Qui in Giappone, la primavera è molto più di una stagione di ciliegi in fiore: è il respiro profondo di un intero paese, un momento sospeso tra la fine e l’inizio, permeato dal concetto di shin seikatsu (新生活) , “nuova vita”. Immaginatevi famiglie intere in fermento, valigie stipate e nomi cancellati dai registri, pronte a reinventarsi in una nuova città o regione. Questa migrazione primaverile, tanto sentita quanto a volte temuta, è spesso innescata dal fenomeno del tenkin (転勤), ovvero i trasferimenti del luogo di lavoro che le aziende giapponesi assegnano ai propri dipendenti ogni anno.
Il tenkin: un rito di passaggio annuale
Ma perché questo rito di passaggio annuale? Le ragioni sono molteplici, intrecciate nella trama della cultura aziendale giapponese. Un tempo, il sistema di impiego a vita, shūshin koyō (終身雇用) incoraggiava una lealtà incrollabile, ricambiata da una sicurezza del posto di lavoro che spesso implicava la flessibilità geografica. Anche se oggi questo sistema sta mutando, l’idea di accettare il tenkin come parte integrante del percorso professionale persiste.
Mettetevi nei panni di un giovane ingegnere, magari con moglie e figli piccoli, trasferito da Tōkyō alla remota prefettura di Aomori per gestire un nuovo progetto. Per lui, questo periodo rappresenta una sfida, certo, ma anche un’opportunità di crescita, un segno di fiducia da parte dell’azienda.
Tenkin: uno strumento strategico per le aziende
Il tenkin è uno strumento strategico per le aziende giapponesi. La rotazione del personale permette di formare dipendenti versatili, capaci di comprendere l’azienda a 360 gradi. Immaginate un manager navigato, abituato alla frenesia di Ōsaka, che viene trasferito in una filiale più tranquilla a Kyōto. Questo cambiamento gli offre la possibilità di applicare le sue competenze in un contesto diverso, portando nuove idee e prospettive. E, naturalmente, i trasferimenti garantiscono che le risorse umane siano distribuite dove più servono, come tessere di un puzzle gigante.
Un’opportunità d’oro per il commercio
Ma questo periodo non è solo traslochi e nuove responsabilità. È anche un’opportunità d’oro per il commercio. Negozi e rivenditori online fiutano l’aria di cambiamento e si preparano a cavalcare l’onda. Grandi cartelloni pubblicitari e sezioni dedicate invadono i negozi fisici e virtuali, con slogan come: shin seikatsu ōen! (新生活応援!) – Forza per la nuova vita! o shin seikatsu tokushū (新生活特集) – Speciale nuova vita). Immaginatevi entrare in un grande magazzino, tra pile di elettrodomestici scintillanti e mobili imballati pronti per essere spediti.
Le offerte sono pensate per tutti: chi si trasferisce, chi inizia a vivere da solo (一人暮らし – hitorigurashi), chi semplicemente desidera dare una rinfrescata alla casa. Elettrodomestici come frigoriferi, lavatrici e forni a microonde sono in prima linea, seguiti da mobili come letti, divani e tavoli. Anche l’arredamento d’interni come tende, tappeti e utensili da cucina non è da meno, trasformando i negozi in un vero e proprio paradiso per chi cerca un nuovo inizio.
E-commerce e i giganti del settore
I giganti dell’e-commerce come Rakuten Ichiba (楽天市場) e Amazon dedicano intere sezioni alla shin seikatsu, offrendo “kit” completi per chi si trasferisce o sconti su acquisti multipli. Catene come Nitori e IKEA, con il loro stile prezzi accessibili, lanciano campagne pubblicitarie aggressive, con prezzi alla portata di tutti. E non dimentichiamoci dei servizi di trasloco, che offrono tariffe speciali per alleggerire ulteriormente il peso del cambiamento.
Fonte: nitori web-site. Campagna pubblicitaria per la shin seikatsuFonte: Rakuten Ichiban web-site. Campagna pubblicitaria per la shin seikatsu
Conclusione
La shin seikatsu è quindi un fenomeno complesso e affascinante, un mix di tradizione e pragmatismo, di sfide personali e opportunità commerciali. È un momento in cui il Giappone si rinnova, casa per casa, famiglia per famiglia, e dove anche un semplice trasferimento può diventare l’inizio di un’avventura indimenticabile.
Una delle poche cose veramente belle della vecchiaia, e io ormai a settant’anni sono un vecchio, non c’è niente da fare, è il poter andare indietro con la memoria e paragonare il presente al passato, trovando indizi utili per interpretare gli eventi della tua vita quotidiana. Chiaramente bisogna essere sveglie a sufficienza da non credere che una volta fosse meglio di oggi. Secondo me era peggio. molto peggio. L’altro giorno, io e la mia fisioterapeuta stavamo guardando fuori dalla finestra un uomo in un parco che stava giocando con i suoi due figli. E allora mi sono sovvenuti gli anni 80 e 90, che io ho trascorso qui in Giappone, e gli uomini di quell’epoca ormai finita. Padri che erano degli sconosciuti ai loro figli. Bivaccavano in un divano all’ingresso di casa perché non c’era un posto a letto per loro. I loro figli non potevano non considerarli degli estranei perché non li vedevano mai e di fatto li disprezzavano perché non sapevano nulla delle cose che contano. Internet stampanti, videogiochi e balle del genere. Allora c’era l’impiego a vita e la tua compagnia era tutto per te. La mia fisioterapista all’improvviso mi ha fatto notare come prima di qualche anno fa una scena del genere sarebbe stata impossibile. Negli anni 80 e 90 tutto era aperto sette giorni la settimana e nel loro giorno di riposo i maschi di questo paese dormivano tutto il giorno per recuperare.
Fra i miei vicini ce n’è uno che di figli ne ha tre e tutte le sere lo vedi in bicicletta con un bambino piccolissimo nel cestino del manubrio, un altro in piedi sul portapacchi e il terzo in spalla. Vi posso assicurare che è una visione commovente. È ovvio che si diverte come un pazzo e i suoi figli lo adorano.
E io mi sono reso conto di quanto sia dovuto cambiare il Giappone per far sì che questo tizio si possa godere i suoi figli. Al contrario dell’Italia, Tokyo visualmente non ha molto di differente dalla Tokyo di 45 anni fa, quando sono arrivato, ma la società è cambiata, di molto anche. Ha dovuto andare in malora il sistema di impiego a vita, per i datori di lavoro non più sostenibile economicamente e per i lavoratori non più desiderabile perché adesso guadagnano a sufficienza per accettare uno stipendio in pratica inferiore a quello del padre. Hanno dovuto cambiare le donne. La sua probabilmente ora è da qualche parte che lavora. Se no, è a casa che legge il giornale, il momento preferito della giornata di qualsiasi massaia: quando marito e figli se ne vanno fuori dai piedi. Il risultato è un Giappone molto diverso da quello di quarant’anni fa. Questi uomini preferiscono essere liberi piuttosto che lavorare. Sentono il senso del dovere nei confronti della loro azienda fino a un certo punto. Amano i loro figli al punto tale che, mi ha detto una mia amica, un comune dalle parti di Yokohama ha indetto un corso gratuito sui primi quattro mesi dopo il parto. Tutti i partecipanti erano di sesso maschile. Personalmente parlando, ho imparato che bisogna essere un po’ scettici in questi casi, ma spero con tutto il mio essere che questa volta sia vero.
Che una volta tanto tutti vincano e siano felici Che gli uomini una volta tanto abbiano imparato a non essere severi, ma teneri con i loro bambini. È vero che ho settant’anni , ma porto ancora due orecchini sull’orecchio destro, non per motivi estetici, ma per motivi di carattere culturale e politico, come si faceva cinquant’anni fa, quando ero ragazzo. Servono per annunciare a coloro che non mi conoscono che non sono un integrato. Io sono ancora un hippy: spero ancora che cambi tutto, anche se non lo credo più. Ho ancora voglia di scontrarmi con i mulini a vento. Non mi fido delle istituzioni, che mi sembra siano tutte da abbattere. Ho i capelli lunghi e me ne vanto. Sono un cane sciolto, come sempre, ma sto sempre dalla parte dei bambini, particolarmente delle bambine, e non dei genitori. Speriamo stavolta sia la volta buona.
Molti anni fa stavo buttando via il mio tempo con amici della scuola di linguaggio dei segni che frequentavo. Sì, sono segnante del linguaggio dei segni giapponese, che ho studiato per 12 anni. A un certo punto, una ragazza si mise ad scarabocchiare.
