periodo di maturazione del riso. La doratura delle spighe di grano crea un suggestivo scenario simile a quello delle dorate spighe di riso autunnali.

    Anche i fenomeni atmosferici di questo periodo hanno dei nomi riconducibili alla coltura del grano come ad esempio la pioggia, è chiamata bakū (麦雨, pioggia di grano). Il vento che soffia sui campi di grano è chiamato mugi no akikaze (麦の秋風vento autunnale del grano) o mugiarashi (麦嵐, tempesta di grano), mentre le spighe ondeggianti nei campi sono chiamate mugi no nami (麦の波, onde del grano).

    Lo shōman come gli altri periodi solari, si suddivide a sua volta in 3 fasi.

    蚕起食桑 – Kaiko okite kuwa wo hamu

    Durante questa prima fase, che segna l’inizio dello shōman, l’appetito dei bachi da seta cresce e divorano voracemente le foglie di gelso che usano come cibo. Alla fine, i bozzoli filati dai bachi da seta si trasformano in splendidi fili di seta.

    Fonte: note.com

    紅花栄 – Benibana sakae

    È il periodo in cui il cartamo sboccia in splendidi fiori color arancio-giallastro. Il cartamo o zafferone, benibana in giapponese, è giallo brillante nel momento della fioritura, ma diventa gradualmente rosso man mano che cresce. Dalla corolla del suo fiore sin dall’ antichità si estraggono due colori (il cremisi ed il giallo) utilizzati, dalle persone di corte, come coloranti per stoffe e tessuti e veniva utilizzato per tingere seta.

    麦秋至 – Mugi no toki itaru

    Letteralmente, “l’arrivo dell’autunno del grano”. È il periodo in cui le spighe di grano raggiungono la maturazione.

    Durante lo shōman, per alcuni giorni, il cielo rimane coperto e piove a tratti. Questo fenomeno meteorologico, che precede l’inizio della vera e propria stagione delle piogge (梅雨, tsuyu), è chiamato hashiri zuyu (走り梅雨) o tsuyu no hashiri (梅雨の走り) ed è considerato un termine stagionale. Al termine di questa fase, il tempo si apre e torna sereno, ma subito dopo inizia la vera stagione delle piogge.

    Un mio collega, che ha vissuto molto tempo ad Okinawa, mi ha spiegato che in quella zona la stagione delle piogge inizia prima rispetto al Kyūshū dove mi trovo ora. Lo tsuyu iniziai spesso a cavallo tra lo shōman e il periodo successivo, il bōshu (芒種) e si usa spesso l’espressione “shōman-bōshu“, che viene spesso pronunciata “sūman-bōsu” per indicare la stagione delle piogge stessa.


    Oltre ad essere un momento di abbondanza per la natura, shōman assume anche un significato simbolico. Il grano dorato che matura nei campi rappresenta il frutto del duro lavoro e della dedizione, un monito a perseverare per raccogliere i frutti dei propri sforzi.

    La suddivisione in tre fasi, ognuna caratterizzata da eventi naturali e fenomeni atmosferici peculiari, offre un ulteriore spunto di riflessione sulla ciclicità della vita e l’armonia che regna nel mondo naturale.

    In definitiva, shōman è un periodo ricco di significato che ci invita ad apprezzare la bellezza della natura, a celebrare i frutti del lavoro e a riflettere sulla ciclicità della vita. Un momento per rallentare, osservare il mondo che ci circonda e trarne ispirazione.

  • -kyō e -dō

    -kyō e -dō

    A ciascuno la sua strada

    Qualche giorno fa ho scritto un breve articolo sulla mia scoperta che la presenza del suffisso -dō dopo il nome di una disciplina giapponese non è neutrale, ma ha implicazioni precise che non vanno ignorate. 

    La scoperta mi ha aperto diverse porte, facendomi realizzare un’altra volta che penso di comprendere cose che in realtà non mi sono chiare. Ora spiego.

    Le dottrine e le “vie”

    Conosco diverse parole giapponesi che terminano con il suffisso “dō” (道), un carattere usato solo in composti che significa “via” o “cammino”. Ecco alcuni esempi:

    1. Judō (柔道), “la via morbida”, un’arte marziale che enfatizza la flessibilità e l’efficienza.

    2. Kendō (剣道): “la via della spada”, un’arte marziale che si concentra sull’uso della katana in bambù. Gli scolari in divisa da kndō 

    3. Aikidō (合気道) “la via dell’armonia spirituale”, un’arte marziale che mira ad armonizzare l’energia.

    4. Karatedō (空手道), ”la via della mano vuota”, un’arte marziale che impiega ogni parte del corpo per l’autodifesa senz’armi.

    5. Chadō (茶道) “la via del tè”, più comunemente conosciuta come la cerimonia del tè giapponese.

    6. Shodō (書道), “la via della scrittura”, l’arte giapponese della calligrafia.

    7. Ikebanadō (生け花道) “la via dell’ikebana”, l’arte giapponese di arrangiare i fiori.

    8. Shintō, nome di una religione spacciata per la più antica del popolo giapponese, in realtà un’invenzione dell’amministrazione Meiji. (Nota 1)

    Per spiegare un po’ meglio il significato di questo suffisso, -dō indica che, a differenza di quanto accade nel buddhismo, dove esistono e sono sempre esistiti i maestri ( a partire da Siddhartha Gautama), la conoscenza in Giappone viene associata col perseguire una via. Tale via ti darà un obiettivo e null’altro. Il resto dovrai trovarlo da solo nel percorrere la tua strada. Non ci sono insegnamenti, l’essenza della via è la tua crescita personale,  conseguenza diretta dei problemi che incontrerai e delle soluzioni che darai loro.

    Il pensiero e l’azione

    Sarebbe un errore a questo punto pensare che questo modo di pensare si limiti a queste poche arti. 

    Al contrario, l’enciclopedia della filosofia dell’Università di Stanford dichiara che l’unione di azione e pensiero è la caratteristica fondamentale della filosofia giapponese.

    Se questo è vero, e non ho ragione di pensare il contrario, la filosofia giapponese si limita al rapporto fra l’individuo e il mondo, un raggio di interessi molto inferiore a quello della filosofia europea, che si estende perlopiù al non umano, per capirlo e definirlo.

    Alla base delle manifestazioni di creatività giapponese che abbiamo visto c’è l’incontro con la realtà come momento di comprensione di se stessi. Nel modo di pensare del Giappone l’importante non è la riflessione astratta, quanto quella applicata appunto all’azione.

    Credo di avere un episodio tratto dalla mia vita personale che illustra bene il significato di via come appare nella filosofia giapponese. Sono falegname, scadente ma falegname, e mi sono autoimposto alcune condizioni di lavoro piuttosto scomode, ma che mi consentono di evitare di farmi male seriamente. Non uso utensili utensili elettrici, il che vuol dire che passo spesso ore a fare quanto altri fanno in un minuto, meglio di me e con una sega a nastro di costo modesto. Eppure la decisione di non usare utensili elettrici, ma solo una sega a mano Ryōba, originariamente presa per motivi di sicurezza, è stata una delle migliori della mia vita. Le difficoltà extra che mi sono andato a cercare mi hanno tutte insegnato qualcosa di utile. La prima è stata quanto duro e difficile sia essere un falegname, e quanto difficile sia mantenere una famiglia in questo modo. Lavori per due giorni per costituire un oggetto disponibile da qualche parte per metà di quello che hai speso, senza contare il tuo lavoro. 

    C’è di più, ovviamente. Costruire qualcosa di concreto, avere un obiettivo preciso in mente, necessitare di cose che non possedevi come la pazienza e l’accettazione serena che un errore può rendere inutili giorni di lavoro, ti cambiano. Per essere un buon falegname devi essere una persona migliore. I tuoi mobili rifletteranno la complessità e la ricchezza della tua personalità. I mille pali fra le ruote che ho trovato prima del successo mi sono stati molto utili in campi molto diversi dalla falegnameria. La pazienza è una dote utile un po’ dappertutto.

    Ed ora arriva finalmente l’episodio che avevo nominato in apertura. Avevo notato che molti dei pali usati dall’industria edilizia (2 by 4) qui in Giappone per costruire le case sono fatte in legno bianchissimo. Ho deciso quindi di tagliare uno di questi pali in fettine, ciascuna di dimensione 180 × 12 × 0,5 cm per farne scatole. La prima fetta mi è costata quattro ore di lavoro. Il legno era durissimo e fibroso, uno dei peggiori che avrei potuto scegliere. Non mi pento del mio fallimento. Ci sono due modi per imparare. Uno è la fortuna, l’altro è il fallimento.

    A modo mio, , ho trovato il mio “-dō,” la mia strada. ‘’

    Note

    1 Chi avesse dubbi in proposito può leggere Shinto in the History of Japanese Religion dell’insigne studioso Kuroda Toshio.

  • Quali furono le cause dell’epoca dei regni combattenti?

    Il periodo Sengoku, noto anche come l’era dei regni combattenti, è stato un periodo tumultuoso nella storia del Giappone che si è esteso dal XV al XVI secolo. Di sua natura, un periodo simile e difficile da racchiudere fra due date esatte ma, in generale, Esso vide il completo crollo dell’autorità centrale nel Kanto e nel Kansai. Ci sono state diverse cause che hanno contribuito all’inizio e alla durata di questo periodo, la più importante delle quali è stata senza dubbio la legge sull’eredità promulgata dallo shogunato stesso.

    Questo prevedeva la divisione delle terre governate dai vassalli tra i loro figli maschi. Questo portò alla frammentazione delle terre e dei domini, creando molte entità politiche indipendenti all’interno del paese, una situazione difficilissima da cambiare in modo non violento, perché qualsiasi soluzione coinvolgeva il ledere gli interessi di un grande numero di persone.

    La pratica dello shoen seido, combinata con altre leggi sull’eredità, portò a una serie di conflitti sulla proprietà delle terre e sulla successione dei daimyo. Queste questioni di eredità divennero spesso il catalizzatore per le guerre tra i clan, in quanto i daimyo cercavano di espandere il loro dominio e ottenere terre attraverso conquista o alleanze matrimoniali.

    Vi sono ben tre date diverse usate per segnare l’inizio di questo periodo, la prima è l’incidente di Kyōtoku, la seconda è la guerra di Ōnin, e la terza l’incidente di Meiō. Quelle per la sua fine sono molte di più e vanno dal 1568 al 1638. Io ho scelto la guerra di Ōnin per l’inizio, l’arrivo di Jason a Edo per la fine (1467-1603)

    Durante i tre secoli di disordine che vanno dalla caduta di Kamakura alla vittoria di Tokugawa Ieyasu vediamo prima il crollo completo dello shoen seido, poi la nascita di un nuovo sistema, rigidissimo nello stabilire un solo erede. La differenza fra un daimyo e i gokenin, le figura che viene a sostituire, sta principalmente proprio nel modo in cui viene trasmessa la proprietà. L’erede non deve essere necessariamente dello stesso sangue dello shogun. La sua competenza è più importante e il terzo shogun della dinastia dei Tokugawa, Iemitsu, il migliore dopo Ieyasu, non era figlio del secondo. Ma l’erede doveva pur sempre essere sempre uno solo.

    Durante il periodo Sengoku, le leggi sull’eredità e la successione variano notevolmente a seconda dei clan e delle famiglie nobiliari coinvolte. Non c’era un sistema di successione uniforme o centralizzato come si potrebbe trovare in altre culture o periodi storici.

    In generale, il sistema di eredità dipendeva dalle tradizioni e dalle regole stabilite da ciascun clan. Alcuni clan seguivano un sistema di primogenitura, in cui il primogenito maschio aveva diritto a ereditare il titolo, le terre e le proprietà del padre. Tuttavia, in molti casi, la successione poteva essere contestata o combattuta tra i membri della famiglia o tra i daimyo rivali.

    La legge sulla successione poteva anche essere influenzata dal potere politico e militare. I signori della guerra più forti e influenti avevano maggiori probabilità di garantire la successione dei loro discendenti, anche se ciò significava ignorare la linea di successione tradizionale. La stabilità e la continuità dinastica spesso erano secondarie rispetto alla capacità di un leader di mantenere il controllo sul proprio dominio.

