La comparsa delle “Nere Navi” del Commodoro Matthew Perry nel 1853 e la sua richiesta di apertura dei porti giapponesi al commercio estero sono spesso viste come l’evento che ha posto fine all’isolamento del Giappone e ha portato alla fine dello shogunato Tokugawa. Tuttavia, è importante notare che il Giappone stava già affrontando numerose sfide interne prima dell’arrivo di Perry. Esse avrebbero prima o poi, Navi Nere o meno, portato alla caduta della dinastia.
La prima, più grave, più bizzarra e più vecchia di queste contraddizioni è la posizione ambigua della classe samurai.
Abbiamo visto come i soldati che avevano combattuto per i clan tozama (e quindi contro Tokugawa Ieyasu, sono stati letteralmente buttati sulla strada, senza alcun permesso di fare un lavoro che non fosse quello del soldato. Gli fu concesso in altri termini , di morire di fame.
È infatti evidente che, se da una parte i Tokugawa avevano dichiarato i guerrieri la classe dominante, dall’altra lo shogunato presa misure che resero praticamente impossibile un conflitto fra clan. Vi lascio immaginare come fosse ridotta la classe guerriera dopo 250 anni e passa di pace. La classe samurai, che formava l’élite governativa e militare del paese, era in una crescente crisi finanziaria. Molti samurai erano indebitati e alcuni persino impoveriti, a causa dei cambiamenti nell’economia giapponese e dell’inadeguatezza del sistema feudale a gestire questi cambiamenti.
Anche se nominalmente ricchi, i samurai come classe erano senza dubbio fra i poveri, mentre il denaro fluiva abbondante dalle loro tasche in quelle dei mercanti della Shitamachi di Tokyo. La povertà era diffusa non solo fra. I rōmin, ma anche quasi al massimo delle scale di potere interne della classe dei samurai. A questo si opponeva il successo della ricchezza tra le classi sociali, soprattutto tra i mercanti in arricchimento e la classe samurai in decadenza. La classe samurai fu quindi la prima a ribellarsi con impegno, perché era quella che aveva più interesse ad un cambiamento della situazione. Gli organizzatori dei numerosi disordini del periodo erano guerrieri. Saigo Takamori è un ottimo esempio non solo delle tensioni, ma anche delle contraddizioni del periodo.
Ma anche il popolo ne aveva abbastanza dei rigori estremi della vita sotto i Tokugawa, un regime che rese obbligatorio tutto quello che non era proibito. Una delle conseguenze fu un fenomeno estremamente bizzarro, il movimento “ee janaika.”
Consisteva nell’esplosione improvvisa di feste in cui la gente perdeva ogni controllo di sé e ballava per ore e giorni, dicendo “ee janaika” (letteralmente “non è forse bene?”, una frase il cui spirito è meglio espresso dalla frase “Ne ho abbastanza (di ordine e legalità”) è un esempio delle manifestazioni di malessere e delle tensioni sociali che esistevano durante gli ultimi giorni dello shogunato Tokugawa.
Come già detto, I festival “ee ja nai ka” spesso vedevano persone, in particolare contadini e cittadini comuni, ballare, cantare e comportarsi in modi che erano considerati bizzarri o al di fuori delle norme sociali. Molti indossavano costumi stravaganti o si travestivano, e la natura spontanea e caotica degli eventi li rendeva difficili da controllare.
La gravità della situazione è resa evidente da tutti gli slogan estremi generanti da questo periodo. Ecco una breve lista.
Wakon Yōsai : L’idea di adottare la tecnologia e le tecniche occidentali pur mantenendo l’essenza e lo spirito giapponese è spesso riassunta nella frase “Wakon Yōsai” (和魂洋才). Tradotto letteralmente, “Wakon” (和魂), il termine significa “spirito giapponese” e “Yōsai” (洋才) significa “talento occidentale” o “conoscenza occidentale”. Questa filosofia è diventata popolare durante la Restaurazione Meiji ma nacque prima, dalla necessità di importare tecnologia europea superiore a quella giapponese senza dover per questo buttare a mare secoli di cultura.
Sonno Joi (尊皇攘夷): Tradotto letteralmente, “sonno” significa “rispettare l’imperatore” e “joi” significa “espellere i barbari”. Questo slogan era popolare tra coloro che volevano restaurare l’autorità politica dell’Imperatore e opporsi all’influenza straniera in Giappone.
Fukoku Kyohei (富国強兵): Questo slogan significa “Paese Ricco, Esercito Forte”. Rifletteva l’obiettivo della nazione di diventare economica e militarmente potente seguendo modelli occidentali.
Bunmei Kaika (文明開化): Questa espressione può essere tradotta come “Illuminazione e Civiltà” o “Civilizzazione e Modernizzazione”. Rappresentava l’entusiasmo per l’adozione della cultura e della tecnologia occidentali durante l’era Meiji.
Kinnō (勤王): Questa parola significa “leale servizio all’Imperatore”. Era un concetto centrale per i gruppi che sostenevano un ritorno al potere imperiale.
Ognuno di questi slogan e concetti ha giocato un ruolo nella mobilitazione delle persone e nella guida delle politiche durante questo periodo turbolento della storia giapponese. Rappresentavano il desiderio di modernizzare il Giappone, ma anche le preoccupazioni riguar all’influenza straniera e la perdita dell’identità culturale giapponese.
Frank
Categoria: Lingua e cultura giapponese
La lingua giapponese
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Il tramonto dei Tokugawa
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L’animismo latente del Giappone moderno
Dal mio punto di vista di straniero che vive in Giappone, uno degli aspetti più affascinanti e sottili della cultura di questo paese è la percezione diffusa di una sorta di “presenza” nel mondo naturale e persino negli oggetti. Questa sensibilità, che affonda le radici in quello che potremmo definire animismo, sembra permeare l’ambiente in un modo che contrasta fortemente con le tradizioni monoteistiche o il secolarismo più marcato di molte culture occidentali. Non si tratta di un’adesione dogmatica a credenze antiche, ma piuttosto di un’attitudine, un residuo culturale che continua a manifestarsi in pratiche quotidiane.
Kami, l’immanenza del divino

Fonte: Wikipedia Lo shintoismo (神道), che non definirei propriamente una religione ma una sorta di via, di condotta indigena del Giappone, è intrinsecamente legato a questa visione del mondo. Come spiegò Motoori Norinaga (本居 宣長), eminente studioso del periodo Edo, il concetto di kami (神) non si limita a divinità antropomorfe, ma si estende a tutto ciò che ispira un senso di meraviglia, timore o rispetto – montagne, fiumi, alberi maestosi, fenomeni naturali, persino rocce dalla forma insolita. La sua analisi del Kojiki (古事記), la più antica cronaca giapponese, rivela una cosmologia dove il divino non è trascendente e separato, ma immanente nel mondo circostante. Questa definizione cosi ampia di kami, come “tutto ciò che possiede una qualità eccellente fuori dall’ordinario o che è fonte di timore reverenziale”, getta le basi per una comprensione animistica della realtà.
