Di sicuro vi sarà capitato di vedere foto, video, manga o anime che avevano come oggetto le feste sportive che si svolgono durante l’anno scolastico in Giappone, i famosi undōkai (運動会)? Tra le corse sfrenate, il tifo da stadio dei genitori e i giochi di squadra, avrere forse notato un dettaglio particolare sulle divise da ginnastica degli studenti: un pezzo di stoffa bianca, di solito rettangolare, cucito sul petto e sulla schiena, con sopra delle scritte fatte a mano con il pennarello nero. Ecco, quello è lo zekken (ゼッケン)!
Ma cos’è esattamente e a cosa serve?
Immagina di essere un insegnante durante l’ora di educazione fisica o, peggio ancora, durante il caos colorato e festoso dell’undōkai, con centinaia di studenti che corrono in ogni direzione. Come fai a riconoscere subito chi è chi? Semplice: guardi lo zekken!
Lo zekken è fondamentalmente un’etichetta di riconoscimento in tessuto. Solitamente riporta informazioni essenziali come:
Il cognome dello studente: scritto bello grande, spesso in caratteri katakana o hiragana per facilitare la lettura.
La classe e la sezione: ad esempio mio figlio “1年1組” (1-nen 1-gumi), che significa “Classe 1 del 1° anno”.
A volte, viene scritto anche il nome della scuola.
Viene attaccato (spesso cucito con pazienza dai genitori all’inizio dell’anno scolastico, o talvolta fissato con spille di sicurezza) sulla divisa da ginnastica, la taisō-fuku (体操服). La sua funzione principale è proprio questa: identificare lo studente in modo rapido ed efficace. È utilissimo per gli insegnanti per chiamare gli studenti, per l’organizzazione delle squadre durante i giochi, per segnare i punteggi e, non meno importante, per questioni di sicurezza. È un po’ come il numero che gli atleti portano sulla schiena durante una gara, ma personalizzato con il nome e la classe.
Un po’ di storia
La sua introduzione e diffusione nelle scuole giapponesi è legata principalmente al periodo del dopoguerra. Con la standardizzazione del sistema educativo e la costruzione di nuove scuole, si rese necessario un metodo pratico ed economico per gestire e identificare un gran numero di studenti durante le attività fisiche di massa. Lo zekken si rivelò una soluzione semplice ed efficiente per mantenere l’ordine e garantire che ogni studente fosse riconoscibile. Permetteva agli insegnanti di avere un controllo migliore e facilitava l’organizzazione di eventi su larga scala come l’undokai.
Oggi, lo zekken è una parte integrante e quasi scontata dell’esperienza scolastica giapponese legata all’attività fisica. Anche se può sembrare un dettaglio minore, svolge un ruolo pratico fondamentale. È un piccolo pezzo di stoffa che racchiude una grande necessità organizzativa, testimone silenzioso di innumerevoli lezioni di ginnastica, corse nei sacchi, staffette e giornate di sport sotto il sole!
Da straniero che vive in Giappone e che osserva le tradizioni di questo paese, trovo affascinante come la celebrazione della primavera si sia evoluta. In passato, specialmente durante il periodo Nara (710-794), l’aristocrazia giapponese, influenzata dalle usanze cinesi, celebrava l’arrivo della primavera ammirando i fiori di pruno. Questi fiori sbocciano presto, tra febbraio e marzo, quando l’aria è spesso ancora fredda, e simboleggiano la perseveranza e la fine dell’inverno, più che l’inizio pieno della primavera. Erano queste le prime feste di hanami (osservazione dei fiori).
Con il passare del tempo, soprattutto durante il periodo Heian (794-1185), l’attenzione si spostò gradualmente verso i fiori di ciliegio (sakura). I sakura, con la loro fioritura spettacolare ma effimera tra la fine di marzo e gli inizi di aprile, vennero associati alla bellezza fugace della vita, un concetto profondamente radicato nell’estetica giapponese. Storicamente, quindi, mentre i pruni annunciano che l’inverno sta finendo, sono i ciliegi che accompagnano l’arrivo della primavera vera e propria, con le sue temperature più miti e la sua atmosfera di rinnovamento.
Questa preferenza per i sakura si consolidò e divenne popolare tra tutte le classi sociali durante il periodo Edo (1603-1867), quando, grazie allo shōgun Tokugawa Yoshimune, furono piantati molti ciliegi in aree pubbliche per permettere a tutti di godere dello spettacolo. Oggi, l’usanza dell’hanami sotto i ciliegi è una festa nazionale sentitissima, con picnic, feste e celebrazioni in parchi e giardini in tutto il paese. È interessante notare come questo periodo coincida anche con l’inizio dell’anno scolastico e fiscale in Giappone, ad aprile, legando ulteriormente la fioritura dei sakura a un senso di nuovo inizio, un evento storico-culturale che si ripete ogni anno. Per chi viene da fuori, è un’immersione incredibile in secoli di storia, estetica e connessione con la natura.
Capita spesso, vivendo qui in Giappone, di imbattersi in situazioni o momenti che ti permettono di aprire la mente verso una comprensione più profonda della cultura di questo paese. Oggi, accompagnando mio figlio alla cerimonia di ingresso alla scuola elementare, ho sentito di nuovo quella sensazione. Non era solo l’emozione di vedere il proprio figlio varcare una nuova soglia, era qualcosa di più vasto, che andava dritto al significato collettivo di questi eventi tipici della società giapponese.
Queste cerimonie, che si tratti dell’ingresso ad un nuovo ciclo scolastico (dall’asilo all’università) o dell’inizio di un nuovo lavoro, non sono semplici eventi formali o un modo un po’ più strutturato di iniziare ma sono veri e propri riti di passaggio, momenti carichi di simbolismo che segnano in modo indelebile l’inizio di una nuova fase della vita, non solo per l’individuo ma anche per la sua collocazione all’interno della comunità.
In una cultura dove il gruppo e l’armonia collettiva rivestono un’importanza cruciale, queste cerimonie rappresentano l’accoglienza ufficiale dell’individuo in una nuova collettività: la classe, la scuola, l’azienda. È un momento in cui si viene formalmente presentati e accettati, e allo stesso tempo, si accetta implicitamente di aderire alle regole, ai valori e agli obiettivi di quel determinato gruppo. La formalità stessa dell’evento – gli abiti dei genitori e dei nuovi studenti o impiegati, i discorsi del preside o dell’amministratore delegato, l’inno della scuola o dell’azienda, la disposizione ordinata dei partecipanti – sottolinea la serietà di questo ingresso. Non è un atto casuale, ma un impegno reciproco.
