Come genitore italiano che vive in Giappone, ogni giorno mi imbatto in piccole e grandi differenze culturali, soprattutto osservando i miei figli frequentare le scuole locali. Alcune affascinanti, altre un po’ spiazzanti. Una di quelle che non ti aspetti riguarda un gesto apparentemente banale come…andare a scuola in bicicletta.
Forse noi in Italia diamo per scontato che se uno studente ha una bici e la scuola si trova a una distanza ragionevole, possa semplicemente inforcarla e partire. Beh, dimenticatevelo! Qui in Giappone, la faccenda è decisamente più…strutturata. Esiste infatti una prassi diffusissima, anche se non codificata in una legge nazionale unica, che regola il tragitto casa-scuola in bici (quello che in lingua giapponese e definito come jitensha tsūgaku) attraverso criteri ben precisi.
Abiti vicino alla scuola? vai a piedi!
La prima cosa che ha attirato la mia attenzione è la regola della distanza. In moltissime scuole medie e superiori giapponesi, puoi usare la bici per andare a scuola solo se abiti oltre una certa distanza minima, di solito fissata intorno a 1.5 o 2 chilometri. Avete capito bene: se la tua casa è troppo vicina alla scuola, niente bici, devi camminare. 🚶♂️🚶♀️
Questa soglia non è uguale in tutto il paese, ma varia da istituto a istituto. Viene decisa dalle scuole a livello locale e rientra nella norme del tragitto casa scuola (quelle definite come sūgaku kitei – 通学規程), o, per essere più precisi, di quelle specifiche sull’uso della bicicletta (jitensha tsūgaku kitei – 自転車通学規程 ). Spesso, queste regole fanno parte del ben più ampio e temuto, da studenti e genitori, regolamento scolastico generale (kōsoku – 校則).
Forse è stato introdotto anche in Italian recente, questo non lo so non vivendoci, ma qui in Giappone quando iscrivi tuo figlio ad un ciclo scolastico (dall’asilo alle superiori) ti viene consegnato anche un documento, il “regolamento generale” che contiene tutte le norme e i comportamenti da rispettare all’interno di quel determinato istituto e che devono essere recepite non solo dagli studenti ma anche dai genitori stessi. Questo documento, è lo spauracchio, di studenti e genitori.
Perché questa regola apparentemente controintuitiva?
Parlando con mia moglie e mio suocero (professore in pensione), le ragioni ufficiali sono principalmente legate alla sicurezza: limitare il numero di bici nelle immediate vicinanze della scuola secondo le autorità scolastiche aiuterebbe a ridurre il caos e il rischio di incidenti negli orari di entrata e uscita degli studenti. Si dice anche che serva a incentivare l’attività fisica per chi vive vicino (anche se, onestamente, fatico ancora a capire la logica che sta alla base del vietare un mezzo allo stesso modo salutare per spingere i bambini a camminare…). Infine, c’è anche una questione più pratica: la gestione degli spazi, spesso limitati, per il parcheggio delle biciclette all’interno della scuola.
Il perfezionismo giapponese applicato alla bici!
Ma le sorprese non finiscono qui! Oltre alla distanza della propria abitazione dalla scuola, ottenere il “permesso per usare la bici” (si, avete capito bene, spesso serve un’autorizzazione formale!) significa anche sottostare a tutta un’altra serie di regole, anch’esse parte del regolamento generale, che a noi stranieri possono sembrare quasi maniacali per il livello di dettaglio. Ve ne riporto alcune che fanno parte del regolamento della scuola di mio figlio.
Il colore della bici: scordatevi bici di colori sgargianti o personalizzate. I colori comunementi ammessi sono il nero, il bianco o il grigio.
Equipaggiamento obbligatorio: sono normalmente richiesti il doppio cavalletto (non quello laterale!), portapacchi anteriore e posteriore. Il controllo della bici da parte dei genitori deve essere molto scrupoloso perché oltre alle norme previste dal codice della strada anche quelle della scuola devono essere controllate.
Manubrio: deve essere quello standard del produttore senza nessuna modifica.
Sicurezza: sono richiesti due lucchetti, e la bici deve essere equipaggiata per la pioggia, quindi parafanghi obbligatori. Il casco è tassativo e, spesso, viene indicato un modello specifico, uguale per tutti, acquistabile tramite la scuola o presso negozi convenzionati.
La “patente”: molte scuole (non tutte) organizzano addirittura corsi di guida sicura (anzen unten kōshūkai – 安全運転講習会) al termine dei quali rilasciano una sorte di “patente” agli studenti “abilitati” (riporto il termine del regolamento) all’uso della bici per andare a scuola.
Abbigliamento: normalmente si indossa l’uniforme scolastica. Mia moglie mi raccontava però che in alcune scuole femminili, per evitare incidenti o situazioni “sconvenienti”, e addirittura vietato andare in bici indossando la donna dell’uniforme, obbligando le studentesse a mettersi i pantaloni della tuta per il tragitto.
Insomma, come avete capito, andare a scuola in bici qui in Giappone è parte di un sistema iper-regolamentato, dove la sicurezza collettiva e il rispetto, quasi maniacale, delle regole sembrano avere la priorità assoluta su tutto, anche sulla naturale praticità individuale. Da genitore, devo ammetterlo, a volte può sembrare tutto eccessivamente rigido e burocratico. Tuttavia, vivendo qui, capisco le ragioni legate alla sicurezza in un paese così densamente popolato e attento all’ordine. È una mentalità profondamente diversa dall’approccio molto piu “libero” a cui siamo abituati in Italia.
Anche quest’anno, approfittando delle vacanze della Golden Week, ho visitato con la mia famiglia la vicina città di Arita, a meno di 30 chilometri da casa. La nostra meta era il celebre Arita Tōkichi (有田陶器市), l’annuale festival della ceramica che anima la città proprio in questo periodo.
Foto dell’autore del festival della ceramica di AritaFoto dell’autore del festival della ceramica di Arita
Arita è un’affascinante cittadina situata nella prefettura di Saga, nel sud-ovest del Giappone. È un luogo intriso di storia, famoso in tutto il mondo per essere la culla della giapponese.
L’importanza storica di Arita è legata indissolubilmente alla porcella. Fu proprio qui che, all’inizio del XVII secolo, vennero introdotte direttamente dalla Corea le tecniche di lavorazione che diedero inizio a una tradizione artigianale secolare. Quest’arte si è evoluta nel tempo, producendo opere di straordinaria bellezza, tanto che vennero esportate in Europa dalla Compagnia Olandese delle Indie Orientali con in nome di “Imari-ware”, derivato dal vicino porto della città di Imari da dove salpavano le navi dirette in Europa.
La reputazione di Arita si intreccia spesso con quella della vicina Hasami (波佐見), anch’essa rinomata in Giappone per le sue ceramiche. Tuttavia, il nome di Arita è tradizionalmente associato a porcellane artistiche e di alta gamma, Hasami si è distinta nel tempo per una produzione più orientata all’uso quotidiano e alla praticità.
Ed è proprio durante la Golden Week che Arita ospita il suo famoso festival della ceramica. In questa occasione, la via principale della città si trasforma in un vivace mercato a cielo aperto. Centinaia di bancarelle e piccole botteghe espongono una gamma incredibilmente vasta di porcellane e ceramiche: dai pezzi d’arte unici agli oggetti di uso comune, molti dei quali offerti a prezzi scontati. È un’opportunità imperdibile per immergersi nella cultura della ceramica, apprezarne la storia e persino incontrare rinomati artigiani locali.
