in questo Ukiyo-e dell’epoca potete vedere il punto di frontiera di Arai, uno dei tanti nella zona di Hakone
Come no. I due nomi, Kansai e Kantō — che significano a ovest del posto di blocco e a est del posto di blocco — nacquero perché, all’epoca, il paese era diviso in circa 250 unità semi-indipendenti chiamate han.
Per viaggiare da una città all’altra, bisognava attraversare dei posti di controllo. Il più importante si trovava a Hakone, lungo il Tōkaidō — la strada che collegava Edo (l’attuale Tokyo) a Heian (l’attuale Kyoto. Kyoto assunse ufficialmente questo nome nel 1899.)
Il posto di blocco di Hakone esiste ancora. Divideva est e ovest proprio a causa dell’importanza di quella separazione:
da un lato c’era la parte più antica del Giappone, con l’Imperatore;
dall’altro, la parte più giovane, e il suo più grande nemico: lo shogunato Tokugawa.
E qual era il nome originario di Kansai?
Kinai, che significa all’interno del territorio della Capitale — cioè Heian.
L’uomo, da sempre affascinato dagli astri, ha rivolto al cielo notturno e alla sua candida regina uno sguardo colmo di reverenza e meraviglia. Il termine jūsanya (十三夜), mutuato dall’antico calendario lunare giapponese, indica la tredicesima notte di ogni mese lunare. In particolare, si riferisce all’osservazione lunare che si celebra il 13° giorno del decimo mese lunare. Circa un mese dopo il più celebre jūgoya (十五夜), il jūsanya è considerato la seconda notte dell’anno in cui il nostro satellite naturale emana una luce di straordinaria bellezza. Per questo motivo, viene spesso denominata la “luna successiva”, nochi no tsuki (後の月), ed è da sempre una tradizione profondamente radicata nella cultura nipponica.
A differenza del jūgoya, con le sue radici affondate nella tradizione cinese, il jūsanya è un’usanza esclusivamente nipponica che pone l’accento sulla gratitudine per i frutti della terra, in particolare per il ricco raccolto autunnale, specialmente nelle regioni dove la mietitura del riso è giunta al termine. In un’epoca in cui l’uomo si affidava al ciclo lunare per scandire il tempo, la luna rivestiva un ruolo centrale nella vita quotidiana.
È un equivoco comune pensare che il jūsanya, che cade il 13° giorno del nono mese lunare, corrisponda sempre al 13 ottobre del nostro calendario. In realtà, il calendario lunare e quello gregoriano non sono perfettamente sincronizzati. Il primo, basato sulle fasi lunari, è più breve di circa undici giorni rispetto al secondo. Di conseguenza, la data esatta del jūsanya nel nostro calendario varia di anno in anno, collocandosi generalmente tra i primi di ottobre e i primi di novembre. Inoltre, poiché il ciclo lunare non è costante, anche la luna piena del jūgoya può subire delle fluttuazioni di un giorno rispetto all’anno precedente.
Il calendario lunare ha inizio con la luna nuova ogni mese. La luna piena si verifica tipicamente tra il 14° e il 17° giorno. Il jūgoya, che cade il 15° giorno, presenta una luna piena o quasi piena. Nonostante durante la notte del jūsanya la luna sia leggermente calante, è considerata la seconda notte dell’anno più propizia per ammirare la candida regina della notte.
Le origini del jūsanya
Come per altre tradizioni anche le origini del jūsanya sono avvolte nel mistero, ma la tradizione più accreditata le attribuisce un’origine imperiale. Si narra che l’Imperatore Daigo (醍醐天皇), durante il florido periodo Heian (794-1185) organizzasse sontuosi banchetti sotto la luce della luna, intrattenendo i suoi nobili ospiti con raffinate poesie. Un’altra testimonianza letteraria, risalente al tardo periodo Heian, descrive un meigetsu no utage (名月の宴), un “banchetto della luna piena”, durante il quale l’Imperatore Uda (宇多天皇) compose un verso di ammirata contemplazione della luna, a riprova di una pratica già profondamente radicata nella cultura di corte.
Nella tradizione nipponica, sia la quindicesima che la tredicesima notte del mese lunare sono considerate occasioni propizie per l’osservazione della luna. Tuttavia, ammirare solo una di queste due lune, usanza nota come katamitsuki (片見月) o katatsukimi (片月見), è considerato di cattivo auspicio, portando sfortuna a chi lo fa. Al contrario, l’osservazione congiunta della quindicesima e della tredicesima notte, denominata futatsuki (二夜の月), è considerata un rito propiziatorio, simbolo di armonia e buon auspicio.
Due lune, un’unica magia: nochi no jūgoya e nochi no jūsanya
Negli anni in cui si verifica un uruuzuki (閏月), un mese intercalare inserito tra settembre e ottobre per sincronizzare il calendario lunare con quello solare, si ha la fortunata opportunità di celebrare due volte sia lo tsukimi del 15 che quello del 13. Queste seconde celebrazioni sono denominate rispettivamente nochi no jūgoya (後の十五夜) e nochi no jūsanya (後の十三夜), letteralmente “successivo quindicesimo giorno del mese lunare” e “successivo tredicesimo giorno del mese lunare”. Tale evento astronomico offre agli appassionati un doppio appuntamento con la candida regina della notte.
Nelle regioni orientali del Giappone, un’ulteriore celebrazione lunare, il tookanya (十日夜), si svolge il 10 ottobre del calendario lunare. A differenza dello tsukimi, focalizzato sull’aspetto estetico della luna, il tookanya ha un significato più profondo, intrinsecamente legato ai ritmi della natura e ai cicli agricoli. Si credeva, infatti, che la luna di quella notte segnasse la conclusione dei lavori nei campi, diventando così un simbolo di ringraziamento per i frutti della terra e di auspicio per il futuro.
Perché sono importanti queste celebrazioni?
Queste tradizioni millenarie testimoniano l’intima connessione che il popolo giapponese ha sempre intrattenuto con i ritmi della natura. L’osservazione della luna, oltre a essere un momento di soave contemplazione, era un rituale che scandiva i tempi dell’agricoltura e della vita comunitaria, esprimendo gratitudine per i doni della terra. Si credeva, infatti, che un cielo stellato durante queste celebrazioni fosse un presagio di abbondanza e benessere per l’anno venturo.
Radicate nel cuore della cultura giapponese, sono state per secoli un potente collante sociale, riunendo le comunità attorno a un rito condiviso. Osservare la luna insieme ai propri cari era un modo per rafforzare i legami familiari e amicali, tramandando di generazione in generazione un patrimonio di valori e tradizioni.
Nonostante l’incalzare della modernità, l’antica usanza di osservare la luna resiste tenacemente, tramandata come un prezioso patrimonio culturale. In un mondo sempre più frenetico, l’atto di volgere lo sguardo al cielo notturno offre un’ancora di salvezza, un momento di pausa per riconnettersi con le proprie radici e con i cicli naturali.
Quest’anno, la luna ha illuminato il cielo giapponese con una luminosità inusuale in occasione del jūgoya, che è caduto il 17 settembre, un martedì. E a breve, il 15 ottobre, sempre di martedì, sarà la volta del jūsanya. Questi appuntamenti annuali con la luna, dettati dall’ instancabile moto del nostro satellite, sono per noi un’occasione imperdibile per celebrare la bellezza effimera della natura e rinsaldare i legami familiari.
La luna dei fagioli e delle castagne
Il jūsanya è noto anche come mame meigetsu (豆名月), la “luna dei fagioli”, o kuri meigetsu (栗名月), la “luna delle castagne”. Questi nomi evocativi ci riportano alle antiche usanze agricole, quando i raccolti autunnali di fagioli e castagne venivano offerti alla luna in segno di gratitudine. Un rito che celebrava non solo l’astro luminoso, ma anche i frutti della terra e i sapori inconfondibili della stagione autunnale.
Offerte esclusive per la notte del jūsanya
Nella suggestiva atmosfera del jūsanya si rinnova l’antico rituale di offrire alla luna i frutti più pregiati della terra. Un gesto di profonda gratitudine che fortifica il legame ancestrale con la divinità celeste.
Similmente al jūgoya, anche in questa occasione si offrono i deliziosi tsukimi-dango (月見団子), dolcetti di riso dalla forma sferica che simboleggiano la luna piena. Tuttavia, per il jūsanya si segue una disposizione particolare: nove dango al primo livello e quattro al secondo, a rappresentare un auspicio di abbondanza e prosperità. Questi doni vengono esposti in un luogo visibile alla luce lunare o nel tradizionale tokonoma, l’alcova presente in molte case giapponesi dove si ê soliti esporre gli oggetti più preziosi seguendo spesso il ritmo delle stagione come usa fare mia moglie.
Assieme ai dango, si offrono altri prodotti del raccolto autunnale: castagne, grappoli d’uva succosa e altre prelibatezze di stagione. Ogni frutto è un omaggio alla generosità della natura e un augurio di fertilità per l’anno venturo.
Un elemento imprescindibile delle offerte è il susuki (すすき), il miscanto dalle lunghe e sottili spighe. Questa graminacea, considerata un yorishiro (依代), un tramite sacro per comunicare con gli spiriti, è da sempre venerata per la sua capacità di invitare e accogliere le divinità celesti. Si narra che il suo fusto cavo sia il rifugio degli kami (神), gli spiriti ancestrali.
Mia moglie di solito mette il susuki in un vaso, spesso in compagnia di altri fiori autunnali. Inoltre, si crede che le affilate lame del miscanto abbiano il potere di allontanare gli spiriti maligni e proteggere le case dalle calamità. Per questo motivo, dopo la notte del jūsanya è consuetudine appendere le spighe di miscanto all’ingresso delle abitazioni, per proteggere le famiglie dalle energie negative.
Da millenni, la cultura giapponese intreccia indissolubilmente l’esistenza umana con i ritmi della natura. L’osservazione della luna, un rito ancestrale, ci invita a rendere omaggio all’autunno, un periodo di abbondanza e trasformazione. In un’epoca dominata dalla frenesia, concedersi un momento di contemplazione sotto la luce lunare rigenera l’anima, un modo per riconnettersi con le proprie radici e ritrovare un profondo senso di pace interiore.
La maggior parte delle persone associa indubbiamente questo giorno all’equilibrio perfetto tra luce e oscurità, un equinozio celeste che segna l’esatto momento in cui il sole attraversa l’equatore celeste. Sebbene nel 2024 shūbun no hi (秋分の日) cada il 22 settembre, la data è soggetta a minime fluttuazioni annuali, dettate da precisi calcoli celesti. Negli ultimi anni, questa festività ha acquisito un’importanza crescente per i giapponesi, diventando unpunto di riferimento culturale che spesso incide sulla durata della Golden Week autunnale, meglio conosciuta come “Silver Week“. L’autunno si conferma la stagione prediletta per i viaggi itineranti e lo svago all’aria aperta.
Una Festa Nazionale Unica
Lalegislazione nipponica, nel 1948, ha sancito loshūbun no hi, l’equinozio d’autunno, quale festività nazionale, consacrando un legame profondo tra l’uomo e i ritmi cosmici. Sebbene nel 2024 ricada il 22 settembre, la data esatta di tale ricorrenza è soggetta a minime oscillazioni annuali, determinate dai complessi movimenti celesti del sole.
Questa consuetudine di ancorare una festività a fenomeni celesti è un tratto distintivo del calendario giapponese, un vero e proprio patrimonio culturale unico nel panorama internazionale. È interessante notare come lo shūbun no hi si inserisca nel più ampio contesto dei nijūshisekki (二十四節気), un raffinato sistema di divisione dell’anno in termini solari di origine cinese, adottato e rielaborato dalla tradizione nipponica.
L’equinozio è un istante cosmico preciso in cui il sole, nel suo percorso apicale, raggiunge lo zenith sull’equatore terrestre. Questo fenomeno astronomico, frutto dell’intersezione tra l’eclittica del sole e l’equatore celeste, segna l’equilibrato connubio tra luce e oscurità, un momento di perfetta simmetria cosmica. In questi giorni, luce ed oscurità hanno la stessa durata, celebrando un’effimera armonia tra le forze celesti.
Equinozi in Giappone: un viaggio tra passato e presente
Il Giappone, da sempre terra di tradizioni millenarie e di un profondo reverenziale rispetto per la natura e gli antenati, celebra due importanti festività legate agli equinozi: lo shūbun no hi (秋分の日), l’equinozio d’autunno, e lo shunbun no hi (春分の日), l’equinozio di primavera.
Dalla corte imperiale al cuore del popolo
Prima della Seconda Guerra Mondiale, questi equinozi erano legati a cerimoniali più formali e riservati alla corte imperiale. L’equinozio d’autunno, ad esempio, era conosciuto come shūki-kōreisai(秋期皇霊祭), un solenne rito dedicato al ricordo degli spiriti ancestrali dei precedenti imperatori e della famiglia imperiale. Similmente, lo shunbun no hi era chiamato shunki-kōreisai(春季皇霊祭).
Con la fine del conflitto mondiale e l’inizio di un nuovo capitolo nella storia del Giappone, queste festività hanno subito una profonda metamorfosi. Nel 1948, sia l’equinozio d’autunno che quello di primavera sono stati ridefiniti, diventando celebrazioni più inclusive e aperte a tutti i cittadini.
Lo shūbun no hi è diventato un momento per onorare non solo gli antenati imperiali, ma tutti i defunti, in particolare coloro che hanno sacrificato la vita durante il conflitto. È un giorno dedicato alla contemplazione, alla gratitudine e al ricordo dei propri cari.
Lo shunbun no hi invece, è stato consacrato alla celebrazione della rinascita della natura e alla speranza per il futuro. È un momento per esaltare la bellezza della primavera e per ringraziare per la vita.
Shūbun no hi e higan
L’equinozio d’autunno è anche conosciuto come higan no chūnichi (彼岸の中日), “il giorno centrale dello higan“. Ma cosa significa esattamente “higan” e perché è così strettamente legato all’equinozio d’autunno?
Ohigan
L’equinozio d’autunno, insieme ai tre giorni precedenti e successivi, costituisce un periodo di sette giorni noto come aki no ohigan (秋のお彼岸), letteralmente “higan d’autunno”. Il primo giorno è chiamato higan-iri (彼岸入り), “inizio dello higan” mentre l’ultimo giorno higan-ake (彼岸明け), “fine dell’Ohigan”. Il giorno centrale, che risulta essere l’equinozio d’autunno stesso, è chiamato higan no chūnichi (彼岸の中日), “il giorno centrale dell’Ohigan”.