Per un bambino che inizia le elementari, la cerimonia di ingresso è il momento in cui smette di essere solo un bambino e diventa ufficialmente uno studente, con le responsabilità che ne derivano: ascoltare l’insegnante, rispettare le regole della scuola, impegnarsi nello studio, far parte di una classe. È un messaggio potente, comunicato attraverso il rituale della cerimonia di ingresso, che prepara mentalmente non solo il bambino ma anche la sua famiglia a questo cambiamento di status. Allo stesso modo, per un neolaureato che partecipa alla la cerimonia di ingresso in un’azienda, sancisce la fine del suo percorso formativo e l’ingresso nel mondo del lavoro come membro della società (社会人, shakaijin), con l’aspettativa di contribuire attivamente all’azienda e, più in generale, alla società stessa.
Questi eventi servono anche a creare un forte senso di appartenenza e di inizio condiviso. Tutti i bambini della classe di mio figlio, tutti i nuovi assunti nella mia azienda, iniziano insieme quel giorno, segnato dalla stessa cerimonia. Questo crea un legame, un punto di partenza comune che rafforza l’identità del gruppo. I discorsi che vengono pronunciati non sono solo parole di benvenuto; spesso contengono esortazioni all’impegno, alla perseveranza, alla collaborazione, ribadendo i valori fondamentali che la scuola o l’azienda intendono promuovere.
Vedere oggi mio figlio seduto composto tra i suoi nuovi compagni, ascoltare le parole del preside, mi ha fatto pensare a quanto questi rituali siano profondamente radicati nel tessuto sociale giapponese. Non sono solo tradizioni, ma meccanismi culturali che servono a scandire il tempo della vita, a dare struttura ai passaggi importanti, a rafforzare il senso di comunità e a preparare psicologicamente gli individui ai loro nuovi ruoli. È un modo solenne e collettivo per dire “Benvenuto, ora fai parte di noi, questo è un nuovo inizio, ed è una cosa importante”. E in quella solennità, c’è tutto il peso e il valore che la cultura giapponese attribuisce a ogni nuova tappa del cammino.
Comprendere shazai e shazai kaiken nella cultura giapponese
In Giappone, l’atto di scusarsi, noto come shazai – 謝罪 -, trascende la semplice ammissione di colpa. È un complesso rituale sociale intriso di significati culturali profondi, che mira a ripristinare l’armonia, mostrare responsabilità e mantenere le relazioni sociali. Quando un errore o uno scandalo coinvolge figure pubbliche o aziende, questo atto assume spesso la forma altamente formalizzata della shazai kaiken -謝罪会見-, letteralmente, “la conferenza stampa di scuse”. Comprendere questi fenomeni offre una finestra unica sulla mentalità e sui valori della società giapponese.
Shazai, oltre le semplici scuse
Lo shazai non è solo dire “mi dispiace”. Implica un riconoscimento della responsabilità per l’inconveniente causato ad altri mista a un’espressione di rimorso sincero. L’obiettivo primario non è necessariamente ottenere il perdono immediato, quanto piuttosto dimostrare di comprendere la gravità della situazione, di assumersene la responsabilità e di voler riparare il danno, ripristinando così l’armonia all’interno del gruppo o della società.
Shazaiin giapponese è il termine ombrello per “scusa”. Comprende un’ampia gamma di espressioni e azioni, da un semplice “scusa” verbale come ad esempio – gomennasai o sumimasen -, a un inchino più o meno profondo, fino a scuse formali scritte o pubbliche – shazai kaiken -. L’obiettivo è riconoscere un errore, esprimere rimorso e ripristinare l’armonia.
Le scuse in Giappone sono spesso accompagnate da un linguaggio del corpo specifico, in particolare l’inchino – ojigi – (お辞儀). La profondità e la durata dell’inchino comunicano il livello di rimorso e rispetto. In situazioni formali o gravi, l’inchino può essere molto profondo e prolungato.
Dogeza: la forma estrema di scuse
Esiste una correlazione molto forte tra shazai e dogeza (土下座). Si può dire che il dogeza è la forma più estrema e umiliante di shazai.
Dogeza si riferisce specificamente all’atto di inginocchiarsi direttamente a terra e piegarsi in avanti fino a toccare (o quasi toccare) il suolo con la fronte. È un gesto di massima sottomissione, umiltà e spesso disperazione. Storicamente, era usato per mostrare estremo rispetto verso persone di rango molto elevato (come il daimyō o lo shōgun) o, più comunemente, come atto di supplica disperata o di scusa per una colpa gravissima, implorando perdono o pietà.
Il dogeza è considerato il livello più alto e più intenso di shazai. È una manifestazione fisica estrema del rimorso e della volontà di umiliarsi completamente di fronte alla parte offesa o all’autorità. Mentre uno shazai standard mira a mostrare responsabilità e sincerità, il dogeza va oltre: ci si spoglia del proprio status e della propria dignità per esprimere la profondità del pentimento o l’urgenza di una richiesta.
Oggi, il dogeza non è comune nella vita quotidiana ed è spesso visto come eccessivamente drammatico o addirittura umiliante se non assolutamente giustificato dalla gravità estrema della situazione. Vederlo in pubblico è raro. Può apparire in fiction (manga, anime, film, drama) per sottolineare la gravità di una situazione o il carattere di un personaggio. In casi reali di scandali aziendali o crisi gravissime (ad esempio, incidenti con vittime causati da negligenza), anche se non comune, la pressione pubblica o il senso di colpa potrebbero spingere una persona a compiere un gesto simile, ma è spesso percepito negativamente e spesso troppo “spettacolare”. Forzare qualcuno a fare dogeza è anche considerato un atto di bullismo o abuso di potere.
In sintesi, il dogeza è una forma specifica ed estrema di shazai, rappresentando il massimo grado di scusa e sottomissione nella cultura giapponese, riservato a circostanze eccezionalmente gravi e carico di un forte peso storico e culturale. Non è un’alternativa quotidiana a un normale inchino o a scuse verbali, ma l’espressione ultima di pentimento o supplica.
Shazai kaiken: le scuse pubbliche
La shazai kaiken (謝罪会見) è un evento mediatico distintivo del Giappone moderno. Si verifica tipicamente quando un’azienda, un politico o una celebrità è coinvolta in uno scandalo, un errore grave o un incidente che ha avuto un impatto pubblico significativo (frodi, difetti di prodotto, dichiarazioni inappropriate, ecc.).
Queste conferenze stampa seguono spesso un copione quasi ritualistico:
Ambientazione solenne: i responsabili appaiono sempre vestiti in abiti scuri e formali.
Scuse e inchino: la conferenza inizia quasi invariabilmente con profonde e lunghe scuse formali e un inchino collettivo verso le telecamere e i giornalisti presenti.
Spiegazione del fatto: viene fornita una spiegazione dell’accaduto, spesso molto vaga, a volte focalizzata più sull’impatto che sulle cause profonde, e si esprime profondo rammarico.
Assunzione di responsabilità: viene dichiarata l’assunzione di responsabilità, spesso accompagnata da promesse di azioni correttive, indagini interne e misure per prevenire il ripetersi dell’errore. A volte, questo include le dimissioni dei vertici.
Domande dei media: segue una sessione di domande e risposte con i giornalisti, spesso molto tesa.
