Autore: francesco baldessari

  • Secondo voi una scrittura a ideogrammi, come il cinese o il giapponese, oltre ad alcune evidenti complicazioni come l’enorme numero di segni ha qualche vantaggio rispetto alla nostra scrittura alfabetica?

    Questo post non può essere completo, ma darà una idea vaga di come stanno le cose. Credo sia prima di tutto necessario chiarire di cosa stiamo parlando, per poter poi capire bene gli immensi svantaggi di un sistema come quello cinese o, peggio, giapponese, svantaggi molto più gravi della semplice difficoltà grafica.

    Svantaggi

    Il sistema è molto più complesso di quanto normalmente creduto. Per cominciare, quelli cinesi non sono ideogrammi perché non assomigliano più a quanto rappresentano.

    Il primo è un pittogramma, il secondo è un simbolo fonografico che sta per la parola giapponese per pollo (niwatori). È una differenza cruciale, perché ci dice che uno dei vantaggi degli ideogrammi, la comprensibilità indipendentemente dalla lingua parlata, se ne è andata. È vero che spesso, ma non sempre, un cinese può leggere un carattere giapponese e capire cosa vuol dire senza sapere come si pronuncia, ma questo perché ha memorizzato un insieme complesso di segni, di per sé privi di significato o somiglianza, e non perché quello che ha letto assomigli ad un pollo.

    Perché sono stati abbandonati gli ideogrammi? All’inizio c’erano i pittogrammi, che rappresentavano un oggetto concreto, ad esempio un pollo.

    Poi sono arrivati gli ideogrammi, che rappresentavano un’idea, ad esempio quella di pollo. La differenza è sottile ma importante. Per poter rappresentare via segni cose non rappresentabili direttamente, come nel caso del sapore del pollo, si usava supponi una parola composta da una lingua umana e un‘immagine del pollo.

    Gli ideogrammi si sono poi a poco a poco allontanati dal realismo iniziale, in parte per rappresentare idee sempre piú astratte, arrivando ai simboli fonografici, che rappresentano un suono e basta.

    Ryū o 龍, drago.

    Quale dei due metodi di scrittura sembra più efficiente?

    Il processo di creazione di caratteri nuovi è stato quindi razionalizzato dando loro una struttura interna e limitando i caratteri semplici utilizzabili per crearne di nuovi ai soli membri di una certa lista. Questa pagina del vecchio ed eccezionale dizionario Nelson illustra i 214 tasselli Lego utilizzabili per costruire nuovi caratteri.

    Ecco il nostro pollo ed il carattere diviso in radicali (cosi si chiamano i componenti semplici di un carattere).

    I caratteri hanno quindi una dimensione nascosta. Regole su regole su come comporre e non comporre, scriverli o non scriverli.

    Infine, ed è il problema più grave posto da questo sistema, i caratteri portano sia all’impoverirsi, sia al distorcersi del corredo di suoni che una lingua possiede. Gli omofoni sono un flagello caratteristico di queste società. Cina, Corea, Giappone ne soffrono tutti le conseguenze.

    Per dettagli, vedere Kanji and Homophones Part I – Does Japanese Have Too Few Sounds?

    Il giapponese ha dieci vocali e circa 20 consonanti, ma non permette sequenze di consonanti. Tenendo questo presente possiamo arrivare a 400 sillabe combinabili in 160 000 modi diversi. Sarebbero sufficienti, ma ci sono i caratteri cinesi.

    I giapponesi usano il cinese come noi il greco. (Crio, freddo) (scopia, osservare), crioscopia, è una parola che mi sono inventato, ma si capisce immediatamente cosa vuol dire. Analisi visiva attraverso l’uso del freddo. Le parole composte in giapponese funzionano allo stesso modo col cinese.

    Ahimé, il cinese è tonale, il giapponese no, così che quattro vocali di altrettante parole cinesi (ad esempio mā, má, mǎ, and mà) vengono ridotte ad una, ma. Quattro parole diverse in cinese vengono compresse in quattro omofoni in giapponese. Di qui il sovraccarico su alcune sillabe (la sillaba tō, per questa e altre ragioni, corrisponde ad oltre 40 differenti caratteri), mentre altre cadono in disuso. Questo riduce le possibili pronunce dei caratteri cinesi a solo 300 circa.

    Il problema del sovraccarico semantico (e quindi delle omofonie) esiste anche in cinese perché, per facilitar la vita a sé stessi e ai lettori, nel creare neologismi uno tende ad evitare caratteri rari, sovraccaricando quelli che sono già fin dall’inizio abusati.

    Ho ottenuto questa immagine digitando hoosoo, la prima parola che mi è venuta in mente, nel vocabolario del mio telefonino . Sapendo che quella verticale è la pronuncia, senza sapere il giapponese potete verificare voi stessi che esistono moltissime parole composte pronunciate in questo modo. L’unica cosa che le distingue è il carattere cinese con cui sono scritte. Ed è per questo che, una volta che inizi a scrivere in questo modo, è difficile smettere. I giapponesi ci hanno provato ed hanno desistito. Il problema è tale che in Giappone tracciare un carattere cinese col dito sulla mano per far capire ad un interlocutore di quale omofono si stia parlando è un evento assolutamente normale.

    I coreani hanno smesso l’uso di caratteri cinesi (non del tutto), ma ho letto che ne pagano le conseguenze in termini di mancanza di chiarezza.

    Nello scrivere, poi, c’è una forte preferenza per le parole composte, appunto di origine cinese e quindi intrinsecamente problematiche a causa delle omofonie.

    Scrivere in giapponese è poi un lavoro da certosini che i giapponesi stessi considerano una seccatura, anche con i computer.

    Dulcis in fundo, in giapponese non si usano spazi.

    Vantaggi

    Quando si tratta di tradizioni ci si affeziona un po’ a tutto. Dio ti protegga quindi se osi criticare l’uso di caratteri cinesi, ma io personalmente ci farei la birra. I vantaggi sono una certa brevità del testo, una grande bellezza e decoratività. Poca cosa a paragone dei disagi causati.

    Per concludere, qualcosa di divertente. Un linguista cinese ha composto una favola composta esclusivamente dal suono shi pronunciato con toni diversi. Una fantasmagoria di omofoni.

    Ed ecco la traduzione per Paolo Lo Re e Francesco Iovine, che sicuramente e giustamente la chiederebbero.

    In un covo di pietra, un poeta chiamato Shi Shi,

    affetto da dipendenza da leoni, aveva giurato di mangiare dieci leoni.

    Andava spesso al mercato a cercare leoni.

    Alle dieci, dieci leoni erano appena arrivati al mercato.

    In quel momento, Shi era appena arrivato al mercato.

    Vide quei dieci leoni e, colla forza delle frecce, fece morire quei dieci leoni.