Higan e shigan
Questa usanza, tipicamente giapponese, ha origini antiche, risalenti addirittura al periodo Heian (794-1185). Nel buddismo, il mondo in cui si crede risiedono i nostri antenati, ovvero un luogo di illuminazione, è chiamato higan (彼岸, letteralmente l’”altra sponda”), mentre il nostro mondo, pieno di turbolenze e affanni, è chiamato shigan (此岸 , letteralmente “questa sponda”).
Poiché nell’equinozio d’autunno la durata del giorno e della notte è quasi identica, si credeva che in questo periodo la distanza tra il nostro mondo e quello dei nostri antenati fosse minima, rendendo più facile esprimere loro la nostra gratitudine. Da qui ha origine la tradizione dell’Ohigan.
Pertanto, il periodo intorno all’equinozio d’autunno è dedicato al culto degli antenati, con visite alle tombe di famiglia e offerte all’altare buddista.
Anche l’equinozio di primavera, con i suoi tre giorni precedenti e successivi, è chiamato Ohigan. Ma di questo ne parleremo in un altro articolo.
Ohagi
Durante l’equinozio d’autunno, il giorno centrale del periodo dello higan è consuetudine consumare gli ohagi (おはぎ). Esistono varie teorie legate alle origini di questa tradizione. Quella prevalente sostiene che la pratica ebbe inizio quando i fagioli rossi azuki, venerati per la loro capacità di allontanare gli spiriti maligni, furono presentati come offerte agli antenati.
Foto dell’autoreFoto dell’autore
L’ohagi è uno dei dolci tradizionali giapponesi che le persone consumano durante l’autunno. I giapponesi lo preparano cuocendo il riso glutinoso e pestandolo leggermente fino a quando la metà dei grani rimane intatta, quindi lo cospargono di pasta di fagioli, farina di soia e semi di sesamo.
L’ ohagi deve il suo nome dal fiore stagionale l’hagi (萩), o trifoglio giapponese, che fiorisce proprio in questo periodo e che nelle tradizione giapponese rappresenta la gratitudine per le benedizioni del raccolto.
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Gli ohagi sono simili ai botamochi ma i primi sono serviti esclusivamente durante l’autunno e il botamochi in primavera. E tradizione in certe famiglie giapponese onorare gli spiriti dei loro antenati preparando in casa gli ohagi, per poi offrirli sia sul butsudan sia a parenti e vicini come segno di amicizia. È una tradizione tramandata in Giappone sin dal periodo Edo (1603-1868). (Quelli della foto sono stati fatti in casa dalla zia di mia moglie)
I fagioli azuki
I fagioli azuki, un alimento di base nella dieta giapponese fin dal periodo Jomon, sono da lungo tempo profondamente radicati nel patrimonio culinario della nazione. Mentre lo zucchero, una preziosa merce in epoche passate, elevò l’ohagi allo status di dolce di lusso, in particolare modo tra la gente comune del periodo Edo.
Nel tempo questo semplice dolce si è evoluto in un’offerta per la venerazione degli antenati fungendo contemporaneamente come mezzo per invocare protezione divina contro le forze maligne e pregare per la buona salute di tutta la famiglia.
La somiglianza tra i fiori di hagi e i fagioli azuki diede origine fece si che all’inizio il nome di questo dolce fosse ohagimochi (御萩餅). Nel tempo, il suffisso “mochi” (餅) fu gradualmente omesso, risultando nella forma contemporanea, “ohagi“, scritta in hiragana おはぎ.
La misteriosa bellezza degli higan-bana
Con i suoi petali di un rosso fiammeggiante e la sua forma esoterica, il manjushage (曼珠沙華) cattura lo sguardo di chiunque si trovi in Giappone durante l’autunno. Questo fiore, noto anche come higanbana(彼岸花), cela un significato profondo, radicato nella tradizione buddista e shintoista. In sanscrito, manjushage significa letteralmente “fiore che sboccia nel paradiso”, evocando immagini di serenità e bellezza ultraterrena.
Foto dell’autore
Tipico fiore autunnale, il manjushagesboccia proprio nel periodo dello shūbun, offrendo uno spettacolo di rara bellezza che dura circa una settimana. Da qui il nome higan-bana, o “fiore dello higan“, che lo lega indissolubilmente all’equinozio d’autunno e alle celebrazioni dedicate agli antenati. Originario della Cina, in Giappone si è naturalizzato, diventando un simbolo dell’autunno e popolando i cimiteri, le risaie e i bordi delle strade.
Higanbana: un velo di mistero e fascino
Proprio perché crescono spesso in prossimità dei luoghi sacri, gli higanbana hanno guadagnato appellativi carichi di mistero come yūrei-bana (幽霊花), “fiore dei fantasmi”, o shibito-bana (死人花)”fiore dei morti”, alimentando così un’aura di inquietudine e fascino.
Un guardiano velenoso
La presenza di questi fiori in questi luoghi non è casuale: essi contengono alcaloidi letali, concentrati soprattutto nel bulbo. Ingerirli può provocare convulsioni spasmodiche, difficoltà respiratorie e persino la morte. Si narra che un tempo le persone fossero solite piantarli ai confini dei campi, nelle risaie o nei pressi delle tombe di famiglia per tenere a bada creature infestanticome talpe e topi, sfruttandone la tossicità. Questa antica usanza ha lasciato un’impronta indelebile, regalandoci oggi uno spettacolo diincomparabile bellezza in occasione dell’equinozio d’autunno.
In Giappone, ci sono numerosi luoghi che offrono la possibilità di ammirare distese di manjushage. Tra questi, il “Kinchakuda Manjushage Kōen” di Hiki, nella prefettura di Saitama, è famoso per la sua vastità e la sua bellezza mozzafiato.
Un momento di riflessione
Come avevo riportato in un precedente contributo un detto giapponese che recita.
「暑さ寒さも彼岸まで」
Atsusa samusa mo higan made
“Il caldo e il freddo finiscono con lo Higan“
Questa saggia massima popolare ci ricorda come, in corrispondenza degli equinozi di primavera e d’autunno, il clima inizi gradualmente a mitigarsi, segnando un delicato passaggio verso una nuova stagione.
L’equinozio d’autunno, in particolare, sancisce l’inizio di un periodo caratterizzato da temperature clementi e piacevoli, in netto contrasto con le torride giornate estive. Sebbene oggi possa sembrare una data come tante altre, in passato l’equinozio d’autunno rivestiva un significato sacrale, essendo dedicato al ricordo e al rispetto dei nostri antenati, e alla gratitudine per i doni della vita.
Ricordare i nostri cari che ci hanno preceduto e apprezzare le piccole gioie della quotidianità è un modo sublime per affrontare questo periodo dell’anno, intriso di malinconica bellezza.
Durante il vostro soggiorno a Tōkyō, perché non aggiungere un tocco di mistero alla vostra vacanza? Oltre ai templi e santuari più famosi, potreste visitare luoghi meno conosciuti, ma altrettanto affascinanti. Alcuni di questi sono dedicati a Enmaō (閻魔王), re e giudice degli inferi, conosciuto anche come Enma-Daiō (閻魔大王).
Non spaventatevi! In Giappone, Enma-sama non è visto come un semplice bogeyman, ma come una figura che insegna l’importanza della bontà e dell’onestà, soprattutto ai più piccoli. Recarsi in visita ad una delle sue statue è come fare un viaggio nel cuore della cultura giapponese e scoprire come un parte della religione e del folklore abbia plasmato la società.
Mia moglie dice spesso ai nostri figli frase del tipo:
“Se dici bugie, Enma-sama ti tirerà fuori la lingua”
un modo di dire usato per scoraggiare i bambini dal mentire, suggerendo che Enma punirà i bugiardi. In italiano, un equivalente potrebbe essere “Se mentirai, ti verrà tagliata la lingua”.
Oppure:
“Se andrai all’inferno o in paradiso lo deciderà Enma-sama“
significa che Enma decide la destinazione finale delle anime dopo la morte, in base alle loro azioni durante la vita.
Enma infatti è spesso rappresentato come un giudice severo, con un aspetto minaccioso e un lungo bastone che usa per punire i peccatori.
Enma shinkō, il culto di Enma
Chi l’avrebbe mai detto? Anche nel cuore di Tōkyō, una delle città più moderne del mondo, c’è un profondo legame con il mondo dell’ aldilà. L’ Enma shinkō (閻魔信仰), letteralmente “culto di Enma” è stato una parte importante della cultura giapponese.
Ci sono circa 40 statue di Enmasparse per la città e c’è un motivo particolare per cui questi luoghi erano così popolari in periodo Edo. Il 16 di ogni mese è dedicato al giudice degli inferi, ma il 16 Gennaio e il 16 Luglio sono date ancora più speciali. Il 16 Gennaio, chiamato anche hatsu Enma (初閻魔) e il 16 Luglio, ultimo giorno dedicato alle celebrazioni per il Bon, i templi di Enma erano affollatissimi. Sembra che anche l’inferno abbia i suoi giorni di festa.
Hatsu-Enma e lo yabuiri
Il 16 Gennaio si celebra lo hatsu Enma (初閻魔), la prima festa dell’anno dedicata al temibile giudice. In passato, questo giorno coincideva con lo yabuiri (薮入り), il giorno in cui veniva concesso ai servi un giorno libero. Si credeva che anche Enma in persona scendesse sulla terra in questo giorno.
Lo yabuiri
Nel periodo Edo (1603-1868), un’epoca che ha profondamente segnato la storia del Giappone, i servi che lavoravano nei negozi e presso le famiglie più ricche, godevano di un giorno di riposo speciale chiamato yabuiri (薮入り), il 16 Gennaio, nel giorno successivo al koshōgatsu (小正月), letteralmente il “piccolo capodanno”, durante il quale si celebra la prima luna piena dell’ anno nuovo.
In questa giornata, oltre a ricevere doni e denaro dai loro padroni, si racconta che i servitori erano soliti visitare i santuari dedicati ad Enma. Questa usanza nasceva dalla credenza che anche nell’aldilà ci fossero dei momenti di pausa. Si pensava infatti che, coincidendo il riposo dei servi con le celebrazioni dedicate ad Enma, anche l’inferno si prendesse un giorno di pausa, permettendo così al grande giudice di scendere sulla Terra. Un’affascinante testimonianza di come la spiritualità e le tradizioni popolari si intrecciassero nella vita quotidiana dei giapponesi di un tempo.
Anche il 16 Luglio, data che coincideva con la conclusione dei festeggiamenti del Bon, come il 16 Gennaio era un giorno particolarmente significativo, chiamato daisaiji (大斎日), ed era un giorno dedicato alle pratiche purificative. In questa data, i templi dedicati ad Enma erano particolarmente affollati. Questa usanza, nata nel periodo Edo, si è tramandata, seppur in forma ridotta, fino ai giorni nostri: ancora oggi, in alcuni templi di Tōkyō, si tengono cerimonie speciali e le statue di Enma vengono esposte al pubblico. È un modo per mantenere viva una tradizione millenaria e per riflettere sul significato della vita e della morte.
Taisōji
Il 16 Luglio, in occasione dell’ Enma-saijitsu (閻魔祭日), vi invito a visitare e scoprire il Taisōji (太宗寺), un tempio buddista nascosto nel cuore del quartiere di Shinjuku. Facilmente raggiungibile dalla stazione Shinjuku Gyoenmae (新宿御苑前駅), questo tempio, seppur privo del tradizionale sanmon (山門), offre un’atmosfera tranquilla e suggestiva. All’ingresso vi accoglie una delle roku–edojizō (江戸地蔵), statue di Jizō (地蔵) che un tempo segnavano gli ingressi principali di Edo. Superata questa statua, si giunge all’Enma-dō (閻魔堂), dove è custodita la statua di Enma. Un luogo ideale per immergersi in una parte della spiritualità giapponese.
IlTaisōji era considerato uno dei tre principali luoghi di Edo dedicati al culto di Enma (江戸三大閻魔, Edo Sandai Emma). Gli altri due sono il Zenyōji (善養寺) in zona Edogawa e il Ketokuin (華徳院), a Suginami.
La statua di Enma è davvero enorme, alta oltre cinque metri, venne installata in questo tempio nel 1814 e divenne subito un punto di riferimento religioso per la zona di Naitō Shinjuku (内藤新宿), tanto da essere anche conosciuta come naitō Shinjuku no Enma-sama (内藤新宿のおえんま様), “l’ Enma di Naitō Shinjuku“.
Intorno alla metà del XIX secolo, si diffuse la voce che gli occhi di questa statua, fossero fatti di cristallo. Così, un folle, forse in preda ai fumi dell’ alcol, ci credette così tanto da rubarne uno. Questo fatto divenne talmente famoso da essere raffigurato in stampe e reso celebre in tutto il paese.
Vicino alla statua di Enma c’è anche quella di datsueba (奪衣婆). Letteralmente “la vecchia che strappa i vestiti”, è una figura infernale al servizio di Enma. È un demone che assume le sembianze di una vecchia e si occupa di spogliare i vestiti di coloro che si presentano al fiume Sanzu senza le sei monete, il compenso necessario per attraversarlo. Datsueba spoglia le persone dei loro abiti e li consegna al suo consorte, un’anziano demone di nome keneō (懸衣翁) che li appende a un albero chiamato eryōju (衣領樹). Misurando la curvatura dei rami, riesce a determinare il peso degli abiti e, di conseguenza, la gravità dei peccati commessi dalla persona. Chi è innocente non viene giudicato, mentre i peccatori sono condotti al cospetto di Enma.
Datsueba, visto il suo compito di spogliare le persone, fu venerata anche come divinità protettrice delle case di piacere di Naito Shinjuku.
Genkakuji
Come abbiamo già scritto in precedenza nel folklore giapponese, Enma è una figura molto importante. Viene spesso raffigurato come il giudice supremo dell’oltretomba, colui che decide il destino delle anime dopo la morte. Tra le tante rappresentazioni di Enma, una delle più famose si trova presso il Gengakuji (源覚寺), un tempio buddista situato nel quartiere di Bunkyō. In questa statua, particolarmente significativa, si nota un dettaglio curioso: l’occhio destro è tinti di nero, quasi come se Enma avesse assistito a così tante sofferenze da portarne un segno indelebile sul suo corpo.
Konnyaku Enma
Esiste una leggenda che racconta di una donna anziana, vissuta durante l’era Hōreki (1751-1764), che soffriva di una malattia agli occhi. Dopo aver pregato il grande re Enma per 21 giorni, le apparve in sogno e le promise:
“Come ricompensa per la tua devozione, ti donerò uno dei miei occhi”
Il giorno in cui la sua preghiera fu finalmente esaudita, la vista della donna tornò a essere perfetta. Si racconta che da quel giorno l’occhio destro della statua di Enma si tinse di colore nero. In segno di profonda gratitudine, la donna decise di rinunciare al suo cibo preferito, il konnyaku, e di offrirlo regolarmente ad Enma. Da allora, l’Enma del Gengakujiè conosciuto come konnyaku Enma (こんにゃく閻魔), “Enma del konnyaku” e viene venerato da coloro che soffrono di problemi alla vista.