Sul pezzo di carta comparve un ombrello con un buco per la bocca, due occhi e una gamba sola. Io le chiesi cosa fosse. Lei mi dissec che era il fantasma di un ombrello rotto. Questo fu il mio primo incontro con l’animismo giapponese, del quale avevo sempre sentito parlare ma che non avevo mai creduto fosse qualcosa di vero.
La mia amica proseguì dicendo che se tu rompi un ombrello, per esempio facendoci un buco, lo uccidi. L’ombrello così si trova a essere nell’aldilà e ti odia con tutte le sue forze per averlo appunto ucciso.
Ora, anche noi abbiamo i fantasmi, ma nessuno, credo, li prenda così sul serio.
Qualche tempo dopo, fortuna volle che mi capitasse qualcosa di ancora più inconsueto. Stavo insegnando italiano ad una mia amica, che probabilmente leggerà anche queste righe. Takahashi Aki è una donna simpaticissima e quella mattina mi stava raccontando come avesse appena buttato via delle bambole che appartenevano a sua figlia. Prima di buttarle, disse, le aveva naturalmente bendate.
Io non potevo naturalmente non interromperla. Aveva fatto cosa? Le aveva bendate.
E perché mai? Perché non lo sapeva, ma così le aveva insegnato sua madre. E perché pensava a sua madre l’avesse insegnato una cosa simile? Probabilmente perché le bambole non vedessero chi le buttava via e così non potessero vendicarsi. Tempo dopo, racconta la storia ad un’altra mia amica cinese Che mi disse che in Cina la ragione è diversa. Le bambole si bendano perché non riescano a tornare a casa.
Dopo di allora, come spesso capita, cominciai a vedere spesso quello che nei primi vent’anni non avevo mai visto. L’animismo giapponese e quello cinese sono ancora vivi e così lo è il culto degli antenati. Qualcuno potrà obiettare che il numero di persone che acquistano un butsudan, una specie di altare che si tiene in casa e dove vivono i propri morti, sta crollando. Verissimo, come è vero che sta esplodendo quello di coloro che preferiscono, per motivi sia affettivi che finanziari, improvvisarne uno con uno sgabello o altro mobile. Ci metti sopra una foto dell’antenato, di solito il marito, il gioco è fatto.
La gente si comporta come se la fotografia fosse l’antenato. Gli fa vedere cose, mette cose da mangiare dove le può vedere e quindi mangiarle, gli parla, gli racconta del 1000 magagne che affliggono gli anziani, così facendo allungandosi la vita di un tanto grazie al rilassamento che ne consegue.
Ora possiamo anche parlare di funerali delle cose. Perché fare il funerale ad un oggetto?
Ieri ho pubblicato una foto da me scattata al santuario Egara Tenjinsha, un santuario qui a Kamakura, dove vivo da ormai 25 anni e dove penso proprio morirò. La foto ritrae i funerali di pennelli di artisti famosi. Non è il solo a far funerali alle cose. Zuisenji lo fa alle fotografie, Hongakuji alle bambole. Ci sono anche santuari che lo fanno alle radiografie,, agli MRI e chi più ne ha più ne metta.. Parlando di cerimonie funebri per oggetti, quello che vedete sotto è un grande festival di culto delle bambole. Non c’è da stupirsi se le bambole sono l’oggetto più frequentemente al centro di un culto funebre per oggetti. Sono gli oggetti più simili a un essere umano. Una volta, mia moglie si rifiutò di venire ad una mostra di bambole con me. Una persona che conosco, uno storico di una certa età e di grande razionalità, disse di sentirsi in un poco in imbarazzo quando vede qualcuno buttare via una bambola senza dire almeno grazie.
Molte ragazze, di solito, quando buttano via un rossetto usato o un altro aggeggio del genere lo ringraziano. Ed è quello che si fa durante il funerale di un oggetto. Lo si ringrazia per i suoi servizi. Tsurugaoka Hachimangū, il santuario principale della città, ha un festival annuale in gennaio di ringraziamento agli utensili rotti. Moltissimi artigiani vi partecipano. Su tutto questo ho scritto un libro, anzi ne ho scritti tre
Il Giappone, un tempo simbolo di inarrestabile progresso, si trovò improvvisamente a fronteggiare una realtà inaspettata: la stagnazione economica. Gli anni ’90 segnarono l’inizio di un’era di incertezza, in cui il sogno di una prosperità eterna si infranse contro il muro della recessione. Ma al di là delle cifre e dei grafici, questa crisi ebbe un volto umano, quello di una generazione intera costretta a fare i conti con un futuro precario. Questo articolo prova ad esplorare le cause e le conseguenze della stagnazione economica giapponese, concentrandosi in particolare sull’impatto devastante sulla cosiddetta “generazione perduta” e sulla cosidetta “era glaciale della ricerca di lavoro”
Introduzione alla stagnazione economica giapponese
ll miracolo economico giapponese del dopoguerra, che catapultò la nazione a un ruolo di primo piano sulla scena mondiale, si interruppe bruscamente nei primi anni ’90. Questo periodo, noto come il “decennio perduto” (失われた十年, Ushinawareta Jūnen), fu segnato da una prolungata stagnazione economica e da profondi mutamenti sociali. In tale contesto emersero due fenomeni interconnessi che lasciarono un’impronta indelebile su un’intera generazione: la ushinawareta sedai (失われた世代, “generazione perduta”) e la shūshoku hyōgaki (就職氷河期, “era glaciale della ricerca di lavoro”). Per comprendere appieno questi concetti, è essenziale analizzarne il contesto storico, le cause scatenanti e le conseguenze a lungo termine.
Contesto storico: lo scoppio della bolla speculativa
Il “decennio perduto” ebbe origine dal collasso della bolla speculativa dei prezzi degli asset all’inizio degli anni ’90. Sul finire degli anni ’80, il Giappone attraversò un boom economico senza precedenti, alimentato da investimenti speculativi nel settore immobiliare e nel mercato azionario. Tassi di interesse bassi e una deregolamentazione finanziaria favorirono un ricorso eccessivo al credito, gonfiando i valori degli asset a livelli insostenibili. Quando la bolla scoppiò, le conseguenze furono devastanti, segnando l’inizio di una crisi economica dalle profonde ripercussioni.
La generazione perduta
Il termine ushinawareta sedai, o “generazione perduta”, identifica coloro che raggiunsero l’età adulta ed entrarono nel mercato del lavoro durante questa recessione. Il crollo della bolla provocò una brusca contrazione economica, con fallimenti aziendali a catena e una drastica riduzione delle opportunità di impiego. Le imprese, tradizionalmente legate al sistema dello shūshin koyō (終身雇用, “impiego a vita”), si trovarono costrette a ristrutturarsi, tagliare i costi e limitare fortemente le assunzioni. Nacque così una generazione che si affacciò al mondo del lavoro nel momento più sfavorevole della storia recente giapponese.
L’era glaciale della ricerca di lavoro
Il concetto di shūshoku hyōgaki descrive in modo più specifico le condizioni eccezionalmente difficili affrontate dai neolaureati tra gli anni ’90 e i primi 2000. Il tradizionale sistema di assunzione primaverile, noto come shūshoku katsudō (就職活動), attraverso il quale le aziende reclutano ancora oggi in massa dalle università, subì un duro colpo. Le imprese ridussero significativamente il numero di neolaureati assunti, innescando una competizione feroce per le poche posizioni disponibili. Questo scenario rese estremamente arduo per i giovani trovare un impiego stabile e a tempo pieno.
La cosiddetta “generazione shūshoku hyōgaki” (就職氷河期世代) si riferisce agli individui, nati prevalentemente tra il 1970 e il 1982 (e in alcuni casi fino al 1984), che cercarono lavoro come neolaureati in quel periodo. Nel 2021, questi individui avevano tra i 37 e i 51 anni. Spesso identificati anche come “generazione perduta”, essi affrontarono sfide occupazionali senza precedenti. La shūshoku hyōgaki si protrasse per circa un decennio, dal 1993 al 2005, caratterizzata da un mercato del lavoro ostile.
Dopo il crollo economico del 1990, le aziende che negli anni del boom avevano assunto su larga scala adottarono strategie di contenimento dei costi. Con una riduzione drastica delle quote di assunzione, i neolaureati di questa generazione si scontrarono con ostacoli enormi. Il termine shūshoku hyōgaki, coniato da Recruit Co., Ltd., emerse come un problema sociale rilevante, tanto da essere candidato al premio “Buzzword of the Year” nel 1994.
