Ombrelli Rotti

Categoria: Religione

  • Shichifukujin – 七福神

    Shichifukujin – 七福神

    Le sette divinita della fortuna

    Il Giappone ha un concetto di spiritualità molto particolare sia per la sua ampiezza che per la sua interminabile sincresia di credenze, tradizioni e riti.

    L’esempio più esplicativo di questa mescolanza tra folklore (shintoismo) e buddismo sono le sette divinità della fortuna conosciute con il nome di shichifukujin (七福神). Sebbene siano sempre rappresentate in gruppo, questa sette divinità possiedono personalità e caratteristiche ben definite ed hanno origini molto diverse.
    Solamente una delle sette ha origini giapponesi mentre le altre sei appartengono alla cultura di due paesi differenti. Tre hanno origine dalla cultura buddista-indusita dell’India e le altre tre trovano le loro origini nella tradizione buddista-taoaista tipica della Cina.

    La prima apparizione di queste sette divinità come gruppo risale al periodo Muromachi (dal 1336 al 1573). In quel periodo, a Fushimi, Kyōto, si svolse la prima processione delle sette divinità, che le raffigurava come un gruppo. La credenza in queste sette divinità era diffusa soprattutto tra i contadini e i pesscatori e la loro popolarità continuò a crescere durante il periodo Edo (1603-1867), così come la loro associazione con il nuovo anno e le tradizioni di buona fortuna.

    Si dice che visitando i templi e i santuari dedicati a ciascuna di queste divinità, si ricevono benedizioni come longevità e prosperità degli affari.

    I nana-hashira (七柱), altro termine giappone usato per indicate queste sette divinità (hashira nella lingua giapponese è un josūshi (助数詞) ovvero il classificatore usato per contare le divinità) sono:

    Fonte: https://tabi-mag.jp/

    Ebisu – 恵比寿  (Giappone)

    Daikokuten – 大黒天 (India)

    Bishamonten – 毘沙門天 (India)

    Benzeiten – 弁財天 (India)

    Hoteison – 布袋尊 (Cina)

    Hukurokuju – 福禄寿 (Cina)

    Jurōjin – 寿老人 (Cina)

    Sono spesso raffigurati insieme a bordo di una nave, detta takara-bune (宝船, nave del tesoro) carica di oro, argento e tesori e si dice siano di grande auspicio per il nuovo anno come simbolo di ricchezza e felicità.

    七つの災難が消え、七つの福が生まれ。

    Nanatsu no sainan ga kie, nanatsu no fuku ga umare.

    “Sette sfortune scompariranno e sette fortune nasceranno”

    Esistono varie teorie sull’origine di queste divinità, ma la teoria prevalente è che il numero sette si basi sulla frase “shichi-nansoku-metsushichi-huku-sokushō “七難即滅、七福即生”  contenuta all’interno del sutra buddista conosciuto come ninnōgyō (仁王経) di cui trovate la spiegazione e traduzione sopra. Il ninnō-gyō o ninnō-kyō, è un testo sacro della scuola Shingon sui rituali di preghiera per la pace e la protezione della nazione.

    Conosciamo meglio allora queste sette divinità, i loro tratti distintivi e come riconiscerle.

    Ebisu – 恵比寿

    La divinità portatrice di un abbondante pesca. Ebisu è l’unica divinità giapponese tra le sette divinità della fortuna nonché la più famosa ed usata dai Giapponesi. Alcuni ritengono che sia Hiruko, il primo figlio di Izanami e Izanagi,  abbandonato dopo la sua nascita a causa delle deformità del suo corpo. È considerata la divinità protettrice del commercio e degli affari, nonché dell’abbondanza dei raccolti. È anche il patrono dei pescatori perché spesso è raffigurato con un’orata nella mano sinistra e una canna da pesca nella destra. Esiste anche un mito secondo il quale Ebisu, poiché all’età di tre anni non era in grado di camminare, si spostava a bordo di una barca. Per quanto motivo è sempre stato venerato dai pescatori come una divinità portatrice di una pesca abbondante. Viene spesso considerato come simbolo della capacità di fornire cibo sufficiente alla propria famiglia e ai propri cari.

    Daikokuten – 大黒天

    Daikokuten, in origine era un’incarnazione di Shiva, il dio della creazione e della distruzione nella mitologia indiana. Poiché la parola “daikoku” in giapponese può essere scritto come la parola ōkuni (大国) è stato considerato tutt’uno con la divinità giapponese Ōkuninushi ni Mikoto (大国主命). Proveniente dalla cultura indo-buddista è spesso raffigurato ed associato a Ebisu in quanto hanno significati simili. Daikokuten è la divinità del commercio, degli scambi e dell’agricoltura ed è spesso raffigurato a cavallo di due dischi di riso, portante un grande sacco che rappresenta un tesoro e un martello da cui si crede scaturisca la ricchezza.
    Spesso venerato come kami del kamado, luogo centrale della casa dove si era soliti cucinare.

    Bishamonten – 毘沙門天

    Bishamonten è un’antica divinità indu, nota anche come Vaisravana, leader dei Quattro Re Celesti che proteggono il mondo buddista e conosciuta anche come tamonten (多聞天). Noto anche come divinità della guerra viene raffigurato vestito di un’armatura e con una pagoda in miniatura in mano, che rappresenta le sue origini guerriere e la sua protezione della fede buddista. Naturalmente, Bishamonten è considerato il protettore dei guerrieri e dei combattenti. Si dice anche che la fede in Bishamonten porti anche altri benefici e dieci tipi di benedizioni per allontanare la sfortuna.

    Benzeiten – 弁財天

    Benzaiten è l’unica divinità femminile a far parte del gruppo e deriva dalla dea indiana Saraswati. È spesso associata all’acqua ed è comunemente raffigurata con un cancello tori e mentre suona un biwa, uno strumento tradizionale giapponese. È anche comunemente accompagnata da un serpente bianco. Benzaiten è la dea delle arti, della musica, della bellezza e dell’eleganza. È stata considerata la patrona di artisti, scrittori, musicisti, geishe e professioni simili.

    Hoteison – 布袋尊

    Conosciuto anche come Budai, è una divinità di origine cinese che si dice sia realmente esistita. Hotei era un monaco salito al rango di divinità per le sue credenze e grazie alle azioni compiute durante la sua vita. È la divinità della salute e della felicità. È considerato il patrono e il guardiano dei bambini. Viene spesso raffigurato mentre porta un grande sacco. Si dice che questo rappresenti la pazienza o la felicità, che egli distribuisce ai suoi fedeli. Il sacco che porta sempre con sé é detto kannin-bukuro (堪忍袋) ovvero il “sacco delle pazienza”. Da qui deriva il detto giapponese:

    堪忍袋の緒が切れる

    Kannin-bukuro no o ga kireru

    “Perdere la pazienza”

    Chi è sposato con una giapponese conoscerà di sicuro la credenza delle mittsu no fukuro (三つの袋). Il significato letterale di “mittsu no fukuro” è “tre borse”, e queste borse sono spesso citate come cose importanti nella vita matrimoniale o come chiavi essenziali per l’armonia del legame stesso.

    La prima borsa è conosciuta come kyūryō-bukuro (給料袋), che significa “busta paga”. La stabilità economica derivante da un buon stipendio ovviamente è considerata importante per le stabilità di un matrimonio.

    La seconda borsa è la kannin-bukuro (堪忍袋) che significa la “borsa della pazienza”. Moglie e marito devono sopportarsi a vicendea per avere una vita matrimoniale felice.

    La terza ma non meno importante è o-fukuro (お袋), parola giapponese usata per indicare la propria madre. È un linguaggio più maschile e può essere usato tra amici o in contesti formali per parlare della propria madre. Non ci si deve mai dimenticare che i nostri genitori ci hanno cresciuto e che dobbiamo prenderci cura di loro fino alla fine.

    Fukurokuju – 福禄寿

    Di origine cinese ed è considerato la divinità della felicità e della longevità. Si dice che sia stato un monaco eremita in Cina, capace di sopravvivere senza nutritsi. Viene solitamente rappresentato come un uomo anziano con una grande fronte, simbolo taoista di lunga vita. Spesso viene anche raffigurato con una gru o una tartaruga, animali che in Giappone rappresentano la lunga vita. Si dice che i tre kanji che compongono il suo nome:

    Fuku – 福=幸福 (kōfuku) felicità

    Roku – 禄=fuku, status

    Ju – 寿=kotobuki, longevità

    portino benefici come la prosperità della prole, la fortuna finanziaria, la salute e la longevità.

    Jurōjin – 寿老人

    Jurōjin è strettamente associato a Fukurokuju, in quanto è anch’esso una divinità associata alla longevità e di origine cinese. Come Fukurokuju, viene rappresentato con una lunga fronte, con un rotolo in mano e accompagnato da una gru o da un cervo. È considerato il protettore delle persone anziane.