Il konnyaku non è in vendita all’interno del tempio, quindi lo si deve portare da casa o può essere acquistato in un supermercato o in un konbini che si trovano nelle vicinanze.
Curiosità
Per chi di voi avesse letto Kokoro di Natsume Soseki, ricorderà sicuramente la parte dove l’autore scrive proprio di “camminare lungo la strada di konnyaku Enma“.
Il Gengakuji è un luogo ricco di storia e di spiritualità. Nel corso della sua storia, il tempio ha superato quattro grandi incendi tra cui il “Grande incendio di Meireki” (1657). Fortunatamente, sia il Buddha principale che la statua di Enmasono riusciti a sfuggire a questi disastri ogni volta. Anche durante i bombardamenti aerei su Tōkyō nella Seconda Guerra Mondiale, il tempio principale riuscì a evitare di essere coinvolto nelle fiamme.
Ancora oggi continua ad essere un punto di riferimento per la comunità. La leggenda di konnyaku Enma e la sua associazione con il tempio hanno contribuito a renderlo un luogo di culto e di interesse storico.
Hōjōin
Con oltre 390 anni di storia, l’ Hōjōin (法乗院) è un tempio che affonda le sue radici nel quartiere di Fukagawa. Al suo interno, i fedeli venerano il Daichinyorai (大日如来), una figura centrale nel buddhismo. Conosciuto anche come Fukugawa Enmadō (福川えんま堂), il “tempio di Enma“, questo luogo di culto è da sempre un punto di riferimento per la comunità locale e offre un’oasi di pace e spiritualità.
Sebbene oggi sia quasi completamente urbanizzato, il quartiere di Fukagawa era in origine una zona ricca di corsi d’acqua e canali, come suggerisce il suo nome. In passato anche l’Hōjōin era circondato dall’acqua. Attraversare il ponte per recarsi al tempio doveva evocare nella mente delle persone l’attraversamento del fiume Sanzu per raggiungere il regno dei morti.
High-tech Enma
La statua di Enma che possiamo ammirare oggi è una ricostruzione. L’originale, purtroppo, fu distrutta dal grande terremoto che ha colpito il Kantō nel 1923. La nuova statua, creata nel 1989, è però, molto più di una semplice replica. È un capolavoro tecnologico che unisce tradizione e innovazione.
Questa statua di Enma è un vero e proprio gioiello tecnologico, è conosciuta infatti anche con il nome di “high-tech Enma“. Essendo recente, è dotata di numerose funzioni: grazie a un sistema di altoparlanti, è in grado di emettere suoni, luci e di pronunciare sermoni.
Questa statua offre un’esperienza molto moderna e personalizzata. Sono disponibili ben 19 diverse preghiere, che vanno dalla richiesta di buona salute alla preghiera contro l’infedeltà. Inserendo una monetina nella fessura corrispondente, si può ascoltare un sermone personalizzato pronunciato dalla statua di Enma. È così divertente che si finisce per voler ascoltare tutti i sermoni.
La statua è esposta al pubblico più spesso rispetto ad altre, precisamente il 1° e il 16 di ogni mese. In quei giorni è possibile entrare nella sala e ammirare anche la statua Jizō Bosatsu (地蔵菩薩). Per questa statua disponibili dei legnetti da bruciare, i gomagi (護摩木) per esprimere i propri desideri, e mentre si offrono, sullo schermo viene proiettata l’immagine del paradiso. Anche questa statua è dotata di funzioni tecnologiche avanzate.
Un’apparente contraddizione
Quando pensiamo al Buddismo, immaginiamo spesso un mondo di serenità, meditazione e ricerca interiore. Ma se scaviamo un po’ più a fondo nella cultura popolare giapponese, troviamo un affascinante contrasto: la presenza di figure come JizōBosatsu e Enma, che sembrano sfidare i principi fondamentali della dottrina buddista.
Il Buddismo, nella sua forma originale insegnata da Buddha, non prevede l’esistenza di divinità o demoni. È una filosofia che invita a cercare la liberazione dalla sofferenza attraverso la comprensione della natura della realtà. Allora, come si concilia questa visione con figure come Jizō, spesso raffigurato come un bodhisattva che protegge i bambini, o Enma, il giudice dell’oltretomba?
La risposta a questo quesito ci porta in Cina. Enma, il temibile giudice infernale spesso accompagnato dai Dieci Re, ha le sue origini proprio nella religione popolare cinese. È una figura che incarna l’idea di giustizia divina e di un aldilà dove le azioni compiute in vita dopo essere state giudicate vengono ricompensate o punite.
Quando il Buddismo si diffuse in Giappone, entrò in contatto con il folklore locale e si arricchì di nuovi elementi. La figura di Enma, con la sua funzione di giudice, si adattò perfettamente al pantheon giapponese. Nonostante le sue origini cinesi, Enma divenne un personaggio chiave nella mitologia buddista giapponese, presiedendo i giudizi nell’aldilà e determinando il destino delle anime.
Comprendere questa distinzione tra il Buddismo originale e le sue successive interpretazioni culturali è fondamentale per apprezzare la complessità e la ricchezza di questa religione in Giappone. Ci aiuta a capire come questa tradizione religiosa si sia evoluta nel tempo, assimilando e trasformando elementi di diverse culture.
Nel periodo Edo, la figura di Enma era molto presente nell’arte, all’interno di scritture teatrali e religiose ma nel corso degli anni declinò gradualmente. Oggi è quasi scomparsa dalla coscienza religiosa popolare delle nuove generazioni, quello che ne rimane è una eco di una tradizione ormai lontana, forse perché il classico netto dualismo “bene e male” o “luce e oscurità” che risulta chiaramente definito nelle nostra tradizione occidentale, non credo possa dirsi estraneo alla concezione del mondo del popolo giapponese, ma credo assuma una visione piu sfumata e complessa.
In conclusione, mentre il Buddismo insegna che la liberazione dalla sofferenza si trova all’interno di noi stessi, la figura di Enma rappresenta l’idea di una giustizia esterna, di un giudizio divino che ci attende dopo la morte. Questo contrasto ci ricorda che la religione è spesso un mosaico di credenze e pratiche che si stratificano nel corso dei secoli, dando vita a un quadro complesso e affascinante.
Avete mai sentito parlare di nagatsuki? Questo antico termine giapponese evoca immagini di notti lunghe e limpide, di lune brillanti che illuminano cieli autunnali. Ma cosa significa esattamente e perché è così legato alla cultura giapponese?
Il tempo che cambia: dal kyūreki allo shinreki
Prima dell’arrivo del periodo Meiji (1868-1912), ovvero prima che il Giappone aprisse le sue porte al mondo occidentale, il tempo era scandito da un calendario molto diverso da quello che utilizziamo oggi. Si trattava del kyūreki, un calendario tradizionale conosciuto anche con il nome di inreki (陰暦). Un calendario lunisolare che seguiva sia il movimento della luna che quello del sole. Questo calendario, profondamente radicato nelle tradizioni agricole e religiose del Giappone, divideva l’anno in dodici mesi, ognuno con un nome evocativo che celebrava le caratteristiche della stagione corrispondente.
Tra questi dodici mesi, nagatsuki(長月) occupava un posto speciale. Questo termine, che letteralmente significa “mese lungo”, si riferiva al nono mese dell’anno lunare e indicava il periodo in cui le notti iniziavano ad allungarsi, creando un’atmosfera di calma e riflessione.
Perché nagatsuki?
Il nome nagatsuki è legato all’osservazione della natura. In autunno, le notti si allungano e la luna, splendente nel cielo scuro, diventa un punto focale per molte attività e celebrazioni. Le persone si riunivano per ammirare la luna, comporre poesie e condividere storie. Questo legame profondo tra l’uomo e i ritmi della natura è alla base del significato di nagatsuki.
Un retaggio che sopravvive
Con l’arrivo del periodo Meiji e la conseguente modernizzazione del Giappone, il kyūreki fu gradualmente sostituito dallo shinreki, il calendario gregoriano utilizzato ancora oggi. Tuttavia, il fascino di nagatsuki, come quello degli altri wafūgetsumei (和風月名, nomi giapponesi dei mesi), continua a vivere nell’immaginario collettivo dei giapponesi, diventando sinonimo di settembre nel calendario gregoriano.
È importante sottolineare che settembre nel calendario lunare non corrisponde esattamente a settembre nel calendario solare. In realtà, nagatsukisi colloca tra la fine di settembre e l’inizio di novembre nel nostro calendario attuale. Questa differenza è dovuta al fatto che il calendario lunare è più corto di quello solare e si sposta gradualmente nel corso degli anni.
Origine del termine
L’origine del termine nagatsukiè avvolta nell’incertezza, dando vita a diverse teorie e interpretazioni. La più accreditata tra queste collega il nome all’allungarsi delle notti in autunno. Dopo lo shūbun (秋分), l’equinozio d’autunno, le giornate si accorciano progressivamente e le notti si fanno sempre più lunghe. Da qui, l’ipotesi che nagatsuki(長月) sia una contrazione di yonagatsuki (夜長月), ovvero “mese di lunghe notti”.
Un legame con la natura e le tradizioni agricole
Tuttavia, questa non è l’unica spiegazione possibile. Altre teorie collegano il nome nagatsukialle attività agricole tradizionali, in particolare alla coltivazione del riso. Si ipotizza che possa derivare da termini come inekarizuki (稲刈月, “mese del raccolto del riso”), ineagarizuki (稲熟月, “mese della maturazione del riso”) o honagatsuki (穂長月, “mese della crescita delle spighe di riso”). Con il tempo la contrazione di questi termini avrebbe portato all’attuale nagatsuki. Queste interpretazioni sottolineano il profondo legame tra il calendario lunare e i ritmi della natura, in particolare quelli legati all’agricoltura, pilastro fondamentale della società giapponese tradizionale.
L’incertezza sull’origine precisa del nome nagatsuki aggiunge un tocco di fascino a questo antico termine. Ognuna delle teorie proposte offre una prospettiva diversa e ci invita a riflettere sul profondo legame tra l’uomo e la natura, un legame che ha plasmato la cultura e le tradizioni giapponesi.
Nomi alternativi
Nezamezuki
Chi non ha mai sperimentato la sensazione di svegliarsi nel cuore della notte, avvolto da un silenzio ovattato e da un leggero brivido? Soprattutto in autunno, quando le giornate si accorciano e le notti si fanno più fresche, il sonno può diventare più leggero. Forse il rumore di qualche animale notturno, o semplicemente il nostro corpo che si adegua ai ritmi della natura. Ma non è solo il corpo a risvegliarsi: in autunno, anche la mente sembra più attiva. Pensieri e preoccupazioni affiorano con più insistenza, rendendo il sonno ancora più leggero. I giapponesi di un tempo, forse piu sensibili a questi cambiamenti della natura e dell’animo umano, hanno dato un nome a questo periodo: nezamezuki (寝覚月), letteralmente “mese degli risvegli”. Settembre, con le sue notti lunghe e i suoi silenzi, era per loro il momento in cui i pensieri più profondi emergevano dalla notte, quasi a volersi confondere con la nebbia mattutina. Nezame (寝覚) in lingua giapponese vuol dire svegliarsi durante il sonno.
Odakarizuki
Il nono mese del calendario lunare, in Giappone, era dedicato a un’attività fondamentale per la sopravvivenza delle comunità rurali: la raccolta del riso. Da qui il nome odakarizuki (小田刈月), letteralmente “mese della raccolta del riso”. Il raccolto del riso era un momento di festa e di ringraziamento, un’occasione per celebrare l’abbondanza e la ciclicità della natura. L’autunno, con la sua abbondanza, era celebrato come il culmine di un ciclo naturale. Il kanji “小”, che significa “piccolo”, potrebbe sembrare fuori luogo, ma in realtà è quello che in giapponese viene definito come settōgo (接頭語), un prefisso per addolcire, un esempio di come la lingua giapponese sia ricca di sfumature e di come i suoni delle parole possano evocare immagini e sensazioni.
Kikushū
Settembre, nel calendario lunare, era conosciuto con molti nomi che celebravano la fioritura del kiku (菊) il crisantemo, fiore simbolo della casa imperiale giapponese. Kikushū (菊秋), letto anche kikuaki, letteralmente “autunno del crisantemo”, assieme ad altri nomi come, kikumizuki (菊見月), kikusakizuki (菊咲月), kikuhirakizuki (菊咲月) e kikugetsu (菊月) era tutti attribuiti a questo mese che aveva come protagonista questo nobile fiore.
Il 9 settembre, in particolare, dal periodo Edo (1603-1868) in Giappone si celebra il kiku no sekku (菊の節句), la Festa del Crisantemo.
Momijiuzuki
Il nono mese lunare era un periodo molto atteso dai giapponesi, tanto da essere chiamato momijizuki (紅葉月), ovvero “mese delle foglie rosse”. Era il momento in cui la natura si preparava al riposo invernale, offrendo uno spettacolo di colori indimenticabile. Gli antichi giapponesi erano particolarmente sensibili alla bellezza della natura e avevano un nome per ogni sfumatura delle foglie autunnali. Usumomiji (薄紅葉) e muramomiji (斑紅葉) sono solo alcuni esempi di come la lingua giapponese fosse ricca di espressioni per descrivere il mondo naturale durante questo periodo dell’anno.
Ryōshū
Il termine ryōshū(涼秋) significa letteralmente “autunno fresco”. Tuttavia, in questo contesto, il significato del kanji “涼” (fresco) indica una sensazione di freddo, un leggero brivido che percorre il corpo. Dato che molti giorni di settembre corrispondevano a questa descrizione, ryōshū divenne uno dei nomi alternativi per il nono mese del calendario lunare.
Comprendere il significato di nagatsukici permette di apprezzare la ricchezza e la profondità della cultura giapponese. Ci aiuta a connetterci con le tradizioni del passato e a scoprire il profondo rispetto che i giapponesi hanno sempre nutrito per la natura e i suoi cicli. Inoltre, ci offre uno sguardo affascinante su come il tempo veniva percepito e vissuto in un’epoca in cui l’uomo era più strettamente legato ai ritmi della terra.
Sulle pendici del Monte Unzen nella penisola di Shimabara, riposano silenziose le rovine del castello di Hara, testimonianza tangibile di un passato tumultuoso. Centro della ribellione di Shimabara-Amakusa (1637-1638), offre oggi ai visitatori l’opportunità di esplorare le sue rovine immergendosi nella ricca storia della regione.
