Ombrelli Rotti

Categoria: Cultura

  • O-shōgatsu – お正月

    O-shōgatsu – お正月

    Questo articolo sarà il primo di una serie riguardante il Capodanno giapponese. Ripercorreremo le origini del Capodanno giapponese, le sue usanze e come i giapponesi vivono questo periodo dell’anno.

    di Christian Savini

    Cosa si intende con il termine shōgatsu? In origine, era uno dei nomi utilizzati per indicare il mese di Gennaio, ma è generalmente considerato come il periodo in cui si svolgono gli eventi dedicati al nuovo anno, ovvero il periodo che va dal 1° gennaio al 7 gennaio (fino al 15 Gennaio, a seconda della regione) ed è conosciuto con il nome di matsu no uchi (松の内) mentre il giorno che segna la conclusione dei festeggiamenti è detto shōgatsu goto jimai (正月事終い). La lettera “O” che precede il la parola shōgatsu è un onorifico spesso utilizzato in giapponese per veicolare un sentimento speciale così come il mese di Gennaio è anche chiamato mutsuki (睦月, secondo il wafū getsumei 和風月名, i nomi dei mesi secondo il calendario lunare) ovvero il mese in cui le famiglie stringono i loro rapporti. La maggior parte dei giapponesi trascorre questo periodo con le loro famiglie, mangiando cibi tipici di questo periodo dell’anno e scambiandosi regali.


    Origine dello shōgatsu ed eventi di Capodanno per accogliere il kami del nuovo anno.

    In Giappone, fin dall’antichità si crede che il gantan (元旦, primo giorno dell’anno) coincida con l’arrivo del toshigami-sama (年神様, la divinità dell’anno nuovo) tra le famiglie per portare prosperità e felicità per l’anno a venire. Il kami del nuovo anno, conosciuto anche come shogatsu-sama (正月様) o toshitokujin (歳徳神) è considerato anche la divinità delle spirito ancestrale, delle montagne e delle risaie ed è profondamente legato anche al culto degli antenati e alla prosperità della discendenza familiare e si crede porti salute e felicità alle persone. Per dare il benvenuto e celebrare questo kami sono stati creati diversi eventi e usanze. Proprio per questo motivo in Giappone si usa dire frasi del tipo:

    新しい年を迎える。
    Atarashi toshi wo mukaeru.
    Diamo il benvenuto al nuovo anno

    Oppure:

    一年の計は元旦にあり。
    Ichinen no kei ha gantan ni ari.
    I piani per l’anno di fanno il primo giorno dell’anno.


    Anche se i tempi sono cambiati, gli eventi e le usanze di Capodanno si sono tramandati di generazione in generazione, mantenendo il proprio significato profondo.

    Ōsōji – 大掃除

    Le grandi pulizie

    Prima di accogliere la divinità del nuovo anno, viene effettuata una grande pulizia per purificare il kamidana (l’altare Shintoista), il butsudan (l’altare buddista) e la casa in generale. Si deve eliminare il kegare, ovvero le impurità, accumulato durante l’anno passato e preparare un area purificata per accogliere il kami. Si dice che il kami dell’anno nuovo concederà molte benedizioni se si rimuovono tutte le impurità accumulate. Questa tradizione deriva dalla cerimonia di periodo Edo conosciuta come susuharai (すす払い, spolverare la fuliggine) che si svolgeva ogni anno il 13 Dicembre presso il castello di Edo. Il 13 Dicembre è conosciuto anche con il nome di o-shōgatsu koto hajime (お正月事始め). In altre parole, è il giorno in cui si inizia a fare le pulizie in vista del nuovo anno.
    Il susuharai è un evento annuale ancora celebrato presso i santuari e i templi, ma anche tra le famiglie comuni si iniziano a fare le pulizie in questo giorno. In origine, era anche il giorno in cui si iniziavano a fare i regali di fine anno. Le origine dell’usanza del susuharai affondano le radici in periodo Edo quando per riscaldare la casa e per cucinare, le persone usavano lo irori (囲炉裏), il focolare domestico che si trovava al centro della casa.

