Mi è stato chiesto come fosse vivere a Edo. La prima cosa da fare quindi è spiegare che Edo èilnome originale della città di Tokyo, un nome che vuol dire estuario. La città si erge infatti sull’estuario di due fiumi, il Sumida e l’Ara, ed è per questa ragione che il grande condottiero Tokugawa Ieyasu l’aveva scelta come propria capitale. Nel 1603 entrò in quello che allora era un piccolo paese di qualche migliaio di abitanti.in quello che allora era un piccolo paese di qualche migliaio di abitanti.nel giro di tre anni sarebbe stato una città di 1 milione di abitanti. Nel giro di qualche anno sarebbe stato una città di 1 milione di abitanti.
Ieyasu mobilitò quindi tutte le risorse del paese per costruire questa città artificiale, consumando così tanto legname da causare un disboscamento grave in tutto il paese.
Era una città unica nel suo genere, perché specificamente per un compito: aiutare il suo creatore a tenere sotto controllo un popolo che aveva vissuto in quasi continua guerra civile per oltre di tre secoli. Era la prima vera capitale del paese e lo Shogun obbligava con la forza tutti i feudatari più piccoli a passare l’anno a Edo. Ciascuno era costretto a venire a piedi insieme a soldati, attendenti, cuochi, tutto quello che gli serviva insomma e formando quelle che allora venivano chiamate processioni, a volte lunghe centinaia di metri.
La sua popolazione era altrettanto variae si parlavano lingue mutuamente incomprensibili. Dal loro mescolarsi nacque per la prima volta una lingua nazionale, comprensibile e studiata in tutto il paese.
Fu qui che sorse il Giappone moderno, compresa la sua cultura. Kabuki, Noh, Haiòku … quasi tutto nacque nacque o si sviluppò qui.
Era una città dove, sempre per prevenire rivolte,le classi vivevano separate da numerosissime e severissime leggi: avevano ciascuna un modo di vestire, di abitare, di mangiare, di seppellire tutto loro. Per ciascuna, la pettinatura, il divieto della barba, l’abbigliamento, i mezzi di trasporto e i cibi erano definiti perlegge. E nessuna libertà di scelta.
Al centro di tutto questo c’era il colossale castello dello shogun. Venne distrutto completamente dall’incendio di Meireki nel 1657, ma abbiamo disegni sulla base del quale si è potuto ricostruire un modello.
Di seguito potete vedere anche la zona che circondava il castello stesso, la fortezza dalla quale lo shogun proiettava il suo potere.
La principale divisione sociale era quella fra samurai da una parte e popolani e mercanti dall’altra.I samurai erano la classe dominante, e si potrebbe pensare che questo volesse dire che erano la classe più ricca, ma non è così. La classe dei guerrieri infatti di solito era povera a causa della pace che i Tokugawa lavoravano così duro per mantenere.
E un guerriero di professione durante un periodo di pace non solo non serve alla sua funzione originale, ma è sempre alla ricerca di prestiti per far quadrare il bilancio. I ricchi erano i mercanti, e di conseguenza tutta la vita culturale si trovava nella parte della città sul mare, per esempio Nihonbashi, dove circolava denaro a fiumi.
Gli incendi erano il flagello dell’epoca, frequenti e spesso molto gravi. Era per questo che le strade erano così larghe. Si sperava che il fuoco avessi difficoltà a superarle e andare da un isolato dall’altro. Questo di fatto non accadde, ma in compenso impedì lo svilupparsi delle piazze, che sono tuttora del tutto assenti.
Un’altra peculiarità del paesaggio era numerosissimi ponti fatti ad arco. In Europa, dove si costruisce in pietra, l’arco può essere anche sotto il livello del suolo o nell’acqua. In Giappone, dove i terremoti sono sempre una preoccupazione, si costruiva in legno, il che forzava a costruire il ponte completamente al di fuori dell’acqua, rendendo spesso inevitabile l’arrampicarsi almeno nella sua prima parte. La curvatura era determinata da vari fattori, incluse le navi che ci dovevano passare sotto, il traffico che ci doveva passare sopra, la distanza fra le rive.
Qui sopra vedete il ponte di Nihonbashi. La curvatura è leggera e non è un grosso ostacolo alla circolazione, ma che dire di questo?
La cosa aveva altre ripercussioni, quale la rarità dei carretti e della trazione animale.
Dal profilo igienico e profilattico era una Città senza dubbio avanzata, e per vari motivi. Non solo (al contrario delle grandi città europee) aveva servizi di nettezza urbana che mantenevano le città immacolate, ma gli escrementi umani venivano trattenuti in serbatoi appositi e quindi venduti a mercanti che li compravano con contanti o in cambio di qualcos’altro. Le toilette erano all’aperto e uomini e donne le usavano insieme.
Da questo nacque un modo di dire ancora usato qualche volta. ”Si incontrano nella puzza.” (臭いとこで会ってる) vuol dire “sono amanti、” e perfino le stampe erotiche shunga 春画 ne trattano. C’erano anche i guardoni, disprezzati ma non puniti.
Parlando di punizione, la giustizia di allora era severissima e tre centri sono partiti passati alla storia per la sofferenza inflittavi agli Edokko (questo il nome di un abitante di Edo. I centri di esecuzione di Kozukappara (vicino alla stazione di Minami Senjū), di Kodenmachō (nell’immagine, vicino a Nihonbashi) e di Suzugamori (vicino a Shinagawa sono detti essere stato il luogo di morte di oltre 300.000 persone nell’arco di due secoli e mezzo. Una cifra sicuramente inattendibile, ma che in qualche modo da una misura del rigore della giustizia a Edo.
Parlando di kami si sente spesso usare l’espressione yaoyorozu no kami (八百万の神, lett. otto milioni di divinità). Questo termine è legato alla tradizione shintoista giapponese e sebbene letteralmente significhi “otto milioni di divinità”, non sta ad indicare una cifra esatta ma viene semplicemente utilizzato per esprimere l’idea dell’esistenza di “innumerevoli” divinità, siano queste di indole mite o malvagia e tutte dotate di una propria personalità. I giapponesi credono che esista un numero infinito di kami, alcuni in grado di controllare i fenomeni atmosferici e altri più strettamente legati alla vita delle persone.
Ma come si contano in kami in giapponese.
Nella lingua giapponese non esiste una distinzione tra maschile e femminile come non esiste nemmeno tra singolare e plurale. In italiano per indicare la quantità desiderata ci si limita ad usare il numerale corrispondente. In giapponese invece si ricorre ai josūshi (助数詞) conosciuti come classificatori o contatori. Sono delle particelle che, associate ad un sostantivo, ne indicano il numero, cioè “quante” cose ci sono e, a seconda della natura del sostantivo che lo precede, il parlante dovrà scegliere quello adatto. La scelta del classificatore corretto é legata il più delle volte alla caratteristiche fisiche dell’oggetto che desideriamo contare. Per esempio se stiamo parlando di persone useremo il classificatore “人” mentre per contare un elettrodomestico o le macchine useremo il classificatore “台” e così via. I classificatori più comuni vanno imparati a memoria; mentre per padroneggiare l’uso di quelli più particolari ci vorrà più tempo ed esperienze. A seconda dei casi i classificatori possono anche subire delle modifiche fonetiche.
La lingua giapponese ha un modo specifico anche per contare sia le divinità appartenenti alla tradizione shintoista che quelle appartenenti alla dottrina buddista (che vi racconterò in un altro articolo).
Per contare i kami della tradizione shintoista si usa il contatore hashira (柱) nella sua lettura kun-yomi, la lettura semantica giapponese del kanji.
Si leggerà quindi:
Hito-hashira (一柱), un kami
Futa-hashira (二柱), due kami
Mi-hashira (三柱), tre kami
E così via…
Origini del josūshi hashira.
La nascita di questo contatore deriva dal concetto shintoista dello shintai (神体, lett. Corpo del kami) che rappresenterebbe la manifestazione materiale di un kami, ovvero l’oggetto in cui quest’ultimo vi alberga. Possono essere oggetto come spade, specchi oppure manifestazioni della natura come le montagne (il monte Fuji è considerato un shintai-zan (神体山, montagna sacra) le cascate e nel nostro caso si tratta di un albero.
Fin dall’antichità, i giapponesi hanno sentito la presenza dei kami nella natura. In Giappone, la natura ha da sempre portato abbondanti benedizioni al popolo, che ne era grato e percepiva queste benedizioni come opera dei kami. In origine, il santuario o la divinità principale di un santuario shintoista era la natura stessa. Per il Giappone, paese circondato su tutti i lati dal mare e frastagliato da numerose catene montuose, le foreste sono sempre state percepite come il luogo in cui dimoravano le divinità.
Ancora oggi, la maggior parte dei santuari ha nelle sue immediate vicinanze le cosiddette chinju mori (鎮守森) o foreste sacre, verdi e profonde, che vengono gestite e protette con cura. Gli alberi hanno una propria vita e una propria anima e lo shintoismo ha una cultura religiosa che valorizza gli alberi. Quindi gli alberi, come le pietre e le montagne, sono stati a lungo oggetto di profonda devozione in Giappone. In origine non esistevano santuari o templi, ma un albero, una foresta, un grande masso o una montagna erano il fulcro del culto. Ancora oggi capita spesso di vedere in Giappone alberi, rocce ed altri oggetti circondati da una shimenawa (注連縄, letteralmente “corda di chiusura”), una corda di paglia o canapa intrecciate utilizzate per riti di purificazione shintoisti o usate per delimitare lo spazio appartenente a quello che in giapponese sono conosciuti come yorishiro (依り代, 依代) che per l’animismo giapponese sono degli oggetti che possiedono la capacità di attirare i kami fornendo loro uno spazio fisico da occupare durante i vari matsuri che si svolgono in tutto il paese.
Come detto in precedenza quando un kami dimora in un oggetto questo viene definito uno shintai. Le shimenawa decorate con gli shide (紙垂, 四手) spesso circondano uno yorishiro per manifestare la sua sacralità. Gli shide sono festoni di carta a forma di zig zag che si possono trovare anche come ornamenti sulle porte dei santuari o sui kamidana all’interno delle case giapponesi. Anche una persona può svolgere lo stesso ruolo di uno yorishiro, e in tal caso sono chiamate yorimashi (憑坐, letteralmente “persona posseduta”) o kamigakari (神懸りletteralmente “possessione del kami”).
Nel Giappone antico si credeva che esistesse una sorta di forza misteriosa della natura detta ke (気) che riempiva lo spazio e gli oggetti, che normalmente in giapponese vengono indicati con il termine generico mono (物). Questa forza misteriosa dava vita al mononoke (物の気) che scorreva all’interno anche di alberi e pietre. Alcune tipologie di alberi, come ad esempio il sakaki (榊), sono considerati sacri per questo motivo. Quando uno di questi alberi veniva abbattuto e trasformato in legno utilizzato per la costruzione di un santuario, si credeva che la sacralità dell’albero venisse trasferita all’edificio stesso. La forza spirituale dell’albero rimaneva sotto forma di pilastro attorno al quale veniva costruito il santuario.
Il daikoku-bashira (大黒柱, pilastro centrale) di un santuario o di una semplice casa era spesso ricavato da uno di questi grandi alberi. Da qui è quindi nata la credenza che i kami risiedessero nei pilastri e l’uso di hashira (柱) come contatore. Non c’è da stupirsi che, a causa di questa cultura che valorizza ciò che la circonda, la gente credesse che la divinità risiedesse nel pilastro principale, ricavato da un albero molto grande, e considerasse la divinità stessa come un pilastro. Nel Giappone antico, la preparazione di un pilastro era una cosa molto importante. Tradizionalmente, l’abbattimento del legname era una cerimonia estremamente importante e solenne, eseguita di notte. La preparazione e il posizionamento del legname erano un rito sacro e potevano essere eseguiti solo dai sacerdoti shintoisti.