Una vita ad Arita non sarebbe completa senza una tappa al Tōzan Jinja (陶山神社). Questo santuario fu costruito intorno al 1600 per volere del governatore locale Sarayama, e originariamente chiamato “Arita Sarayama Sobyo Hachimangū”. Era dedicato al mitologico Imperatore Ōjin e a Nabeshima Naoshige, signore dell’omonimo clan che prese il controllo del dominio di Saga nel 1607. Si racconta che Naoshige abbia guidato i primi vasai coreani a Saga. Nel 1871, il santuario fu rinominato “Sueyama Jinja” (陶山神社), che significa letteralmente “santuario della montagna della ceramica”. Il nome attuale, Tōzan Jinja, deriva da una lettura alternativa del primo kanji del termine “Sueyama”. Il santuario onora anche Yi Sam-pyeong (noto in Giappone come Kanagae Sanbei) , considerato il padre della porcellana giapponese.
Un elemento distintivo di questo santuario è il suo magnifico torii, realizzato interamente in pregiata ceramica di Arita. Questo non segna solo l’ingresso a un luogo sacro, ma rappresenta anche un tributo tangibile e duraturo all’arte della ceramica che definisce l’identità stessa della città.
Ieri, approfittando dello Shōwa no Hi– festività nazionale dedicata sia alla riflessione sul complesso periodo del regno dell’Imperatore Hirohito (1912-1989) sia al futuro del paese – ho deciso di trascorrere la giornata con la mia famiglia in un luogo carico di storia.
Un viaggio nella storia: perché Hirado?
Abbiamo scelto Hirado, un’isola-città nella prefettura di Nagasaki, a breve distanza dalla nostra abitazione: circa mezz’ora di macchina.
Hirado: la prima finestra del Giappone sull’occidente
Sebbene il nome Hirado possa risultare sconosciuto a molti, questo fu un luogo di cruciale importanza secoli addietro, rappresentando la prima, seppur cauta, apertura del Giappone verso il mondo occidentale. Oggi, camminare in questi luoghi non è una banale gita, ma un’opportunità straordinaria per percepire da vicino le origini di un incontro commerciale e culturale che ha plasmato in modo irrevocabile il destino del Giappone.
L’avamposto commerciale olandese
L’imponente edificio che ammiriamo (nella foto in basso) e una meticolosa e storicamente fedele ricostruzione dell’avamposto commerciale olandese di Hirado (Hirado-oranda shōkan, 平戸オランダ商館, in giapponese), oggi adibito a museo. Questa struttura è ben più di un semplice museo: è una vera e propria finestra spalancata sul vibrante passato di questa zona. Un passato che si lega indissolubilmente al primo periodo Edo (1603-1867), un’era definita non solo dal consolidamento del potere dello shogunato Tokugawa, ma anche da una iniziale e marcata curiosità verso le novità provenienti dall’occidente.
Foto dell’autore dell’avamposto commerciale olandese di Hirado
La compagnia olandese delle Indie Orientali sbarca in Giappone
Tutto ebbe inizio nel 1609 quando la potentissima Compagnia Olandese delle Indie Orientali, uno dei più grandi conglomerati commerciali del tempo, desiderosa di espandere le sue rotte e di assicurare rifornimenti continui delle preziose merci asiatiche – spezie, seta e porcellane – chiese e ottenne un permesso speciale dallo shogunato che gli consenti di stabilire una base operativa stabile in Giappone. Hirado, grazie alla sua posizione strategica di crocevia sulle rotte marittime dell’Asia orientale, divenne naturalmente il fulcro di queste prime ma intense interazioni.
Hirado: un dinamico crocevia di commerci e idee
Tra il 1609 e il 1641, l’avamposto commerciale olandese di Hirado rappresento un dinamico crocevia, cruciale non solo per gli scambi commerciali olandesi, ma anche, e forse in misura maggiore, per la circolazione di idee, conoscenze scientifiche e tecnologiche. Questo fervore mercantile vedeva la pregiata seta e le porcellane giapponesi scambiate con zucchero, spezie e tessuti dalle indie, portando al contempo nella “terra di Yamato” innovative armi da fuoco, orologi meccanici e manufatti mai visti prima.
I nanban-jin
Fu in questo contesto che fecero la loro comparsa i nanban-jin (南蛮人), letteralmente “i barbari del sud”. Con questo termine si identificavano i mercanti che giungevano in Giappone dalle regioni meridionali come le Filippine o Macao. Inizialmente usato per indicare i portoghesi e spagnoli, il vocabolo fu ben presto esteso anche a olandesi e inglesi, i quali divennero presenze familiare a Hirado.
Questi europei, riconoscibili per i loro strani abiti, portarono con sé non solo beni materiali, ma anche nuove usanze, avanzate tecniche di cartografia e navigazione, e importanti conoscenze in campo medico e astronomico. Introdussero inoltre la religione cristiana, un elemento di grande impatto che in futuro sarebbe stato causa di notevoli controversie e sofferenze.
Foto dell’autoreFoto dell’autore
Questo intenso scambio culturale e scientifico gettò le basi per la nascita del rangaku (蘭学) – letteralmente “studi olandesi” – un termine che venne a definire le scienze occidentali. Questa apertura al sapere straniero sarebbe sopravvissuta e avrebbe continuato a svilupparsi anche durante il successivo periodo di completo isolamento del Giappone.
Curiosità e D\diffidenza: la complessità dell’incontro
L’incontro culturale tra il Giappone del primo periodo Edo e l’Europa del tardo rinascimento e del Barocco fu un fenomeno complesso ma profondamente affascinante. Fu un’interazione intrisa di reciproca curiosità quanto di una crescente e latente diffidenza.
Da un lato, l’élite giapponese, composta da samurai e mercanti, nutriva un vivo interesse per le nuove tecnologie occidentali. Le armi da fuoco (teppō), in particolare, impiegate da figura come Oda Nobunaga e Tokugawa Ieyasu nella battaglia di Nagashino, contro Takeda Katsuyori, rivoluzionarono non solo il modo di combattere, ma probabilmente influenzarono in modo determinante il corso storico del paese. I mercanti, dal canto loro, mostravano interesse per la cartografia, gli strumenti scientifici e le tecniche artistiche europee.
Tuttavia, parallelamente a questa apertura, cresceva una netta diffidenza verso gli usi e costumi dei “nanban-jin”, esacerbata in particolare dalla rapida conversione di parte della popolazione giapponese al cristianesimo. Già oggetto di severa repressione sotto il governo Tokugawa, la fede cristiana era vista dallo shogunato come un potenziale sovvertimento dell’ordine gerarchico e un rischio per la stabilità politica. Vi era il forte sospetto che essa potesse prefigurare un tentativo di colonizzazione del Giappone, sulla falsariga di quanto già avvenuto nelle Filippine.
Anche gli inglesi tentarono di inserirsi nel florido commercio con il Giappone, riuscendo a stabilire una base a Hirado nel 1613. Tale successo fu in larga parte dovuto all’intercessione di Williams Adama, noto in Giappone come Miura Anjin, che aveva guadagnato la fiducia di Tokugawa Ieyasu come suo consigliere.
Tuttavia, l’avventura commerciale britannica in terra nipponica si rivelò di brevissima durata. Furono sopraffatti dalla spietata concorrenza olandese, che dimostrava un approccio decisamente più pragmatico: concentrati esclusivamente sul profitto commerciale, gli olandesi non si facevano scrupoli a impedire ai propri religiosi qualsiasi attività di proselitismo.
A questo svantaggio competitivo si sommo una minore sensibilità da parte inglese nel comprendere e gestire le complesse dinamiche sociali giapponesi. Di conseguenza, decisero di chiudere la propria stazione commerciale e ritirarsi dal paese nel 1623.