Fonte: Asahi-shinbun. Foto delle scuse pubbliche di Fuji Television
Origini e motivazioni
Le radici dello shazai possono essere collegate a diversi aspetti culturali e storici del Giappone:
Shūdan shugi(集団主義 – la culture del gruppo): nella società giapponese, l’individuo è visto come parte integrante di un gruppo (famiglia, azienda, comunità). Le azioni di un singolo membro si riflettono sull’intero gruppo. Scusarsi pubblicamente serve a mitigare il danno alla reputazione del gruppo e a mostrare che il gruppo stesso prende sul serio l’errore.
Armonia sociale: mantenere l’armonia è un valore cardine. Un errore o uno scandalo rompe questa armonia. Lo shazai reppresenta quindi un meccanismo fondamentale per riconoscerne la rottura e iniziare il processo di riparazione.
Sekinin (責任 – responsabilità ): c’è una forte enfasi sull’assunzione di responsabilità, anche se simbolica. La shazai kaiken è una dimostrazione pubblica di questa assunzione.
Preservare il proprio onore: anche se uno scandalo causa una perdita di “faccia”, una scusa pubblica eseguita correttamente, mostrando sincerità e rimorso, può essere vista come un passo necessario per iniziare a ricostruire la fiducia e limitare ulteriori danni alla reputazione.
Le motivazioni principali dietro una shazai kaiken includono:
Placare l’opinione pubblica e i media.
Mostrare rimorso e responsabilità ai clienti, agli stakeholder e alla società stessa.
Tentare di ripristinare la fiducia persa.
Soddisfare un’aspettativa sociale quasi ritualistica per la gestione delle crisi.
Limitare i danni economici e reputazionali a lungo termine.
Fattore culturale
Le pratiche di shazai e shazai kaiken sono profondamente intrecciate con la cultura giapponese:
Importanza della forma: Il modo in cui le scuse vengono presentate è cruciale quanto il contenuto. La formalità, l’abbigliamento, il linguaggio del corpo (specialmente l’inchino) e il tono devono trasmettere sincerità e gravità.
Distinzione tra tatemae e honne:tatemae (建前) è il comportamento e le opinioni espresse in pubblico, mentre honne (本音) sono i veri sentimenti interiori. La shazai kaiken è un chiaro esempio di tatemae, dove l’espressione pubblica di rimorso e responsabilità è fondamentale, indipendentemente dai sentimenti reali o dalle strategie interne. L’importante è che l’atto pubblico sia eseguito in modo convincente.
Pressione sociale: esiste una forte pressione sociale affinché individui e organizzazioni si scusino pubblicamente in caso di errori significativi. Non farlo può portare a critiche ancora più aspre e a un danno reputazionale maggiore.
Critiche e complessità
Nonostante la loro importanza culturale, le shazai kaiken sono talvolta criticate. Alcuni le vedono come performance superficiali, più concentrate sul rituale che su un reale cambiamento o su un’effettiva assunzione di responsabilità. A volte, le spiegazioni fornite sono percepite come evasive. Inoltre, la pressione mediatica e pubblica può trasformare queste conferenze in spettacoli umilianti, sollevando interrogativi sull’equilibrio tra responsabilità e dignità umana.
Origini storiche dello shazai
Lo shazai non è nato in un momento storico preciso, ma è il risultato di una lunga evoluzione culturale e sociale. Le sue radici affondano nelle antiche credenze shintoiste sull’armonia comunitaria e sulla necessità di purificare le impurità, nell’etica confuciana che enfatizza la responsabilità e l’ordine sociale, e nella filosofia buddista sul pentimento e la redenzione.
Sebbene le tracce dirette del termine shazai e delle sue forme moderne potrebbero non essere esplicite in testi antichi, i principi sottostanti di riconoscimento della colpa, espressione di rimorso e tentativo di ripristinare l’armonia sono presenti fin dalle prime fasi della storia giapponese. L’evoluzione di queste idee e pratiche nel corso dei secoli ha portato alla complessa e significativa tradizione dello shazai che osserviamo oggi.
Conclusione
Lo shazai e la shazai kaiken sono molto più che semplici scuse. Sono pratiche sociali complesse che riflettono valori giapponesi fondamentali come l’importanza del gruppo, il mantenimento dell’armonia, il concetto di responsabilità e l’attenzione alla forma. Sebbene possano apparire eccessivamente ritualistiche a un osservatore esterno, esse svolgono una funzione cruciale nel tessuto sociale giapponese per gestire crisi, riaffermare norme sociali e avviare il processo di riparazione della fiducia. Comprendere questi atti significa comprendere un aspetto essenziale della comunicazione e della cultura del Giappone.
In Giappone, il passaggio da marzo ad aprile segna l’inizio di un nuovo “nendo” (年度), ovvero un nuovo anno fiscale. A differenza dell’anno solare che inizia a gennaio, il periodo fiscale giapponese prende il via il 1° aprile per concludersi il 31 marzo dell’anno successivo. Questa singolare tempistica affonda le sue radici in una storia che continua a influenzare profondamente la cultura, l’economia e le dinamiche aziendali del paese.
Radici storiche: tra tasse e bilanci
La ragione principale per cui l’anno fiscale giapponese inizia in aprile risiede nella storia finanziaria del paese durante la Restaurazione Meiji (1868-1912). L’istituzione di un anno fiscale standardizzato fu un processo tutt’altro che lineare, caratterizzato da diversi tentativi e sperimentazioni. Inizialmente, nel 1869, l’anno fiscale cominciava in ottobre. Seguì un breve periodo, nel 1873, in cui il governo tentò di allinearlo al calendario gregoriano facendolo iniziare a gennaio. Tuttavia, nel 1875, la data di inizio fu nuovamente spostata a luglio per coincidere con il periodo di pagamento della tassa fondiaria, all’epoca una fonte cruciale di entrate per il governo.
La svolta definitiva verso aprile avvenne nel 1886. Di fronte a crescenti spese militari e a un deficit di bilancio, il Ministro delle Finanze, Masayoshi Matsukata (松方 正義), implementò una politica che prevedeva l’utilizzo di parte del budget dell’anno fiscale successivo per coprire le carenze dell’anno in corso. Per prevenire problemi futuri nella gestione finanziaria, il governo cambiò legalmente l’inizio dell’anno fiscale ad aprile. Questa modifica, unita all’accorciamento dell’anno fiscale del 1885 a nove mesi, permise un allineamento più fluido tra entrate e uscite, riducendo efficacemente il deficit.
Inoltre, con il passaggio in Giappone dalla riscossione della tassa fondiaria in riso al pagamento in denaro durante l’era Meiji, l’inizio del nuovo anno fiscale ad aprile, permise agli agricoltori di raccogliere e vendere il riso e pagare le tasse prima dell’inizio del nuovo anno fiscale. Ciò fornì anche al governo un periodo definito per compilare il bilancio sulla base delle entrate fiscali ricevute.