    Il suo utilizzo ricopriva le superfici di fuliggine da qui il termine susuharai, dove “susu” significa proprio fuliggine. Tutte le famiglie di periodo Edo dal 13 Dicembre iniziavano a ripulire la casa dalla fuliggine accumulata durante l’anno per prepararsi ad accogliere il kami del nuovo anno. Questa tradizione iniziata presso il castello di Edo si è fatta strada tra le persone comuni di quel periodo e adattandosi ai tempi é arrivata fino ai giorni nostri. Non essendoci più la fuliggine creata dall’utilizzo degli irori, tutti i componenti della famiglia si impegnano in profonde pulizie per prepararsi ai festeggiamenti dell’anno nuovo. Il 13 Dicembre è stato scelto come giorno di inizio delle preparazioni per l’anno nuovo anche perché è considerato uno kishukunichi (鬼宿日, giorno in cui i demoni stanno a casa) ovvero un giorno molto propizio e si è quindi pensato che fosse l’ideale per dare inizio ai preparativi. Generalmente in Giappone le pulizie profonde ed accurate delle case si fanno solo in prossimità del Capodanno e delle festività legate al bon di metà Agosto. Per chi vive in Giappone avrà sentito dire spesso la frase: “Non mi dedicherò alle pulizie fino alle feste di fine anno”, proprio perché la pianificazione delle pulizie inizia il 13 dicembre, giorno di buon auspicio. Anche l’ordine delle pulizie è importante. Durante i miei primi anni di matrimonio in Giappone, ho imparato da mia moglie l’ordine da seguire nelle pulizie. Non dico sia mandatorio ma moltissimi giapponesi che frequento lo seguono.
    L’ordine di pulizia dovrebbe essere il seguente: se nella casa é presente un kamidana (神棚, altare di famiglie shintoista) o un butsudan (仏壇, altare buddhista) un vanno smontati e puliti per primi. Poi viene data priorità alla cucina, al bagno e alla toilette, che sono le stanze più utilizzate dalla famiglia. Poi si passa al soggiorno e alle altre stanze. Ogni stanza dovrebbe essere pulita dall’alto verso il basso, dalla più grande alla più piccola.

  • Il paese dove le cose parlano, parte seconda

    Una signora nata cristiana che conoscevo aveva abbandonato la religione perché non voleva andare in Paradiso. Troppo lontano, diceva, preferiva rimanere a Zushi, il paese dove è nata e dove vive la sua famiglia. Questa include anche i morti, che sono ancora membri attivi della società.

    Le strade sono quindi piene di spiriti che una volta erano persone. Vivono accanto a te e sanno come farsi sentire e rispettare, all’occorrenza. Il morto è cosciente di sé, vive dove è morto, deve mangiare, bere, dormire, ha bisogno di compagnia, affetto e così via. Se è stato operato di appendicite, lo spirito porterà la cicatrice.

    Se il tuo antenato trova spazio nel tuo butsudan (una specie di altare in casa dove vivono TUTTI i tuoi antenati), tutto è a posto. Potrai chiedergli favori e protezione in cambio delle tue cure.
    Ma supponiamo uno muoia di morte violenta lontano da casa, come è successo spesso nel corso della storia giapponese. Rimarrà abbandonato, divenendo sempre più ostile ai viventi. Di qui la paura continua dei morti e delle loro possibili azioni.

    Un mio amico canadese stava visitando un castello quando ha visto un’insegna sopra una fontana, che diceva che lì in passato si lavavano le teste dei condannati a morte. Sua moglie si è messa ad urlare per la paura, perché il luogo era evidentemente rigonfio di anime di morti per morte violenta, i peggiori.

    Da anni bombardo i miei amici con domande strane. Sanno che ho il pallino dell’animismo e mi lasciano fare. Qualche tempo fa stavo parlando con una amica, Shizuka, e le ho domandato se credeva nei fantasmi. Mi ha detto combattiva che non aveva bisogno di credere, perché sapeva che i fantasmi esistono. Shizuka non è assolutamente la persona che pensereste creda a queste cose. Solida, pratica, non ha mai parlato di spiriti se non quella volta. Quella volta lo ha fatto perché le ho fatto una domanda. Siamo saliti in macchina e si è diretta verso casa mia. Le ho chiesto di raccontarmi un episodio in cui ha visto uno spirito. Sa benissimo che io non credo a queste cose, ma sa anche che sto facendo una ricerca seria, e non ha remore.