Le rovine del castello di Hara
Storia e fede si intrecciano tra le rovine del castello di Hara, unico luogo della zona a far parte dei “Siti dei cristiani nascosti della regione di Nagasaki“, patrimonio mondiale dell’umanità.
Il Castello di Hara fu una roccaforte costruita tra il 1599 e il 1604 da Arima Harunobu (有馬晴信), un daimyō che aveva esteso il suo potere fino alla higashi hizen (東肥前), parte orientale di Hizen no kuni (肥前国), una delle antiche province del Giappone che corrispondeva approssimativamente alle attuali prefetture di Saga e Nagasaki. Si dice che la grandezza del feudo di Arima fosse stimata in circa 260.000 koku. Un koku (石), equivalente a circa 180 litri, è un’unità di volume utilizzata in Giappone sin dall’antichità. Il numero di koku indicava una stima del volume di riso che poteva essere prodotto dalle terre all’interno del dominio di un daimyō. Le relazioni feudali erano determinate dai gradi militari, a loro volta assegnati in base al numero di koku posseduti da un signore. Quest’ultimi poi tassavano la popolazione che risiedevano nei loro domini in base al numero di koku e generalmente le tasse erano pagate in riso.
Si ritiene che il castello di Hara sia stato costruito a sud dello Hinoejō (日野江城, castello di Hinoe) con lo scopo di supportarlo nel sorvegliare la principale via d’acqua della regione, l’ Ariakekai (有明海), il mare di Ariake. Il clan Arima aveva nel castello di Hinoe la sua residenza principale che però date le dimensioni troppo piccole era considerato inadatto alla guerra.
Shimabara-hantō
Con l’unificazione del Giappone sotto il dominio di potenti signori come Oda Nobunaga, Toyotomi Hideyoshi e, infine, Tokugawa Ieyasu, il paese sembrava finalmente aver trovato la pace. Il governo Tokugawa, infatti, proclamò solennemente l’inizio di un’era “senza guerre”. Tuttavia, la ribellione di Shimabara, rappresentò un evento di grande importanza nella storia del paese. Questa rivolta, che vide contrapposti samurai cristiani, contadini e altri strati impoveriti della popolazione contro il governo Tokugawa, si concluse tragicamente in un massacro. Questo episodio segnò un punto di svolta definitivo, decretando la fine di un’epoca di conflitti e aprendo le porte a un periodo di quasi 250 anni di pace.
Le ribellioni di Higo-Amakusa e Shimabara, sebbene separate da un lungo periodo di tempo, rappresentano due capitoli cruciali della storia giapponese, legati da un unico filo conduttore. La ribellione di Higo-Amakusa (1587-1590) vide protagonisti samurai cristiani e abitanti della provincia di Higo (conosciuta anche come higo no kuni, 肥後国, era un’antica provincia corrispondente all’attuale prefettura di Kumamoto), esasperati da tensioni religiose e condizioni di estrema povertà. La mancata risoluzione di queste problematiche lasciò un terreno fertile per la successiva ribellione di Shimabara (1637-1638), che coinvolse nuovamente samurai cristiani e parte della popolazione della zona contro il governo Tokugawa.
Da Harima Harunobu a Matsukura Shigemasa: la rivolta di Amakusa-Shimabara
Nel 1612, Arima Harunobu (有馬晴信) fu coinvolto nell’incidente di Okamoto Daihachi e fu esiliato e costretto a commettere seppuku. Suo figlio, Naozumi (有馬 直純), riprese il governo della terra di Arima, ma due anni dopo fu trasferito a Hyuga. Successivamente, nel 1616, Matsukura Shigemasa (松倉重政), un vassallo del dominio Yamato Gojō (大和五条, oggi corrispondente alla prefettura di Nara) fu nominato daimyō di Shimabara e prese possesso del castello di Hara. In conformità all’editto Tokugawa conosciuto come ikkoku ichijō (一国一城), letteralmente “una provincia, un castello”, Shigemasa costruì il moridakejō (森岳城), il castello di Shimabara, abbandonando di fatto gli altri castelli della zona come quello di Hinoe e Hara (1618). Non solo Shigemasa diede inizio a una terribile persecuzione dei cristiani, ma iniziò a vessare la popolazione con continui aumenti dei tributi per ripianare gli alti costi della costruzione del castello.
Era il 1630 quando, stanchi del suo dominio dispotico, alcuni congiurati decisero di eliminare Shigemasa. Fu avvelenato mentre si trovava nel villaggio termale di Obama. L’identità dei colpevoli rimane un mistero, ma alcuni sospettano che si trattasse di esponenti dello shogunato locale di Nagasaki, preoccupati per la sua severità e per il rischio di una rivolta popolare. Alla sua morte, il potere passò nelle mani del figlio Katsuie (松倉勝家).
Katsuie si rivelò un despota tale quale il padre e durante il suo dominio si abbatté sulla popolazione locale come una tempesta di tributi inarrestabile. Non solo i cristiani erano vittime di persecuzioni feroci, ma anche i non cristiani furono costretti a subire il peso di tributi sempre più gravosi. Anni di magri raccolti avevano condotto la popolazione alla fame, mentre il fardello delle imposte li schiacciava senza pietà. Alla fine, spinta dalla disperazione, parte della popolazione non potendo più sopportare tali ingiustizie insorse. Il 25 ottobre 1637, contadini e rōnin (浪人, samurai senza padrone) del sud di Shimabara si unirono a quelli delle isole Amakusa e con un leader carismatico conosciuto come Amakusa Shirō, appena sedicenne, diedero vita a quella che passò alla storia come la rivolta di Shimabara e Amakusa (島原・天草一揆, Shimabara, Amakusa ikki). Il giorno successivo, l’incendio della rivolta raggiunse anche il castello di Shimabara, dove un assalto fallito non fece altro che alimentare la fiamma della resistenza che rischiava di diffondersi in tutto il Giappone, diventando una questione di primaria importanza per lo shogunato.
I ribelli si arroccarono all’interno del castello di Hara, ormai abbandonato. Tra le sue mura si asserragliarono circa 30.000 ribelli, provenienti quasi unicamente dalle province meridionali di Shimabara. A contrastare questo esercito improvvisato, lo shogunato inviò ben 140.000 soldati Tokugawa provenienti da tutto il Kyūshū (si racconta che prese parte all’assedio anche il famoso Miyamoto Musashi). Per quattro mesi, la fortezza resistette agli attacchi, alimentando la speranza dei ribelli. Ma la fame e l’isolamento, con navi olandesi che pattugliavano il mare di Ariake bombardando continuamente il castello, ebbero il sopravvento. Nell’aprile del 1638, l’ultimo assalto segnò la caduta del castello e la tragica fine di tutti i ribelli.
Amakusa Shirō e tutte le 30.000 persone rifugiate nel castello di Hara, uomini, donne e bambini, vennero trucidati e si racconta che i loro corpi furono gettati all’interno delle mura del castello, mescolandosi alla terra. Come se non bastasse, anche le restanti mura di pietra del castello furono smantellate, condividendo il destino dei suoi occupanti. Infine, i resti del castello vennero dati alle fiamme. La storia descrive questo evento come una testimonianza dell’odio delle forze governative verso i ribelli. Inoltre, ben 10.000 teste mozzate furono infilzate su pali e messe in mostra intorno al sito. Altre teste vennero esposte in vari punti del feudo e a Nagasaki come monito per la popolazione, mostrando cosa accadeva a chi si opponeva al governo. La testa di Amakusa Shiro fu addirittura messa in mostra di fronte a Dejima, un’isola artificiale nella baia di Nagasaki che all’epoca era l’unico avamposto straniero legale in tutto il Giappone.
Da quel momento la persecuzione anticristiana si fece molto più aspra terminando solo nel 1650. Fu a seguito di questa rivolta che in Giappone si adottò una politica di isolamento nazionale conosciuta come sakoku (鎖国, letteralmente “paese il catene”) che isolò il paese per oltre due secoli. Il cristianesimo fu dichiarato fuorilegge e i controlli sulla popolazione locale furono rafforzati. La ribellione di Shimabara segnò un punto di svolta nella storia giapponese. Le successive riforme Tokugawa decretarono il divieto totale del Cristianesimo e del commercio con i cristiani. I portoghesi furono espulsi, Dejima a Nagasaki divenne un’isola commerciale vuota. Solo gli olandesi, “premiati” per aver sostenuto i Tokugawa durante la ribellione, ottennero il diritto esclusivo al commercio. La ribellione si concluse con un vero e proprio massacro che cancellò i cristiani dal sud di Shimabara. I sopravvissuti fuggirono sulle isole diventando i cosiddetti senpuku kirishitan (潜伏キリシタン), i “cristiani nascosti”.
La ribellione domata non salvò Matsukura Katsuie. Chiamato a Edo per rispondere del malgoverno e della brutalità che avevano causato la rivolta nella sua provincia, gli fu negata la dignità del seppuku e fu condannato a morte per decapitazione.
Le rovine del castello di Hara patrimonio dell’umanità
Il 30 maggio 1938 le rovine del castello di Hara hanno ottenuto il titolo di sito storico nazionale. Il 4 luglio 2018, un ulteriore traguardo: l’iscrizione ai Siti cristiani del Giappone come Patrimonio dell’Umanità UNESCO. Un riconoscimento che ne sottolinea il valore storico e culturale.
Il sito patrimonio dell’UNESCO dei Cristiani Nascosti della regione di Nagasaki
Un percorso tra luoghi segreti dove i fedeli, tenaci nella loro fede, sfidarono la persecuzione e preservarono il cristianesimo per secoli.
I 12 siti si trovano nell’attuale prefettura di Nagasaki e nelle vicine isole Amakusa della prefettura di Kumamoto, l’area che aveva la più alta concentrazione di missioni cristiane nel Giappone dell’era moderna. Dopo il bando della religione cristiana, un numero considerevole di fedeli cattolici mantenne congregazioni segrete nell’area di Nagasaki-Amakusa, specialmente nei villaggi lungo la costa e sulle isolate isole minori dove alcuni di loro emigrarono. Attraverso oltre 200 anni di persecuzione, mantennero facciate di pratiche buddiste e shintoiste convenzionali, pur continuando a coltivare le loro tradizioni cristiane di famiglia. La loro storia di culto nascosto è ora riconosciuta come un inestimabile patrimonio.
Ho visitato le rovine si questo castello diverse volte negli ultimi 10 anni accompagnando anche amici a vederle. Lo honmaru, che è la sezione meglio conservata del castello ospita alcuni memoriali. Il basamento principale sembra essere rimasto intatto, mentre grossi massi sparsi nella zona restano come testimonianza delle antiche mura. La vista della baia di Shimabara è davvero impressionante e bellissima, e si capisce perfettamente sia la posizione strategica della fortezza sia perché sia stato chiamato “Castello del Tramonto”.
Di seguito la mappa del complesso del castello di Hara e delle sue difese.
Foto dell’ autore
Vista dall’alto dell’area un tempo occupata dal castello di Hara.
Di seguito le rovine dello ishigaki (石垣)i, il muro di pietra dello honmaru. In realtà era molto più alto, gran parte di esso fu distrutta dopo la ribellione.
Foto dell’autore
Grazie ad un sistema di QR code distribuiti lungo tutto il percorso, è possibile immergersi in un’esperienza virtuale che ricrea l’aspetto originale del castello. L’immagine che segue rappresenta una ricostruzione dell’imponente cancello d’ingresso allo honmaru, caratterizzato dalla tipica architettura detta watari yagura (渡櫓), che prevedeva una torre di guardia sopraelevata, utilizzata per lanciare frecce contro gli eventuali assalitori.
Questa foto l’ho scattata nella zona sud-occidentale del complesso del castello. L’angolazione non permette di apprezzare appieno l’estensione dell’area che un tempo ospitava una yagura (櫓), una torre di guardia a tre piani, come riportato da diverse fonti storiche, tra cui i resoconti di alcuni gesuiti. Dalla cima di questa struttura, si aveva una visuale strategica sul mare di Ariake, le isole Amakusa e, sullo sfondo, il maestoso Monte Unzen.
Nel corso del 1618, la torre di guardia subì un processo di smantellamento, condividendo la stessa sorte di altre strutture del castello. I materiali recuperati da questa demolizione furono destinati alla costruzione del castello di Shimabara. È evidente, quindi, che la torre non era più presente al momento dello scoppio della ribellione.
Foto dell’autore
Sempre all’interno della zona zona centrale del castello c’è una statua dedicata al leader della ribellione Amakusa Shirō.
Foto dell’autore
Questa statua è opera dello scultore Kitamura Seibō (北村西望), originario di Shimabara, noto anche per aver creato la statua commemorativa della pace nel Parco della Pace di Nagasaki. Il suo vero nome era Tokisada Masuda (益田 時貞). Figlio di un vassallo di Yukinaga Onischi (un signore feudale cristiano giustiziato nella Battaglia di Sekigahara), era un cristiano molto carismatico. Eletto capo dai ribelli, combatté valorosamente fino alla fine, ponendo tragicamente fine alla sua giovane vita a soli 15 anni.
Ten no tsukai – 天のつかい
Il giovane capo era venerato dalla popolazione come il “ten no tsukai“, il messaggero del cielo, addirittura considerato il figlio di Dio in persona. Questa credenza si fondava su un’antica profezia, attribuita al missionario Marcos, esiliato da Shimabara. Secondo la leggenda, Marcos aveva predetto l’arrivo, dopo venticinque anni, di un messia che avrebbe liberato il popolo dalle sofferenze. E così fu: nel 1637, proprio come previsto, si racconta che Shirō iniziò a manifestare poteri soprannaturali, compiendo miracoli che ricordavano quelli di Cristo. Perseguitati e affamati, i cristiani di Amakusa e Shimabara videro in lui la realizzazione della profezia e si unirono alla sua causa, pronti a tutto pur di seguirlo.
Poco vicino sorge anche una lapide dedicata a Amakusa Shirō. Questa tomba è stata costruita attorno a una lapide scoperta casualmente in una casa privata a Nishi Arima che si trova nelle vicinanze del castello. La testa di Amakusa Shirō, ucciso durante la rivolta, fu inviata a Nagasaki dove scomparve.
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Davanti alla tomba è stato eretto un monumento a forma di croce
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Guardano verso il mare troviamo tre statue cristiane che ricordano un Jizō. Il loro sguardo è rivolto verso l’isola di Yushima, dove si radunarono i capi della rivolta di Shimabara.
