Ombrelli Rotti

Categoria: Cultura

  • Seijin no hi – 成人の日

    Seijin no hi – 成人の日

    Festa per il raggiungimento della maggiore età.

    Il seijin no hi (成人の日, lett. Giorno della maggiore età) è una festività pubblica giapponese che si svolge ogni anno il secondo lunedì di Gennaio e che celebra i giovani che hanno raggiunto l’età adulta tra il 2 Aprile dell’anno precedente e il 1°Aprile dell’anno in corso. Se tradizionalmente questa cerimonia era riservata a chi compiva 20 anni (二十歳, hatachi in giapponese), a partire dal 1º Aprile 2022, con l’entrata in vigore della legge che ha spostato il compimento della maggiore età a 18 anni, il seijin no hi, dal 2023, per la prima volta è stato celebrato dai diciottenni. Sebbene l’età adulta sia stata abbassata per legge a 18 anni, ciò non significa che anche le altre leggi siano state modificate di conseguenza. I diciottenni giapponesi non potranno bere, fumare o giocare d’azzardo fino al compimento effettivo dei 20 anni di età. Potranno però godere di alcuni vantaggi, come firmare contratti di affitto e sposarsi senza il permesso di un genitore.

    Saitama, 1946, Seijin-shiki, foto Mainichi-shinbun

    Nonostante si abbiano tracce di cerimonie simili anche nel Giappone antico il seijin-shiki come lo conosciamo oggi è iniziato nel 1946, quando il governo della prefettura di Saitama cercò di risollevare lo spirito dei giovani che avevano perso ogni speranza per il futuro all’indomani della fine della Seconda Guerra Mondiale. Nel 1949, questa ricorrenza ricevette il riconoscimento di festa nazionale da tenersi il 15 Gennaio, noto come seijin no hi. Il motivo per cui inizialmente è stata fissata al 15 Gennaio è che le cerimonie del genpuku, nel Giappone antico, si svolgevano sempre con la luna piena, che nel vecchio calendario lunare giapponese cadeva il 15° giorno del mese. Dagli anni 2000, tuttavia, è stata spostata al secondo lunedì di Gennaio. Questo giorno è conosciuto in Giappone anche come “Happy Monday” perché il governo emanando la legge che istituiva formalmente il seijin no hi, ha aumentato anche il numero di giorni festivi consecutivi collegando questa festività alle celebrazioni per il nuovo anno con l’obbiettivo di stimolare l’industria del turismo e dei trasporti.


    Genpuku e mogi

    Le origini del seijin no hi.

    Le celebrazioni per il raggiungimento della maggiore età sono state parte integrante della cultura giapponese per gran parte della sua storia. Storicamente, ragazzi e ragazze, soprattutto quelli di classe sociale più elevata, festeggiavano la loro maggiore età tra i 12 e i 16 anni. Per i ragazzi, il raggiungimento dell’età adulta era celebrato durante la cerimonia conosciuta come genpuku-shiki (元服式) che prevedeva principalmente il cambio di acconciatura e di abbigliamento per diventare uomini maturi. Per i ragazzi appartenenti ad estrazioni sociali più basse il genpuku-shiki consisteva di solito nel solo cambio di acconciatura fino a quando non erano in grado di permettersi o di adattarsi agli abiti degli adulti.
    Nella foto di sinistra (disegno di mia moglie), è rappresentato il tipico abbigliamento per il genpuku-shiki di periodo Nara. In questo periodo era un rito di passaggio per i ragazzi tra i 12 e i 16 anni di età che abbandonando gli abiti da bambini entravano nel mondo degli adulti, si lasciavano la frangia e raccoglievano i cappelli nel classico mage (髷) e indossavano il kan-muri (冠).

     


    Per quanto riguarda la celebrazione della maggiore età per le ragazze non era molto importante in passato e di solito coincideva con il momento in cui erano pronte per il matrimonio. Come segno della maggiore età, le ragazze ricevevano un tipo di indumento da indossare intorno alla vita chiamato mo (裳) e da qui il nome della cerimonia detta mogi (裳着). Le ragazze cambiavano anche l’acconciatura quando diventavano maggiorenni. I capelli, invece di essere sciolti, venivano raccolti secondo lo stile che si riconosce nei dipinti tradizionali giapponesi.

     

     

     

     

     

     

     


    Che abiti vengono idossati nel giorno del seijin no hi?

    I kimono indossati dalle giovani donne si chiamano furisode (振り袖) e sono normalmente ordinati e confezionati su misura con determinate misure tipicamente di moda dal primo periodo Edo. Questo tipo di kimono, come vedremo in seguito, era indossato in passato solo da donne adulte non sposate. Sono spesso molto costosi tanto che le famiglie risparmiano per anni per poter comprarne uno alla propria figlia. Spesso questo kimono viene passato dalla sorella maggiore a quella minore.

    Foto: studio Garmet

    Il taglio del furisode ha preso ispirazione dal kosode (小袖), il kimono indossato dai bambini che veniva realizzato con delle ampie aperture ai lati che permettevano al calore corporeo di uscire più facilmente. Si ritiene che l’origine dell’attuale furisode sia da ricercare nell’apparizione delle maniche lunghe all’inizio del periodo Edo, concepite per rendere più graziosi i gesti, che divennero molto popolari tra le giovani donne. Dal periodo Meiji in poi, era considerato un abbigliamento formale per le donne non sposate e veniva indossato in occasioni formali come cerimonie di fidanzamento e matrimoni. La caratteristica principale del furisode sono le maniche (“sode” 袖, in giapponese) lunghe che arrivano fino ai piedi. Si crede che il motivo per cui le giovani donne iniziarono a preferire l’uso di questo tipo di kimono può essere attribuito alle natura delle relazioni amorose del passato. Alle donne, non era permesso parlare liberamente dei propri sentimenti e si riteneva inaccettabile che una donna non sposata confessasse i propri sentimenti a un uomo.

    Le donne quindi iniziarono ad usare le lunghe maniche del kimono per esprimere i propri sentimenti verso gli uomini. L’agitare le lunghe maniche divenne un diffuso segno d’amore. Per le donne non sposate, le maniche abbastanza lunghe da poter oscillare erano considerate come una necessità per trovare un buon marito. Una volta sposate, il furisode terminava il suo ruolo e le donne sposate generalmente indossavano il tomesode (留袖), nel classico colore nero e dalla manica più corte. Da qui deriva la tradizione che vuole il furisode come un indumento esclusivamente per le donne non sposate. Come in passato ancora oggi si crede che le lunghe maniche del furisode contengano un augurio per allontanare la sfortuna. Si crede che il gesto di sventolare (furu, (降る) in giapponese) qualcosa, abbia il potere di invocare i kami e allontanare il male. In passato i genitori facevano indossare ai propri figli il furisode perché si credeva che, oltre a regolare la temperatura corporea, il semplice gesto di sventolare le maniche allontanasse la sfortuna. Si vedeva inoltre che poiché l’età di 19 anni era il primo anno sfortunato per le donne, si è diffusa la credenza che le donne abbiano iniziato a indossare il furisode durante il seijin no hi, nella speranza di allontanare la sfortuna ed essere felici in futuro. Il 19 anno di età di una ragazza è considerato uno yakudoshi (厄年), un anno sfortunato. La spiegazione è la seguente: 19 in giapponese si dice jū-kyū (十九). A sua volta il kanji di nove può essere letto anche come ku che coincide con la lettura del kanji che si usa per “pena”, “sofferenza” (苦). La lettura del kanji usato per il numero dieci , rimanda alla lettura del kanji 重 che in giapponese significa “doppio / multiplo”. Unendo questi due kanji  重 e 苦 si forma la parola giapponese jūku (重苦) che si può tradurre come “sofferenza intensa”. A causa di questo gioco di parole si crede che il 19 anno di età di una donna sia un’anno nefasto.

    Per gli uomini, la scelta ricade spesso tra un abito o un haori-hakama – una giacca haori tradizionale giapponese abbinata a pantaloni hakama a gamba larga e sandali geta. I colori sono spesso più tenui, con disegni più semplici rispetto al kimono. Tuttavia, ci sono molti giovani che cercano di distinguersi con modelli più vivaci, e anche quelli che riflettono gli stili della sottocultura di moda come gli yankii, che prende molta influenza sugli stili delle bande di motociclisti giapponesi bousouzoku degli anni Ottanta.

    Fonte: Haruyama Web Site

    Come si sta adattando questa cerimonia con i cambiamenti della società.

    Ci sono molti tipi di cerimonie, molte si basano sulla tradizione, altre osano prendendo nuove direzioni, cercando di dare un’immagine del Giappone più diversificata, fornendo spazi in cui le persone possono esprimersi senza la paura di sentirsi giudicati

    Per molti giovani appartenenti alla comunità LGBT, le cerimonie con codici d’abbigliamento classici basati sul gender possono essere difficili da affrontare. Per questo motivo, sono aumentate negli ultimi anni cerimonie che tengono conto delle persone appartenenti a questa comunità, come la Kansai LGBT Seijin-shiki. La prima edizione risale al 2014, dando modo alle persone appartenenti alla comunità LGBT giapponese la possibilità di godersi questo importante evento della vita in uno spazio di accettazione, senza pressioni legate ai codici di abbigliamento basati sul genere. L’evento, che si svolge nella città di Ōsaka, coinvolge ogni anno relatori e cerca di fungere da punto di partenza per consentire ai giovani di comprendere meglio la propria sessualità e la possibilità di poter esprimere loro stessi come sono non come la società li obbliga ad essere.

    Foto: Kansai LGBT Seijinshiki web-site

    Come scritto nella descrizione dell’evento: “Una cerimonia per il raggiungimento dell’età in cui persone di diversa provenienza, comprese le minoranze sessuali (=LGBT), possono partecipare a modo loro. Partecipando alla cerimonia manifestando il loro modo di essere, le persone possono acquisire fiducia in se stesse e provare la bellezza di “vivere la vita così come sono” (自分らしく生き, Jibun rashiku ikiru), oltre a diffondere conoscenze e informazioni accurate alla società. L’ingresso è gratuito ed è stato aperto al pubblico, ma ci sono regole severe sulla fotografia per mantenere un ambiente confortevole in cui i giovani LGBT giapponesi possano esprimersi.


