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  • Come si contano i kami in giapponese?

    Come si contano i kami in giapponese?

    “Un kami, è qualsiasi cosa o fenomeno al di fuori dell’ordinario, che possiede un potere superiore o che incute timore”.

    Motoori Norinaga – 本居 宣長 (1730-1801), Kojiki-den (古事記伝, commentario sul Kojiki)

    Fonte: bushō-japan

    Parlando di kami si sente spesso usare l’espressione yaoyorozu no kami (八百万の神, lett. otto milioni di divinità). Questo termine è legato alla tradizione shintoista giapponese e sebbene letteralmente significhi “otto milioni di divinità”, non sta ad indicare una cifra esatta ma viene semplicemente utilizzato per esprimere l’idea dell’esistenza di “innumerevoli” divinità, siano queste di indole mite o malvagia e tutte dotate di una propria personalità. I giapponesi credono che esista un numero infinito di kami, alcuni in grado di controllare i fenomeni atmosferici e altri più strettamente legati alla vita delle persone.

    Ma come si contano in kami in giapponese.

    Nella lingua giapponese non esiste una distinzione tra maschile e femminile come non esiste nemmeno tra singolare e plurale. In italiano per indicare la quantità desiderata ci si limita ad usare il numerale corrispondente. In giapponese invece si ricorre ai josūshi (助数詞) conosciuti come classificatori o contatori. Sono delle particelle che, associate ad un sostantivo, ne indicano il numero, cioè “quante” cose ci sono e, a seconda della natura del sostantivo che lo precede, il parlante dovrà scegliere quello adatto. La scelta del classificatore corretto é legata il più delle volte alla caratteristiche fisiche dell’oggetto che desideriamo contare. Per esempio se stiamo parlando di persone useremo il classificatore “人” mentre per contare un elettrodomestico o le macchine useremo il classificatore “台” e così via. I classificatori più comuni vanno imparati a memoria; mentre per padroneggiare l’uso di quelli più particolari ci vorrà più tempo ed esperienze. A seconda dei casi i classificatori possono anche subire delle modifiche fonetiche.

    La lingua giapponese ha un modo specifico anche per contare sia le divinità appartenenti alla tradizione shintoista che quelle appartenenti alla dottrina buddista (che vi racconterò in un altro articolo).

    Per contare i kami della tradizione shintoista si usa il contatore hashira (柱) nella sua lettura kun-yomi, la lettura semantica giapponese del kanji.

    Si leggerà quindi:

    Hito-hashira (一柱), un kami

    Futa-hashira (二柱), due kami

    Mi-hashira (三柱), tre kami

    E così via…


    Origini del josūshi hashira.

    La nascita di questo contatore deriva dal concetto shintoista dello shintai (神体, lett. Corpo del kami) che rappresenterebbe la manifestazione materiale di un kami, ovvero l’oggetto in cui quest’ultimo vi alberga. Possono essere oggetto come spade, specchi oppure manifestazioni della natura come le montagne (il monte Fuji è considerato un shintai-zan (神体山, montagna sacra) le cascate e nel nostro caso si tratta di un albero.

    Fin dall’antichità, i giapponesi hanno sentito la presenza dei kami nella natura. In Giappone, la natura ha da sempre portato abbondanti benedizioni al popolo, che ne era grato e percepiva queste benedizioni come opera dei kami. In origine, il santuario o la divinità principale di un santuario shintoista era la natura stessa. Per il Giappone, paese circondato su tutti i lati dal mare e frastagliato da numerose catene montuose, le foreste sono sempre state percepite come il luogo in cui dimoravano le divinità.

    Ancora oggi, la maggior parte dei santuari ha nelle sue immediate vicinanze le cosiddette chinju mori (鎮守森) o foreste sacre, verdi e profonde, che vengono gestite e protette con cura. Gli alberi hanno una propria vita e una propria anima e lo shintoismo ha una cultura religiosa che valorizza gli alberi. Quindi gli alberi, come le pietre e le montagne, sono stati a lungo oggetto di profonda devozione in Giappone. In origine non esistevano santuari o templi, ma un albero, una foresta, un grande masso o una montagna erano il fulcro del culto. Ancora oggi capita spesso di vedere in Giappone alberi, rocce ed altri oggetti circondati da una shimenawa (注連縄, letteralmente “corda di chiusura”), una corda di paglia o canapa intrecciate utilizzate per riti di purificazione shintoisti o usate per delimitare lo spazio appartenente a quello che in giapponese sono conosciuti come yorishiro (依り代, 依代) che per l’animismo giapponese sono degli oggetti che possiedono la capacità di attirare i kami fornendo loro uno spazio fisico da occupare durante i vari matsuri che si svolgono in tutto il paese.

    Come detto in precedenza quando un kami dimora in un oggetto questo viene definito uno shintai. Le shimenawa decorate con gli shide (紙垂, 四手) spesso circondano uno yorishiro per manifestare la sua sacralità. Gli shide sono festoni di carta a forma di zig zag che si possono trovare anche come ornamenti sulle porte dei santuari o sui kamidana all’interno delle case giapponesi. Anche una persona può svolgere lo stesso ruolo di uno yorishiro, e in tal caso sono chiamate yorimashi (憑坐, letteralmente “persona posseduta”) o kamigakari (神懸りletteralmente “possessione del kami”).

    Nel Giappone antico si credeva che esistesse una sorta di forza misteriosa della natura detta ke (気) che riempiva lo spazio e gli oggetti, che normalmente in giapponese vengono indicati con il termine generico mono (物). Questa forza misteriosa dava vita al mononoke (物の気) che scorreva all’interno anche di alberi e pietre. Alcune tipologie di alberi, come ad esempio il sakaki (榊), sono considerati sacri per questo motivo. Quando uno di questi alberi veniva abbattuto e trasformato in legno utilizzato per la costruzione di un santuario, si credeva che la sacralità dell’albero venisse trasferita all’edificio stesso. La forza spirituale dell’albero rimaneva sotto forma di pilastro attorno al quale veniva costruito il santuario.

    Il daikoku-bashira (大黒柱, pilastro centrale) di un santuario o di una semplice casa era spesso ricavato da uno di questi grandi alberi. Da qui è quindi nata la credenza che i kami risiedessero nei pilastri e l’uso di hashira (柱) come contatore. Non c’è da stupirsi che, a causa di questa cultura che valorizza ciò che la circonda, la gente credesse che la divinità risiedesse nel pilastro principale, ricavato da un albero molto grande, e considerasse la divinità stessa come un pilastro. Nel Giappone antico, la preparazione di un pilastro era una cosa molto importante. Tradizionalmente, l’abbattimento del legname era una cerimonia estremamente importante e solenne, eseguita di notte. La preparazione e il posizionamento del legname erano un rito sacro e potevano essere eseguiti solo dai sacerdoti shintoisti.

    La data di posizionamento del pilastro centrale era determinata da un decreto imperiale e coincideva con le cerimonie di apertura del terreno per la costruzione di un santuario. Dall’inizio del periodo Edo, il decreto imperiale per questa cerimonia è stato interrotto. Oggi le cerimonie di posa del pilastro e di rottura del terreno si svolgono in giorni diversi. L’erezione di un pilastro sulla terra è visto come un mezzo di collegamento tra il cielo e la terra e funge da richiamo per lo spirito divino che dimora nel cielo. I pilastri si crede conferiscono stabilità alla struttura e alla terra stessa in quanto abitato dai kami.

  • Seijin no hi – 成人の日

    Seijin no hi – 成人の日

    Festa per il raggiungimento della maggiore età.

    Il seijin no hi (成人の日, lett. Giorno della maggiore età) è una festività pubblica giapponese che si svolge ogni anno il secondo lunedì di Gennaio e che celebra i giovani che hanno raggiunto l’età adulta tra il 2 Aprile dell’anno precedente e il 1°Aprile dell’anno in corso. Se tradizionalmente questa cerimonia era riservata a chi compiva 20 anni (二十歳, hatachi in giapponese), a partire dal 1º Aprile 2022, con l’entrata in vigore della legge che ha spostato il compimento della maggiore età a 18 anni, il seijin no hi, dal 2023, per la prima volta è stato celebrato dai diciottenni. Sebbene l’età adulta sia stata abbassata per legge a 18 anni, ciò non significa che anche le altre leggi siano state modificate di conseguenza. I diciottenni giapponesi non potranno bere, fumare o giocare d’azzardo fino al compimento effettivo dei 20 anni di età. Potranno però godere di alcuni vantaggi, come firmare contratti di affitto e sposarsi senza il permesso di un genitore.

    Saitama, 1946, Seijin-shiki, foto Mainichi-shinbun

    Nonostante si abbiano tracce di cerimonie simili anche nel Giappone antico il seijin-shiki come lo conosciamo oggi è iniziato nel 1946, quando il governo della prefettura di Saitama cercò di risollevare lo spirito dei giovani che avevano perso ogni speranza per il futuro all’indomani della fine della Seconda Guerra Mondiale. Nel 1949, questa ricorrenza ricevette il riconoscimento di festa nazionale da tenersi il 15 Gennaio, noto come seijin no hi. Il motivo per cui inizialmente è stata fissata al 15 Gennaio è che le cerimonie del genpuku, nel Giappone antico, si svolgevano sempre con la luna piena, che nel vecchio calendario lunare giapponese cadeva il 15° giorno del mese. Dagli anni 2000, tuttavia, è stata spostata al secondo lunedì di Gennaio. Questo giorno è conosciuto in Giappone anche come “Happy Monday” perché il governo emanando la legge che istituiva formalmente il seijin no hi, ha aumentato anche il numero di giorni festivi consecutivi collegando questa festività alle celebrazioni per il nuovo anno con l’obbiettivo di stimolare l’industria del turismo e dei trasporti.


    Genpuku e mogi

    Le origini del seijin no hi.

