Ombrelli Rotti

Categoria: Lingua e cultura giapponese

La lingua giapponese

  • -kyō e -dō

    -kyō e -dō

    A ciascuno la sua strada

    Qualche giorno fa ho scritto un breve articolo sulla mia scoperta che la presenza del suffisso -dō dopo il nome di una disciplina giapponese non è neutrale, ma ha implicazioni precise che non vanno ignorate. 

    La scoperta mi ha aperto diverse porte, facendomi realizzare un’altra volta che penso di comprendere cose che in realtà non mi sono chiare. Ora spiego.

    Le dottrine e le “vie”

    Conosco diverse parole giapponesi che terminano con il suffisso “dō” (道), un carattere usato solo in composti che significa “via” o “cammino”. Ecco alcuni esempi:

    1. Judō (柔道), “la via morbida”, un’arte marziale che enfatizza la flessibilità e l’efficienza.

    2. Kendō (剣道): “la via della spada”, un’arte marziale che si concentra sull’uso della katana in bambù. Gli scolari in divisa da kndō 

    3. Aikidō (合気道) “la via dell’armonia spirituale”, un’arte marziale che mira ad armonizzare l’energia.

    4. Karatedō (空手道), ”la via della mano vuota”, un’arte marziale che impiega ogni parte del corpo per l’autodifesa senz’armi.

    5. Chadō (茶道) “la via del tè”, più comunemente conosciuta come la cerimonia del tè giapponese.

    6. Shodō (書道), “la via della scrittura”, l’arte giapponese della calligrafia.

    7. Ikebanadō (生け花道) “la via dell’ikebana”, l’arte giapponese di arrangiare i fiori.

    8. Shintō, nome di una religione spacciata per la più antica del popolo giapponese, in realtà un’invenzione dell’amministrazione Meiji. (Nota 1)

    Per spiegare un po’ meglio il significato di questo suffisso, -dō indica che, a differenza di quanto accade nel buddhismo, dove esistono e sono sempre esistiti i maestri ( a partire da Siddhartha Gautama), la conoscenza in Giappone viene associata col perseguire una via. Tale via ti darà un obiettivo e null’altro. Il resto dovrai trovarlo da solo nel percorrere la tua strada. Non ci sono insegnamenti, l’essenza della via è la tua crescita personale,  conseguenza diretta dei problemi che incontrerai e delle soluzioni che darai loro.

    Il pensiero e l’azione

    Sarebbe un errore a questo punto pensare che questo modo di pensare si limiti a queste poche arti. 

    Al contrario, l’enciclopedia della filosofia dell’Università di Stanford dichiara che l’unione di azione e pensiero è la caratteristica fondamentale della filosofia giapponese.

    Se questo è vero, e non ho ragione di pensare il contrario, la filosofia giapponese si limita al rapporto fra l’individuo e il mondo, un raggio di interessi molto inferiore a quello della filosofia europea, che si estende perlopiù al non umano, per capirlo e definirlo.

    Alla base delle manifestazioni di creatività giapponese che abbiamo visto c’è l’incontro con la realtà come momento di comprensione di se stessi. Nel modo di pensare del Giappone l’importante non è la riflessione astratta, quanto quella applicata appunto all’azione.

    Credo di avere un episodio tratto dalla mia vita personale che illustra bene il significato di via come appare nella filosofia giapponese. Sono falegname, scadente ma falegname, e mi sono autoimposto alcune condizioni di lavoro piuttosto scomode, ma che mi consentono di evitare di farmi male seriamente. Non uso utensili utensili elettrici, il che vuol dire che passo spesso ore a fare quanto altri fanno in un minuto, meglio di me e con una sega a nastro di costo modesto. Eppure la decisione di non usare utensili elettrici, ma solo una sega a mano Ryōba, originariamente presa per motivi di sicurezza, è stata una delle migliori della mia vita. Le difficoltà extra che mi sono andato a cercare mi hanno tutte insegnato qualcosa di utile. La prima è stata quanto duro e difficile sia essere un falegname, e quanto difficile sia mantenere una famiglia in questo modo. Lavori per due giorni per costituire un oggetto disponibile da qualche parte per metà di quello che hai speso, senza contare il tuo lavoro. 

    C’è di più, ovviamente. Costruire qualcosa di concreto, avere un obiettivo preciso in mente, necessitare di cose che non possedevi come la pazienza e l’accettazione serena che un errore può rendere inutili giorni di lavoro, ti cambiano. Per essere un buon falegname devi essere una persona migliore. I tuoi mobili rifletteranno la complessità e la ricchezza della tua personalità. I mille pali fra le ruote che ho trovato prima del successo mi sono stati molto utili in campi molto diversi dalla falegnameria. La pazienza è una dote utile un po’ dappertutto.

    Ed ora arriva finalmente l’episodio che avevo nominato in apertura. Avevo notato che molti dei pali usati dall’industria edilizia (2 by 4) qui in Giappone per costruire le case sono fatte in legno bianchissimo. Ho deciso quindi di tagliare uno di questi pali in fettine, ciascuna di dimensione 180 × 12 × 0,5 cm per farne scatole. La prima fetta mi è costata quattro ore di lavoro. Il legno era durissimo e fibroso, uno dei peggiori che avrei potuto scegliere. Non mi pento del mio fallimento. Ci sono due modi per imparare. Uno è la fortuna, l’altro è il fallimento.

    A modo mio, , ho trovato il mio “-dō,” la mia strada. ‘’

    Note

    1 Chi avesse dubbi in proposito può leggere Shinto in the History of Japanese Religion dell’insigne studioso Kuroda Toshio.

  • Quali sono le cause della fine del periodo Sengoku (1467 — 1603)

    Prima di questo articolo, leggere quello Quali furono le cause del periodo sengoku?

    Il periodo Sengoku, noto anche come l’era dei regni combattenti, è stato un periodo tumultuoso nella storia del Giappone che si è esteso dal XV al XVI secolo. Vi sono ben tre date diverse usate per segnare l’inizio di questo periodo, la prima è l’incidente di Kyōtoku, la seconda è la guerra di Ōnin, e la terza l’incidente di Meiō. Quelle per la sua fine sono molte di più e vanno dal 1568 al 1638. Io ho scelto la guerra di Ōnin per l’inizio, l’arrivo di Ieyasu a Edo per la fine (1467-1603).

    Il fattore decisivo che portò alla fine del periodo della guerra fra gli Stati (1467-1603) furono le armi da fuoco, portate dai portoghesi, subito imitate dai giapponesi e usate con giudizio soprattutto da Oda Nobunaga. Una figura estremamente interessante, Costui era noto per la sua curiosità per tutto quello Che era nuovo. Si procurò armi da fuoco, teneva in camera sua un mappamondo che guardava spesso e volentieri, aveva nominato un africano al rango di samurai. Doveva averne fiducia, perché lo accompagnò sempre anche nei momenti di grande importanza. Yusuke Era con lui la notte dell’incidente a Honnoji , Il misterioso evento che gli costò la vita. Fu lui a capire immediatamente il valore Degli archibugi e a procurarsene. Ne erano già arrivati diversi tipi dalla dalla Cina, ma nessuno poteva competere con i fucili portoghesi e presto nacque la figura del fuciliere appiedato, il cosiddetto Ashigaru,, raramente un guerriero e di solito un contadino. Fu una figura di grande importanza storica, parte del gruppo di motivi che portò all’eclissi Della casta guerriera.

    Il samurai medio considerava contaminante degradante l’uso delle armi da fuoco perché Richiedevano un addestramento molto minore e rifiutava di procurarsene. Ma questo non fece altro che approfondire la crisi del suo ruolo, Crisi che poi sfociò con la scomparsa completa della figura del guerriero . A causa della presenza degli Ashigaru del rifiuto del samurai di armarsi, Nel periodo Edo L’esercito smise di essere un affare di casta e si burocratizzo. Iniziò invece l’era dei Ronin. Di solito sono descritti come guerrieri che avevano perso il padrone, dando l’impressione che il loro destino fosse Normale, ma raro. La realtà era l’opposto. La Scomparsa immediata, traumatica e imprevista della classe militare sostituita da un esercito di professionisti segnò il momento di nascita Della figura del Ronin, In realtà un’intera classe messa su una strada senza becco di un quattrino ma con due spade alla cintura. Sono meglio descritti come reduci e vittime della scomparsa della loro classe al termine della guerra civile. La scomparsa del guerriero come figura sociale non sarebbe stata così completa alla fine della guerra civile se non fosse stato per le armi, che distrussero completamente la necessità di un guerriero con due spade. La guerra civile era durata un secolo e mezzo. Il problema dei reduci era quindi proporzionalmente molto ma molto più grande che In qualsiasi altro conflitto precedente. Il problema dello tsujigiri, L’uccisione a casaccio di passanti dopo il tramonto, fu una espressione Di protesta da parte dei Ronin, una protesta irrazionale e destinata a fallire ma sicuramente non l’ignobile atto di pregiudizio di classe con cui viene solitamente definito. Il problema dei Ronin durò a lungo, come prova la ribellione di Saigo Takamori, che combatté per la restaurazione Meiji Fin quando si rese conto che il termine restaurazione era solo una parola. Nessuno aveva intenzione di ritornare al passato. Takamori passò alla parte opposta del conflitto, Perdendo la vita per una causa che sapeva persa. Come si vede, le armi da fuoco Ebbero ripercussioni che andarono molto al di là della guerra civile.

  • Quali furono le cause dell’epoca dei regni combattenti?