    Shi raccolse i cadaveri dei dieci leoni e andò al covo di pietra.

    Il covo di pietra era umido. Lo fece pulire ai suoi servitori.

    Pulito che fu il covo di pietra, cercò di mangiare quei dieci leoni.

    Mentre mangiava, si rese conto che questi dieci leoni erano in realtà dieci cadaveri di leoni di pietra.

    Prova a spiegare questa storia.

    Il ruolo dei caratteri cinesi nella storia di quel paese

    Questo articolo non sarebbe completo senza la menzione del ruolo esercitato dai caratteri cinesi nella storia di quel paese. La Cina è un’entità molto difficile da definire, particolarmente in lingue europee, che mancano delle categorie necessarie per definirla con esattezza. La Cina è infatti costituita da centinaia di etnie che parlano moltissime lingue.come fanno quindi questi popoli così diversi a riconoscersi come membri di una cultura articolare?

    Uno dei pochi modi sensati per definirla è attraverso i caratteri cinesi. Questi ultimi permettono a popolazioni di lingua e posizione geografica molto diverse di condividere una letteratura e una storia scritta e quindi una cultura. Non è quindi esagerato dire che i caratteri cinesi hanno un ruolo fondamentale nel definire. la Cina.

  • I ponti ad arco di Edo

    Katsushika Hokusai, Kameido Tenjin Bridge

    Le stampe giapponesi dette ukiyoe nacquero a Edo, la Tokyo di oggi, per cui è più che comprensibile che quasi sempre ritraggano quella città. 

    Una città strampalata, priva di traffico su ruote, di animali da soma, con ponti ad arco dovunque ci fosse dell’acqua. Beninteso, la tecnologia fondamentale dei ponti è l’arco anche in Europa, ma questo arco è completamente al di sotto del livello del suolo. In Giappone al contrario i ponti erano di solito costruiti del tutto al di fuori dell’acqua, rendendo necessarie mostruosità come quella che vedete qui sopra.

    Questo ponte si trovava a Kameido più o meno nell’area vista nella fotografia. Il suo inizio è praticamente verticale e si vedono persone letteralmente arrampicarsi per passare dall’altra parte. Un simile ponte è impraticabile per un animale o un anziano. è un disastro per i trasporti, quindi, addirittura un ostacolo alla circolazione. Ponti come questo erano sicuramente la ragione per l’uso quasi esclusivo delle braccia umane per far andare avanti la città, con il buddismo come coadiuvante. L’uso degli animali per i trasporto era condannato dai sutra.

    Ma a questo punto viene da domandarsi perché usare ponti simili. La risposta può essere una sola. Essi erano fatti di legno per poter resistere a terremoti. Ma l’essere fatti di legno li rendeva inadatti ad essere messi in acqua.

    Non vedo altre ragioni che possono spiegare il mistero. È vero che sono molto belli e decorativi. Nella terza tavola, il ponte è in muratura, cosa che dimostra che la tecnologia non era sconosciuta. Era accettabile qui in un giardino, non un posto come Nihonbashi, il cui ponte vedete nell’ultima tavola.

    La distanza fra le due rive, il flusso enorme e continuo di traffico, in questo caso occasionalmente anche animale, e l’altezza dei banchi del canale rendono impossibile un ponte del tutto fuori dell’acqua. Il ponte a Nihonbashi infatti è sostenuto da enormi tronchi, che sicuramente dovevano venire sostituiti spesso.

  • Il pensiero e l’azione nella filosofia giapponese, Parte prima

    Perché il termine buddhismo in giapponese finisce in -kyō e quello Shintō in -tō (come Jūdō, Kendō, Kyūdō e Aikidō)?

    L’altro giorno ho parlato del mio nuovo amico che è un sacerdote Shinto. Nello spiegarmi perché lo Shintō a suo parere non è una religione, Otomo ha menzionato il fatto che la parola giapponese per buddismo finisce in –kyō (bukkyō, insegnamento di Buddha) e quella Shinto in –tō (strada). 

    Mi sono chiesto allora che differenza fa.

    Il suffisso “-do” di Shintō viene usato nelle arti marziali giapponesi, come in Jūdō,” “Kendō,” “Aikidō,” “Karatedō”, ecc., dove significa “via” o “percorso”. )

    Ho cercato su Internet e non ho trovato quello che cercavo. Alla fine credo di esserci arrivato da solo. Il –kyō del buddismo indica la presenza di un insegnamento e di un maestro, in altri termini, di una guida. 

    La strada cui allude il –dō di Shintō è un percorso del quale conosci solo il punto di arrivo. Il resto lo devi scoprire da solo.

  • L’impressionismo e Van Gogh

    L’impressionismo e Van Gogh

    Gli Ukiyoe sono stati introdotti in Europa in modo piuttosto insolito. Durante il tardo XIX secolo, le stampe Ukiyo-e giapponesi arrivarono in Europa,  principalmente come materiale d’imballaggio per proteggere oggetti come ceramiche e porcellane durante il trasporto. I commercianti e i collezionisti europei iniziarono a notare queste stampe e furono affascinati dal loro stile unico.

    Questo insolito modo di arrivare non ha impedito alle stampe di avere  un impatto significativo sull’arte europea, in particolare sul movimento dell’Impressionismo. Artisti come Vincent van Gogh, Claude Monet e Edgar Degas furono influenzati dalla composizione, dai colori e dai soggetti delle stampe Ukiyoe. Questa influenza è visibile in alcune delle loro opere, che mostrano chiare somiglianze con lo stile e la tecnica delle stampe giapponesi.

    In effetti, questo fenomeno ha contribuito a dare inizio a un movimento artistico noto in Europa come Japonisme e che ha visto artisti e designer incorporare elementi estetici e temi giapponesi nelle loro opere. La scoperta e l’apprezzamento degli Ukiyoe in Europa hanno quindi giocato un ruolo fondamentale nel collegare l’arte e la cultura dell’Estremo Oriente con quella dell’Occidente.

    Ancor oggi si ha l’impressione che queste opere siano popolari più di un’Europa che nel paese che le ha prodotte, che sembra non ancora del tutto convinto oggi si ha l’impressione che queste opere siano popolari più di un’Europa che nel paese che le ha prodotte, che sembra non ancora del tutto convinto della loro qualità, tanto che i più grandi musei della loro qualità, tanto che i più grandi musei del genere sono quasi tutti all’estero.sono quasi tutti all’estero.