    Le celebrazioni per il raggiungimento della maggiore età sono state parte integrante della cultura giapponese per gran parte della sua storia. Storicamente, ragazzi e ragazze, soprattutto quelli di classe sociale più elevata, festeggiavano la loro maggiore età tra i 12 e i 16 anni. Per i ragazzi, il raggiungimento dell’età adulta era celebrato durante la cerimonia conosciuta come genpuku-shiki (元服式) che prevedeva principalmente il cambio di acconciatura e di abbigliamento per diventare uomini maturi. Per i ragazzi appartenenti ad estrazioni sociali più basse il genpuku-shiki consisteva di solito nel solo cambio di acconciatura fino a quando non erano in grado di permettersi o di adattarsi agli abiti degli adulti.
    Nella foto di sinistra (disegno di mia moglie), è rappresentato il tipico abbigliamento per il genpuku-shiki di periodo Nara. In questo periodo era un rito di passaggio per i ragazzi tra i 12 e i 16 anni di età che abbandonando gli abiti da bambini entravano nel mondo degli adulti, si lasciavano la frangia e raccoglievano i cappelli nel classico mage (髷) e indossavano il kan-muri (冠).

     


    Per quanto riguarda la celebrazione della maggiore età per le ragazze non era molto importante in passato e di solito coincideva con il momento in cui erano pronte per il matrimonio. Come segno della maggiore età, le ragazze ricevevano un tipo di indumento da indossare intorno alla vita chiamato mo (裳) e da qui il nome della cerimonia detta mogi (裳着). Le ragazze cambiavano anche l’acconciatura quando diventavano maggiorenni. I capelli, invece di essere sciolti, venivano raccolti secondo lo stile che si riconosce nei dipinti tradizionali giapponesi.

     

     

     

     

     

     

     


    Che abiti vengono idossati nel giorno del seijin no hi?

    I kimono indossati dalle giovani donne si chiamano furisode (振り袖) e sono normalmente ordinati e confezionati su misura con determinate misure tipicamente di moda dal primo periodo Edo. Questo tipo di kimono, come vedremo in seguito, era indossato in passato solo da donne adulte non sposate. Sono spesso molto costosi tanto che le famiglie risparmiano per anni per poter comprarne uno alla propria figlia. Spesso questo kimono viene passato dalla sorella maggiore a quella minore.

    Foto: studio Garmet

    Il taglio del furisode ha preso ispirazione dal kosode (小袖), il kimono indossato dai bambini che veniva realizzato con delle ampie aperture ai lati che permettevano al calore corporeo di uscire più facilmente. Si ritiene che l’origine dell’attuale furisode sia da ricercare nell’apparizione delle maniche lunghe all’inizio del periodo Edo, concepite per rendere più graziosi i gesti, che divennero molto popolari tra le giovani donne. Dal periodo Meiji in poi, era considerato un abbigliamento formale per le donne non sposate e veniva indossato in occasioni formali come cerimonie di fidanzamento e matrimoni. La caratteristica principale del furisode sono le maniche (“sode” 袖, in giapponese) lunghe che arrivano fino ai piedi. Si crede che il motivo per cui le giovani donne iniziarono a preferire l’uso di questo tipo di kimono può essere attribuito alle natura delle relazioni amorose del passato. Alle donne, non era permesso parlare liberamente dei propri sentimenti e si riteneva inaccettabile che una donna non sposata confessasse i propri sentimenti a un uomo.

    Le donne quindi iniziarono ad usare le lunghe maniche del kimono per esprimere i propri sentimenti verso gli uomini. L’agitare le lunghe maniche divenne un diffuso segno d’amore. Per le donne non sposate, le maniche abbastanza lunghe da poter oscillare erano considerate come una necessità per trovare un buon marito. Una volta sposate, il furisode terminava il suo ruolo e le donne sposate generalmente indossavano il tomesode (留袖), nel classico colore nero e dalla manica più corte. Da qui deriva la tradizione che vuole il furisode come un indumento esclusivamente per le donne non sposate. Come in passato ancora oggi si crede che le lunghe maniche del furisode contengano un augurio per allontanare la sfortuna. Si crede che il gesto di sventolare (furu, (降る) in giapponese) qualcosa, abbia il potere di invocare i kami e allontanare il male. In passato i genitori facevano indossare ai propri figli il furisode perché si credeva che, oltre a regolare la temperatura corporea, il semplice gesto di sventolare le maniche allontanasse la sfortuna. Si vedeva inoltre che poiché l’età di 19 anni era il primo anno sfortunato per le donne, si è diffusa la credenza che le donne abbiano iniziato a indossare il furisode durante il seijin no hi, nella speranza di allontanare la sfortuna ed essere felici in futuro. Il 19 anno di età di una ragazza è considerato uno yakudoshi (厄年), un anno sfortunato. La spiegazione è la seguente: 19 in giapponese si dice jū-kyū (十九). A sua volta il kanji di nove può essere letto anche come ku che coincide con la lettura del kanji che si usa per “pena”, “sofferenza” (苦). La lettura del kanji usato per il numero dieci , rimanda alla lettura del kanji 重 che in giapponese significa “doppio / multiplo”. Unendo questi due kanji  重 e 苦 si forma la parola giapponese jūku (重苦) che si può tradurre come “sofferenza intensa”. A causa di questo gioco di parole si crede che il 19 anno di età di una donna sia un’anno nefasto.

    Per gli uomini, la scelta ricade spesso tra un abito o un haori-hakama – una giacca haori tradizionale giapponese abbinata a pantaloni hakama a gamba larga e sandali geta. I colori sono spesso più tenui, con disegni più semplici rispetto al kimono. Tuttavia, ci sono molti giovani che cercano di distinguersi con modelli più vivaci, e anche quelli che riflettono gli stili della sottocultura di moda come gli yankii, che prende molta influenza sugli stili delle bande di motociclisti giapponesi bousouzoku degli anni Ottanta.

    Fonte: Haruyama Web Site

    Come si sta adattando questa cerimonia con i cambiamenti della società.

    Ci sono molti tipi di cerimonie, molte si basano sulla tradizione, altre osano prendendo nuove direzioni, cercando di dare un’immagine del Giappone più diversificata, fornendo spazi in cui le persone possono esprimersi senza la paura di sentirsi giudicati

    Per molti giovani appartenenti alla comunità LGBT, le cerimonie con codici d’abbigliamento classici basati sul gender possono essere difficili da affrontare. Per questo motivo, sono aumentate negli ultimi anni cerimonie che tengono conto delle persone appartenenti a questa comunità, come la Kansai LGBT Seijin-shiki. La prima edizione risale al 2014, dando modo alle persone appartenenti alla comunità LGBT giapponese la possibilità di godersi questo importante evento della vita in uno spazio di accettazione, senza pressioni legate ai codici di abbigliamento basati sul genere. L’evento, che si svolge nella città di Ōsaka, coinvolge ogni anno relatori e cerca di fungere da punto di partenza per consentire ai giovani di comprendere meglio la propria sessualità e la possibilità di poter esprimere loro stessi come sono non come la società li obbliga ad essere.

    Foto: Kansai LGBT Seijinshiki web-site

    Come scritto nella descrizione dell’evento: “Una cerimonia per il raggiungimento dell’età in cui persone di diversa provenienza, comprese le minoranze sessuali (=LGBT), possono partecipare a modo loro. Partecipando alla cerimonia manifestando il loro modo di essere, le persone possono acquisire fiducia in se stesse e provare la bellezza di “vivere la vita così come sono” (自分らしく生き, Jibun rashiku ikiru), oltre a diffondere conoscenze e informazioni accurate alla società. L’ingresso è gratuito ed è stato aperto al pubblico, ma ci sono regole severe sulla fotografia per mantenere un ambiente confortevole in cui i giovani LGBT giapponesi possano esprimersi.


    Il Giappone è un paese molto più omogeneo dal punto di vista etnico rispetto a moltri altri paesi. Ospita infatti, molte persone appartenenti a minoranze etniche, che nel 2022 erano circa 3 milioni. Tra queste, l’etnia coreana rappresenta uno dei gruppi demograficamente più numeroso e dal 2020, nella città di Nagoya, si celebra un seijin-shiki che permette ai giovani coreani di partecipare a questa festa nazionale. I partecipanti alla cerimonia indossano spesso anche abiti tipici della tradizionale coreana. Questo evento è considerato particolarmente importante da molte persone che credono in un Giappone in grado di liberarsi di quel sentimento anti coreano che per troppo tempo si è fatto strada nella società giapponese.

    Fonte: NHK

    Dove si festeggia il seijin no hi.

    Per il seijin no hi c’è l’usanza di ritornare nella propria città di origine per festeggiare questa giornata con familiari ed amici. Molti giovani decidono di partecipare solo alla tradizionale cerimonia e alle dōsōkai (同窓会) riunioni delle persone della stessa classe. Anche se in declino ai giorni nostri, la tradizione giapponese prevede che le persone si rechino in visita ad un santuario prima di un grande evento della loro vita. Questa ricorrenza non fa eccezione e per questo durante la giornata del seijin no hi i santuari di ogni città sono affollati da giovani in abiti tradizionali con le famiglie al seguito per le foto di rito che rimarranno un ricordo indelebile.

    I dōsōkai, sono delle riunioni di classe che i giovani organizzano quando ritornano nella loro città natale per i festeggiamenti del seijin no hi. Ex compagni delle scuole medie e superiori si riuniscono per celebrare l’età adulta. Questa è considerata da molti un’importante occasione per riallacciare i rapporti con gli ex amici, mantenendo così vivi i legami. La maggior parte delle feste si svolge subito dopo il seijin no hi, ma alcuni scelgono di riunirsi più tardi nel corso dell’anno, ad esempio durante la Golden week.


    Anche per i genitori è un giorno molto importante perchè i figli vengono riconosciuti come adulti dalla società. Molti si recano in studi fotografici o ingaggiano fotografi professionisti per scattare ritratti di famiglia in questa occasione speciale. La cerimonia si tiene in varie sale del governo o del consiglio locale e le persone partecipano nell’ambito della loro zona. Non è una cerimonia molto emozionante: ci sono discorsi di varie persone importanti della zona, seguiti da una sorta di intrattenimento speciale.

    Il seijin-shiki rimane quindi una pietra miliare importante per molti e, pur mantenendo la tradizione, tende a riflettere sempre più un Giappone moderno e diversificato. Specialmente in questo periodo durante il quale il Paese è alle prese con i tassi di natalità molto bassi, queste cerimonie sembrano aver accresciuto la loro importanza simbolica, guardando ai giovani come veri fautori del futuro del paese.