    Il Giappone è un paese molto più omogeneo dal punto di vista etnico rispetto a moltri altri paesi. Ospita infatti, molte persone appartenenti a minoranze etniche, che nel 2022 erano circa 3 milioni. Tra queste, l’etnia coreana rappresenta uno dei gruppi demograficamente più numeroso e dal 2020, nella città di Nagoya, si celebra un seijin-shiki che permette ai giovani coreani di partecipare a questa festa nazionale. I partecipanti alla cerimonia indossano spesso anche abiti tipici della tradizionale coreana. Questo evento è considerato particolarmente importante da molte persone che credono in un Giappone in grado di liberarsi di quel sentimento anti coreano che per troppo tempo si è fatto strada nella società giapponese.

    Fonte: NHK

    Dove si festeggia il seijin no hi.

    Per il seijin no hi c’è l’usanza di ritornare nella propria città di origine per festeggiare questa giornata con familiari ed amici. Molti giovani decidono di partecipare solo alla tradizionale cerimonia e alle dōsōkai (同窓会) riunioni delle persone della stessa classe. Anche se in declino ai giorni nostri, la tradizione giapponese prevede che le persone si rechino in visita ad un santuario prima di un grande evento della loro vita. Questa ricorrenza non fa eccezione e per questo durante la giornata del seijin no hi i santuari di ogni città sono affollati da giovani in abiti tradizionali con le famiglie al seguito per le foto di rito che rimarranno un ricordo indelebile.

    I dōsōkai, sono delle riunioni di classe che i giovani organizzano quando ritornano nella loro città natale per i festeggiamenti del seijin no hi. Ex compagni delle scuole medie e superiori si riuniscono per celebrare l’età adulta. Questa è considerata da molti un’importante occasione per riallacciare i rapporti con gli ex amici, mantenendo così vivi i legami. La maggior parte delle feste si svolge subito dopo il seijin no hi, ma alcuni scelgono di riunirsi più tardi nel corso dell’anno, ad esempio durante la Golden week.


    Anche per i genitori è un giorno molto importante perchè i figli vengono riconosciuti come adulti dalla società. Molti si recano in studi fotografici o ingaggiano fotografi professionisti per scattare ritratti di famiglia in questa occasione speciale. La cerimonia si tiene in varie sale del governo o del consiglio locale e le persone partecipano nell’ambito della loro zona. Non è una cerimonia molto emozionante: ci sono discorsi di varie persone importanti della zona, seguiti da una sorta di intrattenimento speciale.

    Il seijin-shiki rimane quindi una pietra miliare importante per molti e, pur mantenendo la tradizione, tende a riflettere sempre più un Giappone moderno e diversificato. Specialmente in questo periodo durante il quale il Paese è alle prese con i tassi di natalità molto bassi, queste cerimonie sembrano aver accresciuto la loro importanza simbolica, guardando ai giovani come veri fautori del futuro del paese.

  • Quanto è pesante la cortesia

    In Europa insegnare  il comportamento in pubblico è il compito di un po’ tutti. La stessa cosa vale in Giappone, con la differenza che la maggior parte dell’etichetta viene insegnata a scuola o dalle aziende che assumono e quindi educano le loro maestranze. Mi si è domanda spesso se la cortesia di giapponesi è reale e sentita. Ho intenzione di rispondere, ma prima di farlo però vorrei dare un’idea di che cos’è la cortesia in questo paese, un compito che possiamo tranquillamente affidare a Kōtarō, il chatGPT custom creato solo per me , perché non ho bisogno di input esterno per vedere cosa è corretto e cosa no. Ecco cosa dice Kōtarō.

    I giapponesi attribuiscono grande importanza ai doveri di cortesia e al rispetto delle regole sociali. Ecco alcuni esempi di quanto siano gravi questi doveri:

    1. Saluto: Il modo in cui ci si inchina è fondamentale nella cultura giapponese. L’angolo dell’inclinazione della testa può variare a seconda del grado di rispetto o formalità. Non inchinarsi adeguatamente può essere considerato maleducato.
    2. Regole sulla calzatura: È comune togliersi le scarpe quando si entra in una casa, un tempio, una scuola o in molti ristoranti giapponesi. Non farlo è considerato scortese.
    3. Regole di puntualità: Essere in ritardo è visto come una mancanza di rispetto nei confronti degli altri. È importante essere puntuali sia per gli incontri personali che per gli impegni di lavoro.
    4. Scambio di biglietti da visita: Durante incontri aziendali o sociali, lo scambio di biglietti da visita (chiamati “meishi”) è una pratica comune. È importante farlo con entrambe le mani e mostrare rispetto per il biglietto dell’altra persona.
    5. Gestire il rumore: Il silenzio è apprezzato in molte situazioni. Parlare ad alta voce o fare rumore in luoghi pubblici può essere considerato maleducato.
    6. Non mostrare emozioni negative in pubblico: Esprimere rabbia o frustrazione in pubblico è spesso evitato. La cultura giapponese promuove il controllo delle emozioni in situazioni sociali.
    7. Non mettere gli altri in imbarazzo: Evitare di mettere gli altri in situazioni imbarazzanti o scomode è una regola importante di cortesia. Questo può includere evitare di fare domande troppo personali o di criticare gli altri apertamente.
    8. Rispetto per gli anziani: I giapponesi mostrano grande rispetto per gli anziani. Deve essere evitato qualsiasi comportamento che potrebbe sembrare mancare di rispetto verso gli anziani.
    9. Ordine e pulizia: Mantenere la pulizia e l’ordine negli spazi condivisi è considerato fondamentale. Lasciare sporco o disordine può essere visto come mancanza di rispetto verso gli altri.
    10. Uso del linguaggio onorifico: Il giapponese ha un sistema complesso di linguaggio onorifico che viene utilizzato per indicare rispetto e cortesia verso gli altri. Usare il linguaggio sbagliato in una situazione formale può essere considerato maleducato.Questi sono solo alcuni esempi dei doveri di cortesia giapponesi. È importante notare che la cultura giapponese è ricca di sfumature e le aspettative di comportamento possono variare in base al contesto e alle relazioni personali. Tuttavia, il rispetto per gli altri e il mantenimento dell’armonia sociale sono valori fondamentali nella società giapponese.

    Questa ferrea disciplina si manifesta in tutti gli aspetti della vita sociale. Il conducente giapponese per esempio è il meno aggressivo del mondo. La comparsa di una umile bicicletta, spesso la mia, è sufficiente per per far fermare un autobus, che mi cede il passo che io abbia la precedenza o no o che io lo voglia o no. Mi costringe ad agire.  che io abbia la precedenza o no.

    L’uso principale del clacson è fare brevi suoni in una specie di codice Morse. Due brevi colpetti vogliono dire grazie.

    Ma questo ancora credo non dia un’idea di quanto radicata sia la cortesia nei giapponesi, e quanto siano importanti le formalità in questa cortesia. Allora vi racconterò cosa è successo a casa mia di recente. Dopo anni di incertezze, un mio amico finalmente si è deciso a venire a trovarmi.

    Ho detto la cosa a mia moglie e, in tutta onestà, non solo non ci ho ho pensato più, ma ho fatto il madornale errore di pensare che lei avesse fatto lo stesso. Nei tre mesi successivi riparò tutto quello che era rotto, sostituì quello che era vecchio e via avanti di questo passo fino al giorno prima di quello fatidico. Il giorno dopo, prima che finalmente arrivassero gli ospiti, comprò dei fiori da mettere nella loro stanza, in ingresso e in salotto.

    Se si è invitati al matrimonio di un amico, bisogna dare un regalo in bigliettoni da 10.000 ¥ adeguato alla circostanza. Chi riceve il favore deve inviare un o-kaeshi, un regalo di ringraziamento che deve valere credo la metà del denaro ricevuto. Questo va fatto per tutti gli invitati.

    Potrei andare avanti per ore di questo passo, ma ormai credo abbiate capito che aria tira.

    Inutile nascondersi che un galateo così costoso, labirintico, oppressivo e impegnativo è una seccatura, e infatti moglie protesta ogni volta che porto a casa un ospite senza avvertire tre giorni prima. E io le dico che è esattamente questa la ragione per cui non le dico nulla. ribatte che non è neppure il tempo di andare a comprare i fiori per questo ospite.

    Allora le domando se pensa che i miei amici si accorgano dei dei fiori che lei compra. La risposta ovviamente è no, salvo nel caso di Akira che è gay, ma lei dice che non c’entra. Quello che importa è il suo orgoglio di padrona di casa giapponese. ”Ma fregatene, le dico. lasciaci fare. Siamo stranieri, a casa nostra si fa così, senza pretese.”  Niente da fare.

    Ed è per questo che la risposta alla domanda è “in”.

    Una buona parte della cortesia giapponese è vera, una parte è sentita ma è anche fatta per dovere, infine c’è una parte che viene fatta, ma pensando che è una seccatura e basta.

    Ma perché accade tutto questo?  È una storia lunga che avrò il piacere di raccontarvi che avrò il piacere di raccontarvi domani.

  • I ritmi astrali e le attività umane

    I ritmi astrali e le attività umane

    I ritmi astrali e le attività dell’essere umano

    Qualche giorno fa Christian Savini ha postato un articolo sullo higan (equinozio d’autunno) in Giappone. Non avevo mai sentito il termine ma, guarda caso, il giorno dopo sono andato a visitare un tempio vicino a casa mia il cui portone principale è sempre chiuso. Questa volta era aperto. Ho domandato perché e la ragione era proprio lo higan.

    Ora so che in giapponese la parola “higan” (彼岸) si riferisce a un concetto associato al Buddhismo giapponese. È spesso utilizzata per riferirsi al periodo di sette giorni intorno all’equinozio d’autunno, che di solito cade a metà settembre. Questo periodo è noto come “Higan no chūgen” (彼岸の中元) o semplicemente “Higan.”

    Higan è un periodo in cui molte persone in Giappone visitano i cimiteri per onorare i propri antenati e pregare per il riposo delle loro anime. Per qualche ragione che sarebbe molto interessante sapere, si ritiene che l’abbia qualche rapporto con gli antenati. È una pratica buddista che riflette l’idea di passare dallo “Shigan” (o mondo terreno) allo Higan” (o altro mondo) e rappresenta un momento di riflessione, gratitudine e rispetto per gli antenati. Durante li higan, è comune offrire fiori e pulire le tombe dei defunti.