    Influenza di Hiroshige sull’arte europea

    Vincent van Gogh fu profondamente influenzato dagli Ukiyoe giapponesi in diversi aspetti tecnici ed espressivi. Van Gogh fu colpito dall’uso audace e vivace dei colori negli Ukiyoe. I giapponesi utilizzavano colori brillanti e puri, che differivano notevolmente dalla tavolozza più sobria tipica dell’arte europea dell’epoca. Van Gogh iniziò ad adottare palette di colori più brillanti e contrastanti  Gli Ukiyoe spesso usavano contorni netti e linee chiare per definire le forme. Questa tecnica influenzò Van Gogh, che iniziò a incorporare linee audaci e contorni ben definiti nei suoi dipinti, come si può vedere in opere come “La camera da letto.”

    Vincent van Gogh, La stanza da letto ad Arles

    L’arte Ukiyoe spesso ignorava le regole tradizionali della prospettiva e della composizione europea, presentando invece tagli audaci e punti di vista insoliti. Questo approccio ha ispirato Van Gogh a sperimentare con la composizione nelle sue opere, portando a prospettive più dinamiche e meno convenzionali. Gli Ukiyoe erano noti per la loro semplicità e chiarezza, con un’enfasi sul catturare l’essenza di un soggetto. Van Gogh ammirava questa qualità e cercava di usare una maggiore semplicità e chiarezza espressiva nelle sue opere. Gli Ukiyoe spesso rappresentavano la natura e scene della vita quotidiana. Anche questo loro aspetto influenzò Van Gogh, che era già incline a dipingere paesaggi e scene della vita quotidiana, una tendenza che le opere giapponesi confermarono e rinforzarono. Invece di creare l’illusione di profondità attraverso l’uso di sfumature e chiaroscuro, gli Ukiyoe spesso utilizzavano aree piatte di colore. Van Gogh adottò questo stile, applicando il colore in modi che enfatizzavano la piattezza della superficie del dipinto. Una delle sue opere che illustra bene la profondità dell’influenza subita dal grande pittore olandese è una copia di Acquazzone sul ponte di Ohashi, di Hiroshige. Posso dire che mi piace di più l’originale?

  • Il pensiero e l’azione nella filosofia giapponese, Parte Seconda

    Qualche giorno fa ho scritto un breve articolo sulla mia scoperta che la presenza del suffisso -dō dopo il nome di una disciplina giapponese non è neutrale, ma ha implicazioni precise che non vanno ignorate. 

    Andō Hiroshige, le 53 stazioni della Tōkaidō

    La scoperta mi ha aperto diverse porte, facendomi realizzare un’altra volta che penso di comprendere cose che in realtà non mi sono chiare. Ora spiego.

    L’azione ed il pensiero

    Conosco diverse parole giapponesi che terminano con il suffisso -dō (道), che significa”via” o “cammino”. Ecco alcuni esempi:

    1. Judō (柔道)”, la via della morbidezza”, un’arte marziale che enfatizza la flessibilità e l’efficienza.

    2. Kendō (剣道): “la via della spada”, un’arte marziale che si concentra sull’uso del bambù katana.

    3. Aikidō (合気道) “la via dell’armonia spirituale”, un’arte marziale che mira ad armonizzare l’energia.

    4. Karatedō (空手道), ”la via della mano vuota”, un’arte marziale che impiega tecniche di pugno e di calci.

    5. Chadō (茶道) “la via del tè”, più comunemente conosciuta come la cerimonia del tè giapponese.

    6. Shodō (書道)”la via della scrittura”, l’arte della calligrafia giapponese.

    7. Ikebanadō (生け花道) “la via dell’ikebana”, l’arte giapponese di arrangiare i fiori.

    8. Shintō, nome di una religione spacciata per la più antica del popolo giapponese, in realtà un’invenzione dell’amministrazione Meiji.(1).

    Per spiegare un po’ meglio il significato di questo suffisso, il -dō indica che, a differenza del buddhismo, dove esistono e sono sempre esistiti i maestri, a partire da Siddhartha Gautama,, la conoscenza in Giappone viene associata col perseguire una via. Tale via ti darà un obiettivo e null’altro. Sta a te scoprire il resto. Non ci sono insegnamenti, l’essenza della via è la tua crescita personale, conseguenza dei problemi che incontrerai e delle soluzioni che darai loro.

    Sarebbe un errore a questo punto pensare che questo modo di pensare si limiti a queste poche arti. Al contrario, l’Enciclopedia della Filosofia dell’Università di Stanford dichiara che l’unione di azione e pensiero è la caratteristica fondamentale della filosofia giapponese.

    Se questo è vero, e non ho ragione di pensare il contrario, la filosofia giapponese si limita al rapporto fra l’individuo e il mondo, un raggio di interessi molto inferiore a quello della filosofia europea, che si estende perlopiù al non umano, per capirlo e definirlo.

    Ma, per tornare al tema, alla base delle manifestazioni di creatività giapponese che abbiamo visto c’è l’incontro con la realtà come momento di comprensione di se stessi. Nel modo di pensare del Giappone l’importante non è la riflessione astratta, quanto quella applicata appunto all’azione.

    La mia via

    Credo di avere un episodio tratto dalla mia vita personale che illustra bene il significato di via come appare nella filosofia giapponese. Sono falegname, scadente ma falegname, e mi sono autoimposto alcune condizioni di lavoro piuttosto scomode, ma che mi consentono di evitare di farmi male seriamente. Non uso utensili utensili elettrici, il che vuol dire che passo spesso ore a fare quanto altri fanno in un minuto, meglio di me e con una sega a nastro di costo modesto. Eppure la decisione di non usare utensili elettrici, ma solo una sega a mano Ryōba, originariamente presa per motivi di sicurezza, è stata una delle migliori della mia vita. Le difficoltà extra che mi sono andato a cercare mi hanno tutte insegnato qualcosa di utile. La prima è stata quanto duro e difficile sia essere un falegname, e quanto difficile sia mantenere una famiglia in questo modo. Lavori per due giorni per costituire un oggetto disponibile da qualche parte per metà di quello che hai speso, senza contare il tuo lavoro. 

    C’è di più, ovviamente. Costruire qualcosa di concreto, avere un obiettivo preciso in mente, necessitare di cose che non possedevi come la pazienza e l’accettazione serena che un errore può rendere inutili giorni di lavoro, ti cambiano. Per essere un buon falegname devi essere una persona migliore. I tuoi mobili rifletteranno la complessità e la ricchezza della tua personalità. I mille pali fra le ruote che ho trovato prima del successo mi sono stati molto utili in campi molto diversi dalla falegnameria. La pazienza è una dote utile un po’ dappertutto.

    Ed ora arriva finalmente l’episodio che avevo nominato in apertura. Avevo notato che molti dei pali usati dall’industria edilizia (2 by 4) qui in Giappone per costruire le case sono fatte in legno bianchissimo. Ho deciso quindi di tagliare uno di questi pali in fettine, ciascuna di dimensione 180 × 12 × 0,5 cm per farne scatole. La prima fetta mi è costata quattro ore di lavoro. Il legno era durissimo e fibroso, uno dei peggiori che avrei potuto scegliere. Non mi pento del mio fallimento. Ci sono due modi per imparare. Uno è la fortuna, l’altro è il fallimento.