  • Nanakusa-gayu – 七草粥

    Nanakusa-gayu – 七草粥

    Il 7 gennaio, in molte zone del Giappone si mangia un tipo di porridge di riso condito con sette diversi tipi di erbe chiamato nanakusa-gayu (七草粥), (七) sette, (草) erbe. L’usanza vuole che preparare e mangiare questa zuppa calda abbia lo scopo di tenere lontano gli spiriti maligni. Introdotta dalla Cina, si diffuse in Giappone verso la metà del periodo Heian e, durante il periodo Muromachi, fu trasformata in una sorta di porridge di riso diventando quella oggi conosciamo come nanakusa-gayu.

    In passato le erbe usate nel preparare questa pietanza erano molto preziose perché crescevano anche durante la stagione fredda, quando ancora era inverno inoltrato e spesso i campi erano ricoperti dalla neve. La forza vitale di queste erbe, che crescevano fresche e verdi anche in pieno inverno, ha fatto sì che fossero considerate di buon auspicio, diventando parte della cultura alimentare del Giappone. La credenza vuole che mangiando queste erbe si allontanino dal corpo gli spiriti maligni e prevenga i malanni. Il riso poi, cotto in questa maniera, serve anche a far riposare lo stomaco dalle lunghe mangiate delle festività appena concluse.

    Quando questa usanza fu introdotta in Giappone nel periodo Nara (710-794), fu combinata con un’ usanza autoctona di quel periodo conosciuta come wakanatsumi (若菜摘み) durante la quale si raccoglievano e si mangiavano le giovani verdure all’inizio dell’anno per dare vitalità. Il nanakusa-gayu è il risultato della fusione delle due traduzioni. In mancanza delle sette erbe sopra indicate si possono utilizzare qualsiasi tipo di verdura di vostro gradimento. L’utilizzo di quante più verdure fresche e giovani possibile corrisponde al concetto originale di ottenere nuova forza vitale della natura.

    Inoltre, in Giappone esisteva anche una tradizione che prevedeva l’organizzazione di banchetti alla corte imperiale il 7 Gennaio, chiamati nanuka no sechie (7日の節会). Il sechie era un banchetto di corte che si teneva nei giorni cruciali dell’anno. Annualmente si celebravano cinque banchetti principali: il Ganjitsu no sechie (元日節会, il banchetto di Capodanno) del 1° Gennaio, il Nanuka no sechie (7日の節会, banchetto del Settimo Giorno), Aouma no sechie (青馬の節会, banchetto del Cavallo Bianco) celebrato anche questo il 7 Gennaio, il Tōka no sechie (踏歌の節会, il banchetto della Danza Toka) del 16 Gennaio, il Tango no sechie (端午の節会, Festa della Bandiera Dolce) del 5 Maggio, conosciuto anche come Itsuka no sechie (5日の節会) e il Toyonoakarai no Sechie (豊明節会) che si celebra il mese di Novembre.


    In Giappone il 7 Gennaio è conosciuto con diversi nomi come nanakusa no sekku (七草の節句, festa delle sette erbe), nanoka shōgatsu (七日正月, il Capodanno del settimo giorno) o jinjitsu (人日) letteralmente “festa dell’ uomo/umanità”, ricorrenza che si celebra in gran parte del sud est asiatico. Questa festività fa parte del gosekku (五節句), ovvero le 5 festività stagionali più importanti giapponesi distribuite nell’arco dell’anno come segue:

    人日 – jinjitsu, 7 gennaio. Detto anche jinji no sekku (人日の節句).

    雛祭り- hina matsuri, la festa delle bambole o delle bambine che si celebra il 3 Marzo.

    子供の日- kodomo no hi, la festa dei bambini che si celebra il 5 Maggio 

    七夕 – tanabata, che si celebra il 7 Luglio

    菊の節句 – kiku no sekku, il giorno dei crisantemi che si celebra il 9 Settembre.

    Questa festa è la corrispondente di quella cinese detta “renri” (lettura cinese di jinjitsu, 人日) che si festeggia il settimo giorno dello zhengyue (il primo mese del calendario cinese). Secondo la tradizione cinese, il renri fu il giorno della creazione dell’essere umano da parte della divinità femminile della creazione cinese (in Giappone conosciuta con il nome di joka 女媧) che per non sentirsi sola decise di di creare un animale ogni giorno. Al settimo giorno, sentendosi ancora sola, creò l’uomo. Da questa leggenda nasce il jinji no sekku che si celebra il settimo giorno del nuovo anno. 


    La preparazione del nanakusa-gayu è piuttosto semplice. È infatti sufficiente lasciar stracuocere il riso per circa 30-40 minuti dal momento dell’ebollizione e poi vanno aggiunte le erbe tagliate, poi fine cottura si può aggiungere anche il sesamo. In Giappone queste erbe sono di solito vendute in tutti i supermercati con il nome di haru no nanakusa setto” (春の七草セット, set delle sette erbe primaverili). Si tratta di un set di erbe fresche pronte per essere utilizzate nella preparazione del nanakusa gayu.

    Le sette erbe sono le seguenti (molte di questo non le avevo mai sentite nominare quindi devo ringraziare mia moglie per l’aiuto nel riconoscerle. Per il corrispettivo italiano mi sono affidato a Google):

    芹 – Seri: il prezzemolo giapponese. Una pianta aromatica che si dice migliori l’appetito.

    薺- Nazuna: la borsa di pastore. Era un alimento molto popolare nel periodo Edo.

    御形 – Gogyō: la canapicchia. Si crede nella sua efficacia nel prevenire il raffreddore e alleviare la febbre. Questa erba ė detta anche haha-kogusa (母子草) “erba madre e figlio” scritta con i kanji madre e figlio.

    繁縷 – Hakobera: la stellaria media. È ricca di vitamina A, che fa bene agli occhi, e veniva usata come medicina per i dolori di stomaco.

    仏の座 – Hotoke no za: la lassana. Pianta simile al tarassaco ed è ricca di fibre. Il nome hotoke-noza deriva dalla forma delle foglie sotto i fiori, che ricordano il daiza (台座), ovvero il piedistallo sul quale siede il Buddha.

    菘 – Suzuna: la brassica rapa. Ricca di vitamine.

    蘿蔔 – Suzushiro: il rafano bianco. Si crede favorisca la digestione ed aiuti a prevenire il raffreddore.

    Per ottenere un buon okayu, viene spesso utilizzata una donabe (土鍋), una pentola giapponese di terracotta, adatte per questo tipi di preparazioni. Mia moglie aggiunge poi le erbe e una volta pronto dispone la pentola al centro tavola.

    La nonna di mia moglie mi ha raccontato che quando era bambina, mentre raccoglieva questa erbe lungo il fiume che scorre vicino casa e in seguito durante la preparazione delle stesse, sua madre era solita cantarle una filastrocca, una warabe-uta (わらべ歌) in Giapponese. Anche mia moglie la conosce ma al giorno d’oggi non si usa quasi più.


    七種なずな 唐土の鳥が 日本の土地へ 渡らぬ先に 七草たたいて トントントン。

    Nanakusa-nazuna.

    Tōdo no tori ha Nihon no tochi he wataranu saki mi nanakusa tataite ton-ton-ton.

    “Respingi gli uccelli provenienti dalla Cina prima che arrivino in Giappone, colpisci le sette erbe, ton ton ton.”


    In passato, si pensava che gli storni di uccelli migratori provenienti dalla Cina portassero la peste e i parassiti che avrebbero danneggiato le coltivazioni del Giappone. Nello scacciare gli uccelli, che rappresentano gli spiriti maligni, è intrinseco un significato di buona salute. La parte finale “tataite ton ton ton” fa riferimento al rumore della preparazione delle erbe che ai credeva cacciasse gli uccelli.

    Ogni regione ha sviluppato nel tempo il suo stile nella preparazione di questo piatto. Nel nord del Giappone viene spesso aggiunta l’hondawara (un tipo di alga) mentre qui a sud nel Kyūshū viene spesso preparata anche con i mochi (dolci di riso).

    Che ne dite di preparare una buona pentola nanakusa-gayu per il 7 Gennaio e, mangiandola assieme ai vostri amici e familiari non gli raccontate come in quella che sembra una semplice zuppa di riso ed erbe si nasconde un’antica tradizione che è stata tramandata nel tempo.

  • Kakizome – 書き初め

    Kakizome – 書き初め

    La prima scrittura del nuovo anno.

    In Giappone, durante le vacanze di Capodanno ci sono molte tradizioni e festeggiamenti. Inoltre, l’inizio dell’anno è un momento perfetto per decidere cosa vogliamo realizzare durante l’anno. Ultimamente si sente molto dire che se si scrivono i propri propositi su un foglio di carta è più probabile che questi vengano raggiunti. Anche i giapponesi hanno l’usanza di scrivere i loro propositi per il nuovo anno con un pennello calligrafico il 2 Gennaio. Questa tradizione è nota come kakizome (書き初め), la prima scrittura del nuovo anno. Nel Giappone antico il kakizome era pratica esclusiva degli ambienti della corte imperiale ma, grazie alla diffusione dell’istruzione nelle scuole interne a templi e santuari questa tradizione si diffuse anche tra la popolazione durante il periodo Edo. Oggi il kakizome è un’usanza che può essere pratica da chiunque, senza limiti di età o classe sociale, per accogliere nel migliore dei modi il nuovo anno.


    書は人なり。

    Sho ha hito nari.