    Questa non è che è una delle tantissime feste giapponesi basate su un evento siderale.

    Setsubun: Questa festa si celebra il 3 febbraio ed è associata all’equinozio di primavera. Durante il Setsubun, le persone lanciano fagioli per scacciare i demoni e portare la buona fortuna per l’anno a venire

    Hina Matsuri (Festa delle bambole): Si celebra il 3 marzo ed è una festa tradizionale dedicata alle bambine. Le famiglie espongono una serie di bambole chiamate “hina ningyo” per auspicare prosperità e felicità per le loro figlie.

    Hanami (ammirare i fiori di ciliegio): Questa festa non ha una data specifica, ma di solito avviene tra marzo e aprile, quando i ciliegi sono in fiore. Le persone si riuniscono nei parchi per ammirare i ciliegi in fiore, fare picnic e festeggiare la bellezza della primavera.

    Tanabata (Festa delle stelle): Si celebra il 7 luglio (o il 7 agosto secondo il calendario lunare). La festa di Tanabata coinvolge la scrittura di desideri su pezzi di carta colorato e appenderli a rami di bambù per celebrare l’incontro annuale di due stelle, Orihime e Hikoboshi.

    Obon: Questa festività dura tre giorni e cade generalmente in agosto, ma le date variano da regione a regione. Obon è una festa in cui le persone commemorano i propri antenati. Si crede che le anime dei defunti ritornino in questo mondo, quindi si praticano danze tradizionali come il Bon Odori.

    Tsukimi (Festa della luna piena): Si celebra durante la luna piena di settembre o ottobre. Durante Tsukimi, le persone ammirano la luna e spesso consumano cibi tradizionali come il mochi (dolce di riso glutinoso) per celebrare l’autunno.

    Queste festività sono solo alcune delle celebrazioni basate su eventi siderali e stagionali in Giappone.

    Sorge spontanea la domanda: perché? C’è una risposta ovvia. I ritmi della natura sono importanti nelle società preindustriali.

    Ma ci sono altre ragioni. Da sempre, il cielo è associato con gli dei e il divino. Tutte le società celebrano in qualche modo le stelle e tentano di predire il futuro sulla base del loro comportamento. Le stelle ed il loro movimento sono visti come un modo per penetrare il mistero delle intenzioni degli dei, appunto nel cielo

    È anche comune l’associazione di antenati e stelle.

    Infine, si crede che le stelle in qualche modo controllino il nostro destino. Quanti modi di dire si basano appunto sull’idea che le stelle controllano il nostro futuro?

    Un elemento sicuramente è la costanza della loro presenza, che ci induce a pensarle eterne. Un altro è il fatto che non cambiano mai, e sono quindi incorruttibili, salvo alcune, che invece cambiano spesso, i pianeti. Ce ne sono alcuni, per esempio Giove, che addirittura cambiano direzione improvvisamente in certe date.

    Ma ecco un’altra parola che sta per destino. I pianeti.

    L’associazione tra antenati, stelle e fortuna può variare da cultura a cultura, ma è presente ovunque.

    Mi viene in mente ora che le montagne sono oggetto di culto praticamente ovunque per vari motivi, ma uno che è sempre presente è il fatto che toccano il cielo. Basta questo per renderle sacre. Il culto delle montagne poi ha multiple conseguenze, una delle quali sono i giardini zen, dai quali possono sparire del tutto le piante, ma dove le pietre sono indispensabili. Le pietre nella cultura giapponese rappresentano infatti le montagne quelle montagne la cui forza dipende in parte dal fatto che raggiungono gli astri, astri in cui riposano i nostri antenati.

    Nei prossimi giorni cercherò di imparare di più su questo bellissimo argomento.

    I ritmi astrali e le attività dell’essere umano

    Qualche giorno fa Christian Savini ha postato un articolo sullo higan (equinozio d’autunno) in Giappone. Non avevo mai sentito il termine ma, guarda caso, il giorno dopo sono andato a visitare un tempio vicino a casa mia il cui portone principale è sempre chiuso. Questa volta era aperto. Ho domandato perché e la ragione era proprio lo higan.

    Ora so che in giapponese la parola “higan” (彼岸) si riferisce a un concetto associato al Buddhismo giapponese. È spesso utilizzata per riferirsi al periodo di sette giorni intorno all’equinozio d’autunno, che di solito cade a metà settembre. Questo periodo è noto come “Higan no chūgen” (彼岸の中元) o semplicemente “Higan.”

    Higan è un periodo in cui molte persone in Giappone visitano i cimiteri per onorare i propri antenati e pregare per il riposo delle loro anime. Per qualche ragione che sarebbe molto interessante sapere, si ritiene che l’abbia qualche rapporto con gli antenati. È una pratica buddista che riflette l’idea di passare dallo “Shigan” (o mondo terreno) allo Higan” (o altro mondo) e rappresenta un momento di riflessione, gratitudine e rispetto per gli antenati. Durante li higan, è comune offrire fiori e pulire le tombe dei defunti.

    Questa non è che è una delle tantissime feste giapponesi basate su un evento siderale.

    Setsubun: Questa festa si celebra il 3 febbraio ed è associata all’equinozio di primavera. Durante il Setsubun, le persone lanciano fagioli per scacciare i demoni e portare la buona fortuna per l’anno a venire

    Hina Matsuri (Festa delle bambole): Si celebra il 3 marzo ed è una festa tradizionale dedicata alle bambine. Le famiglie espongono una serie di bambole chiamate “hina ningyo” per auspicare prosperità e felicità per le loro figlie.

    Hanami (ammirare i fiori di ciliegio): Questa festa non ha una data specifica, ma di solito avviene tra marzo e aprile, quando i ciliegi sono in fiore. Le persone si riuniscono nei parchi per ammirare i ciliegi in fiore, fare picnic e festeggiare la bellezza della primavera.

    Tanabata (Festa delle stelle): Si celebra il 7 luglio (o il 7 agosto secondo il calendario lunare). La festa di Tanabata coinvolge la scrittura di desideri su pezzi di carta colorato e appenderli a rami di bambù per celebrare l’incontro annuale di due stelle, Orihime e Hikoboshi.

    Obon: Questa festività dura tre giorni e cade generalmente in agosto, ma le date variano da regione a regione. Obon è una festa in cui le persone commemorano i propri antenati. Si crede che le anime dei defunti ritornino in questo mondo, quindi si praticano danze tradizionali come il Bon Odori.

    Tsukimi (Festa della luna piena): Si celebra durante la luna piena di settembre o ottobre. Durante Tsukimi, le persone ammirano la luna e spesso consumano cibi tradizionali come il mochi (dolce di riso glutinoso) per celebrare l’autunno.

    Queste festività sono solo alcune delle celebrazioni basate su eventi siderali e stagionali in Giappone.

    Sorge spontanea la domanda: perché? C’è una risposta ovvia. I ritmi della natura sono importanti nelle società preindustriali.

    Ma ci sono altre ragioni. Da sempre, il cielo è associato con gli dei e il divino. Tutte le società celebrano in qualche modo le stelle e tentano di predire il futuro sulla base del loro comportamento. Le stelle ed il loro movimento sono visti come un modo per penetrare il mistero delle intenzioni degli dei, appunto nel cielo

    È anche comune l’associazione di antenati e stelle.

    Infine, si crede che le stelle in qualche modo controllino il nostro destino. Quanti modi di dire si basano appunto sull’idea che le stelle controllano il nostro futuro?

    Un elemento sicuramente è la costanza della loro presenza, che ci induce a pensarle eterne. Un altro è il fatto che non cambiano mai, e sono quindi incorruttibili, salvo alcune, che invece cambiano spesso, i pianeti. Ce ne sono alcuni, per esempio Giove, che addirittura cambiano direzione improvvisamente in certe date.

    Ma ecco un’altra parola che sta per destino. I pianeti.

    L’associazione tra antenati, stelle e fortuna può variare da cultura a cultura, ma è presente ovunque.

    Mi viene in mente ora che le montagne sono oggetto di culto praticamente ovunque per vari motivi, ma uno che è sempre presente è il fatto che toccano il cielo. Basta questo per renderle sacre. Il culto delle montagne poi ha multiple conseguenze, una delle quali sono i giardini zen, dai quali possono sparire del tutto le piante, ma dove le pietre sono indispensabili. Le pietre nella cultura giapponese rappresentano infatti le montagne quelle montagne la cui forza dipende in parte dal fatto che raggiungono gli astri, astri in cui riposano i nostri antenati.

    Nei prossimi giorni cercherò di imparare di più su questo bellissimo argomento.