Yanagita Kunio e il mondo spirituale

Fonte: Wikipedia Il padre degli studi folcloristici giapponesi (minzokugaku – 民俗学), Yanagita Kunio (柳田 國男), ha documentato meticolosamente come le comunità rurali vivessero in simbiosi spirituale con il loro ambiente. Nei suoi scritti, come quelli raccolti in Tōno Monogatari – (遠野物語), emerge un mondo popolato da spiriti della montagna, spiriti dell’acqua, e una miriade di yōkai, tutti esseri soprannaturali legati a luoghi specifici. Yanagita ha sottolineato come la venerazione degli antenati e degli spiriti locali fosse fondamentale per l’identità e il benessere della comunità. Non si trattava solo di credenze astratte, ma di pratiche che regolavano il rapporto con la terra, le foreste e i corsi d’acqua, viste non come risorse inerti ma come entità viventi.
I Marebito

Fonte: Wikipedia Un altro gigante del minzokugaku, Origuchi Shinobu (折口 信夫), discepolo di Yanagita, ha introdotto il concetto di marebito (稀人), divinità che si crede giungono periodicamente dal tokoyo (常世), un aldilà mitico, portando benedizioni o rinnovamento. Questa idea, esplorata nei suoi studi sulla letteratura e sui rituali antichi, suggerisce una continua interazione tra il mondo umano e quello spirituale, spesso mediata da elementi naturali o luoghi sacri che fungono da ponte. Il concetto di marebito stesso veicola l’idea che forze spirituali esterne, spesso legate alla natura o agli antenati, influenzino attivamente la vita umana.
Una sensibilità che permane: L’animismo nel Giappone contemporaneo
Oggi, nel Giappone urbanizzato del 2025, si potrebbe pensare che questa visione animistica sia scomparsa. Pochi, forse, affermerebbero apertamente di credere che un albero o una roccia abbiano un’anima senziente nel senso letterale del termine. Eppure, osservando da vicino, si scopre che questa sensibilità non è svanita, ma si è trasformata, rimanendo latente in numerose pratiche e atteggiamenti. È diventata parte del “codice culturale” giapponese, spesso un modo quasi inconscio di interagire con il mondo.
Rituali e pratiche che Riflettono l’antica sensibilità
Questa persistenza si manifesta in diversi riti ancora oggi praticati:
Jichinsai (地鎮祭)
La cerimonia di purificazione del terreno prima di iniziare una costruzione. Si invoca il kami locale della terra per chiedere il permesso di costruire e garantire la sicurezza del progetto. È un chiaro residuo della credenza negli spiriti legati a luoghi specifici.

Fonte: wikipedia Kamidana (神棚)
Il piccolo altare shintō presente in molte case e negozi, dedicato ai kami protettori della famiglia o dell’attività. Mantenere un kamidana implica un riconoscimento continuo della presenza e dell’influenza dei kami nella vita quotidiana.

Foto dell’autore Omamori (お守り)
Gli amuleti protettivi acquistati presso templi e santuari per scopi specifici (sicurezza stradale, successo negli esami, salute). L’efficacia percepita dell’amuleto deriva dal potere spirituale del luogo sacro (e quindi del kami) infuso nell’oggetto.
Piccole offerte spontanee
È comune vedere monete, bevande o piccoli oggetti lasciati presso alberi secolari contrassegnati da una corda sacra detta shimenawa – (注連縄), rocce particolari, o piccoli santuari ai bordi delle strade, gli hokora – (祠). Questi gesti spontanei indicano un rispetto istintivo per la potenziale sacralità del luogo o dell’oggetto naturale.

Foto dell’autore Cerimonie di “ringraziamento” per oggetti
Esistono cerimonie come l’hari-kuyō (針供養) per gli aghi da cucito rotti o il ningyō-kuyō (人形供養) per le bambole che non si usano più. Sebbene spesso influenzate dal Buddismo, queste pratiche nascondono una sensibilità animistica sottostante: l’idea che anche oggetti inanimati, attraverso l’uso, nel caso degli aghi, o l’affezione nel caso delle bambole, acquisiscano una sorta di “spirito” e meritino rispetto alla fine del loro “servizio”.
Rituali di purificazione (Oharai – お祓い)
L’uso del sale per purificare spazi o persone, o l’impiego di bacchette rituali (ōnusa – 大幣) nei santuari, mirano a rimuovere impurità spirituali conosciute come kegare – (穢れ), presupponendo l’esistenza di forze invisibili positive e negative.

Fonte: Wikipedia – ōnusa Un legame silenzioso
In conclusione, la mia percezione da straniero è che l’animismo in Giappone non sia un capitolo chiuso della sua storia religiosa. Sebbene la sua manifestazione esplicita si sia attenuata con la modernizzazione, esso sopravvive in forma latente, intrecciato nel tessuto delle pratiche culturali, dei rituali e di un’innata attitudine di rispetto verso il mondo naturale e persino materiale. È questa persistenza silenziosa, spesso involontaria, più sentita che apertamente dichiarata, a contribuire in modo significativo a quell’atmosfera unica che molti stranieri percepiscono in Giappone, un ricordo costante della profonda connessione tra l’umano, il naturale e lo spirituale.
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Energia nucleare in Giappone
Situazione attuale, piani futuri e il ruolo cruciale delle rinnovabili
Introduzione: il contesto post-Fukushima
Contrariamente a una percezione talvolta diffusa all’estero, il fabbisogno elettrico del Giappone non è, allo stato attuale, sostenuto in maniera predominante dall’energia nucleare. L’incidente alla centrale di Fukushima Daiichi, conseguenza del terribile terremoto che ha colpito il Tōhoku nel marzo 2011, ha rappresentato uno spartiacque fondamentale. A seguito di quell’evento, tutte le centrali nucleari del paese sono state progressivamente fermate per verifiche di sicurezza e per l’implementazione di standard molto più stringenti.
Questi nuovi requisiti sono stati definiti e sono supervisionati dalla Nuclear Regulation Authority (NRA – 原子力規制委員会, Genshiryoku Kisei Iinkai), l’autorità di regolamentazione nucleare indipendente istituita nel 2012 proprio per rafforzare la vigilanza sulla sicurezza. Da allora, la riattivazione dei reattori è un processo lento, complesso e soggetto a rigorose valutazioni tecniche e, spesso, al consenso delle comunità locali.
Situazione Attuale
Secondo i dati più recenti disponibili dall’Agenzia per le Risorse Naturali e l’Energia (ANRE – 資源エネルギー庁), che fa capo al Ministero dell’Economia, del Commercio e dell’Industria (METI – 経済産業省), la quota di energia elettrica prodotta da fonte nucleare nel mix energetico giapponese si è attestata intorno al 7-9% negli ultimi anni fiscali (ad esempio, circa il 7.9% nell’anno fiscale 2022). Questo dato sottolinea come, attualmente, il Giappone dipenda in larga misura da altre fonti, principalmente combustibili fossili importati (gas naturale liquefatto, carbone, petrolio) e, in misura crescente, dalle rinnovabili.