Verso il sakoku: l’editto del 1639 e la chiusura del paese
La crescente cautela dello shogunato Tokugawa verso qualsiasi forma di influenza straniera non controllata, intensificata dalla rivolta di Shimabara (1637-1638), condusse a una drastica accelerazione delle politiche isolazioniste. Queste culminarono nell’editto del 1639, che decretò non solo l’espulsione di tutti i portoghesi, ma anche la distruzione degli edifici in pietra dell’avamposto commerciale olandese di Hirado. Tali strutture erano infatti percepite come un simbolo eccessivo e permanente della presenza straniera. Fu un segnale inequivocabile della ferrea politica nota come sakoku (鎖国), letteralmente “paese incatenato”, che il Giappone stava per abbracciare completamente, chiudendo ogni contatto con l’esterno.
Da Hirado a Dejima: l’unica finestra sull’occidente
Successivamente, nel 1641, agli olandesi fu ordinato di trasferire tutte le loro attività commerciali nella minuscola isola artificiale di Dejima (出島), costruita all’interno della baia di Nagasaki. Questo trasferimento segnò la fine dell’epoca di Hirado come principale porta di accesso del Giappone al mondo occidentale e l’inizio di oltre due secoli durante i quali Dejima sarebbe rimasta l’unica, strettissima e controllatissima finestra socchiusa sull’occidente.
Foto dell’autore. Targa votiva che ricorda la storia degli olandesi presso Hirado e Dejima esposta all’esterno dell’avamposto commericale.
L’eredità di Hirado
Nonostante la sua chiusura forzata e il successivo declino, l’avamposto commerciale olandese di Hirado non ha mai perso la sua importanza storica. Già nel 1922 fu inserito nella lista dei siti storici nazionali, a eterna testimonianza del suo ruolo cruciale nella storia del paese. L’edificio che oggi i visitatori hanno il privilegio di esplorare è una scrupolosa ricostruzione, inaugurata nel 2011 e basata su attenti studi storici e archeologici. Esso ospita ora un museo che offre un ponte di contatto tangibile con quel tempo lontano. Attraverso i suoi spazi e gli oggetti esposti, è possibile ripercorrere l’avvincente storia di questo intenso periodo e comprendere la complessità dell’incontro tra le culture giapponese e olandese.
Si percepisce così l’eco potente di un capitolo fondamentale non solo per la storia del Giappone, ma anche per le relazioni globali tra oriente e occidente.
Immagina una frase antica, quasi dimenticata, che affonda le sue radici nel mito stesso della creazione del Giappone. Una frase che, nelle sua origine leggendaria, sembrava sussurrare un sogno di unità universale, di un mondo raccolto sotto un unico grande tetto. Questo rappresentava inizialmente hakkō ichiu(八紘一宇). Eppure, questa espressione, evocativa e quasi poetica, nel giro di pochi decenni si trasformò in qualcosa di molto più oscuro: divenne lo slogan principale che accompagnò l’espansione militare del Giappone imperiale, un grido di battaglia usato per giustificare la conquista e la guerra. Come è potuto accadere? Come può un concetto apparentemente volto all’unificazione trasformarsi in giustificazione per il dominio? Ripercorriamo insieme l’affascinante e terribile percorso di hakkō ichiu, da eco mitologico a strumento di propaganda bellica.
Significato
Prima di addentrarci nella sua storia controversa, è utile scomporre questa espressione per capirne il significato letterale, che già ci da un indizio della sua portata ambiziosa. La prima parte, hakkō (八紘), combina il kanji di “hachi” (八), il numero otto – un numero che nella cosmologia dell’asia orientale spesso simboleggia la totalità o l’infinito – con “kō” (紘), che si riferisce a corde o fili, ma in senso figurato rappresenta le direzioni cardinali e intermedie (Nord, Sud, Est, Ovest, Nord-est e così via). Il termine “hakkō” diventa così una metafora per indicare “le otto direzioni” o “gli otto angoli del mondo”, rappresentando in pratica il mondo intero o l’ecumene conosciuto.
La seconda parte “ichi-u (一宇), unisce “ichi” (一), che significa semplicemente “uno”, con “u” (宇), che significa “tetto” o, per estensione, “casa”, “edificio” e persino “universo” in alcuni contesti. “Ichi-u” evoca quindi l’immagine suggestiva di “un solo tetto” o “una sola casa” implicando un ordine unificato e armonioso.
Unendo questi elementi, hakkō ichiu si traduce letteralmente come “gli otto angoli del mondo sotto un unico tetto”. L’idea intrinseca è quella di unificare tutti i popoli del mondo come un’unica, grande famiglia, portando pace e ordine sotto un’unica struttura. Tuttavia, come la storia ci insegna, la questione cruciale ad un certo punto divenne: sotto quale tetto? E chi avrebbe definito le regole di questa “casa”? La risposta data dell’interpretazione successiva fu inequivocabilmente: quello giapponese, sotto la guida dell’Imperatore.
Un’eco del mito
Hakkō ichiu non è un’invenzione del XX secolo. Le sue origini ci portano indietro fino all’alba della storia giapponese, o almeno alla sua narrazione mitologica ufficiale. Si ritiene che derivi da una frase attribuita al leggendario primo Imperatore del Giappone, Jinmu – figura mitica considerata discendente diretta della dea del sole Amaterasu Ōmikami, la principale divinità dello shintoismo – riportata nel Nihon-shoki (日本書紀, “Annali de Giappone”), un’antica cronaca compilata nel VIII secolo d.C, compilata per legittimare la linea imperiale e consolidare un’identità nazionale. Secondo quanto riportato nel testo, dopo aver consolidato il suo potere nella regione di Yamato (considerata la culla della nazione giapponese), durante la sua ascensione al trono, l’Imperatore Jinmu pronunciò la seguente frase:
掩八紘而爲宇
Ame no shita wo ooute ie to nasan
“Che io possa coprire le otto direzioni e farne la mia dimora”
Fonte: Wikipedia
Per secoli, questa frase rimase confinata negli annali storici, un riferimento noto agli studiosi ma privo di rilevanza politica nell’immediato. Fu solo all’inizio del XX secolo, nel 1903, che un influente pensatore della scuola buddista di Nichiren e fervente nazionalista, Tanaka Chigaku (田中智學), la riporto alla luce, coniandola nella forma moderna e coincisa hakkō ichiu. Tanaka, fondatore della Kokuchū-kai (国柱会), un’organizzazione che promuoveva un nazionalismo basato su un’ambigua interpretazione degli insegnamenti di Nichiren, vide in questa antica dichiarazione l’espressione della missione divina del Giappone (国体, l’essenza nazionale incentrata sull’Imperatore): guidare il mondo verso l’armonia e la pace universale, unificando sotto l’egida benevola dell’Imperatore, discendente degli dei e incarnazione vivente della nazione. Forse nelle intenzioni iniziali di Tanaka, c’era un barlume di idealismo, un sogno di una fratellanza universale – seppur dannatamente gerarchico, nippo-centrico – e basato sulla presunta superiorità spirituale e morale del Giappone imperiale. La sua visione, seppur presentata come pacifica, conteneva già i semi di una supremazia giapponese destinata a realizzarsi, se necessario, anche con la forza.
Quando un ideale diventa slogan di guerra
Ma come accade spesso con concetti tanto potenti quanto ambigui, anche hakkō ichiu venne presto strappata dal suo contesto filosofico-religioso e gettata nell’arena politica infuocata degli anni ‘30, un decennio segnato dalla grande depressione, dall’instabilità politica interna (il tentato colpo di stato passato alla storia come “l’incidente del 26 Febbraio 1936”), e soprattutto dall’ascesa del militarismo e di un nazionalismo aggressivo ed espansionista. L’economia giapponese necessitava disperatamente di risorse naturali (gas, gomma e metalli) e di mercati sicuri per sostenere la sua industrializzazione e la sua crescente popolazione, e l’ideologia dominante esaltava la presunta superiorità razziale e spirituale del popolo giapponese (la cosiddetta “razza Yamato”).