    Il periodo Sengoku, noto anche come l’era dei regni combattenti, è stato un periodo tumultuoso nella storia del Giappone che si è esteso dal XV al XVI secolo. Di sua natura, un periodo simile e difficile da racchiudere fra due date esatte ma, in generale, Esso vide il completo crollo dell’autorità centrale nel Kanto e nel Kansai. Ci sono state diverse cause che hanno contribuito all’inizio e alla durata di questo periodo, la più importante delle quali è stata senza dubbio la legge sull’eredità promulgata dallo shogunato stesso.

    Questo prevedeva la divisione delle terre governate dai vassalli tra i loro figli maschi. Questo portò alla frammentazione delle terre e dei domini, creando molte entità politiche indipendenti all’interno del paese, una situazione difficilissima da cambiare in modo non violento, perché qualsiasi soluzione coinvolgeva il ledere gli interessi di un grande numero di persone.

    La pratica dello shoen seido, combinata con altre leggi sull’eredità, portò a una serie di conflitti sulla proprietà delle terre e sulla successione dei daimyo. Queste questioni di eredità divennero spesso il catalizzatore per le guerre tra i clan, in quanto i daimyo cercavano di espandere il loro dominio e ottenere terre attraverso conquista o alleanze matrimoniali.

    Vi sono ben tre date diverse usate per segnare l’inizio di questo periodo, la prima è l’incidente di Kyōtoku, la seconda è la guerra di Ōnin, e la terza l’incidente di Meiō. Quelle per la sua fine sono molte di più e vanno dal 1568 al 1638. Io ho scelto la guerra di Ōnin per l’inizio, l’arrivo di Jason a Edo per la fine (1467-1603)

    Durante i tre secoli di disordine che vanno dalla caduta di Kamakura alla vittoria di Tokugawa Ieyasu vediamo prima il crollo completo dello shoen seido, poi la nascita di un nuovo sistema, rigidissimo nello stabilire un solo erede. La differenza fra un daimyo e i gokenin, le figura che viene a sostituire, sta principalmente proprio nel modo in cui viene trasmessa la proprietà. L’erede non deve essere necessariamente dello stesso sangue dello shogun. La sua competenza è più importante e il terzo shogun della dinastia dei Tokugawa, Iemitsu, il migliore dopo Ieyasu, non era figlio del secondo. Ma l’erede doveva pur sempre essere sempre uno solo.

    Durante il periodo Sengoku, le leggi sull’eredità e la successione variano notevolmente a seconda dei clan e delle famiglie nobiliari coinvolte. Non c’era un sistema di successione uniforme o centralizzato come si potrebbe trovare in altre culture o periodi storici.

    In generale, il sistema di eredità dipendeva dalle tradizioni e dalle regole stabilite da ciascun clan. Alcuni clan seguivano un sistema di primogenitura, in cui il primogenito maschio aveva diritto a ereditare il titolo, le terre e le proprietà del padre. Tuttavia, in molti casi, la successione poteva essere contestata o combattuta tra i membri della famiglia o tra i daimyo rivali.

    La legge sulla successione poteva anche essere influenzata dal potere politico e militare. I signori della guerra più forti e influenti avevano maggiori probabilità di garantire la successione dei loro discendenti, anche se ciò significava ignorare la linea di successione tradizionale. La stabilità e la continuità dinastica spesso erano secondarie rispetto alla capacità di un leader di mantenere il controllo sul proprio dominio.

    Inoltre, durante il periodo Sengoku, molti clan e famiglie nobiliari si estinsero a causa della guerra, delle alleanze mutevoli e delle rivalità interne. Ciò ha portato a una continua ridefinizione delle dinastie e delle linee di successione. A questo si ricollega poi il problema dei Ronin visto nell’articolo Lo tsujigiri, un fenomeno complesso

    Il crollo delle istituzioni precedenti era tuttavia necessario perché fosse possibile stabilirne di nuove Quando appaiono Oda Nobunaga, Toyotomi Hideyoshi e Tokugawa Ieyasu, il nuovo metodo a erede singolo è fermamente al suo posto. Esso sarà una delle caratteristiche nuove e significative del nuovo Shogunato Tokugawa. La figura del Daimyo è infatti definita dal modo in cui trasmette la propria proprietà a un erede.

    Un secondo e importante motivo fu il modo in cui il fondatore del secondo Shogunato, Ashikaga Takauji, conquistò il potere. Lo strappò infatti direttamente all’imperatore Go-Daigo, che avevo visto nel crollo dello Shogunato di Kamakura un’occasione di ritornare al potere effettivo. Takauji nominò perfino un imperatore dalla cui dinastia di scendono gli attuali imperatore del Giappone. Notare che non esiste alcun dubbio circa la loro legittimità perché possiedono i tre oggetti sacri che attribuiscono il potere al sovrano. Le due dinastie si combatterono per circa sessant’anni, un lungo periodo di caos totale che preparò il cataclisma che doveva venire.

  • Lo tsujigiri, un fenomeno complesso

    Qualche mese fa incidentalmente lessi una definizione dello tsujigiri, un fenomeno sconcertante di violenza estrema che durò per tutto il periodo Edo. Esso consisteva di attacchi mortali a danno di sconosciuti incontrati per caso e perpetrati da Rōnin. Questa non è la definizione che trovate normalmente. Quella dice che lo tsujigiri consisteva nell’attaccare un passante per testare il filo della propria spada, una definizione che troverai immediatamente incredibile, assolutamente incredibile, e che oreuna definizione che troverai immediatamente incredibile, assolutamente incredibile, e che ora sono sono convinto non sia altro che propaganda. Non solo, ma la ricerca fatta per chiarire questo episodio ha cambiato di molto le mie opinioni circa gli eventi nel periodo immediatamente dopo la fine della guerra civile

    Vediamo ora i fatti.

    Lo tsujigiri divenne talmente diffuso e problematico che lo shogunato dei Tokugawa dovette intervenire per contenerlo. Nel 1602, vennero emanate leggi specifiche per vietarlo espressamente come omicidio e coloro che venivano colti in flagrante venivano puniti severamente, a volte anche con la morte. Si istituirono stazioni di polizia apposite per impedirlo, stazioni che sono le progenitrici dell’attuale Kōban. Vennero persino create forze dell’ordine specificamente dedicata al compito di sradicare il fenomeno. Le unità abitative dei quartieri poveri venivano chiuse dall’esterno tenere per proteggere chi vi  abitava .

    Penso che a questo punto vada da sé che la definizione ufficiale di tsujigiri, vale a dire che questi omicidi erano semplicemente eccessi di alcuni samurai, non sia per nulla plausibile. Il fenomeno santuario e politicamente insignificante descritto dalle varie definizioni che circolano su Internet era in realtà una piaga sociale di una certa importanza che riuscì perfino a far cambiare l’architettura urbana. Non ritengo impossibile che l’abitudine dei giapponesi di chiudersi in casa dall’interno quando vanno a dormire, ancora comune fra gli anziani, abbia nelle sue radici in questo periodo. Si tratta altrimenti di un gesto inspiegabile in un paese sicuro e tutt’altro che violento come il Giappone di oggi.

    Ma allora, chi erano gli omicidi? Chi poteva avere interesse ad esercitare violenza casuale in questo modo? Chi aveva la possibilità di farlo, perché non tutti potevano portare armi?

    C’è una figura storica che sembra costruita appositamente per spiegare tutti i misteri che abbiamo visto.  Nonostante ci siano testimonianze che  uno dei figli del secondo shogun Hidetada e uno dei 47 Ronin fossero essi stessi tsujigiri, i primi sospetti sono i membri di un gruppo sociale che al momento aveva più di un motivo per essere scontento, verso esercitava la violenza per processione e aveva il diritto legale di portare due spade: i Ronin.

    I rōnin sono definiti come samurai senza padrone. La verità nel Giappone del XVII secolo era molto più difficile. La verità nel Giappone del XVII secolo era molto più difficile. Prima di tutto i reduci dovevano essere moltissimi. Dopo 147 anni di guerra continua, il numero di soldati che all’improvviso si trovavano senza lavoro in un mercato che non aveva bisogno delle loro qualifiche dove essere altissimo. Per la persona coinvolta doveva essere una catastrofe.

    1. Gli veniva a mancare il rispetto a cui era abituato. Perdeva l’autorità di dare ordini ai membri delle classi inferiori.
    2. Per un samurai, esserlo era più che è un mezzo per sostentarsi. Era un’identità che ora veniva a scomparire, non solo a livello individuale ma anche a livello societario, perché con la Pax Tokugawa pur rimanendo di nome, di fatto il samurai scompare.
    3. Il destino di un soldato è legato a quello del suo clan e del suo padrone.unIl destino di un soldato è legato a quello del suo clan e del suo padrone.un soldato sconfitto quindi con tutta probabilità perde anche il suo clan, l’ultima difesa che aveva.squindi con tutta probabilità perde anche il suo clan, l’ultima difesa che aveva. Alla fine della interminabile guerra civile, la perdita del legame Alla fine della interminabile guerra civile, la perdita del legame con il proprio clan Alla fine della interminabile guerra civile, la perdita del legame con il proprio clan e col proprio clan era un evento all’ordine del giorno
    4. L’ironia del destino volle che proprio i samurai, che in teoria dominavano la scena politica di questa epoca, ne fossero le maggiori vittime. Una pace duratura come quella dell’era Edo, 250 anni e più, non è un bene per chi possiede un solo mestiere, le arti marziali. La rabbia di samurai come Saigo Takamori, che lo portò a ribellarsi contro i Tokugawa, non era sicuramente solo sua.