  • Nomi segreti

    Nomi segreti

    La storia dei nomi in Giappone è legata in modo profondo a quella dei cognomi. Il diiritto ad avere una genealogia e a tenere un butsudan (un mobile di casa dove vivono i propri antenati) fu esteso al popolo da Tokugawa Hidetada nel 1637. Prima di allora solo i nobili (tutti di sangue imperiale) avevano nomi e cognomi. Notare che l’imperatore stesso non aveva cognome. Il possesso di un cognome in sé indicava l’appartenenza a un ramo cadetto della famiglia imperiale. Non solo avevano un cognome, ma ne avevano più di uno. Avevi un nome da bambino e vari da adulto, validi in circostanze diverse. Per esempio, Minamoto no Yoshisada è conosciuto come Nitta Yoshisada perché era capo clan dei Nitta, una suddivisione dei Minamoto. Poi in pratica veniva chiamato, come tutti gli altri leader, non col suo nome ma con titoli come Gosho (御所)”onorevole luogo” per motivi scaramantici, in altri termini evitare il malocchio. Non dirò altro sui nomi e cognomi dei samurai perché a essere onesto non ci ho mai capito molto. È veramente una giungla dalla quale non si viene fuori. Uno aveva vari cognomi (vedi Nitta Yoshisada). Tutto questo perché sia il nome che i cognomi dovevano illustrare la posizione dell’individuo all’interno della complessa struttura a clan della società giapponese. All’epoca della guerra fra gli Stati (dal 1467 al 1615) la storia era diventata molto diversa. I nomi si assumevano e si abbandonavano con facilità. Toyotomi Hideyoshi nacque Hiyoshi-maru, dove -maru è un suffisso infantile. Come contadino, non aveva cognomi. Scelse più tardi il nome Kinoshita Tokichirō per finire con il nome con cui è passato alla leggenda. Hōjō Sōun nacque Ise Moritoki, divenne Ise Shinkurō e finì con Hōjō Sōun, appunto. In questa fase della storia giapponese, di solito le classi meno abbienti avevano nomi ma non cognomi, come detto. Erano nomi molto diversi da quelli attuali, spesso derivati da una professione. La riforma della famiglia attuata dai Tokugawa dava il diritto di un cognome e un nome solo al capofamiglia. Le donne non avevano esistenza legale, gli uomini dopo il primogenito non avevano diritto ad un cognome, non avevano diritto ad una famiglia, anche se potevano averla dietro permesso del primogenito. Come nome avevano gli ordinali nominati da Arturo Camillacci. Vorrei fare una parentesi per spiegare il perché di Queste severissime, per non dire disumane, leggi. La questione della struttura della famiglia era legata intimamente alle ragioni della lunghissima guerra civile da cui il paese era appena uscito. Il diritto di tutti i figli maschi a ereditare, accoppiato all’ereditarietà della carica di feudatario (Gokenin) aveva portato ad un’eccessiva frammentazione del territorio coltivabile, causando una crisi alimentare e più di tre secoli di guerra praticamente continua. Tanto ci volle per ricomporre il paese sotto una sola mano. La nuova struttura della famiglia, insieme ad altre misure, serviva a garantire una pace futura nel paese. A questo punto l’uso di un cognome è comune, ma non universale. La società è divisa in quelle che sono praticamente a caste, che non hanno tutte uguali privilegi. Nel 1868 inizia la restaurazione Meiji. A tutti viene dato il diritto ad un nome e un cognome. Tutti se ne scelgono uno, spesso inventandoselo. Per questo, esistono cognomi estremamente comuni, come Tanaka e Takahashi, ma ne esistono molti altri, 100 mila in tutto, molti rari e spesso regionali. Okinawa in particolare ha cognomi suoi, come Chinen e Shimabukuro. I cognomi giapponesi odierni possono consistere di un singolo carattere, per esempio Hara (原), ma generalmente di due, come per esempio Takahashi (高橋o più. Il cognome di Okinawa Kōhiruimaki 高比類巻 ne ha quattro. Tutti erano originariamente in qualche modo descrittivi, e quindi possono venire tradotti. Tanaka vuol dire “nel campo”, Takahashi “ “Pontealto“ e così via. Penso di fare cosa gradita dando una traduzione letterale, se non un’etimologia, dei cognomi giapponesi più conosciuti da noi. Il significato originario a volte è chiaro, a volte meno. Kawasaki 川崎 Promontorio sul fiume (?) Honda 本田 Campo di origine Mitsui 三井 Tre pozzi Mitsubishi 三菱 Tre diamanti Suzuki 鈴木 albero delle campanelle Toyota 豊田 Ricco campo Makita 牧田 Pastorizia e agricoltura Un aspetto importante di qualsiasi nome o cognome sono i caratteri con cui viene scritto. Per esempio, lo shogun Ashikaga Takauji scriveva inizialmente il suo nome non 足利尊氏 ma 足利高氏. L’uso del carattere 尊 (onore) al posto di quello 高 (alto) gli fu concesso come onorificenza dell’imperatore Go-Daigo. I nomi maschili di solito sono composti da due caratteri, spesso invertibili. Ad esempio Akihiro, Hidetaka, Yoshinobu e Kazuyoshi possono diventare Hiroaki, Takahide, Nobuyoshi e Yoshikazu semplicemente invertendo l’ordine dei caratteri che li compongono. Il significato dei caratteri e di solito qualcosa come onesto, retto, chiaro e roba del genere. Le grafie possibili sono numerosissime, tanto che dal nome in caratteri romani è impossibile risalire con sicurezza al nome originario. I nomi femminili sono molto più elaborati. I suffissi tipici dei nomi femminili sono -ko (子 Akiko), -ka (Norika, Tomoka, Momoka, di solito 香, profumo, o 花 fiore), -yo 代 (nessun significato ovvio), -e (恵Yoshie) -ho (Miho o Kaho) o -na (Riona, Kana) , questi ultimi scritti in molti modi diversi. Sono presenti alcuni nomi femminili di origine europea che potevano essere scritti facilmente con caratteri cinesi. Tre esempi sono Maria, Naomi e Erena (sì, proprio Erena) Viene fatta molta attenzione ai caratteri con cui il nome si scrive e l’effetto ottenuto può essere molto diverso a seconda dei casi. Uno estremo è quello del nome Akiko, che può essere scritto in mille modi fra cui 明子 e 秋子. Il secondo carattere, ko, è un diminutivo come -etta di Simonetta. Il primo nome si scrive col carattere “luce”, il secondo nome col carattere per autunno. La pronuncia è la stessa, l’effetto è molto diverso. È quindi normale chiedere ad un nuovo amico come scrive il suo nome. Il seguente collegamento porta a un sito che elenca i cognomi e nomi più comuni in Giappone. Data and Information for Learning Japanese Un’ultima nota, poi vi lascio. Dopo la morte di un individuo, è buona norma comprargli un nome postumo, diverso da quello che aveva quand’era in vita, in modo che la sfortuna e il male non possano trovarlo/a.

  • Nanakusa-gayu – 七草粥

    Nanakusa-gayu – 七草粥

    Il 7 gennaio, in molte zone del Giappone si mangia un tipo di porridge di riso condito con sette diversi tipi di erbe chiamato nanakusa-gayu (七草粥), (七) sette, (草) erbe. L’usanza vuole che preparare e mangiare questa zuppa calda abbia lo scopo di tenere lontano gli spiriti maligni. Introdotta dalla Cina, si diffuse in Giappone verso la metà del periodo Heian e, durante il periodo Muromachi, fu trasformata in una sorta di porridge di riso diventando quella oggi conosciamo come nanakusa-gayu.

    In passato le erbe usate nel preparare questa pietanza erano molto preziose perché crescevano anche durante la stagione fredda, quando ancora era inverno inoltrato e spesso i campi erano ricoperti dalla neve. La forza vitale di queste erbe, che crescevano fresche e verdi anche in pieno inverno, ha fatto sì che fossero considerate di buon auspicio, diventando parte della cultura alimentare del Giappone. La credenza vuole che mangiando queste erbe si allontanino dal corpo gli spiriti maligni e prevenga i malanni. Il riso poi, cotto in questa maniera, serve anche a far riposare lo stomaco dalle lunghe mangiate delle festività appena concluse.

    Quando questa usanza fu introdotta in Giappone nel periodo Nara (710-794), fu combinata con un’ usanza autoctona di quel periodo conosciuta come wakanatsumi (若菜摘み) durante la quale si raccoglievano e si mangiavano le giovani verdure all’inizio dell’anno per dare vitalità. Il nanakusa-gayu è il risultato della fusione delle due traduzioni. In mancanza delle sette erbe sopra indicate si possono utilizzare qualsiasi tipo di verdura di vostro gradimento. L’utilizzo di quante più verdure fresche e giovani possibile corrisponde al concetto originale di ottenere nuova forza vitale della natura.

    Inoltre, in Giappone esisteva anche una tradizione che prevedeva l’organizzazione di banchetti alla corte imperiale il 7 Gennaio, chiamati nanuka no sechie (7日の節会). Il sechie era un banchetto di corte che si teneva nei giorni cruciali dell’anno. Annualmente si celebravano cinque banchetti principali: il Ganjitsu no sechie (元日節会, il banchetto di Capodanno) del 1° Gennaio, il Nanuka no sechie (7日の節会, banchetto del Settimo Giorno), Aouma no sechie (青馬の節会, banchetto del Cavallo Bianco) celebrato anche questo il 7 Gennaio, il Tōka no sechie (踏歌の節会, il banchetto della Danza Toka) del 16 Gennaio, il Tango no sechie (端午の節会, Festa della Bandiera Dolce) del 5 Maggio, conosciuto anche come Itsuka no sechie (5日の節会) e il Toyonoakarai no Sechie (豊明節会) che si celebra il mese di Novembre.


    In Giappone il 7 Gennaio è conosciuto con diversi nomi come nanakusa no sekku (七草の節句, festa delle sette erbe), nanoka shōgatsu (七日正月, il Capodanno del settimo giorno) o jinjitsu (人日) letteralmente “festa dell’ uomo/umanità”, ricorrenza che si celebra in gran parte del sud est asiatico. Questa festività fa parte del gosekku (五節句), ovvero le 5 festività stagionali più importanti giapponesi distribuite nell’arco dell’anno come segue:

    人日 – jinjitsu, 7 gennaio. Detto anche jinji no sekku (人日の節句).

    雛祭り- hina matsuri, la festa delle bambole o delle bambine che si celebra il 3 Marzo.

    子供の日- kodomo no hi, la festa dei bambini che si celebra il 5 Maggio 

    七夕 – tanabata, che si celebra il 7 Luglio

    菊の節句 – kiku no sekku, il giorno dei crisantemi che si celebra il 9 Settembre.

    Questa festa è la corrispondente di quella cinese detta “renri” (lettura cinese di jinjitsu, 人日) che si festeggia il settimo giorno dello zhengyue (il primo mese del calendario cinese). Secondo la tradizione cinese, il renri fu il giorno della creazione dell’essere umano da parte della divinità femminile della creazione cinese (in Giappone conosciuta con il nome di joka 女媧) che per non sentirsi sola decise di di creare un animale ogni giorno. Al settimo giorno, sentendosi ancora sola, creò l’uomo. Da questa leggenda nasce il jinji no sekku che si celebra il settimo giorno del nuovo anno. 


    La preparazione del nanakusa-gayu è piuttosto semplice. È infatti sufficiente lasciar stracuocere il riso per circa 30-40 minuti dal momento dell’ebollizione e poi vanno aggiunte le erbe tagliate, poi fine cottura si può aggiungere anche il sesamo. In Giappone queste erbe sono di solito vendute in tutti i supermercati con il nome di haru no nanakusa setto” (春の七草セット, set delle sette erbe primaverili). Si tratta di un set di erbe fresche pronte per essere utilizzate nella preparazione del nanakusa gayu.