    A modo mio, , ho trovato il mio -dō, la mia strada. ‘’

  • L’azione ed il pensiero nella filosofia giapponese

    L’altro giorno ho parlato del mio nuovo amico, che è un sacerdote Shinto. Nello spiegarmi perché lo Shintō a suo parere non è una religione, Otomo ha menzionato il fatto che la parola giapponese per buddismo finisce in kyō (insegnamento), quella Shinto in -tō (strada). 

    Andō Hiroshige, dalle 57 stazioni della Tokaidō, Totsuka

    Mi sono chiesto allora che differenza facesse.

    Il suffisso -dō di Shintō viene usato quasi sempre nelle arti marziali giapponesi, come in Jūdō, Kendō, Kyūdō e Aikidō, ecc., dove significa “via” o “percorso”. 

    Ho cercato su Internet e non ho trovato quello che cercavo. Alla fine credo di esserci arrivato da solo. Il –kyō del buddismo indica la presenza di un insegnamento e di un maestro, in altri termini, di una guida. 

    La strada cui allude il -dō di Shintō è un percorso del quale conosci solo il punto di arrivo. Il resto lo devi scoprire da solo.

  • Quali sono alcune teorie o significati nascosti dietro al film d’animazione La Città Incantata (in inglese Spirited Away, e in Giapponese “Sen to Chihiro no kamikakushi”) di Hayao Miyazaki?

    Prima di tutto va detto che questo è un titolo che si può capire solo dopo aver visto il film. Alla prima lettura è enigmatico.

    Letteralmente vuol dire “Il Kamikakushi di mille e Chihiro.” Kamikakushi vuol dire “L’essere rapiti dagli spiriti.”

    Chihiro è la bambina protagonista del film. Il suo nome si scrive con due caratteri, 千尋. Il primo vuol dire mille, appunto, e si legge chi oppure (quando non fa parte di composti), sen. Il secondo, hiro, è una vecchia unità di misura equivalente a un palmo.

    Ora che abbiamo tutte le informazioni necessarie, possiamo procedere con la spiegazione vera e propria. All’inizio del film Chihiro incontra Yubaba, proprietaria dello stabilimento balneare. Chihiro cerca lavoro, ma Yubaba non ha alcuna intenzione di assumere una ragazzina, men che meno una vivente in una città di spiriti. Alla fine si lascia convincere, ma le toglie il secondo carattere dal nome, che si stacca dal contratto e le vola in mano. Yubaba lo mette in tasca. Il chi di Chihiro, ora da solo sul contratto, si legge di conseguenza Sen.

    E infatti Yubaba annuncia alla ragazzina che ora il suo nome è Sen.

    Potrò sbagliarmi, ma io non vedo problemi di traduzione di sorta. Si sarebbe potuto lasciare tutto come stava e, invece di usare quel titolo pacchiano, abusato e stantio, si sarebbe potuto dire, con perdita minima, “Sen e Chihiro rapite dagli spiriti” come propone Aldopaolo.

    O magari

    Chihiro e Sen in

    RAPITE DAGLI SPIRITI

    Fra l’altro, i nomi dei personaggi hanno un significato.

    Yubaba ad esempio vuol dire “vecchiarda dell’acqua calda”.

  • Perché gli esseri umani hanno sviluppato una conoscenza scientifica solo in questi ultimi secoli?

    Il desiderio di capire e il piacere di conoscere sono vecchi quanto il mondo. I metodi di analisi e soprattutto gli assunti taciti alla base del sapere sono però cambiati molto. Questi cambiamenti a loro volta sono all’origine della rivoluzione scientifica, una rivoluzione che ha permesso un aumento senza precedenti della conoscenza e della potenza dell’essere umano. In altri termini, prima di essere quantitativa, l’evoluzione della scienza è stata qualitativa. Ai tempi di Aristotele la personificazione e l’antropomorfizzazione della natura erano procedura normale. Ora l’eliminazione dell’osservatore è uno degli aspetti centrali della sperimentazione.

    Mi sono convinto che questa rivoluzione scientifica non sia stata né ovvia né necessaria, ma che al contrario sia una caratteristica della nostra particolare evoluzione di europei. Vivo in estremo oriente da decenni, ma solo da qualche anno mi sono accorto di alcune differenze molto profonde nei modi di pensare asiatici e europei. Dopo molte ore di conversazione con Robby Shima, ti ringrazio, mi sono accorto della grande somiglianza fra il pensiero classico greco e romano e certi aspetti del pensiero moderno asiatico.

    Prima di procedere però credo sia bene chiarire quali tipi di conoscenza esistono.

    Esistono le scienze sociali, che studiano l’essere umano e hanno metodologie proprie.

    Esistono poi le scienze naturali, che sono puramente descrittive e quantitative e mirano a spiegare sulla base di leggi il reale e quindi prevederlo. Personalmente non vedo ragioni di principio per cui alcune, ma non tutte, le prime non possano venire assorbite futuro almeno in parte nelle seconde.

    Poi poi ci sono l’ingegneria e la tecnologia. Passo l’onore e l’onere di definirle a Vito LaVecchia

    che afferma che: 

    1. L’ingegneria è la mente e lo sforzo per creare qualcosa; la tecnologia è il risultato dell’applicazione di questa mente e di questo sforzo.
    2. L’ingegneria è più specifica della tecnologia.
    3. L’ingegneria è un problema mentre la tecnologia è la soluzione.
    4. La stessa tecnologia può essere utilizzata più e più volte.
    5. La tecnologia disponibile viene utilizzata per progettare una tecnologia più avanzata.
    6. La tecnologia è più affidabile dell’ingegnerizzazione di qualcosa di nuovo.

    Molta della conoscenza accumulata in passato era in realtà ingegneria e tecnologia, ma non scienza. Non era rivolta a conoscere ma a fare. Una distinzione sottile, ma significativa. Eratostene, che pagò qualcuno perché contasse i passi fino a Siene perché aveva udito che a mezzogiorno un obelisco non vi proiettava ombra, mentre uno dove abitava lui sì, si servì poi di tale dato per calcolare il diametro della terra. Agì da ingegnere, ma anche da scienziato, perché nella circonferenza terrestre cercava conoscenza fine a se stessa. Si servì delle tecnologie di cui disponeva in modo sagace. Ma perfino lui non era un uomo moderno. Come tutti i suoi contemporanei, anche lui credeva che le cose si muovono perché esse stesse in qualche modo si vogliono muovere. Questo stato di cose e continuato fino a tempi recentissimi.