    Inoltre, durante il periodo Sengoku, molti clan e famiglie nobiliari si estinsero a causa della guerra, delle alleanze mutevoli e delle rivalità interne. Ciò ha portato a una continua ridefinizione delle dinastie e delle linee di successione. A questo si ricollega poi il problema dei Ronin visto nell’articolo Lo tsujigiri, un fenomeno complesso

    Il crollo delle istituzioni precedenti era tuttavia necessario perché fosse possibile stabilirne di nuove Quando appaiono Oda Nobunaga, Toyotomi Hideyoshi e Tokugawa Ieyasu, il nuovo metodo a erede singolo è fermamente al suo posto. Esso sarà una delle caratteristiche nuove e significative del nuovo Shogunato Tokugawa. La figura del Daimyo è infatti definita dal modo in cui trasmette la propria proprietà a un erede.

    Un secondo e importante motivo fu il modo in cui il fondatore del secondo Shogunato, Ashikaga Takauji, conquistò il potere. Lo strappò infatti direttamente all’imperatore Go-Daigo, che avevo visto nel crollo dello Shogunato di Kamakura un’occasione di ritornare al potere effettivo. Takauji nominò perfino un imperatore dalla cui dinastia di scendono gli attuali imperatore del Giappone. Notare che non esiste alcun dubbio circa la loro legittimità perché possiedono i tre oggetti sacri che attribuiscono il potere al sovrano. Le due dinastie si combatterono per circa sessant’anni, un lungo periodo di caos totale che preparò il cataclisma che doveva venire.

  • 外海

    外海

    Le vacanze della Golden Week sono appena finite e, come dopo ogni periodo di pausa, i miei figli al rientro all’asilo dovranno raccontare ai loro compagni le avventure vissute durante il periodo di ferie. Quest’anno, per rendere il loro “speech” ancora più interessante, abbiamo deciso di organizzare una gita fuori porta a tema storico. La nostra destinazione? La vicina cittadina di Sotome, immersa nella prefettura di Nagasaki e ricca di tracce affascinanti del passato cristiano.

    Perché questa piccola località, adagiata tra le montagne del Kyūshū e affacciata sul Gotō-nada (五島灘) custodisce un tesoro inestimabile: i resti di una comunità cristiana che, nei secoli scorsi, si nascose in quest’area per fuggire all’editto Tokugawa che bandiva il cristianesi e i suoi fedeli. Una storia poco conosciuta, ma che merita di essere raccontata, soprattutto ai più piccoli.

    Durante la nostra gita, abbiamo visitato alcuni dei luoghi simbolo del cristianesimo a Sotome. Abbiamo visitato due chiese stupende, esplorato un cimitero cristiano risalente al XIX secolo e un raro santuario dedicato ad un gesuita portoghese. I miei figli sono rimasti affascinati da questo viaggio nel tempo, incuriositi dalle storie e dalle leggende che popolano questi luoghi silenziosi e carichi di mistero.

    Adagiata tra la zona di Nagasaki e Saikai, Sotome si affaccia sul Gotō-nada (五島灘), conosciuto anche come sumō-nada (角力灘), un’area marina che divide il Kyūshū da Gotō-rettō (五島列島), l’arcipelago delle isole Gotō.

    Tra il 1600 e il 1800, durante il periodo di bando del Cristianesimo in Giappone, questo zona si trasformò in un rifugio sicuro per i “cristiani nascosti”, noti come senpuku kirishitan (潜伏キリシタン). Attratti dalla sua posizione isolata e raggiungibile solo via mare, che permetteva loro di professare la loro fede in segreto, molti fedeli emigrarono qui da diverse zone dell’odierna prefettura di Nagasaki.

    Padre Marc Marie de Rotz, missionario francese giunto a Sotome, ebbe un ruolo fondamentale nella rinascita del Cristianesimo. La sua opera più significativa fu la costruzione della Chiesa di Shitsu, eretta su una collina che domina il mare e divenuta un simbolo di speranza per i fedeli perseguitati.

    L’arrivo di Francesco Saverio nel 1549 segnò l’introduzione del Cristianesimo in Giappone. La rapida diffusione della nuova fede destò timori nello shogunato Tokugawa, che la vide come una minaccia al proprio potere. Iniziò così un periodo di persecuzioni che culminò nel bando ufficiale del Cristianesimo nel 1614. Nonostante la repressione, alcuni fedeli continuarono a praticare la loro religione in segreto.

    Il Sakoku (鎖国), “paese chiuso”, fu una politica di isolamento attuata in Giappone durante il periodo Edo (1603-1867). Emanate tra l’inizio e la metà del XVII secolo, le direttive del Sakoku imposero al Giappone un autoisolamento dalle potenze straniere. Tra le misure adottate vi furono il bando del Cristianesimo, la proibizione ai cittadini giapponesi di viaggiare all’estero e di farne ritorno, e restrizioni al commercio internazionale con diverse nazioni. La diffidenza nei confronti degli stranieri fu il principale fattore alla base del Sakoku.

    Tokugawa Ieyasu, temendo che il Cristianesimo potesse minare il suo potere, lo bandì dal Giappone. Condividendo la xenofobia diffusa tra i leader dell’epoca, Ieyasu sospettava che gli stranieri, in particolare gli europei bianchi (spagnoli), avessero mire espansionistiche sul Giappone. Il Cristianesimo, visto come strumento di controllo sociale e di sovversione dei valori tradizionali, venne associato a queste minacce esterne. Di conseguenza, Ieyasu proibì sia l’ingresso agli stranieri che la pratica del Cristianesimo durante il suo shogunato.

    Calò un velo di silenzio sul Giappone: il periodo Edo aveva decretato l’isolamento del paese. Per le potenze esterne, le relazioni diplomatiche e commerciali erano quasi impossibili, ad eccezione di Olanda e Cina. Il Sakoku, questa politica di chiusura, strinse il Giappone in un abbraccio autarchico per quasi duecentocinquant’anni. Solo nella metà del XIX secolo, sotto la spinta di pressioni esterne, il Giappone si vide costretto ad aprire nuovamente le sue porte al mondo.

    Nonostante la persecuzione dello shogunato Tokugawa (1600-1868), che bandì il Cristianesimo e deportò i missionari, alcuni fedeli giapponesi non rinunciarono alla loro fede. In villaggi remoti e sulle isole di Nagasaki e Kumamoto, continuarono a praticare la loro religione in segreto, tramandando gli insegnamenti dei missionari e nascondendo oggetti cristiani nelle loro case, rischiando la vita. Le autorità li soprannominarono “senpuku kirishitan” (潜伏キリシタン), che significa “cristiani nascosti”, per indicare la loro fede clandestina. Il termine kirishitan deriva dal portoghese “Christão” e si riferiva al cattolicesimo o ai suoi seguaci dopo l’arrivo di Francesco Saverio in Giappone, fino alla revoca del bando nel 1873.

    I senpuku kirishitan erano un gruppo di giapponesi che, pur professando pubblicamente il Buddismo per sfuggire alle persecuzioni, in realtà continuavano a praticare la loro fede cristiana in segreto. Questa strategia di mimetizzazione era necessaria per evitare le severe punizioni inflitte dal governo a chi professava apertamente il Cristianesimo. Esteriormente, i senpuku kirishitan partecipavano a cerimonie e riti buddhisti, ma in segreto custodivano la loro fede cristiana e la trasmettevano alle generazioni successive.

    Nonostante la fine della repressione e la revoca del bando del Cristianesimo, un gruppo significativo di senpuku kirishitan non volle ricongiungersi alla Chiesa Cattolica. La ragione di questo rifiuto risiedeva nella necessità di modificare o abbandonare alcuni dei loro riti e oggetti religiosi, che erano diventati parte integrante della loro fede tramandata di generazione in generazione.

    Questi gruppi, che scelsero di mantenere intatti i riti e le preghiere appresi fin dall’infanzia, vennero denominati kakure Kirishitan (Cristiani Nascosti) per distinguerli dai senpuku kirishitan del periodo di proibizione Tokugawa. Considerati discendenti storici dei senpuku kirishitan per la loro fedeltà alle tradizioni tramandate dagli antenati, alcuni studiosi li vedono tuttavia come un gruppo che si è allontanato dal Cristianesimo ortodosso, avvicinandosi maggiormente alle religioni popolari giapponesi.

    Il termine kakure kirishitan quindi, identifica coloro che, pur potendo professare liberamente la loro fede dopo la revoca del divieto del Cristianesimo, scelsero di non ricongiungersi alla Chiesa Cattolica. Questi gruppi continuarono ad aderire alle credenze e alle pratiche religiose sviluppatesi durante il periodo di clandestinità, dando vita a una forma unica di Cristianesimo.

    Verso la fine del periodo Edo, il dominio di Ōmura fu annesso a quello di Saga, che si distingueva per una maggiore tolleranza nei confronti dei cristiani. Durante il Bakumatsu (1853-1868, periodo che precedette la Restaurazione Meiji), quando Padre Petitjean visitò la zona di Sotome, i senpuku kirishitan professarono apertamente la loro fede. Tuttavia, una parte dei cristiani della zona, preoccupati per la persistenza del divieto del cristianesimo non ancora formalmente revocato, si consultarono con il capovillaggio e con un ufficiale del villaggio. Per scoraggiare l’adesione agli insegnamenti dei missionari stranieri, decisero di rubare la preziosa immagine di San Michele e un’altra raffigurante i 15 Misteri del Rosario.

    Il furto delle immagini sacre scatenò l’ira dei cristiani nascosti, provocando un tumulto di notevoli proporzioni. Questo evento ebbe come conseguenza una scissione all’interno della comunità senpuku kirishitan di Sotome: una fazione decise di abbracciare apertamente il Cattolicesimo, mentre l’altra, i kakure kirishitan, preferì rimanere nascosta, spostandosi anche nelle vicine isole dell’arcipelago di Gotō.

    È una chiesa cattolica situata a Sotome. Fu costruita nel 1882 su progetto di padre Marc Marie de Rotz, un missionario francese, e completata nel 1885.

    Motivato dalla convinzione che la zona necessitasse di un luogo di raduno per la fede, Padre de Rotz investì i propri fondi nella costruzione di una chiesa. Egli si impegnò personalmente sia nella progettazione che nella realizzazione dell’edificio. Il terreno prescelto per l’edificazione era un pendio lievemente elevato, scelta motivata dal desiderio di rendere la chiesa visibile da un’ampia area

    La costruzione della chiesa non fu possibile solo grazie all’impegno di Padre de Rotz, ma anche alla preziosa collaborazione dei cristiani locali. Essi si dedicarono con dedizione a lavori faticosi, trasportando legname tagliato dalle montagne e mattoni trasportati via barca fino al litorale, contribuendo in modo significativo alla realizzazione dell’edificio sacro.

    Nel 1882, dopo un anno di lavori, venne completata la magnifica chiesa bianca, immersa tra risaie a terrazze. La sua struttura, realizzata in mattoni e successivamente intonacata, presenta ingressi a volta e cornici alle finestre che si inseriscono con armonia nel paesaggio circostante. L’interno, pur nella sua semplicità, emana un’atmosfera solenne.

    Data la forte ventosità che caratterizza la zona di Sotome, si presume che la chiesa sia stata costruita con un tetto volutamente basso. Un abitante della zona con cui ho parlato mi ha raccontato che che anche il villaggio natale di Padre de Rotz è soggetto a venti intensi e che ospita una chiesa simile a quella di Shitsu per forma. È possibile che il missionario si sia ispirato alla chiesa del suo paese natale nel progettare la chiesa di Sotome.

    Attratto dalle vicende del cristianesimo a Nagasaki, negli ultimi anni mi sono immerso nella storia di Padre de Rotz e della sua vita in terra nipponica.

    Originario di una nobile famiglia francese, Padre de Rotz giunse in Giappone all’età di 28 anni. Tra le sue numerose realizzazioni ricordiamo le stampe litografiche da lui create e le scuole di teologia latina che fondò, sia presso la Cattedrale di Oura a Nagasaki che a Yokohama. All’età di 39 anni, dopo undici anni di permanenza in Giappone, fu destinato alla missione di Sotome. I suoi scritti rivelano il profondo impatto che la povertà della gente del luogo ebbe su di lui, contribuendo a maturare in lui un forte senso del dovere nei loro confronti.