In questo clima surriscaldato, i leader militari (in particolare le fazioni più radicali dell’esercito e della marina) e i politici ultranazionalisti videro in questo slogan uno strumento perfetto per diverse ragioni tra loro interconnesse. Innanzitutto, il suo legame con il passato mitico e divino dell’Imperatore Jinmu conferiva alle ambizioni espansionistiche moderne un’aura sacra, fornendo loro una sorta di legittimità storica e spirituale quasi inattaccabile nel quadro ideologico definito del kokka shintō (国家神道), ovvero “lo shintoismo di stato”.
In secondo luogo, forniva una giustificazione, a loro detta “nobilitante” e persino “altruistica”: trasformava la brutale realtà della conquista territoriale, dello sfruttamento economico e dell’imposizione politica in una presunta “missione civilizzatrice” per “liberare” il continente asiatico dal colonialismo occidentale e unificarla sotto la guida paterna dell’Imperatore Shōwa, mascherando così l’imperialismo giapponese come un atto volto a portare “ordine”, “armonia” e “prosperità” condivisa.
Infine, hakkō ichiu, fungeva come un potente collante interno, uno slogan capace di mobilitare la popolazione, compattare le diverse fazioni nazionaliste e giustificare gli immani sacrifici richiesti dalla guerra totale, sia sul fronte militare che su quello interno.
Il punto di non ritorno fu raggiunto nel luglio del 1940. L’allora Primo Ministro, il principe Fumimaro Konoe, in un famoso discorso radiofonico che delineava la “Politica Nazionale Fondamentale” (Kihon Kokusaku Yōkō, 基本国策要綱), dichiaro che la politica nazionale mirava a stabilire un “Nuovo Ordine in Asia Orientale” – che si sarebbe in seguito evoluto nel concetto di “Sfera di Co-prosperità della Grande Asia Orientale” – basandosi proprio su hakkō ichiu. Da concetto filosofico-religioso riportato in auge da un pensatore nazionalista, era diventato ufficialmente politica di stato e la principale giustificazione ideologica per l’imminente espansione verso il sud-est e asitico e l’area del Pacifico.
Un esempio tangibile dell’adozione di questo slogan fu la costruzione nel 1940 di una torre dedicata – poi ribattezzata “la torre della pace” – presso la città di Miyazaki, luogo legato al mito della discesa di Niniji no Mikoto (il nonno di Jinmu). La torre, alta 37 metri e dedicata a Jinmu e allo spirito di hakkō ichiu, fu costruita utilizzando pietre provenienti da tutti i territori occupati dai giapponesi, simboleggiano l’unificazione del mondo sotto il Giappone.
Fonte: Wikipedia. Cerimonia di inaugurazion della torre presso Miyazaki
La realtà brutale dietro lo slogan
Dietro la retorica di “unire il mondo sotto un unico tetto” per portare pace e prosperità, la realtà pratica di hakkō ichiu durante la Seconda Guerra Mondiale fu devastante per milioni di persone nei territori occupati. In primo luogo, funzionò come copertura ideologica per l’aggressione militare: l’invasione della Manciuria prima e delle altre zone del Pacifico in seguito, venivano presentate all’opinione pubblica giapponese e internazionale come passi necessari per realizzare questa ipotetica grande unificazione e liberare i popoli asiatici dal giogo occidentale. Il Giappone si auto proclamava “liberatore” dal colonialismo europeo e statunitense, imponendo però a sua volta un dominio altrettanto, se non più, spietato e predatorio.
Il progetto della “Sfera di Co-prosperità della Grande Asia Orientale”, che sulla carta prometteva collaborazione economica e politica tra le nazioni asiatiche indipendente sotto la guida illuminata del Giappone, si tradusse ovunque in una realtà ben diversa, caratterizzata da: un’occupazione militare brutale, sfruttamento sistematico delle risorse, imposizione culturale e linguistica, repressione di ogni forma di dissenso o resistenza senza dimenticare gli atroci crimini di guerra.
Fonte: Wikipedia
Parallelamente, una propaganda martellante faceva risuonare lo slogan hakkō ichiu in tutto il Giappone – nelle scuole (dove era entrato a far parte dell’educazione morale), sui giornali, alla radio, nei film, nei discorsi pubblici e sui manifesti affissi nelle città. L’obiettivo era chiaramente infiammare il nazionalismo, innalzare lo spirito di sacrificio, convincere il popolo giapponese della correttezza divina della propria causa spingendolo a sopportare privazioni e sacrifici immani in nome dell’Imperatore e della presunta “missione” nazionale di unificare il mondo. Questa propaganda funzionò efficacemente, almeno sul fronte interno per gran parte delle durata del conflitto, perché faceva proprio leva su sentimenti profondi e radicati come l’orgoglio nazionale, una venerazione quasi religiosa della figura dell’Imperatore considerato divino (riprendendo il termine “arahito-gami” , 現人神, usato nel Nihon-shoki), il senso di un destino unico e superiore per il Giappone, e la convinzione, alimentata ad arte, di agire per un bene superiore universale, mascherando in questo modo le più terrene e brutali motivazioni di potere, controllo e espansione territoriale. La percezione al di fuori del Giappone, specialmente nei territori occupati e tra le potenze alleate, era invece nettamente diversa: lo slogan hakkō ichiu era visto come il velo ideologico che copriva la brama imperialista giapponese.
Fonte: Wikipedia. Moneta da 10 sen con impressa la torre di hakkō ichiu
Un’eredità scomoda
Con la resa incondizionata del Giappone nell’agosto del 1945, le forze di occupazione guidate dal Generale MacArthur, identificarono subito lo slogan hakkō ichiu come una dei pilastri ideologici chiave che avevano sostenuto e alimentato il militarismo e l’ultranazionalismo. Di conseguenza, attraverso direttive specifiche volte a smantellare lo shintoismo di stato, promuovere la libertà di pensiero e religione eliminando l’ideologia militarista dall’educazione e dalla vita pubblica, l’uso di hakkō ichiu e di altri slogan fu fortemente scoraggiato e di fatto eliminato dalla sfera pubblica. Non fu tecnicamente bandito con una legge specifica, ma la sua intrinseca tossicità divenne tale che cadde in disuso rapidamente.
Oggi rimane uno slogan principalmente legato al contesto storico del periodo bellico. Un chiaro esempio di come un’ideologia nazionalista ed espansionista possa essere costruita, manipolata attraverso la propaganda e utilizzata per giustificare qualsiasi voglia aggressione. Ogni sua evocazione, al di fuori di un contesto puramente storico, è rara e controversa, vista la pesante eredità che porta con sé. La stessa torre costruita a Miyazaki ha visto rimosse le iscrizioni originali facenti diretto riferimento allo slogan, nel tentativo di dissociare il monumento dal passato militarista.
L’evoluzione di hakkō ichiu rimane secondo me un monito potente, rilevante non solo per il Giappone ma per il mondo intero. Dimostra come un concetto dalle radici antiche, possa essere distorto e trasformato in un’arma ideologica a giustificazione dell’imperialismo più feroce e delle indicibili sofferenze inflitte a milioni di persone. Comprendere il viaggio di hakkō ichiu – da mito fondatore legato all’idea di un ordine cosmico a slogan di guerra usato per mascherare la brutalità della conquista – non solo ci aiuta a capire meglio le tragiche e complesse dinamiche del Giappone del periodo bellico, ma ci ricorda anche una necessità universale di rimanere vigili a qualsiasi ideologia che promette unità e liberazione attraverso la dominazione.
La seduzione di molti slogan può essere potente, ma la storia ci insegna a esaminare sempre le implicazioni reali e le possibili conseguenze umane.