    Robert Boyle, Roger Bacon, Isaac Newton e mille altri scienziati erano anche alchimisti, e non vedevano una contraddizione fra le due attività.

    Eppure l’alchimia è incompatibile con la scienza moderna. SI serviva di metodi usati anche dalla scienza, in particolare dalla chimica, ma era più affine alle scienze umane perché vedeva lo sperimentatore come parte dell’esperimento. In altri termini, un esperimento poteva riuscire a Paracelso e non a un suo discepolo per ragioni del tutto spirituali. In questo senso, tali scienziati non fanno ancora parte della scienza moderna, ma di una sua fase tradizionale. La scienza moderna è europea nel senso che è il prodotto di fattori non presenti altrove. Non è una conseguenza necessaria del progresso. Che questo sia il caso strato dimostrato in modo che personalmente trovo convincente da un’analisi delle culture dell’estremo oriente. 

    Quasi la metà della produzione industriale proviene da solo tre nazioni, quattro includendo Taiwan. Nessuna delle quattro ha un passato simile al nostro, tutte sono animiste e politeiste. Vorrei dimostrare che questo non può non avere conseguenze negative analoghe a quelle che hanno ritardato l’evoluzione della scienza in Europa.

    Animismo e politeismo dipendono l’uno dall’altro in un modo complesso, ma sono due facce della stessa cosa.

    L’animismo attribuisce caratteristiche umane a oggetti inanimati. attribuisce anche caratteristiche esclusive degli organismi a enti che non hanno la struttura che definisce un organismo. Una roccia non ha organi.

    Il politeismo separa le forze della natura dal loro contesto, vedendole come indipendenti e non assolute, nel senso di non necessariamente sempre valide. Essendo il prodotto della volontà di una entità dentro di sé in modo simile a un essere umano, esistono nella misura in cui questi lo decide. Un corollario di questo fatto è che ogni fenomeno, ogni evento è il risultato di una volontà precisa e non di un meccanismo naturale risultato dell’interazione di enti non necessariamente coscienti di sé.

    Un altro il fatto che le creature che sono la personificazione di queste forze fanno una sola cosa. Perfino il creatore sa solo creare un universo, poi scompare.

    Il politeismo ritiene inoltre che l’esistenza sia fatta di cicli, ciascuno legato ad un luogo o evento.

    Il cristianesimo ha portato il tempo lineare. Il Dio cristiano è un Dio radicalmente diverso dai precedenti. Non è un Dio esclusivamente creatore, non appartiene a un luogo o evento preciso ma e in grado di muoversi linearmente nel tempo.

    Il monoteismo anche portato l’abitudine al pensiero astratto. L’animismo e politeismo invece è al tempo stesso estremamente concreto ed estremamente astratto. È estremamente concreto perché ritiene che solo l’esperienza individuale conti qualcosa. Crede quindi solo a ciò che si vede e si tocca. L’astratto non esiste. Perfino l’anima mangia, dorme, si ammala. Al tempo stesso, la sua stessa metodologia lo costringe a trovare soluzioni assurde, come la credenza diffusa in tutto il mondo che chi annega lo fa perché chi è annegato prima di lui gli tira le gambe. Questo fra l’altro è un esempio di come l’animismo generi spontaneamente la paura. Se non esistono eventi che non siano voluti, è evidente che qualsiasi cosa negativa appaia è opera di un nemico..

    Il cristianesimo infine ha diviso il mondo dei morti da quello dei vivi, rendendo impossibili il culto degli antenati e quindi le lotte tribali. La sua fiducia nell’esistenza di un’origine unica della realtà ha facilitato il nascere della fiducia nell’esistenza di regole universali cui la materia deve obbedire.

    Le caratteristiche del pensiero moderno sono:
    1 Abbandono dell’intuizione a favore del pensiero astratto e logico. Il politeismo cinese e l’animismo giapponese non ho mai

    2 Enfasi sul pensiero quantitativo.

    3 Il concetto di natura come una macchina, una macchina di cui l’osservatore umano è parte.

    4 Il dubbio metodico di Descartes, a mio parere il concetto più importante fra questi.

    L’illuminismo fu una delle conseguenze della rivoluzione scientifica. La scienza, che piaccia o meno, è divenuta l’argomento risolutivo, anche arbitra di morale quando possibile. Il suo valore viene ritenuto (giustamente) assoluto. Una teoria scientifica non è mai stata provata falsa, ma sempre vera come caso speciale della teoria che viene a sostituire.

    Citiamo la Britannica (si, lo so che è un’enciclopedia)

    L’improvvisa comparsa di nuove informazioni durante la rivoluzione scientifica ha messo in discussione le credenze religiose, i principi morali e lo schema tradizionale della natura. Ha anche messo a dura prova le vecchie istituzioni e pratiche, rendendo necessari nuovi modi di comunicare e diffondere le informazioni. Innovazioni di spicco includevano società scientifiche (che sono state create per discutere e convalidare nuove scoperte) e articoli scientifici (che sono stati sviluppati come strumenti per comunicare nuove informazioni in modo comprensibile e testare le scoperte e le ipotesi fatte dai loro autori).

    Io vivo in una società (quella giapponese) ed in un continente (l’Asia e, più esattamente, in Estremo Oriente) molto particolari. Il Giappone e la Cina costituiscono il 36.7% dell’output industriale mondiale, il che vuol dire che, aggiungendovi la Corea del Sud e Taiwan, quest’area quasi certamente produce il 45% almeno di tutta la tecnologia del mondo.

    La rivoluzione scientifica qui non è avvenuta. Ne ho parlato più volte, ma riassumo brevemente le caratteristiche mi sembra il pensiero abbia in Giappone.
    1) Una forte ostilità nei confronti del pensiero astratto e fine a sé stesso. Il pensiero giapponese acquista coerenza e profondità se è finalizzato.

    2 Una forte tendenza all’animismo, che si esprime nell’umanizzazione della natura e nell’uso dell’intuizione, non la logica, nel conoscere la realtà, e nella diffusa credenza che gli oggetti sono vivi. Per sincerarsi che questo effettivamente accade, leggere i libri di Marie Kondo, stampati anche in Italia.

    3 Una visione politeistica del mondo, visto come composto di forze che possono agire al di fuori di un contesto. Le leggi della natura possono avere eccezioni quando un individuo possiede le caratteristiche spirituali necessarie.

    4 Il fine di un gruppo non è la giustizia/verità, ma l’armonia.

    5 Nella natura esistono altre forze, oltre quelle a noi conosciute. La sorte è una di queste. La magia è un’altra. vedi il punto 3.