Impatto culturale
L’inizio dell’anno fiscale in aprile si è profondamente radicato nella cultura giapponese. Si allinea con diversi eventi significativi della vita delle persone creando così anche un senso di rinnovamento.
Anno scolastico: anche l’anno accademico, dalle elementari alle università, inizia ad aprile. Questa sincronizzazione con l’anno fiscale è in parte dovuta ai sussidi governativi e alle direttive per allineare i cicli educativi e finanziari.
Impiego: la pratica di assumere in blocco i neolaureati, conosciuta come “shinsotsu-ikkatsu-saiyō” (新卒一括採用), è molto diffusa in Giappone. Questi nuovi assunti entrano tipicamente nelle aziende all’inizio del nuovo anno fiscale in aprile, segnando una tappa significativa nella loro vita e carriera.
Sentimento generale della popolazione: aprile è spesso associato a nuovi inizi, proprio come gennaio in altre culture. L’inizio dell’anno fiscale e accademico contribuisce a questa sensazione di ripartenza, con persone che intraprendono nuovi percorsi educativi o professionali.
Implicazioni economiche
L’anno fiscale da aprile a marzo fornisce la struttura per la pianificazione e la rendicontazione finanziaria del governo giapponese. Il bilancio nazionale viene formulato ed eseguito in base a questo ciclo. Questo allineamento consente un monitoraggio coerente delle entrate e delle uscite, facilitando un’efficace gestione economica.
Inoltre, molte aziende giapponesi, in particolare le grandi multinazionali, adottano questo anno fiscale per le loro operazioni commerciali. Questo allineamento con il ciclo fiscale del governo può essere vantaggioso per le aziende che operano con enti del settore pubblico o che dipendono da politiche governative. Garantisce coerenza nella rendicontazione e nella pianificazione finanziaria tra il settore pubblico e quello privato.
Tradizione e cambiamenti globali
Tradizionalmente, un numero significativo di aziende giapponesi ha allineato l’inizio del proprio anno commerciale con il nuovo anno fiscale. Ciò consente un confronto più agevole con le statistiche governative e facilita interazioni più fluide con gli organismi di regolamentazione.
Tuttavia, con la crescente globalizzazione, alcune aziende giapponesi stanno spostando il loro anno fiscale al ciclo gennaio-dicembre per allinearsi agli standard internazionali e alle pratiche delle loro controparti globali. Questa tendenza è particolarmente evidente nelle aziende con significativi interessi all’estero, in quanto semplifica la rendicontazione e i confronti finanziari internazionali. Nonostante questo cambiamento, l’anno fiscale che inizia ad aprile rimane una caratteristica dominante del panorama economico giapponese.
L’inizio dell’anno fiscale giapponese in aprile è una caratteristica unica profondamente radicata nelle riforme finanziarie dell’era Meiji. Ha plasmato non solo la struttura economica del paese, ma anche i suoi ritmi culturali, influenzando la tempistica degli anni accademici e delle pratiche di assunzione. Mentre la globalizzazione sta spingendo alcune aziende a riconsiderare questa tradizione, il “nendo” continua a rivestire una significativa rilevanza culturale ed economica in Giappone, rappresentando una combinazione di eredità storica e pratiche commerciali globali in evoluzione.
Il Giappone nel XXI secolo è il paese pacifico per eccellenza, e a buon ragione. Io stesso, che ho abitato i due terzi della mia vita in questo paese, possono testimoniare che la violenza è assente al punto tale che se ne avverte la mancanza. È tutto un po’ troppo tranquillo, pacifico per essere vero, in particolare nel caso dei giapponesi, la cui storia è probabilmente una delle più brutali e distruttive che ci siano mai state.
Basti il semplice fatto che i giapponesi sono stati guerrieri eccezionalmente sanguinari, tanto che una parte della loro paga veniva da teste di nemici recise che il loro padrone comprava. Il Taikō, Toyotomi Hideyoshi, faceva impalare i bambini di coloro che sconfiggeva. Tokugawa Ieyasu non esitò a far giustiziare il suo stesso figlio e a far decapitare sulla pubblica piazza un bambino di sette anni. Ieyasu è colui cui Hideyoshi morente affidò la propria famiglia perché la proteggesse. Lui la distrusse. Tutto questo senza contare che questi combattimenti erano sempre fra giapponesi. Le vittime erano i giapponesi quanto i carnefici. Visto che la guerra dei Genpei è finita nel 1985, che il periodo successivo è iniziato con lotte fra clan per la supremazia a Kamakura finite 40 anni dopo,, che nel 1333 Kamakura è stata conquistata e arsa da Nitta Yoshisada, che ci era nato, che i tre secoli successivi sono una guerra dietro l’altra, è palese che i giapponesi hanno sempre combattuto guerre civili fino al 1900.
La tragedia dei veterani della guerra civile
E quindi non solo legittimo, ma necessario domandarsi quando e come questo popolo, indubbiamente grande ma certamente anche difficile, sia cambiato, e per mano di chi.
Certamente non nel XVII secolo. Come mostrato in un altro mio scritto, dopo una guerra civile di fenomenale lunghezza, 133 anni, il Giappone fu quasi sopraffatto da un’ondata di violenza dovuta ai veterani di quella guerra, licenziati di punto in bianco il giorno dopo la vittoria di Yeyasu a Sekigahara. Si trattava di un persone che avevano combattuto a lungo in una guerra straordinariamente violenta e sanguinosa, per giunta fra fratelli, soldati che avevano di conseguenza riportato ferite fisiche e mentali considerevoli. Non solo erano stati licenziati, ma era stato loro proibito di cambiare professione, presumibilmente per vivere quindi di aria e poco altro.
Si ebbe un’ondata di tsujigiri, vale a dire agguati in cui persone venivano tagliate a pezzi con una spada senza nessuna ragione plausibile, verosimilmente proprio da quei reduci che la classe dei samurai aveva tradito, burocratizzandosi una volta venuta la “pace”. L’unica ipotesi che spiega il loro comportamento è che si trattasse di una forma di terrorismo volta a tenere presente al pubblico il problema dei veterani.
La guerra civile nel 1615 continuò con i disperati combattimenti che finirono con la presa del castello di Osaka, dove il figlio di Hideyoshi si era rifugiato. Alla difesa del castello accorsero ben 90.000 reduci, fra cui famose figure come Sanada Yukimura, Gotō Matabei, Akashi Morishige e Kimura Shigenari. Era la loro ultima speranza, ma Ieyasu la spense nel sangue. Coloro che più avevano sofferto, i veterani, si trovarono ad essere vittime di una campagna che li voleva distrutti. Ho ancora davanti agli occhi dei veterani della Guerra del Vietnam marciare portando un cartello che diceva: “We killed, we bled, we died for WORSE than nothing.” Abbiamo ucciso, siamo stati feriti, siamo morti per meno di niente.
