Tag: Giappone

  • Kishimojin e la speranza

    Kishimojin e la speranza

    Dalle tenebre alla luce

    La cultura giapponese è costellata di proverbi, o kotowaza (諺), che racchiudono profonde verità sulla natura umana e la società. Tra questi,

    渡る世間に鬼はない

    Wataru seken ni oni wa nai

    risplende come un faro di speranza.

    Tradotto letteralmente come:

    Non ci sono demoni nel mondo che attraversiamo

    Questo proverbio offre una prospettiva consolante: nonostante le difficoltà e le persone che possono sembrare “demoniache” (oni), esiste sempre la possibilità di trovare aiuto, compassione e bontà. Questa idea trova una potente incarnazione nella storia di Kishimojin (鬼子母神), una figura mitologica che da demone spietato si trasforma in una divinità protettrice.

    Ma cosa significa veramente “oni“? Nel contesto di questo proverbio, il termine “oni” non si riferisce solo a mostri orribili con corna e zanne. Rappresenta piuttosto le forze negative che incontriamo nella vita: persone crudeli, avversità, difficoltà, sofferenze e tutti quegli aspetti che ci fanno sentire minacciati o sopraffatti. Comprendere questa sfumatura è fondamentale per apprezzare appieno il significato del proverbio e il ruolo di Kishimojin.

    La storia di Kishimojin inizia in modo oscuro, con radici che affondano nella mitologia indiana. Originariamente conosciuta come Hariti, era la figlia di uno yasha (夜叉, una divinità guardiana spesso raffigurata come un guerriero demoniaco), proveniente da Rajgir. Dopo essersi sposata, diede alla luce molti figli, diventando madre di una numerosa progenie. Tuttavia, nonostante la sua maternità, la sua natura era profondamente corrotta. Invece di proteggere i bambini, si abbandonava a un orribile pratica: rapiva e divorava i figli degli altri, terrorizzando le madri e seminando dolore e disperazione. Questa immagine di Kishimojin, all’inizio della sua storia, incarna perfettamente l’idea di “oni” nel proverbio: una forza distruttiva e apparentemente inarrestabile, ancora più tragica perché proveniente da una figura materna.

    Tuttavia, la storia di Kishimojin non finisce qui. Un giorno, il Buddha Shakyamuni, mosso da compassione, decise di intervenire per porre fine alle sue azioni malvagie. Nascose il figlio più piccolo di Kishimojin, infliggendole un dolore insopportabile. Provando per la prima volta l’angoscia della perdita di un figlio, Kishimojin comprese finalmente la sofferenza che aveva causato a innumerevoli madri. Questo momento di profonda empatia, paradossalmente scaturito dalla perdita di uno dei suoi molti figli, segnò una svolta cruciale nella sua esistenza.

    Di fronte al suo dolore straziante, Shakyamuni Buddha la ammonì con parole che risuonarono profondamente nel suo cuore:

    “Anche la perdita di un solo figlio su mille è così. Quanto maggiore allora è il dolore dei genitori il cui unico figlio viene divorato?”

    Toccata nel profondo da queste parole e dal dolore che aveva provato in prima persona, Kishimojin si pentì sinceramente e promise di cambiare. Si convertì al buddismo e giurò di proteggere i bambini e le partorienti, diventando una divinità benevola e compassionevole, venerata ancora oggi.

    È qui che il collegamento con il proverbio “Wataru seken ni oni wa nai” diventa chiaro e potente. La trasformazione di Kishimojin da demone divoratrice di bambini a protettrice amorevole incarna perfettamente il messaggio del proverbio: anche il più “demoniaco” degli esseri può trovare la redenzione e diventare fonte di aiuto e compassione. La sua storia dimostra che la speranza e la bontà possono emergere anche dalle situazioni più oscure e che il potenziale per il cambiamento risiede in ognuno di noi.

    Il simbolismo di Kishimojin è ricco di significato. La sua metamorfosi rappresenta la possibilità di cambiamento e redenzione per tutti gli esseri viventi. Il suo ruolo di protettrice dei bambini e delle partorienti simboleggia la compassione, la cura e l’aiuto che il proverbio promette. La sua figura ci ricorda che anche quando ci troviamo di fronte a difficoltà o persone che ci sembrano “demoniache”, non dobbiamo perdere la speranza, perché la possibilità di cambiamento e di benevolenza esiste sempre.

    Fonte: Shinjoji

    Questa idea di trasformazione e di potenziale di bontà è profondamente radicata nel buddismo, che enfatizza la compassione (jihi, 慈悲) e la possibilità di illuminazione per tutti gli esseri. Inoltre, il concetto di mandala, in particolare quelli associati al buddismo di Nichiren, può essere visto come una rappresentazione visiva di questo proverbio. Il Gohonzon (御本尊), l’oggetto centrale di venerazione nel buddismo Nichiren, è un mandala su cui è incisa la frase

    Namu Myōhō Renge Kyō” (南無妙法蓮華経)

    che rappresenta la Legge del Sutra del Loto. Si ritiene che questo mandala comprenda tutti i Buddha, i Bodhisattva e altri esseri, compresi quelli che potrebbero essere considerati “oni” nel loro stato non illuminato. Recitando il Gohonzon, i praticanti credono di poter attingere alla natura di Buddha inerente a se stessi e a tutti gli esseri, trasformando la negatività in azione positiva e promuovendo il mutuo sostegno. Questo si allinea con il messaggio del proverbio secondo cui, anche in un mondo che può sembrare pieno di “demoni”, il potenziale per la compassione e l’aiuto esiste dentro ognuno.

    In conclusione, la storia di Kishimojin non è solo un racconto mitologico, ma una potente narrazione del proverbio “wataru seken ni oni wa nai“. Ci insegna che la speranza e la compassione possono fiorire anche dove sembrano esserci solo oscurità e sofferenza. Ci ricorda che il cambiamento è possibile e che il potenziale per la bontà risiede in ognuno di noi, offrendoci un messaggio di conforto e incoraggiamento nelle sfide della vita.

  • Spazzando via il passato

    Spazzando via il passato

    Il susuharai

    Prima che l’elettricità illuminasse le case giapponesi, un sottile velo nero avvolgeva ogni ambiente. Era la fuliggine, susu (煤), un residuo della combustione del legno utilizzato per cucinare e riscaldarsi. Questa patina ricopriva soffitti, pareti e persino i tatami, trasformando le abitazioni in un dipinto monocromatico. Per liberarsi da questo velo e accogliere il nuovo anno con rinnovata energia, i giapponesi praticavano un rituale conosciuto come susuharai (煤払い).

    Le origini

    Nato nel castello di Edo, cuore del potere shogunale, il susuharai era un’usanza che coinvolgeva tutti, dal samurai più agguerrito al contadino più umile. Si racconta che i primi a praticarlo fossero proprio i guerrieri, che purificavano il castello, le loro armature e le loro dimore. Con il tempo, questa usanza si diffuse capillarmente, diventando un appuntamento fisso in ogni casa giapponese.

    Il rituale

    Ogni 13 dicembre, armati di scope di bambù o paglia, grandi e piccini si dedicavano a una pulizia minuziosa, spazzando via lo sporco accumulato. L’aria si riempiva del profumo acre del legno bruciato e del fruscio delle scope. Dopo una giornata di duro lavoro, l’atmosfera si faceva più allegra. Si organizzavano banchetti, si beveva sakè e si praticava il doage (胴上げ), un’usanza che consiste nel lanciare in aria una persona più volte come segno di celebrazione e buon auspicio.

    Fonte: gallerie digitale della Dieta giapponese.

    Kegare e purificazione

    Il termine susuharai (煤払い) è composto da due kanji: susu (煤), che significa “fuliggine” o “sporco”, e harai (払い), che significa “spazzare via” o “purificare”. La fuliggine non era solo sporco fisico; era considerata una manifestazione del kegare (穢れ), un concetto che racchiude l’impurità e le energie negative accumulate durante l’anno. Attraverso il susuharai, non si eliminava solo lo sporco materiale, ma si purificava lo spazio dalle energie negative, preparando la casa ad accogliere il kami (神) dell’anno nuovo e creando un ambiente puro e propizio. Si credeva che spazzando via la fuliggine, si purificasse non solo la casa, ma anche l’anima.

    Il bambù, materiale delle scope, non era scelto a caso. Simbolo di forza, flessibilità e crescita, rappresenta il legame indissolubile tra l’uomo e la natura. Ad ogni spazzata, si credeva di liberarsi dalle scorie del passato e di aprire le porte a un futuro più luminoso e al kami del nuovo anno.