La situazione peggiorò ulteriormente tra la fine degli anni ’90 e il 2000, con l’instabilità finanziaria e il crollo della bolla informatica, trasformando la ricerca di lavoro in una “super crisi occupazionale”. Secondo i dati del Ministero della Salute, del Lavoro e del Welfare, il rapporto tra posti di lavoro e candidati crollò dal 2,77% nel 1990 allo 0,99% nel 2000, una diminuzione di circa due terzi. Anche i tassi di assunzione scesero dal 94,5% nel 1997 al 91,1% nel 2000, riflettendo la riluttanza delle aziende ad assumere neolaureati dopo lo scoppio della bolla.
Di conseguenza, molti giovani non solo non riuscirono a ottenere i lavori desiderati, ma spesso accettarono ruoli ben diversi dai loro interessi o ambizioni. Questa mancata corrispondenza compromise il loro potenziale e, anche quando assunti come dipendenti permanenti, alcuni furono licenziati dopo poco tempo. Molti si ritrovarono relegati a posizioni non regolari, come lavoratori temporanei (haken shain, 派遣社員) o part-time (furītā, フリーター), segnando un distacco dal modello tradizionale di stabilità lavorativa.
Il grafico mostra l’andamento andamento del tasso di disoccupazione giovanile (15-24 anni) dopo gravi crisi economiche evidenzia uno schema ricorrente. Intitolato “Andamento del tasso di disoccupazione giovanile dopo una grande crisi economica”, il grafico mostra come, in vari paesi, la disoccupazione tra i giovani aumenti significativamente dopo una crisi e rimanga elevata per anni. Le linee rappresentano nazioni come Finlandia, Spagna, Svezia, Norvegia, Stati Uniti e Giappone, ciascuna associata all’anno d’inizio della rispettiva crisi (per il Giappone, il 1992). L’asse orizzontale misura gli anni trascorsi dalla crisi, mentre quello verticale indica la variazione del tasso di disoccupazione in punti percentuali rispetto al pre-crisi.
La cosa che salta subito all’occhio è che, per tutti i paesi, c’è una sorta di “impennata” iniziale. Appena la crisi colpisce (siamo all’anno “0”), il tasso di disoccupazione giovanile comincia a salire, come se fosse una reazione immediata al trauma economico. Poi, questo tasso continua a crescere per un po’, raggiungendo un picco, un punto massimo. E qui viene il punto cruciale: non è un aumento temporaneo, una fiammata che si spegne subito. No, il grafico ci dice che, una volta raggiunto il picco, il tasso di disoccupazione giovanile rimane lì, su livelli elevati, per diversi anni. È come se l’economia facesse fatica a riassorbire i giovani che hanno perso il lavoro o che non riescono ad entrare nel mondo del lavoro.
Ora, se ci concentriamo sul Giappone, che è quella linea tratteggiata più in basso, vediamo che anche lì c’è questo schema: la crisi del 1992 porta con sé un aumento della disoccupazione giovanile. Però, se confrontiamo la linea giapponese con quelle di altri paesi, soprattutto quelle più “alte” come Spagna, Finlandia e Stati Uniti (le linee continue più spesse), notiamo subito una differenza importante. L’aumento del tasso di disoccupazione in Giappone sembra essere stato meno pronunciato, meno forte. Il picco raggiunto dalla linea giapponese è più basso, meno accentuato rispetto a quello di altri paesi. E anche se la disoccupazione giovanile in Giappone rimane elevata per un certo periodo, come succede un po’ ovunque, i livelli che raggiunge sono comunque inferiori rispetto a quelli che vediamo in altri paesi.
Verso la fine del periodo che il grafico ci mostra, notiamo che la linea giapponese comincia a scendere leggermente, suggerendo che finalmente l’economia si sta riprendendo e la disoccupazione giovanile sta diminuendo. Ma anche qui, questa discesa sembra essere più lenta, più graduale rispetto a quella che vediamo, ad esempio, per gli Stati Uniti. È come se la ripresa in Giappone fosse un processo un po’ più faticoso, un po’ più lento.
Il grafico illustra l’andamento del tasso di occupazione dei neolaureati in Giappone dal 1985 al 2019, evidenziando il periodo critico della “generazione perduta” (1993-2004). Durante questa fase, il tasso di occupazione dei laureati universitari è crollato di oltre 10 punti percentuali rispetto alla media, mentre quello dei diplomati delle scuole superiori ha subito una diminuzione di circa 7 punti. Questo calo drastico riflette l’impatto devastante della recessione economica degli anni ’90 sulle opportunità di lavoro per i giovani, segnando un’epoca di precarietà e difficoltà nell’inserimento nel mondo del lavoro.
Cause principali: deflazione, ristrutturazione aziendale e globalizzazione
Il crollo della bolla speculativa fu il catalizzatore principale, innescando un lungo periodo di deflazione che frenò gli investimenti e alimentò la stagnazione economica. Le aziende, alle prese con crediti inesigibili e un clima di incertezza, avviarono profonde ristrutturazioni, abbandonando gradualmente i pilastri tradizionali come l’impiego a vita e i sistemi salariali basati sull’anzianità. Si orientarono invece verso strategie più flessibili e orientate al risparmio, riducendo drasticamente l’assunzione di neolaureati.
Questa riorganizzazione aziendale comportò un allontanamento dai pilastri tradizionali giapponesi dell’impiego a vita e dei sistemi salariali basati sull’anzianità. Al contrario, le aziende iniziarono ad adottare strategie di impiego più adattabili e orientate alla riduzione dei costi, in particolare riducendo l’assunzione di neo-laureati.
Fattori amplificatori
Inoltre, l’intensificarsi della globalizzazione e l’aumento della concorrenza internazionale esercitarono un’immensa pressione sulle imprese giapponesi affinché migliorassero l’efficienza e riducessero le spese per la manodopera. Pur non essendo un fattore scatenante diretto della crisi iniziale, l’evoluzione demografica del Giappone, caratterizzata da una popolazione che invecchia e da un calo del tasso di natalità, amplificò le sfide economiche esistenti e favorì un senso pervasivo di inquietudine riguardo al futuro della nazione.
Precarietà e impatto sociale
La shūshoku hyōgaki e la “generazione perduta” ebbero effetti profondi e duraturi, sia a livello individuale che sociale. Per molti, questo periodo segnò l’inizio di una precarietà occupazionale cronica. Relegati a lavori part-time, temporanei o a contratto, definiti come “impieghi non regolari”, questi individui godevano di salari più bassi, scarsi benefit e una sicurezza lavorativa minima rispetto al modello tradizionale. La difficoltà a trovare stabilità ritardò tutte quelle tappe ritenute fondamentali come il matrimonio, l’acquisto di una casa o la formazione di una famiglia, costringendo molte persone a didendere dai genitori ben oltre l’età adulta.
La stagnazione salariale e l’instabilità lavorativa acuirono la disuguaglianza economica e sociale, rendendo arduo accumulare ricchezza. Sul piano psicologico, la competizione feroce nel mercato del lavoro generò frustrazione, disillusione e ansia, con casi estremi di isolamento sociale e problemi di salute mentale.
Infine, un mercato del lavoro così ferocemente competitivo ha avuto un notevole impatto psicologico, portando a diffusi sentimenti di frustrazione, disillusione e ansia. Tragicamente, alcuni individui hanno anche sperimentato isolamento sociale e problemi di salute mentale come conseguenza.
Ripercussioni a lungo termine
Le conseguenze di questi eventi si fanno sentire ancora oggi. Nonostante una parziale ripresa economica, la crescita salariale in Giappone è rimasta stagnante per decenni, penalizzando in particolare questa generazione. Il mercato del lavoro continua a mostrare una netta divisione tra dipendenti regolari e non regolari, con differenze significative in termini di retribuzione, benefit e sicurezza.
Molti della “generazione perduta” sono rimasti intrappolati in lavori precari, incapaci di sfuggire a un ciclo di instabilità. Inoltre, il basso tasso di natalità, in parte legato all’insicurezza economica di questa cohorte, aggrava le sfide demografiche del paese, mettendo sotto pressione il sistema di welfare e sollevando interrogativi sulla sostenibilità futura.
Conclusione
Sebbene i termini “generazione perduta” e shūshoku hyōgaki siano oggi meno usati, i problemi di precarietà occupazionale e disuguaglianza economica restano attuali per le giovani generazioni giapponesi. Le vicende di questo periodo rappresentano un monito sulle conseguenze durature delle crisi economiche e sull’importanza di reti di sicurezza sociale e politiche mirate a sostenere i giovani nel mercato del lavoro.