    Padre de Rotz svolse un ruolo fondamentale nello sviluppo di queste zone. Oltre alla costruzione delle chiese di Shitsu e Ono, che fungevano da centri per le sue attività missionarie, egli fondò un istituto per l’impiego e l’emancipazione femminile. Inoltre, insegnò tecniche agricole alla popolazione locale, utilizzando terreni bonificati e coltivati a sua cura. Fornì inoltre assistenza ai pescatori per la manutenzione del porto e si adoperò per la cura delle strade nei dintorni del villaggio. Grazie all’istituzione del primo ambulatorio mobile, salvò numerose vite e si dedicò con impegno alla lotta contro le malattie infettive.

    La Chiesa di Kurosaki, eretta nel 1920 su un terreno bonificato grazie all’impegno di Padre de Rotz, è nota per essere stata l’ambientazione del romanzo “Silenzio” di Shūsaku Endō. Dallo splendido scenario della chiesa si gode una vista mozzafiato sullo stretto di Sumō-nada, caratterizzato dal suo mare azzurro.

    La cattedrale è realizzata con mattoni, posati uno ad uno dai fedeli come segno di devozione. La struttura si sviluppa su un unico livello e il tetto è ricoperto con le classiche tegole giapponesi, dette gawara (瓦).

    All’interno, la cattedrale presenta un soffitto a volta a crociera che dona ampiezza allo spazio. Le vetrate colorate filtrano la luce naturale, creando un’atmosfera suggestiva e raccolta. Il campanile annesso, eretto con l’intento di richiamare l’attenzione dei kakure kirishitan (cristiani nascosti), rappresenta un simbolo di fede e di speranza.

    Durante il periodo Meiji (1868-1912), l’area occupata dal santuario divenne un luogo di culto per i cristiani nascosti. Inizialmente, l’unico luogo di preghiera era un semplice hokora (祠), un piccolo santuario di pietra. La prima vera e propria struttura in legno fu eretta nel 1938, durante la guerra Sino-Giapponese. I soldati in partenza per il fronte pregavano in questo santuario per ottenere protezione, mentre coloro che facevano ritorno sani e salvi offrivano ciotole di nihonshu in segno di gratitudine. Nel 2003, l’edificio è stato ricostruito fedelmente all’originale.

    Il sentiero per il santuario nascosto tra le montagne di Sotome costeggia due enormi rocce piatte. Sotto la roccia più bassa, un incavo (oggi poco visibile) era un tempo utilizzato dai senpuku kirishitan della zona come luogo segreto per memorizzare e praticare le orasho (orazioni), con una vedetta a guardia per scongiurare sorprese.

    Inori no iwa – Le rocce delle preghiere

    l’Orasho (オラショ), termine che trae origine dal latino “oratio“, rappresenta l’affascinante intreccio tra canti di preghiera portoghesi e la tradizione giapponese. La sua storia affonda le radici nel XVI secolo, quando questi canti giunsero in Giappone, intrecciandosi con la cultura locale e dando vita a una forma espressiva unica.

    Il santuario sorge come luogo di riposo eterno per San Juan, frate francescano spagnolo che perse la vita stremato dal freddo e dalla fame. La sua tomba fu scavata in questo luogo dalla gente del posto. San Juan è ricordato per essere stato mentore di Bastian, l’evangelista giapponese autore del calendario liturgico della Chiesa in Giappone e profeta della fine delle persecuzioni cristiane.

    All’interno del santuario si trovano due piccoli tempietti in pietra. Il più grande, situato al centro, risale al 1933, mentre il più piccolo, sulla sinistra, risale all’era Meiji (1868-1912).

    In origine, il luogo era conosciuto come Jiwan – Karematsu Jinja (ジワン枯松神社), dove Jiwan è la trascrizione giapponese di “Juan“, e successivamente come Karematsu – jinja (枯松神社). Il nome Karematsu, si pensa, derivi dai pini secchi (“枯松”) che un tempo caratterizzavano la zona, oggi sostituiti da altra vegetazione. Le aree circostanti il santuario fungevano da cimiteri cristiani, e le pietre piatte ora accatastate potrebbero essere state lapidi.

    Dal 1999, il santuario di Karematsu è teatro di un suggestivo evento “interreligioso”: il Festival di Karematsu. Ogni novembre, cattolici locali, kakure kirishitan e fedeli buddisti si riuniscono per celebrare un rituale congiunto di preghiera per la pace delle anime dei loro antenati. Il festival non è aperto al pubblico, come ho potuto sperimentare alcuni anni fa quando, recatomi al santuario nel giorno dedicato alla celebrazione, sono stato gentilmente fermato all’ingresso del sentiero che conduce al luogo sacro.

    La storia dei senpaku e kakure kirishitan di Sotome è un racconto di persecuzione, fede incrollabile e adattamento. Nonostante le difficoltà e i pericoli, queste persone hanno preservato la loro fede per generazioni, trasmettendola in segreto ai loro figli. La loro storia ci ricorda l’importanza della libertà di religione e del rispetto per le diverse credenze.

    Oggi, la comunità kakure kirishitan di Sotome è piccola ma vivace. I discendenti di questi cristiani nascosti continuano a celebrare la loro fede in modo discreto, preservando le loro tradizioni e i loro canti sacri. La loro storia è un’importante testimonianza della forza dello spirito umano e della capacità di resistere all’oppressione.

    Visitare Sotome e scoprire la storia dei kakure kirishitan è un’esperienza che lascia un segno indelebile. Potrete camminare sui sentieri che una volta percorrevano per sfuggire ai persecutori, visitare i loro luoghi di preghiera segreti e conoscere la loro tenace devozione. La loro storia è un esempio di come la fede possa sopravvivere anche nelle circostanze più difficili, e ci ispira a difendere i nostri valori e a lottare per la libertà di espressione religiosa.

  • Shōwa no hi – 「昭和の日」

    Shōwa no hi – 「昭和の日」

    Ogni anno, il 29 Aprile, il Giappone si immerge in un’atmosfera di commemorazione e riflessione durante lo Shōwa no Hi, il “Giorno Shōwa“. Istituito nel 1989, questo giorno festivo coincide con il compleanno dell’Imperatore Hirohito, figura centrale del periodo Shōwa (1926-1989), un’epoca di profondi cambiamenti e sconvolgimenti per la nazione.

    昭和

    In italiano, la parola Shōwa significa “pace illuminata”. Questo è il nome attribuito postumo all’Imperatore Hirohito, e anche il nome dell’era durante la quale egli regnò.

    La Kokumin no shukujitsu ni kansuru hōritsu (国民の祝日に関する法律), o “Legge sulle festività nazionali”, promulgata nel 1948, ha sancito 16 giorni festivi ufficiali nel calendario nipponico. Tra questi, lo Shōwa no Hi si distingue per la sua data fissa, che lo colloca immutabilmente nel cuore della primavera.

    Diversamente da altre festività che ruotano attorno a giorni variabili della settimana, lo Shōwa no Hi offre un punto di riferimento stabile, un’occasione per ripercorrere la storia del Giappone e riflettere sul lascito del periodo Shōwa. Un’epoca segnata da conflitti e tragedie, ma anche da una tenace ricostruzione e da un’ascesa economica senza precedenti.

    Il 29 Aprile rievoca un passato ricco di significati per il Giappone. Risalendo agli anni dal 1948 al 1988, questo giorno era solennemente celebrato come Tennō tanjōbi (天皇誕生日), il “Giorno del compleanno dell’Imperatore Hirohito“.

    Dopo la scomparsa dell’Imperatore nel 1989, in omaggio alla sua profonda passione per la botanica, il 29 Aprile assunse una nuova veste, divenendo il Midori no Hi (みどりの日), ovvero il “Giorno del Verde”. Una giornata dedicata a riscoprire il legame con la natura, apprezzandone i doni e coltivando un animo sensibile.

    Nel 2007, una modifica alla legge sui giorni festivi conferì al 29 Aprile la denominazione di Shōwa no Hi. Un’occasione per ripercorrere l’era omonima, un periodo segnato da profondi sconvolgimenti ma anche da una tenace ricostruzione, traendo preziosi insegnamenti per guardare al futuro del paese con rinnovata speranza.

    Conseguentemente a questa modifica, il Midori no Hi venne spostato al 4 Maggio, conservando comunque il suo valore di sensibilizzazione verso l’ambiente e la sua tutela.

    In Giappone, la celebrazione del compleanno dell’Imperatore, vanta una storia ricca di fascino e trasformazioni. Prima del 1947 (anno 22 dell’era Shōwa), questa festività era conosciuta come Tenchōsetsu (天長節), un nome che riecheggia la sua antica origine.

    Le radici del Tenchōsetsu affondano nella Cina della dinastia Tang (618-907), quando l’Imperatore Xuanzong istituì la festività ispirandosi all’espressione tenchi chōkyū (天地長久) del filosofo Lao-zi. Questa locuzione, che significa “auspicare una vita infinita per l’Imperatore come quella del Cielo e della Terra”, trovò eco in Giappone nell’anno 775 (anno 6 dell’era Hōki, 770-781), quando l’imperatore Kōnin (光仁天皇) celebrò il proprio compleanno con un decreto imperiale.

    Tradizionalmente, la data del Tenchōsetsu cambiava con l’ascesa al trono di un nuovo Imperatore. Pertanto, durante i regni dell’imperatore Meiji, dell’imperatore Taishō e dell’imperatore Shōwa, la festività cadeva rispettivamente il 3 Novembre, il 31 Agosto e il 29 Aprile, in concomitanza con i loro compleanni.

    Con l’entrata in vigore della “Legge sui giorni festivi nazionali” nel 1948, il Tenchōsetsu venne ribattezzato Tennō tanjōbi. Alla morte dell’imperatore Shōwa, la festività fu spostata al 23 Dicembre, data di nascita dell’imperatore Akihito (明仁天皇), allora Imperatore regnante dell’era Heisei.

    Dunque, se si considera l’evoluzione a partire dal Tenchōsetsu del periodo prebellico, la festività celebrata il 29 Aprile ha subito ben tre cambi di nome. La decisione di mantenere il compleanno dell’imperatore Shōwa come giorno festivo fu principalmente motivata dal timore che lo spostamento al 4 Maggio avrebbe comportato un accorciamento della Golden Week, con ripercussioni economiche e sociali negative per la popolazione.

    Mentre il compleanno dell’Imperatore Meiji, il 3 Novembre, è diventato il Bunka no Hi (文化の日), il “Giorno della Cultura” e quello dell’Imperatore Hirohito è il “Giorno Shōwa“, molti si chiedono perché il compleanno dell’attuale Imperatore Emerito Naruhito, il 23 Dicembre, non sia un giorno festivo.

    In effetti, durante i 30 anni dell’era Heisei (平成時代 1989-2019), il 23 Dicembre era di fatto un giorno festivo ma, con il cambio dell’era in Reiwa, molti hanno avvertito un senso di disorientamento nel vederlo diventare un giorno feriale.

    Nel 2019, l’abdicazione dell’Imperatore Akihito e l’ascesa al trono del Principe Naruhito inaugurarono l’era Reiwa. Il compleanno dell’Imperatore Naruhito, il 23 Febbraio, non è attualmente un giorno festivo. Alcune discussioni si sono accese sulla possibilità di istituire l’ Heisei no Hi (平成の日), ovvero “Giorno Heisei“, il 23 Dicembre, in onore dell’Imperatore Emerito Akihito. Tuttavia, al momento, questa data rimane un giorno feriale.

    La decisione di non rendere il compleanno dell’Imperatore Naruhito un giorno festivo riflette diverse considerazioni, tra cui il fatto che la sua ascesa al trono è avvenuta tramite un’abdicazione, un evento raro nella storia giapponese, e il desiderio di evitare di creare una “doppia autorità” celebrando contemporaneamente il compleanno di due imperatori.

    Lo Shōwa no Hi è definito come un giorno per “ricordare l’era Shōwa, caratterizzata da periodi tumultuosi e dalla successiva ricostruzione, e per riflettere sul futuro del paese”.

    L’era Shōwa, durata oltre 60 anni, è stata segnata da eventi tragici come la Guerra del Pacifico e disastri naturali senza precedenti. Per il popolo giapponese, è stata un’epoca di immense sofferenze e di rinascita. Tuttavia, ha anche visto periodi di grande prosperità, con lo svolgimento dei Giochi Olimpici di Tōkyō e dell’Esposizione Universale di Ōsaka, e la trasformazione del Giappone in una delle principali potenze economiche del mondo.

