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Quali sono alcune teorie o significati nascosti dietro al film d’animazione La Città Incantata (in inglese Spirited Away, e in Giapponese “Sen to Chihiro no kamikakushi”) di Hayao Miyazaki?

Prima di tutto va detto che questo è un titolo che si può capire solo dopo aver visto il film. Alla prima lettura è enigmatico.

Letteralmente vuol dire “Il Kamikakushi di mille e Chihiro.” Kamikakushi vuol dire “L’essere rapiti dagli spiriti.”

Chihiro è la bambina protagonista del film. Il suo nome si scrive con due caratteri, 千尋. Il primo vuol dire mille, appunto, e si legge chi oppure (quando non fa parte di composti), sen. Il secondo, hiro, è una vecchia unità di misura equivalente a un palmo.

Ora che abbiamo tutte le informazioni necessarie, possiamo procedere con la spiegazione vera e propria. All’inizio del film Chihiro incontra Yubaba, proprietaria dello stabilimento balneare. Chihiro cerca lavoro, ma Yubaba non ha alcuna intenzione di assumere una ragazzina, men che meno una vivente in una città di spiriti. Alla fine si lascia convincere, ma le toglie il secondo carattere dal nome, che si stacca dal contratto e le vola in mano. Yubaba lo mette in tasca. Il chi di Chihiro, ora da solo sul contratto, si legge di conseguenza Sen.

E infatti Yubaba annuncia alla ragazzina che ora il suo nome è Sen.

Potrò sbagliarmi, ma io non vedo problemi di traduzione di sorta. Si sarebbe potuto lasciare tutto come stava e, invece di usare quel titolo pacchiano, abusato e stantio, si sarebbe potuto dire, con perdita minima, “Sen e Chihiro rapite dagli spiriti” come propone Aldopaolo.

O magari

Chihiro e Sen in

RAPITE DAGLI SPIRITI

Fra l’altro, i nomi dei personaggi hanno un significato.

Yubaba ad esempio vuol dire “vecchiarda dell’acqua calda”.

Chi è o cos’è Rin in “la città incantata” di Miyazaki Hayao

Vorrei tentare di dare un’idea a chi non parla lingue straniere di quali siano i problemi, le ambiguità e le decisioni, arbitrarie ma inevitabili, che sono il pane quotidiano di tutti i traduttori.

Al livello più basso stanno gli oggetti che esistono in una cultura, ma non nell’altra.

Cos’è questo aggeggio? Potrei dirvene il nome, ma non vi direbbe nulla. A cosa serve? Serve per montare la schiuma del tè verde, una tecnica che da noi non si usa, ma che in Giappone è frequente. Supponi che in un giallo la colpevolezza di un personaggio dipenda dalla presenza o meno di questo oggetto? Faccio bene a sostituirlo con qualcos’altro di noto al lettore europeo, ad esempio uno schiaccianoci? Io direi di no, perché si tratta di eliminare informazioni significative, ma non vedo alternative. Non posso spiegare cos’è un chasen, perché è così che si chiama, mentre traduco un thriller.

Rin

Un altro esempio, questa volta da “La città incantata” di Miyazaki Hayao. All’inizio del film Chihiro incontra Lin, una ragazza molto carina e femminile. In giapponese però appena apre bocca diviene evidente che qualcosa non quadra. Lin parla come un uomo in una maniera ed una misura che è impossibile trasmettere in altre lingue, ma che è vitale per definire il personaggio. La vedete sulla sinistra nell’illustrazione qui sopra.

In una scena poco dopo il loro primo incontro, Lin dà un manju (qualcosa da mangiare; come tradurre manju? Lasciarlo com’è? ) a Chihiro, aggiungendo:

“Ore ga daidokoro de kapparatta ze”.

Se traducessi la frase come “L’ho rubato io in cucina.” di errori non ce ne sarebbero. Mancherebbero però parecchi fatti su Lin che occorre assolutamente sapere.

Lin, nonostante le apparenze, è un uomo o si considera un uomo. Usa infatti un termine per “io”, ore appunto, che è non solo tipicamente maschile, ma che viene usato da uomini in presenza di altri uomini, è in altri termini cameratesco. Lin poi usa un verbo, kapparau, traducibile con “sgraffignare”, che indica in modo certo che ha rubato e che non si sente per nulla in colpa di averlo fatto. Infine, Lin termina la frase con un clamoroso ze! Cos’è quel ze?

In Giapponese le interiezioni come il ne di certi lombardi, il ve’ dei veneti sono comuni al punto che è raro che una frase termini senza che ve ne sia una alla sua fine. Yo! è affermativa, kanà dubitativa, nee esortativa.

Il ze di Lin è usato molto poco perché è molto forte. Non solo è maschile, non solo è ruvido, ma è quasi da malavitosi. Chi lo usa ci tiene a far sapere che è un duro.

Appena Lin apre bocca quindi uno comincia subito e chiedersi chi lei sia veramente. Probabilmente un maschio adolescente sui diciassette anni che vuole fare il duro usando linguaggio da duri. Forse una donna che vorrebbe essere un uomo. In ogni caso, quello che è certo è che c’è qualcosa di molto insolito in Rin, che questo viene messo in chiaro senza alcuno sforzo da Miyazaki in una sola frase e che quella frase NON è in grado di trasmettere le stesse informazioni in una lingua diversa dal giapponese.