Immagina per un attimo di vivere nel Giappone antico, dove il tempo non scorre solo in ore e minuti, giorni e settimane ma si muove al ritmo di un ciclo chiamato rokuyō (六曜), un sistema di sei giorni nato in Cina nel XIV secolo e sbarcato nell’arcipelago nipponico durante l’epoca Edo (1603-1868). Non è solo un calendario: è una bussola per la vita, un’eco del passato che ancora oggi guida le scelte di molti giapponesi. Matrimoni, funerali, contratti di lavoro e spesso per i più superstiziosi persino una semplice uscita tra amici: nulla sfugge al rokuyō e ai suoi sei giorni conosciuti come senshō (先勝), tomobiki (友引), senbu (先負), butsumetsu (仏滅), taian (大安) e shakkō (赤口), stampati ancora oggi su molti calendari calendari che si trovano in commercio e persino su Outlook!
Oggi, 18 marzo 2025, il Giappone si sveglia sotto il segno di tomobiki(友引), un nome che nasconde un enigma nei suoi kanji: 友 (tomo), “amico”, e 引 (hiki), “tirare”. “Tirare un amico”: un’immagine curiosa, quasi poetica. Ma cosa significa davvero? Preparati a scoprire un giorno dalle due facce, un intreccio di festa e timore che pulsa nel cuore della cultura giapponese.
Da un lato, tomobikiè il re delle celebrazioni. È il giorno in cui si brinda alla felicità, in cui si celebrano i matrimoni e gli sposi sognano di “attirare” gli amici in un vortice di gioia condivisa. Un’evoluzione affascinante, se pensi che in origine tomobiki voleva dire “condividere vittoria o sconfitta” (共に引き分け, tomo ni hikiwake), un pareggio tra compagni di lotta, poi trasformato poi in un invito simbolico, un richiamo a raccolta le persone care (友を引くtomo o hiku).
Ma attenzione: c’è un’ombra che si allunga su tomobiki. Guai a organizzare un funerale sotto questo cielo! La tradizione crede che la morte, subdola, potrebbe “tirare” con sé anche gli amici del defunto, trascinandoli in un destino infausto. È un’idea che fa rabbrividire, e non a caso i templi e le tombe di famiglia rimangono vuoti in questo giorno, mentre le famiglie aspettano con pazienza un momento più propizio per dire addio ai propri cari.
E poi c’è il ritmo del tempo, che in tomobiki possiamo dire che fa un po i capricci. La mattina e la sera sono considerate di buon auspicio. Ma il mezzogiorno, tra le 11 e le 13, ovvero durante il periode del bue (丑の刻, ushi no koku), tutto cambia: è un momento da evitare, un’ombra che si allunga minacciosa e che i più superstiziosi scansano con cura. Pianificare un evento nel giorno di tomobiki diventa spesso una corsa ad ostacoli tra luce e oscurità.
Nonostante lo scetticismo dei più e la chiara mancanza di basi scientifiche, il rokuyō resiste, e tomobikine è il simbolo vivente. È un ponte tra passato e presente, un rituale che le generazioni più anziane custodiscono gelosamente, sfogliando calendari con lo stesso rispetto di un monaco intento nella lettura di un sutra. Per i giovani, forse, è solo una curiosità, ma per molti resta una guida silenziosa, un’eco di tempi lontani.
Ecco tomobiki: un giorno che unisce e divide, che canta un ode alla vita e teme la morte, un frammento di Giappone dove il folklore si mescola alla quotidianità con una magia tutta sua.
In Giappone, i club scolastici, noti come “bukatsu” (部活), sono da tempo un caposaldo della vita studentesca. Queste attività extracurricolari offrono agli studenti preziose opportunità per sviluppare competenze, costruire amicizie e apprendere importanti lezioni di vita.
Sono spesso divise in club sportivi e club culturali (calligrafia o cultura tradizionale), ma il numero specifico e il tipo di offerte variano a seconda della regione e della scuola.
Tuttavia, negli ultimi anni, un vento di cambiamento sta soffiando sui bukatsu delle scuole medie giapponesi. Si è verificato un notevole calo del numero di studenti partecipanti, portando alla chiusura di alcuni circoli e aprendo un dibattito sul futuro di questa istituzione.
Per affrontare questa sfida, il governo giapponese sta promuovendo una transizione epocale: il passaggio di questi club dalla gestione delle scuole medie alla gestione regionale. Ma cosa significa concretamente questo cambiamento? E quali saranno le conseguenze per gli studenti, gli insegnanti e la comunità?
Una nuova era per le attività extracurricolari?
La “transizione regionale” dei bukatsu è un’iniziativa ambiziosa che mira a trasferire la guida e la gestione di queste attività, tradizionalmente svolte dagli insegnanti scolastici, a organizzazioni esterne alla scuola come circoli sportivi locali, club privati con istruttori e organizzazioni non profit.
Questo cambiamento epocale ha un duplice obiettivo. Da un lato, alleggerire il carico di lavoro degli insegnanti, spesso oberati dalla gestione delle attività extracurriculari oltre alle loro mansioni didattiche. Dall’altro, garantire agli studenti un accesso a un’istruzione di qualità superiore, guidata da esperti nei rispettivi settori. Il governo punta a completare questa transizione entro il 2026, con la speranza di rivitalizzare i bukatsu e renderli più accessibili e attrattivi per le nuove generazioni.
Impatto sociale
La possibile scomparsa di questi club ha generato preoccupazioni diffuse tra educatori e genitori. I bukatsu sono molto più di semplici attività extracurricolari: sono considerati un pilastro del sistema educativo giapponese, un ambiente unico che promuove il lavoro di squadra, la disciplina, il rispetto delle regole e un profondo senso di appartenenza.
“Il mio club di basket è come una seconda famiglia,” racconta una studentessa di scuola media. “Abbiamo imparato a sostenerci a vicenda, a superare le difficoltà insieme. Non riesco a immaginare la scuola media senza il bukatsu.”
Molti temono che l’eliminazione di questi circoli dalle scuole possa avere conseguenze negative sullo sviluppo sociale ed emotivo degli studenti. I bukatsu, infatti, non sono solo attività extracurricolari, ma veri e propri laboratori di vita. Attraverso la partecipazione a un club sportivo o culturale, gli studenti imparano a lavorare in squadra, a rispettare le regole, a gestire la competizione e la sconfitta, a sviluppare la perseveranza e la disciplina.
Per molti studenti, il bukatsu rappresenta un importante senso di appartenenza e un luogo dove costruire amicizie durature, elementi cruciali per la loro crescita personale. La loro scomparsa dalle scuole potrebbe privare gli studenti di queste preziose opportunità di crescita.
Rivitalizzare i bukatsu: iniziative e speranze
In risposta al calo di partecipazione e alla crescente consapevolezza del valore dei bukatsu, alcune scuole e comunità si sono mobilitate per rivitalizzare questi circoli. Le iniziative sono diverse: dall’offerta di una gamma più ampia di attività, per intercettare i nuovi interessi degli studenti, alla promozione dei benefici dei bukatsu attraverso campagne informative, fino al supporto concreto ai responsabili dei circoli, spesso insegnanti volontari.
“Speriamo che la transizione regionale sia un’opportunità per rendere i bukatsu ancora più forti,” afferma in un’intervista rilasciata ad un quotidiano un’insegnante di matematica che da anni dedica il suo tempo libero al club di baseball della scuola. “Se riusciamo a collaborare con esperti esterni e a ridurre il carico burocratico per noi insegnanti, potremmo concentrarci di più sull’aspetto educativo e sulla crescita dei ragazzi.”
Questi sforzi, uniti alla spinta per la gestione regionale, alimentano la speranza di invertire la tendenza negativa e garantire che le future generazioni di studenti possano continuare a beneficiare della ricca esperienza dei bukatsu.
Una transizione graduale
L’abolizione delle attività dei circoli scolastici gestiti direttamente dalle scuole medie è già iniziata gradualmente nel 2024. Mentre le attività durante la settimana continueranno a svolgersi all’interno delle scuole, a partire dal 2024, le attività dei circoli nel weekend stanno passando progressivamente sotto il controllo di organizzazioni regionali.
Ogni ente locale sta pianificando questa transizione in modo autonomo, ma la direzione è chiara: entro la fine del 2025, si prevede che le attività dei circoli del fine settimana saranno completamente abolite in molte scuole, lasciando spazio ad attività gestite a livello locale o regionale come nuova pressi. Nelle principali città, gli standard per le attività sono già stati rivisti dal 2024, con un calendario preciso per l’abolizione dei bukatsu scolastici nel fine settimana entro la fine del 2025. L’obiettivo è chiaro: incentivare gli studenti a partecipare alle attività offerte dai circoli regionali durante il weekend, piuttosto che rimanere legati ai club scolastici.