    Le sette erbe sono le seguenti (molte di questo non le avevo mai sentite nominare quindi devo ringraziare mia moglie per l’aiuto nel riconoscerle. Per il corrispettivo italiano mi sono affidato a Google):

    芹 – Seri: il prezzemolo giapponese. Una pianta aromatica che si dice migliori l’appetito.

    薺- Nazuna: la borsa di pastore. Era un alimento molto popolare nel periodo Edo.

    御形 – Gogyō: la canapicchia. Si crede nella sua efficacia nel prevenire il raffreddore e alleviare la febbre. Questa erba ė detta anche haha-kogusa (母子草) “erba madre e figlio” scritta con i kanji madre e figlio.

    繁縷 – Hakobera: la stellaria media. È ricca di vitamina A, che fa bene agli occhi, e veniva usata come medicina per i dolori di stomaco.

    仏の座 – Hotoke no za: la lassana. Pianta simile al tarassaco ed è ricca di fibre. Il nome hotoke-noza deriva dalla forma delle foglie sotto i fiori, che ricordano il daiza (台座), ovvero il piedistallo sul quale siede il Buddha.

    菘 – Suzuna: la brassica rapa. Ricca di vitamine.

    蘿蔔 – Suzushiro: il rafano bianco. Si crede favorisca la digestione ed aiuti a prevenire il raffreddore.

    Per ottenere un buon okayu, viene spesso utilizzata una donabe (土鍋), una pentola giapponese di terracotta, adatte per questo tipi di preparazioni. Mia moglie aggiunge poi le erbe e una volta pronto dispone la pentola al centro tavola.

    La nonna di mia moglie mi ha raccontato che quando era bambina, mentre raccoglieva questa erbe lungo il fiume che scorre vicino casa e in seguito durante la preparazione delle stesse, sua madre era solita cantarle una filastrocca, una warabe-uta (わらべ歌) in Giapponese. Anche mia moglie la conosce ma al giorno d’oggi non si usa quasi più.


    七種なずな 唐土の鳥が 日本の土地へ 渡らぬ先に 七草たたいて トントントン。

    Nanakusa-nazuna.

    Tōdo no tori ha Nihon no tochi he wataranu saki mi nanakusa tataite ton-ton-ton.

    “Respingi gli uccelli provenienti dalla Cina prima che arrivino in Giappone, colpisci le sette erbe, ton ton ton.”


    In passato, si pensava che gli storni di uccelli migratori provenienti dalla Cina portassero la peste e i parassiti che avrebbero danneggiato le coltivazioni del Giappone. Nello scacciare gli uccelli, che rappresentano gli spiriti maligni, è intrinseco un significato di buona salute. La parte finale “tataite ton ton ton” fa riferimento al rumore della preparazione delle erbe che ai credeva cacciasse gli uccelli.

    Ogni regione ha sviluppato nel tempo il suo stile nella preparazione di questo piatto. Nel nord del Giappone viene spesso aggiunta l’hondawara (un tipo di alga) mentre qui a sud nel Kyūshū viene spesso preparata anche con i mochi (dolci di riso).

    Che ne dite di preparare una buona pentola nanakusa-gayu per il 7 Gennaio e, mangiandola assieme ai vostri amici e familiari non gli raccontate come in quella che sembra una semplice zuppa di riso ed erbe si nasconde un’antica tradizione che è stata tramandata nel tempo.

  • Cenni di architettura giapponese

    Cenni di architettura giapponese

    Cenni di architettura giapponese

    Con le dovute eccezioni, i luoghi storicamente significativi a Kamakura sono luoghi di culto. Ciò è in parte dovuto al fatto che, in Giappone come in altri paesi, le istituzioni religiose hanno attirato più denaro e migliori talenti rispetto ad altri strati sociali. Infine, è successo perché i templi e i santuari, dedicati come sono agli dei, tendono a durare più a lungo. A Kamakura sopravvive pochissima architettura originale e gran parte di ciò che si vede è solo una copia, anche se fedele. Quello che non vedrete nemmeno tra le copie è la vera architettura shintoista, che è rara in Giappone e praticamente assente da Kamakura.

    Questo perché, quando arrivò il buddismo, l’idea di luoghi di culto permanenti non esisteva. I santuari venivano costruiti quando e dove necessario. L’architettura del buddismo, una religione superiore in organizzazione e in quasi qualsiasi altro aspetto allo shintō, si diffuse immediatamente. Molto è stato distrutto durante l’ondata di violenza contro i templi del XIX secolo (ho scritto più volte e a lungo. Chi fosse interessato, cerchi il termine haibutsu kishaku) , ma il buddismo si è ripreso e così ha fatto la sua architettura.

    L’architettura tradizionale giapponese è arrivata in Giappone dalla Cina insieme al buddismo e al concetto di luoghi di culto permanenti. L’architettura tradizionale giapponese è, infatti, solo una variante dell’architettura tradizionale cinese, di cui segue da vicino le idee. Stili che sono scomparsi da tempo in Cina sopravvivono in Giappone, e i cinesi a volte vengono in Giappone per studiare il loro passato architettonico.

    Questo non vuol dire che gli architetti giapponesi si siano limitati al plagio. La loro più grande abilità sta nel miglioramento graduale piuttosto che nel cambiamento drastico. L’eleganza, la semplicità e la leggerezza degli stili architettonici che si sono sviluppati in tutto il Giappone – Wayō, Daibutsuyō e Zenshūyō – sono distintamente giapponesi e in qualche modo miglioramenti rispetto al modello originale.

    L’architettura giapponese si basa su principi molto diversi da quelli dell’architettura europea, a partire dall’assenza di archi e capriate. Sospetto che ciò sia dovuto al fatto che tali elementi, per quanto forti siano alla trazione e alla compressione, sono sensibili alla torsione e alle sollecitazioni orizzontali derivanti da terremoti. Invece di archi e capriate, semplici file di pilastri sono collegate da travi trasversali con pali verticali al centro per sostenere i tetti. A Kamakura sopravvive pochissima architettura originale e gran parte di ciò che vedi è solo una copia, anche se fedele. Quello che non vedrai nemmeno tra le copie è la vera architettura shintoista, che è rara in Giappone e praticamente assente da Kamakura.

    Questo perché, quando arrivò il buddismo, l’idea di luoghi di culto permanenti non esisteva. I santuari sono stati costruiti quando e dove necessario. L’architettura del buddismo, superiore nell’organizzazione, si diffuse immediatamente. Molto è stato distrutto durante l’ondata di violenza contro i templi del XIX secolo – vedi il divorzio di Kami e buddha – ma il buddismo si è ripreso e così ha fatto la sua architettura.

    L’architettura tradizionale giapponese è arrivata in Giappone dalla Cina insieme al buddismo e al concetto di luoghi di culto permanenti. L’architettura tradizionale giapponese è, infatti, solo una variante dell’architettura tradizionale cinese, di cui segue da vicino le idee. Gli stili che sono scomparsi da tempo in Cina sopravvivono in Giappone, e i cinesi a volte vengono in Giappone per studiare il loro passato architettonico.

    Questo non vuol dire che gli architetti giapponesi si siano limitati alla copia. La loro più grande abilità sta nel miglioramento graduale piuttosto che nel cambiamento drastico. L’eleganza, la semplicità e la leggerezza degli stili architettonici che si sono sviluppati in tutto il Giappone – Wayō, Daibutsuyō e Zenshūyō – sono distintamente giapponesi e in qualche modo miglioramenti rispetto al modello originale.

    L’architettura giapponese si basa su principi molto diversi da quelli europei, a partire dall’assenza di archi e capriate. Sospetto che ciò sia dovuto al fatto che tali elementi, per quanto forti possano essere, sono sensibili alla torsione e alle sollecitazioni orizzontali derivanti dai terremoti. Invece di archi e capriate, semplici disposizioni di pilastri sono collegate da travi trasversali con pali verticali al centro per sostenere i tetti. Con rare eccezioni, luoghi storicamente significativi a Kamakura sono luoghi di culto. Ciò è in parte dovuto al fatto che, in Giappone come in altri paesi, le istituzioni religiose hanno attirato più denaro e una migliore costruzione di talenti rispetto ad altri aspetti della società. È anche in parte perché templi e santuari, dedicati come Con rare eccezioni, luoghi storicamente significativi a Kamakura sono luoghi di culto. Ciò è in parte dovuto al fatto che, in Giappone come in altri paesi, le istituzioni religiose hanno attirato più denaro e una migliore costruzione di talenti rispetto ad altri aspetti della società. È anche in parte perché i templi e i santuari, dedicati come sono agli dei, tendono a durare più a lungo.

    A Kamakura sopravvive pochissima architettura originale e gran parte di ciò che vedi è solo una copia, anche se fedele. Quello che non vedrai nemmeno tra le copie è la vera architettura shintoista, che è rara in Giappone e praticamente assente da Kamakura.

    Questo perché, quando arrivò il buddismo, l’idea di luoghi di culto permanenti non esisteva. I santuari sono stati costruiti quando e dove necessario. L’architettura del buddismo, superiore nell’organizzazione, si diffonde immediatamente. Molto è stato distrutto durante l’ondata di violenza contro i templi del XIX secolo – vedi il divorzio di Kami e buddha – ma il buddismo si è ripreso e così ha fatto la sua architettura.

    Caratteristiche generali dell’architettura tradizionale giapponese • Tutte le parti sono in legno non verniciato • Niente chiodi, quindi tutto è libero di muoversi rispetto a tutto il resto

    • Gli elementi strutturali sono sempre visibili e spesso decorati

    • La distinzione tra interno ed esterno è a volte sfocata

    • Le pareti non hanno peso e possono mancare

    • Le staffe a forma di W sostengono il tetto

    • Le dimensioni sono misurate in campate, la distanza tra due pilastri

    Uno sguardo alla struttura nella foto seguente rivela diverse importanti caratteristiche dell’architettura tradizionale giapponese. L’edificio è realizzato interamente in legno e senza chiodi. Le sue pareti non portano peso e quindi possono essere sottili e facilmente rimovibili, consentendo la rapida riconfigurazione dello spazio. Possono anche essere rimosse del tutto, come nel caso del

    I giapponesi pensano che gli elementi strutturali, i pilastri e i giunti abbiano un valore decorativo e sono quindi lasciati esposti, un’idea applicata anche a oggetti comuni come mobili e scatole come quella che segue. Notate come la struttura generale del cancello che precede – pilastri portanti, travi di supporto e cravatta, arcarecci e travi a sbalzo del tetto – sia chiaramente visibile, le sue parti decorate con sculture elaborate. Gli elementi strutturali e non strutturali sono spesso dipinti in colori contrastanti per un effetto estetico.