    Stava guidando quella stessa auto, ha raccontato, quando accanto all’acceleratore ha visto spuntare una gamba. Dopo qualche secondo è scomparsa. Poi è ricomparsa, si è flessa ed estesa, infine è sparita di nuovo nel cofano. Era spaventata? Non particolarmente. Tutti gli altri in auto, tre donne, la presero sul serio, come mi aspettavo.

    Ho un amico che ama fischiettare a letto, nel buio, sua moglie si spaventa sempre perché dice che “loro vengono se li chiami”. Sua moglie è un chirurgo.

    Il paradiso e l’inferno sono una grandissima protezione psicologica, perché liberano il mondo dalla presenza dei morti. Credo che pochi in Italia sentano la presenza di un caro perduto nel visitarne la tomba. Il 2 di novembre è una festa di rimembranza.

    Obon, invece, è un giorno in cui i morti tornano in carne ed ossa. Un mio conoscente mi raccontava che tutti gli anni aspetta suo suocero con la sua famiglia. Si mettono ad aspettarlo con lanterne sulla porta di casa finché sentono che è arrivato. Dopo di che entra in casa e rimane tre giorni. L’intera famiglia ne parla come se fosse fisicamente presente nella stanza. Viene chiamato ed invitato a sedersi nella sedia a lui riservata.
    Questo NON è un comportamento raro, né strano.

    Questa concezione della morte ha avuto riflessi sull’urbanistica del paese. I centri abitati sono circondati da un cordone sanitario di difese spirituali (non materiali e ancor meno militari) per proteggere la comunità dai demoni e spiriti furiosi associati con le foreste e le montagne.

    Nella foto vedete una composizione quintessenzialmente animista. L’essere umano e le sue creazioni minuscoli ed impotenti al cospetto dell’immensa forza di una natura indifferente. Una immagine di questo genere non avrebbe senso in un tempio buddista, e non ve la troverete mai. Il buddismo è egocentrico e poco interessato alla natura. In un giardino zen la natura è addomesticata e docile, niente di più di un aiuto al ritorno a sé stessi.

    Adorazione o culto della natura, si dice, Ma il termine secondo me non vuole dire quello che sembra. Non è meraviglia davanti allo spettacolo di una cascata, anche se può a volte esserlo. Il rapporto vero del Giappone con la natura è quello implicito nell’immagine qui sopra. La natura non è amica dell’umanità, ma neppure nemica.
    Semplicemente, è un fattore da non ignorare nell’equazione della sopravvivenza.

    Prima di proseguire, ricordo che un tempio è buddista, un santuario è animista ma non necessariamente Shinto. Spiegherò nei dettagli più oltre (se ci sarà ancora qualcuno che mi legge).

    Lo yamatologo austriaco Bernhard Scheid fa notare che l’urbanistica del Giappone tradizionale riflette chiaramente questo rapporto con la natura. Più importante è una istituzione religiosa e più probabile è infatti che si trovi fuori città, in posizioni poco o per nulla accessibili. Questa foto può dare una idea del loro isolamento.

    (Si tratta di un santuario adibito alla protezione di un passo di montagna diretto a nord-est, una direzione nefasta.)

    Ne consegue che templi e santuari non sono né necessariamente né principalmente luoghi di culto. (Un tempio è, oltre che una struttura di difesa, soprattutto un monastero).

    Un tempio o un santuario ha la forma di imbuto. Da una parte un pesante cancello rinforzato da un secondo e più grande cancello che viene subito dopo. Ambedue sono irrobustiti da fortificazioni spirituali. Statue di santi e via discorrendo.

    Un tempio può essere costituito da decine di sottotempli dedicati a dei diversi, oltre a uffici, refettori e toilet, per cui parlare di un suo piano urbanistico è più che legittimo. L’orientamento delle strade (nord-sud), il tipo di vegetazione (aceri, pini, querce, ecc.) la sua distribuzione (querce a nord est, aceri a sud, ecc, ma questi sono esempi che mi invento ora), la posizione, il numero, la funzione e la disposizione dei sottotempli, la loro architettura e perfino il numero di finestre che hanno (1, 3 o 5, sicuramente non 2 o 4) sono fattori attentamente studiati per la difesa spirituale del tempio.