Questa tendenza inesorabile punta a una transizione completa delle attività dei bukatsu verso i circoli regionali entro il 2026, con una drastica riduzione delle attività gestite direttamente dalle singole scuole. Ma dietro questa riforma si celano domande cruciali: “Perché i bukatsu scolastici stanno scomparendo?” e “Quando avverrà la loro abolizione definitiva?”. Analizziamo nel dettaglio le ragioni di questa trasformazione, soppesando vantaggi e svantaggi.
Riduzione del carico di lavoro del corpo insegnanti
La riduzione del carico di lavoro eccessivo gravante sugli insegnanti sono tra le principali motivazioni dietro la decisione di abolire i bukatsu tradizionali. La gestione dei circoli è diventata un onere insostenibile per molti docenti, con l’impegno al di fuori dell’orario di lavoro che è diventato la norma. Un rapporto del 2023 ha rivelato che un allarmante 42,5% degli insegnanti delle scuole medie pubbliche ha superato il limite legale di ore straordinarie, e un preoccupante 8,1% ha varcato la soglia delle ore che possono condurre al “karoshi“, la tragica morte per eccesso di lavoro.
La transizione regionale dei bukatsu è una risposta concreta a questa emergenza. Esternalizzandone la gestione a club privati e organizzazioni culturali, si intende creare un ambiente in cui gli insegnanti possano finalmente concentrarsi sulle lezioni quotidiane, alleggerendo il carico di lavoro e potenzialmente migliorando la qualità dell’insegnamento in classe.
Pressione scolastica e calo demografico
Un’altra ragione fondamentale è la crescente pressione accademica che grava sugli studenti giapponesi. In un sistema educativo estremamente competitivo, molti ragazzi si sentono costretti a dedicare sempre più tempo allo studio, sacrificando le attività extracurricolari. A questo si aggiunge la complessa sfida demografica del calo del tasso di natalità in Giappone. La diminuzione degli studenti iscritti alle scuole medie rende sempre più difficile sostenere i bukatsu scolastici, soprattutto nelle scuole più piccole.
In molte scuole con pochi iscritti, i circoli faticano a raggiungere il numero minimo di membri per operare in modo efficace. In questo contesto, diventa sempre più arduo mantenere i bukatsu tradizionali gestiti dalle scuole, spingendo verso la transizione regionale come soluzione pragmatica. La collaborazione con circoli sportivi regionali, privati e organizzazioni culturali rappresenta un tentativo di mitigare l’impatto del calo demografico e offrire agli studenti nuove opportunità di partecipazione.
Il grafico illustra chiaramente i motivi per cui è in corso una riforma delle attività sportive nelle scuole medie giapponesi, evidenziando i cambiamenti demografici e le problematiche emergenti nel contesto delle attività extracurriculari.
Linea blu (中学校の在学者数 – Numero di studenti delle scuole medie): mostra un andamento in calo nel tempo, riflettendo il declino demografico. I valori diminuiscono da circa 124.000 (2007) a circa 116.000 (2021).
Linea arancione (1運動部あたりの人数 – Numero di studenti per club sportivo): Anche questa linea mostra un trend discendente, passando da circa 19,3 studenti per club (2007) a circa 16,4 studenti per club (2021). Questo indica che, in media, ogni club sportivo ha sempre meno membri.
Barre grigie (一運動部活動数 – Numero di attività di club sportivi):mostrano una diminuzione nel numero totale di attività di club sportivi nel tempo, passando da circa 118.000 (2007) a circa 11.600 (2021). Questo suggerisce che, oltre alla diminuzione dei membri per club, sta diminuendo anche il numero totale di club attivi.
In sintesi, il grafico evidenzia come il calo demografico in Giappone stia impattando negativamente sulle attività sportive scolastiche nelle scuole medie, portando a una riduzione del numero di studenti, del numero di membri per club e del numero totale di club attivi. Questi fattori sono alla base della necessità di una riforma delle attività di club (部活動改革 – bukatsudō kaikaku) per garantire che le attività sportive scolastiche rimangano vitali e accessibili per gli studenti.
Fonte dei dati
中学校在学者数:「学校基本調査」/1運動部あたりの人数・運動部活動数:日本中学校体育連盟による調査
“Numero di studenti delle scuole medie: “Indagine fondamentale sulle scuole” / Numero di studenti per club sportivo, Numero di attività di club sportivi: Indagine condotta dalla Federazione sportiva delle scuole medie giapponesi”
Meno lavoro per gli insegnanti, più qualità per gli studenti
La transizione regionale dei bukatsu promette diversi vantaggi. Il primo e più evidente è la riduzione del carico di lavoro degli insegnanti, liberandoli da un impegno gravoso e permettendo loro di concentrarsi sulla didattica. Questo cambiamento mira a promuovere una vera e propria “riforma degli stili di lavoro” per la categoria degli insegnanti.
Un secondo, grande vantaggio è rappresentato dalla maggiore opportunità per gli studenti di ricevere un’istruzione specializzata e di alta qualità nelle attività dei circoli. Affidando la formazione a club privati e organizzazioni culturali, si garantisce l’intervento di istruttori esperti e qualificati, consentendo agli studenti di sviluppare al meglio il proprio talento e le proprie capacità individuali. Inoltre, il coinvolgimento dell’intera comunità locale nello sviluppo sociale dei giovani studenti potrebbe innescare una rivitalizzazione del tessuto comunitario stesso.
Svantaggi e sfide
Nonostante i potenziali benefici, la transizione regionale presenta anche degli svantaggi. La difficoltà maggiore è il reperimento di istruttori qualificati, soprattutto nelle aree rurali. La carenza di personale specializzato potrebbe creare disparità regionali, con studenti in aree urbane avvantaggiati rispetto a quelli in zone rurali nell’accesso a un’istruzione di alta qualità. Si teme, quindi, un ampliamento del divario educativo tra città e campagna.
Un altro svantaggio è l’aumento potenziale dei costi per le famiglie. La partecipazione a club privati o associazioni culturali spesso comporta quote di iscrizione mensili e spese di trasporto, che potrebbero rappresentare un nuovo onere finanziario per i bilanci familiari, soprattutto per quelli meno abbienti. Infine, con l’aumento delle attività svolte al di fuori della scuola, la gestione della sicurezza degli studenti diventa più complessa e richiede nuove strategie e attenzioni.
Verso il 2026
La transizione regionale dei bukatsu delle scuole medie è un processo complesso e in divenire, destinato a completarsi a livello nazionale entro il 2026, quando si prevede che la maggior parte delle scuole avrà trasferito completamente le attività, riducendo drasticamente o annullando i bukatsu gestiti internamente.
Il futuro dei bukatsu potrebbe essere ibrido, ovvero gestiti dalle scuole durante la settimana e attività extracurriculari regionali nel fine settimana. Con questa transizione, si mira a creare un sistema in cui circoli sportivi regionali e organizzazioni culturali assumano un ruolo guida nell’istruzione degli studenti, garantendo al contempo una maggiore specializzazione e un minor carico di lavoro per gli insegnanti. Per affrontare le sfide specifiche di ogni territorio, gli enti locali avranno un ruolo chiave nell’attuazione di misure di sostegno personalizzate, mirando a eliminare le disparità regionali e a rafforzare la sicurezza degli studenti.
Se la transizione avrà successo, si spera di offrire agli studenti un ambiente di attività più gratificante e stimolante, e di permettere agli insegnanti di concentrarsi con rinnovato impegno sulla loro missione educativa primaria. Il futuro dei bukatsu è in movimento, e il 2026 sarà un anno cruciale per capire se questa trasformazione epocale porterà i frutti sperati.
Nel ricca tradizione giapponese, il genkan (玄関) è ben più di un mero ingresso; è una soglia profonda, uno spazio meticolosamente progettato che demarca il confine tra il mondo esterno considerato profano e il sacro santuario della casa. Comprendere veramente il genkan significa addentrarsi nel cuore della cultura giapponese, nei suoi valori profondamente radicati di purezza rituale, pulizia e nel delicato equilibrio tra esistenza pubblica e privata, il tutto mentre protetto sottilmente dal kegare (穢れ), l’impurità.
Le radici del genkan e l’evoluzione dell’architettura domestica
La genesi del genkan è profondamente radicata nell’evoluzione dell’architettura domestica giapponese. Sebbene spazi d’ingresso rudimentali esistessero già in precedenza, il genkan come lo conosciamo oggi ha acquisito importanza durante il periodo Edo (1603-1868). Quest’epoca vide le case sempre più definite e separate dagli spazi di lavoro e dalle aree agricole, rendendo necessaria una transizione più formale dal mondo esterno.