Ad oggi (Aprile 2025), solo un numero limitato di reattori ha ottenuto l’approvazione definitiva dalla NRA per riprendere l’operatività commerciale e sono effettivamente in funzione. Il numero esatto fluttua a causa di arresti per manutenzione programmata o ispezioni, ma si aggira tipicamente attorno ai 10-12 reattori attivi. Questo a fronte di circa 33 reattori considerati tecnicamente operabili nel paese (escludendo i sei reattori di Fukushima Daiichi, quelli di Fukushima Daini e altri impianti già destinati allo smantellamento).
È possibile monitorare lo stato operativo aggiornato di ciascun reattore sul sito della NRA (di seguito il link alla pagina in lingua inglese)
https://www.nra.go.jp/english/nuclearfacilities/operation.html
Ogni processo di riavvio richiede il superamento di controlli di sicurezza estremamente severi introdotti dopo Fukushima, che includono misure rafforzate contro terremoti, tsunami, attacchi terroristici e guasti multipli (come la perdita totale di alimentazione elettrica). Inoltre, ottenere il consenso formale o informale delle prefetture e dei comuni ospitanti è spesso un passaggio politicamente cruciale e talvolta complesso.
Le principali compagnie elettriche, come Kansai Electric Power (KEPCO), Kyūshū Electric Power, Shikoku Electric Power e, potenzialmente in futuro, Tōkyō Electric Power Company (TEPCO) per i suoi impianti di Kashiwazaki-Kariwa (attualmente non ancora riavviati), forniscono aggiornamenti sullo stato dei loro impianti nucleari.

Fonte: Sesto piano strategico per l’energia” – 第6次エネルギー基本計画 – L’immagine precendente illustra la posizione e la situazione operativa delle centrali nucleari in Giappone aggiornata al 15 novembre 2024. Ogni centrale è indicata con il suo nome, seguito dal numero dei reattori presenti in quella centrale, colorati in base al loro stato operativo.
La legenda in basso a sinistra spiega il significato dei colori, da sinistra:
- Grigio chiaro: il riavvio del reattore non è stato richiesto
- Azzurro: il reattore è in fase di revisione
- Verde: il reattore ha ottenuto il permesso per il riavvio
- Giallo: il reattore è attualmente in funzione
- Grigio: il reattore è dismesso
Piani governativi e prospettive future: il sesto piano strategico per l’energia
Il quadro di riferimento attuale per la politica energetica giapponese è il “Sesto Piano Strategico per l’Energia” (第6次エネルギー基本計画), approvato dal governo nell’ottobre 2021. Le discussioni per il Settimo Piano sono in corso (2024-2025), ma gli obiettivi del sesto piano rimangono quelli ufficiali. Questo piano delinea una visione strategica fino al 2030 (e oltre) con i seguenti obiettivi principali:
- Sicurezze energetica: ridurre drasticamente la forte dipendenza dalle importazioni di combustibili fossili (che coprono ancora circa l’85% del fabbisogno di energia primaria del Giappone), mitigando i rischi geopolitici e di volatilità dei prezzi.
- Lotta al cambiamento climatico: raggiungere gli obiettivi di riduzione delle emissioni di gas serra (-46% entro il 2030 rispetto ai livelli del 2013) e conseguire la neutralità carbonica entro il 2050.
- Efficienza economica: garantire un approvvigionamento energetico stabile e a costi competitivi per sostenere l’economia giapponese.
In questo contesto, il Sesto Piano Strategico mira a portare la quota di energia nucleare nel mix di generazione elettrica al 20-22% entro l’anno fiscale 2030. Questo obiettivo ambizioso si basa principalmente sulla riattivazione sicura e tempestiva del maggior numero possibile di reattori esistenti che otterranno l’approvazione della NRA e il consenso locale.
Non prevede la costruzione massiccia di nuovi impianti convenzionali nel breve termine, sebbene il governo sostenga la ricerca e lo sviluppo di tecnologie nucleari avanzate, come i piccoli reattori modulari (SMR) e i reattori veloci, considerandoli opzioni per il futuro a lungo termine. Il governo ribadisce costantemente che la sicurezza è la “precondizione non negoziabile” per qualsiasi operazione nucleare.

Fonte: Japanese Agency for Natural Resources and Energy Una nazione divisa
Parte della popolazione giapponese è ancora profondamente segnata dall’incidente di Fukushima e continua ad essere divisa riguardo al ruolo dell’energia nucleare. Numerosi sondaggi condotti da media e istituti di ricerca mostrano costantemente che:
- Una parte significativa della popolazione nutre forti preoccupazioni sulla sicurezza degli impianti nucleari e preferirebbe una riduzione progressiva o l’abbandono completo del nucleare.
- Un’altra porzione dell’opinione pubblica, spesso influenzata da considerazioni economiche e di sicurezza energetica, riconosce l’utilità del nucleare per garantire stabilità all’approvvigionamento elettrico (specialmente alla luce delle crisi energetiche globali) e per contribuire al raggiungimento degli obiettivi climatici, data la sua natura a basse emissioni di carbonio.
- Il supporto per la riattivazione dei singoli reattori è spesso condizionato alla dimostrazione di standard di sicurezza elevatissimi, alla massima trasparenza informativa da parte degli operatori e delle autorità, e a piani credibili per la gestione delle scorie radioattive. L’opposizione delle comunità che sorgono nei pressi dei reattori rimane comunque un fattore determinante.
Il ruolo crescente delle energie rinnovabili
Parallelamente alla complessa gestione del nucleare, il Giappone sta compiendo sforzi significativi e investimenti massicci nello sviluppo delle energie rinnovabili. Politiche di incentivazione rivolte a queste energie, hanno stimolato una crescita notevole, in particolare del fotovoltaico, dove il Giappone è uno dei leader mondiali per capacità installata.
Il sesto piano strategico per l’energia è molto ambizioso anche su questo fronte: punta a portare la quota complessiva delle energie rinnovabili (solare, eolico – onshore e offshore, idroelettrico, geotermico, biomasse) al 36-38% del mix di generazione elettrica entro il 2030. Già oggi, le rinnovabili contribuiscono per oltre il 20% alla produzione elettrica nazionale.
L’espansione delle rinnovabili è considerata un pilastro irrinunciabile della strategia energetica giapponese per la decarbonizzazione. Tuttavia, affronta anche sfide significative, tra cui:
- Integrazione nella rete elettrica: gestire l’intermittenza di solare ed eolico richiede investimenti in reti intelligenti, sistemi di accumulo (batterie) e flessibilità del sistema.
- Disponibilità di terreni: Il giappone è un paese densamente popolato e montuoso, il che limita lo spazio per grandi impianti solari ed eolici onshore. Ciò spiega il forte interesse per lo sviluppo dell’eolico offshore.
- Costi: sebbene i costi delle rinnovabili stiano diminuendo, l’integrazione e gli investimenti infrastrutturali necessari comportano spese significative.