Prendendo spunto da un recente articolo pubblicato su un quotidiano on-line giapponese riguardo l’apertura della stagione escursionistica sul monte Nantai a Nikkō, mi è sembrato interessante approfondire un aspetto centrale di questo evento per chi non lo conoscesse: il rito shintoista noto come kaizan-sai (開山祭).
Il kaizan-sai, traducibile letteralmente come “festa dell’apertura della montagna”, è una cerimonia tradizionale shintoista che segna l’inizio ufficiale della stagione in cui è consentito o considerato sicuro scalare e compiere escursioni in una determinata montagna in Giappone. Non è solo una data pratica fissata sul calendario per gli escursionisti, ma un rito profondamente radicato nella cultura e nella spiritualità giapponese.
Le origini di questo rituale affondano le radici nell’antico culto della montagna, che considera le catene montuose come le dimore dei kami, vere e proprie porte verso il mondo spirituale. Questa credenza si è intrecciata nel corso del tempo con elementi appartenenti al buddismo esoterico, dando vita a pratiche ascetiche come lo shugendō. Aprire una montagna al passaggio delle persone non rappresentava un atto banale, ma richiedeva l’esecuzione di precisi riti di purificazione dei sentieri. Era un modo per chiedere il permesso al kami di una determinata montagna implorando la sua protezione per coloro che si sarebbero dovuti avventurare lungo i suoi pendii. In passato questi riti miravano a garantire la sicurezza di coloro che si spostavano, per necessità, da una regione ad un’altra del paese.
Oggi il kaizan-sai mantiene la sua importanza come un’importante tradizione culturale e un appuntamento annuale per gli amanti della montagna. Le cerimonie, tenute presso i santuari alla base o suoi fianchi della montagna, vedono la partecipazione di sacerdoti shintoisti, autorità locali, associazioni di alpinismo e gente comune che offrono preghiere per propiziare la sicurezza di tutti gli escursionisti durante la stagione alla porte.
L’articolo pubblicato sul quotidiano on-line descriveva proprio una di questa cerimonie celebrata presso il monte Nantai, dove i sacerdoti del Nikkō Futarasan Jinja Chūgūshi (日光二荒山神社中宮祠) hanno simbolicamente rimosso il fermo del cancello d’ingresso al sentiero, dando il via alla stagione delle escursioni dopo la chiusura dovuta alla stagione invernale. Viene sottolineata l’importanza di essere adeguatamente equipaggiati, specialmente considerando la neve ancora presente in alta quota, dimostrando come la consepevolezza dei rischi naturali si fonda con il rito tradizionale.
Foto: shimonutsuke-shinbun. Rimozione del sigillo della porta di ingresso al sentiero del monte Nantai
Il kaizan-sai rappresenta un affascinante esempio di come antiche credenze, rispetto per la natura e la prevenzione si fondano in una cerimonia che segna un momento atteso da molti, ovvero l’opportunità di riconnettersi con la maestosità delle montagne.
L’articolo riguardante la cerimonia tenutasi a Nikkō potete trovarlo sul sito del Tokyō Shinbun al seguente link:
Il 25 aprile si è svolta a Hiji, nella prefettura di Ōita (Kyūshū), una cerimonia commemorativa presso il santuario Kaiten (Kaiten jinja, 回天神社), in memoria dei caduti nelle operazioni “kaiten“, i siluri umani utilizzati dalla Marina Imperiale Giapponese durante le fasi finali della Seconda Guerra Mondiale.
I partecipanti erano circa una sessantina, tra cui autorità locali e familiari che hanno osservato un minuto di silenzio in onore dei caduti. La cerimonia assume un significato particolare poiché cade nell’anno che segna l’80° anniversario della fine del conflitto nel Pacifico.
Fonte: kaiten jinja web-site
Sviluppati nelle fasi finali della guerra del pacifico, quando la sconfitta del Giappone appariva ormai inevitabile, i kaiten (回転), conosciuti anche come ningen-gyorai (人間魚雷, siluro umano), erano un’arma d’attacco speciale: siluri modificati per essere guidati da un pilota destinato a schiantarsi contro le navi nemiche, sacrificando la propria vita in missioni suicide, proprio come facevano i piloti tokkōtai a bordo dei loro aerei.
Nella cittadina di Hiji si trovava la base di Ōga, una delle quattro basi dedicate all’addestramento e alle operazioni dei kaiten. Sul sito di questa ex base sorge oggi il santuario kaiten, che custodisce la memoria dei 1.073 militari morti in operazioni o durante addestramenti legati ai kaiten in tutto il paese.
La data del 25 aprile è stata scelta perché ricorda il giorno del 1945 in cui fu costituita l’unità kaiten proprio nella base di Ōga. Uno dei partecipanti, il cui padre (morto di recente) fu addestrato come pilota di kaiten ma sopravvisse alla guerra, lo ricorda come una “una persona che parlava poco della sua esperienza durante la guerra” e riporta un racconto terribile, legato all’addestramento con i kaiten a cui fu sottoposto il padre. “Durante un’esercitazione si incagliò su una spiaggia sabbiosa, rimanendo bloccato all’interno del siluro per diversi giorni.” L’uomo poi conclude: “Fortunatamente, la guerra finì prima che partisse per una missione. Credo che ogni anno fosse profondamente grato di essere sopravvissuto e ricordasse con rispetto i 1.073 caduti che oggi ricordiamo presso questo santuario.”
Nonostante la sua importanza storica, moltissimi giapponesi, compresi anche gli abitanti della zona, conoscono poco la storia della base di Ōga e dei suoi addestramenti. Per mantenere viva la memoria di questo complesso capitolo della storia giapponese, in un parco è stato installato un modello in scala reale del siluro kaiten, assieme a fotografie e reperti storici.
Fonte: kaiten jinja
La cerimonia presso il santuario kaiten e l’esistenza del parco commemorativo a Hiji sono fondamentali per contrastare l’oblio che minaccia queste pagine dolorose di storia, specialmente considerando la limitata conoscenza attuale persino tra i residenti locali. Ricordare il sacrificio estremo dei 1.073 giovani piloti dei kaiten non è solo un dovere verso la loro memoria individuale e collettiva, ma anche un potente invito a riflettere profondamente sulle tragiche conseguenze dei conflitti e sulla disperazione che può generare la guerra. Il suono del silenzio osservato durante la commemorazione e la muta testimonianza del siluro esposto nel parco riecheggiano come un monito perenne, riaffermando con forza l’inestimabile valore della pace, un bene da coltivare e difendere strenuamente, oggi più che mai.
Le analisi e le connessioni presentate in questo articolo riguardo al termine “Kamusari” in One Piece e il suo potenziale legame con la mitologia giapponese, in particolare con il Kojiki e le figure di Izanami e Izanagi, rappresentano interpretazioni e riflessioni personali dell’autore.
Sebbene il termine “Kamusari” (神避り) esista effettivamente nel contesto mitologico descritto, non vi è alcuna dichiarazione ufficiale da parte dell’autore di One Piece, Eiichiro Oda, o dei suoi editori, che confermi che tale riferimento mitologico sia stato la fonte d’ispirazione diretta ed esplicita per l’introduzione del termine e del relativo potere nel manga.
Questo articolo ha lo scopo di esplorare interessanti parallelismi culturali e possibili fonti di ispirazione, ma le conclusioni tratte rimangono nel campo della speculazione e dell’analisi personale, non di fatti confermati dall’autore originale.
Sei un fan di One Piece? Allora avrai sicuramente sentito parlare di kamusari (神避り), una tecnica devastante associata a figure leggendarie, il cui potere sembra trascendere persino l’ haōshoku haki (覇王色の覇気). Ma ti sei mai chiesto quale sia l’origine di questo nome così potente ed evocativo? La risposta affonda le radici nell’antica mitologia giapponese.