    Preparazione e l’ordine delle pulizie

    Prima di iniziare il susuharai, si preparava l’ambiente bruciando dell’incenso per purificare l’aria e creare un’atmosfera propizia. Si seguiva poi un ordine preciso nelle pulizie, iniziando dai luoghi più alti, come le mensole, le travi del tetto e il kamidana (神棚), l’altare shintō, e terminando con il pavimento. Le donne, in particolare, avevano un ruolo fondamentale, occupandosi della maggior parte delle faccende domestiche e delle decorazioni per il nuovo anno.

    Variazioni Regionali

    A seconda delle regioni, questa usanza veniva chiamata in modi diversi, ognuno portando con sé sfumature di significato uniche: Shōgatsu mukae (正月迎え, accogliere il nuovo anno), Koto hajime (事始め, inizio delle cose), Ee koto hajime (良い事始め, buon inizio), Matsu narashi (松均し, tagliare i pini). Ognuno di questi nomi, pur con sfumature diverse, sottolinea l’importanza del susuharai come momento di transizione, di purificazione e di rinnovamento. Era un’occasione per lasciare andare il passato e accogliere il futuro con speranza e ottimismo.

    Dal Susuharai all’Ōsōji: l’eredità di una tradizione

    Oggi, con i moderni sistemi di riscaldamento, la fuliggine è solo un ricordo. Tuttavia, lo spirito del susuharai sopravvive nell’ōsōji (大掃除), la grande pulizia di fine anno, un momento per fare il punto della situazione, liberarsi del superfluo e accogliere il nuovo anno con rinnovata energia. Se siete fortunati, vi potrà capitare di assistere all’originale rito se vi trovate in un santuario il 13 Dicembre. Anche se il contesto è cambiato, l’essenza del rituale – la purificazione e il rinnovamento – è rimasta la stessa, testimoniando la continuità di una tradizione che si adatta ai tempi.

    l susuharai è molto più di una semplice pulizia; è un rituale profondamente radicato nella cultura giapponese, che coniuga aspetti pratici e spirituali. Attraverso l’eliminazione della fuliggine, simbolo del kegare, si purificava l’ambiente domestico e si creava uno spazio propizio per accogliere le energie positive del nuovo anno. Questa tradizione, nata nel cuore del potere e diffusa in tutto l’arcipelago, continua a vivere, seppur in forma adattata, come testimonianza di un legame profondo tra l’uomo e il suo ambiente. Questa è l’eredità del susuharai (煤払い).










  • La responsabilità collettiva nelle aziende giapponesi

    La responsabilità collettiva nelle aziende giapponesi

    Da oltre un decennio vivo e lavoro in Giappone, e da quattro anni lavoro in un’azienda dove sono l’unico straniero. Questa esperienza mi ha permesso di entrare profondamente nella cultura aziendale nipponica, caratterizzata da una complessità affascinante e da una forte valorizzazione del lavoro di squadra, oltre che delle competenze individuali. Premetto che quanto segue è una riflessione basata sulla mia esperienza e carriera all’interno di un’azienda giapponese e non deve essere estesa a tutte le realtà aziendali del Paese.

    Il Concetto di Responsabilità Collettiva: kyōsei e rentai sekinin

    Le aziende giapponesi sono rinomate per la loro enfasi sulla responsabilità collettiva, un concetto profondamente radicato nella cultura e nelle pratiche commerciali giapponesi, spesso indicato anche con il termine kyōsei (共生). Kyōsei (共生), letteralmente “convivenza” o “coesistenza”, implica una filosofia di mutuo supporto e dipendenza tra gli individui all’interno di un gruppo o di una comunità. Questo concetto si concretizza nel mondo aziendale attraverso il principio del rentai sekinin (連帯責任).

    Il termine rentai (連帯) significa “condividere”, mentre sekinin (責任) significa “responsabilità”. Rentai sekinin (連帯責任) implica quindi che ogni membro di un gruppo è responsabile non solo delle proprie azioni, ma anche di quelle degli altri membri del gruppo. Ad esempio, se un progetto di un team fallisce, la responsabilità non ricade su un singolo individuo, ma su tutto il team, che dovrà analizzare insieme le cause e trovare soluzioni. Questo è rentai sekinin (連帯責任).

    Il processo decisionale: consenso vs. autorità individuale

    Nelle aziende giapponesi, i risultati individuali sono spesso considerati secondari rispetto agli obiettivi generali del team o dell’azienda. Questa mentalità collettiva favorisce un forte senso di lealtà e impegno tra i dipendenti. Il processo decisionale avviene tipicamente attraverso la costruzione del consenso piuttosto che attraverso l’autorità individuale. Inoltre, i dipendenti sono tenuti a prendere in carico il proprio lavoro e a supportare i colleghi. Questa responsabilità condivisa, dove correttamente applicata, contribuisce spesso a una cultura lavorativa armoniosa e spesso porta a livelli più elevati di coinvolgimento e produttività dei dipendenti.

    Morale e lealtà dei dipendenti: il ruolo della responsabilità collettiva

    La responsabilità collettiva è considerata un pilastro della cultura aziendale giapponese. Promuove un forte senso di unità e scopo condiviso tra i dipendenti, portando a diversi risultati positivi. Un impatto significativo è sul morale dei dipendenti. Quando i dipendenti si sentono parte di un team e che i loro contributi sono valorizzati, sono più propensi a essere motivati ​​e coinvolti. Si rafforza in questo modo anche il senso di lealtà nei confronti dell’azienda, poiché i dipendenti sentono una profonda connessione con l’organizzazione e i suoi obiettivi.

    Inoltre, la responsabilità collettiva può contribuire a un ambiente di lavoro armonioso e solidale. I dipendenti sono incoraggiati ad aiutarsi reciprocamente e a condividere conoscenze ed esperienze. Questo approccio collaborativo può portare a una maggiore innovazione e risoluzione dei problemi.

    Svantaggi e potenziali sfide della responsabilità collettiva

    Sebbene la responsabilità collettiva possa avere molti vantaggi, è importante notare che può anche presentare alcune sfide. Ad esempio, può essere difficile attribuire responsabilità individuali per errori o fallimenti, poiché l’attenzione è spesso rivolta al team nel suo insieme. Questo può portare a una mancanza di riconoscimento individuale e di motivazione, soprattutto tra i lavoratori stranieri appena entrati in un’azienda giapponese, abituati a sistemi di valutazione più individualistici.

    Inoltre, il processo decisionale basato sul consenso può essere percepito come lento e burocratico, soprattutto per coloro che provengono da contesti dove vige un approccio più diretto e individualistico. I lavoratori stranieri potrebbero trovare difficile adattarsi a questo ritmo più lento e potrebbero sentirsi frustrati dalla apparente mancanza di autonomia individuale.

    Inoltre, la forte enfasi sull’armonia e sull’evitare i conflitti può a volte soffocare, agli occhi di un osservatore esterno, la creatività e l’innovazione. In alcuni casi, può essere difficile esprimere opinioni dissenzienti o sfidare lo status quo, generando un senso di frustrazione per chi è abituato a un confronto più aperto.

    Come lavoratore straniero, ho notato come l’adattamento a questo sistema possa richiedere un periodo di transizione. La comunicazione indiretta, la priorità data al gruppo rispetto all’individuo e i processi decisionali basati sul consenso sono aspetti che differiscono significativamente da molte culture occidentali. È fondamentale sviluppare pazienza e capacità di osservazione per comprendere appieno le dinamiche interpersonali e le aspettative all’interno del contesto aziendale giapponese.

    In conclusione, sebbene la responsabilità collettiva sia un tratto culturale prezioso che contribuisce al successo di molte aziende giapponesi, è importante riconoscerne anche le potenziali sfide. I lavoratori stranieri che non hanno familiarità con questa norma culturale potrebbero dover adattare il loro approccio ed essere inizialmente pazienti per inserirsi in un ambiente di lavoro giapponese. Comprendere le basi di questo principio e i suoi effetti sull’ambiente lavorativo è un passo fondamentale per una proficua integrazione.

  • Un mondo a parti compatte

    Un mondo a parti compatte

    Uchi e Soto nella Cultura Giapponese

    Immaginate di trovarvi in una tranquilla izakaya, un tipico pub giapponese. Un gruppo di colleghi ride e scherza animatamente, parlando un linguaggio informale e condividendo piccoli assaggi dai loro piatti. Poco distante, un uomo d’affari parla al telefono con tono formale e deferente. Questa semplice scena illustra perfettamente la distinzione tra due concetti fondamentali della cultura giapponese: uchi e soto.

    Uchi (内) significa letteralmente “interno” e si riferisce alla cerchia ristretta di persone a cui sentiamo di appartenere: la famiglia, gli amici più cari, i colleghi di lavoro. È all’interno di uchi che si instaurano i legami più profondi, basati sulla fiducia, la lealtà e la solidarietà. È qui che ci sentiamo protetti e parte di un gruppo.