La data di posizionamento del pilastro centrale era determinata da un decreto imperiale e coincideva con le cerimonie di apertura del terreno per la costruzione di un santuario. Dall’inizio del periodo Edo, il decreto imperiale per questa cerimonia è stato interrotto. Oggi le cerimonie di posa del pilastro e di rottura del terreno si svolgono in giorni diversi. L’erezione di un pilastro sulla terra è visto come un mezzo di collegamento tra il cielo e la terra e funge da richiamo per lo spirito divino che dimora nel cielo. I pilastri si crede conferiscono stabilità alla struttura e alla terra stessa in quanto abitato dai kami.
I giapponesi sono davvero cosi gentili come dicono?
di FB
Io abito in Giappone e, ogni tanto, invito qualche amico a cena. Va detto prima di tutto che questa non è una cosa che i giapponesi facciano. Non si invitano di solito le persone a cenare a casa propria ma in un ristorante.
E quindi ancora più significativo è il fatto che ogni volta, automaticamente, verso le 11 uno dica: “Andiamo a casa?”
Tutti quanti si dichiarano d’accordo e uno si mette a lavare i piatti, un’altra a spazzare per terra, una terza a separare lattine in acciaio da quelle in alluminio, come richiesto dalla regolamentazione in vigore, ecc.
In un quarto d’ora la casa è pulita più di quanto non lo fosse quando sono arrivati.
Questo fatto illustra secondo me uno dei lati più straordinari di un popolo ammirevole. Nei quasi quarant’anni che ho passato in questo paese non mi è mai successo che qualcuno se ne andasse da casa mia senza pulire. Mai.
L’abitudine di cui vorrei parlare è quella della considerazione per gli altri che si manifesta in mille altri modi.
Supponi per esempio che tu manifesti un interesse per i pipistrelli.
Presto cominceranno ad arrivarti ritagli di giornale sui pipistrelli, mail con link ad articoli, fotografie, ricordini e quant’altro riescono a trovare. Chiedere non è necessario.
Esempio fresco di oggi. La settimana scorsa avevo parlato di sinestesia (una sensazione che ne causa un’altra in un senso diverso, ad esempio una nota che causa la percezione di un odore particolare) con un’amica. Stamattina è arrivato via posta un ritaglio di giornale riguardante la sinestesia del poeta francese Arthur Rimbaud e mandato da lei.
Questi sono i giapponesi. Si fanno regali come questo l’uno con l’altro molto spesso. Si tratta di regali piccolissimi e inaspettati, che quindi fanno ancora più piacere. Un dolce, di solito. Deve essere piccolo e di poco valore per non scatenare catene di controregali di valore crescente.
È per questo che sul mercato c’è una quantità di dolci di prezzo compreso fra uno e tre euro.
L’aspetto fisico è sempre curatissimo. Parte del regalo consiste proprio nel trovare un oggetto particolarmente bello, particolarmente interessante ma non particolarmente costoso e, soprattutto, adatto a chi lo riceve.
Tutto questo crea un’atmosfera del tutto particolare, soffice e diffusa, di calore umano che non ho mai provato con non-giapponesi.
Insegno italiano e uno dei rituali che si è venuto a creare spontaneamente è quello appunto dello scambiarsi regali. Questa attività occupa i primi cinque minuti di ogni lezione e ogni volta mi stupisco di quello che riescono a portare spendendo qualche modesto spicciolo.
Va da sé che io mi dimentico spesso, ma nessuno sembra farsene un problema. I regalini arrivano comunque.
Non si tratta tanto del fatto che, siccome sono straniero, vengo considerato un bifolco da scusare, ma quanto che sanno che si tratta di disattenzione, nulla di più.
In altri termini, la mia individualità viene presa in considerazione, cosa che non collima con uno dei tanti pregiudizi che circolano su di loro.
Una delle tre mi ha esplicitamente confermato che le piace moltissimo fare regali perché parlano per lei. Da buona giapponese, si sente un incapace con le parole. I piccoli Regali dicono quello che lei non riesce dire.
Lo scatola di dolci che vedete nella foto costa più o meno dieci euro e contiene dieci ottimi dolci. Una basta per vari incontri nel corso di una settimana o due. Notare come dicevo il design curatissimo in un prodotto di basso prezzo.
Il seijin no hi (成人の日, lett. Giorno della maggiore età) è una festività pubblica giapponese che si svolge ogni anno il secondo lunedì di Gennaio e che celebra i giovani che hanno raggiunto l’età adulta tra il 2 Aprile dell’anno precedente e il 1°Aprile dell’anno in corso. Se tradizionalmente questa cerimonia era riservata a chi compiva 20 anni (二十歳, hatachi in giapponese), a partire dal 1º Aprile 2022, con l’entrata in vigore della legge che ha spostato il compimento della maggiore età a 18 anni, il seijin no hi, dal 2023, per la prima volta è stato celebrato dai diciottenni. Sebbene l’età adulta sia stata abbassata per legge a 18 anni, ciò non significa che anche le altre leggi siano state modificate di conseguenza. I diciottenni giapponesi non potranno bere, fumare o giocare d’azzardo fino al compimento effettivo dei 20 anni di età. Potranno però godere di alcuni vantaggi, come firmare contratti di affitto e sposarsi senza il permesso di un genitore.
Nonostante si abbiano tracce di cerimonie simili anche nel Giappone antico il seijin-shiki come lo conosciamo oggi è iniziato nel 1946, quando il governo della prefettura di Saitama cercò di risollevare lo spirito dei giovani che avevano perso ogni speranza per il futuro all’indomani della fine della Seconda Guerra Mondiale. Nel 1949, questa ricorrenza ricevette il riconoscimento di festa nazionale da tenersi il 15 Gennaio, noto come seijin no hi. Il motivo per cui inizialmente è stata fissata al 15 Gennaio è che le cerimonie del genpuku, nel Giappone antico, si svolgevano sempre con la luna piena, che nel vecchio calendario lunare giapponese cadeva il 15° giorno del mese. Dagli anni 2000, tuttavia, è stata spostata al secondo lunedì di Gennaio. Questo giorno è conosciuto in Giappone anche come “Happy Monday” perché il governo emanando la legge che istituiva formalmente il seijin no hi, ha aumentato anche il numero di giorni festivi consecutivi collegando questa festività alle celebrazioni per il nuovo anno con l’obbiettivo di stimolare l’industria del turismo e dei trasporti.
Genpuku e mogi
Le origini del seijin no hi.
Le celebrazioni per il raggiungimento della maggiore età sono state parte integrante della cultura giapponese per gran parte della sua storia. Storicamente, ragazzi e ragazze, soprattutto quelli di classe sociale più elevata, festeggiavano la loro maggiore età tra i 12 e i 16 anni. Per i ragazzi, il raggiungimento dell’età adulta era celebrato durante la cerimonia conosciuta come genpuku-shiki (元服式) che prevedeva principalmente il cambio di acconciatura e di abbigliamento per diventare uomini maturi. Per i ragazzi appartenenti ad estrazioni sociali più basse il genpuku-shiki consisteva di solito nel solo cambio di acconciatura fino a quando non erano in grado di permettersi o di adattarsi agli abiti degli adulti.
Nella foto di sinistra (disegno di mia moglie), è rappresentato il tipico abbigliamento per il genpuku-shiki di periodo Nara. In questo periodo era un rito di passaggio per i ragazzi tra i 12 e i 16 anni di età che abbandonando gli abiti da bambini entravano nel mondo degli adulti, si lasciavano la frangia e raccoglievano i cappelli nel classico mage (髷) e indossavano il kan-muri (冠).
Per quanto riguarda la celebrazione della maggiore età per le ragazze non era molto importante in passato e di solito coincideva con il momento in cui erano pronte per il matrimonio. Come segno della maggiore età, le ragazze ricevevano un tipo di indumento da indossare intorno alla vita chiamato mo (裳) e da qui il nome della cerimonia detta mogi (裳着). Le ragazze cambiavano anche l’acconciatura quando diventavano maggiorenni. I capelli, invece di essere sciolti, venivano raccolti secondo lo stile che si riconosce nei dipinti tradizionali giapponesi.
Che abiti vengono idossati nel giorno del seijin no hi?
I kimono indossati dalle giovani donne si chiamano furisode (振り袖) e sono normalmente ordinati e confezionati su misura con determinate misure tipicamente di moda dal primo periodo Edo. Questo tipo di kimono, come vedremo in seguito, era indossato in passato solo da donne adulte non sposate. Sono spesso molto costosi tanto che le famiglie risparmiano per anni per poter comprarne uno alla propria figlia. Spesso questo kimono viene passato dalla sorella maggiore a quella minore.
Foto: studio Garmet
Il taglio del furisode ha preso ispirazione dal kosode (小袖), il kimono indossato dai bambini che veniva realizzato con delle ampie aperture ai lati che permettevano al calore corporeo di uscire più facilmente. Si ritiene che l’origine dell’attuale furisode sia da ricercare nell’apparizione delle maniche lunghe all’inizio del periodo Edo, concepite per rendere più graziosi i gesti, che divennero molto popolari tra le giovani donne. Dal periodo Meiji in poi, era considerato un abbigliamento formale per le donne non sposate e veniva indossato in occasioni formali come cerimonie di fidanzamento e matrimoni. La caratteristica principale del furisode sono le maniche (“sode” 袖, in giapponese) lunghe che arrivano fino ai piedi. Si crede che il motivo per cui le giovani donne iniziarono a preferire l’uso di questo tipo di kimono può essere attribuito alle natura delle relazioni amorose del passato. Alle donne, non era permesso parlare liberamente dei propri sentimenti e si riteneva inaccettabile che una donna non sposata confessasse i propri sentimenti a un uomo.
Le donne quindi iniziarono ad usare le lunghe maniche del kimono per esprimere i propri sentimenti verso gli uomini. L’agitare le lunghe maniche divenne un diffuso segno d’amore. Per le donne non sposate, le maniche abbastanza lunghe da poter oscillare erano considerate come una necessità per trovare un buon marito. Una volta sposate, il furisode terminava il suo ruolo e le donne sposate generalmente indossavano il tomesode (留袖), nel classico colore nero e dalla manica più corte. Da qui deriva la tradizione che vuole il furisode come un indumento esclusivamente per le donne non sposate. Come in passato ancora oggi si crede che le lunghe maniche del furisode contengano un augurio per allontanare la sfortuna. Si crede che il gesto di sventolare (furu, (降る) in giapponese) qualcosa, abbia il potere di invocare i kami e allontanare il male. In passato i genitori facevano indossare ai propri figli il furisode perché si credeva che, oltre a regolare la temperatura corporea, il semplice gesto di sventolare le maniche allontanasse la sfortuna. Si vedeva inoltre che poiché l’età di 19 anni era il primo anno sfortunato per le donne, si è diffusa la credenza che le donne abbiano iniziato a indossare il furisode durante il seijin no hi, nella speranza di allontanare la sfortuna ed essere felici in futuro. Il 19 anno di età di una ragazza è considerato uno yakudoshi (厄年), un anno sfortunato. La spiegazione è la seguente: 19 in giapponese si dice jū-kyū (十九). A sua volta il kanji di nove può essere letto anche come ku che coincide con la lettura del kanji che si usa per “pena”, “sofferenza” (苦). La lettura del kanji usato per il numero dieci jū, rimanda alla lettura del kanji 重 che in giapponese significa “doppio / multiplo”. Unendo questi due kanji 重 e 苦 si forma la parola giapponese jūku (重苦) che si può tradurre come “sofferenza intensa”. A causa di questo gioco di parole si crede che il 19 anno di età di una donna sia un’anno nefasto.