    Questa sette divinità vengono venerate all’interno di santuari e templi e il recarsi in visita presso questi luoghi sacri è conosciuto come shichifukujin-meguri (七福神巡り). Per la maggior parte delle persone che crede che buddismo e Shintō siano sempre state due religioni separate spese che queste divinità siano venerate sia presso i santuari che presso i templi suona alquanto bizzarro. Il motivo è che i santuari e i templi erano spesso uniti prima del periodo Meiji (1868-1912). Non a caso all’inizio di questo articolo ho parlato di sincretismo shintoista-buddista conosciuto come shinbutsu-shūgo (神仏習合). Nonostante i tentativi formali dei reggenti di periodo Meiji di creare una netta separazione tra lo Shintō, considerato la religione autoctona e ancestrale del paese, e il buddismo, la religione importata dal continente, la mescolanza tra le due religioni è sopravvissuta ed è ancora viva e vegeta. Shintō e buddismo non solo hanno condiviso i luoghi sacri ma anche i loro riti e tradizioni si sono influenzati a vicenda creando un qualcosa di unico che ancora oggi è oggetto di studio.

    Durante la metà del periodo Edo il pellegrinaggio dedicato alle Sette Divinità della Fortuna, divenne estremamente popolare tanto quanto il monte Fuji e il kōshin. Il kōshin-shinkō (庚申信仰) è un insieme di credenze e pratiche popolari di origine taoista che una volte introdotta in Giappone fu subito influenzata da shintoismo e buddhismo. Il kōshinkō è incentrato sull’idea che tre entità dette sanshi (三尸) vivano all’interno del corpo umano e salgano in cielo una volta ogni sessanta giorni, mentre la persona dorme, per riferire sulle sue malefatte. I praticanti della fede Kōshinkō organizzano eventi in quei giorni, cantando il Sutra del Cuore e impegnandosi in altre attività per tutta la notte, senza dormire, in modo che queste entità non riescano a salire fino all’Imperatore Celeste conosciuto come tentei (天帝) per riferire sulle malefatte delle persone.


    Oggi è possibile visitare luoghi dedicati alle sette divinità della fortuna a Tōkyō, più precisamente nella zona di Nihonbashi. Quindi se vi trovate in Giappone vi consiglio di visitare questi luoghi perché sono molto interessanti e possono essere raggiunti anche a piedi senza l’uso dei mezzi.

    1. Il santuario dedicato a Fukurokuju, il Koami-jinja (小網神社)

    2. Il santuario dedicato a Hoteison, il Chanoki-jinja (茶ノ木神社)

    3. Il santuario dedicato a Benzaiten, il Suitengu (水天宮)

    4. Il santuario dedicato a Daikokuten, il Matsushima-jinja (松島神社)

    5. Il santuario dedicato a Bishamonten, il Suehiro-jinja (末廣神社)

    6. Il santuario dedicato a Jurōjin, il Kasama-jinja (笠間稲荷神社)

    7. Il santuario dedicato ad Ebisu, il Suginomori-jinja (椙森神社)

    Ho avuto la fortuna di visitarlo mentre mi trovavo a Tōkyō per i miei studi e sono delle vere e proprie perle incastonate tra gli edifici delle città che consiglio a tutti di visitare.

    Le sette divinità della fortuna sono molto popolari in Giappone e si crede elargiscono sempre molte benedizioni. Alcune di queste divinità possono essere facilmente confuse con altre, ma è possibile distinguerle osservando ciò che portano con sé e ciò che indossano. Se ne avete la possibilità, vi consigliamo di visitare templi e santuari e di pregare per ottenere anche voi un po’ di fortuna.

  • Nengajō – 年賀状

    Nengajō – 年賀状

    Cartoline di auguri per il nuovo anno

    Foto del sito web delle Poste giapponesi

    Similmente all’usanza occidentale di inviare biglietti di Natale, in Giappone esiste la tradizione di inviare biglietti di auguri per il nuovo anno, chiamati nengajō (年賀状). Poiché al giorno d’oggi si trovano in vendita già scritte su apposite cartoline, sono conosciute anche come nenga-hagaki (年賀はがき), o cartoline di Capodanno.

    Questa usanza sembra essere nata durante il periodo Heian (794-1185), quando la nobiltà iniziò a scrivere lettere alle persone che vivevano troppo lontane per potersi recare in visita a porgere i consueti auguri di buon anno. Quando, nel 1871, il servizio postale giapponese seguì l’esempio europeo e creò le cartoline, queste si adattarono perfettamente a questi auguri che richiedevano solo la scrittura della frase Buon Anno, il proprio nome e un indirizzo. La tradizione si è conservata da allora, diventando una delle ricorrenze di capodanno più comuni nella storia del Giappone.

    Nonostante la diffusione dei social e delle app di messaggistica abbiano contribuito al declino di questa tradizione il servizio postale giapponese stima che ogni anno ogni giapponese spedisca circa 15 nengajō.

    Lo scopo primario di questi biglietti è quello di esprimere la vostra gratitudine a parenti, amici o colleghi che vi hanno aiutato nel corso dell’anno. Spesso sono anche usate come un modo per rimanere in contatto con persone che non si ha la possibilità di vedere spesso. Nel caso in cui si riceva uno di questi biglietti da qualcuno a cui non sono fatti gli auguri, la regola vuole che si risponda con una nengajō.

    La sola regola da tenere a mente è non inviare una nengajō a qualcuno che ha avuto un lutto in famiglia durante l’anno trascorso. È usanza delle famiglie che hanno avuto in lutto spedire anticipatamente una cartolina detta mochū-hagaki (喪中はがき) per comunicare ai tutti i loro conoscenti che non festeggeranno la fine dell’anno. L’usanza del mochū-hagaki non rappresenta la norma, cambia da famiglia a famiglia.

    Per essere certi che le vostre cartoline vengano consegnate in tempo (cioè il 1° Gennaio), il servizio postale giapponese inizia ad accettare le cartoline contrassegnate con la parola nenga, dal 15 dicembre e le conserva per la consegna il 1 Gennaio. Normalmente è meglio consegnare le cartoline entro il 25 Dicembre. È preferibile che le nengajō arrivino a destinazione entro il 3 Gennaio, che in genere è l’ultimo giorno di vacanza. Il termine ultimo di consegna delle nengajo è il 7 Gennaio. Tutte le cartoline consegnate dopo questa data sono considerate come kanchu-mimai (寒中見舞い), ovvero auguri invernali.

    Le nengajō, già affrancate, sono normalmente acquistabili presso tutti gli uffici postali o presso in konbini. Ce ne sono in vendita di tutti i tipi. Da quelle bianche dove potete aggiungere decorazioni voi stessi a quelle già disegnate. Qualsiasi biglietto può essere spedito come nengajō apponendo un apposito francobollo dal prezzo di 52 yen e scrivendo la parola nenga sopra ‘indirizzo del destinatario.

    Esistono anche siti web che offrono disegni stampabili: il sito ufficiale delle poste giapponesi ha una sezione, chiamata crea la tua nengajō ,contenente più di 400 stili per tra i quali poter scegliere.

     

    Le cartoline che si trovano in vendita sono molto semplici da compilare in quanto prevedono già tutti gli spazi necessari per inserire indirizzo di mittente e destinatario. L’indirizzo del destinatario si trova sul lato destro mentre quello del mittente sul lato sinistro. Sulla parte alta troverete gli spazi esatti per inserire il codice di avviamento postale, essenziale in Giappone, visto che non esistono i nomi delle vie. Il nome del destinatario e di ogni membro della famiglia, se ne si è a conoscenza, va scritto sulla cartolina seguito dall’ onorifico sama (様). Il cognome può essere scritto solo una volta. Ricordatevi di scrivere i nomi utilizzando dei caratteri più grandi rispetto a quelli usati per l’indirizzo.

    I messaggi più frequenti riportati sulla cartolina sono:

    明けましておめでとうございます。

    Akemashite omedetō gozaimasu.

    新年おめでとうございます。

    Shinnen omedeto gozaimasu.

    謹賀新年。

    Kinga-shinnen.

    Tutti e tre questi messaggi significano semplicemente “Buon Anno”.

    Normalmente uno di questi tre auguri viene seguito dalla seguente frase:

    昨年はお世話になりました。

    Sakunen wa o-sewa ni narimashita.

    “Grazie per tutto il vostro sostegno dell’anno scorso”.

    Seguita da:

    今年もよろしくお願いします。

    Kotoshi mo yoroshiku onegaishimasu.

    che in italiano potremmo rendere come “spero che la sua gentilezza verso di me continui anche durante l’anno nuovo”.

    Le nengajō sono spesso decorate con una foto di famiglia o ritraente un evento importante accaduto durante l’anno passato come un matrimonio o una nascita. Molto popolari sono anche le rappresentazioni dello zodiaco cinese che distingue l’anno a venire.

    Il 2024, in giapponese Reiwa Roku Nen (令和6年), sarà il tatsu-doshi (辰年) anno del drago, quindi sono già in vendita le cartoline a tema.