    Come sottolineato dal governo giapponese, “il Giappone di oggi è stato costruito sulle fondamenta di quell’epoca. Guardare indietro all’era Shōwa, attingere alle sue lezioni storiche e riflettere sulla natura di un Giappone pacifico ci permette di trarre insegnamenti preziosi per il futuro del nostro paese.”

    Lo Shōwa no Hi segna anche l’inizio della “Golden Week“, un periodo di vacanze che va dal 29 Aprile al 5 Maggio. La Golden Week è uno dei periodi festivi più lunghi in Giappone. È anche uno dei periodi di vacanza più trafficati, con molte persone che approfittano del tempo libero per fare viaggi e godersi il fresco tempo primaverile.

    Alcuni scelgono anche di visitare santuari, musei o il Musashi ryōbochi (武蔵陵墓地), il Mausoleo Imperiale a Tōkyō, zona Hachiōji (dove è sepolto l’Imperatore Shōwa). In questa giornata, molti musei, come lo Shōwa-kan (昭和館), il Museo Nazionale della Memoria Shōwa di Tōkyō, organizzano conferenze per i visitatori, raccontando loro del periodo Shōwa e della Seconda Guerra Mondiale.

    In diverse città del Giappone come ad esempio quella in cui vivo, per far conoscere ai bambini l’era Shōwa, un’idea interessante è quella di proporre loro giochi che erano popolari in quell’epoca. Immergersi in queste attività ricreative di una volta non solo divertirà i più piccoli, ma permetterà loro di comprendere meglio lo stile di vita e la cultura dell’era Shōwa.

    L’Otedama è un gioco non competitivo di origine giapponese, in cui si utilizzano piccole palline di stoffa cucite a mano, riempite di fagioli e solitamente realizzate in casa. La sfida consiste nel mettere alla prova la propria agilità cercando di afferrare il maggior numero di palline con una mano sola, mentre se ne lancia un’altra in aria, il tutto cantando canzoni tradizionali giapponesi per bambini. Esistono diverse varianti di questo gioco e infinite possibilità per decorare le palline di stoffa con motivi personalizzati.

    Questo gioco consiste nel colpire con la propria carta quella dell’avversario per rovesciarla o farla uscire dal campo di gioco. Per renderlo più coinvolgente, si possono creare Menko personalizzate decorandole con disegni e motivi originali.

    Fonte Wikipedia

    Utilizzando un filo di lana o di cotone, i bambini possono creare diverse forme con le dita, da soli o in collaborazione con altri.

    ll taketonbo è un giocattolo volante realizzato con il bambù. I bambini si divertono a farlo roteare nell’aria sfruttando la forza delle loro mani. Oltre a utilizzare un taketonbo già pronto, viene anche insegnato ai bambini come realizzarne uno con materiali semplici come scatole di latte o cannucce.

    Un gioco che consiste nel colpire con una piccola pietra (ohajiki) altre pietre disposte a terra. Il giocatore che riesce a conquistare il maggior numero di ohajiki vince la partita.


    In conclusione lo Shōwa no Hi rappresenta un’occasione preziosa per riflettere sulla storia del Giappone e per onorare l’eredità dell’imperatore Hirohito. Celebrare questa ricorrenza non significa solo ricordare il passato, ma anche guardare al futuro con rinnovata speranza e impegno per la pace e la prosperità del Paese.

    Oltre alle cerimonie ufficiali e alle manifestazioni pubbliche, questa festività offre l’opportunità di riscoprire le tradizioni e la cultura giapponese attraverso attività divertenti e coinvolgenti, come i giochi tradizionali, la musica e la gastronomia. Trascorrere questa giornata in famiglia o con gli amici rappresenta un modo significativo per rafforzare i legami comunitari e per trasmettere alle nuove generazioni i valori fondanti della società giapponese.

    In un mondo in continua evoluzione, lo Shōwa no Hi ci ricorda l’importanza di preservare la propria identità culturale e di trasmettere alle generazioni future il rispetto per la storia e le tradizioni. Celebrare questa ricorrenza con entusiasmo e consapevolezza significa anche contribuire a costruire un futuro migliore per il paese e per i nostri figli.

  • Rokuyō – 六曜

    Rokuyō – 六曜

    Che cos’è il rokuyō?

    Il rokuyō è un sistema composto da sei termini: senshō (先勝), tomobiki (友引), senbu (先負), butsumetsu (仏滅), taian (大安) e shakkō (赤口). In Giappone, questi termini sono usati come indicatori per la fortuna o la sfortuna di un determinato giorno della settimana.

    Le loro origini risalgono alla Cina dove venivano utilizzati per dividere il tempo in sei fasce orarie. In Giappone, sono stati introdotti durante il quattordicesimo secolo e all’inizio, erano utilizzati per determinare la fortuna o la sfortuna di un momento specifico della giornata.

    Si potrebbe pensare che i rokuyō possano essere in qualche modo influenzati dal Buddhismo o dallo Shintoismo, tuttavia, non sono legati ad alcuna pratica religiosa.

    In passato, la giornata era suddivisa in sei parti: tre dall’alba al tramonto e tre dal tramonto all’alba. A ciascuna di queste sei parti era associato uno specifico rokuyō e fù solo dopo la riforma del calendario di Periodo Meiji (明治時代, 1686-1912) che il rokuyō assunse il ruolo attuale di indicatore giornalierio di fortuna o sfortuna.

    Rokuyō e la combinazione di “giorno” e “tempo”

    Lo scopo del rokuyō è di indicare le attività da evitare in un determinato giorno. Se decidi di seguirli, è importante conoscere le controindicazioni di ogni giorno.

    Oltre alla fortuna o sfortuna generale di un giorno, ogni rokuyō ha anche una specifica associazione con la fortuna o sfortuna all’interno delle diverse fasce orarie della giornata. È quindi importante conoscere entrambi questi aspetti per avere una visione completa e accurata di quando sia più o meno propizio intraprendere determinate attività.

    Ecco alcuni esempi di come “giorno” e “tempo” si combinano nel rokuyō:

    Taian (大安): Giorno molto propizio. Tutte le fasce orarie sono considerate favorevoli, con la massima fortuna concentrata nella tarda mattinata e nel primo pomeriggio.

    Tomobiki (友引): Giorno neutrale. Tuttavia, le prime due ore del mattino e le ultime due ore della sera sono considerate particolarmente fortunate per iniziare nuove attività.

    Senshō (先勝): Mattina propizia, pomeriggio infausto. Quindi, sebbene il giorno in generale sia considerato favorevole, è meglio evitare attività importanti nel pomeriggio.

    Senbu (先負): Giorno infausto. In particolare, la fascia oraria centrale del giorno è considerata la più infausta.

    Shakkō (赤口): Giorno generalmente propizio, ma con possibili ostacoli. La mattina e la sera sono considerate le fasce orarie più favorevoli, mentre il pomeriggio è sconsigliato per attività importanti.

    Butsumetsu (仏滅): Giorno molto infausto. Tutte le fasce orarie sono sconsigliate per qualsiasi attività importante.

    Conoscendo le specificità di ogni rokuyō in termini di “giorno” e “tempo”, è possibile prendere decisioni migliori su quando pianificare eventi importanti, iniziare nuovi progetti o svolgere attività delicate.

    Tuttavia, è importante ricordare che il rokuyō non è una scienza esatta e non è affidabile.

    Nonostante ciò, rimangono una parte interessante della cultura giapponese e possono essere usati come una semplice guida per la pianificazione delle proprie attività.

    Come vengono determinati i rokuyō sul calendario?

    Se osserviamo un calendario dove sono annotati anche i rokuyō, noteremo che ogni giorno del mese è associato a uno di questi.

    In generale, i rokuyō seguono un ordine fisso: Senshō, Tomobiki, Senbu, Butsumetsu, Taian, Shakkō. Tuttavia, a volte si possono osservare delle irregolarità, come due “taian” consecutivi.

    La ragione di questa irregolarità risiede nel fatto che i rokuyō sono basati sul kyūreki (旧暦), il vecchio calendario lunisolare.

    Ogni primo giorno del mese lunare è associato a un rokuyō specifico come segue:

    1° gennaio e 1° luglio: Senshō
    1° febbraio e 1° agosto: Tomobiki
    1° marzo e 1° settembre: Senbu
    1° aprile e 1° ottobre: Butsumetsu
    1° maggio e 1° novembre: Taian
    1° giugno e 1° dicembre: Shakkō

    Indipendentemente dal rokuyō del giorno precedente, il primo giorno del mese lunare assume sempre il rokuyō associato.

    A partire dal primo giorno, i rokuyō si susseguono nell’ordine predefinito fino alla fine del mese lunare.
    Ecco perché a volte si possono osservare due “taian” consecutivi: se il primo giorno del mese lunare cade in un giorno con “taian“, il giorno successivo avrà lo stesso rokuyō.

    L’ordine di fortuna del rokuyō invece, dal più favorevole al meno favorevole, è il seguente:

    1. Taian – 大安

    1. 大安 (taian): letteralmente “grande tranquillità” è un giorno più propizio per qualsiasi attività importante, come matrimoni, inaugurazioni e firma di contratti.

    Taian

    Riguardo a questo giorno in giapponese si dice che:

    「やってはいけないことが何もない日」

    Yatte ha ikenai koto ga nanimo nai hi


    Che significa letteralmente “giorno senza proibizioni”. Per questo motivo, molti lo considerano un giorno di grande fortuna.

    Tra i rokuyō, è sicuramente il più influente. Taian non è solo un giorno fortunato, ma è considerato il giorno ideale per iniziare qualcosa di nuovo specialmente se di lunga durata, come i matrimoni.

    È per questo motivo che molte persone scelgono questo giorno per celebrare il proprio matrimonio, tanto che le sale ricevimenti si riempiono di prenotazioni per i giorni di taian.

    Allo stesso modo, molti giapponesi scelgono questo giorno anche per iniziare la costruzione di una casa, per trasferirsi in una nuova abitazione o per acquistare un’automobile.

    Anche nel mondo degli affari, si tende a scegliere taian per decisioni importanti come la data di costituzione di una società, l’apertura di un nuovo negozio o il lancio di un nuovo prodotto.

    Tradizionalmente, taian è considerato un giorno molto favorevole per eventi importanti come:

    Omiyamairi (お宮参り, la prima visita al santuario di un bambino). Segna la presentazione ufficiale del neonato all’ujigami (氏神), la divinità del santuario della propria zona e si svolge solitamente entro 30 giorni dalla nascita.

    Shichi-Go-San (七五三, la festa dei sette e cinque anni): celebra la crescita e la salute dei bambini di 3, 5 e 7 anni.

    Anzan Kigan (安産祈願, la preghiera per un parto sicuro): un rituale per pregare per una gravidanza serena e un parto senza complicazioni.

    Taian e sanrinbō

    Tuttavia, anche se taian è un giorno propizio per intraprendere molte attività, se coincide con un sanrinbō (三隣亡) esso è considerato un giorno di grande sfortuna per l’edilizia. Per questo motivo, si consiglia di evitare di pianificare in quel giorno eventi come il trasloco, la posa della prima pietra o il montaggio del tetto, che sono considerate fasi più importanti nellacostruzione di una nuova casa.

    Sanrinbō (三隣亡), che potremmo dare un senso in italiano come “tre (三) case vicine (隣) periscono (亡)” è un giorno considerato estremamente infausto per l’edilizia, tanto che si dice che possa portare alla rovina non solo la casa costruita in quel giorno, ma anche le tre case vicine su entrambi i lati. Per questo motivo, qualsiasi attività legata all’edilizia, come il montaggio del tetto o lo scavo del terreno, è considerata ancora oggi un tabù in questo giorno.

    Per quanto riguarda il sanrinbō, non vi è traccia di esso nel calendario cinese. Sembra che sia stato creato in Giappone durante l’esplosione di popolarità delle pratiche divinatorie durante il periodo Edo. Tuttavia, anche questo punto è poco chiaro e avvolto nel mistero per il seguente motivo.

    Stando a quanti riportato all’interno del Gendai Koyomi yomikaki jiten (現代こよみ読み解き事典, il Dizionario moderno di interpretazione del calendario: “Il giorno infausto chiamato sanrinbō (三隣亡) non è mai stato incluso nei calendari ufficiali sia durante il periodo Edo sia in quelli successivi di periodo Meiji.”