    6. Siccome l’agire delle forze della natura è affidato ad un ente antropomorfico, che le scatena con una decisione sua conscia, nessun evento è casuale, ma al contrario deciso da qualcuno e diretto a qualcun altro. La mia risposta a questa domanda sarebbe:

    La scienza moderna è un evento unico e non necessario risultato di una serie di eventi particolari della storia europea. La produzione di sapere si è moltiplicata e accelerata come conseguenza di tali eventi. L’Asia ha avuto una storia diversa. Mi aspetto quindi l’insorgere di differenze future fra Europa ed Asia nel settore scientifico in termini di metodologia e risultati. Ammetto di stare parlando di cose complesse che conosco e capisco solo in parte. Caveat emptor.

    Note a piè di pagina

  • I nomi, le bambole, gli specchi

    Una cultura differente quanto quella giapponese non può essere conosciuta se non poco a poco. Una delle cose che sto scoprendo in questi giorni, ma che ho in testa da molto tempo, è il rapporto che c’è in Giappone fra un’immagine e quello che rappresenta, un rapporto che non capisco ancora bene. In Europa le due cose sono ben distinte, salvo in alcuni casi particolari. In Giappone non è così. Un’immagine ha qualcosa dell’originale, e questo vale soprattutto per gli esseri umani. L’immagine di un essere umano ha qualcosa di sacro. Anzi, molti la trattano come se fosse parte integrante dell’originale. Vale la pena di ricordare che in certe culture è l’ombra di un essere umano ad avere qualcosa dell’originale. È proibito calpestarla. Esaminando tutti i casi di cui ho conoscenza, alla fine mi sono reso conto che che l’adorazione della figura umana viene fatta prevalentemente in tre forme.

    Gli specchi

    Perché gli specchi? Per saperlo basta ricordarsi di quello che diceva Jorge Luis Borges. Siano maledetti gli specchi e il sesso, perché moltiplicano gli esseri umani.

    Gli specchi riflettono la nostra immagine, che a sua volta è ritenuta parte integrante di chi siamo. Chi possiede una nostra immagine possiede parte di noi e può colpirci e controllarci attraverso di essa. Gli specchi sono quindi oggetti maledetti.

    Lo specchio è un oggetto affascinante che in estremo oriente era tradizionalmente tenuto di solito rivolto in giù, per proteggerne la superficie ma anche perché non ne uscissero mostri e altre abominazioni. Queste caratteristiche rendono gli specchi stessi tanto sacri che uno dei tre oggetti di potere necessari perché l’imperatore possa esercitare la sua autorità religiosa è uno specchio, lo Yata no Kagami.

    Specchio che è anche uno degli oggetti più comuni tra quelli usati per ospitare un kami in un santuario. Mi spiego. Uno spirito non ha corpo, quindi è impossibile dedicargli devozioni perché non si sa dove trovarlo. Per questo gli viene dato qualcosa in cui localizzarsi. Se qualcosa effettivamente custodisce uno spirito, questo qualcosa si chiama shintai, “il corpo di un kami”. Un oggetto che di sua natura attrae gli spiriti, e quindi adatto ad essere uno shintai, sì chiama yorishiro, o “sostituto di uno spirito”. Parole da non dimenticare, perché sono tra le più importanti per capire questo paese. Gli specchi sono yorishiro tradizionali e comunissimi nei santuari Shintō. Lavenerazione degli specchi è retaggio di tutti i paesi dell’orbita culturale cinese.

    I nomi

    I nomi delle cose hanno importanza? C’è chi dice di sì. Ormai in Europa nessuno ci fa caso, ma un tempo anche da noi c’era una lunga tradizione che legava il nome all’essenza di una persona. Sappiamo per esempio che un’antica città aveva un “nome vero” segreto ed un altro, quello di uso comune: Roma è il nome comune. Il nome vero e segreto della nostra capitale è andato perduto.

    Per tutta la storia scritta del Giappone, cioè dal 553 d.C. circa fino al 1868, una persona (Inizialmente solo nobili, più tardi il diritto al cognome fu esteso a tutti.)ha avuto un minimo di due nomi. Uno era il cosiddetto nome vero, o imina (諱), che non andava mai pronunciato per alcun motivo. la grafia originale non era questa ma 忌み名. Solitamente il primo carattere sta per contaminazione, per cui la parola si risolve“ parola contaminata, ma in questo caso il termine significa piuttosto “nascosto“, per cui la frase vuol dire nome nascosto,.Appunto.

    Per chiamare una persona se ne usava un altro la cui composizione dipendeva dall’era, dalla classe sociale e da altri elementi, ma la cui funzione era sempre di nascondere il vero nome. Nell’era Heian i guerrieri avevano un rapporto di quasi schiavitù con chi li assumeva e quindi davano una lista dei veri nomi di tutti i componenti di un gruppo di soldati al loro padrone, a riprova della loro fedeltà.

    Era di capitale importanza tenerli nascosti il più possibile per evitare appunto che malintenzionati li venissero a conoscere. Per questo ad esempio Ashikaga Takauji si faceva chiamare Gosho, Onorevole Luogo. Tokugawa Ieyasu, volendo essere qualcosa di più, si faceva chiamare Ogosho, Onorevole Onorevole luogo. La lingua parlata della famiglia imperiale in passato si chiama Goshokotoba, la lingua dell’onorevole luogo. Chiamare l’imperatore per nome in Giappone è ancora evitato. Murasaki Shikibu e Sei Shonagon, le scrittrici che ci hanno dato il Genji Monogatari e il Libro da Cuscino, essendo donne e non avendo doveri formali da espletare, riuscirono a tenere nascosto il loro a. Quelli con cui sono conosciute sono titoli nobiliari. Questo costume durò per tutta la storia scritta del paese, quindi quasi 1500 anni, finché ne venne ufficialmente abolito l’uso nel 1868. In quell’epoca esso aveva infatti un’esistenza legale riconosciuta e norme di uso sancite per legge.

    Questa importanza dei nomi affiora anche nella splendida animazione di Miyazaki Hayao, la città incantata.

    Chihiro è la bambina protagonista del film. Il suo nome si scrive con due caratteri, 千尋. Il primo vuol dire mille e si legge chi oppure (quando non fa parte di composti) sen. Il secondo, hiro, è una vecchia unità di misura equivalente a un palmo. All’inizio del film, Chihiro incontra Yubaba, proprietaria dello stabilimento balneare. Chihiro cerca lavoro, ma la vecchia strega non ha alcuna intenzione di assumere una ragazzina, men che meno una vivente in una città di spiriti. Alla fine si lascia convincere, ma le toglie il secondo carattere dal nome, che si stacca dal contratto e le vola in mano. Yubaba lo mette in tasca. Il chi di Chihiro, ora da solo sul contratto, si legge di conseguenza Sen. E infatti Yubaba annuncia alla ragazzina che ora il suo nome è Sen.