    Dall’altra parte, quella opposta al centro abitato, il tempio semplicemente sparisce gradualmente, sciogliendo se nella foresta come vedete nella fotografia qui sopra. Un tempio è quindi una specie di membrana semipermeabile che controlla l’accesso alla comunità.

    Lo stesso vale fino a un certo punto anche per i santuari. Una istituzione religiosa è quindi una fortezza eretta contro le minacce presenti nel mondo esterno.

    Nella cartina in mezzo vedete la città dove abito. Il triangolo nero contiene l’area densamente popolata. I punti rossi sono i templi o santuari più importanti. Come vedete, nessuno di essi è in città. La maggior parte si trova su colline che la sovrastano, e questa distribuzione non è un caso.

    Se il culto della natura fosse adorazione della bellezza della natura, come affermato dalle autorità Shinto all’estero (ma non in Giappone, vedi caso) ci aspetteremmo di non trovare alcun edificio e di vedere cerimonie religiose fatte direttamente davanti alla cascata, roccia o altro oggetto di culto del santuario. Questo è infatti quello che accadeva una volta ed accade ancora in certi santuari di vecchio stampo.

    Quello che invece troviamo sono spiriti di antenati, strappati al loro terreno natale, messi a guardare le frontiere e a tenere a bada i nostri nemici. I nemici sono prima di tutto quei morti che non hanno nessuno che li assista e nutra. Si concentrano fuori dell’abitato e da sempre sono associati con le montagne e le foreste. Ci sono poi demoni, volpi ed altre creature.

    Il lettore sveglio si sarà però anche accorto che antenati =buono, morti=cattivo. La storia di come si trasforma un morto in un antenato la vedremo la prossima volta.

    Le foto sono mie.

    Nella foto vedete una composizione quintessenzialmente animista. L’essere umano e le sue creazioni minuscoli ed impotenti al cospetto dell’immensa forza di una natura indifferente. Una immagine di questo genere non avrebbe senso in un tempio buddista, e non ve la troverete mai. Il buddismo è egocentrico e poco interessato alla natura. In un giardino zen la natura è addomesticata e docile, niente di più di un aiuto al ritorno a sé stessi.

    Adorazione o culto della natura, si dice, Ma il termine secondo me non vuole dire quello che sembra. Non è meraviglia davanti allo spettacolo di una cascata, anche se può a volte esserlo. Il rapporto vero del Giappone con la natura è quello implicito nell’immagine qui sopra. La natura non è amica dell’umanità, ma neppure nemica.
    Semplicemente, è un fattore da non ignorare nell’equazione della sopravvivenza.

    Prima di proseguire, ricordo che un tempio è buddista, un santuario è animista ma non necessariamente Shinto. Spiegherò nei dettagli più oltre (se ci sarà ancora qualcuno che mi legge).

    Lo yamatologo austriaco Bernhard Scheid fa notare che l’urbanistica del Giappone tradizionale riflette chiaramente questo rapporto con la natura. Più importante è una istituzione religiosa e più probabile è infatti che si trovi fuori città, in posizioni poco o per nulla accessibili. Questa foto può dare una idea del loro isolamento.

    (Si tratta di un santuario adibito alla protezione di un passo di montagna diretto a nord-est, una direzione nefasta.)

    Ne consegue che templi e santuari non sono né necessariamente né principalmente luoghi di culto. (Un tempio è, oltre che una struttura di difesa, soprattutto un monastero).

    Un tempio o un santuario ha la forma di imbuto. Da una parte un pesante cancello rinforzato da un secondo e più grande cancello che viene subito dopo. Ambedue sono irrobustiti da fortificazioni spirituali. Statue di santi e via discorrendo.

    Un tempio può essere costituito da decine di sottotempli dedicati a dei diversi, oltre a uffici, refettori e toilet, per cui parlare di un suo piano urbanistico è più che legittimo. L’orientamento delle strade (nord-sud), il tipo di vegetazione (aceri, pini, querce, ecc.) la sua distribuzione (querce a nord est, aceri a sud, ecc, ma questi sono esempi che mi invento ora), la posizione, il numero, la funzione e la disposizione dei sottotempli, la loro architettura e perfino il numero di finestre che hanno (1, 3 o 5, sicuramente non 2 o 4) sono fattori attentamente studiati per la difesa spirituale del tempio.

