Ombrelli Rotti

Categoria: Storia

  • O-sechi ryōri – お節料理

    O-sechi ryōri – お節料理

    Continua il nostro viaggio nelle usanze culinarie giapponesi che si possono gustare nei primi giorni dell’anno parlando dell’ osechi ryōri (お節料理).

    di Christian Savini

    Sono molte le tradizioni e i detti associati all’osechi ryōri e tutti auspicano la felicità della famiglia. Mettere in questi piatti tutto l’amore e gustarli insieme a tutta la famiglia riunita é uno dei momenti più importanti dei festeggiamenti per il nuovo anno.

    L’ osechi ryōri è un’usanza profondamente radicata nella cultura giapponese. Si dice che le sue origini risalgono al periodo Yayoi (300 a.C. – 300 d.C.), quando le persone erano solite offrire cibo alle divinità durante la festa del raccolto per ringraziarli delle loro benedizioni. Si trattava di un’usanza conosciuta come sekku (節句), da cui si ritiene provenga direttamente la parola osechi (お節). La lettera “o” che precede il tendine sechi è un onorifico.

    Durante il periodo Nara (710-794), il sekku (節句) era diventato, sotto l’influenza della tradizione cinese, un evento che celebrava il cambio di stagione. Le offerte di cibo alle divinità erano chiamate osechiku (御節供) e venivano preparate in speciali banchetti cerimoniali che si svolgevano nei giorni che segnavano il cambio di stagione, chiamati sechinichi (節日), e uno di questi giorni era proprio il 1° Gennaio, giorno di Capodanno.

    Con il passaggio al periodo Heian, questi banchetti erano perlopiù prerogativa della nobiltà del tempo. Tuttavia, nel periodo Edo, anche la gente comune iniziò a praticare questa tradizione e, cercando un modo per rendere la preparazione molto più semplice ed economica, diede vita all’ osechi ryori che tutti conosciamo oggi, servito in scatole impilate chiamate jūbako (重箱), poste al centro della tavola il primo giorno dell’anno e dove vi rimarranno per i tre giorni successivi. I cibi contenuti al suo interno vengono condivisi con tutta la famiglia e gli amici, ed ognuno rappresenta un particolare desiderio per l’anno successivo. Siccome i primi tre giorni del nuovo anno erano i più importanti del periodo dei festeggiamenti. Per evitare di cucinare in quel periodo, le persone preparavano gli osechi ryori in anticipo e li conservavano in queste scatole speciali impilate una sull’altra e li mettevano al centro della tavola la sera di Capodanno. Il primo gennaio, tutti si riunivano e condividevano i pasti nel corso dei tre giorni successivi.

    Nel corso dei secoli, questa tradizione si è diffusa nel resto della società e dal periodo Edo (1603-1868) viene servita comunemente in tutto il Giappone. Essa si combinava con altre credenze, in particolare con il fatto che nei primi giorni del nuovo anno si deve evitare qualsiasi tipo di lavoro, compreso quello di cucinare. Ci sono due teorie contrastanti sul perché di questa scelta. Una era legata alla credenza secondo la quale il kami del nuovo anno non dovesse essere disturbato dal rumore della cucina e delle faccende domestiche. Si cercava anche di usare meno possibile il kamado per permettere alla divinità di riposare.

    La seconda teoria è semplicemente che l’inizio dell’anno doveva essere un momento di riposo, in cui tutti, e in particolare le donne di casa, che all’epoca svolgevano la maggior parte dei lavori domestici, potevano godersi una meritata pausa.

    Le jūbako sono simili alle scatole per il bentō e hanno da tre a nove livelli (la dimensione media è di 2-5 livelli, la dimensione più diffusa in commercio è quella a tre livelli). A differenza delle normali scatole bentō, le jūbako sono laccate e sono molto appariscenti. Queste scatole hanno inoltre un significato simbolico e, secondo la tradizione si dovrebbe mangiare il cibo al loro interno con un paio di bacchette speciali. Il termine jūbako potremmo tradurlo in italiano come “scatole impilate “. Impilare le scatole una sull’altra rappresenta il desiderio della famiglia di “accumulare le proprie benedizioni”. Anche l’ordine in cui si impilano le scatole e  si mangia il cibo contenuto al loro interno è molto importante. Si dovrebbero mangiare per primi i piatti della fila superiore, che contiene piatti leggeri come antipasti e spuntini. Man mano che si scende, si trovano i piatti principali negli. Tradizionalmente, si dovrebbe lasciare vuoto lo strato inferiore, dove si riceverebbe simbolicamente la benedizione del cibo.

    Poiché la nascita di questa tradizione è precedente alla nascita della refrigerazione moderna, i cibi contenuti all’interno delle jūbako dovevano essere alimenti che si potevano conservare o lasciare a temperatura ambiente per diversi giorni. Tra i piatti base, presenti ancora oggi, ci sono i nimono (煮物, verdure cotte a fuoco lento) e gli tsukemono (漬け物,cibi in salamoia). Ogni piatto rappresenta anche una benedizione specifica o un desiderio per l’anno successivo. Sono considerati di buon auspicio in base ad aspetti come il colore, il nome o persino la forma.