Le origini: il kojiki
Per comprendere appieno il significato del termine kamusari, dobbiamo viaggiare indietro nel tempo fino alle pagine del Kojiki (古事記), il più antico testo esistente sulla mitologia e sulla storia arcaica del Giappone. È proprio in questa raccolta di miti che incontriamo il termine kamusari, legato a due figure centrali del pantheon shintoista: le divinità creatrici Izanami e Izanagi.
Izanami, Izanagi e la “dipartita divina”
Secondo il mito narrato nel Kojiki, Izanami e Izanagi ricevettero il compito divino di creare le isole del Giappone e generare le altre divinità (i kami). Tragicamente, durante la nascita del dio del fuoco, Kagutsuchi, Izanami subì ustioni mortali. La sua morte la portò nel Yomi, il cupo regno dei morti della mitologia giapponese. È in questo contesto che il Kojikiutilizza il termine Kamusari (神避り), traducibile letteralmente come “dipartita divina” o “morte divina”, per descrivere la scomparsa di Izanami.
Cosa significa realmente kamusari?
Il il significato di Kamusariè complesso ed esistono diverse interpretazioni. Si tratta di una semplice morte, come la concepiamo comunemente? O rappresenta qualcosa di più profondo? Gli studiosi del Kojiki e della mitologia giapponese hanno offerto diverse interpretazioni:
Separazione fefinitiva: alcuni interpretano il termine kamusari un allontanamento irrevocabile dal mondo dei vivi, un passaggio consapevole verso il regno dei morti.
Trasformazione divina: altri invece interpretano kamusarinon come una fine, ma come un cambiamento di stato, un’evoluzione dell’essere che passa da un piano esistenziale all’altro, pur mantenendo la sua essenza divina.
Oltre l’haki del re conquistatore
Tornando a One Piece, è evidente come Eiichiro Oda, l’autore, abbia attinto a piene mani da questa antica fonte mitologica per creare un potere dal nome così significativo. Nel manga,kamusariè una tecnica che sembra amplificare l’haōshoku haki a livelli divini, sprigionando un’energia primordiale devastante. Questo richiama fortemente l’idea di un potere che trascende il normale, attingendo a una forza quasi divina, proprio come suggerisce l’origine mitologica del termine.
Un ponte tra il mito e la cultura pop moderna
L’uso del termine kamusari in One Piece è un esempio perfetto di come le antiche leggende e la mitologia giapponese continuino a vivere e a influenzare la cultura popolare contemporanea, arricchendo opere come il manga di Oda con strati di significato più profondi.
Che tu sia un appassionato diOne Piece, un cultore della mitologia giapponese, o semplicemente curioso di scoprire le connessioni tra questi due mondi, esplorare il significato del termine kamusarie il mito di Izanamie Izanagioffre un viaggio affascinante nel cuore della storia, della spiritualità e dell’immaginario nipponico.
Kamusariè molto più di un semplice attacco potente in One Piece; è un termine carico di storia e significato, che ci collega direttamente ai miti fondativi del Giappone.
Dal mio punto di vista di straniero che vive in Giappone, uno degli aspetti più affascinanti e sottili della cultura di questo paese è la percezione diffusa di una sorta di “presenza” nel mondo naturale e persino negli oggetti. Questa sensibilità, che affonda le radici in quello che potremmo definire animismo, sembra permeare l’ambiente in un modo che contrasta fortemente con le tradizioni monoteistiche o il secolarismo più marcato di molte culture occidentali. Non si tratta di un’adesione dogmatica a credenze antiche, ma piuttosto di un’attitudine, un residuo culturale che continua a manifestarsi in pratiche quotidiane.
Kami, l’immanenza del divino
Fonte: Wikipedia
Lo shintoismo (神道), che non definirei propriamente una religione ma una sorta di via, di condotta indigena del Giappone, è intrinsecamente legato a questa visione del mondo. Come spiegò Motoori Norinaga (本居 宣長), eminente studioso del periodo Edo, il concetto di kami (神) non si limita a divinità antropomorfe, ma si estende a tutto ciò che ispira un senso di meraviglia, timore o rispetto – montagne, fiumi, alberi maestosi, fenomeni naturali, persino rocce dalla forma insolita. La sua analisi del Kojiki (古事記), la più antica cronaca giapponese, rivela una cosmologia dove il divino non è trascendente e separato, ma immanente nel mondo circostante. Questa definizione cosi ampia di kami, come “tutto ciò che possiede una qualità eccellente fuori dall’ordinario o che è fonte di timore reverenziale”, getta le basi per una comprensione animistica della realtà.
Yanagita Kunio e il mondo spirituale
Fonte: Wikipedia
Il padre degli studi folcloristici giapponesi (minzokugaku– 民俗学), Yanagita Kunio(柳田 國男), ha documentato meticolosamente come le comunità rurali vivessero in simbiosi spirituale con il loro ambiente. Nei suoi scritti, come quelli raccolti in Tōno Monogatari – (遠野物語), emerge un mondo popolato da spiriti della montagna, spiriti dell’acqua, e una miriade di yōkai, tutti esseri soprannaturali legati a luoghi specifici. Yanagita ha sottolineato come la venerazione degli antenati e degli spiriti locali fosse fondamentale per l’identità e il benessere della comunità. Non si trattava solo di credenze astratte, ma di pratiche che regolavano il rapporto con la terra, le foreste e i corsi d’acqua, viste non come risorse inerti ma come entità viventi.
I Marebito
Fonte: Wikipedia
Un altro gigante del minzokugaku, Origuchi Shinobu (折口 信夫), discepolo di Yanagita, ha introdotto il concetto di marebito(稀人), divinità che si crede giungono periodicamente dal tokoyo(常世), un aldilà mitico, portando benedizioni o rinnovamento. Questa idea, esplorata nei suoi studi sulla letteratura e sui rituali antichi, suggerisce una continua interazione tra il mondo umano e quello spirituale, spesso mediata da elementi naturali o luoghi sacri che fungono da ponte. Il concetto di marebito stesso veicola l’idea che forze spirituali esterne, spesso legate alla natura o agli antenati, influenzino attivamente la vita umana.
Una sensibilità che permane: L’animismo nel Giappone contemporaneo
Oggi, nel Giappone urbanizzato del 2025, si potrebbe pensare che questa visione animistica sia scomparsa. Pochi, forse, affermerebbero apertamente di credere che un albero o una roccia abbiano un’anima senziente nel senso letterale del termine. Eppure, osservando da vicino, si scopre che questa sensibilità non è svanita, ma si è trasformata, rimanendo latente in numerose pratiche e atteggiamenti. È diventata parte del “codice culturale” giapponese, spesso un modo quasi inconscio di interagire con il mondo.
Rituali e pratiche che Riflettono l’antica sensibilità
Questa persistenza si manifesta in diversi riti ancora oggi praticati:
Jichinsai (地鎮祭)
La cerimonia di purificazione del terreno prima di iniziare una costruzione. Si invoca il kamilocale della terra per chiedere il permesso di costruire e garantire la sicurezza del progetto. È un chiaro residuo della credenza negli spiriti legati a luoghi specifici.
Fonte: wikipedia
Kamidana (神棚)
Il piccolo altare shintō presente in molte case e negozi, dedicato ai kamiprotettori della famiglia o dell’attività. Mantenere un kamidana implica un riconoscimento continuo della presenza e dell’influenza dei kami nella vita quotidiana.
Foto dell’autore
Omamori (お守り)
Gli amuleti protettivi acquistati presso templi e santuari per scopi specifici (sicurezza stradale, successo negli esami, salute). L’efficacia percepita dell’amuleto deriva dal potere spirituale del luogo sacro (e quindi del kami) infuso nell’oggetto.