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Honekami Jizō – Il Jizō delle ossa
All’entrata delle rovine del castello si trova una statua di Jizō eretta in periodo Meiji, n memoria di oltre mille scheletri, da cui il nome honekami, ritrovati durante i lavori nei terreni circostanti le rovine del castello di Hara, che con il tempo erano diventati terreni agricoli. Il Jizō non è stato eretto direttamente sui resti del castello ma su terrapieno apposito e sulla è impressa la seguente iscrizione:
三界万霊乃至平等 南無阿弥陀仏骨塔
Sangai Banrei Naishi Byōdō Namuamidabutsu Kottō
Tutte le creature dei tre mondi sono uguali, Namuamidabutsu, pagoda delle ossa
Sangai banrei è un termine buddhista dove “sangai” che si riferisce ai tre regni esistenziali: il mondo del desiderio, il mondo della forma e il mondo senza forma. “Banrei”, invece indica tutte le creature senzienti e non senzienti che abitano questi tre regni.
Foto dell’autore
Le rovine del Castello di Hara sono una delle testimonianze di ciò che scatenò la clandestinità dei cristiani giapponesi. A causa della seguente politica di isolamento e la conseguente assenza di missionari, i cristiani rimasti furono lasciati soli a mantenere la loro fede in clandestinità, e dovettero trovare nuovi luoghi per preservare le loro comunità religiose. Il ricordo della ribellione fu mantenuto vivo dalle comunità cristiane nascoste di Sotome e in altre aree della regione di Nagasaki durante tutto il periodo del divieto del cristianesimo.
I nomi dei mesi del vecchio calendario lunare risuonano ancora oggi come echi di un’epoca passata, portando con sé un’aura di bellezza mista a nostalgia. Nel calendario moderno, sono conosciuti come wafū getsumei (和風月明), “nomi dei mesi in stile giapponese”, e rappresentano un omaggio al ricco patrimonio culturale del Giappone.
Fumizuki, ci riporta indietro nel tempo, all’epoca del vecchio calendario lunisolare. Questo antico sistema di misurazione del tempo, basato sui cicli lunari e solari, era in uso in Giappone fino al 1872, anno 5 del periodo Meiji (1868-1912). Sebbene oggi utilizziamo il calendario gregoriano, l’eredità del vecchio calendario continua a permeare la cultura giapponese, soprattutto per quanto riguarda i mesi e il loro legame con la natura.
Mentre l’arcipelago giapponese è ancora avvolto nello tsuyu (梅雨), la stagione delle piogge, Luglio, mese indissolubilmente legato all’estate, ha fatto il suo ingresso. Un nome alternativo ampiamente diffuso questo mese è fumizuki (文月), che designava il settimo mese del kyūreki (旧暦), il vecchio calendario lunisolare, corrispondente approssimativamente al mese di Agosto nel calendario odierno, che segna di fatto il passaggio dal caldo torrido dell’estate alle brezze rinfrescanti dell’autunno.
Le origini del termine fumizuki
L’origine del nome fumizuki è incerta e oggetto di diverse teorie. Una di queste lo lega all’aspetto delle risaie in quel periodo: fumizuki deriverebbe infatti dal termine hofumizuki (穂含月), che significa letteralmente “mese in cui le spighe di riso sono piene”. Un’altra teoria, ancora più suggestiva, collega fumizuki al termine fumihirogezuki (文披月). Questo termine, che letteralmente significa “mese in cui si aprono i libri (文 bun sta per libro, mentre 披く – hiraku significa aprire), farebbe riferimento a un’antica usanza legata alla festività del tanabata (七夕). In passato, pare che durante questo giorno di festa fosse consuetudine esporre i libri all’aria aperta per favorirne l’aerazione. Fumihirogezuki si sarebbe poi evoluto nel più conciso fumizuki.
Tuttavia, poiché il tanabata è una tradizione di origine cinese introdotta in Giappone durante il periodo Nara (710-794), non esisteva originariamente nella cultura giapponese, e quindi la validità dell’etimologia di questo nome viene spesso messa in discussione.
Mushiboshi – 虫干し
Il mushiboshi, consisteva nell’esporre al sole libri e altri prodotti cartacei per lungo tempo. Questa tradizione, molto diffusa in passato, aveva lo scopo di prevenire il deterioramento dei materiali causato da umidità, muffa e insetti. I raggi solari, infatti, avevano un duplice effetto: asciugavano i libri e allontanavano i parassiti.
La connessione tra fumizuki e il mushiboshi va ricercata nella condizione naturale che questo mese fosse particolarmente adatto a questa pratica. L’aria calda e secca, infatti, era considerata ideale per l’essiccazione dei libri. Inoltre, la fine dell’estate coincideva con un periodo di relativa calma nelle attività agricole, liberando tempo per dedicarsi alla cura dei libri e dei documenti preziosi.
Oltre al suo valore meramente pratico, il mushiboshi aveva anche un significato simbolico. L’esposizione dei libri al sole rappresentava un modo per onorare la conoscenza e la cultura tramandate attraverso le pagine scritte. Era un gesto di rispetto verso il sapere e un impegno a preservarlo per le generazioni future.
Questa tradizione si svolge spesso il 7 Luglio, nel giorno di tanabata, che era anche conosciuto come “il giorno di apertura dei libri”, in giapponese “文を開く日”. Secondo questa teoria, l’atto di “aprire i libri”, “文を開く” sarebbe quindi collegato al nome Fumizuki, “文月”.
Nomi alternativi a fumizuki
Tanabatazuki e Medaizuki
Esistono altre denominazioni per il settimo mese del calendario lunare. Una di queste è tanabatazuki (七夕月), che richiama la famosa festività di tanabata, evento che si svolge proprio in questo mese. Un altro nome suggestivo è medaizuki (愛逢月), che letteralmente significa “mese dell’incontro amoroso” e fa riferimento alla leggenda di Orihime e Hikoboshi, due stelle che si possono incontrare solo una volta all’anno proprio durante la notte del tanabata.
Oyazugi
親の墓参りに行く月
Oya no hakamairi ni iku tsuki
Il mese in cui le persone visitano le tombe dei loro genitori
Nel calendario lunare tradizionale, l’urabone (盂蘭盆会), si celebrava durante il settimo mese. Il bon è una tradizione buddista in cui si accolgono a casa gli spiriti degli antenati per offrirgli dei riti commemorativi detti kuyō (供養). Si crede che da questa trazione derivi il nome oyazugi (親月) conosciuto anche come shingetsu.
Ryōgetsu e akihazuki
Il settimo mese coincideva anche con il passaggio dal caldo torrido dell’estate alle brezze rinfrescanti dell’autunno. Questo cambiamento di stagione si riflette nei nomi attribuiti a questo mese, come ryōgetsu (涼月, “il mese fresco”) e akihazuki (秋初月, “il mese di inizio autunno”).
Ominaeshizuki – 女郎花月
Il nome si riferisce al mese in cui sboccia l’ominameshi (女郎花), uno dei sette fiori autunnali che anticamente fiorivano verso il settimo mese del vecchio calendario.
Rangetsu – 欄月
Questo nome indica il mese della fioritura delle orchidee, in giapponese ran no hana (欄の花).
Kenshingetsu (健申月) – saru no tsuki (申の月) – shingetsu (申月)
Fin dall’antichità, in Cina e di seguito anche in Giappone, si nutriva un grande interesse per l’ hokkyokusei (北極星), l’orsa maggiore, che ruota una volta al giorno attorno alla stella polare, fissa in una posizione precisa. Le tre stelle che compongono il manico del mestolo raffigurato dall’orsa maggiore sono conosciute come tohei (斗柄). In base alla direzione verso cui il tohei era rivolto al tramonto, si associava uno dei dodici segni zodiacali, determinando così il nome di ciascun mese. Questo sistema è chiamato gekkan (月建).
Durante il solstizio d’inverno (11° mese del vecchio calendario), il tohei punta esattamente a nord. Poiché il nord corrisponde al segno zodiacale del ratto (子), questo mese è stato chiamato kōshi no tsuki (建子の月). L’11° mese del vecchio calendario è quindi kōshi no tsuki, mentre il 7° mese ha il nome di kenshin no tsuki, saru no tsuki o shingetsu.
Unagi, un cibo tipico consumato durante il fumizuki
In Giappone, esistono molte usanze legate al consumo di specifici cibi in giorni particolari. Tra queste, la più famosa è quella di mangiare l’unagi (鰻), l’anguilla durante il doyō no ushi no hi (土用の丑の日).
Il termine doyō viene utilizzato per indicare il lasso di tempo di circa 18-19 giorni che precede ogni cambio di stagione. Ushi (丑) invece si traduce con “bue” ed è uno dei dodici segni dello zodiaco cinese. Ushi no hi (丑の日) significa letteralmente “giorno del bue”. Di conseguenza, doyō no ushi no hi è il giorno del bue che cade durante questo periodo di cambio stagionale, e si verifica ogni 12 giorni all’interno di questo intervallo di 18 giorni.
Il doyō cade quindi prima dei quattro cambiamenti stagionali: risshun (立春,primo giorno di primavera), rikka (立夏, primo giorno d’estate), risshū (立秋, primo giorno d’autunno) e rittō (立冬, primo giorno d’inverno). Quest’anno il giorno di mezza estate del bue cade rispettivamente il 24 Luglio e il 5 Agosto.
Questo giorno nel periodo estivo cade in quel momento dell’anno in cui il caldo è più intenso, causando spesso spossatezza, perdita di appetito e facile affaticamento. Fin dai tempi antichi, esiste una tradizione secondo la quale mangiare cibi il cui nome inizia con la “u” fornissero la resistenza necessaria per superare il caldo insopportabile dell’estate giapponese.
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Ma quando nasce l’usanza di mangiare l’anguilla durante questo periodo estivo?
Non si sa di preciso quando e dove sia nata questa usanza. La gente era già solita mangiare molti cibi come l’ume (prugna giapponese) e gli udon per combattere il caldo. Tuttavia, per qualche motivo, l’unagi, nonostante il suo alto valore nutrizionale che aiuta a recuperare le energie necessarie per affrontare il caldo estivo, non era favorito come alimento durante l’estate.
Si presume che questa usanza si sia consolidata a partire dal periodo Edo (1603-1868) grazie ad Hiraga Gennai (平賀源内). Per chi non lo conoscesse, Hiraga Gennai fu un naturalista ed era considerato un genio del suo tempo. Proveniente dal dominio di Takamatsu sull’isola di Shikoku, rifiutò la vita ristretta del guerriero e decise di diventare un rōnin, un samurai senza padrone, e si trasferì a Edo, dove poté fare ciò che aveva sempre desiderato, pensare e agire liberamente. Entrato in contatto con Tanuma Okitsugu (田沼意次), consigliere anziano di Tokugawa Ihearu, si impegnò incoraggiare la produzione di vari beni dedicati allo scambio. Al servizio di Tanuma, venne inviato a Nagasaki, dove, una volta entrato in contatto la cultura e la “tecnologia” introdotte dai mercanti occidentali poté dare pieno sfogo al suo genio, dedicandosi anche alla produzione di termometri, dinamo e di ceramiche in stile olandese. Si distinse anche come drammaturgo con la creazione di importanti opere teatrali.
Durante il periodo Edo, il periodo migliore per l’anguilla era l’inverno, di conseguenza in estate era molto difficile venderla e questo creava diversi grattacapi ai ristoranti specializzati in questo piatto. Un ristorante di anguille in difficoltà economica si rivolse allora a Gennai, che come suo solito, ebbe un’idea geniale. Collegò la lettera “u” di unagi con la “u” di ushi (bue) e preparò un cartello per il ristoratore che recitava “Anguilla alla griglia nel Giorno del Bue”. Questa semplice ma geniale idea sortì l’effetto desiderato e moltissime persone si recarono a mangiare l’unagi. Anche la fama dello stesso Gennai aiutò la diffusione di questa tendenza che si diffuse non solo tra i ristoranti specializzati in questo piatto ma anche tra gli altri sino ai giorni nostri.
Di conseguenza, si è consolidata l’usanza di mangiare l’anguilla in estate, tradizione ancora oggi apprezzata da molte persone. Questa abitudine, radicata nel senso delle stagioni e in antiche credenze, rappresenta un elemento culturale unico del Giappone che continua a essere tramandato senza perdere il suo fascino.
Fumizuki, un mese ricco di eventi e matsuri
Tanabata – 七夕
Forse uno tra gli eventi più conosciuti anche all’estero. Si svolge in tutto il paese, il 7 Luglio per celebrare la leggendaria storia d’amore di Orihime e Hikoboshi. In questa occasione, i desideri vengono scritti sui tanzaku (短冊), strisce di carta colorata e appesi a rami di bambù lungo le strade delle città.
Kyōto Gion Matsuri – 祇園祭
Uno dei festival estivi più rappresentativi del Giappone, durante il quale i magnifici yamaboko (山鉾), sfilano per strade di Kyōto.
Umibiraki – 海開き
Letteralmente “apertura del mare”: un evento che segna l’inizio della stagione balneare estiva, con cerimonie per la sicurezza tenute sulle spiagge di tutto il paese.
Yamabiraki – 山開き
Letteralmente l’apertura della montagna, evento che segna l’inizio della stagione alpinistica. Particolarmente rilevante è il giorno di apertura del monte Fuji, con date che a volte possono differire tra il versante di Yamanashi e quello di Shizuoka.
Andando oltre la superficie del significato e delle origini del nome fumizuki, possiamo scoprire la cultura e le usanze di un’epoca passata. Questa conoscenza potrebbe ampliare i nostri orizzonti permettendoci di riscoprire un nuovo e profondo rispetto per la vita e la natura di quel tempo.
La Daigo Fukuryū Maru (第五福竜丸, “nave del drago fortunato numero cinque”), un peschereccio giapponese per la pesca del tonno, appartenente alla flotta del porto di Yaizu (Shizuoka), divenne involontariamente protagonista di uno degli eventi più tragici legati ai test nucleari. Il 1° Marzo 1954, mentre si trovava a 160 chilometri dall’atollo di Bikini nelle Isole Marshall, il peschereccio e il suo equipaggio di 23 uomini furono esposti a radiazioni a causa del test della bomba all’idrogeno Castle Bravo condotto dagli Stati Uniti.
Fonte: Wikipedia
L’esplosione, mille volte più potente della bomba atomica sganciata su Hiroshima, generò una nube di ricaduta radioattiva che si abbatté sulla Daigo Fukuryū Maru, contaminando l’equipaggio e l’imbarcazione. Inizialmente ignari del pericolo, i pescatori continuarono le loro attività, inconsapevoli di essere diventati vittime di una tragedia nucleare.