    “La scrittura rivela la personalità”


    La scrittura è un’esternalizzazione della personalità di una persona, che rappresenta quindi uno sforzo di crescita come persona. Per questo motivo i giapponesi cercano di avere sempre una bella scrittura. Lo shodō (書道) o shūji (習字), ovvero la calligrafia, è una materia obbligatoria alle scuole elementari, dove i bambini giapponesi imparano non solo a scrivere correttamente hiragana, katakana e kanji, ma anche la corretta postura di scrittura e la corretta impugnatura del fude (筆) il pennello che si usa nella calligrafia. È usanza normale che gli insegnanti assegnano ai bambini il kakizome, come compito durante le vacanze di Capodanno e durante quelle estive.
    Avere una bella calligrafia è molto importante in Giappone non solo per mostrare le proprie abilità ma anche perché la maggior parte delle aziende giapponesi richiedono ancora curriculum scritti a mano. Un bel curriculum scritto a mano dà quasi sempre una buona impressione, quindi chi cerca lavoro ci mette molta cura nel prepararlo. Specialmente nel caso di noi stranieri, presentare un curriculum scritto con cura, avrà di sicuro un ottimo impatto sui possibili datori di lavoro che per esperienza sono sempre molto zelanti ed attenti a questi dettagli.

    Il kakizome era, ed è tuttora, considerato un rituale speciale che aiuta le persone a liberare la mente e concentrarsi sull’espressione della loro determinazione attraverso la scrittura. Ogni linea, ogni tratto ed ogni punto, diventano una forma di meditazione. Una volta finito il vostro kakizome, appendetelo alla parete. La sua vista ci darà la determinazione e la volontà di realizzare il vostro proposito per il nuovo anno. I kakizome vanno poi normalmente portati al santuario per essere bruciati assieme alla decorazioni utilizzate durante lo shōgatsu.

    Il kakizome affonda le sue radici nell’evento di corte di periodo Heian chiamato kissho no sō (吉書の奏), che consisteva nella presentazione di un documento all’Imperatore per celebrare eventi come il nuovo anno ma anche il cambio di nome di una regione o il cambio di un capofamiglia. Si trattava più di una procedura amministrativa, dal contenuto cerimoniale, per indicare che tutto stava procedendo senza intoppi. Questo rituale fu ripreso poi durante il periodo Kamakura e Muromachi come evento rituale di Capodanno chiamato ed il nome cambiò in kissho-hajime (吉書始め). Questo documento veniva prodotto da un magistrato, conosciuto con il nome di kissho-bugyō, ed era ovviamente scritto utilizzando un mōhitsu (毛筆), un pennello per la scrittura.
    Nel periodo Edo (1603-1867), il kissho-hajime si diffuse tra la popolazione comune come evento per celebrare il nuovo anno. Sempre durante questo periodo per poter entrare in servizi presso il bakufu, si doveva sostenere un esame detto hissan-ginmi (筆算吟味), ovvero una prova di aritmetica scritta ed era quindi fondamentale possedere una buona calligrafia.
    Quando il kakizome iniziò a diffondersi tra la popolazione era usanza prendere la wakamizu (若水), la prima acqua dell’anno direttamente dal pozzo e averla offerta ai kami veniva usato per preparare l’inchiostro con il quale venivano scritti dei versi di poesia rivolti verso la direzione della benedizione dell’anno.

    Che significato ha il kakizome?

    • Attraverso il kakizome si esprime il desiderio di migliorare la propria calligrafia. Scrivendo con la prima acqua dell’anno si prega il kami del nuovo anno di aiutarci a migliorare la propria scrittura.
    • Rinfrescare la mente sulle proprie aspirazioni. Si crede che scrivere obiettivi e aspirazioni per l’anno a venire sia un modo per rinnovare la propria volontà.

    Spesso si scrivono aspirazioni e preghiere per il nuovo anno, ed è prassi scrivere parole che esprimono obiettivi e sforzi. Sono anche comuni gli yoji-jukugo (四字熟語) che sono delle composti idiomatuci di quattro kanji che sono usati anche per augurare buona salute e felicità.

    Di seguito un elenco di parole e yoji-jukugo più maggiormente usati nel kakizome

    Hishō – 飛翔

    Significa volare, spiccare il volo. È un classico che viene spesso scritto come kakizome perché si crede porti fortuna. Inoltre, entrambi i kanji che formano la parola sono ricchi di punti e hane che richiedono un equilibrio sorprendente per essere scritti bene.

    Chōsen – 挑戦

    I termini sfida e battaglia che compongono questa parola sono particolarmente adatti in prospettiva dell’anno nuovo.

    Ichigo-ichie – 一期一会

    Letteralmente può essere tradotto come “un arco di tempo, un incontro”. Nel senso che ogni incontro è un fatto unico nell’arco della vita di una persona. Ogni incontro con un’altra persona va affrontato pensando anche che non potremmo rivedere mai più quella persona e quindi bisogna far sì di non avere rimpianti per come ci si è comportati.

    Ichii-senshin – 一意専心

    Concentrarsi su una cosa alla volta e perseverate fino a che non l’avete portata a termine. Se avete qualcosa di importante che state facendo da molto tempo, queste parole sono consigliate per rinnovare i vostri propositi nel nuovo anno.

    Come scritto in precedenza, una volta completato, il vostro kakizome va affisso in bella vista in modo da poter essere riletto per rinnovare il proprio spirito. Normalmente vanno conservati fino alla fine del del matsu no uchi (ovvero il 7 o 15 Gennaio a seconda della zona del Giappone), il periodo in cui si dice che il kami del nuovo anno rimanga nelle nostre case. Finito questo periodo, vengono portati al santuario e bruciati insieme alle decorazioni di Capodanno in un festival noto come sagichō (左義長). Questo rituale è un evento conosciuto in diverse regioni come dondo-yaki (どんど焼き), saito-yaki (さいと焼き) oppure oni-bitaki (鬼火焚き). Si crede che più le fiamme si alzano durante questo evento, più la propria scrittura migliori.

    Chiunque può avvicinarsi alla calligrafia perché per iniziare non è proprio necessario possedere il set completo. In commercio sono vendute delle penne per calligrafia, dette fude-pen (筆ペン) che permettono a chiunque di esercitare scrivendo sulla carta comune.
    Se siete dei turisti e vi trovate in Giappone durante il Capodanno potreste fare questa esperienza. I tratti decisi che compongo i kanji, impressi su un pezzo di carta bianca immacolata potrebbero darvi la determinazione e la volontà di realizzare i vostri propositi per il nuovo anno. O forse rimarranno solo una bella opera d’arte da guardare ogni giorno. In ogni caso, è un grande pezzo di cultura giapponese da tenere con sé.

  • Shichifukujin – 七福神

    Shichifukujin – 七福神

    Le sette divinita della fortuna

    Il Giappone ha un concetto di spiritualità molto particolare sia per la sua ampiezza che per la sua interminabile sincresia di credenze, tradizioni e riti.

    L’esempio più esplicativo di questa mescolanza tra folklore (shintoismo) e buddismo sono le sette divinità della fortuna conosciute con il nome di shichifukujin (七福神). Sebbene siano sempre rappresentate in gruppo, questa sette divinità possiedono personalità e caratteristiche ben definite ed hanno origini molto diverse.
    Solamente una delle sette ha origini giapponesi mentre le altre sei appartengono alla cultura di due paesi differenti. Tre hanno origine dalla cultura buddista-indusita dell’India e le altre tre trovano le loro origini nella tradizione buddista-taoaista tipica della Cina.

    La prima apparizione di queste sette divinità come gruppo risale al periodo Muromachi (dal 1336 al 1573). In quel periodo, a Fushimi, Kyōto, si svolse la prima processione delle sette divinità, che le raffigurava come un gruppo. La credenza in queste sette divinità era diffusa soprattutto tra i contadini e i pesscatori e la loro popolarità continuò a crescere durante il periodo Edo (1603-1867), così come la loro associazione con il nuovo anno e le tradizioni di buona fortuna.

    Si dice che visitando i templi e i santuari dedicati a ciascuna di queste divinità, si ricevono benedizioni come longevità e prosperità degli affari.

    I nana-hashira (七柱), altro termine giappone usato per indicate queste sette divinità (hashira nella lingua giapponese è un josūshi (助数詞) ovvero il classificatore usato per contare le divinità) sono:

    Fonte: https://tabi-mag.jp/

    Ebisu – 恵比寿  (Giappone)

    Daikokuten – 大黒天 (India)

    Bishamonten – 毘沙門天 (India)

    Benzeiten – 弁財天 (India)

    Hoteison – 布袋尊 (Cina)

    Hukurokuju – 福禄寿 (Cina)

    Jurōjin – 寿老人 (Cina)

    Sono spesso raffigurati insieme a bordo di una nave, detta takara-bune (宝船, nave del tesoro) carica di oro, argento e tesori e si dice siano di grande auspicio per il nuovo anno come simbolo di ricchezza e felicità.

    七つの災難が消え、七つの福が生まれ。

    Nanatsu no sainan ga kie, nanatsu no fuku ga umare.

    “Sette sfortune scompariranno e sette fortune nasceranno”

    Esistono varie teorie sull’origine di queste divinità, ma la teoria prevalente è che il numero sette si basi sulla frase “shichi-nansoku-metsushichi-huku-sokushō “七難即滅、七福即生”  contenuta all’interno del sutra buddista conosciuto come ninnōgyō (仁王経) di cui trovate la spiegazione e traduzione sopra. Il ninnō-gyō o ninnō-kyō, è un testo sacro della scuola Shingon sui rituali di preghiera per la pace e la protezione della nazione.

    Conosciamo meglio allora queste sette divinità, i loro tratti distintivi e come riconiscerle.

    Ebisu – 恵比寿

    La divinità portatrice di un abbondante pesca. Ebisu è l’unica divinità giapponese tra le sette divinità della fortuna nonché la più famosa ed usata dai Giapponesi. Alcuni ritengono che sia Hiruko, il primo figlio di Izanami e Izanagi,  abbandonato dopo la sua nascita a causa delle deformità del suo corpo. È considerata la divinità protettrice del commercio e degli affari, nonché dell’abbondanza dei raccolti. È anche il patrono dei pescatori perché spesso è raffigurato con un’orata nella mano sinistra e una canna da pesca nella destra. Esiste anche un mito secondo il quale Ebisu, poiché all’età di tre anni non era in grado di camminare, si spostava a bordo di una barca. Per quanto motivo è sempre stato venerato dai pescatori come una divinità portatrice di una pesca abbondante. Viene spesso considerato come simbolo della capacità di fornire cibo sufficiente alla propria famiglia e ai propri cari.