Per gli uomini, la scelta ricade spesso tra un abito o un haori-hakama – una giacca haori tradizionale giapponese abbinata a pantaloni hakama a gamba larga e sandali geta. I colori sono spesso più tenui, con disegni più semplici rispetto al kimono. Tuttavia, ci sono molti giovani che cercano di distinguersi con modelli più vivaci, e anche quelli che riflettono gli stili della sottocultura di moda come gli yankii, che prende molta influenza sugli stili delle bande di motociclisti giapponesi bousouzoku degli anni Ottanta.
Fonte: Haruyama Web Site
Come si sta adattando questa cerimonia con i cambiamenti della società.
Ci sono molti tipi di cerimonie, molte si basano sulla tradizione, altre osano prendendo nuove direzioni, cercando di dare un’immagine del Giappone più diversificata, fornendo spazi in cui le persone possono esprimersi senza la paura di sentirsi giudicati
Per molti giovani appartenenti alla comunità LGBT, le cerimonie con codici d’abbigliamento classici basati sul gender possono essere difficili da affrontare. Per questo motivo, sono aumentate negli ultimi anni cerimonie che tengono conto delle persone appartenenti a questa comunità, come la Kansai LGBT Seijin-shiki. La prima edizione risale al 2014, dando modo alle persone appartenenti alla comunità LGBT giapponese la possibilità di godersi questo importante evento della vita in uno spazio di accettazione, senza pressioni legate ai codici di abbigliamento basati sul genere. L’evento, che si svolge nella città di Ōsaka, coinvolge ogni anno relatori e cerca di fungere da punto di partenza per consentire ai giovani di comprendere meglio la propria sessualità e la possibilità di poter esprimere loro stessi come sono non come la società li obbliga ad essere.
Foto: Kansai LGBT Seijinshiki web-site
Come scritto nella descrizione dell’evento: “Una cerimonia per il raggiungimento dell’età in cui persone di diversa provenienza, comprese le minoranze sessuali (=LGBT), possono partecipare a modo loro. Partecipando alla cerimonia manifestando il loro modo di essere, le persone possono acquisire fiducia in se stesse e provare la bellezza di “vivere la vita così come sono” (自分らしく生き, Jibun rashiku ikiru), oltre a diffondere conoscenze e informazioni accurate alla società. L’ingresso è gratuito ed è stato aperto al pubblico, ma ci sono regole severe sulla fotografia per mantenere un ambiente confortevole in cui i giovani LGBT giapponesi possano esprimersi.
Il Giappone è un paese molto più omogeneo dal punto di vista etnico rispetto a moltri altri paesi. Ospita infatti, molte persone appartenenti a minoranze etniche, che nel 2022 erano circa 3 milioni. Tra queste, l’etnia coreana rappresenta uno dei gruppi demograficamente più numeroso e dal 2020, nella città di Nagoya, si celebra un seijin-shiki che permette ai giovani coreani di partecipare a questa festa nazionale. I partecipanti alla cerimonia indossano spesso anche abiti tipici della tradizionale coreana. Questo evento è considerato particolarmente importante da molte persone che credono in un Giappone in grado di liberarsi di quel sentimento anti coreano che per troppo tempo si è fatto strada nella società giapponese.
Fonte: NHK
Dove si festeggia il seijin no hi.
Per il seijin no hi c’è l’usanza di ritornare nella propria città di origine per festeggiare questa giornata con familiari ed amici. Molti giovani decidono di partecipare solo alla tradizionale cerimonia e alle dōsōkai (同窓会) riunioni delle persone della stessa classe. Anche se in declino ai giorni nostri, la tradizione giapponese prevede che le persone si rechino in visita ad un santuario prima di un grande evento della loro vita. Questa ricorrenza non fa eccezione e per questo durante la giornata del seijin no hi i santuari di ogni città sono affollati da giovani in abiti tradizionali con le famiglie al seguito per le foto di rito che rimarranno un ricordo indelebile.
I dōsōkai, sono delle riunioni di classe che i giovani organizzano quando ritornano nella loro città natale per i festeggiamenti del seijin no hi. Ex compagni delle scuole medie e superiori si riuniscono per celebrare l’età adulta. Questa è considerata da molti un’importante occasione per riallacciare i rapporti con gli ex amici, mantenendo così vivi i legami. La maggior parte delle feste si svolge subito dopo il seijin no hi, ma alcuni scelgono di riunirsi più tardi nel corso dell’anno, ad esempio durante la Golden week.
Anche per i genitori è un giorno molto importante perchè i figli vengono riconosciuti come adulti dalla società. Molti si recano in studi fotografici o ingaggiano fotografi professionisti per scattare ritratti di famiglia in questa occasione speciale. La cerimonia si tiene in varie sale del governo o del consiglio locale e le persone partecipano nell’ambito della loro zona. Non è una cerimonia molto emozionante: ci sono discorsi di varie persone importanti della zona, seguiti da una sorta di intrattenimento speciale.
Il seijin-shiki rimane quindi una pietra miliare importante per molti e, pur mantenendo la tradizione, tende a riflettere sempre più un Giappone moderno e diversificato. Specialmente in questo periodo durante il quale il Paese è alle prese con i tassi di natalità molto bassi, queste cerimonie sembrano aver accresciuto la loro importanza simbolica, guardando ai giovani come veri fautori del futuro del paese.
L’insegnamento del giapponese viene di solito fatto senza spiegare il perché di certe regole. Questo vale anche e prima di tutto per i pronomi personali, ritenuti troppo complessi e diversi dai nostri per poter essere insegnati ad un principiante nel loro insieme.
Sono arrivato alla conclusione che, al contrario, una vera comprensione del giapponese è impossibile senza una conoscenza dei concetti che seguono, che andrebbero quindi affrontati immediatamente, prima di iniziare a studiare. L’alternativa è lo sperare che l’individuo sia in grado in un indeterminato momento futuro di arrivarci da solo.
I pronomi personali in giapponese si basano su due parametri imparati spontaneamente e mai esplicitati.
1 Il primo è la posizione dell’interlocutore rispetto a se stessi, che può essere superiore o inferiore. Si usa un titolo con i superiori, il nome con gli inferiori. Notare che in italiano si fa la stessa cosa. Si usano mamma, zia, avvocato, dottore come vocativo nel parlare direttamente con gli interessati, il nome proprio con gli altri. Mi sembra ci siano ragioni per pensare questa abitudine si stia indebolendo. Molti ragazzi chiamano loro padre col suo nome proprio (io ne conosco diversi).
In ambedue le culture, usare pronomi personali o nomi propri per chiamare persone a sé superiori è irrispettoso. Per esse si usa un titolo o ruolo sociale. Si dice quindi nonna, zia, direttore, avvocato, dottore, capo, ingegnere ai propri superiori, e Gianni a proprio cugino o ad un collega dei pari grado.
2 L’appartenenza o meno al proprio gruppo, una distinzione che in italiano (mi sembra) non venga fatta.
La differenza pratica fra il giapponese e l’italiano consiste nell’intensità dello stigma posto sui pronomi personali, quasi mai usati in giapponese. Questo possiede termini per la seconda e terza persona singolare, ma sono tutti da evitare. La ragione è l’idea che gli altri ci sono superiori per definizione, se non altro finché il nostro rapporto con loro si chiarisce. Anche in seguito, quando necessario per chiamare qualcuno si usano preferibilmente altri mezzi.
SOSTITUTI DEI PRONOMI DI SECONDA PERSONA
Questa, ritengo, è la sezione che il principiante dovrebbe studiare con diligenza.
Questi termini sono i più difficili da usare perché sono quelli che entrano in gioco direttamente quando si incontra una persona per la prima volta. I pronomi vanno evitati, ma farlo in una lingua senza singolare e plurale, senza maschile e femminile e praticamente priva di coniugazioni dei verbi non è facile.
Con chi conosciamo il problema è presto risolto (si fa per dire…).
Membri della famiglia:
Al posto del pronome personale, tecnicamente anata, si usa il rapporto di parentela. Otōsan (il trattino sopra una vocale, chiamato macron, la allunga), parola formale per padre, o okaasan, madre.
I fratelli maggiori sono oniisan, e non Taro o Akira. Notare il -san onorifico.
Membri di status inferiore:
Il nome proprio.
Tenere presente che io chiamo mia suocera okaasan, mamma, quando la chiamo, come è normale e mio dovere fare.
Per spiegare l’uso dei pronomi personali fra intimi per esempio fra me (Fū) e mia moglie (Junko), sarà meglio un esempio che una spiegazione.
“A che ora torna Junko?” dico io.
純子は何時に帰る?
Mi risponde: “Verso mezzogiorno. Francesco ci sarà, vero?”
12時位。フーちゃんはおるやろ?
Per membri della famiglia altrui si deve usare il cognome con -san per i superiori, il nome proprio come qui sopra per gli altri.
E con gli sconosciuti? Qui le cose si complicano.
Un modo è usare i verbi direzionali, verbi che non solo esprimono una azione, ma anche la direzione in cui avviene. Partiamo da un esempio per poi spiegarlo. Se chiedi a un poliziotto dov’è l’ambasciata italiana, ti risponderà per esempio:
真っ直ぐ行ってもらって。。。 Massugu itte moratte …
Moratte deriva da morau, un verbo che non vuole dire semplicemente ricevere, ma che chi riceve è chi parla. In altri termini, il poliziotto sta dicendo:
“Mi dia l’andare diritto …”
Questo rende superfluo il pronome personale.
La stessa cosa può venir fatta con i prefissi di cortesia go- e o-. Dicendo お車 o-kuruma, che sarebbe “onorevole automobile”, metto subito in chiaro che si tratta della TUA automobile, rendendo inutile l’uso del pronome possessivo, in giapponese costruito da quello personale (anata no, letteralmente “di tu”).
A volte però è inevitabile usare un qualche tipo di identificazione personale.
Un impiegato o cameriere ti chiamerà お客様 okyakusama, onorevole cliente. Altrimenti medico, avvocato, poliziotto (seempre usando il suffisso –san).
In tutti questi casi, chi parla mette l’interlocutore al di fuori del proprio gruppo, soluzione preferibile perché consente di usare il massimo grado di cortesia.
E se la funzione o carica non sono chiare? Allora si parla come se ci si stesse rivolgendo ad un membro più anziano della propria famiglia, quindi fratello maggiore (anche se sei più anziano della persona cui ti rivolgi), padre, madre. Utilizzabile, ma ti costringe ad essere meno formale e rischiare di offendere.
Anni fa in un supermercato vidi una monetina da 50 yen per terra e chiesi alla cassiera se era sua. Mi ha risposto:
お父さんのですよ。Otōsan no desu yo
La frase letteralmente vuole dire “È di mio padre.” Cioè io. Mi stava chiamando suo padre. La ragione per cui mi ricordo l’incidente è che in quel momento ho pensato con stizza che non mi aveva chiamato suo fratello maggiore, come avrebbe fatto se avessi avuto i suoi anni o meno. Ed aveva almeno quarant’anni.
I dettagli dell’uso del nome proprio richiederebbero un post a sé stante. Meglio lasciar correre, per ora.
I PRONOMI PERSONALI
Questi i metodi consigliati per sostituire i pronomi di seconda persona.
Di pronomi in senso stretto in giapponese non ce ne sono. Quelli detti pronomi sono in realtà sostantivi, ma quello è un ennesimo ginepraio che per ora è meglio evitare. In ogni caso, eccoli.
ANATA
Anata ha quattro forme:
あなた in hiragana, uno dei due sillabari in uso in giapponese. È la forma più neutra e comune.
貴方 scritta con due caratteri che vogliono dire “preziosa persona”. Nessuna indicazione di genere.
貴女 differisce dal secondo termine visto perché usa il carattere per “donna” al posto di quello per persona. Visto lo status di inferiorità della donna nella società giapponese (perdonatemi ragazze, mi dispiace davvero, ma così stanno le cose), è molto raro.