    Modularità

    Un’altra caratteristica importante è la modularità. Gli elementi architettonici sono limitati a determinate proporzioni misurate in multipli di un’unità chiamata campata, che è definita come la distanza tra due pilastri. Le campate in un singolo edificio tendono ad avere la stessa lunghezza, ma possono differire da edificio a edificio o anche all’interno dello stesso edificio. Essa è quindi un indicatore di proporzione piuttosto che di dimensione.

    Conta le campate nelle strutture giapponesi e scoprirai che di solito sono in numero dispari: uno, tre, cinque, sette, nove. Il sanmon raffigurato misura quattro per due pilastri ed è quindi largo tre campate e profondo due campate, proporzioni che rendono il tempio di cui il sanmon fa parte un tempio di status intermedio.

    Questa preferenza per i numeri dispari, evidente in tutta la società giapponese oggi, si basa sulla numerologia cinese. I numeri pari sono facilmente divisi e quindi deboli, femminili e negativi. I numeri dispari sono l’opposto.

    Flessibilità

    A causa dell’assenza di chiodi, tutte le articolazioni hanno un gioco considerevole, consentendo il movimento indipendente di ogni parte. Questo rende l’intera struttura abbastanza stabile anche in mezzo al movimento side-to-side causato dai terremoti, che sono eventi comuni in Giappone. Non solo ogni parte si muove in modo indipendente, ma anche gli elementi mobili generano attrito. Quell’attrito è un altro modo importante per dissipare l’energia sismica.

    Guardate l’elaborato sistema di staffe ad incastro fatte a mano, note come tokyō o kumimono, sotto il tetto nella foto a destra. Ognuno è una notevole impresa artigianale. Queste staffe sostengono il tetto e consentono alla grondaia di sporgere più lontano di quanto altrimenti possibile. Inoltre, come le articolazioni senza chiodi, assorbono energia e fungono da molle. La loro elasticità è, durante gli eventi sismici, cruciale per l’integrità strutturale di un edificio coperto da un tetto così pesante.

    Tetti, pareti e cancelli

    Sicuramente avete notato come il tetto di un tempio o di un santuario sia il suo più grande elemento strutturale. Le dimensioni del tetto sono principalmente dovute all’estetica, ma hanno anche una funzione pratica. Le grondaie di grandi dimensioni proteggono l’edificio e i suoi occupanti dalla pioggia. Un effetto collaterale gradito è la caratteristica penosità rilassante degli interni degli edifici. Un elemento comune nell’architettura Zen è il tetto decorativo simile a una gonna a metà altezza, visibile nella foto del cancello nella pagina successiva. Nel caso del cancello raffigurato, questo tetto centrale corrisponde a una divisione tra piani. In altri come quello del butsuden di Kenchōji, Kamakura – che sembra avere due piani, ne ha uno solo.

    Poiché le pareti possono essere spostate e rimosse, la separazione tra interno ed esterno è sfocata. Questo in una certa misura porta l’ambiente esterno all’interno dell’edificio, una strategia usata spesso e con grande effetto con la grondaia sporgenti. Lo spazio coperto dalla grondaia non è né all’interno né all’esterno, ma in ambedue.

    A volte, come nella finestra rotonda di Meigetsuin, il panorama è parte integrante del concetto dell’edificio. La finestra è sempre aperta e ha lo scopo di portare l’esterno all’interno.

    Templi e santuari hanno tutti porte simili a quelle che abbiamo esaminato e spesso più di una. I cancelli sono disponibili in molte dimensioni e forme, ma tutti hanno una funzione diversa dai cancelli europei. I cancelli del tempio e del santuario giapponesi non sono normalmente destinati a controllare l’accesso. Spesso, quindi, non hanno porte e non possono nemmeno essere chiusi. Separano semplicemente due mondi, il sacro e il profano.

    Le caratteristiche architettoniche che abbiamo esaminato finora sono comuni sia all’architettura sacra che a quella secolare. Convertire una casa in un tempio è facile, come nel caso del famoso Hōryūji di Nara, che in precedenza era la residenza di una nobildonna. Ginkakuji e Kinkakuji di Kyōto sono altri noti esempi di case private convertite all’uso religioso.

  • Kakizome – 書き初め

    Kakizome – 書き初め

    La prima scrittura del nuovo anno.

    In Giappone, durante le vacanze di Capodanno ci sono molte tradizioni e festeggiamenti. Inoltre, l’inizio dell’anno è un momento perfetto per decidere cosa vogliamo realizzare durante l’anno. Ultimamente si sente molto dire che se si scrivono i propri propositi su un foglio di carta è più probabile che questi vengano raggiunti. Anche i giapponesi hanno l’usanza di scrivere i loro propositi per il nuovo anno con un pennello calligrafico il 2 Gennaio. Questa tradizione è nota come kakizome (書き初め), la prima scrittura del nuovo anno. Nel Giappone antico il kakizome era pratica esclusiva degli ambienti della corte imperiale ma, grazie alla diffusione dell’istruzione nelle scuole interne a templi e santuari questa tradizione si diffuse anche tra la popolazione durante il periodo Edo. Oggi il kakizome è un’usanza che può essere pratica da chiunque, senza limiti di età o classe sociale, per accogliere nel migliore dei modi il nuovo anno.


    書は人なり。

    Sho ha hito nari.

    “La scrittura rivela la personalità”


    La scrittura è un’esternalizzazione della personalità di una persona, che rappresenta quindi uno sforzo di crescita come persona. Per questo motivo i giapponesi cercano di avere sempre una bella scrittura. Lo shodō (書道) o shūji (習字), ovvero la calligrafia, è una materia obbligatoria alle scuole elementari, dove i bambini giapponesi imparano non solo a scrivere correttamente hiragana, katakana e kanji, ma anche la corretta postura di scrittura e la corretta impugnatura del fude (筆) il pennello che si usa nella calligrafia. È usanza normale che gli insegnanti assegnano ai bambini il kakizome, come compito durante le vacanze di Capodanno e durante quelle estive.
    Avere una bella calligrafia è molto importante in Giappone non solo per mostrare le proprie abilità ma anche perché la maggior parte delle aziende giapponesi richiedono ancora curriculum scritti a mano. Un bel curriculum scritto a mano dà quasi sempre una buona impressione, quindi chi cerca lavoro ci mette molta cura nel prepararlo. Specialmente nel caso di noi stranieri, presentare un curriculum scritto con cura, avrà di sicuro un ottimo impatto sui possibili datori di lavoro che per esperienza sono sempre molto zelanti ed attenti a questi dettagli.

    Il kakizome era, ed è tuttora, considerato un rituale speciale che aiuta le persone a liberare la mente e concentrarsi sull’espressione della loro determinazione attraverso la scrittura. Ogni linea, ogni tratto ed ogni punto, diventano una forma di meditazione. Una volta finito il vostro kakizome, appendetelo alla parete. La sua vista ci darà la determinazione e la volontà di realizzare il vostro proposito per il nuovo anno. I kakizome vanno poi normalmente portati al santuario per essere bruciati assieme alla decorazioni utilizzate durante lo shōgatsu.

    Il kakizome affonda le sue radici nell’evento di corte di periodo Heian chiamato kissho no sō (吉書の奏), che consisteva nella presentazione di un documento all’Imperatore per celebrare eventi come il nuovo anno ma anche il cambio di nome di una regione o il cambio di un capofamiglia. Si trattava più di una procedura amministrativa, dal contenuto cerimoniale, per indicare che tutto stava procedendo senza intoppi. Questo rituale fu ripreso poi durante il periodo Kamakura e Muromachi come evento rituale di Capodanno chiamato ed il nome cambiò in kissho-hajime (吉書始め). Questo documento veniva prodotto da un magistrato, conosciuto con il nome di kissho-bugyō, ed era ovviamente scritto utilizzando un mōhitsu (毛筆), un pennello per la scrittura.
    Nel periodo Edo (1603-1867), il kissho-hajime si diffuse tra la popolazione comune come evento per celebrare il nuovo anno. Sempre durante questo periodo per poter entrare in servizi presso il bakufu, si doveva sostenere un esame detto hissan-ginmi (筆算吟味), ovvero una prova di aritmetica scritta ed era quindi fondamentale possedere una buona calligrafia.
    Quando il kakizome iniziò a diffondersi tra la popolazione era usanza prendere la wakamizu (若水), la prima acqua dell’anno direttamente dal pozzo e averla offerta ai kami veniva usato per preparare l’inchiostro con il quale venivano scritti dei versi di poesia rivolti verso la direzione della benedizione dell’anno.

    Che significato ha il kakizome?

    • Attraverso il kakizome si esprime il desiderio di migliorare la propria calligrafia. Scrivendo con la prima acqua dell’anno si prega il kami del nuovo anno di aiutarci a migliorare la propria scrittura.
    • Rinfrescare la mente sulle proprie aspirazioni. Si crede che scrivere obiettivi e aspirazioni per l’anno a venire sia un modo per rinnovare la propria volontà.

    Spesso si scrivono aspirazioni e preghiere per il nuovo anno, ed è prassi scrivere parole che esprimono obiettivi e sforzi. Sono anche comuni gli yoji-jukugo (四字熟語) che sono delle composti idiomatuci di quattro kanji che sono usati anche per augurare buona salute e felicità.

    Di seguito un elenco di parole e yoji-jukugo più maggiormente usati nel kakizome

    Hishō – 飛翔

    Significa volare, spiccare il volo. È un classico che viene spesso scritto come kakizome perché si crede porti fortuna. Inoltre, entrambi i kanji che formano la parola sono ricchi di punti e hane che richiedono un equilibrio sorprendente per essere scritti bene.