    Daikokuten – 大黒天

    Daikokuten, in origine era un’incarnazione di Shiva, il dio della creazione e della distruzione nella mitologia indiana. Poiché la parola “daikoku” in giapponese può essere scritto come la parola ōkuni (大国) è stato considerato tutt’uno con la divinità giapponese Ōkuninushi ni Mikoto (大国主命). Proveniente dalla cultura indo-buddista è spesso raffigurato ed associato a Ebisu in quanto hanno significati simili. Daikokuten è la divinità del commercio, degli scambi e dell’agricoltura ed è spesso raffigurato a cavallo di due dischi di riso, portante un grande sacco che rappresenta un tesoro e un martello da cui si crede scaturisca la ricchezza.
    Spesso venerato come kami del kamado, luogo centrale della casa dove si era soliti cucinare.

    Bishamonten – 毘沙門天

    Bishamonten è un’antica divinità indu, nota anche come Vaisravana, leader dei Quattro Re Celesti che proteggono il mondo buddista e conosciuta anche come tamonten (多聞天). Noto anche come divinità della guerra viene raffigurato vestito di un’armatura e con una pagoda in miniatura in mano, che rappresenta le sue origini guerriere e la sua protezione della fede buddista. Naturalmente, Bishamonten è considerato il protettore dei guerrieri e dei combattenti. Si dice anche che la fede in Bishamonten porti anche altri benefici e dieci tipi di benedizioni per allontanare la sfortuna.

    Benzeiten – 弁財天

    Benzaiten è l’unica divinità femminile a far parte del gruppo e deriva dalla dea indiana Saraswati. È spesso associata all’acqua ed è comunemente raffigurata con un cancello tori e mentre suona un biwa, uno strumento tradizionale giapponese. È anche comunemente accompagnata da un serpente bianco. Benzaiten è la dea delle arti, della musica, della bellezza e dell’eleganza. È stata considerata la patrona di artisti, scrittori, musicisti, geishe e professioni simili.

    Hoteison – 布袋尊

    Conosciuto anche come Budai, è una divinità di origine cinese che si dice sia realmente esistita. Hotei era un monaco salito al rango di divinità per le sue credenze e grazie alle azioni compiute durante la sua vita. È la divinità della salute e della felicità. È considerato il patrono e il guardiano dei bambini. Viene spesso raffigurato mentre porta un grande sacco. Si dice che questo rappresenti la pazienza o la felicità, che egli distribuisce ai suoi fedeli. Il sacco che porta sempre con sé é detto kannin-bukuro (堪忍袋) ovvero il “sacco delle pazienza”. Da qui deriva il detto giapponese:

    堪忍袋の緒が切れる

    Kannin-bukuro no o ga kireru

    “Perdere la pazienza”

    Chi è sposato con una giapponese conoscerà di sicuro la credenza delle mittsu no fukuro (三つの袋). Il significato letterale di “mittsu no fukuro” è “tre borse”, e queste borse sono spesso citate come cose importanti nella vita matrimoniale o come chiavi essenziali per l’armonia del legame stesso.

    La prima borsa è conosciuta come kyūryō-bukuro (給料袋), che significa “busta paga”. La stabilità economica derivante da un buon stipendio ovviamente è considerata importante per le stabilità di un matrimonio.

    La seconda borsa è la kannin-bukuro (堪忍袋) che significa la “borsa della pazienza”. Moglie e marito devono sopportarsi a vicendea per avere una vita matrimoniale felice.

    La terza ma non meno importante è o-fukuro (お袋), parola giapponese usata per indicare la propria madre. È un linguaggio più maschile e può essere usato tra amici o in contesti formali per parlare della propria madre. Non ci si deve mai dimenticare che i nostri genitori ci hanno cresciuto e che dobbiamo prenderci cura di loro fino alla fine.

    Fukurokuju – 福禄寿

    Di origine cinese ed è considerato la divinità della felicità e della longevità. Si dice che sia stato un monaco eremita in Cina, capace di sopravvivere senza nutritsi. Viene solitamente rappresentato come un uomo anziano con una grande fronte, simbolo taoista di lunga vita. Spesso viene anche raffigurato con una gru o una tartaruga, animali che in Giappone rappresentano la lunga vita. Si dice che i tre kanji che compongono il suo nome:

    Fuku – 福=幸福 (kōfuku) felicità

    Roku – 禄=fuku, status

    Ju – 寿=kotobuki, longevità

    portino benefici come la prosperità della prole, la fortuna finanziaria, la salute e la longevità.

    Jurōjin – 寿老人

    Jurōjin è strettamente associato a Fukurokuju, in quanto è anch’esso una divinità associata alla longevità e di origine cinese. Come Fukurokuju, viene rappresentato con una lunga fronte, con un rotolo in mano e accompagnato da una gru o da un cervo. È considerato il protettore delle persone anziane.


    Questa sette divinità vengono venerate all’interno di santuari e templi e il recarsi in visita presso questi luoghi sacri è conosciuto come shichifukujin-meguri (七福神巡り). Per la maggior parte delle persone che crede che buddismo e Shintō siano sempre state due religioni separate spese che queste divinità siano venerate sia presso i santuari che presso i templi suona alquanto bizzarro. Il motivo è che i santuari e i templi erano spesso uniti prima del periodo Meiji (1868-1912). Non a caso all’inizio di questo articolo ho parlato di sincretismo shintoista-buddista conosciuto come shinbutsu-shūgo (神仏習合). Nonostante i tentativi formali dei reggenti di periodo Meiji di creare una netta separazione tra lo Shintō, considerato la religione autoctona e ancestrale del paese, e il buddismo, la religione importata dal continente, la mescolanza tra le due religioni è sopravvissuta ed è ancora viva e vegeta. Shintō e buddismo non solo hanno condiviso i luoghi sacri ma anche i loro riti e tradizioni si sono influenzati a vicenda creando un qualcosa di unico che ancora oggi è oggetto di studio.

    Durante la metà del periodo Edo il pellegrinaggio dedicato alle Sette Divinità della Fortuna, divenne estremamente popolare tanto quanto il monte Fuji e il kōshin. Il kōshin-shinkō (庚申信仰) è un insieme di credenze e pratiche popolari di origine taoista che una volte introdotta in Giappone fu subito influenzata da shintoismo e buddhismo. Il kōshinkō è incentrato sull’idea che tre entità dette sanshi (三尸) vivano all’interno del corpo umano e salgano in cielo una volta ogni sessanta giorni, mentre la persona dorme, per riferire sulle sue malefatte. I praticanti della fede Kōshinkō organizzano eventi in quei giorni, cantando il Sutra del Cuore e impegnandosi in altre attività per tutta la notte, senza dormire, in modo che queste entità non riescano a salire fino all’Imperatore Celeste conosciuto come tentei (天帝) per riferire sulle malefatte delle persone.


    Oggi è possibile visitare luoghi dedicati alle sette divinità della fortuna a Tōkyō, più precisamente nella zona di Nihonbashi. Quindi se vi trovate in Giappone vi consiglio di visitare questi luoghi perché sono molto interessanti e possono essere raggiunti anche a piedi senza l’uso dei mezzi.

    1. Il santuario dedicato a Fukurokuju, il Koami-jinja (小網神社)

    2. Il santuario dedicato a Hoteison, il Chanoki-jinja (茶ノ木神社)

    3. Il santuario dedicato a Benzaiten, il Suitengu (水天宮)

    4. Il santuario dedicato a Daikokuten, il Matsushima-jinja (松島神社)

    5. Il santuario dedicato a Bishamonten, il Suehiro-jinja (末廣神社)

    6. Il santuario dedicato a Jurōjin, il Kasama-jinja (笠間稲荷神社)

    7. Il santuario dedicato ad Ebisu, il Suginomori-jinja (椙森神社)

    Ho avuto la fortuna di visitarlo mentre mi trovavo a Tōkyō per i miei studi e sono delle vere e proprie perle incastonate tra gli edifici delle città che consiglio a tutti di visitare.

    Le sette divinità della fortuna sono molto popolari in Giappone e si crede elargiscono sempre molte benedizioni. Alcune di queste divinità possono essere facilmente confuse con altre, ma è possibile distinguerle osservando ciò che portano con sé e ciò che indossano. Se ne avete la possibilità, vi consigliamo di visitare templi e santuari e di pregare per ottenere anche voi un po’ di fortuna.

  • Hatsuhinode – 初日の出

    Hatsuhinode – 初日の出

    La prima alba dell’anno

    Hatsuhinode, la prima alba dell’anno, è un’importante tradizione che molti giapponesi osservano svegliandosi molto presto per assistere al primo sorgere del sole il primo Gennaio. Non importa che lo si osservi da un santuario, dalla cima di una montagna o da un palazzo di una metropoli, la vista dei primi raggi del sole del nuovo anno si crede darà l’energia necessaria per affrontare l’anno che verrà.

    「昨年の感謝と新しい年の幸せと健康」

    Kyōnen no kansha to atarashi toshi no shiawase to kenkō

    “Gratitudine per l’anno trascorso e felicità e salute per l’anno nuovo”

    Il culto del primo sorgere del sole è rivolto al toshigami-sama verso cui si esprime gratitudine per l’anno passato e si chiede felicità e salite per l’anno a venire.

    Come in molti altri Paesi del mondo, anche in Giappone il 1° Gennaio segna l’inizio del nuovo anno. Il primo giorno dell’anno è chiamato gantan (元旦). In questa celebrazione annuale, le famiglie si riuniscono per accogliere il toshigami-sama e inaugurare il nuovo anno. Di fatto, è la festa più importante e più osservata in Giappone. Poiché l’intero paese è impegnato nei festeggiamenti in casa, non si trovano eventi pubblici su larga scala come accade in altre metropoli del mondo e molte attività commerciali, dai ristoranti ai grandi magazzini, rimangono chiuse per dare modo ai loro dipendenti di festeggiare con le proprie famiglie.

    Esiste tuttavia un’usanza speciale, molto diffusa in Giappone, che consiste nel vedere il primo sorgere del sole dell’anno. La prima alba del mattino del 1°Gennaio è chiamata hatsuhinode (初日の出) o goraiko (ご来光), termine che descrive letteralmente un’alba vista dalla vetta di una montagna.