    In sintesi, la fine della guerra civile non è stato solo un passaggio da un modo di vivere un altro, ma è stata una catastrofe per coloro che di guerra vivevano.ilIn sintesi, la fine della guerra civile non è stato solo un passaggio da un modo di vivere un altro, ma è stata una catastrofe per coloro che di guerra vivevano. Nominalmente al potere i samurai si trovavano in effetti di fronte alla scomparsa del loro ruolo sociale.Per sopravvivere, alcuni divennero effetti di fronte alla scomparsa del loro ruolo sociale.Per sopravvivere, alcuni divennero taroccati burocrati.

    Il veterano ritorna a casa con un senso di credito nei confronti della società da cui proviene per l’aver combattuto per essa e avere subito danni che notevoli per il suo bene. Di solito invece trova indifferenza, difficoltà nel trovare lavoro

    Non mi sembrerebbe quindi strano che, con le sue due spade ancora alla cintola, un guerriero si desse allo tsujigiri. In realtà, non vedo altra possibile spiegazione.Con il passare del tempo, quello che era iniziato come tsujigiri,si trasformò o fu associato a forme di banditismo. Durante i periodi di instabilità politica o economica, i samurai divennero rōnini. Senza una fonte stabile di reddito o uno scopo sociale, alcuni di questi rōnin si rivolsero al banditismo per sopravvivere. Questi ex samurai, abituati alla violenza e alla disciplina militare, divennero spesso banditi organizzati e temuti. Essi potevano mettere a segno rapine, estorsioni e, in alcuni casi, continuare la pratica dello tsujigiri come dimostrazione della loro abilità e per terrorizzare le popolazioni locali. Questi atti di banditismo non erano solo il risultato della disperazione economica ma anche dell’erosione del sistema feudale e del codice d’onore samurai, in un periodo in cui il Giappone stava subendo profondi cambiamenti sociali e politici.
    sujigiri fu menzionato come una delle cause che contribuirono al malcontento che portò alla Ribellione di Shimabara (1637-1638). La Ribellione di Shimabara fu un’insurrezione di contadini, la maggior parte dei quali erano cristiani, insieme a rōnin (samurai senza padrone) e altri gruppi, contro il dominio locale e le politiche oppressive dello shogunato Tokugawa. Avvenne nella penisola di Shimabara e nelle isole Amakusa nel Giappone sud-occidentale.
    Le cause della ribellione furono molteplici e complesse, includendo l’oppressione economica, come tasse eccessive e carestie, le persecuzioni religiose contro i cristiani e il malcontento sociale generale. Lo tsujigiri, in questo contesto, è emblematico del più ampio disordine sociale e della legge marziale che caratterizzavano il periodo. La pratica dello tsujigiri da parte di alcuni samurai rōnin contribuì a creare un clima di paura e instabilità, riflettendo il malcontento e la frustrazione di alcuni segmenti della società giapponese dell’epoca.
    Tuttavia, è importante notare che lo tsujigiri non fu la causa principale della Ribellione di Shimabara. Fu piuttosto uno dei tanti sintomi del malcontento e della tensione sociale che si stavano accumulando in Giappone sotto lo shogunato Tokugawa, in particolare tra le classi contadine e i rōnin. La ribellione fu una manifestazione estrema di resistenza contro un insieme complesso di problemi, tra cui l’oppressione economica, la persecuzione religiosa e l’instabilità sociale.

    Negli ultimi anni, ha preso piede una nuova teoria che spiega lo scopo dell’editto come un tentativo di cambiare la mentalità del popolo. Ho trovato diverse fonti online sull’argomento.
    All’epoca di Tsunayoshi (Anni di regno: 1780-1820),sebbene la “pace” fosse stata raggiunta, l’atmosfera della società era ancora permeata dalla brutalità del periodo delle guerrecivili. A Edo, ad esempio, c’erano i “kabukimono”, teppisti che seminavano il terrore.
    Secondo questa teoria, Tsunayoshi sperava che l’editto avrebbe contribuito a civilizzare la società e a rendere il popolo più compassionevole e gentile.
    Fine prima parte

  • È possibile leggere il giapponese scritto senza kanji?

    Certamente, particolarmente se farlo è un obiettivo esplicito di chi scrive. Molti sono convinti che il giapponese non possa venire scritto foneticamente. Io stesso l’ho creduto per molti anni fino a che ho scoperto che il mio amico Sohan, che è indiano e come lingua madre ha una lingua indoeuropea, lo parla correntemente e lo usa tutti i giorni per lavoro (dirige un ristorante a Tokyo) senza saper leggere un solo hiragana. Dopo di allora, ho scoperto che per scrivere un testo in giapponese che sia difficile da comprendere in hiragana ci vuole impegno.
    È perfettamente possibile scrivere in giapponese comprensibile senza caratteri cinesi, il punto è che nessuno lo fa se non per annotare su un foglio cosa comprare per la spesa. Come in Italia, in Giappone l’oscurità del testo testimoniare e testimonianza è creduta essere testimonianza dell’educazione di chi ha scritto un testo, ma questa è una favola.questa è una favola.questa è una favola.
    L’inglese non ha affatto un registro separato per il linguaggio scritto particolarmente negli Stati Uniti, si scrive come si parla e negli USA sentire il presidente degli Stati Uniti parlare alla televisione facendo uso di slang non è particolarmente raro.
    Anche in italiano c’è chi parla come magna e chi no, c’è chi è molto facilmente comprensibile e chi no, ma in giapponese questa differenza è esasperata da fattori di carattere culturale, primo fra tutti l’orgoglio del giapponese come assetto culturale, come elemento di unicità emotivo di orgoglio per la nazione.

    ひらがなだけでも、わかりやすいにほんごをかくのはむりではありません.

    Hiragana e katakana sono disprezzati come indegni di un adulto. E questo è il vero problema per gli stranieri.

  • 兄弟島

    兄弟島

    Tra l’isola di Kyūshū e Gotō-rettō (五島列島), l’arcipelago delle Gotō, non lontano da casa mia, si estende un mare conosciuto come Sumō-nada (角力灘). Immerse nelle sue acque turchesi, si ergono tre isole conosciute come: Oozumō-jima (大角力島), Kozumō-jima (小角力島) e infine una terza chiamata hako-shima (母子島).

    Una di queste isole custodisce un’antica leggenda che, come un sussurro tra le onde, si tramanda di generazione in generazione.

    L’isola sulla sinistra, conosciuta come Oozumō-jima, ha una forma davvero singolare. Attraversata da un foro centrale, spesso attraversato anche dalle imbarcazioni turistiche, questa curiosa formazione rocciosa è conosciuta anche come hongee-jima (本げえ島). Un altro nome con cui è conosciuta è kyōdai-jima (兄弟島), “Isola dei fratelli”, data la sua somiglianza a due lottatori impegnati in un eterno duello.

    Un’antica leggenda narra di un pescatore che, al suo ritorno dal mare, portò in dono ai suoi due figli un mikan (un agrume simile ad un mandarino ma molto più dolce) e un pesce. I due fratelli, incapaci di dividersi equamente i regali del padre, iniziarono a litigare furiosamente. In preda all’ira, il padre punì entrambi con crudeltà inaudita: al più giovane tagliò la spalla, mentre al maggiore squarciò il ventre.

    Legati insieme, i due fratelli vennero poi gettati in mare. Secondo la leggenda, i loro corpi si trasformarono nelle rocce che oggi sono chiamate kyōdai-iwa (兄弟岩). Ancora oggi, si dice che sulla cima dell’isola cresca un albero di mikan, simbolo della discordia che portò alla tragedia. La roccia di sinistra, con la sua forma simile a una spalla mutilata, rappresenta il fratello minore. Quella di destra, più alta e con un incavo simile a un ventre squarciato, rappresenta il fratello maggiore.

    L’isola dei fratelli, con la sua storia tragica, viene spesso raccontata ai bambini in queste zone e serve da monito per le generazioni future, ricordando loro le terribili conseguenze causate dalla discordia e dell’invidia.

    Come ho scritto nel mio articolo sul blog “Ombrelli Rotti” dedicato alla Nagasaki Sunset Road, sono numerosi i turisti che si recano nella zona di Sotome per ammirare il sole che al tramonto si specchia nelle acque del mare di Sumō-nada. Lo spettacolo offerto dal cielo e dal mare è in continua evoluzione, cambiando forma e colore con il cambio delle stagioni. Ogni visita regala un’esperienza unica e indimenticabile.

  • 外海

    外海

    Le vacanze della Golden Week sono appena finite e, come dopo ogni periodo di pausa, i miei figli al rientro all’asilo dovranno raccontare ai loro compagni le avventure vissute durante il periodo di ferie. Quest’anno, per rendere il loro “speech” ancora più interessante, abbiamo deciso di organizzare una gita fuori porta a tema storico. La nostra destinazione? La vicina cittadina di Sotome, immersa nella prefettura di Nagasaki e ricca di tracce affascinanti del passato cristiano.

    Perché questa piccola località, adagiata tra le montagne del Kyūshū e affacciata sul Gotō-nada (五島灘) custodisce un tesoro inestimabile: i resti di una comunità cristiana che, nei secoli scorsi, si nascose in quest’area per fuggire all’editto Tokugawa che bandiva il cristianesi e i suoi fedeli. Una storia poco conosciuta, ma che merita di essere raccontata, soprattutto ai più piccoli.

    Durante la nostra gita, abbiamo visitato alcuni dei luoghi simbolo del cristianesimo a Sotome. Abbiamo visitato due chiese stupende, esplorato un cimitero cristiano risalente al XIX secolo e un raro santuario dedicato ad un gesuita portoghese. I miei figli sono rimasti affascinati da questo viaggio nel tempo, incuriositi dalle storie e dalle leggende che popolano questi luoghi silenziosi e carichi di mistero.