貴男 finisce invece con il carattere per “uomo.” È usato soprattutto dalle donne al posto del nome proprio (Anata, “vieni un attimo”) per chiamare il marito, un’abitudine che riflette il loro stato di soggezione.
Ed ora una serie di termini che hanno in comune una curiosa caratteristica. I caratteri con cui sono scritti testimoniano il fatto che una volta manifestavano un forte o addirittura estremo rispetto, ed oggi invece fanno il contrario.
Kimi 君
Deriva da una parola che voleva dire “signore feudale”. Amichevole ma informale, fa buona coppia con boku, che vuol dire io.
Omae お前
Letteralmente “onorevole davanti”. Indica inferiorità o parità fra maschi. Inaccettabile se non fra soli uomini. Mia moglie mi chiama scherzosamente omae, ma questo è un nostro vizietto privato e cosa inaudita fra giapponesi, perché lei è una donna ed io sono un uomo. A volte si sbaglia e lo fa in presenza di altri e la cosa suscita sempre una certa sorpresa.
Temae o temee 手前
Letteralmente “davanti alle mani.” Il suo solo uso, specialmente quando pronunciato temee, è di per sé causa di litigio.
Kisama 貴様
Letteralmente “prezioso” col suffisso di estrema cortesia -sama.
È una sfida all’aggressione fisica. “Fatti avanti, se l’osi.”
Probabilmente ci saranno modifiche nei prossimi giorni, man mano che mi vengono in mente dettagli.
Nota finale.
Chiedo scusa dei numerosi errori, ma con un post di questa complessità sono per me difficili da evitare.Come si dice “tu” in giapponese?
L’insegnamento del giapponese viene di solito fatto senza spiegare il perché di certe regole. Questo vale anche e prima di tutto per i pronomi personali, ritenuti troppo complessi e diversi dai nostri per poter essere insegnati ad un principiante nel loro insieme.
Sono arrivato alla conclusione che, al contrario, una vera comprensione del giapponese è impossibile senza una conoscenza dei concetti che seguono, che andrebbero quindi affrontati immediatamente, prima di iniziare a studiare. L’alternativa è lo sperare che l’individuo sia in grado in un indeterminato momento futuro di arrivarci da solo.
I pronomi personali in giapponese si basano su due parametri imparati spontaneamente e mai esplicitati.
1 Il primo è la posizione dell’interlocutore rispetto a se stessi, che può essere superiore o inferiore. Si usa un titolo con i superiori, il nome con gli inferiori. Notare che in italiano si fa la stessa cosa. Si usano mamma, zia, avvocato, dottore come vocativo nel parlare direttamente con gli interessati, il nome proprio con gli altri. Mi sembra ci siano ragioni per pensare questa abitudine si stia indebolendo. Molti ragazzi chiamano loro padre col suo nome proprio (io ne conosco diversi).
In ambedue le culture, usare pronomi personali o nomi propri per chiamare persone a sé superiori è irrispettoso. Per esse si usa un titolo o ruolo sociale. Si dice quindi nonna, zia, direttore, avvocato, dottore, capo, ingegnere ai propri superiori, e Gianni a proprio cugino o ad un collega dei pari grado.
2 L’appartenenza o meno al proprio gruppo, una distinzione che in italiano (mi sembra) non venga fatta.
La differenza pratica fra il giapponese e l’italiano consiste nell’intensità dello stigma posto sui pronomi personali, quasi mai usati in giapponese. Questo possiede termini per la seconda e terza persona singolare, ma sono tutti da evitare. La ragione è l’idea che gli altri ci sono superiori per definizione, se non altro finché il nostro rapporto con loro si chiarisce. Anche in seguito, quando necessario per chiamare qualcuno si usano preferibilmente altri mezzi.
SOSTITUTI DEI PRONOMI DI SECONDA PERSONA
Questa, ritengo, è la sezione che il principiante dovrebbe studiare con diligenza.
Questi termini sono i più difficili da usare perché sono quelli che entrano in gioco direttamente quando si incontra una persona per la prima volta. I pronomi vanno evitati, ma farlo in una lingua senza singolare e plurale, senza maschile e femminile e praticamente priva di coniugazioni dei verbi non è facile.
Con chi conosciamo il problema è presto risolto (si fa per dire…).
Membri della famiglia:
Al posto del pronome personale, tecnicamente anata, si usa il rapporto di parentela. Otōsan (il trattino sopra una vocale, chiamato macron, la allunga), parola formale per padre, o okaasan, madre.
I fratelli maggiori sono oniisan, e non Taro o Akira. Notare il -san onorifico.
Membri di status inferiore:
Il nome proprio.
Tenere presente che io chiamo mia suocera okaasan, mamma, quando la chiamo, come è normale e mio dovere fare.
Per spiegare l’uso dei pronomi personali fra intimi per esempio fra me (Fū) e mia moglie (Junko), sarà meglio un esempio che una spiegazione.
“A che ora torna Junko?” dico io.
純子は何時に帰る?
Mi risponde: “Verso mezzogiorno. Francesco ci sarà, vero?”
12時位。フーちゃんはおるやろ?
Per membri della famiglia altrui si deve usare il cognome con -san per i superiori, il nome proprio come qui sopra per gli altri.
E con gli sconosciuti? Qui le cose si complicano.
Un modo è usare i verbi direzionali, verbi che non solo esprimono una azione, ma anche la direzione in cui avviene. Partiamo da un esempio per poi spiegarlo. Se chiedi a un poliziotto dov’è l’ambasciata italiana, ti risponderà per esempio:
真っ直ぐ行ってもらって。。。 Massugu itte moratte …
Moratte deriva da morau, un verbo che non vuole dire semplicemente ricevere, ma che chi riceve è chi parla. In altri termini, il poliziotto sta dicendo:
“Mi dia l’andare diritto …”
Questo rende superfluo il pronome personale.
La stessa cosa può venir fatta con i prefissi di cortesia go- e o-. Dicendo お車 o-kuruma, che sarebbe “onorevole automobile”, metto subito in chiaro che si tratta della TUA automobile, rendendo inutile l’uso del pronome possessivo, in giapponese costruito da quello personale (anata no, letteralmente “di tu”).
A volte però è inevitabile usare un qualche tipo di identificazione personale.
Un impiegato o cameriere ti chiamerà お客様 okyakusama, onorevole cliente. Altrimenti medico, avvocato, poliziotto (seempre usando il suffisso –san).
In tutti questi casi, chi parla mette l’interlocutore al di fuori del proprio gruppo, soluzione preferibile perché consente di usare il massimo grado di cortesia.
E se la funzione o carica non sono chiare? Allora si parla come se ci si stesse rivolgendo ad un membro più anziano della propria famiglia, quindi fratello maggiore (anche se sei più anziano della persona cui ti rivolgi), padre, madre. Utilizzabile, ma ti costringe ad essere meno formale e rischiare di offendere.
Anni fa in un supermercato vidi una monetina da 50 yen per terra e chiesi alla cassiera se era sua. Mi ha risposto:
お父さんのですよ。Otōsan no desu yo
La frase letteralmente vuole dire “È di mio padre.” Cioè io. Mi stava chiamando suo padre. La ragione per cui mi ricordo l’incidente è che in quel momento ho pensato con stizza che non mi aveva chiamato suo fratello maggiore, come avrebbe fatto se avessi avuto i suoi anni o meno. Ed aveva almeno quarant’anni.
I dettagli dell’uso del nome proprio richiederebbero un post a sé stante. Meglio lasciar correre, per ora.
L’insegnamento del giapponese viene di solito fatto senza spiegare il perché di certe regole. Questo vale anche e prima di tutto per i pronomi personali, ritenuti troppo complessi e diversi dai nostri per poter essere insegnati ad un principiante nel loro insieme.
Sono arrivato alla conclusione che, al contrario, una vera comprensione del giapponese è impossibile senza una conoscenza dei concetti che seguono, che andrebbero quindi affrontati immediatamente, prima di iniziare a studiare. L’alternativa è lo sperare che l’individuo sia in grado in un indeterminato momento futuro di arrivarci da solo.
I pronomi personali in giapponese si basano su due parametri imparati spontaneamente e mai esplicitati.
1 Il primo è la posizione dell’interlocutore rispetto a se stessi, che può essere superiore o inferiore. Si usa un titolo con i superiori, il nome con gli inferiori. Notare che in italiano si fa la stessa cosa. Si usano mamma, zia, avvocato, dottore come vocativo nel parlare direttamente con gli interessati, il nome proprio con gli altri. Mi sembra ci siano ragioni per pensare questa abitudine si stia indebolendo. Molti ragazzi chiamano loro padre col suo nome proprio (io ne conosco diversi).
In ambedue le culture, usare pronomi personali o nomi propri per chiamare persone a sé superiori è irrispettoso. Per esse si usa un titolo o ruolo sociale. Si dice quindi nonna, zia, direttore, avvocato, dottore, capo, ingegnere ai propri superiori, e Gianni a proprio cugino o ad un collega dei pari grado.
2 L’appartenenza o meno al proprio gruppo, una distinzione che in italiano (mi sembra) non venga fatta.
La differenza pratica fra il giapponese e l’italiano consiste nell’intensità dello stigma posto sui pronomi personali, quasi mai usati in giapponese. Questo possiede termini per la seconda e terza persona singolare, ma sono tutti da evitare. La ragione è l’idea che gli altri ci sono superiori per definizione, se non altro finché il nostro rapporto con loro si chiarisce. Anche in seguito, quando necessario per chiamare qualcuno si usano preferibilmente altri mezzi.
SOSTITUTI DEI PRONOMI DI SECONDA PERSONA
Questa, ritengo, è la sezione che il principiante dovrebbe studiare con diligenza.
Questi termini sono i più difficili da usare perché sono quelli che entrano in gioco direttamente quando si incontra una persona per la prima volta. I pronomi vanno evitati, ma farlo in una lingua senza singolare e plurale, senza maschile e femminile e praticamente priva di coniugazioni dei verbi non è facile.
Con chi conosciamo il problema è presto risolto (si fa per dire…).
Membri della famiglia:
Al posto del pronome personale, tecnicamente anata, si usa il rapporto di parentela. Otōsan (il trattino sopra una vocale, chiamato macron, la allunga), parola formale per padre, o okaasan, madre.
I fratelli maggiori sono oniisan, e non Taro o Akira. Notare il -san onorifico.
Membri di status inferiore:
Il nome proprio.
Tenere presente che io chiamo mia suocera okaasan, mamma, quando la chiamo, come è normale e mio dovere fare.
Per spiegare l’uso dei pronomi personali fra intimi per esempio fra me (Fū) e mia moglie (Junko), sarà meglio un esempio che una spiegazione.
“A che ora torna Junko?” dico io.
純子は何時に帰る?
Mi risponde: “Verso mezzogiorno. Francesco ci sarà, vero?”
12時位。フーちゃんはおるやろ?
Per membri della famiglia altrui si deve usare il cognome con -san per i superiori, il nome proprio come qui sopra per gli altri.
E con gli sconosciuti? Qui le cose si complicano.
Un modo è usare i verbi direzionali, verbi che non solo esprimono una azione, ma anche la direzione in cui avviene. Partiamo da un esempio per poi spiegarlo. Se chiedi a un poliziotto dov’è l’ambasciata italiana, ti risponderà per esempio:
真っ直ぐ行ってもらって。。。 Massugu itte moratte …
Moratte deriva da morau, un verbo che non vuole dire semplicemente ricevere, ma che chi riceve è chi parla. In altri termini, il poliziotto sta dicendo:
“Mi dia l’andare diritto …”
Questo rende superfluo il pronome personale.
La stessa cosa può venir fatta con i prefissi di cortesia go- e o-. Dicendo お車 o-kuruma, che sarebbe “onorevole automobile”, metto subito in chiaro che si tratta della TUA automobile, rendendo inutile l’uso del pronome possessivo, in giapponese costruito da quello personale (anata no, letteralmente “di tu”).