    Quindi, ora che sapete cosa sono le nengajō e siete in vacanza in Giappone compratene alcune e speditele a vostri familiari in Italia. Sicuramente farà felici anche loro. Attraverso le poste giapponesi è possibile recapitare le nengajo in quasi tutti i paesi del mondo.

     

  • L’hatsu-mōde – 初詣

    L’hatsu-mōde – 初詣

    La prima preghiera dell’anno

    La prima preghiera dell’anno.

    Si ritiene che visitare i santuari e i templi all’inizio dell’anno aumenti la felicità nel nuovo anno. L’hatsu-mōde (初詣, la prima preghiera dell’anno) era originariamente un saluto alla divinità locale della zona in cui si viveva, ma in seguito le persone iniziarono a fare visita al santuario o al tempio che si trovava nella direzione fortunata della divinità del nuovo anno. In giapponese recarsi al santuario situato nella direzione fortunata si dice ehō-mairi (恵方参り) termine composto dalla parola ehō (direzione fortunata) e mairi (pregare). Anche se questa tradizione sta svanendo, ci sono famiglie, come quella di mia moglie, che continuano a seguirla. La direzione della benedizione si riferisce alla direzione in cui si crede si trovi la divinità del nuovo anno, conosciuta come toshigami-sama (年神様) o toshitokujin (歳徳神), ed è decisa di anno in anno basandosi sull’ onmyōdō (陰陽道), il concerto dello Ying e Yang e sul jikkan (十干) ovvero il sistema dei tronchi celesti e dei cinque elementi introdotto in Giappone dalla Cina. La direzione della benedizione per il 2024, in Giappone Sesto anno dell’ era Reiwa (令和6年) sarà:

    東北東やや東

    Tōhokutō yaya higashi

    Est, nord-est leggermente est

    È quindi consigliabile visitate un santuario, un tempio o anche una chiesa che si trova in questa direzione da casa vostra.

    Ci sono diverse opinioni su quando sia il momento migliore per andare a visitare un sanitario o un tempio per l’ hatsu-mōde. Alcune persone si recano in visita in un luogo sacro il 1° Gennaio, mentre altre ritengono che si possa visitare in qualsiasi momento, durante lo shōgatsu-sanga-nichi (正月三が日) ovvero il periodo che va dal 1°al 3 Gennaio o nel periodo fino al 7 Gennaio. Sebbene sia generalmente accettato che l’ hatsu-mōde si svolga il primo giorno del nuovo anno, la realtà è che i santuari più popolari sono estremamente affollati. È diventato comune per molti frequentatori dei santuari o dei templi evitare questo particolare giorno a causa dell’enorme affollamento.

    Generalmente, i santuari shintoisti sono i più visitati per questa occasione, ma anche i templi buddisti sono popolari e, vista l’armonia e lo sincretismo che ha sempre contraddistinto la coesistenza di shintoismo e buddismo in Giappone, le celebrazioni hanno sempre attinto i loro elementi da entrambe le tradizioni e così anche nel caso della prima preghiera dell’anno, sia santuari shintoisti (jinja, 神社) che i templi buddisti (otera, お寺) sono luoghi popolari per festeggiare il nuovo anno. 

    Fino al periodo Edo, esisteva un’usanza conosciuta come toshigomori (年籠, il primo kanji indica la parola anno mentre il secondo komoru, significa confinarsi all’interno di un luogo) secondo la quale i patriarchi rimanevano chiusi all’interno di un santuario dedicato alla divinità protettrice del clan dalla sera del 31 Dicembre fino alla mattina alle primo Gennaio pregando per un buon raccolto e per la sicurezza della famiglia nel nuovo anno. In seguito, questa usanza è stata prima chiamata joya-mōde (除夜詣, preghiera di capodanno), in seguito gantan-mōde (元旦詣, preghiere del gantan) o ganjitsu-mōde (元日詣) preghiera del primo giorno dell’ anno.

    Nel tardo periodo Edo (1603-1868), l’ ehō-mairi (pellegrinaggio al santuario o al tempio in direzione della benedizione dell’anno) divenne popolare nel primo giorno dell’anno. Ma fu quando, la rete dei trasporti diventò più capillare durante il periodo Meiji (1868-1912) permettendo alle persone di visitare il loro santuario o tempio preferito, che la pratica si affermò come hatsu-moōde.

    Una delle ragioni per cui l’hatsu-mōde è diventato così popolare e consueto sembra sia stata l’influenza delle compagnie ferroviarie: la creazione delle ferrovie nell’era Meiji ha reso più facile raggiungere i santuari e i templi più famosi e lontani. Durante il periodo Meiji ebbe inizio una vera e propria competizione tra le compagnie di trasporto che aumentarono i servizi e crearono anche treni speciali per attirare i clienti durante il Capodanno. All’interno di varie campagne pubblicitarie si faceva grande uso del termine hatsu-mōde che così ha guadagnato in popolarità e sempre ha dato vita a questa usanza.

    Ma i giapponesi non hanno sempre festeggiato il Capodanno il primo Gennaio. Fino al 1873 in Giappone si seguiva il wareki (和暦), il calendario lunare cinese, e quindi festeggiavano l’inizio dell’anno un po’ più tardi. 

    Nel 1873, cinque anni dopo la Restaurazione Meiji, il Giappone adottò ufficialmente il calendario gregoriano o solare detto seireki (西暦) e da allora iniziò a festeggiare il primo Gennaio, noto in giapponese come gantan (元旦). Tuttavia, alcune delle vecchie tradizioni del calendario lunare vengono ancora celebrate un po’ più avanti nel mese, nell’ambito di una festa non ufficiale chiamata koshogatsu (小正月), il piccolo capodanno giapponese che veniva festeggiato il 15 Febbraio secondo il calendario lunare in concomitanza con la prima la prima luna piena del nuovo anno. 

    A differenza del Capodanno durante il quale si prega per la fortuna e la felicità personale, le celebrazioni del koshogatsu erano, e sono tuttora, incentrate sulla collettività e su un raccolto abbondante per l’anno successivo. 

    La mattina del koshōgatsu si usava consumare l’ azukigayu (小豆粥), una sorta di pappa di riso mescolata con fagioli azuki. Molto spesso, le famiglie decorano la loro casa con il mayudama (繭玉), che consiste nell’appendere a ramoscelli di salice o di bambù diversi piccoli dolci di riso a forma di bozzolo come portafortuna, tra i quali brillano piccoli tesori come monete d’oro chiamate koban e altri oggetti, che vanno da piccole bottiglie di sakè a portafortuna in legno e così via.

    Anche se l’importanza dell’agricoltura è diminuita nel corso degli anni rispetto alla vita quotidiana delle persone, il koshogatsu viene ancora celebrato, soprattutto nelle zone rurali che fanno affidamento sull’agricoltura per il loro sostentamento. Tuttavia, diversi templi, santuari e comunità in tutto il Giappone celebrano il Piccolo Capodanno, tipicamente il 15 gennaio, facendo uso di diverse antiche usanze e tradizioni che sono state tramandate per generazioni. Oggi il koshōgatsu è spesso anche il momento in cui le famiglie giapponesi iniziano a togliere le decorazioni dedicate alla celebrazioni del nuovo anno.


    Fonte sito web koto no ha techō

    Se vi capiterà di visitare il Giappone nei primi giorni dell’anno vi capiterà di vedere lunghe file presso i santuari e i templi per suonare la campana e offrire una preghiera per il nuovo anno. Sebbene questo gesto possa essere compiuto in qualsiasi giorno dell’anno, l’hatsumode è considerato un momento particolarmente importante per pregare e, a seconda che si visiti un santuario o un tempio, la procedura è leggermente diversa. Per pregare in un santuario, bisogna innanzitutto suonare la campana, se c’è, e poi mettere una moneta nella cassetta delle offerte. Quindi, seguire la regola del Nirei-nihakushu-ichirei (二礼二拍手一礼), ovvero “2 inchini, 2 battiti di mani, preghiera, 1 inchino” per completare il rituale. In un tempio, suonare la campana dopo l’inchino una volta prima di mettere una moneta nella cassetta delle offerte. Poi, pregate con le mani giunte davanti al petto. A differenza dei santuari shintoisti, in un tempio buddista non si battono le mani. Esiste anche un’altro modo di pregare presso un tempio buddista che ho visto fare solo alla nonna di mia moglie che poi mi ha anche spiegato il significato che è legato alle parole tenjō tenge yui ga dokuson (天上天下唯我独尊).

    Con termine di si riferisce alla posa del Buddha in cui la mano destra è sollevata in alto con l’indice esteso verso il cielo, mentre la mano sinistra è tenuta in basso e l’indice indica la terra . Il significato di questa posa é: “in cielo e in terra, io sono l’unico ad essere onorato”. Queste si racconta siano state le prime parole del Buddha dopo essere nato puntando le mani verso il cielo e la terra. Se qualche appassionato di Jujutsu-kaisen leggerà questo articolo ricorderà Gojō Satoru assumere questa posa durante lo scontro con Fushiguro Tōji e dicendo le stesse parole.