    Appropriandosi di parte del nome di Chihiro, Yubaba si impadronisce anche della sua anima, cosa che ha fatto del resto con il protagonista maschile del film, Haku. Haku le dice di non dimenticare mai la seconda parte del suo nome, perché in tal caso la sua anima sarà prigioniera di Yubaba. Lui stesso ha dimenticato il proprio e non può fuggire. Ci riuscirà alla fine del film, quando Chihiro glie lo ricorderà.

    La figura umana

    Questa è la rappresentazione più diretta dell’essere umano, quella che ha più significati ed è più usata e protetta. Basti pensare alle bambole, le fotografie, i dipinti.

    Alle bambole si fanno i funerali, altrimenti si coprono loro gli occhi prima di buttarle via. CI sono cerimonie funebri anche per fotografie, radiografie, MRI, ecc. Si fanno i funerali ai pennelli con cui si disegnano esseri umani, fumetti per esempio. A Kamakura, dove vivo, tutte queste forme di funerale per oggetti sono eseguite tutto l’anno, spesso con gran fanfara, come nel caso del funerale delle bambole a Hongakuji.

    Si usa la figura umana anche per riti di purificazione. Si fa uso per questo di una figuretta in carta detta hitogata, ma c’è anche quella di un’automobile (kurumagata). ci scrivi sopra il tuo nome (nota bene: il tuo nome), ci aliti sopra, te la passi sul collo, la bruci e i tuoi peccati sono storia.

    Le bambole vengono usate in un grande numero di cerimonie e festival. C’è persino il festival delle bambole, hina matsuri, molto importante perché le bambole rappresentano l’imperatore.

    Per concludere questo breve post, fatto per schiarirmi le idee, una menzione di Inari, senza dubbio il più popolare fra i kami antropomorfi. Ma è poi antropomorfo? Le sue rappresentazioni sono molto rare.

  • Il paese dove le cose parlano, parte seconda

    Una signora nata cristiana che conoscevo aveva abbandonato la religione perché non voleva andare in Paradiso. Troppo lontano, diceva, preferiva rimanere a Zushi, il paese dove è nata e dove vive la sua famiglia. Questa include anche i morti, che sono ancora membri attivi della società.

    Le strade sono quindi piene di spiriti che una volta erano persone. Vivono accanto a te e sanno come farsi sentire e rispettare, all’occorrenza. Il morto è cosciente di sé, vive dove è morto, deve mangiare, bere, dormire, ha bisogno di compagnia, affetto e così via. Se è stato operato di appendicite, lo spirito porterà la cicatrice.

    Se il tuo antenato trova spazio nel tuo butsudan (una specie di altare in casa dove vivono TUTTI i tuoi antenati), tutto è a posto. Potrai chiedergli favori e protezione in cambio delle tue cure.
    Ma supponiamo uno muoia di morte violenta lontano da casa, come è successo spesso nel corso della storia giapponese. Rimarrà abbandonato, divenendo sempre più ostile ai viventi. Di qui la paura continua dei morti e delle loro possibili azioni.

    Un mio amico canadese stava visitando un castello quando ha visto un’insegna sopra una fontana, che diceva che lì in passato si lavavano le teste dei condannati a morte. Sua moglie si è messa ad urlare per la paura, perché il luogo era evidentemente rigonfio di anime di morti per morte violenta, i peggiori.

    Da anni bombardo i miei amici con domande strane. Sanno che ho il pallino dell’animismo e mi lasciano fare. Qualche tempo fa stavo parlando con una amica, Shizuka, e le ho domandato se credeva nei fantasmi. Mi ha detto combattiva che non aveva bisogno di credere, perché sapeva che i fantasmi esistono. Shizuka non è assolutamente la persona che pensereste creda a queste cose. Solida, pratica, non ha mai parlato di spiriti se non quella volta. Quella volta lo ha fatto perché le ho fatto una domanda. Siamo saliti in macchina e si è diretta verso casa mia. Le ho chiesto di raccontarmi un episodio in cui ha visto uno spirito. Sa benissimo che io non credo a queste cose, ma sa anche che sto facendo una ricerca seria, e non ha remore.

    Stava guidando quella stessa auto, ha raccontato, quando accanto all’acceleratore ha visto spuntare una gamba. Dopo qualche secondo è scomparsa. Poi è ricomparsa, si è flessa ed estesa, infine è sparita di nuovo nel cofano. Era spaventata? Non particolarmente. Tutti gli altri in auto, tre donne, la presero sul serio, come mi aspettavo.

    Ho un amico che ama fischiettare a letto, nel buio, sua moglie si spaventa sempre perché dice che “loro vengono se li chiami”. Sua moglie è un chirurgo.

    Il paradiso e l’inferno sono una grandissima protezione psicologica, perché liberano il mondo dalla presenza dei morti. Credo che pochi in Italia sentano la presenza di un caro perduto nel visitarne la tomba. Il 2 di novembre è una festa di rimembranza.

    Obon, invece, è un giorno in cui i morti tornano in carne ed ossa. Un mio conoscente mi raccontava che tutti gli anni aspetta suo suocero con la sua famiglia. Si mettono ad aspettarlo con lanterne sulla porta di casa finché sentono che è arrivato. Dopo di che entra in casa e rimane tre giorni. L’intera famiglia ne parla come se fosse fisicamente presente nella stanza. Viene chiamato ed invitato a sedersi nella sedia a lui riservata.
    Questo NON è un comportamento raro, né strano.

    Questa concezione della morte ha avuto riflessi sull’urbanistica del paese. I centri abitati sono circondati da un cordone sanitario di difese spirituali (non materiali e ancor meno militari) per proteggere la comunità dai demoni e spiriti furiosi associati con le foreste e le montagne.

    Nella foto vedete una composizione quintessenzialmente animista. L’essere umano e le sue creazioni minuscoli ed impotenti al cospetto dell’immensa forza di una natura indifferente. Una immagine di questo genere non avrebbe senso in un tempio buddista, e non ve la troverete mai. Il buddismo è egocentrico e poco interessato alla natura. In un giardino zen la natura è addomesticata e docile, niente di più di un aiuto al ritorno a sé stessi.

    Adorazione o culto della natura, si dice, Ma il termine secondo me non vuole dire quello che sembra. Non è meraviglia davanti allo spettacolo di una cascata, anche se può a volte esserlo. Il rapporto vero del Giappone con la natura è quello implicito nell’immagine qui sopra. La natura non è amica dell’umanità, ma neppure nemica.
    Semplicemente, è un fattore da non ignorare nell’equazione della sopravvivenza.

    Prima di proseguire, ricordo che un tempio è buddista, un santuario è animista ma non necessariamente Shinto. Spiegherò nei dettagli più oltre (se ci sarà ancora qualcuno che mi legge).