La ribellione di Shimabara, cui parteciparono altri veterani, fu addirittura del 1637. Non è sorprendente che una guerra civile così lunga avesse degli strascichi di questo peso, ed è imprudente pensare che dopo di essi il ritorno all’ordine fosse completo. Un’intera classe sociale stava venendo distrutta in una delle più grandi catastrofi della storia del paese.
Miyamoto Musashi, il famoso spadaccino, si trovò Ronin dopo aver combattuto a Sekigahara, a Osaka e a Shimabara. Sappiamo che era molto attivo dopo il 1630, con duelli frequenti. Tutto questo ci dice che il XVII secolo era un’epoca in cui avere armi era comune, come era comune servirsene. Musashi, che io sappia, non fu mai incarcerato nonostante fosse responsabile probabilmente di 30 omicidi. Il duello era quindi tollerato ed anzi apprezzato, dato che Miyamoto Musashi divenne ciò nonostante la leggenda che è.
Saigo Takamori nel 1877 muore di propria mano dopo avere combattuto una guerra che era destinato a perdere, una ribellione per far tornare quelli che (dimostrando di non aver capito la sua stessa storia) lui riteneva essere stati gli anni d’oro, quelli dei Tokugawa (e quindi dei samurai, lui credeva).
Il continuo problema dei reduci della guerra civile, ancora vivo e vegeto ben 11 anni dopo l’inizio della restaurazione Meiji, ci garantisce che il paese era ben lontano dall’essere non violento.
fino al 1945 in Giappone vige il militarismo. Inutile domandarsi come I giapponesi abbiano fatto per comportarsi come si sono comportati in Cina, ad esempio a Nanking. Hanno semplicemente trattato I cinesi come di solito trattavano sé stessi.
Finita la guerra, la violenza fisica per punire la servitù era ancora normale, e io conosco personalmente una persona il cui genitori praticavano questa forma di violenza su base quotidiana. Notare che questa non era violenza qualsiasi. È violenza istituzionale, un diritto della classe superiore su quella inferiore, nulla di illegale o di negativo. A meno che non sbloccasse nell’omicidio, bastonare i servi non ho mai portato nessuno in galera.
La violenza dei militari nei confronti delle altre classi fino al 1945 è ben nota., come lo è stata la sorpresa dei giapponesi quando si resero conto che gli occupanti americani li trattavano meglio di quanto facessero i militari del loro paese.
Siamo arrivati al 1945 e la violenza non è ancora scomparsa dalle vite dei giapponesi. Come l’episodio della mia amica in cui i genitori battevano la servitù dimostra, non è scomparsa all’improvviso dal 20mo secolo. Ma allora chi?
Qui in Giappone, la primavera è molto più di una stagione di ciliegi in fiore: è il respiro profondo di un intero paese, un momento sospeso tra la fine e l’inizio, permeato dal concetto di shin seikatsu (新生活) , “nuova vita”. Immaginatevi famiglie intere in fermento, valigie stipate e nomi cancellati dai registri, pronte a reinventarsi in una nuova città o regione. Questa migrazione primaverile, tanto sentita quanto a volte temuta, è spesso innescata dal fenomeno del tenkin (転勤), ovvero i trasferimenti del luogo di lavoro che le aziende giapponesi assegnano ai propri dipendenti ogni anno.
Il tenkin: un rito di passaggio annuale
Ma perché questo rito di passaggio annuale? Le ragioni sono molteplici, intrecciate nella trama della cultura aziendale giapponese. Un tempo, il sistema di impiego a vita, shūshin koyō (終身雇用) incoraggiava una lealtà incrollabile, ricambiata da una sicurezza del posto di lavoro che spesso implicava la flessibilità geografica. Anche se oggi questo sistema sta mutando, l’idea di accettare il tenkin come parte integrante del percorso professionale persiste.
Mettetevi nei panni di un giovane ingegnere, magari con moglie e figli piccoli, trasferito da Tōkyō alla remota prefettura di Aomori per gestire un nuovo progetto. Per lui, questo periodo rappresenta una sfida, certo, ma anche un’opportunità di crescita, un segno di fiducia da parte dell’azienda.
Tenkin: uno strumento strategico per le aziende
Il tenkin è uno strumento strategico per le aziende giapponesi. La rotazione del personale permette di formare dipendenti versatili, capaci di comprendere l’azienda a 360 gradi. Immaginate un manager navigato, abituato alla frenesia di Ōsaka, che viene trasferito in una filiale più tranquilla a Kyōto. Questo cambiamento gli offre la possibilità di applicare le sue competenze in un contesto diverso, portando nuove idee e prospettive. E, naturalmente, i trasferimenti garantiscono che le risorse umane siano distribuite dove più servono, come tessere di un puzzle gigante.
Un’opportunità d’oro per il commercio
Ma questo periodo non è solo traslochi e nuove responsabilità. È anche un’opportunità d’oro per il commercio. Negozi e rivenditori online fiutano l’aria di cambiamento e si preparano a cavalcare l’onda. Grandi cartelloni pubblicitari e sezioni dedicate invadono i negozi fisici e virtuali, con slogan come: shin seikatsu ōen! (新生活応援!) – Forza per la nuova vita! o shin seikatsu tokushū (新生活特集) – Speciale nuova vita). Immaginatevi entrare in un grande magazzino, tra pile di elettrodomestici scintillanti e mobili imballati pronti per essere spediti.
Le offerte sono pensate per tutti: chi si trasferisce, chi inizia a vivere da solo (一人暮らし – hitorigurashi), chi semplicemente desidera dare una rinfrescata alla casa. Elettrodomestici come frigoriferi, lavatrici e forni a microonde sono in prima linea, seguiti da mobili come letti, divani e tavoli. Anche l’arredamento d’interni come tende, tappeti e utensili da cucina non è da meno, trasformando i negozi in un vero e proprio paradiso per chi cerca un nuovo inizio.
E-commerce e i giganti del settore
I giganti dell’e-commerce come Rakuten Ichiba (楽天市場) e Amazon dedicano intere sezioni alla shin seikatsu, offrendo “kit” completi per chi si trasferisce o sconti su acquisti multipli. Catene come Nitori e IKEA, con il loro stile prezzi accessibili, lanciano campagne pubblicitarie aggressive, con prezzi alla portata di tutti. E non dimentichiamoci dei servizi di trasloco, che offrono tariffe speciali per alleggerire ulteriormente il peso del cambiamento.
Fonte: nitori web-site. Campagna pubblicitaria per la shin seikatsuFonte: Rakuten Ichiban web-site. Campagna pubblicitaria per la shin seikatsu
Conclusione
La shin seikatsu è quindi un fenomeno complesso e affascinante, un mix di tradizione e pragmatismo, di sfide personali e opportunità commerciali. È un momento in cui il Giappone si rinnova, casa per casa, famiglia per famiglia, e dove anche un semplice trasferimento può diventare l’inizio di un’avventura indimenticabile.