Conclusione
La situazione energetica del Giappone è in una fase di profonda trasformazione e si presenta complessa e sfaccettata. L’energia nucleare, che attualmente fornisce una frazione minoritaria dell’elettricità, è vista dal governo come una componente necessaria per raggiungere gli obiettivi futuri, principalmente attraverso la riattivazione di impianti esistenti secondo rigorosi standard di sicurezza post-Fukushima. Questa politica mira a rafforzare la sicurezza energetica e a contribuire alla decarbonizzazione, ma si scontra con le persistenti preoccupazioni di una parte significativa dell’opinione pubblica e con le difficoltà operative e politiche dei riavvii.
Allo stesso tempo, il Giappone sta investendo in modo deciso nelle energie rinnovabili, con l’obiettivo di farle diventare la principale fonte di energia pulita. Il futuro energetico del paese sarà quindi caratterizzato da un mix diversificato, dove il successo nel raggiungere gli ambiziosi obiettivi di sicurezza, sostenibilità e competitività economica dipenderà dalla capacità di bilanciare il ruolo del nucleare, massimizzare il potenziale delle rinnovabili e migliorare l’efficienza energetica, riducendo al contempo la dipendenza dai combustibili fossili importati.
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Kasumi – la foschia primaverile
Ogni mattina, alle cinque, quando l’aria è ancora fresca e il mondo è ancora sospeso tra il sonno e la veglia, la mia corsa mi porta tra le risaie. E lì, quasi ogni giorno in questa stagione primaverile, si manifesta uno spettacolo silenzioso: una striscia densa di nebbia, un fiume bianco e ovattato che galleggia compatto sopra le risaie, come un segreto custodito appena sopra il livello della terra ancora a riposo.
Non è una foschia diffusa, ma una presenza definita, quasi solida nella sua evanescenza. È come se la terra stessa esalasse un respiro visibile nel fresco dell’alba. Questo velo basso non nasconde il paesaggio, ma crea una divisione netta: sotto, il mondo concreto della terra, sopra, questo strato impalpabile che sembra appartenere a un’altra dimensione.
Vedere questa scena ogni mattina è diventato quasi un rito, un incontro con qualcosa profondamente radicato nello spirito giapponese. La nebbia (霧, kiri) e la foschia primaverile (霞, kasumi) non sono semplici fenomeni meteorologici in Giappone; ma sono considerate come manifestazioni con propri significati estetici e spirituali.
Nella cultura giapponese, la nebbia e la foschia sono spesso associate all’impermanenza delle cose, alla bellezza fugace e malinconica descritta dal concetto di mono no aware. È un elemento che sfuma i contorni, che nasconde e rivela allo stesso tempo, invitando alla contemplazione di ciò che non è immediatamente visibile. Rappresenta l’ambiguità, il mistero, lo spazio tra il reale e l’immaginario.
Pensando alla storia e agli aneddoti, la nebbia ha spesso giocato ruoli cruciali, sia reali che simbolici. Nelle antiche cronache e leggende, montagne avvolte nella nebbia sono spesso considerate dimore dei kami, luoghi sacri dove il mondo umano e quello divino si toccano. La nebbia può essere un passaggio, un portale verso l’ignoto o il soprannaturale. Non sorprende che nell’arte tradizionale, come nel sumi-e (pittura a inchiostro), la nebbia sia resa magistralmente con spazi vuoti e sfumature delicate, suggerendo profondità e atmosfera, lasciando all’osservatore il compito di riempire quegli spazi con la propria immaginazione. Questo richiama il concetto estetico di yūgen, una bellezza profonda e misteriosa, suggerita più che mostrata.
La foschia primaverile, kasumi, è un kigo (parola stagionale) classico nella poesia haiku e waka, evocando la dolcezza e la transitorietà della primavera, un velo leggero che ammorbidisce il paesaggio e i sentimenti.
Storicamente, la nebbia ha avuto anche implicazioni pratiche e talvolta decisive. Si narra di battaglie in cui la nebbia ha nascosto eserciti, creato confusione o permesso ritirate strategiche, diventando quasi un attore invisibile sul campo.
Quella striscia di nebbia che vedo non è solo vapore acqueo condensato a causa della differenza di temperatura tra la terra umida delle risaie e l’aria più fredda sovrastante. È un confine impalpabile tra notte e giorno, tra il visibile e l’invisibile. È il respiro della terra che si prepara a un nuovo ciclo vitale, avvolto in un mistero che la cultura giapponese ha sempre saputo osservare, rispettare e trasformare in arte e poesia. Correre lì, in quel momento, è come attraversare brevemente un dipinto vivente, un haiku visivo che racchiude l’essenza fugace e profonda della natura e dello spirito giapponese. È un promemoria silenzioso che le cose più belle sono spesso quelle sospese tra la chiarezza e l’oscurità, proprio come quella nebbia sospesa sulle risaie all’alba.
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Zekken
Il primo zekken di mio figlio è pronto!
Di sicuro vi sarà capitato di vedere foto, video, manga o anime che avevano come oggetto le feste sportive che si svolgono durante l’anno scolastico in Giappone, i famosi undōkai (運動会)? Tra le corse sfrenate, il tifo da stadio dei genitori e i giochi di squadra, avrere forse notato un dettaglio particolare sulle divise da ginnastica degli studenti: un pezzo di stoffa bianca, di solito rettangolare, cucito sul petto e sulla schiena, con sopra delle scritte fatte a mano con il pennarello nero. Ecco, quello è lo zekken (ゼッケン)!
Ma cos’è esattamente e a cosa serve?
Immagina di essere un insegnante durante l’ora di educazione fisica o, peggio ancora, durante il caos colorato e festoso dell’undōkai, con centinaia di studenti che corrono in ogni direzione. Come fai a riconoscere subito chi è chi? Semplice: guardi lo zekken!
Lo zekken è fondamentalmente un’etichetta di riconoscimento in tessuto. Solitamente riporta informazioni essenziali come:
Il cognome dello studente: scritto bello grande, spesso in caratteri katakana o hiragana per facilitare la lettura.
La classe e la sezione: ad esempio mio figlio “1年1組” (1-nen 1-gumi), che significa “Classe 1 del 1° anno”.
A volte, viene scritto anche il nome della scuola.
Viene attaccato (spesso cucito con pazienza dai genitori all’inizio dell’anno scolastico, o talvolta fissato con spille di sicurezza) sulla divisa da ginnastica, la taisō-fuku (体操服). La sua funzione principale è proprio questa: identificare lo studente in modo rapido ed efficace. È utilissimo per gli insegnanti per chiamare gli studenti, per l’organizzazione delle squadre durante i giochi, per segnare i punteggi e, non meno importante, per questioni di sicurezza. È un po’ come il numero che gli atleti portano sulla schiena durante una gara, ma personalizzato con il nome e la classe.
Un po’ di storia
La sua introduzione e diffusione nelle scuole giapponesi è legata principalmente al periodo del dopoguerra. Con la standardizzazione del sistema educativo e la costruzione di nuove scuole, si rese necessario un metodo pratico ed economico per gestire e identificare un gran numero di studenti durante le attività fisiche di massa. Lo zekken si rivelò una soluzione semplice ed efficiente per mantenere l’ordine e garantire che ogni studente fosse riconoscibile. Permetteva agli insegnanti di avere un controllo migliore e facilitava l’organizzazione di eventi su larga scala come l’undokai.