Il peschereccio si trovava ben al di fuori del raggio d’azione della bomba, ma abbastanza vicino da essere ricoperta da ricadute altamente radioattive diverse ore dopo l’esplosione. L’equipaggio, inconsapevole del pericolo, aumentò ulteriormente la propria esposizione alle radiazioni prendendosi il tempo di recuperare tutta la costosa attrezzatura da pesca. La cenere radioattiva (shi no hashi, 死の灰, in giapponese) ricoprì i capelli e la pelle dei pescatori, entrando persino nelle loro bocche.
La nave fece ritorno in porto il 14 Marzo, dove l’equipaggio venne ricoverato in ospedale per curare i sintomi di una misteriosa malattia che era iniziata durante il viaggio di ritorno. In ospedale la misteriosa malattia fu identificata come sindrome da radiazioni acute e l’equipaggio ricevette tutte le cure necessarie. Parte del trattamento consisteva in trasfusioni di sangue per contrastare la diminuzione dei globuli bianchi.
Incredibilmente, il pescato della nave non venne immediatamente sequestrato e fu comunque inviato al mercato nonostante le condizioni dell’equipaggio. Le autorità dovettero quindi agire in fretta per recuperare il tonno contaminato prima che qualcuno potesse acquistarlo. L’intervento ebbe buon fine, e si dice che tutto il pescato radioattivo venne sepolto vicino al mercato di Tsukiji.
Gli eventi
Poco prima dell’alba del 1° Marzo 1954, la maggior parte dell’equipaggio del peschereccio stava riposando sottocoperta, sfiniti dopo una notte di duro lavoro. Stando al racconto e alle annotazioni sul diario di bordo di Yoshio Masaki, il capo pesca, sembra che l’imbarcazione sia stata improvvisamente investita da una luce intensa. Masaki riporta di aver provato una strana sensazione come se qualcosa di brutto fosse lì li per accadere. Un altro membro dell’equipaggio scrisse che in direzione delle isole Marshall il cielo sembrava aver preso fuoco. Il diario di bordo riporta che nove minuti dopo il bagliore è arrivato un suono ruggente, mai sentito prima.
Nell’udire quel rumore intenso l’intero equipaggio corse sul ponte. Qualcuno tra di loro gridò “è la bomba atomica!”. In quel momento un senso di terrore si fece strada nel cuore degli uomini dell’equipaggio che solo pochi anni prima avevano combattuto nella Seconda Guerra Mondiale e conoscevano bene la distruzione subita dalle città di Hiroshima e Nagasaki. Scrutarono in silenzio l’orizzonte aspettando di vedere apparire il fungo atomico che avevano visto nelle foto di quei bombardamenti. Scrutavano il cielo e il mare nelle quattro direzioni alla ricerca di aeroplani o di altre navi ma con esito negativo.
Ma quello in cui erano a loro malgrado coinvolti andava ben oltre la loro immaginazione ed era ben più terribile di una bomba atomica come quelle sganciate su Hiroshima e Nagasaki. Il bagliore e l’onda d’urto provenivano dalla detonazione di un’arma termonucleare, una nuova versione dello strumento di guerra più potente e letale che il genere umano avesse mai ideato. Il test, nome in codice Castle Bravo, era andato terribilmente male. La bomba risultò essere due volte più potente di quanto previsto dagli scienziati, e sebbene il peschereccio si trovasse a 138 chilometri dal sito della detonazione e al di fuori della zona di pericolo ufficialmente dichiarata dalle autorità, era, purtroppo, all’interno del raggio d’azione dell’esplosione.
Sfinito e impaurito, l’equipaggio tornò a lavorare recuperando il pescato e l’attrezzatura, ma nel frattempo strati di nuvole di una forma che non avevano mai visto si avvicinarono dalla direzione dell’esplosione. Iniziò a piovere, la pioggia aveva uno strano colore biancastro ed era accompagnata da fortissime raffiche di vento (si scoprirà in seguito che gli americani avevano previsto una zona venti, ma nella direzione opposta). Questa strana pioggia lasciò sulla nave e addosso ai membri dell’equipaggio una sostanza che assomigliava a cenere. Questa sostanza si attaccava a qualsiasi superficie compreso il pescato, le mani, collo, viso e capelli degli uomini, finendo per entrare inevitabilmente in bocca e negli occhi.
La pioggia e la cenere caddero incessantemente sul peschereccio e il suo equipaggio per cinque lunghissime ore. A seguire, alcuni membri dell’equipaggio iniziarono ad ammalarsi con febbre alta e vomito. A loro insaputa erano stati esposti ai resti altamente radioattivi dei coralli inceneriti dall’immensa esplosione nucleare, che erano stati scaraventati in cielo per poi ricadere su una vasta area di oceano. Quando tornarono in porto due settimane dopo, la maggior parte dell’equipaggio soffriva di mal di testa, sanguinamento gengivale, ustioni cutanee e perdita di capelli a ciocche. Tutti gli uomini furono ricoverati in ospedale.
L’operatore radio Aikichi Kuboyama morì diversi mesi dopo l’esplosione e venne tristemente considerato come la prima vittima della bomba a idrogeno. La causa ufficiale del decesso fu attribuita all’insufficienza epatica, di cui soffriva da anni. Tuttavia, era chiaro che le radiazioni avevano indebolito così tanto il suo sistema immunitario da essere state la causa scatenante della morte.
La tragedia della Daigo Fukuryū Maru non fu un caso isolato. Le conseguenze del test nucleare Castle Bravo si estesero ben oltre l’incidente in cui è rimasto coinvolto il peschereccio, colpendo indirettamente numerose imbarcazioni giapponesi che solcavano le acque del Pacifico. Entro la fine del 1954, ben 856 navi avevano riportato a terra tonno contaminato dalle radiazioni, esponendo potenzialmente migliaia di membri dell’equipaggio a dosi elevate di radiazioni. Ancora oggi, molti aspetti di questa tragedia rimangono avvolti nel mistero, tra cui l’entità precisa dei danni alla salute subiti dai pescatori.
A seguito della diagnosi di sindrome da radiazioni acute per l’equipaggio della Daigo Fukuryū Maru, il governo giapponese ha presentato una protesta formale agli Stati Uniti. La notizia ha avuto un immediato impatto sull’opinione pubblica, provocando una grave crisi diplomatica tra le due nazioni. La vicenda si è conclusa con il versamento di un indennizzo da parte degli Stati Uniti al Giappone pari a 15 milioni di dollari in riparazione ai danni subiti dall’industria ittica. Di questa somma, 5.550 dollari sono stati destinati a ciascun membro superstite dell’equipaggio, mentre 2.800 dollari sono andati alla vedova del signor Kuboyama. I media giapponesi dedicarono un’ampia copertura alla tragedia del peschereccio che in pochi giorni, trovo copertura anche nella stampa internazionale.
Fallout
Sebbene si fosse già a conoscenza che alti livelli di radiazioni avevano causato quella che allora veniva chiamata “malattia da bomba atomica” (genbakubyō, 原爆病) tra i sopravvissuti di Hiroshima e Nagasaki, si credeva che tale malattia fosse esclusivamente associata all’esposizione diretta alle radiazioni generate al momento dell’esplosione delle bombe. I ricercatori medici giapponesi scoprirono che in questo caso, gli uomini dell’equipaggio, soffrivano di qualcosa di diverso, una malattia che gli esperti definirono “malattia da radiazioni acute” causata non dall’esposizione diretta allo scoppio della bomba, ma dalla successiva pioggia radioattiva. I giapponesi iniziarono a chiamare questa pioggia shi no hai (死の灰), “cenere della morte”. I media e il mondo intero iniziarono presto a chiamarla con un nuovo nome che, nel giro di poche settimane, entrò a far parte del lessico globale, ovvero: fallout.
La popolazione giapponese che per anni aveva onorato ma allo stesso tempo stigmatizzato ed evitato gli hibakusha (被爆者), ovvero i cittadini di Hiroshima e Nagasaki sopravvissuti alle bombe atomiche, ora scopriva un nuovo sentimento di compassione per l’equipaggio e indirizzò tutta la sua indignazione verso gli Stati Uniti, rei di aver nuovamente reso vittima il Giappone di armi atomiche.
L’incidente della Daigo Fukuryū Maru permise di strappare via quel velo di segretezza che circondava i test di armi nucleari statunitensi in corso nel Pacifico da otto anni, sotto il nome di Operation Ivy. Ma allo stesso tempo alimentò nuove paure tra la popolazione. I giornali riportarono la notizia mostrando le foto del pescato contaminato riportato in porto dal peschereccio. Per evitare lo scaturire di una paura collettiva le autorità sanitarie giapponesi ordinarono controlli su qualunque pesce pescato in un raggio di 2.500 chilometri dal sito del test atomico. Migliaia di campioni risultarono infatti contaminati da radiazioni.
L’ incidente contribuì anche a diffondere il terrore delle radiazioni nucleari nella cultura popolare giapponese. Il mostro radioattivo Gojira, primo film del genere kaijū tokusatsu (怪獣特撮), arrivò sugli schermi giapponesi nell’autunno del 1954, pochi mesi dopo l’incidente. Nel film originale, l’equipaggio di un peschereccio vede uno strano bagliore arancione sott’acqua, arretra terrorizzato da un lampo accecante e tutto ciò che rimane è lo scafo carbonizzato della nave vuota che ondeggia tra le onde. Un antico mostro risvegliato da un’immensa esplosionenucleare provocata dall’uomo calpesta un villaggio su un’isola, lasciando impronte radioattive. Il kaijū giunge sino alla capitale Tōkyō, incendiando qualsiasi cosa con un raggio radioattivo. La versione distribuita sul mercato americano del primo film di Gojira ha subito delle modifiche per allentare il sentimento critico nei confronti degli Stati Uniti d’America che scorreva nella società giapponese di quel periodo.
Il governo giapponese acquistò la barca e la ribattezzò Hayabusa Maru (はやぶさ丸). Una volta che i livelli di radiazione diminuirono, servì come nave scuola per il Dipartimento della Pesca di Tōkyō prima di essere de-commissionata nel 1967. Il peschereccio rimase a marcire dimenticata in un cumulo di rifiuti nella discarica yume no shima (夢の島), una zona di Tōkyō creata artificialmente usando i rifiuti. Finché, una volta a conoscenza della notizia, un gruppo di cittadini diede vita ad un movimento per la sua conservazione inviando lettere ai quotidiani e iniziando campagne a livello nazionale contro le armi nucleari. Nel Giugno del 1976 venne inaugurata dal governo metropolitano di Tōkyō un’esposizione dedicata alla Daigo Fukuryū Maru dove la nave è tuttora esposta al pubblico.
Tra i riti più suggestivi del Giappone, il nagoshi no harae (夏越の祓), con il suo chi no wa kuguri (茅の輪くぐり), spicca per la sua semplicità e profondità. Celebrato nel mese di Giugno nei santuari shintoisti, questo rituale di purificazione offre ai fedeli l’occasione di liberarsi dalle impurità accumulate durante la prima metà dell’anno e di prepararsi ad affrontare i mesi successivi con rinnovata serenità. In questo articolo, vi guideremo alla scoperta di questo rituale, un viaggio attraverso le sue origini, il suo significato e il modo corretto per attraversare l’anello di erba sacra. Conosceremo inoltre i kataashiro, i simboli delle nostre colpe e sfortune, e comprenderemo il valore spirituale di questa antica tradizione.
Che cos’è il Nagoshi no Harae?
Il nagoshi no harae è una cerimonia di purificazione che si tiene alla fine di Giugno presso i santuari shintoisti. I partecipanti attraversano un anello di erba sacra, detto chi no wa kuguri, per purificarsi da peccati e impurità. L’anello di erba sacra è chiamato “chi no wa” e viene realizzato intrecciando erba chigaya, il miscanto.
Nell’antica tradizione shintoista, si ritiene che le azioni quotidiane accumulino peccati e impurità. Per questo motivo, sin dai tempi antichi si è celebrata una cerimonia conosciuta come ooharae (大祓, “grande purificazione”) per purificare questi peccati e impurità. In Giappone, si celebrano due riti di purificazione durante l’anno, quello che si tiene a fine Giugno si chiama nagoshi no harae (夏越の祓, “grande purificazione estiva”), mentre quella che si tiene a fine Dicembre si chiama toshikoshi no harae (年越の祓, “grande purificazione di capodanno”) o toshikoshi ooharae (年越大祓).
Il nagoshi no harae non si limita a un rituale di purificazione, ma assume un valore più profondo. È un’occasione per esprimere riconoscenza per le benedizioni ricevute durante la prima metà dell’anno e per invocare salute e prosperità per i mesi a venire. Aperto a tutti e celebrato in santuari in tutto il Giappone, assume in alcuni casi un’atmosfera festosa, diventando un evento atteso da molti come un vero e proprio festival estivo.
Il significato del passaggio attraverso l’anello
La leggenda di Somin Shōrai
Il chi no wa kuguri, il rituale del passaggio attraverso l’anello di miscanto che i giapponesi compiono durante il nagoshi no harae, affonda le sue radici nella ricca mitologia giapponese. Una leggenda narra di un viaggiatore in cerca di un posto dove riposare che si imbatté in due fratelli. Il minore, nonostante la sua ricchezza, lo respinse con durezza, mentre il maggiore, Somin Shōrai (蘇民将来), sebbene in condizioni economiche disagiate, lo accolse con generosità.
Fonte: Wikipedia
La leggenda narra che il viaggiatore stanco che bussò alla porta di Somin Shōrai non era un semplice uomo, ma la potente divinità shintoista Mutō no Kami (武塔神), conosciuta anche come MutōTenjin (武塔天神) o Susanoo no Mikoto (須佐之男命). Profondamente toccato dalla gentilezza e dall’ospitalità di Somin Shōrai, Mutō no Kami gli donò un anello di chigaya, come segno di gratitudine e protezione. L’uomo, seguendo gli insegnamenti del viandante divino, indossò l’anello intorno alla vita e, grazie a questo, riuscì a sfuggire all’epidemia che colpì la sua regione e a prosperare per generazioni.
Ispirata da questa leggenda, la gente iniziò a praticare il chi no wa kuguri e ad affiggere gli ofuda (御札, dei talismani) ispirati a Somin Shōrai all’ingresso delle proprie case durante il mese di Giugno. La leggenda di Somin Shōrai ha diverse varianti e rappresenta anche la base del famoso Gion Matsuri (祇園祭) di Kyōto. Secondo la versione legata al rinomato festival, Gozu Tennō (un altro nome di Mutōshin), dopo aver ricevuto ospitalità dalla famiglia di Somin Shōrai, gli suggerì di scrivere la frase “Somin Shōrai no shison nari” (“Qui vivono i discendenti di Somin Shōrai“) in lettere d’oro su carta rossa. Seguendo il consiglio, la famiglia di Somin Shōrai fu risparmiata da un’epidemia che colpì la città, mentre la famiglia del fratello maggiore avido, Gotan Shōrai (che aveva rifiutato di ospitare il viaggiatore), fu completamente decimata.