Il genkan emerse quindi come risposta a questa evoluzione della coesistenza sociale e spaziale, solidificando questo spazio sia come un punto d’ingresso distinto sia come un luogo dedicato alle interazioni sociali prima di poter entrare nel privato. Nacque quindi da un bisogno sia di separazione sia spaziale che sociale, segnando un chiaro punto d’ingresso e un luogo dedicato alle interazioni sociali prima di accedere alla sfera privata.
Purezza e rispetto
Il significato del genkan è stratificato e profondamente intrecciato con il concetto di kegare. A livello pratico, il genkan funge da area designata per togliersi le scarpe, un’usanza profondamente radicata nella cultura giapponese e intrinsecamente legata alle nozioni di igiene e purezza.
Entrare nel genkan non è solo una questione di praticità; è un atto spesso inconsapevole di purificazione rituale, lasciare indietro il potenziale kegare del mondo esterno, non solo la polvere e la sporcizia ma anche le impurità simboliche, prima di entrare in uno spazio più pulito e ritualmente puro. Questo atto di togliersi le scarpe non riguarda meramente la pulizia fisica; è un gesto di rispetto per la casa e i suoi abitanti, riconoscendo la sacralità della sfera domestica e cercando di prevenire l’intrusione del kegare.
Uchi e soto: il genkan come zona liminale
Oltre al suo ruolo funzionale, il genkan incarna la dicotomia culturale di uchi (内, interno) e soto (外, esterno) di cui abbiamo già parlato all’interno di questo blog.
Il genkan funziona come una zona liminale, uno spazio cuscinetto che gestisce con cura le interazioni tra soto, il mondo esterno, potenzialmente contaminato dal kegare, e uchi, il mondo privato, interno della casa e della famiglia, uno spazio idealmente mantenuto puro e libero da ogni contaminazione.
È uno spazio di transizione dove ci si spoglia dei ruoli sociali e delle energie appartenenti al soto, incluso il potenziale kegare, e ci si prepara a entrare nell’intimità e nella purezza dell’uchi. Questa separazione spaziale, rafforzata dal genkan, rispecchia sottilmente l’enfasi giapponese sul mantenimento dell’armonia sociale in pubblico, valorizzando profondamente la privacy e la preservazione della purezza all’interno della casa.
Interazioni sociali e gerarchia spaziale
Il genkan non è solo una barriera contro il kegare, ma è storicamente anche un luogo destinato alle interazioni sociali. Serviva come luogo per accogliere gli ospiti, condurre brevi scambi e ricevere consegne, il tutto all’interno dello spazio adiacente del soto.
La netta differenza di altezza tra il pavimento del genkan (tipicamente più basso) e il pavimento principale della casa (rialzato) accentuava ulteriormente la separazione di questi regni, rafforzando sia fisicamente che simbolicamente il confine con il mondo esterno. Gli ospiti generalmente erano tenuti a rimanere nel genkan a meno che non fossero esplicitamente invitati ad entrare in casa, una sorta di protocollo spaziale che rifletteva anche le gerarchie sociali e il grado di intimità e fiducia con i visitatori, salvaguardando ulteriormente la parte privata.
Periodo Edo: samurai e gente comune
Durante il periodo Edo, nelle residenze di aristocratici e samurai, il genkan assunse un significato ancora più pronunciato, riflettendo il loro status sociale e la necessaria ricerca di sicurezza. I genkan delle case dei samurai specialmente erano spesso più spaziosi e costruiti in modo più robusto rispetto a quelli delle case comuni, incorporando talvolta elementi che trasmettevano autorità e preparazione all’azione contro eventuali nemici.
Pur mantenendo la funzione principale di separare soto e uchi e prevenire il kegare, questi genkan potevano includere robuste strutture in legno e un senso di formalità che si allineava con il carattere dei samurai.
Al contrario, le nagaya (長屋), le classiche case in legno a un piano dove viveva la gente comune, tipicamente mancavano di un genkan vero e proprio. Queste abitazioni avevano dei pavimenti in terra battuta, con una transizione verso una piccola area con pavimento in legno prima di raggiungere le stanze le stanze più interne.
Questo concetto architettonico può ancora essere osservato nelle moderne case giapponesi, evidenziando l’evoluzione e l’adattamento del genkan attraverso diversi strati sociali e periodi storici. Indipendentemente dalle dimensioni, il genkan è spesso considerato il “volto” della casa. Riflettendo questo, molte famiglie giapponesi lo decorano con dipinti, fiori, bambole o fotografie di paesaggi, infondendo un loro tocco personale a questo spazio di soglia con il mondo esterno.
Tataki e kamachi
Questa enfasi sulla separazione tra interno ed esterno è ulteriormente incarnata nella struttura tradizionale del genkan stesso. Le case giapponesi classiche spesso presentano un ingresso a gradini, che delinea chiaramente il genkan dallo spazio abitativo principale.
Il tataki (叩き), un’area con pavimento in terra battuta o cemento, è spesso al livello più basso, fungendo da spazio immediato per entrare dall’esterno e togliersi le scarpe. Un gradino in legno rialzato, noto come kamachi (框), eleva quindi il pavimento interno, creando un distinto confine fisico e visivo. Questa struttura a gradini è un segno distintivo del design tradizionale del genkan, che rafforza potentemente la transizione dal soto all’uchi e funge da chiara demarcazione contro l’intrusione del kegare.
Adattamento alla modernità
Nel corso del tempo, il genkan si è facilmente adattato all’evoluzione degli stili di vita e all’estetica architettonica moderna. I genkan tradizionali delle case giapponesi più antiche, con i loro spaziosi tataki e kamachi prominenti, sono spesso generosamente proporzionati, dotati di armadietti per le scarpe (下駄箱, getabako) e ampio spazio per il movimento e lo scambio sociale.
Tuttavia, negli appartamenti e nelle case contemporanee, attente all’utilizzo dello spazio, il genkan è spesso diventato più compatto, evolvendosi talvolta in una nicchia snella e stretta. In molte case moderne, sebbene il kamachi possa essere meno pronunciato o addirittura assente per ragioni di accessibilità, l’area designata del genkan e la pratica di togliersi le scarpe persistono. Nonostante queste trasformazioni spaziali, lo scopo fondamentale, separare uchi e soto e fungere da prima linea di difesa contro il kegare, del genkan (玄関) resistono tenacemente all’evolversi delle soluzioni architettoniche.
Genkan contemporaneo
Nelle case giapponesi contemporanee, il genkan rimane un elemento indispensabile, nonostante i design minimalisti. Sebbene le sue dimensioni fisiche possano essersi ridotte e la struttura a gradini semplificata se non del tutto assente, il rituale radicato della rimozione delle scarpe, la transizione da soto ad uchi e dal potenziale kegare (穢れ) alla purezza domestica, rimangono profondamente significativi.
I design moderni del genkan possono incorporare estetiche contemporanee ed eleganti ma continuano a funzionare come la porta d’accesso alla casa, uno spazio che prepara sia il corpo fisico che lo spirito per l’ingresso in un mondo privato e ritualmente protetto.
Un microcosmo culturale
Il genkan, quindi, va oltre la mera funzione architettonica; può essere considerato un potente microcosmo culturale, che riflette i valori giapponesi fondamentali, le dinamiche sociali e le credenze spirituali riguardanti la purezza. È uno spazio di transizione, purificazione, rispetto e sottile difesa rituale, che incarna il delicato equilibrio tra il pubblico e il privato, l’esterno e l’interno, e il puro e il potenzialmente impuro.
Calpestare il pavimento del genkan non è semplicemente entrare in un’abitazione; è varcare una soglia nello stile di vita giapponese, uno spazio dove rituali sottintesi e tradizione si intrecciano fluidamente con la vita quotidiana.
Ieri sera, mentre guardavo la televisione, mi sono imbattuto in un programma che parlava del kanten-hoshi (寒天干し), ovvero l‘agar-agar essiccato. Nonostante sia un ingrediente che qui in Giappone ho spesso gustato in svariati dolci e pietanze, ignoravo completamente il processo di produzione e la sua storia.
Spinto dalla curiosità, ho approfondito l’argomento online, scoprendo dettagli davvero interessanti su questo ingrediente.
Ma cos’è esattamente il kanten-hoshi?
Il termine kanten-hoshi è composto da due parole chiave. La prima è kanten (寒天), il termine giapponese per “agar-agar”. La parola kanten stessa è in realtà una contrazione di “kanzarashi no tokoroten” (寒ざらしのところてん), che letteralmente significa “tokoroten esposto al freddo invernale”. La seconda parola è “hoshi” (干し), un termine giapponese molto comune che indica semplicemente “essiccato” o “secco”.