Molti anni fa stavo buttando via il mio tempo con amici della scuola di linguaggio dei segni che frequentavo. Sì, sono segnante del linguaggio dei segni giapponese, che ho studiato per 12 anni. A un certo punto, una ragazza si mise ad scarabocchiare.
Sul pezzo di carta comparve un ombrello con un buco per la bocca, due occhi e una gamba sola. Io le chiesi cosa fosse. Lei mi dissec che era il fantasma di un ombrello rotto. Questo fu il mio primo incontro con l’animismo giapponese, del quale avevo sempre sentito parlare ma che non avevo mai creduto fosse qualcosa di vero.
La mia amica proseguì dicendo che se tu rompi un ombrello, per esempio facendoci un buco, lo uccidi. L’ombrello così si trova a essere nell’aldilà e ti odia con tutte le sue forze per averlo appunto ucciso.
Ora, anche noi abbiamo i fantasmi, ma nessuno, credo, li prenda così sul serio.
Qualche tempo dopo, fortuna volle che mi capitasse qualcosa di ancora più inconsueto. Stavo insegnando italiano ad una mia amica, che probabilmente leggerà anche queste righe. Takahashi Aki è una donna simpaticissima e quella mattina mi stava raccontando come avesse appena buttato via delle bambole che appartenevano a sua figlia. Prima di buttarle, disse, le aveva naturalmente bendate.
Io non potevo naturalmente non interromperla. Aveva fatto cosa? Le aveva bendate.
E perché mai? Perché non lo sapeva, ma così le aveva insegnato sua madre. E perché pensava a sua madre l’avesse insegnato una cosa simile? Probabilmente perché le bambole non vedessero chi le buttava via e così non potessero vendicarsi. Tempo dopo, racconta la storia ad un’altra mia amica cinese Che mi disse che in Cina la ragione è diversa. Le bambole si bendano perché non riescano a tornare a casa.
Dopo di allora, come spesso capita, cominciai a vedere spesso quello che nei primi vent’anni non avevo mai visto. L’animismo giapponese e quello cinese sono ancora vivi e così lo è il culto degli antenati. Qualcuno potrà obiettare che il numero di persone che acquistano un butsudan, una specie di altare che si tiene in casa e dove vivono i propri morti, sta crollando. Verissimo, come è vero che sta esplodendo quello di coloro che preferiscono, per motivi sia affettivi che finanziari, improvvisarne uno con uno sgabello o altro mobile. Ci metti sopra una foto dell’antenato, di solito il marito, il gioco è fatto.
La gente si comporta come se la fotografia fosse l’antenato. Gli fa vedere cose, mette cose da mangiare dove le può vedere e quindi mangiarle, gli parla, gli racconta del 1000 magagne che affliggono gli anziani, così facendo allungandosi la vita di un tanto grazie al rilassamento che ne consegue.
Ora possiamo anche parlare di funerali delle cose. Perché fare il funerale ad un oggetto?
Ieri ho pubblicato una foto da me scattata al santuario Egara Tenjinsha, un santuario qui a Kamakura, dove vivo da ormai 25 anni e dove penso proprio morirò. La foto ritrae i funerali di pennelli di artisti famosi. Non è il solo a far funerali alle cose. Zuisenji lo fa alle fotografie, Hongakuji alle bambole. Ci sono anche santuari che lo fanno alle radiografie,, agli MRI e chi più ne ha più ne metta.. Parlando di cerimonie funebri per oggetti, quello che vedete sotto è un grande festival di culto delle bambole. Non c’è da stupirsi se le bambole sono l’oggetto più frequentemente al centro di un culto funebre per oggetti. Sono gli oggetti più simili a un essere umano. Una volta, mia moglie si rifiutò di venire ad una mostra di bambole con me. Una persona che conosco, uno storico di una certa età e di grande razionalità, disse di sentirsi in un poco in imbarazzo quando vede qualcuno buttare via una bambola senza dire almeno grazie.
Molte ragazze, di solito, quando buttano via un rossetto usato o un altro aggeggio del genere lo ringraziano. Ed è quello che si fa durante il funerale di un oggetto. Lo si ringrazia per i suoi servizi. Tsurugaoka Hachimangū, il santuario principale della città, ha un festival annuale in gennaio di ringraziamento agli utensili rotti. Moltissimi artigiani vi partecipano. Su tutto questo ho scritto un libro, anzi ne ho scritti tre
Il Giappone, un tempo simbolo di inarrestabile progresso, si trovò improvvisamente a fronteggiare una realtà inaspettata: la stagnazione economica. Gli anni ’90 segnarono l’inizio di un’era di incertezza, in cui il sogno di una prosperità eterna si infranse contro il muro della recessione. Ma al di là delle cifre e dei grafici, questa crisi ebbe un volto umano, quello di una generazione intera costretta a fare i conti con un futuro precario. Questo articolo prova ad esplorare le cause e le conseguenze della stagnazione economica giapponese, concentrandosi in particolare sull’impatto devastante sulla cosiddetta “generazione perduta” e sulla cosidetta “era glaciale della ricerca di lavoro”
Introduzione alla stagnazione economica giapponese
ll miracolo economico giapponese del dopoguerra, che catapultò la nazione a un ruolo di primo piano sulla scena mondiale, si interruppe bruscamente nei primi anni ’90. Questo periodo, noto come il “decennio perduto” (失われた十年, Ushinawareta Jūnen), fu segnato da una prolungata stagnazione economica e da profondi mutamenti sociali. In tale contesto emersero due fenomeni interconnessi che lasciarono un’impronta indelebile su un’intera generazione: la ushinawareta sedai (失われた世代, “generazione perduta”) e la shūshoku hyōgaki (就職氷河期, “era glaciale della ricerca di lavoro”). Per comprendere appieno questi concetti, è essenziale analizzarne il contesto storico, le cause scatenanti e le conseguenze a lungo termine.
Contesto storico: lo scoppio della bolla speculativa
Il “decennio perduto” ebbe origine dal collasso della bolla speculativa dei prezzi degli asset all’inizio degli anni ’90. Sul finire degli anni ’80, il Giappone attraversò un boom economico senza precedenti, alimentato da investimenti speculativi nel settore immobiliare e nel mercato azionario. Tassi di interesse bassi e una deregolamentazione finanziaria favorirono un ricorso eccessivo al credito, gonfiando i valori degli asset a livelli insostenibili. Quando la bolla scoppiò, le conseguenze furono devastanti, segnando l’inizio di una crisi economica dalle profonde ripercussioni.
La generazione perduta
Il termine ushinawareta sedai, o “generazione perduta”, identifica coloro che raggiunsero l’età adulta ed entrarono nel mercato del lavoro durante questa recessione. Il crollo della bolla provocò una brusca contrazione economica, con fallimenti aziendali a catena e una drastica riduzione delle opportunità di impiego. Le imprese, tradizionalmente legate al sistema dello shūshin koyō (終身雇用, “impiego a vita”), si trovarono costrette a ristrutturarsi, tagliare i costi e limitare fortemente le assunzioni. Nacque così una generazione che si affacciò al mondo del lavoro nel momento più sfavorevole della storia recente giapponese.