    Se il clima lo permette è facile incontrare persone in raffinati abiti tradizionali che si recano in visita al tempio per rendere omaggio alla divinità. Per questo motivo, è un momento in cui sia le donne che gli uomini possono indossare il kimono. Il Capodanno è un’ottima occasione per indossare gli abiti tradizionali giapponesi. Tuttavia, non è assolutamente necessario. 

    Fonte sito web Yasukuni Jinja

    Dovete sapere che per i giapponesi una visita a un santuario non è completa senza l’acquisto di uno dei portafortuna disponibili. Questo è particolarmente consigliato ai visitatori del Giappone, per chiunque sia interessato a portare a casa un souvenir culturalmente significativo e al tempo stesso economico. Sto parlando degli omamori (御守), un portafortuna tradizionale giapponese. Si tratta di un piccolo sacchetto di stoffa che contiene un piccolo oggetto fatto di carta, legno, stoffa o metallo, su cui è inciso un testo sacro o un sutra. Al centro del ciondolo è ricamato il nome del santuario. È consuetudine portare al santuario i vecchi omamori dell’anno precedente per bruciarli in modo cerimoniale. Disponibili in una varietà di colori diversi che simboleggiano il tipo di fortuna che porteranno, gli omamori più diffusi sono quelli che portano fortuna in termini di ricchezza, salute e amore.

    Foto Tōkyō Keizai On-line

    Oltre agli omamori si possono acquistare anche dei portafortuna chiamati omikuji  (おみくじ), che sono delle strisce di carta contenenti una predizione divina. Tradizionalmente si conservano gli omikuji che contengono frasi portafortuna poiché descrivono in dettaglio la fortuna del destinatario nell’anno a venire. Quelli che invece indicano la sfortuna possono essere legate a un ramo di un albero o su appositi luoghi in un’area designata all’interno del perimetro del santuario, in modo da lasciare all’interno di quest’ultimo qualsiasi tipo di sfortuna predetta. L’ omikuji, tuttavia, non deve fungere solo da carta della fortuna. Deve essere considerato anche un consiglio, per dare piccole indicazioni nella vita di tutti i giorni.

    Foto dal sito web si Okumiya Jinja

    Durante l’ hatsumōde spesso i giapponesi comprano anche un ema (絵馬) per garantire il proprio successo negli affari o negli studi. Gli ema sono delle targhe di legno sulle quali si scrive il proprio desiderio o la proprie speranze per l’anno successivo. Sono spesso decorati con simboli shintoisti di buon auspicio e alcuni sono unici per un particolare santuario. In origine, l’ema era un piatto di legno con l’immagine di un cavallo, derivante da un’usanza che consisteva nell’offrire cavalli vivi a una divinità, da questa tradizione deriva anche il temine ema e come secondo kanji ha proprio quello di cavallo. Una volta scritto il vostro desiderio, dovrete appenderlo nell’apposito spazio del santuario.

    Spesso mi chiedono dove è meglio recarsi per l’hatsumōde. Non esiste una regola scritta, si può scegliere un luogo in base alla posizione o alla popolarità, ma la cosa migliore sarebbe visitare un luogo in cui i propri desideri e i propri benefici trovano corrispondenza. Tuttavia, qui in Giappone quando si parla dei kami si usa il temine yaoyorozu no kami (八百万の神), ovvero si pensa che ci siano otto milioni di divinità, quindi no è difficile trovare un luogo che corrisponda ai proprio desideri. Seguendo i consigli di mia moglie giapponesi suggerisco sempre di usare il nome del santuario o del tempio che ti premetto di farti un’idea, per quanto approssimativa, della tipologia di benefici offerti dai vari luoghi sacri.

    Se si vuole pregare per la pace e la sicurezza della propria famiglia allora dovreste recarvi presso un santuario con il nome che termina con jingu (神宮) ad esempio il Meiji Jingū (明治神宮) di Tōkyō. All’interno dei jingū è custodita e si prega la divinità ancestrale dell’imperatore. 

    Se volete pregare per il successo nel mondo degli affari o negli studi, per una lunga vita e per la protezione dalla sfortuna alla dovrete recarvi presso un un santuario che contenga la parola hachiman (八幡). In questi luoghi sacri si venera Hachiman, divinità dei guerrieri. Per esempio l’azienda per cui lavoro si raduna per l’ hatsumōde stesso un santuario di Hachiman della nostra città.

    Se siete in procinto di sostenere un esame di ammissione all’università o un concorso statale o volete pregare per il successo scolastico dei vostri figli potete recarvi presso un santuario che contiene il termine tenjin (天神) o tenma (天満). In questi luoghi si venera Sugawara no Michizane (菅原道真) il kami dell’ apprendimento.

    Infine se cercate un luogo dove pregare per la prosperità degli affari della vostra azienda o se la vostra azienda è legata al mondo rurale e agricolo e quindi desiderate ricevere una benedizione per un buon raccolto non vi resta che recarvi presso un santuario dedicato ad Inari (稲荷), kami dell’agricoltura e dei commerci.

    Se la fortuna in amore è quello che cercate ci sono moltissimi santuari dove è possibile recarsi. Ma, il momento migliore dell’anno per pregare per quello che in Giappone e conosciuto come en-musubi (縁結び) ovvero la creazione di legami, é durante il kannazuki (神無月), ovvero il mese di Ottobre. Ma questa è un’altra tradizione che descriverò in un altro articolo.

    In ogni epoca, la prima preghiera dell’anno è sempre stata uno degli eventi familiari più importanti ed emozionanti del Capodanno. Ogni anno un gran numero di persone che vi si recano insieme come famiglia.

    La prima uscita dopo il nuovo anno si chiama hatsu-kadome (初門出), ed è considerata anch’essa un’occasione molto felice.

    Se visitate il Giappone in concomitanza del Capodanno cogliete l’occasione per godervi questa usanza unica.

  • Otoshi-dama – お年玉

    Otoshi-dama – お年玉

    Continuano la nostra rassegna delle tradizioni giapponesi legate ai festeggiamenti dell’anno nuovo parlando delle otoshi-dama (お年玉), che sono un dono in denaro che viene dato ai bambini durante i primi giorni dell’anno.

    Questi regali oggigiorno sono per lo più in denaro, ma in origine si usava regalare dei mochi, considerati un simbolo dell’anima (tamashii, 魂) che, nella cultura giapponese è l’espressione del potere di vivere e rappresenta l’energia che permette a tutte le creature di vivere. Come ho spiegato in un mio precedente articolo, la tradizione vuole che lo spirito del nuovo anno fosse condiviso dal toshigami-sama (年神様, divinità dell’anno nuovo), con tutte le creature viventi, donando loro la forza per vivere l’intero anno. In Giappone, si tengono una serie di eventi per accogliere, intrattenere e salutare il kami del nuovo anno che condividerà con noi il suo spirito, insieme alla felicità e alle benedizioni per il nuovo anno.

    Ai bambini giapponesi piace molto il periodo di Capodanno perché ricevono le otoshi-dama dai genitori o dai parenti più stretti. Il dono viene consegnato mettendo il denaro all’interno di una piccola busta detta otoshi-dama bukuro (お年玉袋) o pochi-bukuro (ポチ袋). Esistono diversi tipi di buste in commercio, da quelle classice a quelle raffiguranti i personaggi di anime e manga.

    Si dice che il termine otoshi-dama sia legato al concetto di “anima del nuovo anno”. “L’anima del nuovo anno” é detta anche “Toshi-gami-sama no tamashii” (年神様の魂, anima del kami del nuovo anno). Le festività legate al Capodanno sono eventi che danno il benvenuto alla divinità del nuovo anno e sono strettamente legati alla tradizione shintoista. Si dice che toshigami-sama dimori nel kagami-mochi durante questo periodo. Aprendo e  mangiando questo dolce, le persone ricevono una parte dell’anima della divinità che gli conferisce l’energia vitale necessaria per il nuovo anno. Un tempo era molto diffuso un rituale shintoista, conosciuto con il nome di kamgami-biraki (鏡開き, Lett apertura dello specchio), durante il quale si aprivano i kagami-mochi. L’apertura di questo dolce rappresenta simbolicamente il rilascio dell’anima del toshigami-sama e, una volta terminato, i partecipanti ne ricevevano una parte. Quando tornavano a casa, schiacciavano e dividevano ulteriormente la parte ricevuta, avvolgevano le parti in carta e le condividevano con la famiglia e la servitù: questa usanza è considerata la nascita dell’ otoshi-dama. Si racconta che questa tradizione sia diventata di uso comune tra la popolazione durante il periodo Edo (1603-1868), quando le famiglie ricche e i commercianti erano soliti distribuire sacchetti di mochi e mikan (un’arancia mandarino giapponese) alle famiglie per diffondere la felicità all’inizio di ogni anno. Si diffuse anche l’usanza di portare don, chiamati onenshi (御年始), quando ci si recava in visita a parenti o amici durante la notte di Capodanno. È quando si cominciò a regalarli ai bambini che nacque l’attuale tradizione dell’ otoshi-dama. Inizialmente venivano regalati ai bambini i kagami-mochi, ma poi, con il passare del tempo furono sostituiti da altri beni fino a giungere ai soldi. Questa usanza è stata tramandata durante le epoche Meiji, Taisho e Showa, ma fu a partire dal periodo di rapida crescita economica alla fine degli anni Cinquanta, che il denaro divenne la norma, soprattutto nelle aree urbane, e si dice che i destinatari fossero esclusivamente i bambini.