    Adagiata tra la zona di Nagasaki e Saikai, Sotome si affaccia sul Gotō-nada (五島灘), conosciuto anche come sumō-nada (角力灘), un’area marina che divide il Kyūshū da Gotō-rettō (五島列島), l’arcipelago delle isole Gotō.

    Tra il 1600 e il 1800, durante il periodo di bando del Cristianesimo in Giappone, questo zona si trasformò in un rifugio sicuro per i “cristiani nascosti”, noti come senpuku kirishitan (潜伏キリシタン). Attratti dalla sua posizione isolata e raggiungibile solo via mare, che permetteva loro di professare la loro fede in segreto, molti fedeli emigrarono qui da diverse zone dell’odierna prefettura di Nagasaki.

    Padre Marc Marie de Rotz, missionario francese giunto a Sotome, ebbe un ruolo fondamentale nella rinascita del Cristianesimo. La sua opera più significativa fu la costruzione della Chiesa di Shitsu, eretta su una collina che domina il mare e divenuta un simbolo di speranza per i fedeli perseguitati.

    L’arrivo di Francesco Saverio nel 1549 segnò l’introduzione del Cristianesimo in Giappone. La rapida diffusione della nuova fede destò timori nello shogunato Tokugawa, che la vide come una minaccia al proprio potere. Iniziò così un periodo di persecuzioni che culminò nel bando ufficiale del Cristianesimo nel 1614. Nonostante la repressione, alcuni fedeli continuarono a praticare la loro religione in segreto.

    Il Sakoku (鎖国), “paese chiuso”, fu una politica di isolamento attuata in Giappone durante il periodo Edo (1603-1867). Emanate tra l’inizio e la metà del XVII secolo, le direttive del Sakoku imposero al Giappone un autoisolamento dalle potenze straniere. Tra le misure adottate vi furono il bando del Cristianesimo, la proibizione ai cittadini giapponesi di viaggiare all’estero e di farne ritorno, e restrizioni al commercio internazionale con diverse nazioni. La diffidenza nei confronti degli stranieri fu il principale fattore alla base del Sakoku.

    Tokugawa Ieyasu, temendo che il Cristianesimo potesse minare il suo potere, lo bandì dal Giappone. Condividendo la xenofobia diffusa tra i leader dell’epoca, Ieyasu sospettava che gli stranieri, in particolare gli europei bianchi (spagnoli), avessero mire espansionistiche sul Giappone. Il Cristianesimo, visto come strumento di controllo sociale e di sovversione dei valori tradizionali, venne associato a queste minacce esterne. Di conseguenza, Ieyasu proibì sia l’ingresso agli stranieri che la pratica del Cristianesimo durante il suo shogunato.

    Calò un velo di silenzio sul Giappone: il periodo Edo aveva decretato l’isolamento del paese. Per le potenze esterne, le relazioni diplomatiche e commerciali erano quasi impossibili, ad eccezione di Olanda e Cina. Il Sakoku, questa politica di chiusura, strinse il Giappone in un abbraccio autarchico per quasi duecentocinquant’anni. Solo nella metà del XIX secolo, sotto la spinta di pressioni esterne, il Giappone si vide costretto ad aprire nuovamente le sue porte al mondo.

    Nonostante la persecuzione dello shogunato Tokugawa (1600-1868), che bandì il Cristianesimo e deportò i missionari, alcuni fedeli giapponesi non rinunciarono alla loro fede. In villaggi remoti e sulle isole di Nagasaki e Kumamoto, continuarono a praticare la loro religione in segreto, tramandando gli insegnamenti dei missionari e nascondendo oggetti cristiani nelle loro case, rischiando la vita. Le autorità li soprannominarono “senpuku kirishitan” (潜伏キリシタン), che significa “cristiani nascosti”, per indicare la loro fede clandestina. Il termine kirishitan deriva dal portoghese “Christão” e si riferiva al cattolicesimo o ai suoi seguaci dopo l’arrivo di Francesco Saverio in Giappone, fino alla revoca del bando nel 1873.

    I senpuku kirishitan erano un gruppo di giapponesi che, pur professando pubblicamente il Buddismo per sfuggire alle persecuzioni, in realtà continuavano a praticare la loro fede cristiana in segreto. Questa strategia di mimetizzazione era necessaria per evitare le severe punizioni inflitte dal governo a chi professava apertamente il Cristianesimo. Esteriormente, i senpuku kirishitan partecipavano a cerimonie e riti buddhisti, ma in segreto custodivano la loro fede cristiana e la trasmettevano alle generazioni successive.

    Nonostante la fine della repressione e la revoca del bando del Cristianesimo, un gruppo significativo di senpuku kirishitan non volle ricongiungersi alla Chiesa Cattolica. La ragione di questo rifiuto risiedeva nella necessità di modificare o abbandonare alcuni dei loro riti e oggetti religiosi, che erano diventati parte integrante della loro fede tramandata di generazione in generazione.

    Questi gruppi, che scelsero di mantenere intatti i riti e le preghiere appresi fin dall’infanzia, vennero denominati kakure Kirishitan (Cristiani Nascosti) per distinguerli dai senpuku kirishitan del periodo di proibizione Tokugawa. Considerati discendenti storici dei senpuku kirishitan per la loro fedeltà alle tradizioni tramandate dagli antenati, alcuni studiosi li vedono tuttavia come un gruppo che si è allontanato dal Cristianesimo ortodosso, avvicinandosi maggiormente alle religioni popolari giapponesi.

    Il termine kakure kirishitan quindi, identifica coloro che, pur potendo professare liberamente la loro fede dopo la revoca del divieto del Cristianesimo, scelsero di non ricongiungersi alla Chiesa Cattolica. Questi gruppi continuarono ad aderire alle credenze e alle pratiche religiose sviluppatesi durante il periodo di clandestinità, dando vita a una forma unica di Cristianesimo.

    Verso la fine del periodo Edo, il dominio di Ōmura fu annesso a quello di Saga, che si distingueva per una maggiore tolleranza nei confronti dei cristiani. Durante il Bakumatsu (1853-1868, periodo che precedette la Restaurazione Meiji), quando Padre Petitjean visitò la zona di Sotome, i senpuku kirishitan professarono apertamente la loro fede. Tuttavia, una parte dei cristiani della zona, preoccupati per la persistenza del divieto del cristianesimo non ancora formalmente revocato, si consultarono con il capovillaggio e con un ufficiale del villaggio. Per scoraggiare l’adesione agli insegnamenti dei missionari stranieri, decisero di rubare la preziosa immagine di San Michele e un’altra raffigurante i 15 Misteri del Rosario.

    Il furto delle immagini sacre scatenò l’ira dei cristiani nascosti, provocando un tumulto di notevoli proporzioni. Questo evento ebbe come conseguenza una scissione all’interno della comunità senpuku kirishitan di Sotome: una fazione decise di abbracciare apertamente il Cattolicesimo, mentre l’altra, i kakure kirishitan, preferì rimanere nascosta, spostandosi anche nelle vicine isole dell’arcipelago di Gotō.

    È una chiesa cattolica situata a Sotome. Fu costruita nel 1882 su progetto di padre Marc Marie de Rotz, un missionario francese, e completata nel 1885.

    Motivato dalla convinzione che la zona necessitasse di un luogo di raduno per la fede, Padre de Rotz investì i propri fondi nella costruzione di una chiesa. Egli si impegnò personalmente sia nella progettazione che nella realizzazione dell’edificio. Il terreno prescelto per l’edificazione era un pendio lievemente elevato, scelta motivata dal desiderio di rendere la chiesa visibile da un’ampia area

    La costruzione della chiesa non fu possibile solo grazie all’impegno di Padre de Rotz, ma anche alla preziosa collaborazione dei cristiani locali. Essi si dedicarono con dedizione a lavori faticosi, trasportando legname tagliato dalle montagne e mattoni trasportati via barca fino al litorale, contribuendo in modo significativo alla realizzazione dell’edificio sacro.

    Nel 1882, dopo un anno di lavori, venne completata la magnifica chiesa bianca, immersa tra risaie a terrazze. La sua struttura, realizzata in mattoni e successivamente intonacata, presenta ingressi a volta e cornici alle finestre che si inseriscono con armonia nel paesaggio circostante. L’interno, pur nella sua semplicità, emana un’atmosfera solenne.

    Data la forte ventosità che caratterizza la zona di Sotome, si presume che la chiesa sia stata costruita con un tetto volutamente basso. Un abitante della zona con cui ho parlato mi ha raccontato che che anche il villaggio natale di Padre de Rotz è soggetto a venti intensi e che ospita una chiesa simile a quella di Shitsu per forma. È possibile che il missionario si sia ispirato alla chiesa del suo paese natale nel progettare la chiesa di Sotome.

    Attratto dalle vicende del cristianesimo a Nagasaki, negli ultimi anni mi sono immerso nella storia di Padre de Rotz e della sua vita in terra nipponica.

    Originario di una nobile famiglia francese, Padre de Rotz giunse in Giappone all’età di 28 anni. Tra le sue numerose realizzazioni ricordiamo le stampe litografiche da lui create e le scuole di teologia latina che fondò, sia presso la Cattedrale di Oura a Nagasaki che a Yokohama. All’età di 39 anni, dopo undici anni di permanenza in Giappone, fu destinato alla missione di Sotome. I suoi scritti rivelano il profondo impatto che la povertà della gente del luogo ebbe su di lui, contribuendo a maturare in lui un forte senso del dovere nei loro confronti.