L’era glaciale della ricerca di lavoro
Il concetto di shūshoku hyōgaki descrive in modo più specifico le condizioni eccezionalmente difficili affrontate dai neolaureati tra gli anni ’90 e i primi 2000. Il tradizionale sistema di assunzione primaverile, noto come shūshoku katsudō (就職活動), attraverso il quale le aziende reclutano ancora oggi in massa dalle università, subì un duro colpo. Le imprese ridussero significativamente il numero di neolaureati assunti, innescando una competizione feroce per le poche posizioni disponibili. Questo scenario rese estremamente arduo per i giovani trovare un impiego stabile e a tempo pieno.
La cosiddetta “generazione shūshoku hyōgaki” (就職氷河期世代) si riferisce agli individui, nati prevalentemente tra il 1970 e il 1982 (e in alcuni casi fino al 1984), che cercarono lavoro come neolaureati in quel periodo. Nel 2021, questi individui avevano tra i 37 e i 51 anni. Spesso identificati anche come “generazione perduta”, essi affrontarono sfide occupazionali senza precedenti. La shūshoku hyōgaki si protrasse per circa un decennio, dal 1993 al 2005, caratterizzata da un mercato del lavoro ostile.
Dopo il crollo economico del 1990, le aziende che negli anni del boom avevano assunto su larga scala adottarono strategie di contenimento dei costi. Con una riduzione drastica delle quote di assunzione, i neolaureati di questa generazione si scontrarono con ostacoli enormi. Il termine shūshoku hyōgaki, coniato da Recruit Co., Ltd., emerse come un problema sociale rilevante, tanto da essere candidato al premio “Buzzword of the Year” nel 1994.
La situazione peggiorò ulteriormente tra la fine degli anni ’90 e il 2000, con l’instabilità finanziaria e il crollo della bolla informatica, trasformando la ricerca di lavoro in una “super crisi occupazionale”. Secondo i dati del Ministero della Salute, del Lavoro e del Welfare, il rapporto tra posti di lavoro e candidati crollò dal 2,77% nel 1990 allo 0,99% nel 2000, una diminuzione di circa due terzi. Anche i tassi di assunzione scesero dal 94,5% nel 1997 al 91,1% nel 2000, riflettendo la riluttanza delle aziende ad assumere neolaureati dopo lo scoppio della bolla.
Di conseguenza, molti giovani non solo non riuscirono a ottenere i lavori desiderati, ma spesso accettarono ruoli ben diversi dai loro interessi o ambizioni. Questa mancata corrispondenza compromise il loro potenziale e, anche quando assunti come dipendenti permanenti, alcuni furono licenziati dopo poco tempo. Molti si ritrovarono relegati a posizioni non regolari, come lavoratori temporanei (haken shain, 派遣社員) o part-time (furītā, フリーター), segnando un distacco dal modello tradizionale di stabilità lavorativa.
Il grafico mostra l’andamento andamento del tasso di disoccupazione giovanile (15-24 anni) dopo gravi crisi economiche evidenzia uno schema ricorrente. Intitolato “Andamento del tasso di disoccupazione giovanile dopo una grande crisi economica”, il grafico mostra come, in vari paesi, la disoccupazione tra i giovani aumenti significativamente dopo una crisi e rimanga elevata per anni. Le linee rappresentano nazioni come Finlandia, Spagna, Svezia, Norvegia, Stati Uniti e Giappone, ciascuna associata all’anno d’inizio della rispettiva crisi (per il Giappone, il 1992). L’asse orizzontale misura gli anni trascorsi dalla crisi, mentre quello verticale indica la variazione del tasso di disoccupazione in punti percentuali rispetto al pre-crisi.
La cosa che salta subito all’occhio è che, per tutti i paesi, c’è una sorta di “impennata” iniziale. Appena la crisi colpisce (siamo all’anno “0”), il tasso di disoccupazione giovanile comincia a salire, come se fosse una reazione immediata al trauma economico. Poi, questo tasso continua a crescere per un po’, raggiungendo un picco, un punto massimo. E qui viene il punto cruciale: non è un aumento temporaneo, una fiammata che si spegne subito. No, il grafico ci dice che, una volta raggiunto il picco, il tasso di disoccupazione giovanile rimane lì, su livelli elevati, per diversi anni. È come se l’economia facesse fatica a riassorbire i giovani che hanno perso il lavoro o che non riescono ad entrare nel mondo del lavoro.
Ora, se ci concentriamo sul Giappone, che è quella linea tratteggiata più in basso, vediamo che anche lì c’è questo schema: la crisi del 1992 porta con sé un aumento della disoccupazione giovanile. Però, se confrontiamo la linea giapponese con quelle di altri paesi, soprattutto quelle più “alte” come Spagna, Finlandia e Stati Uniti (le linee continue più spesse), notiamo subito una differenza importante. L’aumento del tasso di disoccupazione in Giappone sembra essere stato meno pronunciato, meno forte. Il picco raggiunto dalla linea giapponese è più basso, meno accentuato rispetto a quello di altri paesi. E anche se la disoccupazione giovanile in Giappone rimane elevata per un certo periodo, come succede un po’ ovunque, i livelli che raggiunge sono comunque inferiori rispetto a quelli che vediamo in altri paesi.
Verso la fine del periodo che il grafico ci mostra, notiamo che la linea giapponese comincia a scendere leggermente, suggerendo che finalmente l’economia si sta riprendendo e la disoccupazione giovanile sta diminuendo. Ma anche qui, questa discesa sembra essere più lenta, più graduale rispetto a quella che vediamo, ad esempio, per gli Stati Uniti. È come se la ripresa in Giappone fosse un processo un po’ più faticoso, un po’ più lento.
Il grafico illustra l’andamento del tasso di occupazione dei neolaureati in Giappone dal 1985 al 2019, evidenziando il periodo critico della “generazione perduta” (1993-2004). Durante questa fase, il tasso di occupazione dei laureati universitari è crollato di oltre 10 punti percentuali rispetto alla media, mentre quello dei diplomati delle scuole superiori ha subito una diminuzione di circa 7 punti. Questo calo drastico riflette l’impatto devastante della recessione economica degli anni ’90 sulle opportunità di lavoro per i giovani, segnando un’epoca di precarietà e difficoltà nell’inserimento nel mondo del lavoro.
Cause principali: deflazione, ristrutturazione aziendale e globalizzazione
Il crollo della bolla speculativa fu il catalizzatore principale, innescando un lungo periodo di deflazione che frenò gli investimenti e alimentò la stagnazione economica. Le aziende, alle prese con crediti inesigibili e un clima di incertezza, avviarono profonde ristrutturazioni, abbandonando gradualmente i pilastri tradizionali come l’impiego a vita e i sistemi salariali basati sull’anzianità. Si orientarono invece verso strategie più flessibili e orientate al risparmio, riducendo drasticamente l’assunzione di neolaureati.