Oggi, lo zekken è una parte integrante e quasi scontata dell’esperienza scolastica giapponese legata all’attività fisica. Anche se può sembrare un dettaglio minore, svolge un ruolo pratico fondamentale. È un piccolo pezzo di stoffa che racchiude una grande necessità organizzativa, testimone silenzioso di innumerevoli lezioni di ginnastica, corse nei sacchi, staffette e giornate di sport sotto il sole!
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Haru – Primavera
Da straniero che vive in Giappone e che osserva le tradizioni di questo paese, trovo affascinante come la celebrazione della primavera si sia evoluta. In passato, specialmente durante il periodo Nara (710-794), l’aristocrazia giapponese, influenzata dalle usanze cinesi, celebrava l’arrivo della primavera ammirando i fiori di pruno. Questi fiori sbocciano presto, tra febbraio e marzo, quando l’aria è spesso ancora fredda, e simboleggiano la perseveranza e la fine dell’inverno, più che l’inizio pieno della primavera. Erano queste le prime feste di hanami (osservazione dei fiori).
Con il passare del tempo, soprattutto durante il periodo Heian (794-1185), l’attenzione si spostò gradualmente verso i fiori di ciliegio (sakura). I sakura, con la loro fioritura spettacolare ma effimera tra la fine di marzo e gli inizi di aprile, vennero associati alla bellezza fugace della vita, un concetto profondamente radicato nell’estetica giapponese. Storicamente, quindi, mentre i pruni annunciano che l’inverno sta finendo, sono i ciliegi che accompagnano l’arrivo della primavera vera e propria, con le sue temperature più miti e la sua atmosfera di rinnovamento.
Questa preferenza per i sakura si consolidò e divenne popolare tra tutte le classi sociali durante il periodo Edo (1603-1867), quando, grazie allo shōgun Tokugawa Yoshimune, furono piantati molti ciliegi in aree pubbliche per permettere a tutti di godere dello spettacolo. Oggi, l’usanza dell’hanami sotto i ciliegi è una festa nazionale sentitissima, con picnic, feste e celebrazioni in parchi e giardini in tutto il paese. È interessante notare come questo periodo coincida anche con l’inizio dell’anno scolastico e fiscale in Giappone, ad aprile, legando ulteriormente la fioritura dei sakura a un senso di nuovo inizio, un evento storico-culturale che si ripete ogni anno. Per chi viene da fuori, è un’immersione incredibile in secoli di storia, estetica e connessione con la natura.
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Primo giorno di scuola
Capita spesso, vivendo qui in Giappone, di imbattersi in situazioni o momenti che ti permettono di aprire la mente verso una comprensione più profonda della cultura di questo paese. Oggi, accompagnando mio figlio alla cerimonia di ingresso alla scuola elementare, ho sentito di nuovo quella sensazione. Non era solo l’emozione di vedere il proprio figlio varcare una nuova soglia, era qualcosa di più vasto, che andava dritto al significato collettivo di questi eventi tipici della società giapponese.
Queste cerimonie, che si tratti dell’ingresso ad un nuovo ciclo scolastico (dall’asilo all’università) o dell’inizio di un nuovo lavoro, non sono semplici eventi formali o un modo un po’ più strutturato di iniziare ma sono veri e propri riti di passaggio, momenti carichi di simbolismo che segnano in modo indelebile l’inizio di una nuova fase della vita, non solo per l’individuo ma anche per la sua collocazione all’interno della comunità.
In una cultura dove il gruppo e l’armonia collettiva rivestono un’importanza cruciale, queste cerimonie rappresentano l’accoglienza ufficiale dell’individuo in una nuova collettività: la classe, la scuola, l’azienda. È un momento in cui si viene formalmente presentati e accettati, e allo stesso tempo, si accetta implicitamente di aderire alle regole, ai valori e agli obiettivi di quel determinato gruppo. La formalità stessa dell’evento – gli abiti dei genitori e dei nuovi studenti o impiegati, i discorsi del preside o dell’amministratore delegato, l’inno della scuola o dell’azienda, la disposizione ordinata dei partecipanti – sottolinea la serietà di questo ingresso. Non è un atto casuale, ma un impegno reciproco.
Per un bambino che inizia le elementari, la cerimonia di ingresso è il momento in cui smette di essere solo un bambino e diventa ufficialmente uno studente, con le responsabilità che ne derivano: ascoltare l’insegnante, rispettare le regole della scuola, impegnarsi nello studio, far parte di una classe. È un messaggio potente, comunicato attraverso il rituale della cerimonia di ingresso, che prepara mentalmente non solo il bambino ma anche la sua famiglia a questo cambiamento di status. Allo stesso modo, per un neolaureato che partecipa alla la cerimonia di ingresso in un’azienda, sancisce la fine del suo percorso formativo e l’ingresso nel mondo del lavoro come membro della società (社会人, shakaijin), con l’aspettativa di contribuire attivamente all’azienda e, più in generale, alla società stessa.
Questi eventi servono anche a creare un forte senso di appartenenza e di inizio condiviso. Tutti i bambini della classe di mio figlio, tutti i nuovi assunti nella mia azienda, iniziano insieme quel giorno, segnato dalla stessa cerimonia. Questo crea un legame, un punto di partenza comune che rafforza l’identità del gruppo. I discorsi che vengono pronunciati non sono solo parole di benvenuto; spesso contengono esortazioni all’impegno, alla perseveranza, alla collaborazione, ribadendo i valori fondamentali che la scuola o l’azienda intendono promuovere.
Vedere oggi mio figlio seduto composto tra i suoi nuovi compagni, ascoltare le parole del preside, mi ha fatto pensare a quanto questi rituali siano profondamente radicati nel tessuto sociale giapponese. Non sono solo tradizioni, ma meccanismi culturali che servono a scandire il tempo della vita, a dare struttura ai passaggi importanti, a rafforzare il senso di comunità e a preparare psicologicamente gli individui ai loro nuovi ruoli. È un modo solenne e collettivo per dire “Benvenuto, ora fai parte di noi, questo è un nuovo inizio, ed è una cosa importante”. E in quella solennità, c’è tutto il peso e il valore che la cultura giapponese attribuisce a ogni nuova tappa del cammino.
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L’arte della scusa
Comprendere shazai e shazai kaiken nella cultura giapponese
In Giappone, l’atto di scusarsi, noto come shazai – 謝罪 -, trascende la semplice ammissione di colpa. È un complesso rituale sociale intriso di significati culturali profondi, che mira a ripristinare l’armonia, mostrare responsabilità e mantenere le relazioni sociali. Quando un errore o uno scandalo coinvolge figure pubbliche o aziende, questo atto assume spesso la forma altamente formalizzata della shazai kaiken -謝罪会見-, letteralmente, “la conferenza stampa di scuse”. Comprendere questi fenomeni offre una finestra unica sulla mentalità e sui valori della società giapponese.