    Come ho già avuto modo di scrivere in un’altro articolo di questo blog secondo quanto narrato dalla leggenda, Toshigami-sama (年神様), la divinità del nuovo anno, appare durante la prima alba dell’anno. Assistere al primo sorgere del sole è un modo per dare il benvenuto alla divinità e al nuovo anno che ci attende. Guardando il primo sorgere del sole, le persone pregano per la buona sorte. Alcune fanno anche dei propositi per il nuovo anno e si pongono degli obiettivi per migliorare la propria salute e felicità.

    La parola hatsu non viene usata solo per indicare il primo sorgere del sole dell’anno, ma viene usata per indicare qualsiasi attività svolta per la prima volta nel nuovo anno. Per esempio, la prima visita a un santuario è nota come hatsumode (初詣). C’è anche lo hatsuyume (初夢), ovvero il primo sogno. Esiste persino un termine per indicare la prima risata dell’ anno ovvero hatsuwarai (初笑い).

    Fonte: Kunaichō

    Già durante il periodo Heian, il “primo sorgere del sole” divenne un evento per pregare per un raccolto abbondante e una buona salute nel nuovo anno, insieme al rituale di corte, conosciuto come shihōhai (四方拝, pregare nelle quattro direzioni), che si svolge ancora oggi. Lo shihōhai è una cerimonia durante la quale l’Imperatore prega con le divinità delle quattro direzioni del cielo e della terra la mattina del 1° Gennaio, di ogni anno. L’ Imperatore invita i kami delle quattro direzioni a pregare con lui per la nazione e il popolo giapponese. L’ usanza di assistere alla prima alba dell’anno nuovo sarebbe iniziata intorno alla metà del periodo Edo (1603-1867) come forma di visita turistica da parte della gente comune. Come è riportato in diversi documenti scritti le persone erano solite radunarsi in diversi luoghi della città per ammirare la prima alba dell’anno. In seguito, il governo Meiji ereditò queto usanza insieme alla bandiera nazionale conosciuta come hinomaru (二の丸) che fu istituita alla fine del periodo Edo, adottò il calendario solare e, dopo le vittorie nelle guerre sino-giapponesi e russo-giapponesi, il sole nascente ritratto nella bandiera fu trattato come un simbolo di fortuna e di crescita per il paese. La bandiera del Giappone ufficialmente si chiama Nisshōki (日章旗). Assieme alla bandiera kyokujitsuki (旭日旗) diventò uno dei simboli dell’impero giapponese e fonte di orgoglio e patriottismo diventando presto io simbolo di devozione verso il paese e l’imperatore che sosteneva i soldati al fronte. Questa bandiera é stata spesso associata all’ ultranazionalismo e durante il periodo bellico era simbolo di aggressione ed imperialismo.

    Come scritto in precedenza il modo più comune e tradizionale di trascorrere il Capodanno era quello di rimanere a casa e aspettare in silenzio l’arrivo del “kami del nuovo anno”. Ma, durante il periodo Heian (794-1185), gli appartenenti all’aristocrazia di Kyōto credevano che gli spiriti degli antenati defunti avrebbero fatto loro visita durante il primo giorno del nuovo anno e celebravano riti in loro onore conosciuti come tama-matsuri (魂祭り). All’interno dell’opera tsuretsuregusa (徒然草) che vi consiglio di leggere nella versione italiana intitolata “Ore d’ozio o Momenti d’ozio” di Yoshida Kenkō vi è proprio un passaggio riferito a questa usanza che recita: 

    「亡き人の来る夜とて、魂祭る業は、この頃、都には無きを、東の方には、猶、する事にて有りしこそ、哀れなりしか」

    “La notte dell’arrivo dei defunti, la notte in cui si venerano le anime dei morti, in questo periodo non c’era nulla nella capitale, ma nell’est è ancora una cosa che si usa fare”

    Nella sua opera Yoshida Kenkō, che visse durante il periodo di sconvolgimenti tra la caduta dello shogunato Kamakura e la fase travagliata che porto al periodo Muromachi , fu profondamente colpito dal fatto che nella parte orientale del paese si praticasse ancora il culto degli spiriti ancestrali, che all’epoca era caduto in disuso nella capitale.

    L’usanza di venerare la prima alba del nuovo anno si è diffusa in tutto il Paese solo dopo l’era Meiji. Il nuovo contesto storico, ha avuto una profonda influenza sul modo in cui le persone hanno iniziato a vedere la prima alba dell’anno. Le vittorie nelle seguenti guerre sino-giapponesi e russo-giapponesi rafforzarono la visione shintoista di stato:

    日出ずる国

    Hi izuru kuni

    “Paese del Sol Levante”.

    L’ immagine del sole nascente fu usata per simboleggiare la crescente volontà di combattere del popolo giapponese. Proprio in questo periodo Il primo giorno dell’anno gente si recava diversi luoghi per ammirare insieme il primo sorgere del sole dell’anno. Si crede quindi che la pratica di venerare la prima alba dell’anno sia diventata popolare proprio durante il periodo Meiji.

    Anche se non è il primo paese al mondo ad iniziare il nuovo anno, guardare la prima alba dell’anno in Giappone può essere un modo meraviglioso per iniziare il nuovo anno.

  • Nengajō – 年賀状

    Nengajō – 年賀状

    Cartoline di auguri per il nuovo anno

    Foto del sito web delle Poste giapponesi

    Similmente all’usanza occidentale di inviare biglietti di Natale, in Giappone esiste la tradizione di inviare biglietti di auguri per il nuovo anno, chiamati nengajō (年賀状). Poiché al giorno d’oggi si trovano in vendita già scritte su apposite cartoline, sono conosciute anche come nenga-hagaki (年賀はがき), o cartoline di Capodanno.

    Questa usanza sembra essere nata durante il periodo Heian (794-1185), quando la nobiltà iniziò a scrivere lettere alle persone che vivevano troppo lontane per potersi recare in visita a porgere i consueti auguri di buon anno. Quando, nel 1871, il servizio postale giapponese seguì l’esempio europeo e creò le cartoline, queste si adattarono perfettamente a questi auguri che richiedevano solo la scrittura della frase Buon Anno, il proprio nome e un indirizzo. La tradizione si è conservata da allora, diventando una delle ricorrenze di capodanno più comuni nella storia del Giappone.

    Nonostante la diffusione dei social e delle app di messaggistica abbiano contribuito al declino di questa tradizione il servizio postale giapponese stima che ogni anno ogni giapponese spedisca circa 15 nengajō.

    Lo scopo primario di questi biglietti è quello di esprimere la vostra gratitudine a parenti, amici o colleghi che vi hanno aiutato nel corso dell’anno. Spesso sono anche usate come un modo per rimanere in contatto con persone che non si ha la possibilità di vedere spesso. Nel caso in cui si riceva uno di questi biglietti da qualcuno a cui non sono fatti gli auguri, la regola vuole che si risponda con una nengajō.

    La sola regola da tenere a mente è non inviare una nengajō a qualcuno che ha avuto un lutto in famiglia durante l’anno trascorso. È usanza delle famiglie che hanno avuto in lutto spedire anticipatamente una cartolina detta mochū-hagaki (喪中はがき) per comunicare ai tutti i loro conoscenti che non festeggeranno la fine dell’anno. L’usanza del mochū-hagaki non rappresenta la norma, cambia da famiglia a famiglia.

    Per essere certi che le vostre cartoline vengano consegnate in tempo (cioè il 1° Gennaio), il servizio postale giapponese inizia ad accettare le cartoline contrassegnate con la parola nenga, dal 15 dicembre e le conserva per la consegna il 1 Gennaio. Normalmente è meglio consegnare le cartoline entro il 25 Dicembre. È preferibile che le nengajō arrivino a destinazione entro il 3 Gennaio, che in genere è l’ultimo giorno di vacanza. Il termine ultimo di consegna delle nengajo è il 7 Gennaio. Tutte le cartoline consegnate dopo questa data sono considerate come kanchu-mimai (寒中見舞い), ovvero auguri invernali.

    Le nengajō, già affrancate, sono normalmente acquistabili presso tutti gli uffici postali o presso in konbini. Ce ne sono in vendita di tutti i tipi. Da quelle bianche dove potete aggiungere decorazioni voi stessi a quelle già disegnate. Qualsiasi biglietto può essere spedito come nengajō apponendo un apposito francobollo dal prezzo di 52 yen e scrivendo la parola nenga sopra ‘indirizzo del destinatario.

    Esistono anche siti web che offrono disegni stampabili: il sito ufficiale delle poste giapponesi ha una sezione, chiamata crea la tua nengajō ,contenente più di 400 stili per tra i quali poter scegliere.

     

    Le cartoline che si trovano in vendita sono molto semplici da compilare in quanto prevedono già tutti gli spazi necessari per inserire indirizzo di mittente e destinatario. L’indirizzo del destinatario si trova sul lato destro mentre quello del mittente sul lato sinistro. Sulla parte alta troverete gli spazi esatti per inserire il codice di avviamento postale, essenziale in Giappone, visto che non esistono i nomi delle vie. Il nome del destinatario e di ogni membro della famiglia, se ne si è a conoscenza, va scritto sulla cartolina seguito dall’ onorifico sama (様). Il cognome può essere scritto solo una volta. Ricordatevi di scrivere i nomi utilizzando dei caratteri più grandi rispetto a quelli usati per l’indirizzo.

    I messaggi più frequenti riportati sulla cartolina sono:

    明けましておめでとうございます。

    Akemashite omedetō gozaimasu.

    新年おめでとうございます。

    Shinnen omedeto gozaimasu.

    謹賀新年。

    Kinga-shinnen.

    Tutti e tre questi messaggi significano semplicemente “Buon Anno”.

    Normalmente uno di questi tre auguri viene seguito dalla seguente frase:

    昨年はお世話になりました。

    Sakunen wa o-sewa ni narimashita.

    “Grazie per tutto il vostro sostegno dell’anno scorso”.

    Seguita da:

    今年もよろしくお願いします。

    Kotoshi mo yoroshiku onegaishimasu.

    che in italiano potremmo rendere come “spero che la sua gentilezza verso di me continui anche durante l’anno nuovo”.