A volte però è inevitabile usare un qualche tipo di identificazione personale.
Un impiegato o cameriere ti chiamerà お客様 okyakusama, onorevole cliente. Altrimenti medico, avvocato, poliziotto (seempre usando il suffisso –san).
In tutti questi casi, chi parla mette l’interlocutore al di fuori del proprio gruppo, soluzione preferibile perché consente di usare il massimo grado di cortesia.
E se la funzione o carica non sono chiare? Allora si parla come se ci si stesse rivolgendo ad un membro più anziano della propria famiglia, quindi fratello maggiore (anche se sei più anziano della persona cui ti rivolgi), padre, madre. Utilizzabile, ma ti costringe ad essere meno formale e rischiare di offendere.
Anni fa in un supermercato vidi una monetina da 50 yen per terra e chiesi alla cassiera se era sua. Mi ha risposto:
お父さんのですよ。Otōsan no desu yo
La frase letteralmente vuole dire “È di mio padre.” Cioè io. Mi stava chiamando suo padre. La ragione per cui mi ricordo l’incidente è che in quel momento ho pensato con stizza che non mi aveva chiamato suo fratello maggiore, come avrebbe fatto se avessi avuto i suoi anni o meno. Ed aveva almeno quarant’anni.
I dettagli dell’uso del nome proprio richiederebbero un post a sé stante. Meglio lasciar correre, per ora.
I PRONOMI PERSONALI
Questi i metodi consigliati per sostituire i pronomi di seconda persona.
Di pronomi in senso stretto in giapponese non ce ne sono. Quelli detti pronomi sono in realtà sostantivi, ma quello è un ennesimo ginepraio che per ora è meglio evitare. In ogni caso, eccoli.
ANATA
Anata ha quattro forme:
あなた in hiragana, uno dei due sillabari in uso in giapponese. È la forma più neutra e comune.
貴方 scritta con due caratteri che vogliono dire “preziosa persona”. Nessuna indicazione di genere.
貴女 differisce dal secondo termine visto perché usa il carattere per “donna” al posto di quello per persona. Visto lo status di inferiorità della donna nella società giapponese (perdonatemi ragazze, mi dispiace davvero, ma così stanno le cose), è molto raro.
貴男 finisce invece con il carattere per “uomo.” È usato soprattutto dalle donne al posto del nome proprio (Anata, “vieni un attimo”) per chiamare il marito, un’abitudine che riflette il loro stato di soggezione.
Ed ora una serie di termini che hanno in comune una curiosa caratteristica. I caratteri con cui sono scritti testimoniano il fatto che una volta manifestavano un forte o addirittura estremo rispetto, ed oggi invece fanno il contrario.
Kimi 君
Deriva da una parola che voleva dire “signore feudale”. Amichevole ma informale, fa buona coppia con boku, che vuol dire io.
Omae お前
Letteralmente “onorevole davanti”. Indica inferiorità o parità fra maschi. Inaccettabile se non fra soli uomini. Mia moglie mi chiama scherzosamente omae, ma questo è un nostro vizietto privato e cosa inaudita fra giapponesi, perché lei è una donna ed io sono un uomo. A volte si sbaglia e lo fa in presenza di altri e la cosa suscita sempre una certa sorpresa.
Temae o temee 手前
Letteralmente “davanti alle mani.” Il suo solo uso, specialmente quando pronunciato temee, è di per sé causa di litigio.
Kisama 貴様
Letteralmente “prezioso” col suffisso di estrema cortesia -sama.
È una sfida all’aggressione fisica. “Fatti avanti, se l’osi.”
Probabilmente ci saranno modifiche nei prossimi giorni, man mano che mi vengono in mente dettagli.
Nota finale.
Chiedo scusa dei numerosi errori, ma con un post di questa complessità sono per me difficili da evitare.Come si dice “tu” in giapponese?
L’insegnamento del giapponese viene di solito fatto senza spiegare il perché di certe regole. Questo vale anche e prima di tutto per i pronomi personali, ritenuti troppo complessi e diversi dai nostri per poter essere insegnati ad un principiante nel loro insieme.
Sono arrivato alla conclusione che, al contrario, una vera comprensione del giapponese è impossibile senza una conoscenza dei concetti che seguono, che andrebbero quindi affrontati immediatamente, prima di iniziare a studiare. L’alternativa è lo sperare che l’individuo sia in grado in un indeterminato momento futuro di arrivarci da solo.
I pronomi personali in giapponese si basano su due parametri imparati spontaneamente e mai esplicitati.
1 Il primo è la posizione dell’interlocutore rispetto a se stessi, che può essere superiore o inferiore. Si usa un titolo con i superiori, il nome con gli inferiori. Notare che in italiano si fa la stessa cosa. Si usano mamma, zia, avvocato, dottore come vocativo nel parlare direttamente con gli interessati, il nome proprio con gli altri. Mi sembra ci siano ragioni per pensare questa abitudine si stia indebolendo. Molti ragazzi chiamano loro padre col suo nome proprio (io ne conosco diversi).
In ambedue le culture, usare pronomi personali o nomi propri per chiamare persone a sé superiori è irrispettoso. Per esse si usa un titolo o ruolo sociale. Si dice quindi nonna, zia, direttore, avvocato, dottore, capo, ingegnere ai propri superiori, e Gianni a proprio cugino o ad un collega dei pari grado.
2 L’appartenenza o meno al proprio gruppo, una distinzione che in italiano (mi sembra) non venga fatta.
La differenza pratica fra il giapponese e l’italiano consiste nell’intensità dello stigma posto sui pronomi personali, quasi mai usati in giapponese. Questo possiede termini per la seconda e terza persona singolare, ma sono tutti da evitare. La ragione è l’idea che gli altri ci sono superiori per definizione, se non altro finché il nostro rapporto con loro si chiarisce. Anche in seguito, quando necessario per chiamare qualcuno si usano preferibilmente altri mezzi.
SOSTITUTI DEI PRONOMI DI SECONDA PERSONA
Questa, ritengo, è la sezione che il principiante dovrebbe studiare con diligenza.
Questi termini sono i più difficili da usare perché sono quelli che entrano in gioco direttamente quando si incontra una persona per la prima volta. I pronomi vanno evitati, ma farlo in una lingua senza singolare e plurale, senza maschile e femminile e praticamente priva di coniugazioni dei verbi non è facile.
Con chi conosciamo il problema è presto risolto (si fa per dire…).
Membri della famiglia:
Al posto del pronome personale, tecnicamente anata, si usa il rapporto di parentela. Otōsan (il trattino sopra una vocale, chiamato macron, la allunga), parola formale per padre, o okaasan, madre.
I fratelli maggiori sono oniisan, e non Taro o Akira. Notare il -san onorifico.
Membri di status inferiore:
Il nome proprio.
Tenere presente che io chiamo mia suocera okaasan, mamma, quando la chiamo, come è normale e mio dovere fare.
Per spiegare l’uso dei pronomi personali fra intimi per esempio fra me (Fū) e mia moglie (Junko), sarà meglio un esempio che una spiegazione.
“A che ora torna Junko?” dico io.
純子は何時に帰る?
Mi risponde: “Verso mezzogiorno. Francesco ci sarà, vero?”
12時位。フーちゃんはおるやろ?
Per membri della famiglia altrui si deve usare il cognome con -san per i superiori, il nome proprio come qui sopra per gli altri.
E con gli sconosciuti? Qui le cose si complicano.
Un modo è usare i verbi direzionali, verbi che non solo esprimono una azione, ma anche la direzione in cui avviene. Partiamo da un esempio per poi spiegarlo. Se chiedi a un poliziotto dov’è l’ambasciata italiana, ti risponderà per esempio:
真っ直ぐ行ってもらって。。。 Massugu itte moratte …
Moratte deriva da morau, un verbo che non vuole dire semplicemente ricevere, ma che chi riceve è chi parla. In altri termini, il poliziotto sta dicendo:
“Mi dia l’andare diritto …”
Questo rende superfluo il pronome personale.
La stessa cosa può venir fatta con i prefissi di cortesia go- e o-. Dicendo お車 o-kuruma, che sarebbe “onorevole automobile”, metto subito in chiaro che si tratta della TUA automobile, rendendo inutile l’uso del pronome possessivo, in giapponese costruito da quello personale (anata no, letteralmente “di tu”).
A volte però è inevitabile usare un qualche tipo di identificazione personale.
Un impiegato o cameriere ti chiamerà お客様 okyakusama, onorevole cliente. Altrimenti medico, avvocato, poliziotto (seempre usando il suffisso –san).
In tutti questi casi, chi parla mette l’interlocutore al di fuori del proprio gruppo, soluzione preferibile perché consente di usare il massimo grado di cortesia.
E se la funzione o carica non sono chiare? Allora si parla come se ci si stesse rivolgendo ad un membro più anziano della propria famiglia, quindi fratello maggiore (anche se sei più anziano della persona cui ti rivolgi), padre, madre. Utilizzabile, ma ti costringe ad essere meno formale e rischiare di offendere.
Anni fa in un supermercato vidi una monetina da 50 yen per terra e chiesi alla cassiera se era sua. Mi ha risposto:
お父さんのですよ。Otōsan no desu yo
La frase letteralmente vuole dire “È di mio padre.” Cioè io. Mi stava chiamando suo padre. La ragione per cui mi ricordo l’incidente è che in quel momento ho pensato con stizza che non mi aveva chiamato suo fratello maggiore, come avrebbe fatto se avessi avuto i suoi anni o meno. Ed aveva almeno quarant’anni.
I dettagli dell’uso del nome proprio richiederebbero un post a sé stante. Meglio lasciar correre, per ora.
Qualche giorno fa Christian Savini ha postato un articolo sullo higan (equinozio d’autunno) in Giappone. Non avevo mai sentito il termine ma, guarda caso, il giorno dopo sono andato a visitare un tempio vicino a casa mia il cui portone principale è sempre chiuso. Questa volta era aperto. Ho domandato perché e la ragione era proprio lo higan.
Ora so che in giapponese la parola “higan” (彼岸) si riferisce a un concetto associato al Buddhismo giapponese. È spesso utilizzata per riferirsi al periodo di sette giorni intorno all’equinozio d’autunno, che di solito cade a metà settembre. Questo periodo è noto come “Higan no chūgen” (彼岸の中元) o semplicemente “Higan.”
Higan è un periodo in cui molte persone in Giappone visitano i cimiteri per onorare i propri antenati e pregare per il riposo delle loro anime. Per qualche ragione che sarebbe molto interessante sapere, si ritiene che l’abbia qualche rapporto con gli antenati. È una pratica buddista che riflette l’idea di passare dallo “Shigan” (o mondo terreno) allo Higan” (o altro mondo) e rappresenta un momento di riflessione, gratitudine e rispetto per gli antenati. Durante li higan, è comune offrire fiori e pulire le tombe dei defunti.
Questa non è che è una delle tantissime feste giapponesi basate su un evento siderale.
Setsubun: Questa festa si celebra il 3 febbraio ed è associata all’equinozio di primavera. Durante il Setsubun, le persone lanciano fagioli per scacciare i demoni e portare la buona fortuna per l’anno a venire
Hina Matsuri (Festa delle bambole): Si celebra il 3 marzo ed è una festa tradizionale dedicata alle bambine. Le famiglie espongono una serie di bambole chiamate “hina ningyo” per auspicare prosperità e felicità per le loro figlie.
Hanami (ammirare i fiori di ciliegio): Questa festa non ha una data specifica, ma di solito avviene tra marzo e aprile, quando i ciliegi sono in fiore. Le persone si riuniscono nei parchi per ammirare i ciliegi in fiore, fare picnic e festeggiare la bellezza della primavera.