    Come un giardino giapponese, dove ogni elemento è disposto con cura per creare armonia, la società giapponese può essere vista come un insieme di cerchie concentriche, dove uchi rappresenta il nucleo più interno. Soto (外), invece, rappresenta tutto ciò che è esterno a questo cerchio intimo: gli estranei, i concorrenti, i clienti. I rapporti con soto sono spesso più formali e distaccati, regolati da regole precise e da un certo grado di diffidenza.

    Questi concetti, profondamente radicati nella storia e nella cultura giapponese, influenzano ogni aspetto della vita quotidiana. Le loro origini si perdono nella notte dei tempi, intrecciandosi con filosofie come il Confucianesimo, che pone l’accento sull’importanza della famiglia e della comunità, e con il sistema feudale, caratterizzato da una rigida gerarchia sociale.

    Confucianesimo: gerarchia e lealtà

    Il Confucianesimo, introdotto in Giappone nel VI secolo, ha esercitato una profonda influenza sulla struttura sociale e sui valori etici. La dottrina confuciana enfatizza l’importanza della famiglia (家, ie), della comunità e della gerarchia sociale. Il concetto di uchi è strettamente legato all’idea confuciana di famiglia, ie, intesa non solo come nucleo familiare immediato, ma come un’estesa rete di parenti e antenati. La lealtà (忠義, chūgi) verso la famiglia e il gruppo sociale di appartenenza e la pietà filiale (孝行, kōkō) sono valori fondamentali nel Confucianesimo, e si riflettono nell’idea di uchi.

    Shintoismo: connessione con la natura e i kami

    Lo Shintoismo, la religione indigena del Giappone, ha contribuito a plasmare la visione giapponese del mondo e delle relazioni sociali. La concezione shintoista della natura, animata da spiriti chiamati kami, ha influenzato la percezione dei confini tra l’individuo e il gruppo. Il kami è presente in ogni cosa, dalla roccia al fiume, e la famiglia e la comunità sono considerate come luoghi sacri, abitati dagli spiriti degli antenati. Questa connessione con la natura e con gli spiriti ancestrali rafforza il senso di appartenenza al gruppo e contribuisce a definire i confini tra uchi e soto.

    Sistema feudale: lealtà al clan

    Il sistema feudale giapponese, caratterizzato da una rigida gerarchia sociale, ha ulteriormente rafforzato i concetti di uchi e soto. I samurai erano legati da un forte vincolo di lealtà (anche se la storia giapponese ci insegna che questa lealtà con il passare del tempo veniva spesso sacrificata per un proprio tornaconto) al loro signore feudale (大名, daimyō) e al loro clan (家, ie). Questa lealtà era considerata un dovere assoluto e rappresentava il prototipo ideale delle relazioni all’interno di uchi. Al di fuori del proprio clan, i samurai si comportavano in modo più formale e distaccato, riflettendo così la distinzione tra uchi e soto.

    Influenze buddhiste: impermanenza e karma

    Il Buddhismo, introdotto in Giappone nel VI secolo, ha offerto una prospettiva diversa sulla vita e sulle relazioni umane. Il concetto buddhista di impermanenza (無常, mujō) ha sottolineato la natura transitoria di tutte le cose, compresa l’appartenenza a un gruppo sociale. Tuttavia, il Buddhismo ha anche enfatizzato l’importanza delle relazioni interpersonali e del karma, la legge della causa e dell’effetto. Questi concetti hanno contribuito a rafforzare l’idea che le azioni di una persona hanno un impatto sulla sua vita presente e futura, e che quindi è importante coltivare relazioni positive all’interno del proprio uchi.

    Uchi e soto nella lingua giapponese

    Le complesse dinamiche di uchi e soto si riflettono profondamente nella lingua giapponese, impregnandola di sfumature sottili che influenzano la comunicazione quotidiana.

    Prendiamo ad esempio i verbi ageru (あげる) e kureru (くれる). Entrambi significano “dare”, ma celano sfumature profonde. Quando utilizziamo ageru, stiamo dando qualcosa a qualcuno che è al di fuori del nostro cerchio intimo, del nostro uchi. È un gesto più formale, che sottolinea la distanza sociale. Al contrario, kureru è usato per indicare un’azione di dare rivolta a qualcuno del nostro uchi. In questo caso, il gesto è percepito come più intimo e caloroso, quasi come se l’oggetto dato fosse un dono tra familiari.

    Anche i kanji (漢字), gli ideogrammi di origine cinese adottati nella scrittura giapponese, offrono un’ulteriore chiave di lettura. Il kanji per uchi (内), che significa “interno”, raffigura visivamente uno spazio delimitato, quasi un recinto o una casa, evocando l’immagine di un luogo protetto e sicuro, il nostro mondo intimo. Questo aspetto visivo rende ancora più efficace la comprensione del concetto. Il kanji per soto (外) invece rappresenta l’esterno.

    Questa distinzione si riflette anche nell’uso degli onorifici. Ad esempio, quando ci rivolgiamo a qualcuno di uchi, come un familiare o un amico intimo, possiamo utilizzare un linguaggio più informale. Al contrario, quando parliamo con qualcuno di soto, come ad esempio un estraneo o un cliente, è necessario usare un linguaggio più formale e rispettoso, con l’aggiunta di onorifici.

    Questi semplici esempi mostrano come la lingua giapponese non sia solo un mero strumento di comunicazione, ma un vero e proprio riflesso della cultura e della società. Ogni parola, ogni espressione, è carica di significati che vanno ben oltre il semplice significato lessicale, rivelando le dinamiche profonde delle relazioni umane e sociali.

    Le relazioni sociali

    Il concetto di uchi e soto si manifesta in modo evidente anche nelle relazioni sociali. Durante le feste tradizionali, come il Bon (festa degli antenati), i legami famigliari e comunitari si rafforzano, creando un forte senso di uchi. Ad esempio, durante il Bon, le famiglie si riuniscono per onorare gli antenati, visitando le tombe e condividendo pasti insieme. Questa pratica rafforza il senso di appartenenza al gruppo familiare. Al contrario, le interazioni con persone esterne al proprio gruppo sono più formali e limitate.

    Anche nel mondo del lavoro, uchi e soto giocano un ruolo fondamentale. All’interno di un’azienda, i dipendenti sono considerati parte di una grande famiglia, un uchi. Questo si traduce in un forte senso di appartenenza, lealtà e collaborazione tra colleghi. Tuttavia, le relazioni con i clienti o con le aziende concorrenti rientrano nell’ambito di soto, con una comunicazione più formale e diretta.

    L’evoluzione di uchi e soto nel tempo

    Come un fiume che scorre e modifica il paesaggio, i concetti di uchi e soto si sono evoluti nel corso dei secoli, plasmati da eventi storici e mutamenti sociali.

    La Seconda Guerra Mondiale e il successivo periodo di occupazione alleata hanno segnato una svolta epocale. L’apertura forzata verso l’Occidente e l’incontro con culture diverse hanno iniziato a incrinare le solide mura che delimitavano l’uchi. I giapponesi, costretti a confrontarsi con nuovi valori e modi di vivere, hanno iniziato a mettere in discussione alcune delle certezze del loro passato.

    Negli anni successivi, la globalizzazione ha accelerato questo processo di cambiamento. L’integrazione dell’economia giapponese nell’economia mondiale ha portato a un’interazione sempre più intensa con culture diverse, sfidando la visione tradizionale di uchi e soto. La migrazione dalle zone rurali alle città ha creato società più multiculturali e cosmopolite, dove i confini tra i due concetti si sono fatti più sfumati.

    Parallelamente, l’emergere di una cultura più individualista, soprattutto tra le giovani generazioni, ha messo in discussione i legami sociali e familiari tradizionalmente centrati sull’idea di uchi. I valori di autonomia e realizzazione personale, tipici delle società occidentali, hanno iniziato a penetrare nella società giapponese, modificando le dinamiche all’interno delle famiglie e delle comunità.

    Anche le tecnologie hanno giocato un ruolo fondamentale in questa evoluzione. Internet e i social media hanno creato nuove forme di connessione, consentendo alle persone di interagire con individui di culture diverse e di costruire comunità virtuali che trascendono i confini geografici. In questo nuovo scenario, i concetti di uchi e soto si sono arricchiti di nuove sfumature, dando vita a forme di appartenenza più fluide e dinamiche.

    Mentre i concetti di uchi e soto continuano a essere profondamente radicati nella cultura giapponese, essi sono soggetti a un’evoluzione costante, plasmati dai cambiamenti sociali e storici. La società giapponese contemporanea si trova a un crocevia, cercando di bilanciare le tradizioni con le esigenze della modernità. È probabile che i concetti di uchi e soto continueranno a adattarsi e trasformarsi, riflettendo i cambiamenti della società giapponese e del mondo intero.