    Le nengajō sono spesso decorate con una foto di famiglia o ritraente un evento importante accaduto durante l’anno passato come un matrimonio o una nascita. Molto popolari sono anche le rappresentazioni dello zodiaco cinese che distingue l’anno a venire.

    Il 2024, in giapponese Reiwa Roku Nen (令和6年), sarà il tatsu-doshi (辰年) anno del drago, quindi sono già in vendita le cartoline a tema.

    Quindi, ora che sapete cosa sono le nengajō e siete in vacanza in Giappone compratene alcune e speditele a vostri familiari in Italia. Sicuramente farà felici anche loro. Attraverso le poste giapponesi è possibile recapitare le nengajo in quasi tutti i paesi del mondo.

     

  • L’hatsu-mōde – 初詣

    L’hatsu-mōde – 初詣

    La prima preghiera dell’anno

    La prima preghiera dell’anno.

    Si ritiene che visitare i santuari e i templi all’inizio dell’anno aumenti la felicità nel nuovo anno. L’hatsu-mōde (初詣, la prima preghiera dell’anno) era originariamente un saluto alla divinità locale della zona in cui si viveva, ma in seguito le persone iniziarono a fare visita al santuario o al tempio che si trovava nella direzione fortunata della divinità del nuovo anno. In giapponese recarsi al santuario situato nella direzione fortunata si dice ehō-mairi (恵方参り) termine composto dalla parola ehō (direzione fortunata) e mairi (pregare). Anche se questa tradizione sta svanendo, ci sono famiglie, come quella di mia moglie, che continuano a seguirla. La direzione della benedizione si riferisce alla direzione in cui si crede si trovi la divinità del nuovo anno, conosciuta come toshigami-sama (年神様) o toshitokujin (歳徳神), ed è decisa di anno in anno basandosi sull’ onmyōdō (陰陽道), il concerto dello Ying e Yang e sul jikkan (十干) ovvero il sistema dei tronchi celesti e dei cinque elementi introdotto in Giappone dalla Cina. La direzione della benedizione per il 2024, in Giappone Sesto anno dell’ era Reiwa (令和6年) sarà:

    東北東やや東

    Tōhokutō yaya higashi

    Est, nord-est leggermente est

    È quindi consigliabile visitate un santuario, un tempio o anche una chiesa che si trova in questa direzione da casa vostra.

    Ci sono diverse opinioni su quando sia il momento migliore per andare a visitare un sanitario o un tempio per l’ hatsu-mōde. Alcune persone si recano in visita in un luogo sacro il 1° Gennaio, mentre altre ritengono che si possa visitare in qualsiasi momento, durante lo shōgatsu-sanga-nichi (正月三が日) ovvero il periodo che va dal 1°al 3 Gennaio o nel periodo fino al 7 Gennaio. Sebbene sia generalmente accettato che l’ hatsu-mōde si svolga il primo giorno del nuovo anno, la realtà è che i santuari più popolari sono estremamente affollati. È diventato comune per molti frequentatori dei santuari o dei templi evitare questo particolare giorno a causa dell’enorme affollamento.

    Generalmente, i santuari shintoisti sono i più visitati per questa occasione, ma anche i templi buddisti sono popolari e, vista l’armonia e lo sincretismo che ha sempre contraddistinto la coesistenza di shintoismo e buddismo in Giappone, le celebrazioni hanno sempre attinto i loro elementi da entrambe le tradizioni e così anche nel caso della prima preghiera dell’anno, sia santuari shintoisti (jinja, 神社) che i templi buddisti (otera, お寺) sono luoghi popolari per festeggiare il nuovo anno. 

    Fino al periodo Edo, esisteva un’usanza conosciuta come toshigomori (年籠, il primo kanji indica la parola anno mentre il secondo komoru, significa confinarsi all’interno di un luogo) secondo la quale i patriarchi rimanevano chiusi all’interno di un santuario dedicato alla divinità protettrice del clan dalla sera del 31 Dicembre fino alla mattina alle primo Gennaio pregando per un buon raccolto e per la sicurezza della famiglia nel nuovo anno. In seguito, questa usanza è stata prima chiamata joya-mōde (除夜詣, preghiera di capodanno), in seguito gantan-mōde (元旦詣, preghiere del gantan) o ganjitsu-mōde (元日詣) preghiera del primo giorno dell’ anno.

    Nel tardo periodo Edo (1603-1868), l’ ehō-mairi (pellegrinaggio al santuario o al tempio in direzione della benedizione dell’anno) divenne popolare nel primo giorno dell’anno. Ma fu quando, la rete dei trasporti diventò più capillare durante il periodo Meiji (1868-1912) permettendo alle persone di visitare il loro santuario o tempio preferito, che la pratica si affermò come hatsu-moōde.

    Una delle ragioni per cui l’hatsu-mōde è diventato così popolare e consueto sembra sia stata l’influenza delle compagnie ferroviarie: la creazione delle ferrovie nell’era Meiji ha reso più facile raggiungere i santuari e i templi più famosi e lontani. Durante il periodo Meiji ebbe inizio una vera e propria competizione tra le compagnie di trasporto che aumentarono i servizi e crearono anche treni speciali per attirare i clienti durante il Capodanno. All’interno di varie campagne pubblicitarie si faceva grande uso del termine hatsu-mōde che così ha guadagnato in popolarità e sempre ha dato vita a questa usanza.

    Ma i giapponesi non hanno sempre festeggiato il Capodanno il primo Gennaio. Fino al 1873 in Giappone si seguiva il wareki (和暦), il calendario lunare cinese, e quindi festeggiavano l’inizio dell’anno un po’ più tardi. 

    Nel 1873, cinque anni dopo la Restaurazione Meiji, il Giappone adottò ufficialmente il calendario gregoriano o solare detto seireki (西暦) e da allora iniziò a festeggiare il primo Gennaio, noto in giapponese come gantan (元旦). Tuttavia, alcune delle vecchie tradizioni del calendario lunare vengono ancora celebrate un po’ più avanti nel mese, nell’ambito di una festa non ufficiale chiamata koshogatsu (小正月), il piccolo capodanno giapponese che veniva festeggiato il 15 Febbraio secondo il calendario lunare in concomitanza con la prima la prima luna piena del nuovo anno. 

    A differenza del Capodanno durante il quale si prega per la fortuna e la felicità personale, le celebrazioni del koshogatsu erano, e sono tuttora, incentrate sulla collettività e su un raccolto abbondante per l’anno successivo. 

    La mattina del koshōgatsu si usava consumare l’ azukigayu (小豆粥), una sorta di pappa di riso mescolata con fagioli azuki. Molto spesso, le famiglie decorano la loro casa con il mayudama (繭玉), che consiste nell’appendere a ramoscelli di salice o di bambù diversi piccoli dolci di riso a forma di bozzolo come portafortuna, tra i quali brillano piccoli tesori come monete d’oro chiamate koban e altri oggetti, che vanno da piccole bottiglie di sakè a portafortuna in legno e così via.

    Anche se l’importanza dell’agricoltura è diminuita nel corso degli anni rispetto alla vita quotidiana delle persone, il koshogatsu viene ancora celebrato, soprattutto nelle zone rurali che fanno affidamento sull’agricoltura per il loro sostentamento. Tuttavia, diversi templi, santuari e comunità in tutto il Giappone celebrano il Piccolo Capodanno, tipicamente il 15 gennaio, facendo uso di diverse antiche usanze e tradizioni che sono state tramandate per generazioni. Oggi il koshōgatsu è spesso anche il momento in cui le famiglie giapponesi iniziano a togliere le decorazioni dedicate alla celebrazioni del nuovo anno.


    Fonte sito web koto no ha techō

    Se vi capiterà di visitare il Giappone nei primi giorni dell’anno vi capiterà di vedere lunghe file presso i santuari e i templi per suonare la campana e offrire una preghiera per il nuovo anno. Sebbene questo gesto possa essere compiuto in qualsiasi giorno dell’anno, l’hatsumode è considerato un momento particolarmente importante per pregare e, a seconda che si visiti un santuario o un tempio, la procedura è leggermente diversa. Per pregare in un santuario, bisogna innanzitutto suonare la campana, se c’è, e poi mettere una moneta nella cassetta delle offerte. Quindi, seguire la regola del Nirei-nihakushu-ichirei (二礼二拍手一礼), ovvero “2 inchini, 2 battiti di mani, preghiera, 1 inchino” per completare il rituale. In un tempio, suonare la campana dopo l’inchino una volta prima di mettere una moneta nella cassetta delle offerte. Poi, pregate con le mani giunte davanti al petto. A differenza dei santuari shintoisti, in un tempio buddista non si battono le mani. Esiste anche un’altro modo di pregare presso un tempio buddista che ho visto fare solo alla nonna di mia moglie che poi mi ha anche spiegato il significato che è legato alle parole tenjō tenge yui ga dokuson (天上天下唯我独尊).

    Con termine di si riferisce alla posa del Buddha in cui la mano destra è sollevata in alto con l’indice esteso verso il cielo, mentre la mano sinistra è tenuta in basso e l’indice indica la terra . Il significato di questa posa é: “in cielo e in terra, io sono l’unico ad essere onorato”. Queste si racconta siano state le prime parole del Buddha dopo essere nato puntando le mani verso il cielo e la terra. Se qualche appassionato di Jujutsu-kaisen leggerà questo articolo ricorderà Gojō Satoru assumere questa posa durante lo scontro con Fushiguro Tōji e dicendo le stesse parole.


    Se il clima lo permette è facile incontrare persone in raffinati abiti tradizionali che si recano in visita al tempio per rendere omaggio alla divinità. Per questo motivo, è un momento in cui sia le donne che gli uomini possono indossare il kimono. Il Capodanno è un’ottima occasione per indossare gli abiti tradizionali giapponesi. Tuttavia, non è assolutamente necessario. 