    Padre de Rotz svolse un ruolo fondamentale nello sviluppo di queste zone. Oltre alla costruzione delle chiese di Shitsu e Ono, che fungevano da centri per le sue attività missionarie, egli fondò un istituto per l’impiego e l’emancipazione femminile. Inoltre, insegnò tecniche agricole alla popolazione locale, utilizzando terreni bonificati e coltivati a sua cura. Fornì inoltre assistenza ai pescatori per la manutenzione del porto e si adoperò per la cura delle strade nei dintorni del villaggio. Grazie all’istituzione del primo ambulatorio mobile, salvò numerose vite e si dedicò con impegno alla lotta contro le malattie infettive.

    La Chiesa di Kurosaki, eretta nel 1920 su un terreno bonificato grazie all’impegno di Padre de Rotz, è nota per essere stata l’ambientazione del romanzo “Silenzio” di Shūsaku Endō. Dallo splendido scenario della chiesa si gode una vista mozzafiato sullo stretto di Sumō-nada, caratterizzato dal suo mare azzurro.

    La cattedrale è realizzata con mattoni, posati uno ad uno dai fedeli come segno di devozione. La struttura si sviluppa su un unico livello e il tetto è ricoperto con le classiche tegole giapponesi, dette gawara (瓦).

    All’interno, la cattedrale presenta un soffitto a volta a crociera che dona ampiezza allo spazio. Le vetrate colorate filtrano la luce naturale, creando un’atmosfera suggestiva e raccolta. Il campanile annesso, eretto con l’intento di richiamare l’attenzione dei kakure kirishitan (cristiani nascosti), rappresenta un simbolo di fede e di speranza.

    Durante il periodo Meiji (1868-1912), l’area occupata dal santuario divenne un luogo di culto per i cristiani nascosti. Inizialmente, l’unico luogo di preghiera era un semplice hokora (祠), un piccolo santuario di pietra. La prima vera e propria struttura in legno fu eretta nel 1938, durante la guerra Sino-Giapponese. I soldati in partenza per il fronte pregavano in questo santuario per ottenere protezione, mentre coloro che facevano ritorno sani e salvi offrivano ciotole di nihonshu in segno di gratitudine. Nel 2003, l’edificio è stato ricostruito fedelmente all’originale.

    Il sentiero per il santuario nascosto tra le montagne di Sotome costeggia due enormi rocce piatte. Sotto la roccia più bassa, un incavo (oggi poco visibile) era un tempo utilizzato dai senpuku kirishitan della zona come luogo segreto per memorizzare e praticare le orasho (orazioni), con una vedetta a guardia per scongiurare sorprese.

    Inori no iwa – Le rocce delle preghiere

    l’Orasho (オラショ), termine che trae origine dal latino “oratio“, rappresenta l’affascinante intreccio tra canti di preghiera portoghesi e la tradizione giapponese. La sua storia affonda le radici nel XVI secolo, quando questi canti giunsero in Giappone, intrecciandosi con la cultura locale e dando vita a una forma espressiva unica.

    Il santuario sorge come luogo di riposo eterno per San Juan, frate francescano spagnolo che perse la vita stremato dal freddo e dalla fame. La sua tomba fu scavata in questo luogo dalla gente del posto. San Juan è ricordato per essere stato mentore di Bastian, l’evangelista giapponese autore del calendario liturgico della Chiesa in Giappone e profeta della fine delle persecuzioni cristiane.

    All’interno del santuario si trovano due piccoli tempietti in pietra. Il più grande, situato al centro, risale al 1933, mentre il più piccolo, sulla sinistra, risale all’era Meiji (1868-1912).

    In origine, il luogo era conosciuto come Jiwan – Karematsu Jinja (ジワン枯松神社), dove Jiwan è la trascrizione giapponese di “Juan“, e successivamente come Karematsu – jinja (枯松神社). Il nome Karematsu, si pensa, derivi dai pini secchi (“枯松”) che un tempo caratterizzavano la zona, oggi sostituiti da altra vegetazione. Le aree circostanti il santuario fungevano da cimiteri cristiani, e le pietre piatte ora accatastate potrebbero essere state lapidi.

    Dal 1999, il santuario di Karematsu è teatro di un suggestivo evento “interreligioso”: il Festival di Karematsu. Ogni novembre, cattolici locali, kakure kirishitan e fedeli buddisti si riuniscono per celebrare un rituale congiunto di preghiera per la pace delle anime dei loro antenati. Il festival non è aperto al pubblico, come ho potuto sperimentare alcuni anni fa quando, recatomi al santuario nel giorno dedicato alla celebrazione, sono stato gentilmente fermato all’ingresso del sentiero che conduce al luogo sacro.

    La storia dei senpaku e kakure kirishitan di Sotome è un racconto di persecuzione, fede incrollabile e adattamento. Nonostante le difficoltà e i pericoli, queste persone hanno preservato la loro fede per generazioni, trasmettendola in segreto ai loro figli. La loro storia ci ricorda l’importanza della libertà di religione e del rispetto per le diverse credenze.

    Oggi, la comunità kakure kirishitan di Sotome è piccola ma vivace. I discendenti di questi cristiani nascosti continuano a celebrare la loro fede in modo discreto, preservando le loro tradizioni e i loro canti sacri. La loro storia è un’importante testimonianza della forza dello spirito umano e della capacità di resistere all’oppressione.

    Visitare Sotome e scoprire la storia dei kakure kirishitan è un’esperienza che lascia un segno indelebile. Potrete camminare sui sentieri che una volta percorrevano per sfuggire ai persecutori, visitare i loro luoghi di preghiera segreti e conoscere la loro tenace devozione. La loro storia è un esempio di come la fede possa sopravvivere anche nelle circostanze più difficili, e ci ispira a difendere i nostri valori e a lottare per la libertà di espressione religiosa.

  • Rikka –  立夏

    Rikka –  立夏

    Rikka è uno dei nijūshi-sekki (二十四節気), i ventiquattro termini solari del calendario tradzionale giapponese. Questo termine, che letteralmente significa “inizio d’estate”, coincide con il periodo in cui i primi segnali della stagione calda iniziano a farsi sentire.

    Entrando nel periodo del rikka le giornate si allungano, il sole splende più forte e le temperature aumentano sensibilmente. L’aria si riempie del fruscio delle foglie e del canto degli insetti, preannunciando l’arrivo della stagione più calda dell’anno.

    Mia moglie mi ha insegnato tanti anni fa una frase che spesso viene usata in questo periodo:

    立夏を迎え、暦の上では夏となりました。

    Rikka wo mukae, koyomi no ue de ha natsu to narimashita

    Il significato della frase è che il periodo del rikka è arrivato quindi secondo il calendario è iniziata l’estate.

    Anche se il rikka segna l’inizio dell’estate dal punto di vista astronomico, in Giappone questa stagione viene generalmente suddivisa in tre ulteriori periodi:

    Shoka (初夏): L’inizio dell’estate, che coincide con il rikka. In questo periodo, la natura si risveglia e si colora di verde brillante.

    Chūka (仲夏): l’estate è in pieno svolgimento, il periodo più caldo e umido dell’anno.

    Banshu (晩夏): conicide con la fine dell’estate, quando le prime brezze autunnali iniziano a rinfrescare l’aria.

    Il rikka rappresenta quindi un momento importante per celebrare l’arrivo della bella stagione e per godersi le attività all’aperto. In molte regioni del Giappone si tengono festeggiamenti e rituali per accogliere l’estate.

    Anche se il calendario Gregoriano non coincide perfettamente con quello lunare, il rikka inizia generalmente tra il 5 e il 6 Maggio.

    È considerato un momento fortunato per iniziare nuovi progetti o intraprendere viaggi e in passato era un giorno in cui le persone si purificavano con il bagno e indossavano nuovi vestiti per celebrare l’arrivo dell’estate.

    Quest’anno l’inizio del rikka, cade il 5 Maggio 2024 e copre un periodo di circa 15 giorni, dal 5 al 19. Sebbene ogni anno si verifichi generalmente tra il 6 e il 20 Maggio, la data non è fissa.

    Questo perché il rikka, come gli altri ventiquattro termini solari che dividono l’anno in segmenti di circa 15 giorni, si basa sul movimento del sole. Di conseguenza, la data precisa può variare leggermente, anche di un giorno, a seconda dell’anno.

    Inoltre, il termine rikka può riferirsi sia al giorno specifico che segna l’inizio dell’estate, sia all’intero periodo di 15 giorni che va dal primo giorno del rikka (il 9° termine solare) allo shōman (小満), il 10° termine solare.

    Vale la pena notare che, all’interno dei ventiquattro termini solari, esiste anche un periodo precedente al rikka chiamato kokū (穀雨), che significa “il periodo in cui cadono le piogge che nutrono i cereali”, mentre il periodo successivo al rikka è chiamato shōman (小満), che significa “il periodo in cui tutte le cose crescono completamente”.

    Ulteriori divisioni del rikka

    I ventiquattro termini solari vengono ulteriormente suddivisi in settantadue (七十二侯, shichijūni kō), ognuno dei quali rappresenta un periodo di circa 5 giorni. Durante il rikka i si susseguono in questo modo:

    Shokō – kawazu hajinete naku (初候 – 蛙始鳴): Il primo canto delle Rane (5 Maggio)

    In questo periodo, le rane (kawazu/kaeru) iniziano a gracidare. Kawazu è un termine più formale per indicare le rane, mentre kaeru é un termine più colloquiale e informale. Secondo alcune teorie, l’etimologia del termine “kaeru” deriva dal verbo kaeru (帰る, tornare), in quanto le rane sono considerate creature che tornano sempre al loro luogo d’origine. “Kawazu“, invece, deriverebbe da “河之蛙” (kawazu gaeru), che significa “rana di fiume”. In questo periodo il canto delle rane risuona ovunque, creando un coro naturale che annuncia l’arrivo dell’estate.