Shazai, oltre le semplici scuse
Lo shazai non è solo dire “mi dispiace”. Implica un riconoscimento della responsabilità per l’inconveniente causato ad altri mista a un’espressione di rimorso sincero. L’obiettivo primario non è necessariamente ottenere il perdono immediato, quanto piuttosto dimostrare di comprendere la gravità della situazione, di assumersene la responsabilità e di voler riparare il danno, ripristinando così l’armonia all’interno del gruppo o della società.
Shazai in giapponese è il termine ombrello per “scusa”. Comprende un’ampia gamma di espressioni e azioni, da un semplice “scusa” verbale come ad esempio – gomennasai o sumimasen -, a un inchino più o meno profondo, fino a scuse formali scritte o pubbliche – shazai kaiken -. L’obiettivo è riconoscere un errore, esprimere rimorso e ripristinare l’armonia.
Le scuse in Giappone sono spesso accompagnate da un linguaggio del corpo specifico, in particolare l’inchino – ojigi – (お辞儀). La profondità e la durata dell’inchino comunicano il livello di rimorso e rispetto. In situazioni formali o gravi, l’inchino può essere molto profondo e prolungato.
Dogeza: la forma estrema di scuse
Esiste una correlazione molto forte tra shazai e dogeza (土下座). Si può dire che il dogeza è la forma più estrema e umiliante di shazai.
Dogeza si riferisce specificamente all’atto di inginocchiarsi direttamente a terra e piegarsi in avanti fino a toccare (o quasi toccare) il suolo con la fronte. È un gesto di massima sottomissione, umiltà e spesso disperazione. Storicamente, era usato per mostrare estremo rispetto verso persone di rango molto elevato (come il daimyō o lo shōgun) o, più comunemente, come atto di supplica disperata o di scusa per una colpa gravissima, implorando perdono o pietà.
Il dogeza è considerato il livello più alto e più intenso di shazai. È una manifestazione fisica estrema del rimorso e della volontà di umiliarsi completamente di fronte alla parte offesa o all’autorità. Mentre uno shazai standard mira a mostrare responsabilità e sincerità, il dogeza va oltre: ci si spoglia del proprio status e della propria dignità per esprimere la profondità del pentimento o l’urgenza di una richiesta.
Oggi, il dogeza non è comune nella vita quotidiana ed è spesso visto come eccessivamente drammatico o addirittura umiliante se non assolutamente giustificato dalla gravità estrema della situazione. Vederlo in pubblico è raro. Può apparire in fiction (manga, anime, film, drama) per sottolineare la gravità di una situazione o il carattere di un personaggio. In casi reali di scandali aziendali o crisi gravissime (ad esempio, incidenti con vittime causati da negligenza), anche se non comune, la pressione pubblica o il senso di colpa potrebbero spingere una persona a compiere un gesto simile, ma è spesso percepito negativamente e spesso troppo “spettacolare”. Forzare qualcuno a fare dogeza è anche considerato un atto di bullismo o abuso di potere.
In sintesi, il dogeza è una forma specifica ed estrema di shazai, rappresentando il massimo grado di scusa e sottomissione nella cultura giapponese, riservato a circostanze eccezionalmente gravi e carico di un forte peso storico e culturale. Non è un’alternativa quotidiana a un normale inchino o a scuse verbali, ma l’espressione ultima di pentimento o supplica.
Shazai kaiken: le scuse pubbliche
La shazai kaiken (謝罪会見) è un evento mediatico distintivo del Giappone moderno. Si verifica tipicamente quando un’azienda, un politico o una celebrità è coinvolta in uno scandalo, un errore grave o un incidente che ha avuto un impatto pubblico significativo (frodi, difetti di prodotto, dichiarazioni inappropriate, ecc.).
Queste conferenze stampa seguono spesso un copione quasi ritualistico:
- Ambientazione solenne: i responsabili appaiono sempre vestiti in abiti scuri e formali.
- Scuse e inchino: la conferenza inizia quasi invariabilmente con profonde e lunghe scuse formali e un inchino collettivo verso le telecamere e i giornalisti presenti.
- Spiegazione del fatto: viene fornita una spiegazione dell’accaduto, spesso molto vaga, a volte focalizzata più sull’impatto che sulle cause profonde, e si esprime profondo rammarico.
- Assunzione di responsabilità: viene dichiarata l’assunzione di responsabilità, spesso accompagnata da promesse di azioni correttive, indagini interne e misure per prevenire il ripetersi dell’errore. A volte, questo include le dimissioni dei vertici.
- Domande dei media: segue una sessione di domande e risposte con i giornalisti, spesso molto tesa.

Fonte: Asahi-shinbun. Foto delle scuse pubbliche di Fuji Television Origini e motivazioni
Le radici dello shazai possono essere collegate a diversi aspetti culturali e storici del Giappone:
- Shūdan shugi (集団主義 – la culture del gruppo): nella società giapponese, l’individuo è visto come parte integrante di un gruppo (famiglia, azienda, comunità). Le azioni di un singolo membro si riflettono sull’intero gruppo. Scusarsi pubblicamente serve a mitigare il danno alla reputazione del gruppo e a mostrare che il gruppo stesso prende sul serio l’errore.
- Armonia sociale: mantenere l’armonia è un valore cardine. Un errore o uno scandalo rompe questa armonia. Lo shazai reppresenta quindi un meccanismo fondamentale per riconoscerne la rottura e iniziare il processo di riparazione.
- Sekinin (責任 – responsabilità ): c’è una forte enfasi sull’assunzione di responsabilità, anche se simbolica. La shazai kaiken è una dimostrazione pubblica di questa assunzione.
- Preservare il proprio onore: anche se uno scandalo causa una perdita di “faccia”, una scusa pubblica eseguita correttamente, mostrando sincerità e rimorso, può essere vista come un passo necessario per iniziare a ricostruire la fiducia e limitare ulteriori danni alla reputazione.
Le motivazioni principali dietro una shazai kaiken includono:
- Placare l’opinione pubblica e i media.
- Mostrare rimorso e responsabilità ai clienti, agli stakeholder e alla società stessa.
- Tentare di ripristinare la fiducia persa.
- Soddisfare un’aspettativa sociale quasi ritualistica per la gestione delle crisi.
- Limitare i danni economici e reputazionali a lungo termine.
Fattore culturale
Le pratiche di shazai e shazai kaiken sono profondamente intrecciate con la cultura giapponese:
- Importanza della forma: Il modo in cui le scuse vengono presentate è cruciale quanto il contenuto. La formalità, l’abbigliamento, il linguaggio del corpo (specialmente l’inchino) e il tono devono trasmettere sincerità e gravità.
- Distinzione tra tatemae e honne: tatemae (建前) è il comportamento e le opinioni espresse in pubblico, mentre honne (本音) sono i veri sentimenti interiori. La shazai kaiken è un chiaro esempio di tatemae, dove l’espressione pubblica di rimorso e responsabilità è fondamentale, indipendentemente dai sentimenti reali o dalle strategie interne. L’importante è che l’atto pubblico sia eseguito in modo convincente.