Piccole offerte spontanee
È comune vedere monete, bevande o piccoli oggetti lasciati presso alberi secolari contrassegnati da una corda sacra detta shimenawa– (注連縄), rocce particolari, o piccoli santuari ai bordi delle strade, gli hokora – (祠). Questi gesti spontanei indicano un rispetto istintivo per la potenziale sacralità del luogo o dell’oggetto naturale.
Foto dell’autore
Cerimonie di “ringraziamento” per oggetti
Esistono cerimonie come l’hari-kuyō (針供養) per gli aghi da cucito rotti o il ningyō-kuyō (人形供養) per le bambole che non si usano più. Sebbene spesso influenzate dal Buddismo, queste pratiche nascondono una sensibilità animistica sottostante: l’idea che anche oggetti inanimati, attraverso l’uso, nel caso degli aghi, o l’affezione nel caso delle bambole, acquisiscano una sorta di “spirito” e meritino rispetto alla fine del loro “servizio”.
Rituali di purificazione (Oharai – お祓い)
L’uso del sale per purificare spazi o persone, o l’impiego di bacchette rituali (ōnusa – 大幣) nei santuari, mirano a rimuovere impurità spirituali conosciute come kegare– (穢れ), presupponendo l’esistenza di forze invisibili positive e negative.
Fonte: Wikipedia – ōnusa
Un legame silenzioso
In conclusione, la mia percezione da straniero è che l’animismo in Giappone non sia un capitolo chiuso della sua storia religiosa. Sebbene la sua manifestazione esplicita si sia attenuata con la modernizzazione, esso sopravvive in forma latente, intrecciato nel tessuto delle pratiche culturali, dei rituali e di un’innata attitudine di rispetto verso il mondo naturale e persino materiale. È questa persistenza silenziosa, spesso involontaria, più sentita che apertamente dichiarata, a contribuire in modo significativo a quell’atmosfera unica che molti stranieri percepiscono in Giappone, un ricordo costante della profonda connessione tra l’umano, il naturale e lo spirituale.
Situazione attuale, piani futuri e il ruolo cruciale delle rinnovabili
Introduzione: il contesto post-Fukushima
Contrariamente a una percezione talvolta diffusa all’estero, il fabbisogno elettrico del Giappone non è, allo stato attuale, sostenuto in maniera predominante dall’energia nucleare. L’incidente alla centrale di Fukushima Daiichi, conseguenza del terribile terremoto che ha colpito il Tōhoku nel marzo 2011, ha rappresentato uno spartiacque fondamentale. A seguito di quell’evento, tutte le centrali nucleari del paese sono state progressivamente fermate per verifiche di sicurezza e per l’implementazione di standard molto più stringenti.
Questi nuovi requisiti sono stati definiti e sono supervisionati dalla Nuclear Regulation Authority (NRA – 原子力規制委員会, Genshiryoku Kisei Iinkai), l’autorità di regolamentazione nucleare indipendente istituita nel 2012 proprio per rafforzare la vigilanza sulla sicurezza. Da allora, la riattivazione dei reattori è un processo lento, complesso e soggetto a rigorose valutazioni tecniche e, spesso, al consenso delle comunità locali.
Situazione Attuale
Secondo i dati più recenti disponibili dall’Agenzia per le Risorse Naturali e l’Energia (ANRE – 資源エネルギー庁), che fa capo al Ministero dell’Economia, del Commercio e dell’Industria (METI – 経済産業省), la quota di energia elettrica prodotta da fonte nucleare nel mix energetico giapponese si è attestata intorno al 7-9% negli ultimi anni fiscali (ad esempio, circa il 7.9% nell’anno fiscale 2022). Questo dato sottolinea come, attualmente, il Giappone dipenda in larga misura da altre fonti, principalmente combustibili fossili importati (gas naturale liquefatto, carbone, petrolio) e, in misura crescente, dalle rinnovabili.
Ad oggi (Aprile 2025), solo un numero limitato di reattori ha ottenuto l’approvazione definitiva dalla NRA per riprendere l’operatività commerciale e sono effettivamente in funzione. Il numero esatto fluttua a causa di arresti per manutenzione programmata o ispezioni, ma si aggira tipicamente attorno ai 10-12 reattori attivi. Questo a fronte di circa 33 reattori considerati tecnicamente operabili nel paese (escludendo i sei reattori di Fukushima Daiichi, quelli di Fukushima Daini e altri impianti già destinati allo smantellamento).
È possibile monitorare lo stato operativo aggiornato di ciascun reattore sul sito della NRA (di seguito il link alla pagina in lingua inglese)
Ogni processo di riavvio richiede il superamento di controlli di sicurezza estremamente severi introdotti dopo Fukushima, che includono misure rafforzate contro terremoti, tsunami, attacchi terroristici e guasti multipli (come la perdita totale di alimentazione elettrica). Inoltre, ottenere il consenso formale o informale delle prefetture e dei comuni ospitanti è spesso un passaggio politicamente cruciale e talvolta complesso.
Le principali compagnie elettriche, come Kansai Electric Power (KEPCO), Kyūshū Electric Power, Shikoku Electric Power e, potenzialmente in futuro, Tōkyō Electric Power Company (TEPCO) per i suoi impianti di Kashiwazaki-Kariwa (attualmente non ancora riavviati), forniscono aggiornamenti sullo stato dei loro impianti nucleari.
Fonte: Sesto piano strategico per l’energia” – 第6次エネルギー基本計画 –
L’immagine precendente illustra la posizione e la situazione operativa delle centrali nucleari in Giappone aggiornata al 15 novembre 2024. Ogni centrale è indicata con il suo nome, seguito dal numero dei reattori presenti in quella centrale, colorati in base al loro stato operativo.
La legenda in basso a sinistra spiega il significato dei colori, da sinistra:
Grigio chiaro: il riavvio del reattore non è stato richiesto
Azzurro: il reattore è in fase di revisione
Verde: il reattore ha ottenuto il permesso per il riavvio
Giallo: il reattore è attualmente in funzione
Grigio: il reattore è dismesso
Piani governativi e prospettive future: il sesto piano strategico per l’energia
Il quadro di riferimento attuale per la politica energetica giapponese è il “Sesto Piano Strategico per l’Energia” (第6次エネルギー基本計画), approvato dal governo nell’ottobre 2021. Le discussioni per il Settimo Piano sono in corso (2024-2025), ma gli obiettivi del sesto piano rimangono quelli ufficiali. Questo piano delinea una visione strategica fino al 2030 (e oltre) con i seguenti obiettivi principali:
Sicurezze energetica: ridurre drasticamente la forte dipendenza dalle importazioni di combustibili fossili (che coprono ancora circa l’85% del fabbisogno di energia primaria del Giappone), mitigando i rischi geopolitici e di volatilità dei prezzi.
Lotta al cambiamento climatico: raggiungere gli obiettivi di riduzione delle emissioni di gas serra (-46% entro il 2030 rispetto ai livelli del 2013) e conseguire la neutralità carbonica entro il 2050.
Efficienza economica: garantire un approvvigionamento energetico stabile e a costi competitivi per sostenere l’economia giapponese.
In questo contesto, il Sesto Piano Strategico mira a portare la quota di energia nucleare nel mix di generazione elettrica al 20-22% entro l’anno fiscale 2030. Questo obiettivo ambizioso si basa principalmente sulla riattivazione sicura e tempestiva del maggior numero possibile di reattori esistentiche otterranno l’approvazione della NRA e il consenso locale.