Questa riorganizzazione aziendale comportò un allontanamento dai pilastri tradizionali giapponesi dell’impiego a vita e dei sistemi salariali basati sull’anzianità. Al contrario, le aziende iniziarono ad adottare strategie di impiego più adattabili e orientate alla riduzione dei costi, in particolare riducendo l’assunzione di neo-laureati.
Fattori amplificatori
Inoltre, l’intensificarsi della globalizzazione e l’aumento della concorrenza internazionale esercitarono un’immensa pressione sulle imprese giapponesi affinché migliorassero l’efficienza e riducessero le spese per la manodopera. Pur non essendo un fattore scatenante diretto della crisi iniziale, l’evoluzione demografica del Giappone, caratterizzata da una popolazione che invecchia e da un calo del tasso di natalità, amplificò le sfide economiche esistenti e favorì un senso pervasivo di inquietudine riguardo al futuro della nazione.
Precarietà e impatto sociale
La shūshoku hyōgaki e la “generazione perduta” ebbero effetti profondi e duraturi, sia a livello individuale che sociale. Per molti, questo periodo segnò l’inizio di una precarietà occupazionale cronica. Relegati a lavori part-time, temporanei o a contratto, definiti come “impieghi non regolari”, questi individui godevano di salari più bassi, scarsi benefit e una sicurezza lavorativa minima rispetto al modello tradizionale. La difficoltà a trovare stabilità ritardò tutte quelle tappe ritenute fondamentali come il matrimonio, l’acquisto di una casa o la formazione di una famiglia, costringendo molte persone a didendere dai genitori ben oltre l’età adulta.
La stagnazione salariale e l’instabilità lavorativa acuirono la disuguaglianza economica e sociale, rendendo arduo accumulare ricchezza. Sul piano psicologico, la competizione feroce nel mercato del lavoro generò frustrazione, disillusione e ansia, con casi estremi di isolamento sociale e problemi di salute mentale.
Infine, un mercato del lavoro così ferocemente competitivo ha avuto un notevole impatto psicologico, portando a diffusi sentimenti di frustrazione, disillusione e ansia. Tragicamente, alcuni individui hanno anche sperimentato isolamento sociale e problemi di salute mentale come conseguenza.
Ripercussioni a lungo termine
Le conseguenze di questi eventi si fanno sentire ancora oggi. Nonostante una parziale ripresa economica, la crescita salariale in Giappone è rimasta stagnante per decenni, penalizzando in particolare questa generazione. Il mercato del lavoro continua a mostrare una netta divisione tra dipendenti regolari e non regolari, con differenze significative in termini di retribuzione, benefit e sicurezza.
Molti della “generazione perduta” sono rimasti intrappolati in lavori precari, incapaci di sfuggire a un ciclo di instabilità. Inoltre, il basso tasso di natalità, in parte legato all’insicurezza economica di questa cohorte, aggrava le sfide demografiche del paese, mettendo sotto pressione il sistema di welfare e sollevando interrogativi sulla sostenibilità futura.
Conclusione
Sebbene i termini “generazione perduta” e shūshoku hyōgaki siano oggi meno usati, i problemi di precarietà occupazionale e disuguaglianza economica restano attuali per le giovani generazioni giapponesi. Le vicende di questo periodo rappresentano un monito sulle conseguenze durature delle crisi economiche e sull’importanza di reti di sicurezza sociale e politiche mirate a sostenere i giovani nel mercato del lavoro.
Immagina per un attimo di vivere nel Giappone antico, dove il tempo non scorre solo in ore e minuti, giorni e settimane ma si muove al ritmo di un ciclo chiamato rokuyō (六曜), un sistema di sei giorni nato in Cina nel XIV secolo e sbarcato nell’arcipelago nipponico durante l’epoca Edo (1603-1868). Non è solo un calendario: è una bussola per la vita, un’eco del passato che ancora oggi guida le scelte di molti giapponesi. Matrimoni, funerali, contratti di lavoro e spesso per i più superstiziosi persino una semplice uscita tra amici: nulla sfugge al rokuyō e ai suoi sei giorni conosciuti come senshō (先勝), tomobiki (友引), senbu (先負), butsumetsu (仏滅), taian (大安) e shakkō (赤口), stampati ancora oggi su molti calendari calendari che si trovano in commercio e persino su Outlook!
Oggi, 18 marzo 2025, il Giappone si sveglia sotto il segno di tomobiki(友引), un nome che nasconde un enigma nei suoi kanji: 友 (tomo), “amico”, e 引 (hiki), “tirare”. “Tirare un amico”: un’immagine curiosa, quasi poetica. Ma cosa significa davvero? Preparati a scoprire un giorno dalle due facce, un intreccio di festa e timore che pulsa nel cuore della cultura giapponese.
Da un lato, tomobikiè il re delle celebrazioni. È il giorno in cui si brinda alla felicità, in cui si celebrano i matrimoni e gli sposi sognano di “attirare” gli amici in un vortice di gioia condivisa. Un’evoluzione affascinante, se pensi che in origine tomobiki voleva dire “condividere vittoria o sconfitta” (共に引き分け, tomo ni hikiwake), un pareggio tra compagni di lotta, poi trasformato poi in un invito simbolico, un richiamo a raccolta le persone care (友を引くtomo o hiku).
Ma attenzione: c’è un’ombra che si allunga su tomobiki. Guai a organizzare un funerale sotto questo cielo! La tradizione crede che la morte, subdola, potrebbe “tirare” con sé anche gli amici del defunto, trascinandoli in un destino infausto. È un’idea che fa rabbrividire, e non a caso i templi e le tombe di famiglia rimangono vuoti in questo giorno, mentre le famiglie aspettano con pazienza un momento più propizio per dire addio ai propri cari.
E poi c’è il ritmo del tempo, che in tomobiki possiamo dire che fa un po i capricci. La mattina e la sera sono considerate di buon auspicio. Ma il mezzogiorno, tra le 11 e le 13, ovvero durante il periode del bue (丑の刻, ushi no koku), tutto cambia: è un momento da evitare, un’ombra che si allunga minacciosa e che i più superstiziosi scansano con cura. Pianificare un evento nel giorno di tomobiki diventa spesso una corsa ad ostacoli tra luce e oscurità.
Nonostante lo scetticismo dei più e la chiara mancanza di basi scientifiche, il rokuyō resiste, e tomobikine è il simbolo vivente. È un ponte tra passato e presente, un rituale che le generazioni più anziane custodiscono gelosamente, sfogliando calendari con lo stesso rispetto di un monaco intento nella lettura di un sutra. Per i giovani, forse, è solo una curiosità, ma per molti resta una guida silenziosa, un’eco di tempi lontani.
Ecco tomobiki: un giorno che unisce e divide, che canta un ode alla vita e teme la morte, un frammento di Giappone dove il folklore si mescola alla quotidianità con una magia tutta sua.