    Ma che cifra viene donata normalmente?

    Non esiste una regola precisa sulla quantità di denaro da dare, ma c’è una linea guida approssimativa che molte persone seguono. Ad esempio, 2.000 yen per i bambini in età prescolare, 3.000 yen per gli studenti delle scuole elementari, 5.000 yen per gli studenti delle scuole medie e superiori e così via. L’importo varia anche in base al rapporto con il bambino: il proprio, quello dei parenti stretti, quello dei figli degli amici, ecc. Per i bambini troppo piccoli per capire il valore del denaro, al posto dei contanti si regalano giocattoli. Nella mia famiglia si usa regalare una moneta da 500 yen accompagnata da un gioco ai neonati.

    Ogni anno con i miei figli si pone sempre il problema di come spendere questi soldi. Generalmente, in caso di somme ingenti, i genitori chiedono ai bambini di metterne da parte almeno una parte per i loro risparmi futuri. A volte i bambini possono usarla per un oggetto speciale e costoso che desiderano da tempo. Tutto dipende dalla famiglia. Indipendentemente da come viene speso il denaro, una cosa su cui la maggior parte dei bambini giapponesi è d’accordo è che ricevere l’otoshi-dama è uno dei momenti più emozionanti del nuovo anno!

  • Ozōni (お雑煮) e Mochi (餅)

    Ozōni (お雑煮) e Mochi (餅)

    Ogni Capodanno in Giappone, le famiglie che si riuniscono per i festeggiamenti sono solite mangiare l’ o-zōni (お雑煮) una zuppa piena di teneri mochi e tanti altri buonissimi ingredienti. Come molti ormai sapranno i mochi (餅) sono dei morbidi dolci giapponesi a base di riso. Ci sono diverse tipologie di mochi ognuno con un suo proprio simbolismo. Fortuna e longevità sono solo due delle tante qualità associate ai mochi.

    Il sakura mochi (桜餅) solitamente disponibile durante la stagione primaverile. È considerato come una sorta di wagashi (和菓子, dolci tradizionali giapponesi che di solito si accompagnano al tè) ed è famoso per il suo aspetto e colore graziosi. La dolcezza del mochi si sposa bene con il sapore del tè. Di colore rosa ha un ripieno di anko (餡, pasta di fagioli rossi) e viene servito avvolto in foglie di ciliegio salate e commestibili. I giapponesi sono soliti mangiare wagashi diversi a seconda della stagione e poiché il colore di questo mochi ricorda quello dei fiori di ciliegio è stato rapidamente associato alla primavera. Assieme all’ hishi mochi (菱餅), un mochi a tre strati verde, bianco, rosa é diventato il simbolo dell’ hina matsuri (雛祭り, Giornata delle ragazze) rappresentando la fertilità e la salute.

    I mochi un tempo erano un’offerta per le feste e i rituali legati principalmente alla religione buddista. Ma a partire dal periodo Edo (1603-1868), divennero disponibili per la gente comune. A quanto pare, è in questo periodo che si iniziò la tradizione di mangiarli per accogliere il nuovo anno.

    I mochi sono anche mangiati, durante le festività per il nuovo anno, accompagnati o immersi in una zuppa chiamata ozōni, che si traduce approssimativamente in “vari tipi di cottura a fuoco lento”. Come suggerisce il nome, c’è molta flessibilità nel modo in cui viene preparata. Ogni regione e famiglia ha il proprio modo di prepararla, con ingredienti diversi.

    Sembra che l’ozōni fosse originariamente servita all’inizio dei pasti rituali chiamati honzen-ryōri (本膳料理) che erano popolari tra la classe dei samurai durante il periodo Muromachi (1333-1336). Essendo l’ozōni uno dei primi piatti ad essere servito si pensa che sia passato a essere il primo pasto servito nel nuovo anno dopo la sua diffusione in Giappone, circa 500 anni fa.

    Oggigiorno gli ingredienti principali per preparare l’ozōni possono essere distinti in quattro gruppi: la base di dashi, il condimento del dashi, i mochi e gli ingredienti aggiuntivi.

    Un macro divisione può essere fatta tra l’ozōni servito nella zona del kansai (関西風), caratterizzata dal bordo bianco e cremoso dovuti all’utilizzo del famoso e buonissimo saikyo miso (西京みそ) di Kyōto. Mentre quella servita nella zona del kantō (関東風) è più salata e presenta un colore più scuro dovuto all’aggiunta della salsa di soia.

    Gli eventi e il cibo del Capodanno giapponese, così come  l’ozōni, hanno origine dalla tradizione shintoista e varie usanze sono nate dall’idea del shinjin kyōshoku (神人共食) che significa mangiare cibo offerto agli dei per ricevere il potere degli dei ed essere più energici. L’ozōni viene solitamente preparata il primo Gennaio perché la tradizione vuole che venga utilizzata la prima acqua dell’anno. Conosciuta come wakamizu (若水, Lett acqua giovane), in passato si prendeva direttamente dal pozzo oggigiorno direttamente dal rubinetto di casa.

    La preparazione di questa pietanza varia da regione a regione e con essa anche gli ingredienti utilizzati. Ci sono solo due componenti principali comuni in tutte le regioni del Giappone. I mochi e il dashi.

    Per quanto riguarda i mochi si possono trovare in due forme: rotonda e quadrata.In genere, i mochi rotondi sono utilizzati nel Giappone occidentale, mentre quelli quadrati sono utilizzati nel Giappone orientale. È interessante notare come il confine tra l’uso di un tipo e l’altro di mochi coincida con la zona di Sekigahara (関ヶ原), dove si svolse la battaglia che vide la vittoria Tokugawa e segnò la fine del sengoku jidai (戦国時代) il periodo degli stati combattenti. La regione da nord a sud, ovvero la parete di territorio che da Aomori scende fino a Sekigahara, è la zona dove i mochi hanno forma quadrata, noti anche come kaku-mochi (角餅), ottenuti appiattendo e tagliando il riso precedentemente pestato. Alcuni sostengono che durante il periodo Edo, quando i mochi divennero popolari tra la gente comune, erano di forma quadrata perché nella città di Edo (l’attuale Tōkyō) la richiesta di mochi era così elevata che si decise di prepararli di forma quadrata perché più pratico e veloce. La regione a ovest di Sekigahara è la zona in cui i mochi sono hanno sempre avuto una forma rotonda. A Kyōto, dove si trovava la capitale, i mochi rotondi erano i principali portafortuna ed erano simbolo di amicizia.

    Fonte: Maff

    Il dashi e il condimento dell’ozōni variano da regione a regione. Nel Giappone orientale è comune aggiungere katsuobushi, sardine e alga kobu nella preparazione del brodo della zuppa, aggiungendo salsa di soia per aggiustare il sapore. Nella regione del Kansai, il miso bianco è molto diffuso. Il miso bianco era un ingrediente molto costoso una volta e aveva un forte sapore dolce, preparato con molta crusca di riso, per cui l’ozōni di miso bianco divenne popolare tra la corte e i nobili di Kyōto nel tardo periodo Edo. Nel Tohoku, nord del Giappone, si preferisce una zuppa con brodo più chiaro, aromatizzata con salsa di soia e con aggiunta di carne di pollo.

    Qui nel Kyūshū, molte zone utilizzano un brodo chiaro a base di ago (pesce volante essiccato). Oltre al brodo e al mochi, il tocco di unicità dell’ozōni sta negli ingredienti aggiuntivi. Carote, daikon, kamaboko una pasta di pesce dai colori bianco e rosso. Bianco e rosso, come spiegato in un articolo precedente sono considerati o colori portafortuna per l’anno nuovo legati alla dottrina shintoista. Il bianco richiama la purezza mentre il rosso, dalla sua sfumatura vermiglia, si pensa allontani gli spiriti maligni. Vengono aggiunte poi delle verdure a foglia come gli spinaci e carne di pollo generalmente.

    Oltre allo stile regionale dell’ozōni, ogni famiglia ha la sua storia e il suo sapore. In molti casi, quando uomini e donne di regioni diverse si sposano, gli stili di preparazione delle rispettive famiglie si fondono insieme per creare uno stile unico. Nel Kyūshū, dove vivo, ci sono tre modi differenti di preparare l’ozōni rispettivamente nelle zone di Fukuoka, Nagasaki e Kagoshima.

    L’ hakata zōni è una zuppa tipica di Fukuoka con brodo a base di sardine grigliate, con l’aggiunta di una verdura tradizionale detta katsuna (カツオ菜) e di un pesce, il buri, (la ricciola) che porta fortuna per il successo nella vita. I mochi vengono aggiunti bolliti o grigliati.