    Jikō – mimizuizuru (次侯 – 蚯蚓出): L’Emersione dei Lombrichi (10 Maggio)

    In questo periodo, i lombrichi (mimizu) iniziano a emergere dal terreno. Il termine “mimizu” deriva da miezu/mamiezu (目見えず), che significa “invisibile agli occhi”. Nonostante l’assenza di occhi, i lombrichi percepiscono la luce e tendono a spostarsi verso il buio. Per questo motivo, li vediamo spesso emergere dal suolo durante la notte o in giornate piovose. I lombrichi svolgono un ruolo fondamentale nella fertilità del terreno, nutrendolo e aerandolo. La loro presenza è quindi un segno di un terreno sano e fertile.

    Makkō – takenokoshōzu (末侯 – 竹笋生) – La Germogliazione del Bambù  (15 Maggio)

    In questo periodo, i takenoko (竹の子), i germogli di bambù, iniziano a spuntare dal terreno. “Take no ko shōzu” è un’espressione poetica ed antica che significa “il germoglio del bambù“, oggi caduta in disuso. Esistono comunque anche altri termini stagionali con lo stesso significato come takōna (筍), o takanna (たかんな).

    Sebbene i prodotti a base di bambù siano ormai disponibili tutto l’anno, la vera stagione dei germogli di bambù è l’inizio dell’estate. I più teneri e gustosi sono quelli appena raccolti al mattino e consumati subito sul posto.

    Kunpū – 薫風 : la stagione del vento profumato

    Durante il mese di Maggio la natura riprende vita e il suo colore verde è splendido e si intensifica giorno dopo giorno. Le espressioni stagionali come kunpū (薫風) e kazekaoru (風薫る) veicolano l’idea di una fragranza percepibile nel vento che scuote le giovani foglie verdi.

    In giapponese esiste un saluto stagionale che recita come segue:

    風薫る季節となりました。

    Kaze kaoru kisetsu to narimashita.

    è un saluto comune all’inizio dell’estate.

    I giapponesi sono famosi per essere un popolo indiretto e per avere una lingua che utilizza moltissime sfumature in modi interessanti, alcuni dei quali a volte poco comprensibile e ridondanti per noi stranieri, che ci chiediamo perché la conversazione che stiamo ascoltando da cinque minuti sembri priva di un vero e proprio soggetto.

    La lingua scritta non fa eccezione e specialmente nelle lettere, ma anche nelle e-mail, i giapponesi, seguono un formato molto rigido. Specialmente nelle lettere prima di arrivare al focus del discorso i giapponesi inseriscono una frase conosciuta come jikō no aisatsu (時候の挨拶), il saluto stagionale, che cambia a seconda del periodo dell’anno.

    In questo periodo, gli alberi entrano nella fase di crescita più rigogliosa e il loro profumo riempie l’aria. Esistono espressioni come wakaba-kaze (若葉風, “il vento che soffia la tra le giovani foglie”) oppure kusawake no kaze (草分けの風, “il vento che divide l’erba”) che evocano la freschezza e i profumi tipici di inizio dell’estate.

    Otaueshinji – 御田植神事

    Rikka segna anche l’avvio della stagione della semina e precede la stagione delle piogge, tsuyu, (梅雨), in giapponese.  Di conseguenza, in molte regioni durante questo periodo si svolgono feste per invocare raccolti abbondanti. Tra queste, l’Otaue Shinji (御田植神事) è un esempio particolarmente famoso.

    Durante l’Otaue Shinji, donne e bambini si sottopongono a riti di purificazione prima di piantare piantine di riso ed eseguire danze tradizionali per invocare un raccolto abbondante. Queste vivaci celebrazioni mettono in mostra tradizioni culturali radicate e incarnano le speranze e le aspirazioni delle comunità agricole.

    Il significato dell’Otaue Shinji

    L’Otaue Shinji riveste un significato profondo nella cultura giapponese, intrecciandosi profondamente con il ciclo agricolo e la venerazione della natura. Rappresenta una messa in scena simbolica del processo di piantagione, incarnando la convivenza armoniosa tra uomo e mondo naturale.

    In Giappone, cultura del riso e religione sono strettamente legate. Nella maggior parte delle regioni, la stagione agricola inizia e finisce con rituali shintoisti: si svolgono cerimonie durante la semina per invocare una buona crescita delle piantine di riso e feste del raccolto per ringraziare i kami del suo buon esito. Tra i riti di piantagione del riso più famosi del Giappone si annovera l’Otaue Shinji del santuario Sumiyoshi Taisha, che viene celebrato fedelmente fin dai tempi antichi.

    La leggenda narra che il rito dell’Otaue Shinji risalga addirittura al 211 d.C., quando la leggendaria imperatrice Jingū, ordinò la creazione di una nuova risaia da dedicare alle divinità del santuario. Per preparare la risaia, fece arrivare dalle zone che oggi corrispondono alla prefettura di Yamaguchi, delle “vergini piantatrici”, conosciute come ueme (植女), appositamente addestrate. Ancora oggi, per il rito viene utilizzata la stessa risaia, situata appena a sud-ovest dell’area principale del santuario.

    Il rito dell’Otaue-shinji:

    L’Otaue Shinji inizia con un rituale di purificazione sia per le piantine di riso che per i partecipanti. La sacra risaia viene arata da buoi che trainano un aratro di legno, per poi essere cosparsa di acqua consacrata. Mentre le ueme piantano il riso, danzatori e musicisti in sgargianti costumi si esibiscono ai bordi della risaia. Si dice che la loro energia infonda salute e vigore alle piantine.

    L’Otaue Shinji si svolge ogni anno il 14 giugno. Il governo lo ha designato come bene immateriale folkloristico.

    Tradizioni propizie per il Rikka

    In occasione del Rikka, che coincide con la festività del kodomo no hi (子供の日), è tradizone immergersi nello shōbuyu (菖蒲湯) e gustare i buonissimi kashiwa mochi (柏餅).

    菖蒲湯 – shōbuyu : un bagno propizio

    Lo shōbu (菖蒲) è un tipo di iris con lunghe foglie che assomigliano alle spade brandite deai samurai. Questa tradizione non possiede solo un simbolismo di competizione e spirito marziale legato al mondo dei samurai (尚武 – shōbu), ma si credeva anche nelle sue proprietà benefiche contro le malattie. Il suo utilizzo in questa festività è considerato un’usanza propizia.

    Lo shōbu è anche una pianta officinale con proprietà che includono il miglioramento della circolazione sanguigna, l’idratazione della pelle e l’alleviamento di dolori come nevralgie, mal di schiena e mal di stomaco.

    柏餅 – kashiwa mochi

    Il kashiwa mochi è un dolce a base di riso glutinoso ripieno di anko (pasta di fagioli rossi dolci) avvolto in foglie di kashiwa, la quercia. La scelta di questa foglia non è casuale: la sua caratteristica di non perdere le vecchie foglie fino a quando i nuovi germogli non sono cresciuti simboleggia la prosperità e la continuità della progenie.

    In un’epoca come l’era Edo, quando il tasso di mortalità infantile superava il 50%, questo dolce rappresentava un augurio per la salute e la forza dei bambini. Non sorprende che questa tradizione sia diventata così radicata.

    Sebbene oggi la realtà sia, fortunatemente, ben diversa, non si può non apprezzare la saggezza e la cura con cui gli antichi usavano le tradizioni e le credenze popolari per promuovere il benessere dei più piccoli.


    Lasciamo che il rikka sia un’ispirazione per vivere una vita più sana, felice e in armonia con il mondo che ci circonda.

  • Satsuki – 皐

    Satsuki – 皐


    Maggio è arrivato, ammantando il paesaggio con una vegetazione rigogliosa che abbaglia gli occhi. Quando si parla di nomi tradizionali giapponesi per questo mese, satsuki è sicuramente il più familiare. Ma sapete che Maggio vanta una ricca varietà di appellativi alternativi?

    Molti calendari, oltre ai numeri da 1 a 12 per i mesi, riportano anche i nomi alternativi dei mesi appartenenti al kyūreki (旧暦), il vecchio calendario luni-solare. Sebbene ci sia una differenza di circa un mese tra il calendario lunare e quello solare, i nomi alternativi dei mesi, wafū-getsumei (和風月名), sono ancora molto suggestivi, apprezzati e utilizzati anche nel calendario solare.

    Nella tradizione giapponese, il mese di Maggio era conosciuto con il nome di satsuki (皐月). L’origine di questo appellativo è incerta e avvolta nel fascino della storia.

    Una delle ipotesi più accreditate suggerisce che il termine satsuki derivi da sanaezuki (早苗月), un termine antico che indicava il “mese del sanane“, ovvero il periodo in cui le piantine di riso venivano trapiantate nelle risaie. Con il tempo, sanaezuki si sarebbe semplificato in satsuki, conservando comunque  il legame profondo con la coltivazione del riso. Basandosi su questa ipotesi, il termine satsuki rappresenterebbe semplicemente il “mese del trapianto del riso”, sottolineando l’importanza cruciale di questa attività per la società agricola giapponese.

    Anche l’adozione del primo kanji “皐” (questo kanji era utilizzato come sostituto del kanji 早 che compone il temine sanae “早苗”) che come compone la parola satsuki non è casuale. Questo carattere racchiude in sé un significato: “riso offerto ai kami“. La scelta di questo kanji riflette la venerazione e la gratitudine che il popolo giapponese nutriva nei confronti delle divinità agricole, considerate garanti del raccolto e della prosperità.