Ancora oggi, a Kyōto, molti abitanti preservano la tradizione di appendere alle loro case dei fuda, talismani realizzati con fili di miscanto intrecciati noti come chimaki (粽), come simbolo della loro discendenza da Somin Shōrai.
L’ ofuda riporta la scritta: Somin Shōrai no shison nariFonte: Kyōto Yasaka Jinja
Come si attraversa il chi no wa?
Foto dell’autore. Isahaya Jinja, Nagasaki-ken
Il rituale del chi no wa kuguri prevede solitamente tre passaggi attraverso l’anello di miscanto, disegnando un otto. Il primo passaggio avviene da sinistra a destra, seguito da un secondo passaggio da destra verso sinistra, per poi concludere con un ultimo passaggio a sinistra per poi procedere verso il seguente anello che si trova di fronte al luogo di preghiera. Esistono però alcune varianti a seconda del santuario. Ecco come si svolge il rituale nel santuario della mia città.
Foto dell’autore. Isahaya Jinja, Nagasaki-ken
Prima di attraversare il chi no wa, ci si inchina e successivamente, si passa attraverso l’anello da sinistra a destra recitando le seguenti parole, per poi tornare di fronte all’anello.
水無月の夏越の祓する人は千歳の命延ぶと云うなり
Minazuki no nagoshi no haraesuru hito ha chitose no inochi nobutoiu nari
Chi compie la purificazione d’estate durante Minazuki (Giugno) possa allungare la propria vita fino a mille anni.
Anche la seconda volta, ci si inchina e attraversando l’anello questa volta da destra a sinistra, per poi tornare davanti a quest’ ultimo si recitano le seguenti parole:
Come se tutti i pensieri appartenessero al sesto mese lunare, si purificano tagliando e tagliando le foglie di chigaya.
Al terzo paesaggio, ci si inchina e si attraversa da sinistra a destra, tornando poi davanti all’anello recitando le seguenti parole:
蘇民将来 蘇民将来
Somin Shōrai Somin Shōrai
Ripetere più volte il nome di Somin Shōrai sembra sia visto come un modo per ottenere fortuna o successo, proprio come Somin fu in grado di sfuggire alla carestia che colpi il suo paese.
Infine, ci si inchina nuovamente, si attraversa l’anello e si procede al seguente anello che di solito si trova di fronte al luogo di preghiera del santuario.
Le frasi che vengono ripetute ad ogni passaggio sono dette tonaekotoba (唱え詞) e possono variare da regione a regione.
La purificazione con i katashiro durante il nagoshi no harae
I katashiro (形代), noti anche come hitokata (人形, bambole), sono figure simboliche a forma umana, tipicamente realizzate in carta, ma a volte anche in altri materiali. La loro forma e decorazione variano a seconda del loro scopo.
I katashiro, semplici oggetti di carta, rivestono un ruolo fondamentale nei riti di purificazione shintoisti. Questi sono un tipo di yorishiro (依代), ovvero rappresentazioni simboliche, che fungono da tramite tra l’individuo e il kami, assorbendo le impurità e le negatività che gravano sul primo. Attraverso il gesto di strofinare il katashiro sul proprio corpo o di soffiare su di esso, la persona trasferisce le proprie colpe (罪, tsumi) e le contaminazioni (穢れ, kegare) su questo sostituto, liberandosi simbolicamente dal loro peso. Il successivo getto del katashiro in acqua rappresenta l’allontanamento definitivo delle impurità, purificando l’individuo e ripristinando la sua armonia interiore.
Oltre al loro ruolo nella purificazione rituale, i katashiro trovano impiego anche in pratiche volte ad allontanare il maleficio e la sfortuna. In caso di periodi di negatività o sfortuna persistenti, un katashiro può essere utilizzato per assorbire le energie negative o prevenire ulteriori eventi avversi. Se si sospetta di essere vittima di una maledizione, la creazione di un katashiro come bersaglio alternativo può fungere da esca, attirando su di esso gli effetti malefici al posto della persona designata.
Inoltre, i katashiro possono assumere un ruolo centrale in incantesimi e maledizioni, sostituendo un bersaglio umano reale. In questi casi, la bambola di carta viene spesso annotata con il nome, la data di nascita e altre informazioni personali della persona che si desidera colpire. L’esecuzione dell’incantesimo sul katashiro indirizza gli effetti desiderati sulla persona reale rappresentata.
Nella tradizione shintoista, l’utilizzo dei katashiro per scopi malvagi, come maledizioni o incantesimi di negatività, è severamente sconsigliato. I katashiro, infatti, rivestono un ruolo sacro e purificatore, e il loro impiego per causare danno ad altri contraddice l’essenza stessa della spiritualità shintoista che pone grande enfasi sul rispetto e sulla compassione, valori che vengono profondamente violati da simili pratiche.
La pratica di purificazione utilizzando i katashiro affonda le sue radici nella storia giapponese, risalendo al periodo Nara e Heian (710-1185 d.C.). Testimonianze storiche attestano l’utilizzo di questi oggetti rituali come metodo tradizionale di purificazione sin da quell’epoca.
Durante il periodo Heian, un rituale chiamato “nanase no harai” (七瀬の祓え, letteralmente “purificazione delle sette maree”) veniva celebrato mensilmente a corte. Un maestro di divinazione Yin-Yang, noto come onmyōji, offriva un katashiro o hitokata all’imperatore, il quale soffiava su di esso e lo strofinava sul proprio corpo per trasferire simbolicamente le calamità che affliggevano il paese. Infine, il katashiro veniva gettato in mare o in un fiume, liberando così il paese da sfortune e negatività.
Ancora oggi, i katashiro trovano impiego in diverse cerimonie di purificazione, come il nagoshi no harae. In queste occasioni, i fedeli passano attraverso un anello rituale e utilizzano i katashiro per assorbire le proprie colpe, impurità e sfortune. Questi oggetti vengono poi purificati e gettati in acqua o bruciati in un rituale finale.
L’adattabilità dell’utilizzò rituale dei katashiro si manifesta anche in forme più moderne. In molti luoghi è possibile purificare le proprie automobili utilizzando dei katashiro a forma di auto, chiamati kuruma katashiro (車形代). Inoltre, sono recentemente comparsi katashiro pensati per gli animali domestici, dimostrando la capacità di questo rituale di evolversi e rispondere alle esigenze contemporanee.
Foto dell’autore. Isahaya Jinja, Nagasaki-ken
Durante la cerimonia di purificazione i peccati e le impurità accumulate nei primi sei mesi dell’anno possono essere purificati trasferendoli su un katashiro, hitokata attraverso due semplici gesti:
1. Si strofina il katashiro su tutto il corpo, prestando particolare attenzione alle zone dolenti o malate.
2. Infine, concentrandosi sull’intenzione di trasferire i peccati, le impurità e i dolori del corpo si soffia sul katashiro tre volte dicendo “fuuu“. Si ritiene che questo atto trasferisca sul katashiro tutti i peccati, le impurità e i dolori del corpo.
Come si vede nella foto i katashiro riprendono i cinque colori dello Shintō (verde, giallo, rosso, bianco e viola) tipici dei masakaki (真榊), i stendardi colorati che si vedono spesso appesi nei santuari.
A tutti i partecipanti del rituale di purificazione con il katashiro, viene dato un chi no wa mamori (茅の輪守り) un amuleto che deve essere riconsegnato al santuario durante il capodanno per esser bruciato.
Chi no wa mamori, Isahaya Jinja, Nagasaki-ken
Il minazuki, una dolce tradizione di Kyōto
Durante il periodo del nagoshi no harae, a Kyōto si può gustare un dolce speciale che prende il nome dal sesto mese dell’antico calendario lunare Giappone, il minazuki.
Nell’antico Giappone, durante il koori no sekku (氷の節句), la festa del primo gelo, i nobili di corte consumavano il ghiaccio conservato nelle ghiacciaie, le himuro (氷室), per augurare un’estate serena. Per la gente comune, però, il ghiaccio era un lusso inarrivabile. Ecco perché a Kyōto nacque il minazuki, un dolce che rievocava la freschezza del ghiaccio con la sua forma e il suo nome, “sesto mese”, e che veniva decorato con fagioli rossi, simbolo di buon auspicio.
Si dice che gustare il minazuki in questa occasione porti salute e fortuna per il resto dell’anno, motivo per cui è diventato un alimento rituale durante il nagoshi no harae.
Il nagoshi no harae è un’occasione per esprimere gratitudine per aver trascorso la prima metà dell’anno in salute e per pregare per un futuro altrettanto prospero. Si tratta di un evento ricco di significato, che ci permette di immergerci nelle tradizioni stagionali e di vivere appieno la bellezza di questo periodo. Attraverso rituali come il passaggio attraverso il chi no wa e mangiando il minazuki, possiamo celebrare la fine di una parte dell’anno e accogliere con gioia quello successivo.
Fin dai tempi antichi, i ponti hanno rappresentato punti fondamentali delle arterie vitali per le comunità, facilitando il commercio, la comunicazione e la vita quotidiana delle persone. Oltre a collegare sponde e territori, i ponti hanno assunto un ruolo simbolico, diventando custodi di storie, tradizioni e identità.
In questo articolo vi parlerò di un ponte di Kyōto che intreccia la sua esistenza con la leggendaria figura degli onmyōji (陰陽師), i maestri di arti divinatorie e magiche.
Il ponte ichijō modori a Kyōto, un luogo avvolto nel mistero
Nascosto tra le vivaci strade di Kyōto, l’ ichijō modoribashi (一条戻橋, il ponte Ichijō modori ) si erge discreto sul fiume Horikawa, un semplice ponte che cela una storia ricca di mistero e leggenda. La sua lunghezza di appena sei metri e la sua struttura ordinaria lo rendono quasi invisibile al flusso incessante dei cittadini, ma per chi conosce i segreti della città, questo piccolo ponte rappresenta un varco verso un mondo soprannaturale.
Si narra che sotto questo ponte si aggirino gli spiriti dell’antica capitale, sussurri del passato che si mescolano al rumore dell’acqua che scorre. L’ombra di Abe no Seimei (安倍晴明) il famoso onmyōji del periodo Heian, aleggia ancora su queste pietre, testimone di una battaglia epica contro demoni e forze oscure.
Abe no Seimei
Abe no Seimei fu una figura storica vissuta durante il periodo Heian e appartenente alla famiglia Abe. La leggenda lo dipinge come un sensitivo in grado di controllare gli shikigami (式神), esseri soprannaturali, e di scacciare gli spiriti maligni. Tuttavia, storicamente, fu un burocrate, appartenente all’Onmyōryō (陰陽寮), un dipartimento del Nakatsukasasho, che si occupava della compilazione di divinazione, astronomia, misurazione del tempo e calendari. Tra questi, il bokusen (卜占), traducibile approssimativamente in italiano come “divinazione”, era il più importante. Ad esempio, quando una nobildonna diventava consorte dell’imperatore, si trattava di un evento nazionale, e gli ufficiali dell’Onmyōryō ricorrevano alla divinazione per determinare la data propizia per il suo ingresso a palazzo.
Inoltre, al verificarsi di fenomeni strani, la gente comune, temendo potesse trattarsi di un presagio negativo, si affidava alla divinazione degli Onmyōji (陰陽師), ossia gli ufficiali dell’Onmyōryō. L’Onmyōryō inoltre si occupava di tutta una serie di questioni che erano, in passato, considerate dei tabù, come “Non fare questo in questo giorno”, “Non andare in questa direzione” e “Non celebrare un funerale in questo giorno”.
Inizialmente Abe no Seimei ricopriva la carica di tenmon hakasei (天文博士) occupandosi della redazione del calendario e allo studio dell’astronomia. Era noto comunque che anche chi ricopriva questa carica dedicasse molto tempo anche alla divinazione.
Taizan Fukun no Sai
Il Taizan Fukun no Sai (泰山府君祭) era considerato uno dei rituali onmyōdō più segreti e potenti. Era gelosamente custodito dalla famiglia di Abe e pochi altri ed era fortemente bramato da chi non ne era a conoscenza.
Con questo rituale si implorava Taizan (re degli inferi cinese), Re Enma e gli altri giudici del Meido (purgatorio) e dello Jigoku (inferno) di allungare la vita di una persona, salvarla dalla morte o addirittura riportare in vita i defunti. Venivano fatte offerte sotto forma di oro, argento seta o cavalli, o vite umane utilizzando i katashiro, o bambole di carte. Non esistevano delle formule particolari; si evocavano i servitori di queste entità invitandoli a sedere tra i partecipanti. Di seguito veniva consegnata loro una lettera contenente l’intervento richiesto.
Il seguente dipinto conservato presso il museo nazionale di Nara rappresenta una scena del Taizan Fukun no Sai. Sulla destra si possono vedere due servitori degli inferi apparsi grazie all’evocazione di Seimei.
Si tratta di una creazione successiva, e chiaramente non è accaduto nulla di così strano. Tuttavia, i nobili dell’epoca probabilmente credevano che le capacità di divinazione di Seimei fossero molto accurate proprio perché era un abile maestro di questo rituale.
In questo modo, Abe no Seimei si guadagnò la fiducia dei potenti dell’epoca ed ottenne il titolo di Onmyōdō daiichinininsha (陰陽道第一人者, “massimo esperto dell’Onmyōdō“). In quel momento, Seimei aveva già superato i 60 anni e si era già ritirato dall’Onmyōryō, ma anche dopo aver lasciato l’incarico, continuò a praticare la divinazione e la magia su richiesta personale dei nobili.
Abe no Seimei scrisse numerosi libri su divinazione e predizione del futuro, tra cui lo Senji Ryakketsu (占事略决), contenente seimila predizioni e trentasei tecniche di divinazione che utilizzano gli shikigami, ed adattò lo Hoki Naiden (ほき内伝), che descrive in dettaglio tecniche di divinazione segrete.
La fama di Abe no Seimei era tale che la sua famiglia mantenne il controllo dell’Onmyōdō fino alla sua chiusura nel 1869. Dopo la sua morte, le storie e leggende sulla vita di Seimei iniziarono a diffondersi rapidamente per centinaia di anni.
Abe no Seimei, la leggenda
La leggenda narra che Abe no Seimei possedesse poteri magici grazie alla sua provenienza da una stirpe ultraterrena. Si diceva infatti che sua madre fosse una kitsune, uno spirito volpe mutaforma, il che lo rendeva un mezzo yōkai.