    Dall’altra parte, quella opposta al centro abitato, il tempio semplicemente sparisce gradualmente, sciogliendo se nella foresta come vedete nella fotografia qui sopra. Un tempio è quindi una specie di membrana semipermeabile che controlla l’accesso alla comunità.

    Lo stesso vale fino a un certo punto anche per i santuari. Una istituzione religiosa è quindi una fortezza eretta contro le minacce presenti nel mondo esterno.

    Nella cartina in mezzo vedete la città dove abito. Il triangolo nero contiene l’area densamente popolata. I punti rossi sono i templi o santuari più importanti. Come vedete, nessuno di essi è in città. La maggior parte si trova su colline che la sovrastano, e questa distribuzione non è un caso.

    Se il culto della natura fosse adorazione della bellezza della natura, come affermato dalle autorità Shinto all’estero (ma non in Giappone, vedi caso) ci aspetteremmo di non trovare alcun edificio e di vedere cerimo

  • Le follie degli ee janaika

    Nel post precedente abbiamo visto che il periodo finale dello shogunato dei Tokugawa fosse caotico e come la fine dello Shogunato fosse nell’aria. Le navi di Perry erano arrivate al momento giusto per dare un calcio finale alla alla situazione.

    Uno dei movimenti più strani, e il termine è eufemistico, del periodo fu quello dei cosiddetti “ee janai ka,” episodi di follia collettiva a carattere spesso politico e/o religioso appena velato e impossibili da prevenire da parte del governo a causa della loro natura spontanea. Il nome del fenomeno significa più o meno: “Ma sì che possiamo, ma si che si può…” e lo dimostra essere una chiara reazione al radicale proibizionismo dello Shogunato.

    Dopo il trauma del periodo degli stati combattenti, una guerra civile durata più di un secolo e mezzo, il popolo si era dimostrato disposto a qualsiasi cosa per l’amor di stabilità, tanto da accettare di buon grado le imposizioni del fondatore Tokugawa Ieyasu. La necessità di un governo dal polso fermo dopo un periodo così lungo di violenza era evidente a tutti. I giapponesi furono ricompensati della loro disciplina con un triplicarsi della popolazione in solo qualche generazione.

    La cosa che sorprende delle leggi imposte da Ieyasu era la loro capillarità. Esse ad esempio prescrivevano dettagli specifici sugli abiti che ogni classe sociale poteva indossare, incluse le dimensioni, i colori e i tipi di stoffa. Solo lo shogun poteva indossare abiti di certi colori, come il rosso brillante.

    C’era un divieto per gli uomini di avere barbe e capelli lunghi. Questo era in parte un tentativo di sopprimere le influenze esterne, poiché l’aspetto occidentale, incluso il modo in cui gli uomini occidentali portavano la barba, stava diventando popolare in Giappone.

    Solo i samurai avevano il diritto di portare due spade. Questa regola rafforzava la distinzione tra i samurai e le altre classi e sottolineava il loro status privilegiato.

    Si potrebbe pensare che le classi superiori fossero esenti da simili limiti, ma questo non è il caso. I samurai, ad esempio, non potevano partecipare alle rappresentazioni di teatro kabuki. Inizialmente, questo era molto libero e spesso associato a intrattenimenti licenziosi. Col tempo, le autorità Tokugawa stabilirono regole per rendere il kabuki più rispettabile. Ad esempio, fu proibito alle donne di esibirsi, portando alla tradizione degli attori maschili “onnagata” che interpretavano ruoli femminili.

    Queste sono alcune delle proibizioni. Vi risparmio gli obblighi.

    L’estrema severità del governo e della sua amministrazione sono il solo modo di spiegare un fenomeno anomalo, particolarmente in questo paese, come quello degli ee janai ka, centinaia di persone che ballano per ore e anche giorni, continuando a ripetere lo slogan “ee janai ka” mentre portano costumi più che stravaganti. Non ne ho le prove naturalmente, ma mi piace pensare che questo fosse un modo per scaricare la tensione, per tornare ad essere persone libere di pensare quello che volevano. Ieyasu, intelligente com’era, avrebbe sicuramente apprezzato la loro iniziativa.

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