    Nella zona di Nagasaki si usa aggiungere i funghi shiitake e la carne di pollo.

    L’ozoni della prefettura di Kagoshima, conosciuto come Satsuma Ebi Zoni (薩摩えび雑煮. Satsuma è l’antico nome di questa zona) è caratterizzato da gamberi così grandi da sporgere dalla ciotola.

    La maggior parte dei giapponesi festeggia il Capodanno con la famiglia e i parenti e raramente consuma l’ozōni a casa di altri, anche se si tratta di amici stretti. Come scritto in un precedente articolo al giorno d’oggi, è diventato usuale ordinare molte delle pietanze tipiche di questo periodo presso negozi specializzati. Solamente l’ozōni continua ad essere preparata tramandata in casa in tutte le sue varianti.

  • Perché gli esseri umani hanno sviluppato una conoscenza scientifica solo in questi ultimi secoli?

    Il desiderio di capire e il piacere di conoscere sono vecchi quanto il mondo. I metodi di analisi e soprattutto gli assunti taciti alla base del sapere sono però cambiati molto. Questi cambiamenti a loro volta sono all’origine della rivoluzione scientifica, una rivoluzione che ha permesso un aumento senza precedenti della conoscenza e della potenza dell’essere umano. In altri termini, prima di essere quantitativa, l’evoluzione della scienza è stata qualitativa. Ai tempi di Aristotele la personificazione e l’antropomorfizzazione della natura erano procedura normale. Ora l’eliminazione dell’osservatore è uno degli aspetti centrali della sperimentazione.

    Mi sono convinto che questa rivoluzione scientifica non sia stata né ovvia né necessaria, ma che al contrario sia una caratteristica della nostra particolare evoluzione di europei. Vivo in estremo oriente da decenni, ma solo da qualche anno mi sono accorto di alcune differenze molto profonde nei modi di pensare asiatici e europei. Dopo molte ore di conversazione con Robby Shima, ti ringrazio, mi sono accorto della grande somiglianza fra il pensiero classico greco e romano e certi aspetti del pensiero moderno asiatico.

    Prima di procedere però credo sia bene chiarire quali tipi di conoscenza esistono.

    Esistono le scienze sociali, che studiano l’essere umano e hanno metodologie proprie.

    Esistono poi le scienze naturali, che sono puramente descrittive e quantitative e mirano a spiegare sulla base di leggi il reale e quindi prevederlo. Personalmente non vedo ragioni di principio per cui alcune, ma non tutte, le prime non possano venire assorbite futuro almeno in parte nelle seconde.

    Poi poi ci sono l’ingegneria e la tecnologia. Passo l’onore e l’onere di definirle a Vito LaVecchia

    che afferma che: 

    1. L’ingegneria è la mente e lo sforzo per creare qualcosa; la tecnologia è il risultato dell’applicazione di questa mente e di questo sforzo.
    2. L’ingegneria è più specifica della tecnologia.
    3. L’ingegneria è un problema mentre la tecnologia è la soluzione.
    4. La stessa tecnologia può essere utilizzata più e più volte.
    5. La tecnologia disponibile viene utilizzata per progettare una tecnologia più avanzata.
    6. La tecnologia è più affidabile dell’ingegnerizzazione di qualcosa di nuovo.

    Molta della conoscenza accumulata in passato era in realtà ingegneria e tecnologia, ma non scienza. Non era rivolta a conoscere ma a fare. Una distinzione sottile, ma significativa. Eratostene, che pagò qualcuno perché contasse i passi fino a Siene perché aveva udito che a mezzogiorno un obelisco non vi proiettava ombra, mentre uno dove abitava lui sì, si servì poi di tale dato per calcolare il diametro della terra. Agì da ingegnere, ma anche da scienziato, perché nella circonferenza terrestre cercava conoscenza fine a se stessa. Si servì delle tecnologie di cui disponeva in modo sagace. Ma perfino lui non era un uomo moderno. Come tutti i suoi contemporanei, anche lui credeva che le cose si muovono perché esse stesse in qualche modo si vogliono muovere. Questo stato di cose e continuato fino a tempi recentissimi.

    Robert Boyle, Roger Bacon, Isaac Newton e mille altri scienziati erano anche alchimisti, e non vedevano una contraddizione fra le due attività.

    Eppure l’alchimia è incompatibile con la scienza moderna. SI serviva di metodi usati anche dalla scienza, in particolare dalla chimica, ma era più affine alle scienze umane perché vedeva lo sperimentatore come parte dell’esperimento. In altri termini, un esperimento poteva riuscire a Paracelso e non a un suo discepolo per ragioni del tutto spirituali. In questo senso, tali scienziati non fanno ancora parte della scienza moderna, ma di una sua fase tradizionale. La scienza moderna è europea nel senso che è il prodotto di fattori non presenti altrove. Non è una conseguenza necessaria del progresso. Che questo sia il caso strato dimostrato in modo che personalmente trovo convincente da un’analisi delle culture dell’estremo oriente. 

    Quasi la metà della produzione industriale proviene da solo tre nazioni, quattro includendo Taiwan. Nessuna delle quattro ha un passato simile al nostro, tutte sono animiste e politeiste. Vorrei dimostrare che questo non può non avere conseguenze negative analoghe a quelle che hanno ritardato l’evoluzione della scienza in Europa.

    Animismo e politeismo dipendono l’uno dall’altro in un modo complesso, ma sono due facce della stessa cosa.

    L’animismo attribuisce caratteristiche umane a oggetti inanimati. attribuisce anche caratteristiche esclusive degli organismi a enti che non hanno la struttura che definisce un organismo. Una roccia non ha organi.

    Il politeismo separa le forze della natura dal loro contesto, vedendole come indipendenti e non assolute, nel senso di non necessariamente sempre valide. Essendo il prodotto della volontà di una entità dentro di sé in modo simile a un essere umano, esistono nella misura in cui questi lo decide. Un corollario di questo fatto è che ogni fenomeno, ogni evento è il risultato di una volontà precisa e non di un meccanismo naturale risultato dell’interazione di enti non necessariamente coscienti di sé.

    Un altro il fatto che le creature che sono la personificazione di queste forze fanno una sola cosa. Perfino il creatore sa solo creare un universo, poi scompare.

    Il politeismo ritiene inoltre che l’esistenza sia fatta di cicli, ciascuno legato ad un luogo o evento.

    Il cristianesimo ha portato il tempo lineare. Il Dio cristiano è un Dio radicalmente diverso dai precedenti. Non è un Dio esclusivamente creatore, non appartiene a un luogo o evento preciso ma e in grado di muoversi linearmente nel tempo.

    Il monoteismo anche portato l’abitudine al pensiero astratto. L’animismo e politeismo invece è al tempo stesso estremamente concreto ed estremamente astratto. È estremamente concreto perché ritiene che solo l’esperienza individuale conti qualcosa. Crede quindi solo a ciò che si vede e si tocca. L’astratto non esiste. Perfino l’anima mangia, dorme, si ammala. Al tempo stesso, la sua stessa metodologia lo costringe a trovare soluzioni assurde, come la credenza diffusa in tutto il mondo che chi annega lo fa perché chi è annegato prima di lui gli tira le gambe. Questo fra l’altro è un esempio di come l’animismo generi spontaneamente la paura. Se non esistono eventi che non siano voluti, è evidente che qualsiasi cosa negativa appaia è opera di un nemico..

    Il cristianesimo infine ha diviso il mondo dei morti da quello dei vivi, rendendo impossibili il culto degli antenati e quindi le lotte tribali. La sua fiducia nell’esistenza di un’origine unica della realtà ha facilitato il nascere della fiducia nell’esistenza di regole universali cui la materia deve obbedire.

    Le caratteristiche del pensiero moderno sono:
    1 Abbandono dell’intuizione a favore del pensiero astratto e logico. Il politeismo cinese e l’animismo giapponese non ho mai

    2 Enfasi sul pensiero quantitativo.

    3 Il concetto di natura come una macchina, una macchina di cui l’osservatore umano è parte.

    4 Il dubbio metodico di Descartes, a mio parere il concetto più importante fra questi.

    L’illuminismo fu una delle conseguenze della rivoluzione scientifica. La scienza, che piaccia o meno, è divenuta l’argomento risolutivo, anche arbitra di morale quando possibile. Il suo valore viene ritenuto (giustamente) assoluto. Una teoria scientifica non è mai stata provata falsa, ma sempre vera come caso speciale della teoria che viene a sostituire.

    Citiamo la Britannica (si, lo so che è un’enciclopedia)

    L’improvvisa comparsa di nuove informazioni durante la rivoluzione scientifica ha messo in discussione le credenze religiose, i principi morali e lo schema tradizionale della natura. Ha anche messo a dura prova le vecchie istituzioni e pratiche, rendendo necessari nuovi modi di comunicare e diffondere le informazioni. Innovazioni di spicco includevano società scientifiche (che sono state create per discutere e convalidare nuove scoperte) e articoli scientifici (che sono stati sviluppati come strumenti per comunicare nuove informazioni in modo comprensibile e testare le scoperte e le ipotesi fatte dai loro autori).