Il padre di Seimei, Yasuana, durante una battuta di caccia si imbatté in una volpe bianca braccata dai cacciatori. Mosso da compassione, la salvò da quel destino crudele. La volpe, in segno di profonda gratitudine, si trasformò in una bellissima donna rivelando il suo vero nome: Kuzunoha. Innamoratasi di Yasuna, divenne sua moglie e gli diede un figlio, il piccolo Seimei.
Abe no Seimei: l’infanzia prodigiosa e il segreto della madre
Si narra che fin da piccolo, Abe no Seimei dimostrò di possedere doti straordinarie. Già all’età di cinque anni, la sua natura di mezzo yōkai si palesava in modo evidente: era in grado di soggiogare deboli oni e piegarli al suo volere. Un evento sconvolgente segnò la sua infanzia: Seimei vide sua madre, Kuzunoha, trasformarsi nella volpe bianca che suo padre aveva salvato anni prima. La donna, dopo avergli rivelato la sua vera identità, svanì nella foresta, lasciando il bambino solo con il padre.
Consapevole dei poteri immensi e del retaggio non umano di suo figlio, Kuzunoha affidò Seimei alle cure di Kamo no Tadayuki (賀茂 保憲), un maestro onmyōji. La speranza era che il saggio onmyōji potesse guidare il giovane Seimei verso un sentiero di rettitudine, evitando che il suo potere si corrompesse.
Abe no Seimei e le sfide con Chitoku Hōshi e Ashiya Dōman
Le abilità di Abe no Seimei attiravano numerosi rivali. Tra i suoi sfidanti, uno dei più noti era Chitoku Hōshi 智徳法師), che si dice essere dotato di eccezionali poteri. Spinto dall’ammirazione per le abilità di Seimei e dal desiderio di metterle alla prova, Chitoku escogitò un piano per ingannarlo. Travestitosi da umile viaggiatore, si recò presso la dimora dell’onmyōji e gli chiese di istruirlo nelle arti magiche.
Tuttavia, l’astuzia di Seimei non tardò a smascherare il travestimento di Chitoku. Con un colpo d’occhio, l’onmyōji riconobbe la vera natura dei due presunti servitori che accompagnavano il sacerdote: si trattava infatti di shikigami, abilmente camuffati da esseri umani.
Seimei, decise di stare al gioco con Chitoku, accettò di allenarlo, ma gli chiese di tornare il giorno seguente perché non era un buon giorno per iniziare. Chitoku, ignaro di tutto, se ne tornò a casa. Nel frattempo, Seimei sciolse il legame con entrambi gli shikigami, liberandoli dal controllo del rivale. Il giorno seguente, Chitoku si rese conto che i suoi servitori erano scomparsi e tornò da Seimei, chiedendogli di riavere gli shikigami. Seimei scoppiò a ridere, rimproverandolo con rabbia per aver tentato di ingannarlo.
Un altro famoso rivale di Abe no Seimei fu Ashiya Dōman (蘆屋道満). Dōman, onmyōji affermato ma ormai attempato, era convinto di non avere rivali nella sua arte. Quando seppe del giovane Seimei e del suo talento prodigioso, lo sfidò a un duello magico per dimostrare la sua superiorità.
All’ombra degli alberi secolari dei giardini imperiali, Dōman e Seimei si apprestarono a dar vita a un prodigioso duello di magia. Dōman, raccolse una manciata di sabbia dorata e la infuse con la sua energia mistica. I granelli si sollevarono nell’aria come per magia, trasformandosi in una miriade di rondini che iniziarono a svolazzare tra le fronde degli alberi. Seimei, aprì il suo ventaglio e lo agitò. Le rondini, come ipnotizzate, si raggrupparono e si disintegrarono, tornando ad essere i semplici frammenti di terra da cui erano state create.
Seimei recitò allora un incantesimo. Un drago apparve nel cielo sopra di loro. La pioggia iniziò a cadere tutt’intorno. Dōman pronunciò a sua volta un incantesimo, ma per quanto ci provasse, non riuscì a far svanire il drago. Anzi, la pioggia divenne sempre più intensa, inondando il giardino. Infine, Seimei lanciò nuovamente il suo incantesimo. La pioggia cessò e il drago scomparve.
La terza e ultima sfida consisteva in una prova di divinazione: i contendenti dovevano indovinare il contenuto di una scatola di legno. Dōman, indignato per aver perso il round precedente, sfidò Seimei: “Chiunque perda questa sfida diventerà il servo dell’altro!” Dōman dichiarò con sicurezza che all’interno della scatola c’erano 15 arance. Seimei lo contraddisse, affermando che nella scatola c’erano 15 topi. L’imperatore e i suoi servitori che avevano preparato la prova scossero la testa, poiché avevano messo 15 arance nella scatola. Annunciarono quindi la sconfitta di Seimei. Tuttavia, quando aprirono la scatola, ne saltarono fuori 15 topi. Seimei non solo aveva indovinato il contenuto della scatola, ma aveva anche trasformato le arance in topi, ingannando Dōman e l’intera corte ottenendo la vittoria.
Dōman continuò a covare rancore nei confronti di Abe no Seimei continuando a tramare contro di lui. Sedusse la moglie di Seimei e la convinse a rivelargli i segreti magici del marito. La donna gli mostrò lo scrigno di pietra in cui Seimei custodiva l’Hokinaiden, il suo libro di incantesimi, passato di generazione in generazione fino ad arrivare a Seimei.
Una notte, al ritorno a casa, Seimei incontrò Dōman che gli disse di essere entrato in possesso del suo libro di magia. Seimei lo derise, affermando che era impossibile, talmente impossibile, che se vera avrebbe potuto tagliargli la gola. Dōman, mostrò il libro e Seimei, che capendo di essere stato tradito dalla moglie, gli offrì la gola. Dōman la tagliò con gioia e Seimei morì.
Sentendo la scomparsa del grande stregone, Hokudō attraversò il mare dalla Cina fino in Giappone. Qui, raccolte le ossa di Seimei, compì un prodigio riportandolo in vita. Insieme, i due si prepararono a vendicarsi di Dōman e della ex moglie di Seimei, ora sposata proprio con l’assassino.
Hokudō si recò direttamente nell’abitazione di Seimei, dove ora viveva Dōman con la sua nuova consorte e chiese se Abe no Seimei fosse in casa. Dōman rispose che purtroppo Seimei era stato assassinato tempo addietro. Hokudō disse che non era possibile, poiché aveva incontrato Seimei quel giorno stesso. Dōman scoppiò a ridere e disse: “Se davvero fosse vivo, potrebbe tagliarmi la gola!”. Fu in quel momento che la voce di Seimei echeggiò nell’abitazione, seguito dalla sua stessa apparizione. Senza indugio, Seimei, giustiziò Dōman e la sua ex moglie con un solo colpo.
Durante uno dei miei soggiorni studio in Giappone e in seguito durante un viaggio di piacere con mia moglie, ho avuto l’occasione di attraversare questo ponte, attratto da un’inquietante curiosità.
L’ ichijō modori è più di un semplice ponte: è un portale verso un’altra realtà, un luogo dove la storia e la leggenda si intrecciano indissolubilmente, creando un’atmosfera magica e suggestiva che cattura l’immaginazione.
Il ponte è posizionato lungo il fiume Horikawa, dove la via ichijō-doori (一条通) si snoda da est a ovest all’estremità settentrionale di Kyōto. La sua costruzione risale all’epoca della costruzione di Heiankyō (平安京, 794), uno dei nomi che precedettero l’attuale Kyōto. Si dice che il fiume Horikawa fosse un canale concepito per portare acqua pura alle ville dei nobili presenti in quella zona. Nonostante le numerose ricostruzioni, il ponte ha conservato la sua posizione originaria, simbolo di una continuità che sfida il tempo. Il ponte e la stessa via ichijō, oltre a segnare il confine tra la capitale e il mondo esterno, erano considerati metaforicamente come la linea di demarcazione tra questo mondo e l’altro, un varco verso l’ignoto.
Il nome originale del ponte era tsuchimikado-bashi (土御門橋). Come riportato nel genpei seisuiki (源平盛衰記), una delle varianti dell’ Heike monogatari (平家物語), sembra che Abe no Seimei, che viveva in una villa sul lato occidentale del ponte, fosse solito sigillare gli shikigami (式神, gli spiriti evocati) che utilizzava, sotto il ponte perché “aveva paura di fare arrabbiare la moglie” e li evocasse quando necessario. Gli shikigami sono spiriti al servizio gli onmyōji. Sembra che svolgessero il ruolo di giudicare le cattive e le buone azioni che scaturiscono dal cuore degli uomini.
Seimei Jinja
A pochi passi dal ponte si erge il Seimei-jinja (晴明神社), un santuario shintoista dedicato ad Abe no Seimei. All’interno del santuario, alcune iscrizioni raccontano che un tempo il ponte si trovava all’estremità nord-orientale di Heiankyō, in una zona chiamata kimon (鬼門), letteralmente “porta dei demoni”. Questa collocazione ha probabilmente alimentato la leggenda che narra di un collegamento tra questo mondo e l’aldilà.
Nella tradizione dell’onmyōdō (陰陽道), la via dello yin e dello yang, la direzione nord-est, ushitora (艮), è considerata infausta e da evitare. Associata all’ingresso e all’uscita dei demoni malvagi, questa zona è ritenuta un concentrato di energie negative e un varco per creature ultraterrene. Per questo motivo, viene spesso chiamata anche kihō (鬼方), “direzione dei demoni”.
Il santuario, che sembra sia stato costruito nel 1007, sul suolo della sua dimora di Abe no Seimei, per volere dell’Imperatore Ichijō in onore delle sue imprese, reca sul portale principale non il nome del famoso onmyōji, ma il gobōsei (五芒星), il pentagramma, uno dei talismani di Seimei cosciuto con il nome di Seimei Kikyō (晴明紋). Questo simbolo legato inizialmente alla famiglia Abe diventerà in seguito il simbolo ufficiale dell’Onmyōryō. Il santuario offre protezione da demoni e malefici, spiriti maligni e calamità. Seimei infatti era considerato come una sorta di guardiano protettore della capitale dai disastri provenienti dalla porta dei demoni.
All’interno del santuario c’è anche un pozzo la cui acqua si dice sgorghi grazie alla forze spirituale dell’onmyōji. Si dice che abbia il potere di guarire le malattie e l’acqua che sgorga può essere bevuta ancora oggi. Il punto in cui sgorga l’acqua è rivolto verso la ehō (恵方), “direzione fortunata” dell’anno in corso, in modo da ottenere acqua propizia. La “direzione fortunata” cambia ogni anno, quindi nel giorno di Risshun (inizio della primavera), il coperchio viene posto in quella direzione.
Il nome del ponte si crede derivi da un misterioso evento avvenuto durante il 18 anno dell’era Engi (918), quando il corteo funebre di un nobile filosofo giapponese di nome Miyoshi Kiyotsura (三善 清行) lo attraversò. La leggenda narra che il figlio di nome Jōzō, un monaco buddista che si trovava in pellegrinaggio a Kumano nella provincia di Kii, si precipitò sul posto e si aggrappò alla bara recitando sutra. All’improvviso, il cielo si oscurò, tuonò e Kiyotsura resuscitò temporaneamente e parlò con Jōzō. Questo è ciò che è registrato nella raccolta di storie buddiste di periodo Kamakura conosciuta come Senjūshō (撰集抄). Da allora, il ponte è stato chiamato ichijō modoribashi, il ponte dove l’anima ha fatto ritorno.
In realtà, come riportato nei testi custoditi nel santuario, esiste anche una leggenda sulla resurrezione dello stesso Seimei. Fu sconfitto e ucciso in una battaglia contro il suo rivale onmyōji Ashiya Doman, ma il suo maestro dalla Cina venne in Giappone e lo riportò in vita con una tecnica di resurrezione. Anche questo ha aumentato l’alone di mistero e ha dato vita a varie leggende.
Una famosa storia di demoni che ha come scenario il ponte è quella di Watanabe no Tsuna (渡辺綱), raccontata nello Heike Monogatari. Valoroso generale del periodo Heian e contemporaneo di Abe Seimei durante il suo servizio presso Minamoto no Yorimitsu, stava attraversando il ponte Modorihashi di notte quando incontrò una bella donna misteriosa che gli chiese di accompagnarla a casa. Quando Tsuna accettò e la donna cercò di attirarlo fuori dalla città, si trasformò in un demone. Tsuna la uccise tagliandole il braccio con la sua famosa spada higekiri (髭切), donata da Yorimitsu.
Scontro riportato all’interno dell’Heike Monogatari tra Watanabe no Tsuna e il demone sullo sfondo dell’Ichijō Modoribashi. Fonte: www.arc.ritsumei.ac.jp
Anche la figura di Minamoto no Yorimitsu (源 頼光) è legata a diverse leggende su demoni e spiriti accadute presso il medesimo ponte. Conosciuto anche con il nome di Minamoto no Raikō, fu un noto militare giapponese. La sua figura storica si mescola alla leggenda per quanto riguarda le vicende del capo dell’esercito dei demoni shutendoji (酒呑童子) e del ragno gigante tsuchigumo (土蜘蛛).
Durante il turbolento sengoku jidai (戦国時代, periodo degli stati combattenti), i suoi pilastri divennero macabri patiboli, per esibire i corpi di criminali condannati a monito per la popolazione. Tra le figure più illustri si annovera il monaco buddista Sen no Rikyū (千利休) , maestro della cerimonia tè elevato a rango di consigliere da Toyotomi Hideyoshi, ma poi caduto in disgrazia e costretto a compiere seppuku. La sua testa, recisa dopo la morte, sarebbe stata esposta proprio sul Modoribashi.
Al contrario, durante la Seconda Guerra Mondiale, soldati in procinto di partire per il fronte, insieme alle loro famiglie, attraversavano il ponte pregando per un loro ritorno sicuro.
Il ponte Modoribashi è anche il luogo dove Toyotomi Hideyoshi ordinò di mozzare i lobi delle orecchie ai 26 martiri cristiani del Giappone, prima di mandarli a Nagasaki per quella che sarebbe stata ricordata come la più grande crocifissione di massa nella storia giapponese. Fu inteso come un monito, come parte della campagna di Hideyoshi contro il Cristianesimo.
A dimostrazione del fascino intramontabile che esercita, la figura di Abe no Seimei, continua ad ispirare artisti e appassionati di tutto il Giappone, come testimonia l’ asteroide a lui dedicato e l’omaggio del pattinatore Yuzuru Hanyu nel suo programma di pattinaggio olimpico.