    Chōsen – 挑戦

    I termini sfida e battaglia che compongono questa parola sono particolarmente adatti in prospettiva dell’anno nuovo.

    Ichigo-ichie – 一期一会

    Letteralmente può essere tradotto come “un arco di tempo, un incontro”. Nel senso che ogni incontro è un fatto unico nell’arco della vita di una persona. Ogni incontro con un’altra persona va affrontato pensando anche che non potremmo rivedere mai più quella persona e quindi bisogna far sì di non avere rimpianti per come ci si è comportati.

    Ichii-senshin – 一意専心

    Concentrarsi su una cosa alla volta e perseverate fino a che non l’avete portata a termine. Se avete qualcosa di importante che state facendo da molto tempo, queste parole sono consigliate per rinnovare i vostri propositi nel nuovo anno.

    Come scritto in precedenza, una volta completato, il vostro kakizome va affisso in bella vista in modo da poter essere riletto per rinnovare il proprio spirito. Normalmente vanno conservati fino alla fine del del matsu no uchi (ovvero il 7 o 15 Gennaio a seconda della zona del Giappone), il periodo in cui si dice che il kami del nuovo anno rimanga nelle nostre case. Finito questo periodo, vengono portati al santuario e bruciati insieme alle decorazioni di Capodanno in un festival noto come sagichō (左義長). Questo rituale è un evento conosciuto in diverse regioni come dondo-yaki (どんど焼き), saito-yaki (さいと焼き) oppure oni-bitaki (鬼火焚き). Si crede che più le fiamme si alzano durante questo evento, più la propria scrittura migliori.

    Chiunque può avvicinarsi alla calligrafia perché per iniziare non è proprio necessario possedere il set completo. In commercio sono vendute delle penne per calligrafia, dette fude-pen (筆ペン) che permettono a chiunque di esercitare scrivendo sulla carta comune.
    Se siete dei turisti e vi trovate in Giappone durante il Capodanno potreste fare questa esperienza. I tratti decisi che compongo i kanji, impressi su un pezzo di carta bianca immacolata potrebbero darvi la determinazione e la volontà di realizzare i vostri propositi per il nuovo anno. O forse rimarranno solo una bella opera d’arte da guardare ogni giorno. In ogni caso, è un grande pezzo di cultura giapponese da tenere con sé.

  • Shichifukujin – 七福神

    Shichifukujin – 七福神

    Le sette divinita della fortuna

    Il Giappone ha un concetto di spiritualità molto particolare sia per la sua ampiezza che per la sua interminabile sincresia di credenze, tradizioni e riti.

    L’esempio più esplicativo di questa mescolanza tra folklore (shintoismo) e buddismo sono le sette divinità della fortuna conosciute con il nome di shichifukujin (七福神). Sebbene siano sempre rappresentate in gruppo, questa sette divinità possiedono personalità e caratteristiche ben definite ed hanno origini molto diverse.
    Solamente una delle sette ha origini giapponesi mentre le altre sei appartengono alla cultura di due paesi differenti. Tre hanno origine dalla cultura buddista-indusita dell’India e le altre tre trovano le loro origini nella tradizione buddista-taoaista tipica della Cina.

    La prima apparizione di queste sette divinità come gruppo risale al periodo Muromachi (dal 1336 al 1573). In quel periodo, a Fushimi, Kyōto, si svolse la prima processione delle sette divinità, che le raffigurava come un gruppo. La credenza in queste sette divinità era diffusa soprattutto tra i contadini e i pesscatori e la loro popolarità continuò a crescere durante il periodo Edo (1603-1867), così come la loro associazione con il nuovo anno e le tradizioni di buona fortuna.

    Si dice che visitando i templi e i santuari dedicati a ciascuna di queste divinità, si ricevono benedizioni come longevità e prosperità degli affari.

    I nana-hashira (七柱), altro termine giappone usato per indicate queste sette divinità (hashira nella lingua giapponese è un josūshi (助数詞) ovvero il classificatore usato per contare le divinità) sono:

    Fonte: https://tabi-mag.jp/

    Ebisu – 恵比寿  (Giappone)

    Daikokuten – 大黒天 (India)

    Bishamonten – 毘沙門天 (India)

    Benzeiten – 弁財天 (India)

    Hoteison – 布袋尊 (Cina)

    Hukurokuju – 福禄寿 (Cina)

    Jurōjin – 寿老人 (Cina)

    Sono spesso raffigurati insieme a bordo di una nave, detta takara-bune (宝船, nave del tesoro) carica di oro, argento e tesori e si dice siano di grande auspicio per il nuovo anno come simbolo di ricchezza e felicità.

    七つの災難が消え、七つの福が生まれ。

    Nanatsu no sainan ga kie, nanatsu no fuku ga umare.

    “Sette sfortune scompariranno e sette fortune nasceranno”

    Esistono varie teorie sull’origine di queste divinità, ma la teoria prevalente è che il numero sette si basi sulla frase “shichi-nansoku-metsushichi-huku-sokushō “七難即滅、七福即生”  contenuta all’interno del sutra buddista conosciuto come ninnōgyō (仁王経) di cui trovate la spiegazione e traduzione sopra. Il ninnō-gyō o ninnō-kyō, è un testo sacro della scuola Shingon sui rituali di preghiera per la pace e la protezione della nazione.

    Conosciamo meglio allora queste sette divinità, i loro tratti distintivi e come riconiscerle.

    Ebisu – 恵比寿

    La divinità portatrice di un abbondante pesca. Ebisu è l’unica divinità giapponese tra le sette divinità della fortuna nonché la più famosa ed usata dai Giapponesi. Alcuni ritengono che sia Hiruko, il primo figlio di Izanami e Izanagi,  abbandonato dopo la sua nascita a causa delle deformità del suo corpo. È considerata la divinità protettrice del commercio e degli affari, nonché dell’abbondanza dei raccolti. È anche il patrono dei pescatori perché spesso è raffigurato con un’orata nella mano sinistra e una canna da pesca nella destra. Esiste anche un mito secondo il quale Ebisu, poiché all’età di tre anni non era in grado di camminare, si spostava a bordo di una barca. Per quanto motivo è sempre stato venerato dai pescatori come una divinità portatrice di una pesca abbondante. Viene spesso considerato come simbolo della capacità di fornire cibo sufficiente alla propria famiglia e ai propri cari.

    Daikokuten – 大黒天

    Daikokuten, in origine era un’incarnazione di Shiva, il dio della creazione e della distruzione nella mitologia indiana. Poiché la parola “daikoku” in giapponese può essere scritto come la parola ōkuni (大国) è stato considerato tutt’uno con la divinità giapponese Ōkuninushi ni Mikoto (大国主命). Proveniente dalla cultura indo-buddista è spesso raffigurato ed associato a Ebisu in quanto hanno significati simili. Daikokuten è la divinità del commercio, degli scambi e dell’agricoltura ed è spesso raffigurato a cavallo di due dischi di riso, portante un grande sacco che rappresenta un tesoro e un martello da cui si crede scaturisca la ricchezza.
    Spesso venerato come kami del kamado, luogo centrale della casa dove si era soliti cucinare.

    Bishamonten – 毘沙門天

    Bishamonten è un’antica divinità indu, nota anche come Vaisravana, leader dei Quattro Re Celesti che proteggono il mondo buddista e conosciuta anche come tamonten (多聞天). Noto anche come divinità della guerra viene raffigurato vestito di un’armatura e con una pagoda in miniatura in mano, che rappresenta le sue origini guerriere e la sua protezione della fede buddista. Naturalmente, Bishamonten è considerato il protettore dei guerrieri e dei combattenti. Si dice anche che la fede in Bishamonten porti anche altri benefici e dieci tipi di benedizioni per allontanare la sfortuna.

    Benzeiten – 弁財天

    Benzaiten è l’unica divinità femminile a far parte del gruppo e deriva dalla dea indiana Saraswati. È spesso associata all’acqua ed è comunemente raffigurata con un cancello tori e mentre suona un biwa, uno strumento tradizionale giapponese. È anche comunemente accompagnata da un serpente bianco. Benzaiten è la dea delle arti, della musica, della bellezza e dell’eleganza. È stata considerata la patrona di artisti, scrittori, musicisti, geishe e professioni simili.

    Hoteison – 布袋尊

    Conosciuto anche come Budai, è una divinità di origine cinese che si dice sia realmente esistita. Hotei era un monaco salito al rango di divinità per le sue credenze e grazie alle azioni compiute durante la sua vita. È la divinità della salute e della felicità. È considerato il patrono e il guardiano dei bambini. Viene spesso raffigurato mentre porta un grande sacco. Si dice che questo rappresenti la pazienza o la felicità, che egli distribuisce ai suoi fedeli. Il sacco che porta sempre con sé é detto kannin-bukuro (堪忍袋) ovvero il “sacco delle pazienza”. Da qui deriva il detto giapponese:

    堪忍袋の緒が切れる

    Kannin-bukuro no o ga kireru

    “Perdere la pazienza”

    Chi è sposato con una giapponese conoscerà di sicuro la credenza delle mittsu no fukuro (三つの袋). Il significato letterale di “mittsu no fukuro” è “tre borse”, e queste borse sono spesso citate come cose importanti nella vita matrimoniale o come chiavi essenziali per l’armonia del legame stesso.

    La prima borsa è conosciuta come kyūryō-bukuro (給料袋), che significa “busta paga”. La stabilità economica derivante da un buon stipendio ovviamente è considerata importante per le stabilità di un matrimonio.

    La seconda borsa è la kannin-bukuro (堪忍袋) che significa la “borsa della pazienza”. Moglie e marito devono sopportarsi a vicendea per avere una vita matrimoniale felice.

    La terza ma non meno importante è o-fukuro (お袋), parola giapponese usata per indicare la propria madre. È un linguaggio più maschile e può essere usato tra amici o in contesti formali per parlare della propria madre. Non ci si deve mai dimenticare che i nostri genitori ci hanno cresciuto e che dobbiamo prenderci cura di loro fino alla fine.