In sostanza, il kanten-hoshi è un metodo tradizionale di produzione di agar naturale, tipico della regione di Suwa, nella prefettura di Nagano. Questa lavorazione si concentra soprattutto durante il rigido inverno giapponese. Il processo, tanto semplice quanto naturale, si svolge così: da dicembre a metà febbraio, i produttori utilizzano l’agar in bastoncini, ottenuto precedentemente bollendo un tipo di alga marina chiamata tengusa (天草) fino a raggiungere una consistenza solida.
Alga Tengusa
Questi bastoncini vengono poi lasciati all’aperto per circa due settimane. Qui la natura e il clima locale giocano un ruolo fondamentale: l’alternanza di gelo e disgelo tra notte e giorno permette all’acqua contenuta nell’agar di evaporare naturalmente. Il risultato finale è un alimento purissimo, privo del tipico odore di mare delle alghe.
Kanten-hoshi
Una tradizione nata a Kyōto durante il periodo Edo
Pare che la produzione di kanten abbia avuto inizio quasi per caso durante il periodo Edo (1603-1868). Si narra che il proprietario di una locanda di Kyōto scoprì fortuitamente che del “tokoroten” (ところてん), una gelatina di agar servita come noodle, dimenticato all’esterno, si era essiccato. Provando a reidratarlo per poterlo riutilizzare, ebbe una grande sorpresa: ottenne un tokoroten trasparente e privo del caratteristico odore di alga marina.
Fu proprio da “kanzarashi no tokoroten” (寒ざらしのところてん), ovvero “tokoroten esposto al freddo invernale”, che nacque il nome “kanten“, poi diffusosi in tutta la regione del Kansai.
Il kanten di Suwa
La diffusione della produzione di kanten nella regione di Suwa viene fatta risalire al 1830 circa, grazie a un mercante ambulante locale di nome Kobayashi Kumezaemon (小林粂左衛門). Durante un viaggio nella regione di Tanba (antica provincia giapponese, oggi una zona tra le prefetture di Hyōgo e Kyōto), Kobayashi osservò il processo di produzione del kanten. Intuì immediatamente che il clima di Suwa, caratterizzato da forti escursioni termiche e giornate soleggiate, fosse ideale per questo tipo di lavorazione. Decise quindi di importare questo metodo nella sua regione.
La cartina mostra la posizone dell’antica regione di Tanba tra le odierne prefetture di Hyōgo e Kyōto
La sua intuizione si rivelò corretta: la produzione di kanten si diffuse rapidamente a Suwa, diventando in breve tempo una vera e propria specialità locale. Inoltre, l’impiego delle risaie dopo il raccolto del riso per la produzione del kanten si dimostrò un’attività secondaria perfetta per gli agricoltori, e l’acqua pura e incontaminata della regione rappresentò un ulteriore vantaggio. Così, il kanten-hoshi è diventato un simbolo autentico dell’inverno a Suwa.
Come si gusta il kanten?
Il kanten è un ingrediente estremamente versatile nella cucina giapponese. Pensando ai dolci, vengono subito in mente classici come l’anmitsu (餡蜜), un dessert tradizionale simile alla nostra macedonia, che combina cubetti di agar con frutta, anko (la deliziosa marmellata di fagioli rossi) e mochi, il tutto servito con uno sciroppo scuro e molto dolce a base di zucchero, chiamato kuro-mitsu.
Fonte foto: Wikipedia
Un altro esempio è lo yōkan, una gelatina dolce e densa a base di agar, anko e zucchero, ideale per chi predilige sapori più intensi. A questo proposito, ti lascio il link all’articolo del nostro blog che approfondisce questo dolce:
Per chi invece desidera qualcosa di più leggero e fresco, c’è il mizu yōkan, una variante perfetta per l’estate. E, naturalmente, non possiamo dimenticare le coloratissime e trasparenti gelatine di frutta.
Ma il kanten non è relegato solo al mondo dei dolci. Grazie alla sua consistenza particolare e alle sue proprietà benefiche, trova impiego anche in piatti salati. Ad esempio, il tokoroten viene servito come noodle freddi, conditi in mille modi diversi – con aceto, salsa di soia e sesamo – creando un piatto leggero e rinfrescante. Nelle insalate, il kanten aggiunge consistenza e leggerezza, mentre nelle zuppe agisce come addensante delicato, conferendo una consistenza piacevole.
Tokoroten
La prossima volta che assaggerete un dolce o una pietanza giapponese con il kanten, spero vi tornerà in mente la sua affascinante storia e il magico processo di produzione del kanten-hoshi!
Cinque anni fa, il mio lavoro mi ha portato dalle vivaci strade di Nagasaki alla più tranquilla città costiera di Sasebo (佐世保市). A dire il vero, all’inizio, non sapevo molto di questa città al di là della sua posizione. Ma vivendoci, ho rapidamente capito come fosse stata plasmata dal mare e dalla sua incredibile storia come base navale della marina imperiale giapponese. Una storia che risale a secoli fa, trasformando un piccolo villaggio di pescatori in un attore cruciale sul palcoscenico mondiale.
Fonte: Nagasaki-shinbun
Spesso si dice che Sasebo sia “una città sviluppatasi insieme alla marina militare” e, ancora oggi, molti la vedono come “una città dipendente dall’esercito statunitense e dalle Forze di Autodifesa giapponesi (JSDF)”. Ma vivendoci e scavando un po’ più a fondo, si scopre una storia più complessa.
Le radici
Immaginate Sasebo secoli fa: una zona tranquilla dove la vita ruotava attorno alla pesca. Il nome “Sasebo” apparve sulle mappe intorno al 1300, indicando un villaggio con radici profonde. All’inizio del 1800, ancor prima della base navale, era già un centro amministrativo con un ufficio governativo regionale e una popolazione di 3.000 abitanti.
Ciò che ha veramente messo Sasebo sulla mappa in senso moderno è stata la sua geografia. Situata vicino allo strategico stretto di Tsushima, Sasebo vantava un porto naturale riparato e dalle acque profonde. Questo dono geografico non passò inosservato alla Marina Imperiale Giapponese alla fine del XIX secolo.
L’ammiraglio Tōgō e l’eredità di Sasebo
Nel 1883, il tenente comandante Tōgō Heihachirō (東郷 平八郎), un ufficiale navale considerato visionario per il suo tempo, si recò in visita a Sesebo. Come capitano della nave da guerra Teibō, ispezionò e cartografò meticolosamente il porto, riconoscendone immediatamente l’immenso potenziale. Il suo lavoro fu fondamentale per aprire il porto di Sasebo allo sviluppo navale su larga scala. Più tardi, nel 1899, Tōgō tornò come settimo comandante in capo del distretto navale di Sasebo. In questo ruolo, si dedicò allo sviluppo e al miglioramento delle strutture portuali, consolidando il futuro della città come importante centro navale.
Tōgō Heihachirō (foto di dominio puccblico)
Il legame dell’ammiraglio Tōgō con Sasebo andò ancora oltre; nel 1905, servì come comandante in capo della rengō kantai (連合艦隊), la Flotta Combinata, guidando il Giappone alla vittoria nella guerra russo-giapponese. Il suo carattere e la sua genialità strategica gli valsero la fama mondiale come “Ammiraglio Tōgō“, (fu il primo giapponese a comparire sulla copertina del Times) una figura molto rispettata sia in Giappone che a livello internazionale. Oggi, una statua di bronzo si erge a Sasebo per onorare le sue azioni virtuose e la sua eredità duratura come simbolo di educazione nazionale.
Copertina risalente all’8 Novembre 1926 dedicata all’Ammiraglio Tōgō (Fonte: Wikipedia)
Perché Sasebo?
Le ragioni erano chiare: il fondale profondo poteva ospitare grandi navi da guerra e la sua posizione era strategicamente vitale per il controllo delle rotte marittime verso la Cina e la Corea. Con l’aumentare delle ambizioni del Giappone in Asia, l’importanza di Sasebo salì alle stelle. La base navale si espanse rapidamente, dotandosi di bacini di carenaggio, campi di aviazione e strutture per costruire e riparare navi. Negli anni ’30, Sasebo era la terza base navale più grande del Giappone.