Tanabata (Festa delle stelle): Si celebra il 7 luglio (o il 7 agosto secondo il calendario lunare). La festa di Tanabata coinvolge la scrittura di desideri su pezzi di carta colorato e appenderli a rami di bambù per celebrare l’incontro annuale di due stelle, Orihime e Hikoboshi.
Obon: Questa festività dura tre giorni e cade generalmente in agosto, ma le date variano da regione a regione. Obon è una festa in cui le persone commemorano i propri antenati. Si crede che le anime dei defunti ritornino in questo mondo, quindi si praticano danze tradizionali come il Bon Odori.
Tsukimi (Festa della luna piena): Si celebra durante la luna piena di settembre o ottobre. Durante Tsukimi, le persone ammirano la luna e spesso consumano cibi tradizionali come il mochi (dolce di riso glutinoso) per celebrare l’autunno.
Queste festività sono solo alcune delle celebrazioni basate su eventi siderali e stagionali in Giappone.
Sorge spontanea la domanda: perché? C’è una risposta ovvia. I ritmi della natura sono importanti nelle società preindustriali.
Ma ci sono altre ragioni. Da sempre, il cielo è associato con gli dei e il divino. Tutte le società celebrano in qualche modo le stelle e tentano di predire il futuro sulla base del loro comportamento. Le stelle ed il loro movimento sono visti come un modo per penetrare il mistero delle intenzioni degli dei, appunto nel cielo
È anche comune l’associazione di antenati e stelle.
Infine, si crede che le stelle in qualche modo controllino il nostro destino. Quanti modi di dire si basano appunto sull’idea che le stelle controllano il nostro futuro?
Un elemento sicuramente è la costanza della loro presenza, che ci induce a pensarle eterne. Un altro è il fatto che non cambiano mai, e sono quindi incorruttibili, salvo alcune, che invece cambiano spesso, i pianeti. Ce ne sono alcuni, per esempio Giove, che addirittura cambiano direzione improvvisamente in certe date.
Ma ecco un’altra parola che sta per destino. I pianeti.
L’associazione tra antenati, stelle e fortuna può variare da cultura a cultura, ma è presente ovunque.
Mi viene in mente ora che le montagne sono oggetto di culto praticamente ovunque per vari motivi, ma uno che è sempre presente è il fatto che toccano il cielo. Basta questo per renderle sacre. Il culto delle montagne poi ha multiple conseguenze, una delle quali sono i giardini zen, dai quali possono sparire del tutto le piante, ma dove le pietre sono indispensabili. Le pietre nella cultura giapponese rappresentano infatti le montagne quelle montagne la cui forza dipende in parte dal fatto che raggiungono gli astri, astri in cui riposano i nostri antenati.
Nei prossimi giorni cercherò di imparare di più su questo bellissimo argomento.
I ritmi astrali e le attività dell’essere umano
Qualche giorno fa Christian Savini ha postato un articolo sullo higan (equinozio d’autunno) in Giappone. Non avevo mai sentito il termine ma, guarda caso, il giorno dopo sono andato a visitare un tempio vicino a casa mia il cui portone principale è sempre chiuso. Questa volta era aperto. Ho domandato perché e la ragione era proprio lo higan.
Ora so che in giapponese la parola “higan” (彼岸) si riferisce a un concetto associato al Buddhismo giapponese. È spesso utilizzata per riferirsi al periodo di sette giorni intorno all’equinozio d’autunno, che di solito cade a metà settembre. Questo periodo è noto come “Higan no chūgen” (彼岸の中元) o semplicemente “Higan.”
Higan è un periodo in cui molte persone in Giappone visitano i cimiteri per onorare i propri antenati e pregare per il riposo delle loro anime. Per qualche ragione che sarebbe molto interessante sapere, si ritiene che l’abbia qualche rapporto con gli antenati. È una pratica buddista che riflette l’idea di passare dallo “Shigan” (o mondo terreno) allo Higan” (o altro mondo) e rappresenta un momento di riflessione, gratitudine e rispetto per gli antenati. Durante li higan, è comune offrire fiori e pulire le tombe dei defunti.
Questa non è che è una delle tantissime feste giapponesi basate su un evento siderale.
Setsubun: Questa festa si celebra il 3 febbraio ed è associata all’equinozio di primavera. Durante il Setsubun, le persone lanciano fagioli per scacciare i demoni e portare la buona fortuna per l’anno a venire
Hina Matsuri (Festa delle bambole): Si celebra il 3 marzo ed è una festa tradizionale dedicata alle bambine. Le famiglie espongono una serie di bambole chiamate “hina ningyo” per auspicare prosperità e felicità per le loro figlie.
Hanami (ammirare i fiori di ciliegio): Questa festa non ha una data specifica, ma di solito avviene tra marzo e aprile, quando i ciliegi sono in fiore. Le persone si riuniscono nei parchi per ammirare i ciliegi in fiore, fare picnic e festeggiare la bellezza della primavera.
Tanabata (Festa delle stelle): Si celebra il 7 luglio (o il 7 agosto secondo il calendario lunare). La festa di Tanabata coinvolge la scrittura di desideri su pezzi di carta colorato e appenderli a rami di bambù per celebrare l’incontro annuale di due stelle, Orihime e Hikoboshi.
Obon: Questa festività dura tre giorni e cade generalmente in agosto, ma le date variano da regione a regione. Obon è una festa in cui le persone commemorano i propri antenati. Si crede che le anime dei defunti ritornino in questo mondo, quindi si praticano danze tradizionali come il Bon Odori.
Tsukimi (Festa della luna piena): Si celebra durante la luna piena di settembre o ottobre. Durante Tsukimi, le persone ammirano la luna e spesso consumano cibi tradizionali come il mochi (dolce di riso glutinoso) per celebrare l’autunno.
Queste festività sono solo alcune delle celebrazioni basate su eventi siderali e stagionali in Giappone.
Sorge spontanea la domanda: perché? C’è una risposta ovvia. I ritmi della natura sono importanti nelle società preindustriali.
Ma ci sono altre ragioni. Da sempre, il cielo è associato con gli dei e il divino. Tutte le società celebrano in qualche modo le stelle e tentano di predire il futuro sulla base del loro comportamento. Le stelle ed il loro movimento sono visti come un modo per penetrare il mistero delle intenzioni degli dei, appunto nel cielo
È anche comune l’associazione di antenati e stelle.
Infine, si crede che le stelle in qualche modo controllino il nostro destino. Quanti modi di dire si basano appunto sull’idea che le stelle controllano il nostro futuro?
Un elemento sicuramente è la costanza della loro presenza, che ci induce a pensarle eterne. Un altro è il fatto che non cambiano mai, e sono quindi incorruttibili, salvo alcune, che invece cambiano spesso, i pianeti. Ce ne sono alcuni, per esempio Giove, che addirittura cambiano direzione improvvisamente in certe date.
Ma ecco un’altra parola che sta per destino. I pianeti.
L’associazione tra antenati, stelle e fortuna può variare da cultura a cultura, ma è presente ovunque.
Mi viene in mente ora che le montagne sono oggetto di culto praticamente ovunque per vari motivi, ma uno che è sempre presente è il fatto che toccano il cielo. Basta questo per renderle sacre. Il culto delle montagne poi ha multiple conseguenze, una delle quali sono i giardini zen, dai quali possono sparire del tutto le piante, ma dove le pietre sono indispensabili. Le pietre nella cultura giapponese rappresentano infatti le montagne quelle montagne la cui forza dipende in parte dal fatto che raggiungono gli astri, astri in cui riposano i nostri antenati.
Nei prossimi giorni cercherò di imparare di più su questo bellissimo argomento.
Prima di tutto va detto che questo è un titolo che si può capire solo dopo aver visto il film. Alla prima lettura è enigmatico.
Letteralmente vuol dire “Il Kamikakushi di mille e Chihiro.” Kamikakushi vuol dire “L’essere rapiti dagli spiriti.”
Chihiro è la bambina protagonista del film. Il suo nome si scrive con due caratteri, 千尋. Il primo vuol dire mille, appunto, e si legge chi oppure (quando non fa parte di composti), sen. Il secondo, hiro, è una vecchia unità di misura equivalente a un palmo.
Ora che abbiamo tutte le informazioni necessarie, possiamo procedere con la spiegazione vera e propria. All’inizio del film Chihiro incontra Yubaba, proprietaria dello stabilimento balneare. Chihiro cerca lavoro, ma Yubaba non ha alcuna intenzione di assumere una ragazzina, men che meno una vivente in una città di spiriti. Alla fine si lascia convincere, ma le toglie il secondo carattere dal nome, che si stacca dal contratto e le vola in mano. Yubaba lo mette in tasca. Il chi di Chihiro, ora da solo sul contratto, si legge di conseguenza Sen.
E infatti Yubaba annuncia alla ragazzina che ora il suo nome è Sen.
Potrò sbagliarmi, ma io non vedo problemi di traduzione di sorta. Si sarebbe potuto lasciare tutto come stava e, invece di usare quel titolo pacchiano, abusato e stantio, si sarebbe potuto dire, con perdita minima, “Sen e Chihiro rapite dagli spiriti” come propone Aldopaolo.
O magari
Chihiro e Sen in
RAPITE DAGLI SPIRITI
Fra l’altro, i nomi dei personaggi hanno un significato.
Yubaba ad esempio vuol dire “vecchiarda dell’acqua calda”.