Non prevede la costruzione massiccia di nuovi impianti convenzionali nel breve termine, sebbene il governo sostenga la ricerca e lo sviluppo di tecnologie nucleari avanzate, come i piccoli reattori modulari (SMR) e i reattori veloci, considerandoli opzioni per il futuro a lungo termine. Il governo ribadisce costantemente che la sicurezza è la “precondizione non negoziabile” per qualsiasi operazione nucleare.
Parte della popolazione giapponese è ancora profondamente segnata dall’incidente di Fukushima e continua ad essere divisa riguardo al ruolo dell’energia nucleare. Numerosi sondaggi condotti da media e istituti di ricerca mostrano costantemente che:
Una parte significativa della popolazione nutre forti preoccupazioni sulla sicurezza degli impianti nucleari e preferirebbe una riduzione progressiva o l’abbandono completo del nucleare.
Un’altra porzione dell’opinione pubblica, spesso influenzata da considerazioni economiche e di sicurezza energetica, riconosce l’utilità del nucleare per garantire stabilità all’approvvigionamento elettrico (specialmente alla luce delle crisi energetiche globali) e per contribuire al raggiungimento degli obiettivi climatici, data la sua natura a basse emissioni di carbonio.
Il supporto per la riattivazione dei singoli reattori è spesso condizionato alla dimostrazione di standard di sicurezza elevatissimi, alla massima trasparenza informativa da parte degli operatori e delle autorità, e a piani credibili per la gestione delle scorie radioattive. L’opposizione delle comunità che sorgono nei pressi dei reattori rimane comunque un fattore determinante.
Il ruolo crescente delle energie rinnovabili
Parallelamente alla complessa gestione del nucleare, il Giappone sta compiendo sforzi significativi e investimenti massicci nello sviluppo delle energie rinnovabili. Politiche di incentivazione rivolte a queste energie, hanno stimolato una crescita notevole, in particolare del fotovoltaico, dove il Giappone è uno dei leader mondiali per capacità installata.
Il sesto piano strategico per l’energia è molto ambizioso anche su questo fronte: punta a portare la quota complessiva delle energie rinnovabili (solare, eolico – onshore e offshore, idroelettrico, geotermico, biomasse) al 36-38% del mix di generazione elettrica entro il 2030. Già oggi, le rinnovabili contribuiscono per oltre il 20% alla produzione elettrica nazionale.
L’espansione delle rinnovabili è considerata un pilastro irrinunciabile della strategia energetica giapponese per la decarbonizzazione. Tuttavia, affronta anche sfide significative, tra cui:
Integrazione nella rete elettrica: gestire l’intermittenza di solare ed eolico richiede investimenti in reti intelligenti, sistemi di accumulo (batterie) e flessibilità del sistema.
Disponibilità di terreni: Il giappone è un paese densamente popolato e montuoso, il che limita lo spazio per grandi impianti solari ed eolici onshore. Ciò spiega il forte interesse per lo sviluppo dell’eolico offshore.
Costi: sebbene i costi delle rinnovabili stiano diminuendo, l’integrazione e gli investimenti infrastrutturali necessari comportano spese significative.
Conclusione
La situazione energetica del Giappone è in una fase di profonda trasformazione e si presenta complessa e sfaccettata. L’energia nucleare, che attualmente fornisce una frazione minoritaria dell’elettricità, è vista dal governo come una componente necessaria per raggiungere gli obiettivi futuri, principalmente attraverso la riattivazione di impianti esistenti secondo rigorosi standard di sicurezza post-Fukushima. Questa politica mira a rafforzare la sicurezza energetica e a contribuire alla decarbonizzazione, ma si scontra con le persistenti preoccupazioni di una parte significativa dell’opinione pubblica e con le difficoltà operative e politiche dei riavvii.
Allo stesso tempo, il Giappone sta investendo in modo deciso nelle energie rinnovabili, con l’obiettivo di farle diventare la principale fonte di energia pulita. Il futuro energetico del paese sarà quindi caratterizzato da un mix diversificato, dove il successo nel raggiungere gli ambiziosi obiettivi di sicurezza, sostenibilità e competitività economica dipenderà dalla capacità di bilanciare il ruolo del nucleare, massimizzare il potenziale delle rinnovabili e migliorare l’efficienza energetica, riducendo al contempo la dipendenza dai combustibili fossili importati.
Ogni mattina, alle cinque, quando l’aria è ancora fresca e il mondo è ancora sospeso tra il sonno e la veglia, la mia corsa mi porta tra le risaie. E lì, quasi ogni giorno in questa stagione primaverile, si manifesta uno spettacolo silenzioso: una striscia densa di nebbia, un fiume bianco e ovattato che galleggia compatto sopra le risaie, come un segreto custodito appena sopra il livello della terra ancora a riposo.
Non è una foschia diffusa, ma una presenza definita, quasi solida nella sua evanescenza. È come se la terra stessa esalasse un respiro visibile nel fresco dell’alba. Questo velo basso non nasconde il paesaggio, ma crea una divisione netta: sotto, il mondo concreto della terra, sopra, questo strato impalpabile che sembra appartenere a un’altra dimensione.
Vedere questa scena ogni mattina è diventato quasi un rito, un incontro con qualcosa profondamente radicato nello spirito giapponese. La nebbia (霧, kiri) e la foschia primaverile (霞, kasumi) non sono semplici fenomeni meteorologici in Giappone; ma sono considerate come manifestazioni con propri significati estetici e spirituali.
Nella cultura giapponese, la nebbia e la foschia sono spesso associate all’impermanenza delle cose, alla bellezza fugace e malinconica descritta dal concetto di mono no aware. È un elemento che sfuma i contorni, che nasconde e rivela allo stesso tempo, invitando alla contemplazione di ciò che non è immediatamente visibile. Rappresenta l’ambiguità, il mistero, lo spazio tra il reale e l’immaginario.
Pensando alla storia e agli aneddoti, la nebbia ha spesso giocato ruoli cruciali, sia reali che simbolici. Nelle antiche cronache e leggende, montagne avvolte nella nebbia sono spesso considerate dimore dei kami, luoghi sacri dove il mondo umano e quello divino si toccano. La nebbia può essere un passaggio, un portale verso l’ignoto o il soprannaturale. Non sorprende che nell’arte tradizionale, come nel sumi-e (pittura a inchiostro), la nebbia sia resa magistralmente con spazi vuoti e sfumature delicate, suggerendo profondità e atmosfera, lasciando all’osservatore il compito di riempire quegli spazi con la propria immaginazione. Questo richiama il concetto estetico di yūgen, una bellezza profonda e misteriosa, suggerita più che mostrata.
La foschia primaverile, kasumi, è un kigo (parola stagionale) classico nella poesia haiku e waka, evocando la dolcezza e la transitorietà della primavera, un velo leggero che ammorbidisce il paesaggio e i sentimenti.
Storicamente, la nebbia ha avuto anche implicazioni pratiche e talvolta decisive. Si narra di battaglie in cui la nebbia ha nascosto eserciti, creato confusione o permesso ritirate strategiche, diventando quasi un attore invisibile sul campo.
Quella striscia di nebbia che vedo non è solo vapore acqueo condensato a causa della differenza di temperatura tra la terra umida delle risaie e l’aria più fredda sovrastante. È un confine impalpabile tra notte e giorno, tra il visibile e l’invisibile. È il respiro della terra che si prepara a un nuovo ciclo vitale, avvolto in un mistero che la cultura giapponese ha sempre saputo osservare, rispettare e trasformare in arte e poesia. Correre lì, in quel momento, è come attraversare brevemente un dipinto vivente, un haiku visivo che racchiude l’essenza fugace e profonda della natura e dello spirito giapponese. È un promemoria silenzioso che le cose più belle sono spesso quelle sospese tra la chiarezza e l’oscurità, proprio come quella nebbia sospesa sulle risaie all’alba.