    Fukurokuju – 福禄寿

    Di origine cinese ed è considerato la divinità della felicità e della longevità. Si dice che sia stato un monaco eremita in Cina, capace di sopravvivere senza nutritsi. Viene solitamente rappresentato come un uomo anziano con una grande fronte, simbolo taoista di lunga vita. Spesso viene anche raffigurato con una gru o una tartaruga, animali che in Giappone rappresentano la lunga vita. Si dice che i tre kanji che compongono il suo nome:

    Fuku – 福=幸福 (kōfuku) felicità

    Roku – 禄=fuku, status

    Ju – 寿=kotobuki, longevità

    portino benefici come la prosperità della prole, la fortuna finanziaria, la salute e la longevità.

    Jurōjin – 寿老人

    Jurōjin è strettamente associato a Fukurokuju, in quanto è anch’esso una divinità associata alla longevità e di origine cinese. Come Fukurokuju, viene rappresentato con una lunga fronte, con un rotolo in mano e accompagnato da una gru o da un cervo. È considerato il protettore delle persone anziane.


    Questa sette divinità vengono venerate all’interno di santuari e templi e il recarsi in visita presso questi luoghi sacri è conosciuto come shichifukujin-meguri (七福神巡り). Per la maggior parte delle persone che crede che buddismo e Shintō siano sempre state due religioni separate spese che queste divinità siano venerate sia presso i santuari che presso i templi suona alquanto bizzarro. Il motivo è che i santuari e i templi erano spesso uniti prima del periodo Meiji (1868-1912). Non a caso all’inizio di questo articolo ho parlato di sincretismo shintoista-buddista conosciuto come shinbutsu-shūgo (神仏習合). Nonostante i tentativi formali dei reggenti di periodo Meiji di creare una netta separazione tra lo Shintō, considerato la religione autoctona e ancestrale del paese, e il buddismo, la religione importata dal continente, la mescolanza tra le due religioni è sopravvissuta ed è ancora viva e vegeta. Shintō e buddismo non solo hanno condiviso i luoghi sacri ma anche i loro riti e tradizioni si sono influenzati a vicenda creando un qualcosa di unico che ancora oggi è oggetto di studio.

    Durante la metà del periodo Edo il pellegrinaggio dedicato alle Sette Divinità della Fortuna, divenne estremamente popolare tanto quanto il monte Fuji e il kōshin. Il kōshin-shinkō (庚申信仰) è un insieme di credenze e pratiche popolari di origine taoista che una volte introdotta in Giappone fu subito influenzata da shintoismo e buddhismo. Il kōshinkō è incentrato sull’idea che tre entità dette sanshi (三尸) vivano all’interno del corpo umano e salgano in cielo una volta ogni sessanta giorni, mentre la persona dorme, per riferire sulle sue malefatte. I praticanti della fede Kōshinkō organizzano eventi in quei giorni, cantando il Sutra del Cuore e impegnandosi in altre attività per tutta la notte, senza dormire, in modo che queste entità non riescano a salire fino all’Imperatore Celeste conosciuto come tentei (天帝) per riferire sulle malefatte delle persone.


    Oggi è possibile visitare luoghi dedicati alle sette divinità della fortuna a Tōkyō, più precisamente nella zona di Nihonbashi. Quindi se vi trovate in Giappone vi consiglio di visitare questi luoghi perché sono molto interessanti e possono essere raggiunti anche a piedi senza l’uso dei mezzi.

    1. Il santuario dedicato a Fukurokuju, il Koami-jinja (小網神社)

    2. Il santuario dedicato a Hoteison, il Chanoki-jinja (茶ノ木神社)

    3. Il santuario dedicato a Benzaiten, il Suitengu (水天宮)

    4. Il santuario dedicato a Daikokuten, il Matsushima-jinja (松島神社)

    5. Il santuario dedicato a Bishamonten, il Suehiro-jinja (末廣神社)

    6. Il santuario dedicato a Jurōjin, il Kasama-jinja (笠間稲荷神社)

    7. Il santuario dedicato ad Ebisu, il Suginomori-jinja (椙森神社)

    Ho avuto la fortuna di visitarlo mentre mi trovavo a Tōkyō per i miei studi e sono delle vere e proprie perle incastonate tra gli edifici delle città che consiglio a tutti di visitare.

    Le sette divinità della fortuna sono molto popolari in Giappone e si crede elargiscono sempre molte benedizioni. Alcune di queste divinità possono essere facilmente confuse con altre, ma è possibile distinguerle osservando ciò che portano con sé e ciò che indossano. Se ne avete la possibilità, vi consigliamo di visitare templi e santuari e di pregare per ottenere anche voi un po’ di fortuna.

  • Nengajō – 年賀状

    Nengajō – 年賀状

    Cartoline di auguri per il nuovo anno

    Foto del sito web delle Poste giapponesi

    Similmente all’usanza occidentale di inviare biglietti di Natale, in Giappone esiste la tradizione di inviare biglietti di auguri per il nuovo anno, chiamati nengajō (年賀状). Poiché al giorno d’oggi si trovano in vendita già scritte su apposite cartoline, sono conosciute anche come nenga-hagaki (年賀はがき), o cartoline di Capodanno.

    Questa usanza sembra essere nata durante il periodo Heian (794-1185), quando la nobiltà iniziò a scrivere lettere alle persone che vivevano troppo lontane per potersi recare in visita a porgere i consueti auguri di buon anno. Quando, nel 1871, il servizio postale giapponese seguì l’esempio europeo e creò le cartoline, queste si adattarono perfettamente a questi auguri che richiedevano solo la scrittura della frase Buon Anno, il proprio nome e un indirizzo. La tradizione si è conservata da allora, diventando una delle ricorrenze di capodanno più comuni nella storia del Giappone.

    Nonostante la diffusione dei social e delle app di messaggistica abbiano contribuito al declino di questa tradizione il servizio postale giapponese stima che ogni anno ogni giapponese spedisca circa 15 nengajō.

    Lo scopo primario di questi biglietti è quello di esprimere la vostra gratitudine a parenti, amici o colleghi che vi hanno aiutato nel corso dell’anno. Spesso sono anche usate come un modo per rimanere in contatto con persone che non si ha la possibilità di vedere spesso. Nel caso in cui si riceva uno di questi biglietti da qualcuno a cui non sono fatti gli auguri, la regola vuole che si risponda con una nengajō.

    La sola regola da tenere a mente è non inviare una nengajō a qualcuno che ha avuto un lutto in famiglia durante l’anno trascorso. È usanza delle famiglie che hanno avuto in lutto spedire anticipatamente una cartolina detta mochū-hagaki (喪中はがき) per comunicare ai tutti i loro conoscenti che non festeggeranno la fine dell’anno. L’usanza del mochū-hagaki non rappresenta la norma, cambia da famiglia a famiglia.

    Per essere certi che le vostre cartoline vengano consegnate in tempo (cioè il 1° Gennaio), il servizio postale giapponese inizia ad accettare le cartoline contrassegnate con la parola nenga, dal 15 dicembre e le conserva per la consegna il 1 Gennaio. Normalmente è meglio consegnare le cartoline entro il 25 Dicembre. È preferibile che le nengajō arrivino a destinazione entro il 3 Gennaio, che in genere è l’ultimo giorno di vacanza. Il termine ultimo di consegna delle nengajo è il 7 Gennaio. Tutte le cartoline consegnate dopo questa data sono considerate come kanchu-mimai (寒中見舞い), ovvero auguri invernali.

    Le nengajō, già affrancate, sono normalmente acquistabili presso tutti gli uffici postali o presso in konbini. Ce ne sono in vendita di tutti i tipi. Da quelle bianche dove potete aggiungere decorazioni voi stessi a quelle già disegnate. Qualsiasi biglietto può essere spedito come nengajō apponendo un apposito francobollo dal prezzo di 52 yen e scrivendo la parola nenga sopra ‘indirizzo del destinatario.

    Esistono anche siti web che offrono disegni stampabili: il sito ufficiale delle poste giapponesi ha una sezione, chiamata crea la tua nengajō ,contenente più di 400 stili per tra i quali poter scegliere.

     

    Le cartoline che si trovano in vendita sono molto semplici da compilare in quanto prevedono già tutti gli spazi necessari per inserire indirizzo di mittente e destinatario. L’indirizzo del destinatario si trova sul lato destro mentre quello del mittente sul lato sinistro. Sulla parte alta troverete gli spazi esatti per inserire il codice di avviamento postale, essenziale in Giappone, visto che non esistono i nomi delle vie. Il nome del destinatario e di ogni membro della famiglia, se ne si è a conoscenza, va scritto sulla cartolina seguito dall’ onorifico sama (様). Il cognome può essere scritto solo una volta. Ricordatevi di scrivere i nomi utilizzando dei caratteri più grandi rispetto a quelli usati per l’indirizzo.

    I messaggi più frequenti riportati sulla cartolina sono:

    明けましておめでとうございます。

    Akemashite omedetō gozaimasu.

    新年おめでとうございます。

    Shinnen omedeto gozaimasu.

    謹賀新年。

    Kinga-shinnen.

    Tutti e tre questi messaggi significano semplicemente “Buon Anno”.

    Normalmente uno di questi tre auguri viene seguito dalla seguente frase:

    昨年はお世話になりました。

    Sakunen wa o-sewa ni narimashita.

    “Grazie per tutto il vostro sostegno dell’anno scorso”.

    Seguita da:

    今年もよろしくお願いします。

    Kotoshi mo yoroshiku onegaishimasu.

    che in italiano potremmo rendere come “spero che la sua gentilezza verso di me continui anche durante l’anno nuovo”.

    Le nengajō sono spesso decorate con una foto di famiglia o ritraente un evento importante accaduto durante l’anno passato come un matrimonio o una nascita. Molto popolari sono anche le rappresentazioni dello zodiaco cinese che distingue l’anno a venire.

    Il 2024, in giapponese Reiwa Roku Nen (令和6年), sarà il tatsu-doshi (辰年) anno del drago, quindi sono già in vendita le cartoline a tema.

    Quindi, ora che sapete cosa sono le nengajō e siete in vacanza in Giappone compratene alcune e speditele a vostri familiari in Italia. Sicuramente farà felici anche loro. Attraverso le poste giapponesi è possibile recapitare le nengajo in quasi tutti i paesi del mondo.

     

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