E non fu solo la marina a alimentare la crescita di Sasebo. L’ascesa dell’estrazione del carbone nell’era Meiji (明治時代, 1868-1912) diede impulso ad altre industrie. Sasebo divenne un centro regionale con fiorenti attività di pesca, finanza e ceramica. Queste industrie, a loro volta, stimolarono lo sviluppo dei trasporti come ferrovie e navigazione, nonché il commercio all’ingrosso e al dettaglio. Anche prima di diventare una grande base navale, Sasebo si stava già sviluppando in una significativa città regionale. Il primo ponte sul fiume Sasebo, costruito nel 1889 è stato completamente finanziato e realizzato con contributi di privati il che dimostra che, anche prima della base navale, la città aveva residenti con notevoli risorse finanziarie.
La guerra del Pacifico
Sasebo ha svolto un ruolo fondamentale nelle politiche espansionistiche del Giappone e, tragicamente, nella guerra del Pacifico. Dal suo porto, le navi della Marina Imperiale Giapponese salparono per operazioni cruciali. L’Arsenale Navale di Sasebo divenne un alveare di attività, impiegando circa 60.000 persone al suo apice durante la seconda guerra mondiale, costruendo cacciatorpediniere, sottomarini e altre navi da guerra. Sasebo era uno dei luoghi nevralgici della potenza navale giapponese.
Tuttavia, questa importanza strategica rese Sasebo anche un bersaglio. Nel 1945, i raid aerei americani danneggiarono pesantemente la città e la base navale. Il 15 agosto 1945, il Giappone si arrese e il tempo di Sasebo come città militare imperiale terminò. Nel settembre 1945, arrivò la Marina degli Stati Uniti e il governo militare della città fu stabilito presso il municipio. Sasebo fu sotto occupazione statunitense fino al 1952. È interessante notare che, durante la guerra di Corea, Sasebo divenne un punto di partenza vitale per le forze delle Nazioni Unite e degli Stati Uniti, evidenziando la sua continua importanza strategica, anche sotto una nuova gestione.
Vivere a Sasebo: una città che racconta la sua storia
Oggi, Sasebo rimane una città molto importante. Ospita le attività della Settimana Flotta Statunitense del Pacifico e la Forza di Autodifesa Marittima Giapponese. La base svolge ancora un ruolo cruciale nel mantenimento della pace e della sicurezza nella regione del Pacifico.
Vivendoci, si possono sentire gli echi della storia tutt’intorno. Dai vecchi magazzini di mattoni rossi costruiti dalla Marina Imperiale alla continua presenza di personale navale sia giapponese che statunitense, Sasebo è una città che indossa con orgoglio la sua storia. È un luogo affascinante, una testimonianza di come una posizione strategicamente importante e l’industria locale si siano combinate per trasformare un centro regionale in una città di importanza militare globale, una storia che ho imparato ad apprezzare profondamente.
Immergiamoci oggi in un universo affascinante e misterioso: quello delle credenze popolari giapponesi legate al mare. Qui, un kami speciale, Funadama-sama (船玉様), si erge a protettore delle imbarcazioni e dei loro equipaggi. Conosciuto con nomi diversi a seconda delle regioni, questo spirito è venerato come il guardiano delle navi, colui che assicura traversate sicure e propizia una pesca generosa. Funadama-sama, letteralmente “spirito della nave”, è l’incarnazione della protezione divina per chiunque solchi le acque, un concetto profondamente radicato nella cultura marinara giapponese, dove il mare è da sempre fonte di vita e, al tempo stesso, un luogo insidioso.
Chi è Funadama-sama?
Nel cuore del folklore marinaro giapponese, si narra che Funadama-sama risieda nelle stesse imbarcazioni. La sua figura si intreccia con antiche tradizioni e superstizioni, tra cui un tabù ormai in declino che interdiva alle donne l’accesso ai pescherecci. Questa usanza, oggi meno diffusa, affondava le radici in arcaiche credenze popolari legate a concetti di purezza e impurità, alimentate dal timore dell’invidia che la divinità femminile poteva nutrire verso la bellezza delle donne.
Il concetto di kegare e Funadama-sama
Nel pensiero tradizionale giapponese, il concetto di kegare (穢れ) indica uno stato di impurità o contaminazione, spesso associato a eventi cruciali come la morte, il parto e, in particolare, le mestruazioni. Queste ultime, un tempo, erano percepite come una forma di kegare capace di influenzare negativamente la comunità e l’ambiente circostante.
Antiche superstizioni
Nel contesto della pesca, si riteneva che la presenza di una donna durante il ciclo mestruale a bordo potesse attirare la sfortuna, compromettere il pescato e persino scatenare violente tempeste. Questa credenza nasceva dalla paura che il kegare mestruale potesse offendere Funadama-sama, provocando la sua collera.
Un’ulteriore superstizione dipingeva Funadama-sama, spesso immaginata come una divinità femminile gelosa, pronta a infuriarsi contro la nave per la presenza di altre donne, soprattutto se giovani e belle.
Fortunatamente, queste credenze stanno gradualmente svanendo. L’evoluzione della società e la trasformazione dei ruoli di genere hanno contribuito a mettere in discussione queste antiche superstizioni. Sebbene in alcune comunità di pescatori più legate alle tradizioni il tabù persista, in molte altre zone del Giappone le donne sono attivamente coinvolte nel settore della pesca, pur rimanendo una minoranza. La presenza femminile a bordo è diventata più frequente, specialmente nelle attività di acquacoltura e pesca costiera.
Rappresentazione di Funadama-sama
La rappresentazione di Funadama-sama, il goshintai (御神体), ovvero l’oggetto che incarna il suo spirito, varia a seconda delle usanze locali. La forma più comune, diffusa in tutto il Giappone, è quella di una coppia di bambole di carta, una maschile e una femminile, simbolo di equilibrio e protezione. Altre raffigurazioni includono oggetti simbolici come cereali, monete, dadi e persino ciocche di capelli femminili. A volte, vengono offerti anche cosmetici come cipria e rossetto, un omaggio alla natura femminile di Funadama.
Coppia di bambole appartenente al Museo della prefettura di Tokushima
Si dice anche che coppia di bambole viene inclusa come sostituto della vita dei marinai in caso di incidenti.
Tradizionalmente, i carpentieri navali, i funadaiku (船大工), erano incaricati di installare il goshintai nelle nuove imbarcazioni durante la cerimonia di varo, il fune oroshi (船下ろし). Questo rito sottolineava il profondo legame tra l’arte della costruzione navale e la protezione divina. Il goshintai trovava posto in un’area specifica della barca: nelle piccole imbarcazioni in legno senza ponte, veniva ricavato un incavo nella trave di prua, la hesaki (舳先), per accoglierlo; nelle navi di maggiori dimensioni e dotate di cabina di pilotaggio, invece, veniva allestito un piccolo altare, un kami-dana, o in alternativa un hokora (祠, un piccolo santuario) all’interno della cabina stessa.
HokoraKami-dana
Intorno alla figura di Funadama-sama sono nate leggende e tradizioni affascinanti. Si racconta, ad esempio, che la divinità possa manifestarsi attraverso suoni misteriosi, come un tintinnio, per preannunciare tempeste imminenti o una pesca particolarmente abbondante. Questa credenza consolida il legame tra i pescatori e la divinità, percepita come una presenza benevola e protettiva.
Funadama-sama è oggetto di venerazione durante le festività del Nuovo Anno, con offerte votive di mochi, sakè, riso e sale. In questo periodo, le navi si adornano di rami di pino e corde shimenawa, e vengono issate grandi bandiere in suo onore.
I dadi
Un aneddoto curioso, narratomi da un capitano della marina militare giapponese che incontro spesso per lavoro, riguarda l’usanza di disporre i dadi sul kamidana secondo un ordine preciso, utilizzando una frase mnemonica e prendendo come riferimento la poppa della nave:
天一地六五東西二南三北四
Questa frase indica che i dadi devono essere posizionati con la faccia “1” rivolta verso il cielo e la “6” verso la terra. Il numero “3” è orientato verso la prua e il “4” verso la poppa, mentre il “5” si trova su entrambi i lati esterni e il “2” all’interno.
Utilizzando comuni dadi da gioco, questa combinazione risulta impossibile. Il segreto risiede nell’esistenza di dadi “maschi” e “femmina”. Mentre i dadi “femmina”, di uso comune, presentano una specifica disposizione dei numeri, i dadi “maschi” hanno una configurazione differente, essenziale per completare la “coppia sacra” durante il rituale. Questa usanza evidenzia l’importanza della dualità e del simbolismo nei rituali tradizionali giapponesi, dove anche gli oggetti più semplici, come i dadi, possono celare significati profondi.
In conclusione, Funadama-sama incarna un aspetto fondamentale della cultura marinara giapponese, intrecciando devozione religiosa e complesse credenze popolari. La sua figura testimonia il profondo rispetto e la secolare dipendenza dell’uomo dal mare.