La storia dei nomi in Giappone è legata in modo profondo a quella dei cognomi. Il diiritto ad avere una genealogia e a tenere un butsudan (un mobile di casa dove vivono i propri antenati) fu esteso al popolo da Tokugawa Hidetada nel 1637. Prima di allora solo i nobili (tutti di sangue imperiale) avevano nomi e cognomi. Notare che l’imperatore stesso non aveva cognome. Il possesso di un cognome in sé indicava l’appartenenza a un ramo cadetto della famiglia imperiale. Non solo avevano un cognome, ma ne avevano più di uno. Avevi un nome da bambino e vari da adulto, validi in circostanze diverse. Per esempio, Minamoto no Yoshisada è conosciuto come Nitta Yoshisada perché era capo clan dei Nitta, una suddivisione dei Minamoto. Poi in pratica veniva chiamato, come tutti gli altri leader, non col suo nome ma con titoli come Gosho (御所)”onorevole luogo” per motivi scaramantici, in altri termini evitare il malocchio. Non dirò altro sui nomi e cognomi dei samurai perché a essere onesto non ci ho mai capito molto. È veramente una giungla dalla quale non si viene fuori. Uno aveva vari cognomi (vedi Nitta Yoshisada). Tutto questo perché sia il nome che i cognomi dovevano illustrare la posizione dell’individuo all’interno della complessa struttura a clan della società giapponese. All’epoca della guerra fra gli Stati (dal 1467 al 1615) la storia era diventata molto diversa. I nomi si assumevano e si abbandonavano con facilità. Toyotomi Hideyoshi nacque Hiyoshi-maru, dove -maru è un suffisso infantile. Come contadino, non aveva cognomi. Scelse più tardi il nome Kinoshita Tokichirō per finire con il nome con cui è passato alla leggenda. Hōjō Sōun nacque Ise Moritoki, divenne Ise Shinkurō e finì con Hōjō Sōun, appunto. In questa fase della storia giapponese, di solito le classi meno abbienti avevano nomi ma non cognomi, come detto. Erano nomi molto diversi da quelli attuali, spesso derivati da una professione. La riforma della famiglia attuata dai Tokugawa dava il diritto di un cognome e un nome solo al capofamiglia. Le donne non avevano esistenza legale, gli uomini dopo il primogenito non avevano diritto ad un cognome, non avevano diritto ad una famiglia, anche se potevano averla dietro permesso del primogenito. Come nome avevano gli ordinali nominati da Arturo Camillacci. Vorrei fare una parentesi per spiegare il perché di Queste severissime, per non dire disumane, leggi. La questione della struttura della famiglia era legata intimamente alle ragioni della lunghissima guerra civile da cui il paese era appena uscito. Il diritto di tutti i figli maschi a ereditare, accoppiato all’ereditarietà della carica di feudatario (Gokenin) aveva portato ad un’eccessiva frammentazione del territorio coltivabile, causando una crisi alimentare e più di tre secoli di guerra praticamente continua. Tanto ci volle per ricomporre il paese sotto una sola mano. La nuova struttura della famiglia, insieme ad altre misure, serviva a garantire una pace futura nel paese. A questo punto l’uso di un cognome è comune, ma non universale. La società è divisa in quelle che sono praticamente a caste, che non hanno tutte uguali privilegi. Nel 1868 inizia la restaurazione Meiji. A tutti viene dato il diritto ad un nome e un cognome. Tutti se ne scelgono uno, spesso inventandoselo. Per questo, esistono cognomi estremamente comuni, come Tanaka e Takahashi, ma ne esistono molti altri, 100 mila in tutto, molti rari e spesso regionali. Okinawa in particolare ha cognomi suoi, come Chinen e Shimabukuro. I cognomi giapponesi odierni possono consistere di un singolo carattere, per esempio Hara (原), ma generalmente di due, come per esempio Takahashi (高橋o più. Il cognome di Okinawa Kōhiruimaki 高比類巻 ne ha quattro. Tutti erano originariamente in qualche modo descrittivi, e quindi possono venire tradotti. Tanaka vuol dire “nel campo”, Takahashi “ “Pontealto“ e così via. Penso di fare cosa gradita dando una traduzione letterale, se non un’etimologia, dei cognomi giapponesi più conosciuti da noi. Il significato originario a volte è chiaro, a volte meno. Kawasaki 川崎 Promontorio sul fiume (?) Honda 本田 Campo di origine Mitsui 三井 Tre pozzi Mitsubishi 三菱 Tre diamanti Suzuki 鈴木 albero delle campanelle Toyota 豊田 Ricco campo Makita 牧田 Pastorizia e agricoltura Un aspetto importante di qualsiasi nome o cognome sono i caratteri con cui viene scritto. Per esempio, lo shogun Ashikaga Takauji scriveva inizialmente il suo nome non 足利尊氏 ma 足利高氏. L’uso del carattere 尊 (onore) al posto di quello 高 (alto) gli fu concesso come onorificenza dell’imperatore Go-Daigo. I nomi maschili di solito sono composti da due caratteri, spesso invertibili. Ad esempio Akihiro, Hidetaka, Yoshinobu e Kazuyoshi possono diventare Hiroaki, Takahide, Nobuyoshi e Yoshikazu semplicemente invertendo l’ordine dei caratteri che li compongono. Il significato dei caratteri e di solito qualcosa come onesto, retto, chiaro e roba del genere. Le grafie possibili sono numerosissime, tanto che dal nome in caratteri romani è impossibile risalire con sicurezza al nome originario. I nomi femminili sono molto più elaborati. I suffissi tipici dei nomi femminili sono -ko (子 Akiko), -ka (Norika, Tomoka, Momoka, di solito 香, profumo, o 花 fiore), -yo 代 (nessun significato ovvio), -e (恵Yoshie) -ho (Miho o Kaho) o -na (Riona, Kana) , questi ultimi scritti in molti modi diversi. Sono presenti alcuni nomi femminili di origine europea che potevano essere scritti facilmente con caratteri cinesi. Tre esempi sono Maria, Naomi e Erena (sì, proprio Erena) Viene fatta molta attenzione ai caratteri con cui il nome si scrive e l’effetto ottenuto può essere molto diverso a seconda dei casi. Uno estremo è quello del nome Akiko, che può essere scritto in mille modi fra cui 明子 e 秋子. Il secondo carattere, ko, è un diminutivo come -etta di Simonetta. Il primo nome si scrive col carattere “luce”, il secondo nome col carattere per autunno. La pronuncia è la stessa, l’effetto è molto diverso. È quindi normale chiedere ad un nuovo amico come scrive il suo nome. Il seguente collegamento porta a un sito che elenca i cognomi e nomi più comuni in Giappone. Data and Information for Learning Japanese Un’ultima nota, poi vi lascio. Dopo la morte di un individuo, è buona norma comprargli un nome postumo, diverso da quello che aveva quand’era in vita, in modo che la sfortuna e il male non possano trovarlo/a.
Il 7 gennaio, in molte zone del Giappone si mangia un tipo di porridge di riso condito con sette diversi tipi di erbe chiamato nanakusa-gayu (七草粥), (七) sette, (草) erbe. L’usanza vuole che preparare e mangiare questa zuppa calda abbia lo scopo di tenere lontano gli spiriti maligni. Introdotta dalla Cina, si diffuse in Giappone verso la metà del periodo Heian e, durante il periodo Muromachi, fu trasformata in una sorta di porridge di riso diventando quella oggi conosciamo come nanakusa-gayu.
In passato le erbe usate nel preparare questa pietanza erano molto preziose perché crescevano anche durante la stagione fredda, quando ancora era inverno inoltrato e spesso i campi erano ricoperti dalla neve. La forza vitale di queste erbe, che crescevano fresche e verdi anche in pieno inverno, ha fatto sì che fossero considerate di buon auspicio, diventando parte della cultura alimentare del Giappone. La credenza vuole che mangiando queste erbe si allontanino dal corpo gli spiriti maligni e prevenga i malanni. Il riso poi, cotto in questa maniera, serve anche a far riposare lo stomaco dalle lunghe mangiate delle festività appena concluse.
Quando questa usanza fu introdotta in Giappone nel periodo Nara (710-794), fu combinata con un’ usanza autoctona di quel periodo conosciuta come wakanatsumi (若菜摘み) durante la quale si raccoglievano e si mangiavano le giovani verdure all’inizio dell’anno per dare vitalità. Il nanakusa-gayu è il risultato della fusione delle due traduzioni. In mancanza delle sette erbe sopra indicate si possono utilizzare qualsiasi tipo di verdura di vostro gradimento. L’utilizzo di quante più verdure fresche e giovani possibile corrisponde al concetto originale di ottenere nuova forza vitale della natura.
Inoltre, in Giappone esisteva anche una tradizione che prevedeva l’organizzazione di banchetti alla corte imperiale il 7 Gennaio, chiamati nanuka no sechie (7日の節会). Il sechie era un banchetto di corte che si teneva nei giorni cruciali dell’anno. Annualmente si celebravano cinque banchetti principali: il Ganjitsu no sechie (元日節会, il banchetto di Capodanno) del 1° Gennaio, il Nanuka no sechie (7日の節会, banchetto del Settimo Giorno), Aouma no sechie (青馬の節会, banchetto del Cavallo Bianco) celebrato anche questo il 7 Gennaio, il Tōka no sechie (踏歌の節会, il banchetto della Danza Toka) del 16 Gennaio, il Tango no sechie (端午の節会, Festa della Bandiera Dolce) del 5 Maggio, conosciuto anche come Itsuka no sechie (5日の節会) e il Toyonoakarai no Sechie (豊明節会) che si celebra il mese di Novembre.
In Giappone il 7 Gennaio è conosciuto con diversi nomi come nanakusa no sekku (七草の節句, festa delle sette erbe), nanoka shōgatsu (七日正月, il Capodanno del settimo giorno) o jinjitsu (人日) letteralmente “festa dell’ uomo/umanità”, ricorrenza che si celebra in gran parte del sud est asiatico. Questa festività fa parte del gosekku (五節句), ovvero le 5 festività stagionali più importanti giapponesi distribuite nell’arco dell’anno come segue:
人日 – jinjitsu, 7 gennaio. Detto anche jinji no sekku (人日の節句).
雛祭り- hina matsuri, la festa delle bambole o delle bambine che si celebra il 3 Marzo.
子供の日- kodomo no hi, la festa dei bambini che si celebra il 5 Maggio
七夕 – tanabata, che si celebra il 7 Luglio
菊の節句 – kiku no sekku, il giorno dei crisantemi che si celebra il 9 Settembre.
Questa festa è la corrispondente di quella cinese detta “renri” (lettura cinese di jinjitsu, 人日) che si festeggia il settimo giorno dello zhengyue (il primo mese del calendario cinese). Secondo la tradizione cinese, il renri fu il giorno della creazione dell’essere umano da parte della divinità femminile della creazione cinese (in Giappone conosciuta con il nome di joka 女媧) che per non sentirsi sola decise di di creare un animale ogni giorno. Al settimo giorno, sentendosi ancora sola, creò l’uomo. Da questa leggenda nasce il jinji no sekku che si celebra il settimo giorno del nuovo anno.
La preparazione del nanakusa-gayu è piuttosto semplice. È infatti sufficiente lasciar stracuocere il riso per circa 30-40 minuti dal momento dell’ebollizione e poi vanno aggiunte le erbe tagliate, poi fine cottura si può aggiungere anche il sesamo. In Giappone queste erbe sono di solito vendute in tutti i supermercati con il nome di haru no nanakusasetto” (春の七草セット, set delle sette erbe primaverili). Si tratta di un set di erbe fresche pronte per essere utilizzate nella preparazione del nanakusa gayu.
Le sette erbe sono le seguenti (molte di questo non le avevo mai sentite nominare quindi devo ringraziare mia moglie per l’aiuto nel riconoscerle. Per il corrispettivo italiano mi sono affidato a Google):
芹 – Seri: il prezzemolo giapponese. Una pianta aromatica che si dice migliori l’appetito.
薺- Nazuna: la borsa di pastore. Era un alimento molto popolare nel periodo Edo.
御形 – Gogyō: la canapicchia. Si crede nella sua efficacia nel prevenire il raffreddore e alleviare la febbre. Questa erba ė detta anche haha-kogusa (母子草) “erba madre e figlio” scritta con i kanji madre e figlio.
繁縷 – Hakobera: la stellaria media. È ricca di vitamina A, che fa bene agli occhi, e veniva usata come medicina per i dolori di stomaco.
仏の座 – Hotoke no za: la lassana. Pianta simile al tarassaco ed è ricca di fibre. Il nome hotoke-noza deriva dalla forma delle foglie sotto i fiori, che ricordano il daiza (台座), ovvero il piedistallo sul quale siede il Buddha.
菘 – Suzuna: la brassica rapa. Ricca di vitamine.
蘿蔔 – Suzushiro: il rafano bianco. Si crede favorisca la digestione ed aiuti a prevenire il raffreddore.
Per ottenere un buon okayu, viene spesso utilizzata una donabe (土鍋), una pentola giapponese di terracotta, adatte per questo tipi di preparazioni. Mia moglie aggiunge poi le erbe e una volta pronto dispone la pentola al centro tavola.
La nonna di mia moglie mi ha raccontato che quando era bambina, mentre raccoglieva questa erbe lungo il fiume che scorre vicino casa e in seguito durante la preparazione delle stesse, sua madre era solita cantarle una filastrocca, una warabe-uta (わらべ歌) in Giapponese. Anche mia moglie la conosce ma al giorno d’oggi non si usa quasi più.
七種なずな 唐土の鳥が 日本の土地へ 渡らぬ先に 七草たたいて トントントン。
Nanakusa-nazuna.
Tōdo no tori ha Nihon no tochi he wataranu saki mi nanakusa tataite ton-ton-ton.
“Respingi gli uccelli provenienti dalla Cina prima che arrivino in Giappone, colpisci le sette erbe, ton ton ton.”
In passato, si pensava che gli storni di uccelli migratori provenienti dalla Cina portassero la peste e i parassiti che avrebbero danneggiato le coltivazioni del Giappone. Nello scacciare gli uccelli, che rappresentano gli spiriti maligni, è intrinseco un significato di buona salute. La parte finale “tataite ton ton ton” fa riferimento al rumore della preparazione delle erbe che ai credeva cacciasse gli uccelli.