    Lo yamatologo austriaco Bernhard Scheid fa notare che l’urbanistica del Giappone tradizionale riflette chiaramente questo rapporto con la natura. Più importante è una istituzione religiosa e più probabile è infatti che si trovi fuori città, in posizioni poco o per nulla accessibili. Questa foto può dare una idea del loro isolamento.

    (Si tratta di un santuario adibito alla protezione di un passo di montagna diretto a nord-est, una direzione nefasta.)

    Ne consegue che templi e santuari non sono né necessariamente né principalmente luoghi di culto. (Un tempio è, oltre che una struttura di difesa, soprattutto un monastero).

    Un tempio o un santuario ha la forma di imbuto. Da una parte un pesante cancello rinforzato da un secondo e più grande cancello che viene subito dopo. Ambedue sono irrobustiti da fortificazioni spirituali. Statue di santi e via discorrendo.

    Un tempio può essere costituito da decine di sottotempli dedicati a dei diversi, oltre a uffici, refettori e toilet, per cui parlare di un suo piano urbanistico è più che legittimo. L’orientamento delle strade (nord-sud), il tipo di vegetazione (aceri, pini, querce, ecc.) la sua distribuzione (querce a nord est, aceri a sud, ecc, ma questi sono esempi che mi invento ora), la posizione, il numero, la funzione e la disposizione dei sottotempli, la loro architettura e perfino il numero di finestre che hanno (1, 3 o 5, sicuramente non 2 o 4) sono fattori attentamente studiati per la difesa spirituale del tempio.

    Dall’altra parte, quella opposta al centro abitato, il tempio semplicemente sparisce gradualmente, sciogliendo se nella foresta come vedete nella fotografia qui sopra. Un tempio è quindi una specie di membrana semipermeabile che controlla l’accesso alla comunità.

    Lo stesso vale fino a un certo punto anche per i santuari. Una istituzione religiosa è quindi una fortezza eretta contro le minacce presenti nel mondo esterno.

    Nella cartina in mezzo vedete la città dove abito. Il triangolo nero contiene l’area densamente popolata. I punti rossi sono i templi o santuari più importanti. Come vedete, nessuno di essi è in città. La maggior parte si trova su colline che la sovrastano, e questa distribuzione non è un caso.

    Se il culto della natura fosse adorazione della bellezza della natura, come affermato dalle autorità Shinto all’estero (ma non in Giappone, vedi caso) ci aspetteremmo di non trovare alcun edificio e di vedere cerimonie religiose fatte direttamente davanti alla cascata, roccia o altro oggetto di culto del santuario. Questo è infatti quello che accadeva una volta ed accade ancora in certi santuari di vecchio stampo.

    Quello che invece troviamo sono spiriti di antenati, strappati al loro terreno natale, messi a guardare le frontiere e a tenere a bada i nostri nemici. I nemici sono prima di tutto quei morti che non hanno nessuno che li assista e nutra. Si concentrano fuori dell’abitato e da sempre sono associati con le montagne e le foreste. Ci sono poi demoni, volpi ed altre creature.

    Il lettore sveglio si sarà però anche accorto che antenati =buono, morti=cattivo. La storia di come si trasforma un morto in un antenato la vedremo la prossima volta.

    Le foto sono mie.

    Nella foto vedete una composizione quintessenzialmente animista. L’essere umano e le sue creazioni minuscoli ed impotenti al cospetto dell’immensa forza di una natura indifferente. Una immagine di questo genere non avrebbe senso in un tempio buddista, e non ve la troverete mai. Il buddismo è egocentrico e poco interessato alla natura. In un giardino zen la natura è addomesticata e docile, niente di più di un aiuto al ritorno a sé stessi.

    Adorazione o culto della natura, si dice, Ma il termine secondo me non vuole dire quello che sembra. Non è meraviglia davanti allo spettacolo di una cascata, anche se può a volte esserlo. Il rapporto vero del Giappone con la natura è quello implicito nell’immagine qui sopra. La natura non è amica dell’umanità, ma neppure nemica.
    Semplicemente, è un fattore da non ignorare nell’equazione della sopravvivenza.

    Prima di proseguire, ricordo che un tempio è buddista, un santuario è animista ma non necessariamente Shinto. Spiegherò nei dettagli più oltre (se ci sarà ancora qualcuno che mi legge).

    Lo yamatologo austriaco Bernhard Scheid fa notare che l’urbanistica del Giappone tradizionale riflette chiaramente questo rapporto con la natura. Più importante è una istituzione religiosa e più probabile è infatti che si trovi fuori città, in posizioni poco o per nulla accessibili. Questa foto può dare una idea del loro isolamento.

    (Si tratta di un santuario adibito alla protezione di un passo di montagna diretto a nord-est, una direzione nefasta.)

    Ne consegue che templi e santuari non sono né necessariamente né principalmente luoghi di culto. (Un tempio è, oltre che una struttura di difesa, soprattutto un monastero).

    Un tempio o un santuario ha la forma di imbuto. Da una parte un pesante cancello rinforzato da un secondo e più grande cancello che viene subito dopo. Ambedue sono irrobustiti da fortificazioni spirituali. Statue di santi e via discorrendo.

    Un tempio può essere costituito da decine di sottotempli dedicati a dei diversi, oltre a uffici, refettori e toilet, per cui parlare di un suo piano urbanistico è più che legittimo. L’orientamento delle strade (nord-sud), il tipo di vegetazione (aceri, pini, querce, ecc.) la sua distribuzione (querce a nord est, aceri a sud, ecc, ma questi sono esempi che mi invento ora), la posizione, il numero, la funzione e la disposizione dei sottotempli, la loro architettura e perfino il numero di finestre che hanno (1, 3 o 5, sicuramente non 2 o 4) sono fattori attentamente studiati per la difesa spirituale del tempio.

    Dall’altra parte, quella opposta al centro abitato, il tempio semplicemente sparisce gradualmente, sciogliendo se nella foresta come vedete nella fotografia qui sopra. Un tempio è quindi una specie di membrana semipermeabile che controlla l’accesso alla comunità.

    Lo stesso vale fino a un certo punto anche per i santuari. Una istituzione religiosa è quindi una fortezza eretta contro le minacce presenti nel mondo esterno.

    Nella cartina in mezzo vedete la città dove abito. Il triangolo nero contiene l’area densamente popolata. I punti rossi sono i templi o santuari più importanti. Come vedete, nessuno di essi è in città. La maggior parte si trova su colline che la sovrastano, e questa distribuzione non è un caso.

    Se il culto della natura fosse adorazione della bellezza della natura, come affermato dalle autorità Shinto all’estero (ma non in Giappone, vedi caso) ci aspetteremmo di non trovare alcun edificio e di vedere cerimo

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