    Nei vecchi libricini di periodo Edo, era scritto utilizzando i kanji 三輪宝 ( letteralmente tre ruote del tesoro) e annotato come “giorno propizio per costruire case (屋立てよし) e magazzini (蔵たてよし)”, quindi era originariamente considerato un giorno di buon auspicio.

    La spiegazione fornita nel dizionario prosegue dicendo che ai presume che, col tempo, la grafia sia cambiata da “やたてよし” (ya tate yoshi) e “くらたてよし” (kura tate yoshi) a “やたてあし” (ya ta-te ashi) e “くらたてあし” (kura tate ashi). Il dizionario ipotizza che un compilatore di calendari, in un anno imprecisato, abbia copiato erroneamente la “よ” (yo) dell’anno precedente come “あ” (a). In seguito, per evitare che il sanrinbō (三輪宝) con la grafia “あし” (ashi) portasse sfortuna, si sarebbe creato il neologismo sanrinbō scritto con i seguenti kanji (三隣亡).

    In questo modo, il sanrinbō diventò un’annotazione del calendario priva di una chiara origine. Tuttavia, divenne popolare tra la gente alla fine del periodo Edo e fu incluso nei calendari detti “obake” (おばけ暦,calendari con superstizioni) durante il periodo Meiji e ha acquisito la sua attuale diffusione.

    2. Tomobiki – 友引

    Traducibile in italiano come “attrarre amici”, il tomobiki é un giorno generalmente favorevole, adatto per attività come l’inizio di nuovi progetti o fare nuove conoscenze.

    Tomobiki

    È un giorno considerato propizio al mattino e alla sera, ma infausto a mezzogiorno.

    Tomobiki (友引) è anche associato al concetto di “condividere la felicità con gli amici”. Per questo motivo, è considerato un giorno adatto per eventi gioiosi come matrimoni e festeggiamenti. In effetti, è il secondo giorno più popolare per celebrare matrimoni dopo il taian.
    Potremmo definirlo come un giorno che simboleggia una sorta di equilibrio tra le forze positive e negative.

    Tuttavia, è importante notare che la fascia oraria tra le 11:00 e le 13:00, che include il mezzogiorno, è considerata infausta. Pertanto, si cerca di evitare di organizzare eventi celebrativi durante questa fascia oraria per non incorrere in negatività.

    Tomobiki, veglie e funerali

    In Giappone, è ancora considerato tabù da molte persone, organizzare una veglia funebre (通夜, tsuya) o un funerale (葬式, sōshiki) durante il giorno di tomobiki.

    Questo deriva dal fatto che il termine tomobiki, oltre che significare “attirare gli amici”, in senso positivo, può essere interpretato anche come “il defunto che porta via con sé un amico”, traghettandolo nell’aldilà. Questo significato è considerato di cattivo auspicio e per questo motivo si evita di celebrare questi riti in un giorno di tomobiki.

    Tuttavia, è importante sottolineare che questa regola del rokuyō non si applica per le celebrazioni ricorrenti la morte cerimonie come ad esempio l’isshūki (一周忌), il primo anniversario della morte.

    3. Senshō – 先勝

    È un giorno considerato propizio al mattino, ma infausto nel pomeriggio.

    Senshō

    Il kanji di senshō può essere letto come “senkachi” o “sakigachi. Senshō è la lettura più comune e il suo significato è “vincere”, “prevalere”. Senkachi e sakigachi sono due letture meno comune ma ugualmente corrette. Senkachi ha lo stesso significato di senshō, mentre sakigachi può essere reso in italiano nel seguente modo “essere il primo a vincere”.

    「先んずれば即ち勝つ」

    Saki nsureba sunawachi katsu

    Potremmo tradurlo in italiano nei seguenti modi

    Chi è il primo ad agire ha il vantaggio

    Il tempismo è tutto

    Prendere l’iniziativa è la chiave per la vittoria

    Il suo significato è che è importante essere proattivi e prendere l’iniziativa, in modo da ottenere un vantaggio sugli avversari. Potremmo rissumere il significato intrinseco di senshō come “agire con rapidità porta fortuna” suggerendo che è un giorno propizio per iniziare nuove attività o prendere decisioni importanti, soprattutto durante la mattinata. Senshō è considerato il terzo giorno più favorevole all’interno del rokuyō.

    L’idea di fortuna è rafforzata dalla presenza del carattere “勝” (katsu, vittoria) nel composto, e per questo motivo il senshō è visto come un kichijitsu (吉日), giorno propizio, dopo il taian e il tomobiki.

    Senshō e le veglie funebri

    Le veglia funebri, o tsuya (通夜), in Giappone si svolgono generalmente di sera (per permettere anche a chi lavoro si parteciparvi), protraendosi per tutta la notte, in segno di veglia e di commemorazione del defunto.
    Il momento di inizio varia a seconda delle tradizioni locali, ma generalmente si colloca tra le 18:00 e le 20:00 quindi essendo il senshō considerato infausto nel pomeriggio è consigliabile non organizzare la veglia funebre in questo giorno.

    4. Senbu – 先負

    È un giorno considerato infausto al mattino, ma propizio al pomeriggio.

    Senbu

    Lo stesso kanji può essere anche lette come “senbu” o “senmake“, oppure “sakimake” a seconda della regione, ma la più diffusa è “senbu.

    Il suo significato intrinseco può essere riassunto come “non fare nulla di fretta”, suggerendo che è un giorno in cui è meglio evitare di iniziare nuove attività o prendere decisioni importanti, soprattutto durante la mattinata.

    In conclusione senpu non è considerato necessariamente un giorno negativo, ma è un giorno da vivere con calma e prudenza. Se possibile, è meglio rimandare le decisioni importanti e le attività impegnative al pomeriggio o ad un altro giorno più propizio.
    È un buon giorno per dedicarsi a se stessi e alle proprie passioni, per riposarsi e ricaricare le energie.

    È considerato il secondo giorno più infausto dopo il Butsumetsu.

    5. Shakkō – 赤口

    Shakkō

    Generalmente, è considerato un giorno di cattivo auspicio per la maggior parte delle attività.
    Si sconsiglia di iniziare nuovi progetti, firmare contratti, celebrare matrimoni o eventi importanti.
    Tuttavia, la fascia oraria tra le 11:00 e le 13:00 è considerata propizia e può essere sfruttata per attività positive.

    Shakkō è anche conosciuto con il nome doi shakuzetsu-nichi (赤舌日). Nella tradizione onmyōdō (陰陽道, la via dello Yin e dello Yang), si dice che questo giorno sia governato da un terrificante demone chiamato shakuzetsu-shin (赤舌神). Questo demone tormenta e confonde le persone, rendendo questa giornata incline a ostacoli e sconsigliata per iniziare nuove attività. Questo demone è raffigurato con una lingua rosso fuoco che si dice possa avvelenare le persone. Questo particolare si crede sia l’origine del termine shakkō, bocca rossa.

    6. Butsumetsu – 仏滅

    Il giorno di butsumetsu è considerato il giorno più infausto tra i sei rokuyō. Semplicemente guardando i kanji, “仏” significa “Buddha” e “滅” significa “morire” o “perire”. Per questo motivo, è spesso interpretato come un giorno infausto, in cui persino il Buddha sarebbe morto.

    Interessante anche notare come il termine “Butsumetsu” abbia subito diverse evoluzioni nel corso del tempo. In origine, era conosciuto come kūbō (空亡), che significa “vuoto” o “nulla”. Successivamente, il nome cambiò in kyomō (虚亡). La stessa parola era scritta con lo stesso suono ma con kanji differenti: “物滅” (ぶつめつ), che significa “la distruzione delle cose”, fino a diventare l’attuale butsumetsu.

    Esiste tuttavia un’interpretazione buddista del termine che deriva dalla sua precedente forma butsumetsu (物滅). In questo caso, “metsu” non viene percepito come “perire”, ma piuttosto “iniziare”. Quindi, secondo questa particolare concenzione butsumetsu potrebbe essere interpretato come “il giorno in cui le cose iniziano”, ovvero un giorno di nuovi inizi e di cambiamento. In questo caso è prevalente l’influenza dalla religione buddista, che enfatizza l’impermanenza di tutte le cose.

    Butsumetsu

    In generale, è considerato un giorno di cattivo auspicio per qualsiasi attività. Si sconsiglia di iniziare nuovi progetti, firmare contratti, celebrare matrimoni o eventi importanti.
    È preferibile dedicarsi a una giornata di riposo e riflessione, evitando di fare grandi progetti o prendere decisioni importanti.

    Tuttavia il giorno di butsumetsu non è necessariamente un giorno da vivere con ansia o paura, ma è un giorno da vivere con consapevolezza e rispetto per la tradizione.
    Se possibile, è meglio rimandare le decisioni importanti e le attività impegnative ad un altro giorno più propizio.
    È un buon giorno per dedicarsi a se stessi e alla propria crescita interiore.

    L’affidabilità del rokuyō: è questo sistema ancora rilevante nella società moderna?

    In questo articolo abbiamo esplorato il sistema del rokuyō, un sistema basato sul calendario lunare tradizionale giapponese che categorizza i giorni in base alla loro fortuna.

    Tuttavia, è importante sottolineare che trattandosi di pura divinazione, non esiste alcuna prova scientifica della sua attendibilità.

    Il sistema ha subito diverse modifiche nel corso della sua storia, adattandosi alle esigenze e alle credenze di epoche diverse. Il sistema si basa su principi astrologici e filosofici che non sono supportati da prove scientifiche.
    Ma, nonostante la sua dubbia validità, il rokuyō continua ad avere un certo peso nella cultura giapponese.

    Molte persone, soprattutto quelle anziane, consultano il rokuyō per prendere decisioni importanti, come la data di un matrimonio o l’inizio di un nuovo progetto. Spesso la credenza nel rokuyō può influenzare il comportamento e le emozioni delle persone, creando un effetto placebo positivo o negativo.

    In definitiva, questo sistema può essere visto come uno strumento utile per:

    Avere un’idea generale del clima energetico di un giorno.
    Riflettere sulle proprie azioni e decisioni.
    Praticare la consapevolezza e la tradizione.
    L’importante è non prendere il rokuyō alla lettera e non basare le proprie decisioni unicamente su di esso.

    Credo sia importante mantenere un approccio equilibrato. Si può tenere conto del rokuyō, ma è fondamentale valutare anche altri fattori, come la razionalità, il buon senso e le circostanze individuali. Trasformando così il rokuyō in uno strumento per arricchire la propria vita, non per limitarla.

  • Shunbun no hi, l’equinozio di primavera

    Shunbun no hi, l’equinozio di primavera

    La Festa di Primavera, conosciuta in giapponese come shunbun no hi (春分の日), è una delle festività nazionali più amate in Giappone. A differenza di altre festività, la data precisa di questa celebrazione non è fissa, ma varia ogni anno. In questo articolo, viaggeremo attraverso la ricca tradizione di questa festa, scoprendone le origini, il significato e le diverse sfumature.

    Lo shunbun no hi è uno dei ventiquattro termini solari (nijūshi sekki, 二十四節気), che dividono l’anno in 24 segmenti basandosi sulla posizione del sole lungo la sua eclittica. In questo giorno, la durata del giorno e della notte è quasi uguale in tutto il mondo. In astronomia, il giorno di primavera segna l’inizio della primavera ed è il momento in cui si inizia a percepire il tepore primaverile.

    「自然をたたえ、生物をいつくしむ」

    “Onorare la natura e celebrare le creature viventi”

    Secondo il naikakufu (内閣府), l’ufficio di gabinetto giapponese, questa festa nazionale (国民の祝日,kokumin no shukujitsu) è stata istituita per “onorare la natura e celebrare le creature viventi”.

    Il termine shunbun è composto da due ideogrammi: shun/haru (春) che significa “primavera” e bun (分) che significa “divisione”. Come scritto in precedenza questa festa cade infatti in un giorno particolare, quando la durata del giorno e della notte è quasi uguale in tutto il mondo. Questo evento astronomico, chiamato equinozio di primavera, segna l’inizio ufficiale della stagione primaverile nell’emisfero settentrionale.

    L’equinozio di primavera può verificarsi tra il 20 e il 21 Marzo di ogni anno. La data precisa viene calcolata in base a complessi calcoli astronomici che tengono conto del moto di rotazione terrestre. Per questo motivo, la festa di primavera non ha una data fissa sul calendario.