    Comprendere uchi e soto è fondamentale per apprezzare appieno la complessità della cultura giapponese e per interagire con successo con i giapponesi. Questi concetti ci offrono una chiave di lettura per interpretare comportamenti, atteggiamenti e valori che possono sembrare diversi dai nostri.

    In conclusione, uchi e soto sono molto più di semplici parole: sono un modo di vedere il mondo, di relazionarsi con gli altri e di costruire la società. Sono un patrimonio culturale che continua a evolversi, adattandosi ai cambiamenti del mondo cercando di non perdere la propria essenza.





  • Jōge kankei: un viaggio nella gerarchia giapponese

    Jōge kankei: un viaggio nella gerarchia giapponese

    Dall’antica tradizione al mondo del lavoro moderno

    Essere occidentale in Giappone significa immergersi in una cultura profondamente radicata in concetti come il rispetto, l’ordine e la gerarchia. Il jōge kankei (上下関係), letteralmente relazione superiore-inferiore, è uno di questi pilastri fondamentali della società giapponese. Le sue origini affondano nel Confucianesimo e nelle antiche tradizioni dei samurai, plasmando da secoli la visione del mondo e le interazioni sociali del popolo giapponese.

    Le radici storiche del jōge kankei

    Il Confucianesimo, filosofia che pone l’accento sulla famiglia, sulla società e sull’etica, ha avuto un’influenza profonda sulla cultura giapponese. Durante il periodo Edo, lo shogunato Tokugawa promosse attivamente lo shushigaku (朱子学), o neo-confucianesimo, rafforzando ulteriormente il concetto di gerarchia e sottomissione all’autorità. Questa visione gerarchica si adattava perfettamente alle esigenze di un governo centralizzato che cercava di consolidare il proprio potere e mantenere l’ordine sociale cercando di porre fine ai conflitti endemici del periodo Sengoku.

    Jōge kankei nella vita quotidiana

    Il jōge kankei si manifesta in ogni aspetto della vita giapponese. In ambito lavorativo, le decisioni scendono dall’alto e il rispetto per i superiori, in particolare per quelli più anziani, è fondamentale. L’età e l’anzianità di servizio conferiscono un’autorevolezza intrinseca. Anche al di fuori del lavoro, le relazioni sociali sono influenzate da questa gerarchia: si presta attenzione all’età, al ruolo sociale e all’appartenenza a un gruppo.

    Un confronto culturale

    Mentre in Occidente tendiamo a valorizzare l’uguaglianza e la mobilità sociale, in Giappone la gerarchia è percepita come un elemento stabilizzante. Questo sistema, se da un lato può sembrare rigido, dall’altro offre un senso di appartenenza e di ordine. Tuttavia, per un occidentale, adattarsi a questa struttura può essere una sfida.

    Il jōge kankei nel mondo del lavoro

    Nelle aziende giapponesi, la gerarchia è particolarmente evidente. Le decisioni sono spesso centralizzate e i subordinati sono tenuti a seguire le istruzioni senza discutere. Le riunioni sono spesso formali e il rispetto per l’opinione dei superiori è fondamentale. Tuttavia, è importante notare che anche in Giappone la società sta cambiando, e molte aziende, come quella in cui lavoro, hanno adottato da anni approcci più flessibili e collaborativi.

    Comunicazione e relazioni interpersonali

    La comunicazione in Giappone è fortemente influenzata dal jōge kankei. L’uso di un linguaggio formale e rispettoso è fondamentale, soprattutto quando ci si rivolge a superiori o a persone più anziane. Inoltre, le sfumature culturali e le implicazioni non verbali possono rendere la comunicazione complessa per gli stranieri. Costruire relazioni solide con i colleghi giapponesi richiede tempo, pazienza e una profonda comprensione della loro cultura.

    Adattarsi al jōge kankei

    Per vivere e lavorare con successo in Giappone, è fondamentale comprendere e rispettare il jōge kankei. Osservando come i giapponesi interagiscono tra loro, si possono acquisire preziose intuizioni sulle sottigliezze di questo sistema. Alcuni consigli secondo me utili per adattarsi includono:

    Mostrare rispetto: utilizzare le forme di cortesia appropriate e rivolgersi ai superiori con deferenza.

    Essere pazienti: costruire relazioni solide richiede tempo e pazienza.

    Ascoltare attentamente: cercare di comprendere le sfumature della comunicazione giapponese.

    Adattarsi alle regole non scritte: osservare e imparare dai colleghi giapponesi.

    Essere aperti al cambiamento: il Giappone, anche se con i suoi tempi, sta cambiando, e il jōge kankei si sta evolvendo.

    Comprendere il jōge kankei è fondamentale per vivere e lavorare in Giappone. Sebbene questo sistema possa sembrare inizialmente complesso e rigido, può offrire anche grandi opportunità per costruire relazioni significative e arricchire la propria esperienza culturale. Adattandosi a questa norma sociale, si può vivere un’esperienza più autentica e gratificante in Giappone.

    Questo articolo nasce dalla mia esperienza diretta come manager in un’azienda giapponese. Lavorando a stretto contatto con colleghi giapponesi, ho avuto l’opportunità di immergermi profondamente nella loro cultura e di sperimentare in prima persona l’importanza del jōge kankei. Questo articolo vuole condividere le mie riflessioni su come questa dinamica relazionale, se da un lato può rappresentare una sfida, dall’altro arricchisce la comprensione della società giapponese e facilita l’integrazione nel mondo del lavoro.

  • Honne e Tatemae: il volto nascosto e quello mostrato del Giappone

    Honne e Tatemae: il volto nascosto e quello mostrato del Giappone

    Immagina di indossare una maschera ogni giorno, una maschera che nasconde i tuoi pensieri più intimi e le tue emozioni più profonde. In Giappone, questa pratica non è solo una metafora, ma un aspetto fondamentale della cultura e delle relazioni sociali. Stiamo parlando di honne e tatemae, due concetti che, insieme, definiscono il modo in cui la maggior parte dei giapponesi interagiscono con il mondo.

    Honne (本音): la voce autentica dell’anima

    Honne (本音), che letteralmente significa “suono vero”, rappresenta la nostra voce interiore, i nostri pensieri più autentici, ciò che vorremmo dire senza filtri. È quella parte di noi che spesso teniamo nascosta, per paura di ferire gli altri o di non essere accettati. Questo concetto così importante nella cultura giapponese è composto da due kanji, ciascuno con un significato profondo. Il primo, hon (本), ci riporta all’idea di un’origine, di una radice, di qualcosa di fondamentale e autentico. È come se hon indicasse la parte più profonda di noi stessi, il nostro nucleo.

    Affiancato a hon troviamo on (音), che significa “suono” o “voce”. Insieme, questi due kanji creano un’immagine potente: quella della voce interiore, del suono più profondo che proviene dal nostro essere. Honne è quindi la nostra voce autentica, i nostri pensieri e sentimenti più sinceri, quelli che spesso teniamo nascosti. È come un tesoro nascosto dentro di noi, un segreto che solo noi conosciamo veramente.

    Tatemae (建前): la facciata che mostriamo al mondo

    Tatemae, invece, è la facciata che mostriamo al mondo, il comportamento che riteniamo appropriato in una determinata situazione sociale. È la maschera che indossiamo per mantenere l’armonia e il rispetto reciproco.

    Il termine tatemae evoca l’immagine di una facciata, di un’apparenza che costruiamo per presentarci al mondo. È come l’edificio che si erge imponente sulla piazza, ma che nasconde al suo interno stanze e corridoi che solo pochi conoscono.

    Il kanji ken (建), che compone tatemae, significa proprio “costruire”, “erigere” o “stabilire”. Ci rimanda all’idea di creare qualcosa di artificiale, di mettere in piedi una struttura che ha lo scopo di mostrare un’immagine specifica. È come se stessimo costruendo un personaggio, un ruolo da interpretare nella società.

    A completare il quadro c’è il kanji mae (前), che significa “davanti” o “frontale”. Indica ciò che si presenta all’esterno, la parte visibile di noi stessi. È la maschera che indossiamo per interagire con gli altri, per adattarci alle diverse situazioni sociali.

    In sintesi, tatemae rappresenta la parte di noi che mostriamo al mondo, la nostra immagine pubblica. È ciò che vogliamo che gli altri vedano, il modo in cui vogliamo essere percepiti.

    Le radici di honne e tatemae affondano nella storia millenaria del Giappone. Il Confucianesimo, con il suo imperativo di rispettare l’autorità e di mantenere l’ordine sociale, ha fortemente influenzato la cultura nipponica. Allo stesso modo, lo Shintoismo, la religione tradizionale giapponese, ha sottolineato l’importanza dell’armonia con la natura e con gli altri, incoraggiando un comportamento conformista e rispettoso delle norme sociali.