Ogni regione ha sviluppato nel tempo il suo stile nella preparazione di questo piatto. Nel nord del Giappone viene spesso aggiunta l’hondawara (un tipo di alga) mentre qui a sud nel Kyūshū viene spesso preparata anche con i mochi (dolci di riso).
Che ne dite di preparare una buona pentola nanakusa-gayu per il 7 Gennaio e, mangiandola assieme ai vostri amici e familiari non gli raccontate come in quella che sembra una semplice zuppa di riso ed erbe si nasconde un’antica tradizione che è stata tramandata nel tempo.
Con le dovute eccezioni, i luoghi storicamente significativi a Kamakura sono luoghi di culto. Ciò è in parte dovuto al fatto che, in Giappone come in altri paesi, le istituzioni religiose hanno attirato più denaro e migliori talenti rispetto ad altri strati sociali. Infine, è successo perché i templi e i santuari, dedicati come sono agli dei, tendono a durare più a lungo. A Kamakura sopravvive pochissima architettura originale e gran parte di ciò che si vede è solo una copia, anche se fedele. Quello che non vedrete nemmeno tra le copie è la vera architettura shintoista, che è rara in Giappone e praticamente assente da Kamakura.
Questo perché, quando arrivò il buddismo, l’idea di luoghi di culto permanenti non esisteva. I santuari venivano costruiti quando e dove necessario. L’architettura del buddismo, una religione superiore in organizzazione e in quasi qualsiasi altro aspetto allo shintō, si diffuse immediatamente. Molto è stato distrutto durante l’ondata di violenza contro i templi del XIX secolo (ho scritto più volte e a lungo. Chi fosse interessato, cerchi il termine haibutsu kishaku) , ma il buddismo si è ripreso e così ha fatto la sua architettura.
L’architettura tradizionale giapponese è arrivata in Giappone dalla Cina insieme al buddismo e al concetto di luoghi di culto permanenti. L’architettura tradizionale giapponese è, infatti, solo una variante dell’architettura tradizionale cinese, di cui segue da vicino le idee. Stili che sono scomparsi da tempo in Cina sopravvivono in Giappone, e i cinesi a volte vengono in Giappone per studiare il loro passato architettonico.
Questo non vuol dire che gli architetti giapponesi si siano limitati al plagio. La loro più grande abilità sta nel miglioramento graduale piuttosto che nel cambiamento drastico. L’eleganza, la semplicità e la leggerezza degli stili architettonici che si sono sviluppati in tutto il Giappone – Wayō, Daibutsuyō e Zenshūyō – sono distintamente giapponesi e in qualche modo miglioramenti rispetto al modello originale.
L’architettura giapponese si basa su principi molto diversi da quelli dell’architettura europea, a partire dall’assenza di archi e capriate. Sospetto che ciò sia dovuto al fatto che tali elementi, per quanto forti siano alla trazione e alla compressione, sono sensibili alla torsione e alle sollecitazioni orizzontali derivanti da terremoti. Invece di archi e capriate, semplici file di pilastri sono collegate da travi trasversali con pali verticali al centro per sostenere i tetti. A Kamakura sopravvive pochissima architettura originale e gran parte di ciò che vedi è solo una copia, anche se fedele. Quello che non vedrai nemmeno tra le copie è la vera architettura shintoista, che è rara in Giappone e praticamente assente da Kamakura.
Questo perché, quando arrivò il buddismo, l’idea di luoghi di culto permanenti non esisteva. I santuari sono stati costruiti quando e dove necessario. L’architettura del buddismo, superiore nell’organizzazione, si diffuse immediatamente. Molto è stato distrutto durante l’ondata di violenza contro i templi del XIX secolo – vedi il divorzio di Kami e buddha – ma il buddismo si è ripreso e così ha fatto la sua architettura.
L’architettura tradizionale giapponese è arrivata in Giappone dalla Cina insieme al buddismo e al concetto di luoghi di culto permanenti. L’architettura tradizionale giapponese è, infatti, solo una variante dell’architettura tradizionale cinese, di cui segue da vicino le idee. Gli stili che sono scomparsi da tempo in Cina sopravvivono in Giappone, e i cinesi a volte vengono in Giappone per studiare il loro passato architettonico.
Questo non vuol dire che gli architetti giapponesi si siano limitati alla copia. La loro più grande abilità sta nel miglioramento graduale piuttosto che nel cambiamento drastico. L’eleganza, la semplicità e la leggerezza degli stili architettonici che si sono sviluppati in tutto il Giappone – Wayō, Daibutsuyō e Zenshūyō – sono distintamente giapponesi e in qualche modo miglioramenti rispetto al modello originale.
L’architettura giapponese si basa su principi molto diversi da quelli europei, a partire dall’assenza di archi e capriate. Sospetto che ciò sia dovuto al fatto che tali elementi, per quanto forti possano essere, sono sensibili alla torsione e alle sollecitazioni orizzontali derivanti dai terremoti. Invece di archi e capriate, semplici disposizioni di pilastri sono collegate da travi trasversali con pali verticali al centro per sostenere i tetti. Con rare eccezioni, luoghi storicamente significativi a Kamakura sono luoghi di culto. Ciò è in parte dovuto al fatto che, in Giappone come in altri paesi, le istituzioni religiose hanno attirato più denaro e una migliore costruzione di talenti rispetto ad altri aspetti della società. È anche in parte perché templi e santuari, dedicati come Con rare eccezioni, luoghi storicamente significativi a Kamakura sono luoghi di culto. Ciò è in parte dovuto al fatto che, in Giappone come in altri paesi, le istituzioni religiose hanno attirato più denaro e una migliore costruzione di talenti rispetto ad altri aspetti della società. È anche in parte perché i templi e i santuari, dedicati come sono agli dei, tendono a durare più a lungo.
A Kamakura sopravvive pochissima architettura originale e gran parte di ciò che vedi è solo una copia, anche se fedele. Quello che non vedrai nemmeno tra le copie è la vera architettura shintoista, che è rara in Giappone e praticamente assente da Kamakura.
Questo perché, quando arrivò il buddismo, l’idea di luoghi di culto permanenti non esisteva. I santuari sono stati costruiti quando e dove necessario. L’architettura del buddismo, superiore nell’organizzazione, si diffonde immediatamente. Molto è stato distrutto durante l’ondata di violenza contro i templi del XIX secolo – vedi il divorzio di Kami e buddha – ma il buddismo si è ripreso e così ha fatto la sua architettura.
Caratteristiche generali dell’architettura tradizionale giapponese • Tutte le parti sono in legno non verniciato • Niente chiodi, quindi tutto è libero di muoversi rispetto a tutto il resto
• Gli elementi strutturali sono sempre visibili e spesso decorati
• La distinzione tra interno ed esterno è a volte sfocata
• Le pareti non hanno peso e possono mancare
• Le staffe a forma di W sostengono il tetto
• Le dimensioni sono misurate in campate, la distanza tra due pilastri
Uno sguardo alla struttura nella foto seguente rivela diverse importanti caratteristiche dell’architettura tradizionale giapponese. L’edificio è realizzato interamente in legno e senza chiodi. Le sue pareti non portano peso e quindi possono essere sottili e facilmente rimovibili, consentendo la rapida riconfigurazione dello spazio. Possono anche essere rimosse del tutto, come nel caso del
I giapponesi pensano che gli elementi strutturali, i pilastri e i giunti abbiano un valore decorativo e sono quindi lasciati esposti, un’idea applicata anche a oggetti comuni come mobili e scatole come quella che segue. Notate come la struttura generale del cancello che precede – pilastri portanti, travi di supporto e cravatta, arcarecci e travi a sbalzo del tetto – sia chiaramente visibile, le sue parti decorate con sculture elaborate. Gli elementi strutturali e non strutturali sono spesso dipinti in colori contrastanti per un effetto estetico.
Modularità
Un’altra caratteristica importante è la modularità. Gli elementi architettonici sono limitati a determinate proporzioni misurate in multipli di un’unità chiamata campata, che è definita come la distanza tra due pilastri. Le campate in un singolo edificio tendono ad avere la stessa lunghezza, ma possono differire da edificio a edificio o anche all’interno dello stesso edificio. Essa è quindi un indicatore di proporzione piuttosto che di dimensione.
Conta le campate nelle strutture giapponesi e scoprirai che di solito sono in numero dispari: uno, tre, cinque, sette, nove. Il sanmon raffigurato misura quattro per due pilastri ed è quindi largo tre campate e profondo due campate, proporzioni che rendono il tempio di cui il sanmon fa parte un tempio di status intermedio.
Questa preferenza per i numeri dispari, evidente in tutta la società giapponese oggi, si basa sulla numerologia cinese. I numeri pari sono facilmente divisi e quindi deboli, femminili e negativi. I numeri dispari sono l’opposto.
Flessibilità
A causa dell’assenza di chiodi, tutte le articolazioni hanno un gioco considerevole, consentendo il movimento indipendente di ogni parte. Questo rende l’intera struttura abbastanza stabile anche in mezzo al movimento side-to-side causato dai terremoti, che sono eventi comuni in Giappone. Non solo ogni parte si muove in modo indipendente, ma anche gli elementi mobili generano attrito. Quell’attrito è un altro modo importante per dissipare l’energia sismica.
Guardate l’elaborato sistema di staffe ad incastro fatte a mano, note come tokyō o kumimono, sotto il tetto nella foto a destra. Ognuno è una notevole impresa artigianale. Queste staffe sostengono il tetto e consentono alla grondaia di sporgere più lontano di quanto altrimenti possibile. Inoltre, come le articolazioni senza chiodi, assorbono energia e fungono da molle. La loro elasticità è, durante gli eventi sismici, cruciale per l’integrità strutturale di un edificio coperto da un tetto così pesante.
Tetti, pareti e cancelli
Sicuramente avete notato come il tetto di un tempio o di un santuario sia il suo più grande elemento strutturale. Le dimensioni del tetto sono principalmente dovute all’estetica, ma hanno anche una funzione pratica. Le grondaie di grandi dimensioni proteggono l’edificio e i suoi occupanti dalla pioggia. Un effetto collaterale gradito è la caratteristica penosità rilassante degli interni degli edifici. Un elemento comune nell’architettura Zen è il tetto decorativo simile a una gonna a metà altezza, visibile nella foto del cancello nella pagina successiva. Nel caso del cancello raffigurato, questo tetto centrale corrisponde a una divisione tra piani. In altri come quello del butsuden di Kenchōji, Kamakura – che sembra avere due piani, ne ha uno solo.
Poiché le pareti possono essere spostate e rimosse, la separazione tra interno ed esterno è sfocata. Questo in una certa misura porta l’ambiente esterno all’interno dell’edificio, una strategia usata spesso e con grande effetto con la grondaia sporgenti. Lo spazio coperto dalla grondaia non è né all’interno né all’esterno, ma in ambedue.
A volte, come nella finestra rotonda di Meigetsuin, il panorama è parte integrante del concetto dell’edificio. La finestra è sempre aperta e ha lo scopo di portare l’esterno all’interno.
Templi e santuari hanno tutti porte simili a quelle che abbiamo esaminato e spesso più di una. I cancelli sono disponibili in molte dimensioni e forme, ma tutti hanno una funzione diversa dai cancelli europei. I cancelli del tempio e del santuario giapponesi non sono normalmente destinati a controllare l’accesso. Spesso, quindi, non hanno porte e non possono nemmeno essere chiusi. Separano semplicemente due mondi, il sacro e il profano.
Le caratteristiche architettoniche che abbiamo esaminato finora sono comuni sia all’architettura sacra che a quella secolare. Convertire una casa in un tempio è facile, come nel caso del famoso Hōryūji di Nara, che in precedenza era la residenza di una nobildonna. Ginkakuji e Kinkakuji di Kyōto sono altri noti esempi di case private convertite all’uso religioso.