    Questa data non è fissata per legge, ma viene determinata in base al reki-yōkō (暦要項), un calendario ufficiale pubblicato dall’Osservatorio Astronomico Nazionale del Giappone, il Kokuritsu-tenmon-dai (国立天文台).

    Il reki yōkō viene pubblicato circa un anno prima, fornendo la data ufficiale dello shunbun no hi per l’anno successivo

    Secondo quando riportato sul sito dell’ Osservatorio Astronomico Nazionale, sebbene il shunbun no hi cada generalmente il 20 o 21 Marzo di ogni anno, la data precisa può variare a causa di due fattori principali:

    1. Il moto del Sole e della Terra:

    Il Sole si muove lungo un’orbita immaginaria chiamata eclittica, kōdō (黄道) in giapponese.

    L’equatore terrestre, se prolungata fino al cielo, forma un’altra linea immaginaria chiamata equatore celeste, ten no sekidō (天の赤道) in giapponese.

    I due punti in cui l’eclittica e l’equatore celeste si intersecano sono chiamati punto di primavera (春分点, shubun ten) e punto d’autunno (秋分点, shūbun ten).

    Kokuritsu Tenmon dai

    Lo shunbun no hi cade il giorno esatto in cui il sole, lungo la sua orbita eclittica attraversa il punto di primavera.

    1. Le variazioni del moto terrestre:

    La rotazione terrestre non è costante e può subire lievi accelerazioni o decelerazioni nel tempo.

    Questi cambiamenti, seppur minimi, possono accumularsi e causare un leggero spostamento del punto di primavera.

    Per questo motivo, la data dello shunbun no hi non è mai la stessa e deve essere calcolata ogni anno con precisione.

    Le feste nazionali giapponesi hanno spesso origine da cerimonie religiose, conosciute come kyūchū-saishi (宮中祭祀) tenute dall’imperatore e dall’imperatrice per la felicità del popolo. Il giorno di primavera non è da meno, traendo origine dalla cerimonia di primavera per gli spiriti imperiali, la shunki kōreisai (春季皇霊祭).

    Kunaichō

    Questa cerimonia celebra il periodo in cui tutta la vita nella natura si risveglia e rinasce. Per questo motivo, dopo la Seconda Guerra Mondiale, il giorno di primavera è stato adottato come festa nazionale.

    Sebbene comunemente chiamata festa di primavera, lo shunhun no hi, nello Shintō è anche conosciuto come “Cerimonia di Primavera per gli Spiriti Imperiali” (春季皇霊祭, Shunki Kōreisai).

    Si tratta del nome antico della festività e, pur essendo oggi una festa nazionale, le sue origini risiedono in un rito religioso. In origine, l’imperatore si recava presso il Kōreiden (皇霊殿), uno dei tre santuari presenti all’interno del palazzo imperiale, per venerare gli spiriti dei suoi antenati, a partire dai primi imperatori fino ai membri defunti della famiglia imperiale.

    Mainichi Shinbun
    Zero News

    Le prime attestazioni di questo rituale si trovano nel Kojiki (古事記) e nel Nihon Shoki (日本書紀) due testi storici giapponesi. Inizialmente, durante il periodo Heian (平安時代794-1185), la cerimonia si svolgeva secondo la tradizione buddista nel seiryōden (清涼殿) all’interno del Kyōto-gosho (京都御所), il palazzo imperiale di Kyōto. Tuttavia, durante il periodo Meiji (明治時代, 1868-1912), il rito venne convertito in un culto shintoista.

    Questo giorno ci fa riflettere sulla nostra stessa esistenza, frutto del sacrificio e del lavoro dei nostri antenati.

    Importante è ricordare il legame del shunbun ni hi con la festività buddista dell’Ohigan (お彼岸)

    L’Ohigan (お彼岸) è una festività buddista celebrata due volte all’anno, in corrispondenza proprio dell’equinozio di  primavera e dell’equinozio d’autunno (秋分の日, shūbun ni hi). La celebrazione vera e propria dura sette giorni, includendo i tre giorni prima e i tre giorni dopo l’equinozio.

    Nella tradizione dello Jōdo Shinshū (浄土真宗, il Buddismo della terra pura), il mondo in cui viviamo, pieno di sofferenza e illusioni, è chiamato shigan (此岸, letteralmente “questo mondo”), mentre il nirvana, la terra della beatitudine eterna, è chiamato higan (彼岸, letteralmente “l’altra riva”).

    Durante gli equinozi, giorno e notte hanno la stessa durata. Secondo la tradizione, in questo periodo il confine tra il mondo dei vivi e quello dei morti si assottiglia. Questo cambio di stagione diventa un’occasione per la riflessione personale e per ricordare e onorare i defunti.

    Il cibo tipico di questa giornata è il bota-mochi (ぼた餅), un dolce fatto con il mochigome (糯米/もち米), riso glutinoso e ricoperto di pasta di azuki (小豆), i fagioli rossi. Il colore rosso della pasta di fagioli è considerato un portafortuna e si dice che abbia il potere di allontanare gli spiriti maligni. Si pensa che l’usanza di mangiare il botamochi derivi dalla tradizione di offrirlo agli antenati durante l’Ohigan.

    Tenki.jp

    Il termine botamochi (牡丹餅) è composto da due kanji (anche se quasi sempre lo si vede scritto in hiragana):

    Bota (牡丹) che significa “peonia”

    Mochi (餅) che significa “dolce di riso glutinoso”

    Si crede che l’origine del nome sia legata all’aspetto del dolce. La forma arrotondata del botamochi, servito spesso avvolto in un foglio di bambù, ricorda infatti il nocciolo del fiore di peonia.

    Esistono due teorie principali sul perché il botamochi sia stato associato alla peonia:

    1. Periodo di fioritura:

    Il botamochi viene tradizionalmente consumato durante la stagione della peonia, che in Giappone va da metà Marzo a Maggio. In questo periodo, i fiori di peonia sbocciano in tutta la loro bellezza, e il dolce rappresenta un modo per celebrare questa stagione. Il colore rosso dei fiori di peonia è considerato di buon auspicio in Giappone.

    1. Simbolismo:

    La peonia con il suo colore rosso è un fiore molto apprezzato in Giappone, simbolo di ricchezza, prosperità e fortuna. Il botamochi, con la sua forma rotonda e il colore rosso rimanda a questi stessi simboli, assumendo un significato propiziatorio .

    Le prime attestazioni del botamochi risalgono al periodo Heian (平安時代, 794-1185). In quel periodo, il dolce era conosciuto come kaimochi (かいもち). Il nome botamochi si diffuse in seguito, diventando il termine più utilizzato a partire dal periodo Edo (江戸時代, 1603-1868).

    「棚からぼたもち」

    Tana kara botamochi

    Esiste un proverbio giapponese che recita: Tana kara botamochi (棚からぼたもち), che significa letteralmente “un botamochi cade da una mensola”. Il proverbio è usato per indicare una situazione di fortuna inaspettata, un vero e proprio “colpo di fortuna”.

    Il potere benefico del riso rosso, sekihan: un tocco di fortuna per l’equinozio.

    Analogamente al botamochi, anche il sekihan (赤飯, riso rosso con fagioli azuki) è considerato un alimento con proprietà propiziatorie.

    Il termine sekihan (赤飯), vuole dire letteralmente “riso rosso”, indica un piatto tipico della cucina giapponese a base di mochigome (餅米, il riso glutinoso) e fagioli azuki.

    Le origini del sekihan sono antiche e risalgono al periodo Jomon (縄文時代, 14.000-300 a.C.). In origine, il piatto era preparato con riso selvatico e fagioli rossi fermentati. La versione moderna si è diffusa durante il periodo Edo (1603-1868).

    Fin dall’antichità in Giappone, si credeva che il colore rosso dei fagioli azuki avesse il potere di scacciare gli spiriti maligni. Per questo motivo, durante l’equinozio di primavera e d’autunno, è tradizione preparare e offrire il sekihan come simbolo di buon auspicio e protezione.

    Maff.go

    Il consumo del sekihan durante l’equinozio assume un significato più profondo, associandosi al rituale di purificazione e rinascita. Il colore rosso, emblema di vitalità e forza, rappresenta la vittoria della vita sulla morte e la speranza di un nuovo inizio.

    La preparazione del sekihan è semplice e richiede pochi ingredienti: mochigome, riso glutinoso, fagioli azuki, acqua e sale. Il riso viene cotto a vapore insieme ai fagioli, assumendo una caratteristica colorazione rosso intenso. Il sapore dolce e leggermente salato del sekihan lo rende un piatto versatile, perfetto per accompagnare diverse pietanze o da gustare da solo.

    Esistono diverse varianti del sekihan a seconda della regione del Giappone. In alcune zone si aggiungono verdure, castagne o altri ingredienti al riso.

    Oltre al suo valore simbolico, il sekihan rappresenta un momento di condivisione e convivialità. Durante l’equinozio, le famiglie si riuniscono per preparare e gustare questo piatto antico, tramandando di generazione in generazione una questa ricetta ricca di significato e di gusto.

    Il passaggio dall’inverno rigido alla mite primavera rappresenta un momento di cambiamento delicato per il nostro corpo. Le temperature incostanti e il risveglio della natura possono influenzare il nostro equilibrio e le nostre difese.

    In Giappone, per accompagnare questo periodo di transizione, esiste una tradizione secolare: il consumo di higan-soba (彼岸そば) e higan-udon (彼岸うどん), i soba e gli udon dell’equinozio di primavera o dello Ohigan)

    Sobahonda.jp

    Questi due tipi di alimenti sono particolarmente indicati per questo periodo grazie alle loro proprietà:

    Digestibilità: facili da digerire, aiutano a lenire lo stomaco e l’intestino dopo i rigori invernali.

    Nutrienti: ricchi di carboidrati, forniscono energia e sostengono il corpo durante il cambio di stagione.

    Simbolismo: la caratteristica lunghezza di soba e udon rappresenta la longevità e la prosperità.

    Consumare i soba e udon durante l’equinozio di primavera non è considerato solo un mero atto di gusto, ma un vero e proprio rituale di benessere. Un momento per prendersi cura di sé, con un piatto semplice e nutriente che rinvigorisce il corpo e lo spirito.

    Il loro sapore delicato e versatile si presta a diverse preparazioni, con brodi caldi o freddi, verdure di stagione e altri ingredienti a seconda dei gusti e delle tradizioni locali. Un piatto che unisce gusto e tradizione, celebrando la rinascita della natura e la nuova energia della primavera.

    Questi alimenti rappresentano un ponte tra passato e presente, un antico rituale che si rinnova ogni anno, unendo la saggezza della tradizione al gusto e al benessere del corpo. Un modo per connettersi con la natura e con i propri cari, assaporando un piatto semplice ma ricco di significato.

    Conosciuta anche come hyakka no ō (百花の王), la “regina dei fiori”, la peonia si distingue per la sua bellezza regale, con fiori grandi e colorati che sbocciano in primavera.

    大根島牡丹園 (Il giardino delle peonie di Daikonshima)

    La peonia è un simbolo di buon auspicio in molte culture, associata alla ricchezza, alla prosperità e alla felicità. In Cina, è considerata un fiore sacro e viene spesso regalata come simbolo di augurio per il nuovo anno.

    La peonia compare in diverse forme d’arte giapponesi, come la poesia, la letteratura e la pittura. Il suo nome, botan (牡丹), deriva da “botan-e“, che significa “fiore rosso”. La peonia è anche un motivo decorativo popolare sin dal periodo Heian, presente su kimono, ceramiche e altri oggetti d’arte.

    Dalla fine di marzo alla fine di aprile, gli alberi di magnolia ci regalano la loro bellezza con fiori che sfoggiano un delicato contrasto: bianco all’interno e rosso porpora all’esterno.

    I boccioli della magnolia custodiscono un segreto: sono sempre rivolti verso nord. Un enigma che ha dato origine al soprannome di “fiore bussola”.


    La Festa di Primavera rappresenta un momento di rinascita e di speranza per il popolo giapponese. È un’occasione per riflettere sulla bellezza della natura e per apprezzare i doni che essa ci offre. Le celebrazioni di questa festa sono un modo per rafforzare il legame con la tradizione e per guardare al futuro con ottimismo.