    Fonte sito web Yasukuni Jinja

    Dovete sapere che per i giapponesi una visita a un santuario non è completa senza l’acquisto di uno dei portafortuna disponibili. Questo è particolarmente consigliato ai visitatori del Giappone, per chiunque sia interessato a portare a casa un souvenir culturalmente significativo e al tempo stesso economico. Sto parlando degli omamori (御守), un portafortuna tradizionale giapponese. Si tratta di un piccolo sacchetto di stoffa che contiene un piccolo oggetto fatto di carta, legno, stoffa o metallo, su cui è inciso un testo sacro o un sutra. Al centro del ciondolo è ricamato il nome del santuario. È consuetudine portare al santuario i vecchi omamori dell’anno precedente per bruciarli in modo cerimoniale. Disponibili in una varietà di colori diversi che simboleggiano il tipo di fortuna che porteranno, gli omamori più diffusi sono quelli che portano fortuna in termini di ricchezza, salute e amore.

    Foto Tōkyō Keizai On-line

    Oltre agli omamori si possono acquistare anche dei portafortuna chiamati omikuji  (おみくじ), che sono delle strisce di carta contenenti una predizione divina. Tradizionalmente si conservano gli omikuji che contengono frasi portafortuna poiché descrivono in dettaglio la fortuna del destinatario nell’anno a venire. Quelli che invece indicano la sfortuna possono essere legate a un ramo di un albero o su appositi luoghi in un’area designata all’interno del perimetro del santuario, in modo da lasciare all’interno di quest’ultimo qualsiasi tipo di sfortuna predetta. L’ omikuji, tuttavia, non deve fungere solo da carta della fortuna. Deve essere considerato anche un consiglio, per dare piccole indicazioni nella vita di tutti i giorni.

    Foto dal sito web si Okumiya Jinja

    Durante l’ hatsumōde spesso i giapponesi comprano anche un ema (絵馬) per garantire il proprio successo negli affari o negli studi. Gli ema sono delle targhe di legno sulle quali si scrive il proprio desiderio o la proprie speranze per l’anno successivo. Sono spesso decorati con simboli shintoisti di buon auspicio e alcuni sono unici per un particolare santuario. In origine, l’ema era un piatto di legno con l’immagine di un cavallo, derivante da un’usanza che consisteva nell’offrire cavalli vivi a una divinità, da questa tradizione deriva anche il temine ema e come secondo kanji ha proprio quello di cavallo. Una volta scritto il vostro desiderio, dovrete appenderlo nell’apposito spazio del santuario.

    Spesso mi chiedono dove è meglio recarsi per l’hatsumōde. Non esiste una regola scritta, si può scegliere un luogo in base alla posizione o alla popolarità, ma la cosa migliore sarebbe visitare un luogo in cui i propri desideri e i propri benefici trovano corrispondenza. Tuttavia, qui in Giappone quando si parla dei kami si usa il temine yaoyorozu no kami (八百万の神), ovvero si pensa che ci siano otto milioni di divinità, quindi no è difficile trovare un luogo che corrisponda ai proprio desideri. Seguendo i consigli di mia moglie giapponesi suggerisco sempre di usare il nome del santuario o del tempio che ti premetto di farti un’idea, per quanto approssimativa, della tipologia di benefici offerti dai vari luoghi sacri.

    Se si vuole pregare per la pace e la sicurezza della propria famiglia allora dovreste recarvi presso un santuario con il nome che termina con jingu (神宮) ad esempio il Meiji Jingū (明治神宮) di Tōkyō. All’interno dei jingū è custodita e si prega la divinità ancestrale dell’imperatore. 

    Se volete pregare per il successo nel mondo degli affari o negli studi, per una lunga vita e per la protezione dalla sfortuna alla dovrete recarvi presso un un santuario che contenga la parola hachiman (八幡). In questi luoghi sacri si venera Hachiman, divinità dei guerrieri. Per esempio l’azienda per cui lavoro si raduna per l’ hatsumōde stesso un santuario di Hachiman della nostra città.

    Se siete in procinto di sostenere un esame di ammissione all’università o un concorso statale o volete pregare per il successo scolastico dei vostri figli potete recarvi presso un santuario che contiene il termine tenjin (天神) o tenma (天満). In questi luoghi si venera Sugawara no Michizane (菅原道真) il kami dell’ apprendimento.

    Infine se cercate un luogo dove pregare per la prosperità degli affari della vostra azienda o se la vostra azienda è legata al mondo rurale e agricolo e quindi desiderate ricevere una benedizione per un buon raccolto non vi resta che recarvi presso un santuario dedicato ad Inari (稲荷), kami dell’agricoltura e dei commerci.

    Se la fortuna in amore è quello che cercate ci sono moltissimi santuari dove è possibile recarsi. Ma, il momento migliore dell’anno per pregare per quello che in Giappone e conosciuto come en-musubi (縁結び) ovvero la creazione di legami, é durante il kannazuki (神無月), ovvero il mese di Ottobre. Ma questa è un’altra tradizione che descriverò in un altro articolo.

    In ogni epoca, la prima preghiera dell’anno è sempre stata uno degli eventi familiari più importanti ed emozionanti del Capodanno. Ogni anno un gran numero di persone che vi si recano insieme come famiglia.

    La prima uscita dopo il nuovo anno si chiama hatsu-kadome (初門出), ed è considerata anch’essa un’occasione molto felice.

    Se visitate il Giappone in concomitanza del Capodanno cogliete l’occasione per godervi questa usanza unica.

  • Otoshi-dama – お年玉

    Otoshi-dama – お年玉

    Continuano la nostra rassegna delle tradizioni giapponesi legate ai festeggiamenti dell’anno nuovo parlando delle otoshi-dama (お年玉), che sono un dono in denaro che viene dato ai bambini durante i primi giorni dell’anno.

    Questi regali oggigiorno sono per lo più in denaro, ma in origine si usava regalare dei mochi, considerati un simbolo dell’anima (tamashii, 魂) che, nella cultura giapponese è l’espressione del potere di vivere e rappresenta l’energia che permette a tutte le creature di vivere. Come ho spiegato in un mio precedente articolo, la tradizione vuole che lo spirito del nuovo anno fosse condiviso dal toshigami-sama (年神様, divinità dell’anno nuovo), con tutte le creature viventi, donando loro la forza per vivere l’intero anno. In Giappone, si tengono una serie di eventi per accogliere, intrattenere e salutare il kami del nuovo anno che condividerà con noi il suo spirito, insieme alla felicità e alle benedizioni per il nuovo anno.

    Ai bambini giapponesi piace molto il periodo di Capodanno perché ricevono le otoshi-dama dai genitori o dai parenti più stretti. Il dono viene consegnato mettendo il denaro all’interno di una piccola busta detta otoshi-dama bukuro (お年玉袋) o pochi-bukuro (ポチ袋). Esistono diversi tipi di buste in commercio, da quelle classice a quelle raffiguranti i personaggi di anime e manga.

    Si dice che il termine otoshi-dama sia legato al concetto di “anima del nuovo anno”. “L’anima del nuovo anno” é detta anche “Toshi-gami-sama no tamashii” (年神様の魂, anima del kami del nuovo anno). Le festività legate al Capodanno sono eventi che danno il benvenuto alla divinità del nuovo anno e sono strettamente legati alla tradizione shintoista. Si dice che toshigami-sama dimori nel kagami-mochi durante questo periodo. Aprendo e  mangiando questo dolce, le persone ricevono una parte dell’anima della divinità che gli conferisce l’energia vitale necessaria per il nuovo anno. Un tempo era molto diffuso un rituale shintoista, conosciuto con il nome di kamgami-biraki (鏡開き, Lett apertura dello specchio), durante il quale si aprivano i kagami-mochi. L’apertura di questo dolce rappresenta simbolicamente il rilascio dell’anima del toshigami-sama e, una volta terminato, i partecipanti ne ricevevano una parte. Quando tornavano a casa, schiacciavano e dividevano ulteriormente la parte ricevuta, avvolgevano le parti in carta e le condividevano con la famiglia e la servitù: questa usanza è considerata la nascita dell’ otoshi-dama. Si racconta che questa tradizione sia diventata di uso comune tra la popolazione durante il periodo Edo (1603-1868), quando le famiglie ricche e i commercianti erano soliti distribuire sacchetti di mochi e mikan (un’arancia mandarino giapponese) alle famiglie per diffondere la felicità all’inizio di ogni anno. Si diffuse anche l’usanza di portare don, chiamati onenshi (御年始), quando ci si recava in visita a parenti o amici durante la notte di Capodanno. È quando si cominciò a regalarli ai bambini che nacque l’attuale tradizione dell’ otoshi-dama. Inizialmente venivano regalati ai bambini i kagami-mochi, ma poi, con il passare del tempo furono sostituiti da altri beni fino a giungere ai soldi. Questa usanza è stata tramandata durante le epoche Meiji, Taisho e Showa, ma fu a partire dal periodo di rapida crescita economica alla fine degli anni Cinquanta, che il denaro divenne la norma, soprattutto nelle aree urbane, e si dice che i destinatari fossero esclusivamente i bambini.

    Ma che cifra viene donata normalmente?

    Non esiste una regola precisa sulla quantità di denaro da dare, ma c’è una linea guida approssimativa che molte persone seguono. Ad esempio, 2.000 yen per i bambini in età prescolare, 3.000 yen per gli studenti delle scuole elementari, 5.000 yen per gli studenti delle scuole medie e superiori e così via. L’importo varia anche in base al rapporto con il bambino: il proprio, quello dei parenti stretti, quello dei figli degli amici, ecc. Per i bambini troppo piccoli per capire il valore del denaro, al posto dei contanti si regalano giocattoli. Nella mia famiglia si usa regalare una moneta da 500 yen accompagnata da un gioco ai neonati.

    Ogni anno con i miei figli si pone sempre il problema di come spendere questi soldi. Generalmente, in caso di somme ingenti, i genitori chiedono ai bambini di metterne da parte almeno una parte per i loro risparmi futuri. A volte i bambini possono usarla per un oggetto speciale e costoso che desiderano da tempo. Tutto dipende dalla famiglia. Indipendentemente da come viene speso il denaro, una cosa su cui la maggior parte dei bambini giapponesi è d’accordo è che ricevere l’otoshi-dama è uno dei momenti più emozionanti del nuovo anno!

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