    Io vivo in una società (quella giapponese) ed in un continente (l’Asia e, più esattamente, in Estremo Oriente) molto particolari. Il Giappone e la Cina costituiscono il 36.7% dell’output industriale mondiale, il che vuol dire che, aggiungendovi la Corea del Sud e Taiwan, quest’area quasi certamente produce il 45% almeno di tutta la tecnologia del mondo.

    La rivoluzione scientifica qui non è avvenuta. Ne ho parlato più volte, ma riassumo brevemente le caratteristiche mi sembra il pensiero abbia in Giappone.
    1) Una forte ostilità nei confronti del pensiero astratto e fine a sé stesso. Il pensiero giapponese acquista coerenza e profondità se è finalizzato.

    2 Una forte tendenza all’animismo, che si esprime nell’umanizzazione della natura e nell’uso dell’intuizione, non la logica, nel conoscere la realtà, e nella diffusa credenza che gli oggetti sono vivi. Per sincerarsi che questo effettivamente accade, leggere i libri di Marie Kondo, stampati anche in Italia.

    3 Una visione politeistica del mondo, visto come composto di forze che possono agire al di fuori di un contesto. Le leggi della natura possono avere eccezioni quando un individuo possiede le caratteristiche spirituali necessarie.

    4 Il fine di un gruppo non è la giustizia/verità, ma l’armonia.

    5 Nella natura esistono altre forze, oltre quelle a noi conosciute. La sorte è una di queste. La magia è un’altra. vedi il punto 3.

    6. Siccome l’agire delle forze della natura è affidato ad un ente antropomorfico, che le scatena con una decisione sua conscia, nessun evento è casuale, ma al contrario deciso da qualcuno e diretto a qualcun altro. La mia risposta a questa domanda sarebbe:

    La scienza moderna è un evento unico e non necessario risultato di una serie di eventi particolari della storia europea. La produzione di sapere si è moltiplicata e accelerata come conseguenza di tali eventi. L’Asia ha avuto una storia diversa. Mi aspetto quindi l’insorgere di differenze future fra Europa ed Asia nel settore scientifico in termini di metodologia e risultati. Ammetto di stare parlando di cose complesse che conosco e capisco solo in parte. Caveat emptor.

    Note a piè di pagina

  • Il paese dove le cose parlano, parte seconda

    Una signora nata cristiana che conoscevo aveva abbandonato la religione perché non voleva andare in Paradiso. Troppo lontano, diceva, preferiva rimanere a Zushi, il paese dove è nata e dove vive la sua famiglia. Questa include anche i morti, che sono ancora membri attivi della società.

    Le strade sono quindi piene di spiriti che una volta erano persone. Vivono accanto a te e sanno come farsi sentire e rispettare, all’occorrenza. Il morto è cosciente di sé, vive dove è morto, deve mangiare, bere, dormire, ha bisogno di compagnia, affetto e così via. Se è stato operato di appendicite, lo spirito porterà la cicatrice.

    Se il tuo antenato trova spazio nel tuo butsudan (una specie di altare in casa dove vivono TUTTI i tuoi antenati), tutto è a posto. Potrai chiedergli favori e protezione in cambio delle tue cure.
    Ma supponiamo uno muoia di morte violenta lontano da casa, come è successo spesso nel corso della storia giapponese. Rimarrà abbandonato, divenendo sempre più ostile ai viventi. Di qui la paura continua dei morti e delle loro possibili azioni.

    Un mio amico canadese stava visitando un castello quando ha visto un’insegna sopra una fontana, che diceva che lì in passato si lavavano le teste dei condannati a morte. Sua moglie si è messa ad urlare per la paura, perché il luogo era evidentemente rigonfio di anime di morti per morte violenta, i peggiori.

    Da anni bombardo i miei amici con domande strane. Sanno che ho il pallino dell’animismo e mi lasciano fare. Qualche tempo fa stavo parlando con una amica, Shizuka, e le ho domandato se credeva nei fantasmi. Mi ha detto combattiva che non aveva bisogno di credere, perché sapeva che i fantasmi esistono. Shizuka non è assolutamente la persona che pensereste creda a queste cose. Solida, pratica, non ha mai parlato di spiriti se non quella volta. Quella volta lo ha fatto perché le ho fatto una domanda. Siamo saliti in macchina e si è diretta verso casa mia. Le ho chiesto di raccontarmi un episodio in cui ha visto uno spirito. Sa benissimo che io non credo a queste cose, ma sa anche che sto facendo una ricerca seria, e non ha remore.

    Stava guidando quella stessa auto, ha raccontato, quando accanto all’acceleratore ha visto spuntare una gamba. Dopo qualche secondo è scomparsa. Poi è ricomparsa, si è flessa ed estesa, infine è sparita di nuovo nel cofano. Era spaventata? Non particolarmente. Tutti gli altri in auto, tre donne, la presero sul serio, come mi aspettavo.

    Ho un amico che ama fischiettare a letto, nel buio, sua moglie si spaventa sempre perché dice che “loro vengono se li chiami”. Sua moglie è un chirurgo.

    Il paradiso e l’inferno sono una grandissima protezione psicologica, perché liberano il mondo dalla presenza dei morti. Credo che pochi in Italia sentano la presenza di un caro perduto nel visitarne la tomba. Il 2 di novembre è una festa di rimembranza.

    Obon, invece, è un giorno in cui i morti tornano in carne ed ossa. Un mio conoscente mi raccontava che tutti gli anni aspetta suo suocero con la sua famiglia. Si mettono ad aspettarlo con lanterne sulla porta di casa finché sentono che è arrivato. Dopo di che entra in casa e rimane tre giorni. L’intera famiglia ne parla come se fosse fisicamente presente nella stanza. Viene chiamato ed invitato a sedersi nella sedia a lui riservata.
    Questo NON è un comportamento raro, né strano.

    Questa concezione della morte ha avuto riflessi sull’urbanistica del paese. I centri abitati sono circondati da un cordone sanitario di difese spirituali (non materiali e ancor meno militari) per proteggere la comunità dai demoni e spiriti furiosi associati con le foreste e le montagne.

    Nella foto vedete una composizione quintessenzialmente animista. L’essere umano e le sue creazioni minuscoli ed impotenti al cospetto dell’immensa forza di una natura indifferente. Una immagine di questo genere non avrebbe senso in un tempio buddista, e non ve la troverete mai. Il buddismo è egocentrico e poco interessato alla natura. In un giardino zen la natura è addomesticata e docile, niente di più di un aiuto al ritorno a sé stessi.

    Adorazione o culto della natura, si dice, Ma il termine secondo me non vuole dire quello che sembra. Non è meraviglia davanti allo spettacolo di una cascata, anche se può a volte esserlo. Il rapporto vero del Giappone con la natura è quello implicito nell’immagine qui sopra. La natura non è amica dell’umanità, ma neppure nemica.
    Semplicemente, è un fattore da non ignorare nell’equazione della sopravvivenza.

    Prima di proseguire, ricordo che un tempio è buddista, un santuario è animista ma non necessariamente Shinto. Spiegherò nei dettagli più oltre (se ci sarà ancora qualcuno che mi legge).

    Lo yamatologo austriaco Bernhard Scheid fa notare che l’urbanistica del Giappone tradizionale riflette chiaramente questo rapporto con la natura. Più importante è una istituzione religiosa e più probabile è infatti che si trovi fuori città, in posizioni poco o per nulla accessibili. Questa foto può dare una idea del loro isolamento.

    (Si tratta di un santuario adibito alla protezione di un passo di montagna diretto a nord-est, una direzione nefasta.)

    Ne consegue che templi e santuari non sono né necessariamente né principalmente luoghi di culto. (Un tempio è, oltre che una struttura di difesa, soprattutto un monastero).

    Un tempio o un santuario ha la forma di imbuto. Da una parte un pesante cancello rinforzato da un secondo e più grande cancello che viene subito dopo. Ambedue sono irrobustiti da fortificazioni spirituali. Statue di santi e via discorrendo.

    Un tempio può essere costituito da decine di sottotempli dedicati a dei diversi, oltre a uffici, refettori e toilet, per cui parlare di un suo piano urbanistico è più che legittimo. L’orientamento delle strade (nord-sud), il tipo di vegetazione (aceri, pini, querce, ecc.) la sua distribuzione (querce a nord est, aceri a sud, ecc, ma questi sono esempi che mi invento ora), la posizione, il numero, la funzione e la disposizione dei sottotempli, la loro architettura e perfino il numero di finestre che hanno (1, 3 o 5, sicuramente non 2 o 4) sono fattori attentamente studiati per la difesa spirituale del tempio.

    Dall’altra parte, quella opposta al centro abitato, il tempio semplicemente sparisce gradualmente, sciogliendo se nella foresta come vedete nella fotografia qui sopra. Un tempio è quindi una specie di membrana semipermeabile che controlla l’accesso alla comunità.