    Maggio, con la sua esplosione di verdeggiante bellezza, rappresentava per i giapponesi un momento di grande fermento e speranza. Era il mese in cui si onoravano i kami, e si celebrava il rito propiziatorio del trapianto del riso, un gesto che simboleggiava la rinascita e la promessa di un futuro abbondante.


    Facendo qualche ulteriore ricerca si può scoprire che oltre al sopracitato satsuki, il mese di Maggio vanta un ricco repertorio di nomi alternativi nella tradizione giapponese legata all’antico calendario lunare.

    Le piantine di riso vengono coltivate nelle nawashiro (苗代), le semenzaie, fino a raggiungere un’altezza di circa 20 centimetri, pronte per essere trapiantate nelle risaie. Queste giovani piantine sono chiamate proprio sanae (早苗).

    Nel calendario lunare, Maggio coincideva con il periodo del trapianto del riso, da cui il nome sanaezuki, che letteralmente significa “mese del sanae” (mese del trapianto del riso).

    Samidare (五月雨) è il termine giapponese che indica lo tsuyu (梅雨), ovvero stagione delle piogge, un periodo caratterizzato da precipitazioni frequenti e intense.

    Anche in questo la lettura “sa” di “samidare” (五月雨) è lo stesso “sa” di “satsuki” (皐月), mentre “midare” (みだれ) significa “gocciolare”. Nel giapponese antico, “samida” (五月雨) era usato anche come verbo, nella forma “samidareru” (五月雨る). In questa eccezione di “samidare“, assume il senso di “pioggia scrosciante”, sottolineando l’abbondanza e l’intensità delle precipitazioni tipiche di questo periodo.

    In passato, le popolazioni rurali sfruttavano sapientemente le piogge di Maggio per facilitare il trapianto del riso nelle risaie. L’acqua abbondante creava infatti un ambiente ideale per l’attecchimento delle piantine e per il loro successivo sviluppo.

    La coincidenza del periodo delle piogge con il mese di Maggio nel calendario lunare ha dato origine al nome samidarezuki, che testimonia il profondo legame tra la cultura giapponese e i ritmi naturali, riconoscendo nella pioggia di Maggio un elemento essenziale per la prosperità dei campi e la sussistenza della comunità.

    Durante la stagione delle piogge, il cielo è spesso coperto da dense coltri di nuvole, rendendo la luna quasi invisibile. Per questo motivo, il mese di Maggio nel calendario lunare era anche conosciuto come tsukimizuzuki ( 月不見月), che letteralmente significa “mese in cui la luna scompare”.

    L’oscurità persistente di queste notti di pioggia era chiamata satsukiyami (五月闇). In un’epoca priva di elettricità, la differenza di luminosità tra una notte con luna e una senza luna era abissale ed influenzava sostanzialmente la vita delle persone.

    L’assenza della luna durante il mese di Maggio non era solo un fatto naturale e pratico, ma assumeva anche una valenza simbolica e poetica. L’oscurità profonda avvolgeva la natura in un velo di mistero, alimentando la fantasia e l’immaginazione. Le leggende e i racconti popolari si intrecciavano con le paure ataviche dell’uomo di fronte all’ignoto.

    L’impossibilità di ammirare la luna, simbolo di bellezza e serenità, poteva anche indurre a un senso di malinconia e nostalgia. In questa atmosfera silenziosa e raccolta, le persone erano piu propense a riflettere sulla propria vita, sui propri sogni e sulle proprie paure.

    L’oscurità persistente poteva anche essere vista come un monito sulla transitorietà della vita e sulla caducità di tutte le cose. La luna, pur nella sua bellezza e luminosità, era soggetta a periodi di assenza, così come la vita umana è costellata di momenti di gioia e di dolore.

    L’assenza della luna durante il mese di Maggio poteva anche essere interpretata come un invito a riscoprire la bellezza dell’ordinario e a valorizzare la luce che ci circonda ogni giorno. Le stelle, pur meno appariscenti della luna, continuavano a brillare nel cielo, offrendo un tenue ma suggestivo bagliore.

    Tsukimizuzuki, il mese in cui la luna scompare, rappresentava un periodo ricco di sfumature e suggestioni per le persone dell’antico Giappone. Un momento di oscurità e mistero, ma anche di riflessione, introspezione e riscoperta della bellezza dell’ordinario. Un monito sulla fragilità della vita, ma anche un invito ad apprezzare la luce che ci circonda ogni giorno.

    La stagione delle piogge (梅雨, tsuyu in giapponese) coincide con il periodo di maturazione delle prugne, da cui il termine “tsuyu” (梅雨), che letteralmente significa “pioggia di prugne”.

    Nel calendario lunare, Maggio corrispondeva al momento in cui le prugne, inizialmente verdi, si tingevano gradualmente di giallo e rosso. Questo fenomeno cromatico diede origine al nome alternativo Ume no irozuki (梅の色月), che significa “mese in cui le prugne si tingono di colore”.

    Un altro appellativo per Maggio nel calendario lunare era umezuki (梅月 o bai-getsu), che significa semplicemente “mese delle prugne”.

    L’associazione tra le prugne e il mese di Maggio testimonia il profondo legame che univa gli antichi giapponesi alla natura. Essi erano attenti osservatori del mondo naturale e ne traevano ispirazione per la loro vita quotidiana, la loro arte e la loro cultura.

    I pruni e i loro frutti in maturazione rappresentavano per gli antichi giapponesi un simbolo di bellezza, fragilità e rinascita. La loro breve fioritura e il rapido passaggio dal verde al giallo e al rosso richiamavano la caducità della vita e la bellezza effimera della natura. Un momento di contemplazione della bellezza effimera della natura, un invito alla riflessione sulla vita e sulla sua transitorietà, e una celebrazione del profondo legame che univa l’uomo al mondo naturale.

    Gogetsu (午月) è un altro nome per il mese di maggio in giapponese e deriva dal fatto che in questo mese si celebra il tango no sekku (端午の節句) meglio conosciuto come kodomo no hi (子供の日), il giorno dei bambini.

    Il kanji tan” (端) che compone il termine “tango” preso singolarmente significa “inizio” o “primo”. In origine, il tango no sekku si celebrava il primo giorno “uma” (午) del mese, che corrisponde al segno del cavallo nello zodiaco cinese. Da qui sembra derivino le origini del termine gogetsu. Tuttavia, nel corso del tempo, la data è stata fissata al 5 Maggio.

    Si dice che in questo periodo, le persone erano tormentate da malattie e insetti, quindi il tango no hi divenne anche un’occasione per scacciare gli spiriti maligni e pregare per la fine delle epidemie.

    Esiste un’ altra teoria legata a questa variante del nome di Maggio importara dall’antica Cina la cui popolazione ha sempre ha dimostrato un grande interesse per il firmamento, specialmente per la costellazione dell’orsa maggiore. Secondo il sistema detto gekken (月建), le tre stelle che formano il manico del “mestolo celeste” erano conosciute con il nome di tohei (斗柄). La posizione serale del tohei rispetto ai dodici segni zodiacali cinesi determinava il nome di ogni mese.

    Seguendo questa logica, il 5° mese lunare era chiamato keigo no tsuki (建午月), o uma no tsuki (午の月).

    Questo sistema di denominazione lunare, basato sulla posizione dell’Orsa Maggiore, era un modo ingegnoso per tenere traccia del tempo e connettere i cicli celesti con i mesi dell’anno. Sebbene non sia più utilizzato nella vita quotidiana, offre un affascinante spunto di riflessione sulla relazione tra l’uomo e il cosmo nell’antica cultura cinese e giapponese.

    Il termine giapponese tagusa (田草) si riferisce alle erbacce che crescono tra le piantine di riso nelle risaie. In questo periodo, le erbacce proliferano e la loro rimozione detta takusatori (田草取り), era un lavoro fondamentale dopo la piantagione del riso.

    Le erbacce, se non estirpate, crescono rapidamente e ostacolano la crescita del riso. Per questo motivo, era necessario ripetere l’operazione più volte durante questo mese.

    Il mese di maggio lunare era anche chiamato tachibazuki (橘月) perché in questo periodo fioriscono i fiori di tachibana.

    Tachibana è una pianta appartenente alla famiglia degli agrumi. I suoi fiori sono bianchi e profumano di freschezza.


    Satsuki, con la sua ricca storia e le sue molteplici sfumature di significato, rappresenta un affascinante tassello del patrimonio culturale giapponese, offrendo una preziosa testimonianza del profondo legame che univa l’uomo alla natura e ai suoi cicli vitali.

  • Shōwa no hi – 「昭和の日」

    Shōwa no hi – 「昭和の日」

    Ogni anno, il 29 Aprile, il Giappone si immerge in un’atmosfera di commemorazione e riflessione durante lo Shōwa no Hi, il “Giorno Shōwa“. Istituito nel 1989, questo giorno festivo coincide con il compleanno dell’Imperatore Hirohito, figura centrale del periodo Shōwa (1926-1989), un’epoca di profondi cambiamenti e sconvolgimenti per la nazione.

    昭和

    In italiano, la parola Shōwa significa “pace illuminata”. Questo è il nome attribuito postumo all’Imperatore Hirohito, e anche il nome dell’era durante la quale egli regnò.

    La Kokumin no shukujitsu ni kansuru hōritsu (国民の祝日に関する法律), o “Legge sulle festività nazionali”, promulgata nel 1948, ha sancito 16 giorni festivi ufficiali nel calendario nipponico. Tra questi, lo Shōwa no Hi si distingue per la sua data fissa, che lo colloca immutabilmente nel cuore della primavera.