- Pressione sociale: esiste una forte pressione sociale affinché individui e organizzazioni si scusino pubblicamente in caso di errori significativi. Non farlo può portare a critiche ancora più aspre e a un danno reputazionale maggiore.
Critiche e complessità
Nonostante la loro importanza culturale, le shazai kaiken sono talvolta criticate. Alcuni le vedono come performance superficiali, più concentrate sul rituale che su un reale cambiamento o su un’effettiva assunzione di responsabilità. A volte, le spiegazioni fornite sono percepite come evasive. Inoltre, la pressione mediatica e pubblica può trasformare queste conferenze in spettacoli umilianti, sollevando interrogativi sull’equilibrio tra responsabilità e dignità umana.
Origini storiche dello shazai
Lo shazai non è nato in un momento storico preciso, ma è il risultato di una lunga evoluzione culturale e sociale. Le sue radici affondano nelle antiche credenze shintoiste sull’armonia comunitaria e sulla necessità di purificare le impurità, nell’etica confuciana che enfatizza la responsabilità e l’ordine sociale, e nella filosofia buddista sul pentimento e la redenzione.
Sebbene le tracce dirette del termine shazai e delle sue forme moderne potrebbero non essere esplicite in testi antichi, i principi sottostanti di riconoscimento della colpa, espressione di rimorso e tentativo di ripristinare l’armonia sono presenti fin dalle prime fasi della storia giapponese. L’evoluzione di queste idee e pratiche nel corso dei secoli ha portato alla complessa e significativa tradizione dello shazai che osserviamo oggi.
Conclusione
Lo shazai e la shazai kaiken sono molto più che semplici scuse. Sono pratiche sociali complesse che riflettono valori giapponesi fondamentali come l’importanza del gruppo, il mantenimento dell’armonia, il concetto di responsabilità e l’attenzione alla forma. Sebbene possano apparire eccessivamente ritualistiche a un osservatore esterno, esse svolgono una funzione cruciale nel tessuto sociale giapponese per gestire crisi, riaffermare norme sociali e avviare il processo di riparazione della fiducia. Comprendere questi atti significa comprendere un aspetto essenziale della comunicazione e della cultura del Giappone.
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Perché in Giappone l’anno fiscale Inizia in aprile?
In Giappone, il passaggio da marzo ad aprile segna l’inizio di un nuovo “nendo” (年度), ovvero un nuovo anno fiscale. A differenza dell’anno solare che inizia a gennaio, il periodo fiscale giapponese prende il via il 1° aprile per concludersi il 31 marzo dell’anno successivo. Questa singolare tempistica affonda le sue radici in una storia che continua a influenzare profondamente la cultura, l’economia e le dinamiche aziendali del paese.
Radici storiche: tra tasse e bilanci
La ragione principale per cui l’anno fiscale giapponese inizia in aprile risiede nella storia finanziaria del paese durante la Restaurazione Meiji (1868-1912). L’istituzione di un anno fiscale standardizzato fu un processo tutt’altro che lineare, caratterizzato da diversi tentativi e sperimentazioni. Inizialmente, nel 1869, l’anno fiscale cominciava in ottobre. Seguì un breve periodo, nel 1873, in cui il governo tentò di allinearlo al calendario gregoriano facendolo iniziare a gennaio. Tuttavia, nel 1875, la data di inizio fu nuovamente spostata a luglio per coincidere con il periodo di pagamento della tassa fondiaria, all’epoca una fonte cruciale di entrate per il governo.

La svolta definitiva verso aprile avvenne nel 1886. Di fronte a crescenti spese militari e a un deficit di bilancio, il Ministro delle Finanze, Masayoshi Matsukata (松方 正義), implementò una politica che prevedeva l’utilizzo di parte del budget dell’anno fiscale successivo per coprire le carenze dell’anno in corso. Per prevenire problemi futuri nella gestione finanziaria, il governo cambiò legalmente l’inizio dell’anno fiscale ad aprile. Questa modifica, unita all’accorciamento dell’anno fiscale del 1885 a nove mesi, permise un allineamento più fluido tra entrate e uscite, riducendo efficacemente il deficit.
Inoltre, con il passaggio in Giappone dalla riscossione della tassa fondiaria in riso al pagamento in denaro durante l’era Meiji, l’inizio del nuovo anno fiscale ad aprile, permise agli agricoltori di raccogliere e vendere il riso e pagare le tasse prima dell’inizio del nuovo anno fiscale. Ciò fornì anche al governo un periodo definito per compilare il bilancio sulla base delle entrate fiscali ricevute.
Impatto culturale
L’inizio dell’anno fiscale in aprile si è profondamente radicato nella cultura giapponese. Si allinea con diversi eventi significativi della vita delle persone creando così anche un senso di rinnovamento.
- Anno scolastico: anche l’anno accademico, dalle elementari alle università, inizia ad aprile. Questa sincronizzazione con l’anno fiscale è in parte dovuta ai sussidi governativi e alle direttive per allineare i cicli educativi e finanziari.
- Impiego: la pratica di assumere in blocco i neolaureati, conosciuta come “shinsotsu-ikkatsu-saiyō” (新卒一括採用), è molto diffusa in Giappone. Questi nuovi assunti entrano tipicamente nelle aziende all’inizio del nuovo anno fiscale in aprile, segnando una tappa significativa nella loro vita e carriera.
- Sentimento generale della popolazione: aprile è spesso associato a nuovi inizi, proprio come gennaio in altre culture. L’inizio dell’anno fiscale e accademico contribuisce a questa sensazione di ripartenza, con persone che intraprendono nuovi percorsi educativi o professionali.
Implicazioni economiche
L’anno fiscale da aprile a marzo fornisce la struttura per la pianificazione e la rendicontazione finanziaria del governo giapponese. Il bilancio nazionale viene formulato ed eseguito in base a questo ciclo. Questo allineamento consente un monitoraggio coerente delle entrate e delle uscite, facilitando un’efficace gestione economica.
Inoltre, molte aziende giapponesi, in particolare le grandi multinazionali, adottano questo anno fiscale per le loro operazioni commerciali. Questo allineamento con il ciclo fiscale del governo può essere vantaggioso per le aziende che operano con enti del settore pubblico o che dipendono da politiche governative. Garantisce coerenza nella rendicontazione e nella pianificazione finanziaria tra il settore pubblico e quello privato.
Tradizione e cambiamenti globali
Tradizionalmente, un numero significativo di aziende giapponesi ha allineato l’inizio del proprio anno commerciale con il nuovo anno fiscale. Ciò consente un confronto più agevole con le statistiche governative e facilita interazioni più fluide con gli organismi di regolamentazione.
Tuttavia, con la crescente globalizzazione, alcune aziende giapponesi stanno spostando il loro anno fiscale al ciclo gennaio-dicembre per allinearsi agli standard internazionali e alle pratiche delle loro controparti globali. Questa tendenza è particolarmente evidente nelle aziende con significativi interessi all’estero, in quanto semplifica la rendicontazione e i confronti finanziari internazionali. Nonostante questo cambiamento, l’anno fiscale che inizia ad aprile rimane una caratteristica dominante del panorama economico giapponese.