  • 啓蟄 – Keichitsu

    啓蟄 – Keichitsu

    Questa mattina, mentre mi avviavo verso il genkan il calendario appeso alla parete mi ha ricordato che domani, 6 Marzo, è il giorno del Keichitsu (啓蟄), il “risveglio degli insetti”. È quel momento dell’anno in cui gli insetti cominciano a emergere dalla terra, lasciandosi alle spalle il gelo dell’inverno.

    Vivendo in Giappone da più di 10 anni, sono riuscito a percepire il profondo legame che il suo popolo ha con le stagioni, un legame molto diverso da quello che conoscevo prima del mio trasferimento.

    L’importanza e l’influenza delle stagioni sulla vita quotidiana affondano le loro radici nell’antico Giappone agricolo, dove l’osservazione del ciclo stagionale era fondamentale per adattarsi alle mutevoli condizioni climatiche. Questa consapevolezza permea ancora oggi vari aspetti della cultura giapponese che ho imparato a conoscere nel corso degli anni.

    Nella cucina giapponese, ad esempio, si privilegia l’utilizzo di ingredienti stagionali, che riflettono la freschezza e la varietà delle stagioni. Anche nel design del packaging dei prodotti commercializzati e nelle campagne pubblicitarie, si nota un’attenzione particolare alla stagionalità e alla natura mutevole dell’ambiente circostante.

    Questo profondo rispetto per le stagioni è diventato parte integrante della mia esperienza qui in Giappone, arricchendo il mio rapporto con la cultura e l’ambiente che mi circonda.

    Da quando mi sono trasferito in Giappone, ho scoperto un approccio unico alla percezione delle stagioni, che si discosta notevolmente dalla nostra consapevolezza delle quattro posizioni fondamentali del sole (gli equinozi e i solstizi, che delineano le quattro stagioni).

    Qui in Giappone, così come in altre zone dell’Asia, ho imparato che si individua una serie molto più fitta di posizioni del sole che si succedono approssimativamente ogni 15 giorni, dando origine a stagioni chiaramente definite e ricche di significato. Questa prospettiva mi ha permesso di apprezzare e comprendere meglio il profondo legame che i giapponesi hanno con la natura e con il passare del tempo.

    Ho sperimentato personalmente la differenza nello scorrere delle stagioni rispetto all’Italia, dove il concetto di quattro stagioni è saldamente radicato. Qui, le stagioni non sono solo quattro, ma molte di più, ognuna con una caratteristica precisa che riflette un momento distintivo nel ciclo della natura.

    Questa prospettiva mi ha fatto comprendere quanto il concetto di tempo e stagioni sia diverso qui in Giappone, e ho potuto sperimentare personalmente come il fluire del tempo si manifesti in modo unico sulla mia pelle, offrendomi una nuova prospettiva sul ciclo della natura e sul passare delle stagioni.

    Prima dell’adozione del calendario gregoriano nel 1873 durante il periodo Meiji (1868-1912), il Giappone utilizzava il kyūreki (旧暦), il calendario lunare per contare il tempo. L’ anno era suddiviso in 24 parti dette setsu (節句), conosciuti anche come termini solari, secondo la definizione dei nijūshi-sekki (二十四節気) ovvero i 24 momenti salienti caratterizzanti ogni setsu. Questi segnano lo scorrere del tempo e il cambio delle stagioni, permettendo di percepire con precisione il momento in cui ci si trovava nel ciclo annuale.

    kyo-talk.jp

    Questo calendario si basava sul ciclo di crescita e declino della luna, risultando spesso non in sincronia con le effettive stagioni. Di conseguenza, gli agricoltori si basavano sui nijūshi sekki (i 24 termini solari) per determinare i tempi di semina e raccolta nei loro campi.

    I nijūshi sekki iniziano con il giorno del risshun (立春, “l’inizio della primavera”) e terminano con daikan (大寒 “la stagione più fredda”).

    I nijūshi sekki non solo diventarono un mezzo pratico per riconoscere i cambiamenti stagionali, ma anche giorni in cui si celebravano una varietà di feste popolari. In particolare, giorni come setsubun (節分, il giorno prima di risshun), il shunbun (春分)l’equinozio di primavera), il shūbun (秋分 l’equinozio d’autunno) e il tōji (冬至, solstizio d’inverno) divennero momenti significativi in cui una vasta gamma di festività religiose, risalenti all’antichità, si svolgevano sia alla corte imperiale che tra la gente comune.

    Questa stretta connessione tra i nijūshi sekki e i matsuri giapponesi riflette la profonda relazione del popolo giapponese con le stagioni e le tradizioni culturali che ne derivano.

    Fino al 1843, alla fine del Periodo Edo (1603-1868), le divisioni stagionali venivano calcolate dividendo l’anno lunare in ventiquattro parti uguali, utilizzando un metodo noto come heikihō (平気法) o kōkihō (恒気法). Successivamente fu introdotto un metodo diverso chiamato teikihō (定期法), basato su ventiquattro divisioni uguali.

    Il sistema precedente si fondava su un mese lunare di 28 giorni, il quale risultava più breve di diversi giorni rispetto all’anno solare di 365 giorni. Questo rendeva necessaria l’inserzione di un mese intercalare ogni due o tre anni. Con il nuovo metodo, il ciclo è suddiviso in ventiquattro parti uguali, riducendo al minimo le variazioni annuali.

    Keichitsu (啓蟄) è proprio uno di questi 24 termini solari. La parola si compone di 2 kanji, 啓 (kei o hiraku) significa “apertura, aprirsi” e 蟄 (chissu) indica proprio il letargo degli insetti durante i gelidi mesi invernali.

    Keichitsu, rappresenta un momento significativo dell’anno, indicando la posizione precisa del sole mentre avanza nel suo ciclo annuale, marcando l’inizio del declino dell’inverno e l’avvicinarsi della primavera. Questo periodo, che cade intorno al 5-6 marzo nel calendario gregoriano e si conclude nel giorno del shunbun (春分, equinozio di primavera) il 20 Marzo, segna il momento in cui le temperature iniziano a risalire, sciogliendo il gelo invernale e permettendo agli insetti di risvegliarsi e tornare alla vita attiva. È un momento di transizione, in cui la natura comincia a risvegliarsi dalla sua dormienza invernale, anticipando il ritorno della vitalità e della rinascita che caratterizzano la stagione primaverile in Giappone.

    Keichitsu è anche conosciuto come sugomori-mushito wo hiraki (蟄虫啓戸). Ovvero gli insetti che si risvegliano dal letargo invernale iniziano a muoversi.

    I kanji di hiraku (啓, aprire) e to (戸, porta) fa riferimento alla fine del letargo quando gli insetti e gli animali escono dalle loro tane ai primi tepori primaverili.

    Il kanji 蟄 all’interno del composto 蟄虫啓戸 significa proprio  che gli animali si nascondono nel terreno durante il periodo invernale.

    Il kami 啓 significa aprire qualcosa che è stato chiuso.

    Infine il kanji 戸 si riferisce a una porta.

    Anche se utilizziamo il termine mushi (虫) “insetti”, è importante notare che si tratta di una categoria ampia che include vari animali come rane, serpenti e lucertole, e tutti iniziano il loro risveglio in questo periodo.

    Questi animali, considerati sotto il termine ombrello “mushi“, potrebbero suscitare una certa inquietudine per chi ha paura di rane o serpenti. Tuttavia, l’immagine di queste creature che emergono, ancora un po’ assonnate, è un momento tenero che ci fa sorridere e augurare con serenità all’arrivo della bella stagione.

    Con il tepore del sole che avvolge il paesaggio, in Giappone è giunto il momento perfetto per dare inizio ai lavori agricoli.

    Da tempi antichi, l’ 8 Febbraio è conosciuto come kotohajime (事始め) ovvero il momento di inizio delle celebrazioni annuali e dei cicli agricoli.  Questa data, legata al calendario lunare, coincide con il periodo attuale di Marzo, segnando l’avvento della primavera. L’8 Febbraio rappresenta l’inizio di un lungo viaggio attraverso le stagioni agricole, conosciuto con il nome di koto-yōka (事八日), che termina con il koto-osame (事納め) dell’8 Dicembre.

    Con l’avvio dei lavori agricoli, si accolgono i raccolti autunnali, e così, da tempi immemorabili, la vita agricola in Giappone è stata scandita dal susseguirsi delle stagioni. Il calendario e la coltivazione del riso, in particolare, sono intrecciati in un legame indissolubile, riflettendo la natura ciclica della vita agricola.

    Sebbene io possa solo immaginare la fatica e la gioia di questo stile di vita, mi ritrovo a percepire un senso di affetto mentre a cena preparo il riso o lo mangio assieme alla mia famiglia, consapevole delle molteplici emozioni trasmesse attraverso questo semplice gesto. La storia dell’agricoltura giapponese è un viaggio che abbraccia le stagioni, un’ode alla connessione intima tra l’uomo e la natura.

  • La Nagasaki Sunset Road: tramonti, cristianesimo e Godzilla

    La Nagasaki Sunset Road: tramonti, cristianesimo e Godzilla

    La Nagasaki Sunset Road [長崎サンセットロード] è un affascinante percorso che attraversa città come Matsuura [松浦], Hirado [平戸], Sasebo [佐世保] e Saikai [西海] lungo la suggestiva costa occidentale della prefettura di Nagasaki [長崎], fino a giungere a Nomozaki [野母崎]. Questo itinerario abbraccia la linea costiera più occidentale del Giappone da nord a sud, offrendo l’opportunità di godersi appieno i tramonti sul mare da qualsiasi punto lungo il percorso.

    Da Matsuura, una cittadina situata a nord della prefettura, la strada prosegue attraverso Hirado, conosciuta dagli europei come Firando. Qui, nel 1609, gli olandesi stabilirono il loro primo avamposto commerciale in Giappone. Hirado è stata il principale centro degli scambi commerciali tra il Giappone e il resto del mondo fino a quando, sotto la pressione del bakufu Tokugawa, fu trasferito a Nagasaki sull’isola artificiale di Dejima [出島].

    La strada prosegue attraverso la città di Sasebo, dove attualmente risiedo. Da un umile villaggio di pescatori controllato dalla vicina Hirado, Sasebo si trasformò durante il periodo Meiji [1603-1867] in una città di rilevanza non solo nazionale, ma anche internazionale.

    Grazie alla morfologia del suo porto, caratterizzato da acque profonde e protette, la Marina Giapponese scelse di stabilire qui la sua base per le missioni durante le guerre sino-giapponese e russo-giapponese. Nonostante il ruolo cruciale svolto durante il conflitto nel Pacifico, la città fu risparmiata dai bombardamenti americani, probabilmente perché gli Stati Uniti avevano già individuato questa struttura preesistente per le proprie attività.

    Nel 1946, la Marina Militare degli Stati Uniti assunse il controllo delle strutture e istituì U.S Fleet Activities Sasebo, che ancora oggi fornisce supporto logistico alla Settima Flotta del Pacifico, con sede principale a Yokosuka.

    Nella zona di Sasebo attraversata dalla Sunset Road si possono ammirare le kujūku-shima [九十九島], conosciute come le “99 isole”. In realtà, queste isolette superano le 200, formando un labirinto incredibile da esplorare. Il nome kujūku-shima, in modo figurativo, riflette l’impossibilità di contare con precisione il loro numero.

    Questo concetto mi porta alla filosofia shintoista che descrive il Giappone come il paese degli yaoyorozu no kami [八百万の神], ovvero “otto milioni di kami”. La forte componente animista presente nelle shintoismo crede che ogni oggetto o fenomeno naturale possa essere abitato da un kami (divinità), il termine yaoyorozu viene utilizzato per indicare l’impossibilità di enumerarli tutti.

    Fonte: sasebo.com

    La scena d’apertura del film “L’Ultimo Samurai” si svolge proprio sulla vista delle 99 isole, osservate da un’altura conosciuta come Ishidake [石岳]. Questo punto panoramico è noto come tenkaihō [展海峰], e sulla sua cima si erge un tenbōdai [展望台], un belvedere, che offre una magnifica vista a 180° sulle isole. La bellezza scenografica di questo luogo, soprattutto al tramonto, lo ha reso la location ideale per il film hollywoodiano.