    In Giappone, il valore attribuito all’armonia di gruppo e al rispetto per gli anziani ha reso il tatemae un elemento fondamentale delle relazioni interpersonali. Spesso, le persone evitano di esprimere apertamente i propri disaccordi o le proprie critiche, preferendo mantenere un’atmosfera pacifica e cordiale. Questo può creare l’illusione di una società omogenea e priva di conflitti, ma in realtà nasconde una complessità di emozioni e di pensieri che non sempre vengono espressi.

    Ma come si manifesta concretamente questa distinzione tra honne e tatemae nel modo in cui i giapponesi comunicano?

    Analizziamo più da vicino il ruolo del linguaggio in questo complesso meccanismo culturale. La lingua giapponese, ricca di sfumature e livelli di formalità, riflette profondamente i concetti di honne e tatemae. Attraverso l’uso sapiente di eufemismi, circonlocuzioni e registri linguistici diversi, i giapponesi sono in grado di comunicare i loro pensieri e sentimenti in modo sottile e indiretto.

    L’uso di eufemismi e circonlocuzioni è particolarmente diffuso quando si tratta di esprimere opinioni negative o critiche. Anziché affermare direttamente un disaccordo, si preferiscono espressioni più delicate e indirette, come “è un po’ diverso da quello che mi aspettavo”. La scelta del registro linguistico, tra formale e informale, è un altro elemento fondamentale: un linguaggio più formale è generalmente utilizzato quando ci si relaziona con estranei o con persone di status superiore, mentre un linguaggio più informale può essere adottato con amici o familiari.

    Il linguaggio non verbale gioca un ruolo altrettanto importante. Un sorriso può nascondere un disaccordo profondo, mentre un tono di voce basso e un’espressione seria possono indicare un’opinione negativa. Anche le particelle grammaticali e le terminazioni hanno un peso significativo nel determinare il significato di una frase. Ad esempio, la particella “ne” può essere utilizzata, a fine frase, per esprimere un’opinione negativa in modo più attenuato.

    Molte espressioni idiomatiche giapponesi riflettono la dicotomia tra honne e tatemae. L’espressione “kao de waratte kokoro de naku” (顔で笑って心で泣, “in pubblico sorrido, in privato piango”) è un esempio calzante di come i giapponesi possano mostrare un volto sorridente al mondo, nascondendo le proprie emozioni più profonde.

    Perché è importante comprendere questo aspetto?

    Comprendere come honne e tatemae si riflettono nel linguaggio giapponese è fondamentale per evitare malintesi, stabilire relazioni più profonde e comunicare in modo efficace con i giapponesi. Essere consapevoli delle sfumature linguistiche e delle convenzioni culturali ci permette di interpretare correttamente le intenzioni dell’interlocutore e di adattare il nostro linguaggio alla situazione.

    La lingua giapponese è uno strumento potente per esprimere sia honne che tatemae. La sua complessità e la sua ricchezza di sfumature riflettono la profondità e la raffinatezza della cultura giapponese.

    Honne e tatemae nel quotidiano

    Questi concetti permeano ogni aspetto della vita giapponese. In un contesto lavorativo, per esempio, un dipendente potrebbe esprimere il proprio disaccordo con una decisione in privato (honne), ma in pubblico manterrà un atteggiamento di accordo e rispetto (tatemae). Allo stesso modo, in una riunione di famiglia, si potrebbe evitare di affrontare argomenti delicati per preservare l’armonia del gruppo.

    Per un occidentale, abituato a una comunicazione più diretta e aperta, comprendere honne e tatemae può essere una sfida. Spesso ci si trova a chiedersi: “Cosa pensa veramente questa persona?”. La risposta non è sempre semplice, poiché i giapponesi sono maestri nel nascondere i loro veri sentimenti dietro un sorriso o un cenno di assenso.

    Tuttavia, una volta compreso questo meccanismo culturale, è possibile apprezzare la profondità e la raffinatezza della comunicazione giapponese. Imparare a leggere tra le righe e a cogliere le sfumature del linguaggio non verbale può aprire le porte a relazioni più autentiche e significative con i giapponesi.

    La globalizzazione e l’individualismo crescente stanno mettendo alla prova i tradizionali concetti di honne e tatemae. I giovani giapponesi, in particolare, sembrano sempre più inclini a esprimere apertamente i propri pensieri e sentimenti. Tuttavia, questi concetti continuano a influenzare le relazioni interpersonali e le dinamiche sociali in Giappone.

    Comprendere honne e tatemae è fondamentale per interagire con successo con i giapponesi. Tuttavia, questo dualismo può creare delle sfide nella comunicazione interculturale. È importante ricordare che i giapponesi non sono necessariamente ipocriti, ma semplicemente seguono norme sociali profondamente radicate.

    D’altra parte, la consapevolezza di honne e tatemae può aprire le porte a relazioni più autentiche e significative. Imparando a leggere tra le righe e a cogliere le sfumature del linguaggio non verbale, possiamo apprezzare la complessità e la bellezza della cultura giapponese.

    In conclusione, honne e tatemae sono due facce della stessa medaglia, due aspetti inseparabili della cultura giapponese. Comprendere questo dualismo ci permette di apprezzare la complessità e la bellezza di una società che, pur sacrificando spesso l’individualità, pone al centro dell’attenzione l’armonia e il benessere del gruppo.

  • Il martirio di Paulo Uchibori

    Il martirio di Paulo Uchibori

    Il vulcano Unzen, Unzen-dake (雲仙岳) per i giapponesi, mio vicino di casa, è un gigante in costante evoluzione. La sua attività vulcanica ha plasmato nel tempo il paesaggio della penisola di Shimabara, lasciando un segno indelebile sulla regione. Nel 1990, dopo un lungo sonno di quasi due secoli, Unzen si è risvegliato con una potente eruzione, formando una cupola di lava che ha ulteriormente trasformato l’area. Ma la storia di questo vulcano affonda radici ancora più profonde. Nel XVII secolo, i suoi inferni furono teatro di una drammatica prova di fede per i cattolici di Shimabara e della regione di Nagasaki. Unzen, dunque, è molto più di un semplice vulcano: è un testimone silenzioso della storia e della fede di queste terre e dei suoi abitanti.

    Fonte: NHK

    Arima

    Come già raccontato in un mio precedente articolo, Arima Harunobu (有馬晴信), conosciuto anche come il daimyō cristiano, era un noto protettore dei cristiani che vivevano nell’omonimo dominio che oggi corrisponde alle zone della penisola di Shimabara, nel Kyūshū. Tuttavia, un tragico inganno lo condannò a morte per ordine di Tokugawa Ieyasu e segnò l’inizio di un oscuro capitolo per la sua famiglia e per i cristiani del suo dominio. Il figlio, Naozumi Naozuni (有馬直純ま, battezzato con il nome Miguel), inizialmente seguì le orme del padre, ma ben presto abiurò la fede e si trasformò in un feroce persecutore. Nonostante la sua crudeltà, che lo portò persino a uccidere i propri fratellastri, i cristiani di Arima resistettero con tenacia, dimostrando una fede incrollabile.

    Nel 1619, Papa Paolo V inviò un raggio di speranza ai fedeli giapponesi, perseguitati e isolati. La sua lettera, un faro in un mare di sofferenza, giunse ai cristiani del Giappone, tra cui quelli della regione di Shimabara.

    Shimabara (島原), un tempo fiorente centro del cristianesimo in Giappone, era ormai un’isola di fede in un arcipelago di persecuzione. I suoi abitanti, tra cui figure di spicco come Paulo Uchibori Sakuemon (パウロ内堀右衛門), risposero al Papa con una lettera intrisa di gratitudine e determinazione.

    In quella missiva, datata 1620 e firmata da dodici coraggiosi testimoni, i cristiani di Shimabara esprimevano la loro profonda devozione alla Chiesa e la loro incrollabile fede in Cristo. Nonostante le prove e le tribolazioni, affermarono di essere pronti a sacrificare tutto per la loro religione, dimostrando così un coraggio che ha segnato la storia del cristianesimo in Giappone. Le loro parole, cariche di emozione, riecheggiavano nella seguente frase:

    “Con la grazia divina, bruciamo del desiderio di dedicare le nostre vite come testimonianza a Cristo e alla Santa Chiesa Romana”. (Questa è una mia traduzione, del testo della missiva che riporto di seguito)

    ガラサ(恩恵)を以て、キリストとローマのサンタ・エケレジヤ(教会)の御證據に、身命を捧げ奉らむと、燃え立つばかり存じ奉り候。

    Un toccante dettaglio emerge alla fine della lettera: il ricordo di un’udienza con Papa Gregorio XIII. Questo particolare suggerisce fortemente il coinvolgimento di Padre Julian Nakaura (ジュリアン中浦神父) nella stesura del documento. In quanto uno dei giovani ambasciatori inviati a Roma e, all’epoca, sacerdote a Kuchinotsu (口之津, una città ubicata a sud di Nagasaki ora assorbita da Minami-Shimabara), Nakaura possedeva le conoscenze e le relazioni necessarie per redigere una missiva così importante.