L’inizio dell’anno fiscale giapponese in aprile è una caratteristica unica profondamente radicata nelle riforme finanziarie dell’era Meiji. Ha plasmato non solo la struttura economica del paese, ma anche i suoi ritmi culturali, influenzando la tempistica degli anni accademici e delle pratiche di assunzione. Mentre la globalizzazione sta spingendo alcune aziende a riconsiderare questa tradizione, il “nendo” continua a rivestire una significativa rilevanza culturale ed economica in Giappone, rappresentando una combinazione di eredità storica e pratiche commerciali globali in evoluzione.
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Storia della violenza in Giappone
Il Giappone e la violenza
Il Giappone nel XXI secolo è il paese pacifico per eccellenza, e a buon ragione. Io stesso, che ho abitato i due terzi della mia vita in questo paese, possono testimoniare che la violenza è assente al punto tale che se ne avverte la mancanza. È tutto un po’ troppo tranquillo, pacifico per essere vero, in particolare nel caso dei giapponesi, la cui storia è probabilmente una delle più brutali e distruttive che ci siano mai state.
Basti il semplice fatto che i giapponesi sono stati guerrieri eccezionalmente sanguinari, tanto che una parte della loro paga veniva da teste di nemici recise che il loro padrone comprava. Il Taikō, Toyotomi Hideyoshi, faceva impalare i bambini di coloro che sconfiggeva. Tokugawa Ieyasu non esitò a far giustiziare il suo stesso figlio e a far decapitare sulla pubblica piazza un bambino di sette anni. Ieyasu è colui cui Hideyoshi morente affidò la propria famiglia perché la proteggesse. Lui la distrusse. Tutto questo senza contare che questi combattimenti erano sempre fra giapponesi. Le vittime erano i giapponesi quanto i carnefici. Visto che la guerra dei Genpei è finita nel 1985, che il periodo successivo è iniziato con lotte fra clan per la supremazia a Kamakura finite 40 anni dopo,, che nel 1333 Kamakura è stata conquistata e arsa da Nitta Yoshisada, che ci era nato, che i tre secoli successivi sono una guerra dietro l’altra, è palese che i giapponesi hanno sempre combattuto guerre civili fino al 1900.
La tragedia dei veterani della guerra civile
E quindi non solo legittimo, ma necessario domandarsi quando e come questo popolo, indubbiamente grande ma certamente anche difficile, sia cambiato, e per mano di chi.
Certamente non nel XVII secolo. Come mostrato in un altro mio scritto, dopo una guerra civile di fenomenale lunghezza, 133 anni, il Giappone fu quasi sopraffatto da un’ondata di violenza dovuta ai veterani di quella guerra, licenziati di punto in bianco il giorno dopo la vittoria di Yeyasu a Sekigahara. Si trattava di un persone che avevano combattuto a lungo in una guerra straordinariamente violenta e sanguinosa, per giunta fra fratelli, soldati che avevano di conseguenza riportato ferite fisiche e mentali considerevoli. Non solo erano stati licenziati, ma era stato loro proibito di cambiare professione, presumibilmente per vivere quindi di aria e poco altro.
Si ebbe un’ondata di tsujigiri, vale a dire agguati in cui persone venivano tagliate a pezzi con una spada senza nessuna ragione plausibile, verosimilmente proprio da quei reduci che la classe dei samurai aveva tradito, burocratizzandosi una volta venuta la “pace”. L’unica ipotesi che spiega il loro comportamento è che si trattasse di una forma di terrorismo volta a tenere presente al pubblico il problema dei veterani.
La guerra civile nel 1615 continuò con i disperati combattimenti che finirono con la presa del castello di Osaka, dove il figlio di Hideyoshi si era rifugiato. Alla difesa del castello accorsero ben 90.000 reduci, fra cui famose figure come Sanada Yukimura, Gotō Matabei, Akashi Morishige e Kimura Shigenari. Era la loro ultima speranza, ma Ieyasu la spense nel sangue. Coloro che più avevano sofferto, i veterani, si trovarono ad essere vittime di una campagna che li voleva distrutti. Ho ancora davanti agli occhi dei veterani della Guerra del Vietnam marciare portando un cartello che diceva:
“We killed, we bled, we died for WORSE than nothing.”
Abbiamo ucciso, siamo stati feriti, siamo morti per meno di niente.La ribellione di Shimabara, cui parteciparono altri veterani, fu addirittura del 1637. Non è sorprendente che una guerra civile così lunga avesse degli strascichi di questo peso, ed è imprudente pensare che dopo di essi il ritorno all’ordine fosse completo. Un’intera classe sociale stava venendo distrutta in una delle più grandi catastrofi della storia del paese.
Miyamoto Musashi, il famoso spadaccino, si trovò Ronin dopo aver combattuto a Sekigahara, a Osaka e a Shimabara. Sappiamo che era molto attivo dopo il 1630, con duelli frequenti. Tutto questo ci dice che il XVII secolo era un’epoca in cui avere armi era comune, come era comune servirsene. Musashi, che io sappia, non fu mai incarcerato nonostante fosse responsabile probabilmente di 30 omicidi. Il duello era quindi tollerato ed anzi apprezzato, dato che Miyamoto Musashi divenne ciò nonostante la leggenda che è.
Saigo Takamori nel 1877 muore di propria mano dopo avere combattuto una guerra che era destinato a perdere, una ribellione per far tornare quelli che (dimostrando di non aver capito la sua stessa storia) lui riteneva essere stati gli anni d’oro, quelli dei Tokugawa (e quindi dei samurai, lui credeva).
Il continuo problema dei reduci della guerra civile, ancora vivo e vegeto ben 11 anni dopo l’inizio della restaurazione Meiji, ci garantisce che il paese era ben lontano dall’essere non violento.
fino al 1945 in Giappone vige il militarismo. Inutile domandarsi come I giapponesi abbiano fatto per comportarsi come si sono comportati in Cina, ad esempio a Nanking. Hanno semplicemente trattato I cinesi come di solito trattavano sé stessi.
Finita la guerra, la violenza fisica per punire la servitù era ancora normale, e io conosco personalmente una persona il cui genitori praticavano questa forma di violenza su base quotidiana. Notare che questa non era violenza qualsiasi. È violenza istituzionale, un diritto della classe superiore su quella inferiore, nulla di illegale o di negativo. A meno che non sbloccasse nell’omicidio, bastonare i servi non ho mai portato nessuno in galera.
La violenza dei militari nei confronti delle altre classi fino al 1945 è ben nota., come lo è stata la sorpresa dei giapponesi quando si resero conto che gli occupanti americani li trattavano meglio di quanto facessero i militari del loro paese.
Siamo arrivati al 1945 e la violenza non è ancora scomparsa dalle vite dei giapponesi. Come l’episodio della mia amica in cui i genitori battevano la servitù dimostra, non è scomparsa all’improvviso dal 20mo secolo. Ma allora chi?
Gli americaniPer Chet