    Fonte: Nagasaki-tabinet

    Dopo aver lasciato Sasebo, il viaggio prosegue verso sud attraverso il Saikai-bashi [西海橋], il Ponte di Saikai. Questo imponente ponte ad arco attraversa lo stretto di Hario [針尾], collegandosi alla Nishisonogi-hantō [ 西彼杵半島], la penisola di Nishisonogi, dove sorge anche Nagasaki.

    Costruito nel 1955, al momento della sua realizzazione era il terzo ponte più grande al mondo e il più grande in Asia.

    Grazie alla forza delle maree nello stretto di Hario, durante la primavera e l’autunno si formano vortici enormi che attraggono numerosi visitatori per partecipare all’uzu-shio matsuri [うず潮祭り], il “Festival dei Vortici”. Questo evento si tiene sia in primavera che in autunno. Se desiderate partecipare a questo matsuri, vi consiglio di visitare durante la primavera, quando circa mille ciliegi sono in fiore nel parco vicino al ponte. Un momento particolarmente suggestivo è quando i petali di ciliegio cadono nelle acque agitate e cominciano a vorteggiare, creando un effetto di grande bellezza.

    Fonte: Saikai-machi web site

    Come raccontato in un precedente articolo, nella penisola di Nishisonogi i Kakure Kirishitans, i “cristiani nascosti”, giapponesi che fuggivano dall’editto che proibiva il Cristianesimo durante il periodo Edo, trovarono rifugio presso la città di Sotome [外海]. I Kakure Kirishitans di questa zona, così come quelli di Hirado e di altre aree della prefettura di Nagasaki, continuarono a seguire le proprie tradizioni religiose, anche se nel tempo si sono notevolmente differenziate dal Cristianesimo che tutti conosciamo.

    La Sunset Road si sovrappone al percorso del pellegrinaggio di Nagasaki, contribuendo a creare un’unica “strada panoramica” che celebra sia la bellezza naturale che la ricca cultura della regione. In collaborazione con le organizzazioni lungo il tragitto, l’obiettivo è sviluppare la Nagasaki Sunset Road come una delle principali attrazioni della prefettura.

    I siti che offrirono rifugio ai kakure kirishitan sono stati ufficialmente riconosciuti come Patrimonio Mondiale dell’UNESCO. Questo riconoscimento celebra la ricca storia del cristianesimo in Giappone, una storia caratterizzata da una fede tenace che ha sempre convissuto con le tradizioni dello shintoismo e del buddismo, così come con le dinamiche sociali del paese.

    Il cristianesimo giapponese ha mantenuto la sua identità unica anche durante i periodi in cui è stato vietato. I luoghi di culto cristiani nelle regioni di Nagasaki, Shimabara, Hirado e Amakusa sono testimonianze viventi di questa tradizione straordinaria e del modo di vita dei fedeli, che hanno segretamente tramandato la propria fede anche a rischio della propria vita.

    Questi siti sono veri e propri tesori storici che raccontano storie di resilienza, coraggio e devozione, incarnando la perseveranza e la determinazione delle comunità cristiane giapponesi nel preservare la propria fede attraverso i secoli.

    La designazione come Patrimonio Mondiale dell’UNESCO è un tributo alla loro importanza culturale e al loro significato universale, che va oltre i confini del Giappone e parla alla condizione umana universale di ricerca spirituale e di difesa delle proprie convinzioni, anche nelle circostanze più difficili.

    Nella zona di Sotome è anche possibile esplorare il bungaku-kan [文学館], il Museo Letterario dedicato a Shūsaku Endō [遠藤周作], l’autore del celebre romanzo “Chinmoku” [沈黙], che ha ispirato il film “Silence” del regista premio Oscar, Martin Scorsese.

    「神様が僕のためにとっておいてくれた場所」

    “Il posto che Dio ha tenuto per me”

    Affascinato dalla storia e dalla cultura uniche di queste zone, si dice che Endō abbia visitato questo luogo anche dopo aver completato il romanzo, definendolo persino “il posto che Dio ha tenuto per me”.

    l museo letterario, situato su una collina che domina il sumō-nada [角力灘], il mare di Sumō(すもうなだ), è un elegante edificio, all’interno del quale, sono esposti gli oggetti appartenuti allo scrittore, insieme ai suoi manoscritti originali e alla sua collezione di libri, offrendo una panoramica della sua vita e del suo lavoro. Oltre alla mostra permanente, vengono organizzate mostre speciali ogni due anni, ognuna con un tema diverso.

    Nagasaki tabinet

    Poiché vi trovate nella zona, consiglio vivamente di fare una breve visita anche al Karematsu Jinja [枯松神社]. L’interessante storia di questo santuario sarà trattata in un articolo a parte.

    Continuando verso sud lungo la Sunset Road, si attraversa la città di Teguma [手熊], di cui ho già parlato in un articolo precedente riguardante le celebrazioni tradizionali del setsubun nella prefettura di Nagasaki.

    Guardando verso il Gotō-nada [五島灘], il mare che si estende tra l’isola di Kyūshū e le isole Gotō, noterete immediatamente unp scoglio che assomiglia al più famoso kaijū [怪獣] che il mondo abbia mai conosciuto. Sto parlando di Gojira [ゴジラ], o come è conosciuto al di fuori del Giappone, Godzilla.

    Gli abitanti del luogo la chiamano gojira-iwa [ゴジラ岩] e vista dalla strada sembra proprio che Godzilla stia tornando in mare.


    Quello di Teguma non è l’unico scoglio in Giappone ad avere le sembianze di Gojira. Ce ne sono altri cinque rispettivamente in Hokkaidō, Akita, Ōshima [un’isola al largo delle coste di Tōkyō], Ishikawa e Kyōto.

    Il nome Godzilla deriva dalla traslitterazione (romanizzazione) del nome originale giapponese Gojira (ゴジラ), che è composto da due parole giapponesi: gorira (ゴリラ), “gorilla”, e kujira (クジラ), “balena”. Questa combinazione di termini riflette le dimensioni, la potenza e l’origine acquatica del leggendario mostro Godzilla.

    Gojira è il nome originale giapponese dell’iconico mostro, che in seguito è stato adattato in “Godzilla” per il pubblico di lingua inglese.

    Il viaggio prosegue verso sud, dove si attraversa il Megami-oohashi [女神大橋]. Questo ponte, che si erge a oltre 65 metri al di sopra del livello del mare, permette alle imponenti navi da crociera di entrare nella baia di Nagasaki. Ogni sera, il ponte viene illuminato, creando uno spettacolo meraviglioso che lascia senza fiato.


    Passato il ponte Megami-bashi la Nagasaki Sunset Road continua il suo viaggio verso sud lungo la Nomozaki Hantō attraversando villaggi di pescatori e natura incontaminata.

    Situata a soli 40 minuti di navigazione dal porto di Nagasaki, c’è un isola chiamata Hashima [端島], ma conosciuta da tutti come Gunkanjima [軍艦島], che significa in giapponese “nave da guerra”. Originariamente una miniera di carbone sottomarina do proprietà della Mistubishi, questa piccola isola è stata trasformata in un’area abitativa artificiale riempiendo gli spazi gli scogli circostanti.

    La caratteristica più distintiva di Gunkanjima è la sua somiglianza con la maestosa nave da guerra Tosa, che ha ispirato il suo soprannome. Nel 1960, l’isola era la casa di circa 5300 abitanti, vantando la più alta densità di popolazione in Giappone all’epoca.

    Le sue strade strette erano animate da scuole elementari e medie, ospedali e una miriade di strutture ricreative, tra cui cinema e sale da gioco, che soddisfacevano le esigenze degli abitanti.

    Il carbone estratto dalle miniere di carbone di Hashima era di ottima qualità e ha contribuito in modo significativo alla modernizzazione del Giappone. Tuttavia, con il passaggio dal carbone al petrolio, l’isola ha iniziato a declinare e ha chiuso nel 1974. Gli abitanti dell’isola se ne andarono portando con sé una varietà di esperienze, trasformandola in un’isola disabitata.

    Nel 2009 è diventato possibile per il pubblico sbarcare sull’isola e oggi molte persone partecipano a tour che permettono di visitare l’Isola Gunkanjima. Nel luglio 2015 è stata ufficialmente registrata come Patrimonio Mondiale dell’Umanità sotto il nome di “Industrializzazione dell’era Meiji in Giappone – Ferro e Acciaio, Cantieristica Navale, Industria del Carbone”.


    Percorrendo la kokudō 499 [国道499号線], la strada statale 499 lungo la penisola di Nomozaki, con il mare di Sumō che si staglia alla vostra destra, oltre alla possibilità di ammirare una vista mozzafiato della costa, e l’imponente Gunkanjima, si vedrà una formazione rocciosa davvero singolare, con una corda tesa tra di esse: sto parlando delle celebri meoto-iwa [夫婦岩], le rocce “Marito e Moglie”.


    Guardando verso il mare, sulla sinistra si erge la otoko-iwa [男岩] roccia maschile, che si innalza per 11 metri, mentre sulla destra troviamo la meiwa [女岩] roccia femminile, della stessa altezza.

    Questa è una località rinomata per i suoi tramonti, soprattutto durante il solstizio d’estate, quando il sole tramonta all’orizzonte e si tuffa nel mare attraverso lo spazio tra le imponenti rocce.

    Nel 1994, questo luogo è stato ufficialmente designato come monumento naturale dalla prefettura di Nagasaki. Inoltre, nel 2013 è stato riconosciuto come una delle “100 vedute naturali viventi di Nagasaki“, confermando la sua importanza e bellezza nella regione.

    Situato all’estremità meridionale della suggestiva penisola di Nagasaki, sorge il Nagasaki Nomozaki kyōryū Paaku [長崎のもざき恐竜パーク], il Parco dei dinosauri di Nagasaki-Mozaki un gioiello incantato che ospita uno spettacolo mozzafiato: il suisen no oka [水仙の丘], la collina dei narcisi.

    Questo parco incantato si estende su tre piccole colline panoramiche, ognuna con il suo punto di osservazione unico: l’osservatorio nord, l’osservatorio est e l’osservatorio ovest. Qui, tra i sentieri tortuosi e le viste panoramiche, circa 10 milioni di narcisi creano un mare di colori e profumi, regalando un’esperienza sensoriale indimenticabile per chiunque abbia la fortuna di visitarlo.


    L’imponente panorama marino di Nomozaki è davvero mozzafiato. Dall’osservatorio settentrionale, si può ammirare l’incantevole isola di Ta no kojima [田の子島], accessibile a piedi durante la bassa marea, e godersi una vista panoramica su Gunkanjima, patrimonio mondiale dell’UNESCO.

    Durante i mesi invernali quando il cielo è terso, lo sguardo può spaziare fino a Gotō rettō[五島列島, ]’arcipelago di Gotō. Il contrasto tra il cielo azzurro e il mare profondo è straordinario. Dall’osservatorio occidentale, si può contemplare lo spettacolo del vasto mare e dell’adorabile cittadina di pescatori Nomo-gyokō [野母漁港].

    Tra la fine di dicembre e la metà di gennaio ogni anno, le colline sono magnificamente adornate di narcisi in fiore, creando un’atmosfera colorata e ricca di profumi. Nomozaki è rinomata come una delle principali regioni produttrici di narcisi del Giappone occidentale, e in questo periodo si tiene il Nomozaki suisen matsuri [のもざき水仙まつり], il Festival dei narcisi di Nomozaki, che attira moltissime persone da tutto il paese.

    La Nagasaki Sunset Road offre molto più di un semplice percorso panoramico. È un viaggio attraverso la storia, la cultura e la bellezza naturale di Nagasaki, che si svela gradualmente con ogni curva della strada. I tramonti mozzafiato che si possono ammirare lungo questo percorso rimangono impressi nella memoria, mentre le pittoresche vedute sul mare e sulle colline creano un’atmosfera di pace e serenità.

    Chi percorre la Nagasaki Sunset Road ha l’opportunità di immergersi completamente nell’incantevole paesaggio di questa regione, lasciandosi trasportare dalle emozioni che solo un tramonto sul mare può suscitare. È un’esperienza che rimane nel cuore di chiunque abbia avuto il privilegio di attraversare queste strade e di contemplare lo spettacolo della natura in tutto il suo splendore.

    Che si tratti di un viaggio breve o di un’esperienza più prolungata, la Nagasaki Sunset Road offre un viaggio indimenticabile attraverso la bellezza e la tranquillità del paesaggio giapponese.

JapanItalyUSAUnknown