    Foto dell’ autore: statua di padre Nakaura presso la chiesa cattolica di Shimabara

    La lettera, inoltre, rivela un destino tragico per molti dei suoi firmatari: ben sei di loro, tra cui Paulo Uchibori, subirono il martirio. Dopo aver espresso la loro fede con tanta forza e determinazione, furono sottoposti alle più atroci torture negli inferni di Unzen.

    Questo documento, quindi, va ben oltre una semplice comunicazione. È una testimonianza viva della fede incrollabile dei cristiani giapponesi, della loro profonda connessione con la Chiesa di Roma e del coraggio di coloro che scelsero di morire piuttosto che rinnegare la loro fede. La menzione di Papa Gregorio XIII, figura di riferimento per i cattolici dell’epoca, sottolinea ulteriormente il legame tra la comunità cristiana giapponese e il cuore della Chiesa universale.

    Il martirio di questi fedeli, tra cui il coraggioso Paulo Uchibori e i suoi tre figli, rappresenta un capitolo cruciale nella storia del cristianesimo in Giappone. Le loro vite, consacrate a Cristo, sono un esempio luminoso di fede e di resistenza, un faro che continua a guidare i credenti di ogni tempo e luogo.

    La tragedia di Shimabara: fede, potere e rivolta

    Arima Naozuni si vide costretto ad abbandonare la sua terra natale e a rifugiarsi a Hyūga (odierna prefettura di Miyazaki). Al suo posto, salì al potere Matsukura Shigemasa (松倉重政), governatore noto per la sua crudeltà e la sua intolleranza religiosa. Sotto il suo dominio, i contadini di Shimabara e Amakusa, già provati da carestie e tasse esorbitanti, subirono una feroce persecuzione.

    La scintilla che innescò la rivolta fu l’oppressione religiosa. I cristiani, una comunità numerosa e radicata nella regione, si trovarono sempre più schiacciati tra le maglie della repressione. Nel 1637, esasperati dalle sofferenze e dalle ingiustizie, i contadini si ribellarono, dando vita a una delle più grandi rivolte popolari della storia giapponese.

    In questo contesto di violenza e caos, Arima si ritrovò in una posizione paradossale. Conoscitore profondo del territorio, fu chiamato a reprimere la rivolta che era scoppiata nella sua ex terra. Guidando un esercito di quasi quattromila uomini, si ritrovò a combattere contro coloro che un tempo erano stati i suoi sudditi. Una tragedia personale che lo segnò indelebilmente.

    Mentre fuori infuriava la rivolta, all’interno della comunità cristiana si consumava un’altra tragedia. Padre Sora, un missionario che aveva dedicato la sua vita alla diffusione del cristianesimo, si trovava a Shimabara. Per sfuggire alla persecuzione, cercò rifugio a casa di Joan Nagai Naizen. Ma la loro speranza di salvezza fu di breve durata: un tradimento li condusse tra le mani dei soldati.

    Paulo Uchibori, un’altra importante figura della comunità cristiana, si sentì in dovere di proteggere il suo amico e confessore. Si presentò davanti ai suoi seguaci e assunse su di sé la responsabilità di aver ospitato Padre Sora. Questo gesto di coraggio, tuttavia, non fu sufficiente a salvarli.

    La notizia della rivolta e della repressione raggiunse anche Shigemasa Matsukura, che da lontano ordinò ai suoi uomini di intensificare la caccia ai cristiani. La speranza di una pacifica convivenza svanì, lasciando spazio a un clima di terrore e sospetto.

    L’ombra della persecuzione: Shimabara e la fede tradita

    Nel cuore dell’inverno del 1627, Shigemasa Matsukura fece ritorno dal suo dominio si Shimabara. Al suo arrivo, un’ombra sinistra aveva offuscato la sua iniziale tolleranza verso i cristiani. Durante il suo soggiorno a Edo, la capitale dello shogunato, aveva assorbito la crescente ostilità nei confronti della fede cristiana, vista come una minaccia all’unità del Giappone.

    Tornato a Shimabara, Matsukura si trasformò in un feroce persecutore. Sotto la minaccia di perdere il proprio potere, impose ai cristiani del suo dominio una scelta crudele: abiurare la propria fede o affrontare le conseguenze. La comunità cristiana, profondamente radicata nel territorio, si rifiutò di cedere al ricatto. La loro tenace fede divenne così l’innesco di una spirale di violenza inaudita.

    Le torture inflitte ai cristiani erano così atroci da sfidare ogni immaginazione. Tra le più crudeli, l’amputazione delle dita, un supplizio concepito per infrangere la volontà e seminare il terrore. Il 20 febbraio 1627, trentasette cristiani furono arrestati e rinchiusi nel castello di Shimabara. Tra loro, Paulo Uchibori Sakuemon e la sua famiglia.

    Il martirio dei tre figli di Paulo

    Davanti agli occhi terrorizzati del padre, i tre figli di Paulo, Balthazar, Antonio e Ignazio furono sottoposti a questa orribile punizione. Il primo a subire l’amputazione fu Antonio, appena diciottenne. La sua giovane età e il suo coraggio di fronte al supplizio toccarono nel profondo i presenti, diventando un simbolo della resistenza cristiana.

    “Quante dita di tuo figlio dovrei tagliare?”

    La domanda dell’ufficiale, posta con una freddezza che ghiacciava il sangue, risuonò come un’offesa inaudita nell’aria carica di tensione. Paulo Uchibori, con uno sguardo fiero e indomito, rispose con la stessa moneta:

    “Sta a te deciderlo”

    Era una sfida lanciata al potere, un atto di ribellione.

    La sentenza fu inesorabile. Uno a uno, i figli di Paulo furono portati via. Antonio, il primogenito, affrontò la tortura con una dignità che lasciò tutti a bocca aperta. Mentre le lame affilate si abbattevano sulle sue mani, mutilandole, il giovane non emise un lamento. Il fratello Balthazar, commosso dalla sua forza, lo incoraggiò con voce tremante: “Ben fatto, Antonio!”. E poi fu il suo turno di affrontare il supplizio.

    Infine, toccò al più piccolo, Ignazio, di soli cinque anni. Con gli occhi grandi e lucidi, il bambino guardò i suoi carnefici senza paura. Quando le sue dita furono recise, alzò le manine sanguinanti al cielo, come se le stesse offrendo in sacrificio. E in quel gesto, in quell’espressione di serena rassegnazione, c’era una tale purezza e un tale coraggio che persino i più spietati aguzzini rimasero sconcertati.

    Foto dell’ autore: statua dei tre figli di Paulo Uchibori presso a chiesa cattolica di Shimabara

    La scena era straziante. L’orrore di quel supplizio contrastato dalla fede incrollabile di quei bambini creava un contrasto così forte da incidere profondamente nell’animo di chi assisteva. Era il trionfo dello spirito sulla carne, della fede sulla violenza. In quell’inferno, la speranza non moriva.

    Il gelido mare di Ariake

    Sedici corpi nudi, legati come prede, furono gettati nelle gelide acque del Mar di Ariake. Cento metri li separavano dalla riva, un’infinità di sofferenza che li attendeva. Era un’esecuzione crudele, un tentativo di spezzare la loro volontà e la loro fede. Uno a uno, i martiri furono immersi nelle profondità, poi riportati in superficie, in un macabro gioco del gatto col topo. Le loro urla soffocate dal sale si mescolavano al frastuono delle onde, creando una sinfonia di dolore. Ma tra le grida, risuonavano anche parole di fede e di speranza.

    Antonio rivolse uno sguardo al padre, Paulo. Nei suoi occhi, non c’era paura, ma una profonda serenità.

    “Padre, ringraziamo Dio per una così grande benedizione”

    sussurrò, prima di scomparire definitivamente sotto le onde. Le sue parole, cariche di fede e di coraggio, echeggiarono nella mente di tutti i presenti, diventando un inno alla speranza.

    La fede cristiana era stata la loro forza in tutti questi anni di persecuzione. Avevano affrontato le torture, il disprezzo e l’isolamento, ma la loro fede era rimasta incrollabile. Ora, di fronte alla morte, la loro speranza si rivolgeva al cielo, dove li attendeva la vita eterna.

    Uno dopo l’altro, i sedici martiri seguirono Antonio. I loro corpi, ormai esanimi, furono trascinati via dalle correnti, mentre le loro anime, libere dalle catene terrene, si elevavano verso il cielo. Era un sacrificio supremo, un atto di amore verso Dio e verso i propri fratelli. La loro morte non sarebbe stata vana, ma avrebbe seminato i semi della fede in cuori nuovi.