    Lo stesso vale fino a un certo punto anche per i santuari. Una istituzione religiosa è quindi una fortezza eretta contro le minacce presenti nel mondo esterno.

    Nella cartina in mezzo vedete la città dove abito. Il triangolo nero contiene l’area densamente popolata. I punti rossi sono i templi o santuari più importanti. Come vedete, nessuno di essi è in città. La maggior parte si trova su colline che la sovrastano, e questa distribuzione non è un caso.

    Se il culto della natura fosse adorazione della bellezza della natura, come affermato dalle autorità Shinto all’estero (ma non in Giappone, vedi caso) ci aspetteremmo di non trovare alcun edificio e di vedere cerimonie religiose fatte direttamente davanti alla cascata, roccia o altro oggetto di culto del santuario. Questo è infatti quello che accadeva una volta ed accade ancora in certi santuari di vecchio stampo.

    Quello che invece troviamo sono spiriti di antenati, strappati al loro terreno natale, messi a guardare le frontiere e a tenere a bada i nostri nemici. I nemici sono prima di tutto quei morti che non hanno nessuno che li assista e nutra. Si concentrano fuori dell’abitato e da sempre sono associati con le montagne e le foreste. Ci sono poi demoni, volpi ed altre creature.

    Il lettore sveglio si sarà però anche accorto che antenati =buono, morti=cattivo. La storia di come si trasforma un morto in un antenato la vedremo la prossima volta.

    Le foto sono mie.

    Nella foto vedete una composizione quintessenzialmente animista. L’essere umano e le sue creazioni minuscoli ed impotenti al cospetto dell’immensa forza di una natura indifferente. Una immagine di questo genere non avrebbe senso in un tempio buddista, e non ve la troverete mai. Il buddismo è egocentrico e poco interessato alla natura. In un giardino zen la natura è addomesticata e docile, niente di più di un aiuto al ritorno a sé stessi.

    Adorazione o culto della natura, si dice, Ma il termine secondo me non vuole dire quello che sembra. Non è meraviglia davanti allo spettacolo di una cascata, anche se può a volte esserlo. Il rapporto vero del Giappone con la natura è quello implicito nell’immagine qui sopra. La natura non è amica dell’umanità, ma neppure nemica.
    Semplicemente, è un fattore da non ignorare nell’equazione della sopravvivenza.

    Prima di proseguire, ricordo che un tempio è buddista, un santuario è animista ma non necessariamente Shinto. Spiegherò nei dettagli più oltre (se ci sarà ancora qualcuno che mi legge).

    Lo yamatologo austriaco Bernhard Scheid fa notare che l’urbanistica del Giappone tradizionale riflette chiaramente questo rapporto con la natura. Più importante è una istituzione religiosa e più probabile è infatti che si trovi fuori città, in posizioni poco o per nulla accessibili. Questa foto può dare una idea del loro isolamento.

    (Si tratta di un santuario adibito alla protezione di un passo di montagna diretto a nord-est, una direzione nefasta.)

    Ne consegue che templi e santuari non sono né necessariamente né principalmente luoghi di culto. (Un tempio è, oltre che una struttura di difesa, soprattutto un monastero).

    Un tempio o un santuario ha la forma di imbuto. Da una parte un pesante cancello rinforzato da un secondo e più grande cancello che viene subito dopo. Ambedue sono irrobustiti da fortificazioni spirituali. Statue di santi e via discorrendo.

    Un tempio può essere costituito da decine di sottotempli dedicati a dei diversi, oltre a uffici, refettori e toilet, per cui parlare di un suo piano urbanistico è più che legittimo. L’orientamento delle strade (nord-sud), il tipo di vegetazione (aceri, pini, querce, ecc.) la sua distribuzione (querce a nord est, aceri a sud, ecc, ma questi sono esempi che mi invento ora), la posizione, il numero, la funzione e la disposizione dei sottotempli, la loro architettura e perfino il numero di finestre che hanno (1, 3 o 5, sicuramente non 2 o 4) sono fattori attentamente studiati per la difesa spirituale del tempio.

    Dall’altra parte, quella opposta al centro abitato, il tempio semplicemente sparisce gradualmente, sciogliendo se nella foresta come vedete nella fotografia qui sopra. Un tempio è quindi una specie di membrana semipermeabile che controlla l’accesso alla comunità.

    Lo stesso vale fino a un certo punto anche per i santuari. Una istituzione religiosa è quindi una fortezza eretta contro le minacce presenti nel mondo esterno.

    Nella cartina in mezzo vedete la città dove abito. Il triangolo nero contiene l’area densamente popolata. I punti rossi sono i templi o santuari più importanti. Come vedete, nessuno di essi è in città. La maggior parte si trova su colline che la sovrastano, e questa distribuzione non è un caso.

    Se il culto della natura fosse adorazione della bellezza della natura, come affermato dalle autorità Shinto all’estero (ma non in Giappone, vedi caso) ci aspetteremmo di non trovare alcun edificio e di vedere cerimo

  • Il paese dove le cose parlano, Parte terza

    Pietro De Colle afferma che il mio uso della parola animismo non è standard. La definizione solita è chiara, dice. L’animismo consiste nel ritenere che le cose sono vive. E BASTA, dice Peter. Il cristianesimo e l’animismo hanno posizioni diametralmente opposte perché il cristianesimo sostiene che solo gli esseri umani hanno anima. Vorrei quindi spiegare perché uso una definizione più ampia, la seguente.[1]

    Animismo è la proiezione inconscia sulla natura da parte di un osservatore umano di caratteristiche fisiche o mentali dell’osservatore stesso.

    La mia definizione deriva da quella di Jean Piaget, ampiamente diffusa in antropologia, che definisce il punto di vista animistico come egocentrico.

    Peter contesta anche il mio applicare il termine animismo al cristianesimo. Liquidiamo subito questo primo problema. Peter ammette che ci sono “tracce” (termine suo) di animismo nel cristianesimo.

    Secondo me sono ben più di tracce, sono inclusioni fondamentali per fare funzionare l’intero sistema. I santi, ad esempio, sono essenzialmente elementi di animismo necessari per sostituire il dio cristiano, un dio che gli studiosi di religione comparata classificano come un dio distante, troppo astratto per venire sentito come reale dalla maggior parte dei fedeli. Ma questa è una discussione da fare in altra sede.

    La definizione che Peter cita è solo la più comune, probabilmente a causa dei suoi accenti indubbiamente poetici che catturano la fantasia. Ce ne sono molte altre, che prenderò da Internet così che siano verificabili.

    Cominciamo con l’Enciclopedia Britannica[2], di proprietà dell’Università di Chicago, una istituzione che sforna Nobel su base quasi annuale:

    Animism, belief in innumerable spiritual beings concerned with human affairs and capable of helping or harming human interests. Animistic beliefs were first competently surveyed by Sir Edward Burnett Tylor in his work Primitive Culture (1871), to which is owed the continued currency of the term.

    Manca il riferimento alle cose che vivono. Visto che manca anche nelle altre versioni (Wikisource ha quella, ora in pubblico dominio, del 1911 e già quella non faceva accenno alla definizione standard.), è difficile pensare sia un caso.

    La Britannica specifica anche:

    The term animism denotes not a single creed or doctrine but a view of the world consistent with a certain range of religious beliefs and practices, many of which may survive in more-complex and hierarchical religions. Modern scholarship’s concern with animism is coeval with the problem of rational or scientific understanding of religion itself.

    Non si tratta di una religione ma di una visione del mondo. Non è possibile derivare la definizione di Peter da quella della Britannica. Nemmeno la mia, ma se leggete la seguente frase:

    WIkipedia :

    Animism (from Latin anima, “breath, spirit, life”)[1][2] is the religious belief that objects, places and creatures all possess a distinct spiritual essence.[3][4][5][6] Potentially, animism perceives all things—animals, plants, rocks, rivers, weather systems, human handiwork and perhaps even words—as animated and alive.

    Importante, non tutti gli oggetti sono necessariamente vivi ma possiedono ugualmente una forza spirituale. Tenere presente che questa definizione è supportata da quattro testi diversi. Questa precisazione è fondamentale.

    Altra definizione simile

    Animists believe that an impersonal power is present in all objects. This power may be called mana, or life-force, or force-vital, or life essence or dynamism. . . The person in possession of this force may use it as he sees fit, but always stands the chance of losing it.”[2] In addition to this force that is present in all objects, animists believe that spirits inhabit certain objects, places and things.

    Arriviamo al punto. L’animismo crede in forze impersonali come quelle che ho descritto. La mana non ha carattere e volontà propri. Confronta la mana con i kami del kamidana che ho descritto.

    Penso sia chiaro a questo punto che la definizione standard, quella comune che afferma che l’animismo dice che le cose sono vive, è problematica. 

La mana o certi tipi di kami non sono classificabili con chiarezza, ma sono comunque forze impersonali. È difficile dire che siano vivi.

    Note a piè di pagina

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