    Diversamente da altre festività che ruotano attorno a giorni variabili della settimana, lo Shōwa no Hi offre un punto di riferimento stabile, un’occasione per ripercorrere la storia del Giappone e riflettere sul lascito del periodo Shōwa. Un’epoca segnata da conflitti e tragedie, ma anche da una tenace ricostruzione e da un’ascesa economica senza precedenti.

    Il 29 Aprile rievoca un passato ricco di significati per il Giappone. Risalendo agli anni dal 1948 al 1988, questo giorno era solennemente celebrato come Tennō tanjōbi (天皇誕生日), il “Giorno del compleanno dell’Imperatore Hirohito“.

    Dopo la scomparsa dell’Imperatore nel 1989, in omaggio alla sua profonda passione per la botanica, il 29 Aprile assunse una nuova veste, divenendo il Midori no Hi (みどりの日), ovvero il “Giorno del Verde”. Una giornata dedicata a riscoprire il legame con la natura, apprezzandone i doni e coltivando un animo sensibile.

    Nel 2007, una modifica alla legge sui giorni festivi conferì al 29 Aprile la denominazione di Shōwa no Hi. Un’occasione per ripercorrere l’era omonima, un periodo segnato da profondi sconvolgimenti ma anche da una tenace ricostruzione, traendo preziosi insegnamenti per guardare al futuro del paese con rinnovata speranza.

    Conseguentemente a questa modifica, il Midori no Hi venne spostato al 4 Maggio, conservando comunque il suo valore di sensibilizzazione verso l’ambiente e la sua tutela.

    In Giappone, la celebrazione del compleanno dell’Imperatore, vanta una storia ricca di fascino e trasformazioni. Prima del 1947 (anno 22 dell’era Shōwa), questa festività era conosciuta come Tenchōsetsu (天長節), un nome che riecheggia la sua antica origine.

    Le radici del Tenchōsetsu affondano nella Cina della dinastia Tang (618-907), quando l’Imperatore Xuanzong istituì la festività ispirandosi all’espressione tenchi chōkyū (天地長久) del filosofo Lao-zi. Questa locuzione, che significa “auspicare una vita infinita per l’Imperatore come quella del Cielo e della Terra”, trovò eco in Giappone nell’anno 775 (anno 6 dell’era Hōki, 770-781), quando l’imperatore Kōnin (光仁天皇) celebrò il proprio compleanno con un decreto imperiale.

    Tradizionalmente, la data del Tenchōsetsu cambiava con l’ascesa al trono di un nuovo Imperatore. Pertanto, durante i regni dell’imperatore Meiji, dell’imperatore Taishō e dell’imperatore Shōwa, la festività cadeva rispettivamente il 3 Novembre, il 31 Agosto e il 29 Aprile, in concomitanza con i loro compleanni.

    Con l’entrata in vigore della “Legge sui giorni festivi nazionali” nel 1948, il Tenchōsetsu venne ribattezzato Tennō tanjōbi. Alla morte dell’imperatore Shōwa, la festività fu spostata al 23 Dicembre, data di nascita dell’imperatore Akihito (明仁天皇), allora Imperatore regnante dell’era Heisei.

    Dunque, se si considera l’evoluzione a partire dal Tenchōsetsu del periodo prebellico, la festività celebrata il 29 Aprile ha subito ben tre cambi di nome. La decisione di mantenere il compleanno dell’imperatore Shōwa come giorno festivo fu principalmente motivata dal timore che lo spostamento al 4 Maggio avrebbe comportato un accorciamento della Golden Week, con ripercussioni economiche e sociali negative per la popolazione.

    Mentre il compleanno dell’Imperatore Meiji, il 3 Novembre, è diventato il Bunka no Hi (文化の日), il “Giorno della Cultura” e quello dell’Imperatore Hirohito è il “Giorno Shōwa“, molti si chiedono perché il compleanno dell’attuale Imperatore Emerito Naruhito, il 23 Dicembre, non sia un giorno festivo.

    In effetti, durante i 30 anni dell’era Heisei (平成時代 1989-2019), il 23 Dicembre era di fatto un giorno festivo ma, con il cambio dell’era in Reiwa, molti hanno avvertito un senso di disorientamento nel vederlo diventare un giorno feriale.

    Nel 2019, l’abdicazione dell’Imperatore Akihito e l’ascesa al trono del Principe Naruhito inaugurarono l’era Reiwa. Il compleanno dell’Imperatore Naruhito, il 23 Febbraio, non è attualmente un giorno festivo. Alcune discussioni si sono accese sulla possibilità di istituire l’ Heisei no Hi (平成の日), ovvero “Giorno Heisei“, il 23 Dicembre, in onore dell’Imperatore Emerito Akihito. Tuttavia, al momento, questa data rimane un giorno feriale.

    La decisione di non rendere il compleanno dell’Imperatore Naruhito un giorno festivo riflette diverse considerazioni, tra cui il fatto che la sua ascesa al trono è avvenuta tramite un’abdicazione, un evento raro nella storia giapponese, e il desiderio di evitare di creare una “doppia autorità” celebrando contemporaneamente il compleanno di due imperatori.

    Lo Shōwa no Hi è definito come un giorno per “ricordare l’era Shōwa, caratterizzata da periodi tumultuosi e dalla successiva ricostruzione, e per riflettere sul futuro del paese”.

    L’era Shōwa, durata oltre 60 anni, è stata segnata da eventi tragici come la Guerra del Pacifico e disastri naturali senza precedenti. Per il popolo giapponese, è stata un’epoca di immense sofferenze e di rinascita. Tuttavia, ha anche visto periodi di grande prosperità, con lo svolgimento dei Giochi Olimpici di Tōkyō e dell’Esposizione Universale di Ōsaka, e la trasformazione del Giappone in una delle principali potenze economiche del mondo.

    Come sottolineato dal governo giapponese, “il Giappone di oggi è stato costruito sulle fondamenta di quell’epoca. Guardare indietro all’era Shōwa, attingere alle sue lezioni storiche e riflettere sulla natura di un Giappone pacifico ci permette di trarre insegnamenti preziosi per il futuro del nostro paese.”

    Lo Shōwa no Hi segna anche l’inizio della “Golden Week“, un periodo di vacanze che va dal 29 Aprile al 5 Maggio. La Golden Week è uno dei periodi festivi più lunghi in Giappone. È anche uno dei periodi di vacanza più trafficati, con molte persone che approfittano del tempo libero per fare viaggi e godersi il fresco tempo primaverile.

    Alcuni scelgono anche di visitare santuari, musei o il Musashi ryōbochi (武蔵陵墓地), il Mausoleo Imperiale a Tōkyō, zona Hachiōji (dove è sepolto l’Imperatore Shōwa). In questa giornata, molti musei, come lo Shōwa-kan (昭和館), il Museo Nazionale della Memoria Shōwa di Tōkyō, organizzano conferenze per i visitatori, raccontando loro del periodo Shōwa e della Seconda Guerra Mondiale.

    In diverse città del Giappone come ad esempio quella in cui vivo, per far conoscere ai bambini l’era Shōwa, un’idea interessante è quella di proporre loro giochi che erano popolari in quell’epoca. Immergersi in queste attività ricreative di una volta non solo divertirà i più piccoli, ma permetterà loro di comprendere meglio lo stile di vita e la cultura dell’era Shōwa.

    L’Otedama è un gioco non competitivo di origine giapponese, in cui si utilizzano piccole palline di stoffa cucite a mano, riempite di fagioli e solitamente realizzate in casa. La sfida consiste nel mettere alla prova la propria agilità cercando di afferrare il maggior numero di palline con una mano sola, mentre se ne lancia un’altra in aria, il tutto cantando canzoni tradizionali giapponesi per bambini. Esistono diverse varianti di questo gioco e infinite possibilità per decorare le palline di stoffa con motivi personalizzati.

    Questo gioco consiste nel colpire con la propria carta quella dell’avversario per rovesciarla o farla uscire dal campo di gioco. Per renderlo più coinvolgente, si possono creare Menko personalizzate decorandole con disegni e motivi originali.

    Fonte Wikipedia

    Utilizzando un filo di lana o di cotone, i bambini possono creare diverse forme con le dita, da soli o in collaborazione con altri.

    ll taketonbo è un giocattolo volante realizzato con il bambù. I bambini si divertono a farlo roteare nell’aria sfruttando la forza delle loro mani. Oltre a utilizzare un taketonbo già pronto, viene anche insegnato ai bambini come realizzarne uno con materiali semplici come scatole di latte o cannucce.

    Un gioco che consiste nel colpire con una piccola pietra (ohajiki) altre pietre disposte a terra. Il giocatore che riesce a conquistare il maggior numero di ohajiki vince la partita.


    In conclusione lo Shōwa no Hi rappresenta un’occasione preziosa per riflettere sulla storia del Giappone e per onorare l’eredità dell’imperatore Hirohito. Celebrare questa ricorrenza non significa solo ricordare il passato, ma anche guardare al futuro con rinnovata speranza e impegno per la pace e la prosperità del Paese.

    Oltre alle cerimonie ufficiali e alle manifestazioni pubbliche, questa festività offre l’opportunità di riscoprire le tradizioni e la cultura giapponese attraverso attività divertenti e coinvolgenti, come i giochi tradizionali, la musica e la gastronomia. Trascorrere questa giornata in famiglia o con gli amici rappresenta un modo significativo per rafforzare i legami comunitari e per trasmettere alle nuove generazioni i valori fondanti della società giapponese.

    In un mondo in continua evoluzione, lo Shōwa no Hi ci ricorda l’importanza di preservare la propria identità culturale e di trasmettere alle generazioni future il rispetto per la storia e le tradizioni. Celebrare questa ricorrenza con entusiasmo e consapevolezza significa anche contribuire a costruire un futuro migliore per il paese e per i nostri figli.

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