    Foto dell’ autore: vetrata della chiesa cattolica si Shimabara

    Un martirio senza fine

    Paulo Uchibori, uno dei pilastri della comunità cristiana di Shimabara, fu costretto ad assistere impotente al martirio dei suoi figli. Dalla prua di una barca, vide svanire nel mare le loro giovani vite, sacrificate sull’altare della fede. Tornato a riva, la sua sofferenza non si placò. Gli aguzzini, con una ferocia inaudita, gli mozzarono tre dita da ciascuna mano e gli marchiarono la fronte con caratteri infamanti: 切支丹 (kirishitan) un marchio indelebile che lo segnava come eretico. Liberato per un breve periodo, fu presto richiuso nelle gelide celle del castello di Shimabara.

    Nel passato, per indicare i cristiani in giapponese, si utilizzavano diverse combinazioni di kanji. “吉利支丹” e “貴利支丹” erano tra i più comuni. Tuttavia, con l’avvento delle persecuzioni religiose, la rappresentazione scritta dei cristiani subì una svolta negativa. Per evitare di utilizzare caratteri considerati inopportuni, come nel caso del nome dello shōgun di quel periodo Tokugawa Tsunayoshi (徳川綱吉), e per esprimere apertamente l’ostilità nei loro confronti, si diffusero termini più offensivi. “切支丹” o “鬼里至端”, ad esempio, contenevano kanji con significati negativi, come “tagliare” (切) o “demone” (鬼), e servivano a stigmatizzare e marginalizzare i fedeli cristiani.

    Ma la sua fede, come quella dei suoi compagni di prigionia, era incrollabile. Venti anime, unite dal vincolo della fede, resistettero alle torture, alle privazioni e alla solitudine. Nei sotterranei del castello, le loro voci si levavano in canti di speranza, convertendo persino i carcerieri più crudeli. La loro fede era un faro in quell’oscurità, una fiamma che non poteva essere spenta.

    Matsukura Shigemasa, infuriato dalla loro perseveranza, decise di porre fine a quella ribellione silenziosa. Ordinò una nuova, atroce tortura: gettare i prigionieri nelle acque bollenti degli inferni di Unzen. Così, legati e indifesi, furono gettati nell’inferno fumante, dove le loro urla si mescolarono al sibilo del vapore.

    La loro morte, tuttavia, non fu la fine, ma un nuovo inizio. I martiri di Shimabara diventarono un simbolo di resistenza e di speranza per tutti i cristiani perseguitati. Le loro storie furono tramandate di generazione in generazione, alimentando la fede di coloro che vivevano nell’ombra. I loro nomi furono incisi nel cuore della comunità cristiana, diventando un monito e un esempio di coraggio e di dedizione alla propria fede.

    Nel cuore dell’inferno

    Il 28 febbraio 1627, le speranze di sedici cristiani, guidati da Paulo Uchibori, si infransero contro la cruda realtà. Condannati a morte, furono scortati dalle guardie verso l’Inferno di Unzen (雲仙地獄), un luogo dove la terra vomitava fuoco e l’acqua ribolliva. I rimanenti quattro furono ulteriormente interrogati prima di essere anche loro  trascinati in quella macabra processione.

    Un martirio atroce

    Paulo Uchibori, con voce ferma e sguardo rivolto al cielo, invitò i suoi compagni a non opporre resistenza. “Aspettiamo”, disse, “che siano loro a gettarci negli inferni”. E così fecero, affidando le loro anime a Dio e invocando i nomi di Gesù e Maria.

    Gli aguzzini, accecati dalla crudeltà, li gettarono uno a uno nelle acque bollenti dell’inferno. Ogni schianto contro la superficie fumante era un grido muto verso il cielo, un’attestazione di fede incrollabile.

    Paulo Uchibori, simbolo di resistenza e speranza, fu riservato a un supplizio ancora più atroce. Legato mani e piedi, fu ripetutamente immerso a testa in giù nelle acque bollenti. Ad ogni immersione, le sue labbra, sfiorate dalla morte, pronunciavano un’ultima preghiera:

    いとも聖き御聖体は賛美されますように。

    “Benedetto sia il Santissimo Sacramento”

    Questa frase, pronunciata da Paulo Uchibori mentre veniva torturato, sottolinea la sua profonda fede e devozione cristiana anche di fronte alla morte.

    Foto dell’autore: vetrata della chiesa cattolica di Shimabara rappresentante il cammino dei martiri cristiani verso il monte Unzen

    Il martirio di Paulo Uchibori e di altri cristiani giapponesi è una testimonianza commovente della forza della fede umana. Le loro sofferenze, seppur inumane, non hanno potuto spegnere la luce della loro speranza. Anzi, le loro vite, consacrate a Cristo, hanno brillato come stelle nel buio della persecuzione. La loro storia ci ricorda che la fede è un tesoro inestimabile, capace di sostenere l’uomo anche di fronte alla morte. Oggi, mentre guardo il vulcano Unzen da casa mia, non vedo solo una meraviglia della natura, ma anche un monumento alla fede e al coraggio di coloro che hanno sacrificato tutto per il loro credo. Il loro esempio ci invita a riflettere sul significato della nostra vita e a custodire con cura i valori che ci sono cari.

  • Hiruko: Il bambino divino

    Hiruko: Il bambino divino

    Nelle profondità della mitologia giapponese, tra le prime narrazioni che plasmarono l’identità del suo popolo, emerge la figura enigmatica di Hiruko. Nato dall’unione delle divinità creatrici Izanagi e Izanami, il piccolo Hiruko era destinato a un destino singolare e tragico. La sua storia, raccontata nel Kojiki, uno dei più antichi testi giapponesi, è un viaggio affascinante attraverso i temi dell’imperfezione, dell’abbandono e della rinascita.

    Hiruko nacque deforme e incapace di muoversi, un’imperfezione che lo rese inaccettabile agli occhi dei suoi divini genitori. Secondo la leggenda, questo successe perché durante la creazione, Izanami, parlò prima di Izanagi. Questo errore portò alla nascita di un bambino imperfetto.

    Abbandonato in una fragile imbarcazione fatta di kisunoki, conosciuta con il nome di ame-no iwakusu-bune (天磐櫲樟船) e affidato alle onde del mare, il suo destino sembrava segnato. Tuttavia, la storia di Hiruko non si conclude con questo tragico epilogo.

    Il concetto di kegare e l’abbandono

    L’abbandono di Hiruko è profondamente radicato nel concetto di kegare (穢れ) l’impurità, presente nella tradizione shintoista. Tutto ciò che deviava dall’ordine cosmico, come una deformità fisica, una malattia o la morte stessa, era considerato una contaminazione e doveva essere allontanato. Abbandonando Hiruko tra i flutti, Izanagi e Izanami compivano un misogi (禊) un rituale di purificazione volto a ristabilire l’equilibrio cosmico.

    Il misogi è un concetto che ha profondamente influenzato la cultura giapponese, trovando espressione in pratiche quotidiane come lavarsi le mani prima di entrare in un santuario o spargere sale dopo un funerale. Questi gesti, apparentemente semplici, nascondono una profonda simbologia legata alla purificazione e al mantenimento dell’armonia tra l’uomo e il divino.

    La trasformazione in Ebisu

    Nonostante l’abbandono, la storia di Hiruko non finisce qui. Secondo alcune leggende, il bambino divino, dopo aver vagato per mari in tempesta, approdò sulle coste dell’attuale Nishinomiya, dove fu accolto e allevato dalla popolazione locale. Qui, Hiruko si trasformò e fu chiamato dalle persone della zona con il nome di Ebisu (夷), che significa “straniero”, uno dei sette shichifukujin (七福神), o divinità della fortuna, noto come il kami protettore della pesca, del commercio e della prosperità.

    L’abbandono di Hiruko, anche se raccontato in un contesto mitologico, riflette un aspetto complesso della natura umana: la difficoltà di accettare l’imperfezione. In molte culture, comprese alcune società tradizionali giapponesi, la perfezione fisica e la capacità di procreare erano considerate segni di favore divino. Un bambino come Hiruko, dunque, poteva essere visto come una sorta di “errore” della natura, una deviazione dalla norma.

    Tuttavia, è importante sottolineare che la società giapponese ha nel corso dei secoli ha sviluppato un profondo senso di rispetto per la vita e per le persone con disabilità. Molte divinità shintoiste sono associate a specifiche disabilità o malattie, e questo ha contribuito a creare un’immagine più complessa e inclusiva della disabilità nella cultura giapponese.

    Hiruko oggi

    La figura di Hiruko continua a esercitare un fascino particolare sulla cultura giapponese. Egli è venerato come divinità della fortuna e del commercio, ma è anche un simbolo della complessità dell’animo umano e della capacità di superare le avversità. La sua storia ci invita a riflettere sul significato della diversità, dell’accettazione e della speranza.

    Anche l’etimologia del nome Hiruko e i vari modi in lo si trova scritto nonché il legame con Oohirume-no-muchi-no-kami (大日孁貴神) altro nome per indicare Amaterasu è molto interessante ma lo tengo per un prossimo articolo.

  • Saba-kaidō, la via dello sgombro

    Saba-kaidō, la via dello sgombro

    Immagina di camminare lungo un’antica via, tra montagne e valli, con una gerla piena di sgombri freschissimi destinati alla corte imperiale. Benvenuti sulla Wakasa-kaidō (若狭街道), conosciuta anche come saba-kaidō (鯖街道), la “via dello sgombro” che collegava un piccolo angolo di Giappone alla potente Kyōto. In realtà, non si trattava di un unico percorso, ma di una rete di sentieri che collegavano le coste di Wakasa alla capitale imperiale.

    Situata nella parte sud-occidentale dell’attuale prefettura di Fukui, Wakasa era un vero e proprio scrigno di ricchezze naturali. Le sue acque pullulavano di pesce, mentre le terre fertili producevano abbondanti raccolti. Il porto di Obama, punto di partenza della storica Wakasa-kaidō, era un brulicare di attività. Le possenti navi kitamaebune (北前船) solcavano le acque, portando ricchezze e prodotti freschi da ogni angolo del Giappone. Tra questi, lo sgombro, o saba (鯖), era il re incontrastato.

    La Wakasa-kaidō serpeggiava tra montagne e valli, da Obama a Kumagawa, passando per Ōhara, fino a Demachi. Un viaggio che, in termini odierni, equivale a circa 80 chilometri, ma che all’epoca richiedeva un giorno e una notte di cammino faticoso. I portatori percorrevano chilometri e chilometri su sentieri tortuosi, superando valichi montani e attraversando fitte foreste. Lo sgombro, appena pescato nelle acque cristalline del Mar del Giappone, era un vero e proprio tesoro. La sua carne, soda e dal sapore intenso, era destinata a deliziare il palato dell’Imperatore e della sua corte.

    I miketsu kuni

    Sapevate che un tempo in Giappone esistevano delle regioni speciali, chiamate miketsu-kuni (御食国), le terre del cibo offerto all’Imperatore? Wakasa, come riportato nell’engishiki, un codice di leggi del periodo Heian (794-1185), era una di queste. I prodotti, chiamati mini-e (御贄), di questa regione, tra cui il prezioso sgombro, erano considerati un vero e proprio tributo all’imperatore. Non a caso, la Wakasa kaidō venne ribattezzata “via dello sgombro”, un nome che evoca un’immagine vivida di uomini che, con fatica e dedizione, portavano un dono prezioso alla corte imperiale.

    Lo sgombro pescato all’alba, leggermente salato per conservarlo durante il lungo percorso, raggiungeva Kyōto. La sua carne, durante il viaggio, si rassodava, acquisendo un sapore intenso ed equilibrato che deliziava i palati dei nobili e dei cittadini.

    C’è addirittura un antico proverbio giapponese che recita:

    秋鯖嫁に食わすな

    Akisaba yome ni kuwasuna

    Non dare lo sgombro autunnale a tua moglie

    Questo detto sottolinea il momento migliore per gustare l’akisaba (秋鯖), lo sgombro autunnale, quando il pesce, dopo la frenetica attività riproduttiva del periodo estivo, accumula grassi che ne esaltano il sapore, rendendolo una prelibatezza irresistibile che si vorrebbe tenere tutta per sé senza condividerla nemmeno con la propria moglie.

    Oggi, la Wakasa kaidō è un sentiero storico che ci permette di ripercorrere le orme dei portatori di quel periodo e di apprezzare la ricchezza e la varietà della cultura giapponese. La sua eredità va ben oltre il semplice commercio dello sgombro. È un simbolo di un’epoca in cui le relazioni tra le diverse regioni del Giappone erano strettamente legate al cibo e alle tradizioni locali.

    Se state viaggiando in questo periodo in Giappone non perdete l’occasione di gustarvi un buon sabazushi.

  • Cosa sono il Buddhismo giapponese e lo Shintō

    La questione riguarda correttamente non il Buddhismo in generale, ma il Buddhismo giapponese, che è una realtà completamente diversa. Il Buddhismo giapponese, in tutte le sue scuole, non è il vero Buddhismo perché al suo centro non si trovano le Quattro Nobili Verità, ma il culto degli antenati giapponesi, che ha tanto a che fare con il vero Buddhismo quanto la pizza italiana autentica. Inoltre, un Shogun lo ha introdotto per motivi puramente politici. Nello specifico, il Buddhismo è stato incaricato del culto degli antenati da Tokugawa Iemitsu (1604–1651), e oggi i templi buddhisti in Giappone sono poco più che cimiteri. Il culto degli antenati è in realtà incompatibile con il vero Buddhismo. Quindi, qual è la vera relazione tra Buddhismo e Shinto?

    Aspetta un momento. Ho un’altra domanda. Cos’è lo Shinto? Vorrei porre alcune domande al signor Hantani Sadahiko. Spero che possa confermare ciò che dico o dirmi se sbaglio.

    1. È vero che nessun giapponese usa mai il termine Shinto e che nessuna associazione, nessun partito politico, nulla in Giappone è mai chiamato Shinto? Risponderò per lui. Sì, è vero. I giapponesi normali non usano mai il termine Shinto.

    2. Quelli che in inglese sono chiamati santuari Shinto in giapponese sono classificati in realtà in vari modi: myōjin, jinja, taisha, jingū e così via. Mai con un’espressione chiamata Shinto.

    3. Quindi, cos’è lo Shinto?

    Lo Shintō non è altro che il modo in cui gli stranieri chiamano il culto dei kami e degli antenati, qualcosa di così profondamente radicato nei giapponesi che la maggior parte di loro non si rende nemmeno conto che esiste. Non hanno nemmeno un nome per esso; è un modo di vedere il mondo, non una religione.

    Perché gli stranieri usano il termine Shinto? Perché fino al 1945 il termine era usato dal governo giapponese per descrivere il culto dei kami. I giapponesi non lo facevano, ma gli stranieri lo fanno ancora.

    La differenza, la vera differenza (e capire questo mi è costato venticinque anni di riflessione), è che il Buddhismo giapponese si occupa di eventi legati alla morte e alla contaminazione (kegare). Il suo scopo è riportare i luoghi o le persone contaminate alla purezza.

    Il culto dei kami si occupa di tutto ciò che riguarda la luce, la vita, la riproduzione, la prosperità e la nascita.

    Si completano meravigliosamente a vicenda.

    ————

    English

    Please correct, translate into Italian

    The question correctly speaks not of Buddhism, but of Japanese Buddhism, which is a completely different thing. Japanese Buddhism, all schools included, is not Buddhism because at its center you will not find the Four Noble Truths but Japanese ancestor worship, which has as much to do with real Buddhism as it has to real Italian pizza. What’s more, a Shogun put it there for purely political reasons. Specifically, Buddhism was put in charge of ancestor worship by Tokugawa Iemitsu (1604–1651), and today Buddhist temples in Japan are little more than cemeteries. Ancestor worship is actually incompatible with true Buddhism. So, what is the true relationship between Buddhism and Shinto?

    Now, wait a minute. I have another question. What is Shinto? I will ask, if I may, Mr Hantani Sadahiko some questions. He will, I hope, either confirm what I say or tell me I am wrong .

    1 Is it true that no Japanese ever uses the term Shinto and that no association, no political party , nothing in Japan is ever called Shinto? I will answer for him. Yes it’s true. Normal Japanese don’t use the term Shinto. EVER.

    2 What are called Shinto Shrines in English in Japanese are classified in reality in a variety of ways: myōjin, Jinja, Taisha. Jungū and so forth. NEVER with an expression called Shinto.

    3 So, what is Shinto?

    SHINTŌ is no more than the way foreigners call the cult of kami and ancestors, something so deeply ingrained in the Japanese that most of them do not even realize it is there. Neither do they have a name for it, It’s a way of seeing the world, not a religion.

    Why do foreigners use the term Shinto? Because until 1945 the term was used by the government of Japan to describe kami worship. The Japanese never did, foreigners still do.

    The difference, the REAL difference (and understanding this has cost me twenty five years of reflection, is that Japanese Buddhism deals with events having to do with death and defilement (kegare). It’s purpose is to bring contaminated places or people back to purity.

    Kami worship deals with everything regarding light, life, reproduction, prosperity and birth.

    They complement each other wonderfully.

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