    In vari cibi vengono disposti all’interno dei ripiani delle jūbako secondo un ordine ben preciso. La descrizione che segue dei cibi non é divisa per ripiano, vi basti sapere che i cibi nei cinque ripiani sono divisi per categorie come segue.

    Ichi no jū – 一の重

    Il primo ripiano contiene gli antipasti

    Ni no jū – 二の重

    Il secondo ripiano contiene gli yakimono (焼き物,cibi cotti/grigliati). Specialmente pesce che è di buon auspicio.

    San no jū – 三の重

    Contiene i nimono (煮物, cibi stufati). Il cibo proviene principalmente dalle montagne e viene bollito in modo che la famiglia possa essere vicina e unita.

    Yo no jū – 与の重

    Il quarto ripiano contiene i sunomono (酢の物, cibi conditi con l’aceto). Perlopiù verdure condite con l’aceto.

    Go no jū – 五の重

    Il quinto ripiano detto anche hikae no jū (控えの重) va lasciato vuoto perché va riempito con la buona sorte elargita dalle divinità del nuovo anno, oppure si può riempire  con i piatti preferiti della famiglia.

    Come scritto in precedenza l’osechi ryōri è nata semplice, composta solo da verdure bollite e riso (si usavano perlopiù solo riso e verdure per chiedere la protezione dei kami per l’anno e i raccolti futuri). Oggi questa tradizione è composta da vari piatti che hanno diversi significati simbolici.

    Ogni famiglia prepara, o ordina a negozi specializzati, l’osechi ryōri in modo diverso. Le preferenze personali, il budget e il tempo necessario per preparare i piatti sono presi in considerazione per decidere cosa mettere nelle jūbako. Tuttavia, ci sono piatti comuni che non mancano mai.

    Kuromame –  黒豆

    I kuromame sono fagioli neri bolliti, caratterizzati da una consistenza morbida e dolce. Il colore nero è associato alla protezione dagli spiriti maligni, mentre la parola che indica il fagiolo, “mame”, viene usata per descrivere una persona diligente e gran lavoratore. Per questo motivo i kuromame sono considerati simbolo di buona salute e duro lavoro per il resto dell’anno.

    Kazunoko – 数の子

    Kazunoko, significa letteralmente “molti figli”. Questo piatto simboleggia la fertilità e una famiglia numerosa e prospera. Sono uova di aringa salate e marinate in dashi stagionato.

    Tazukuri – 田作り

    Chiamati anche gomame (五万米) sono piccole sardine essiccate. La traduzione letterale del loro nome è “creatore di risaie”. Questo perché in passato venivano utilizzate come fertilizzanti per le risaie. Simboleggiano così la speranza di abbondanza per l’anno successivo.

    Kurikinton – 栗きんとん

    Molto amato dai bambini, il kurikinton è un tipo di dolce giapponese a base di castagne e purè di patate. Kuri, ê il termine giapponese utilizzato per indicare la castagna, mentre kinton, significa gnocco dorato o futon dorato. Questo piatto è associato alla ricchezza e al successo. Inoltre, il suo colore dorato e la sua forma rotonda ricordano le monete dorate di forma ovale detta koban (小判) utilizzate durante il periodo Edo.

    Datemaki – 伊達巻

    Simili ai tamagoyaki, sono omelette dolci arrotolate. L’unica differenza è che i datemaki sono mescolati con pasta di pesce o di gamberi. Sono inoltre conditi con lo stesso aceto utilizzato per il riso utilizzato nella preparazione del sushi. La sua forma arrotolata ricorda la pergamena di uno studioso, motivo per cui è associata alla conoscenza e alla saggezza. Simboleggia anche il successo accademico e il progresso culturale.

    Kobumaki – 昆布巻き

    Il kobumaki, o alga arrotolata giapponese, è uno dei piatti dell’ osechi ryōri più tradizionali. È associato alla felicità perché kobu (alga) fa parte della parola giapponese che significa felicità, yorokobu (養老昆布). Questo piatto simboleggia l’augurio di un felice anno nuovo. Il ripieno classico di questi maki e il salmone e vengono poi chiusi con una obi di zucca secca detta kanpyō. Questi fagottini vengono poi cotti con salsa di soia, zucchero e mirin.

    Kōhaku Namasu – 紅白なます

    È un piatto a base di carote e ravanelli sottaceto tagliati a strisce. I colori rosso e bianco sono tradizionali per le celebrazioni Shintō: il rosso è associato alle benedizioni e il bianco ai nuovi inizi. Le verdure utilizzate, carote e ravanelli, simboleggiano i forti legami familiari.

    Ebi – 海老

    Gamberi bolliti che per la loro forma ricurva e le lunghe antenne, i gamberi sono associati alle persone anziane e simboleggiano quindi l’augurio di una lunga vita. Il riferimento alle persone anziane è anche veicolato da uno dei due kanji che compongono la parola. I kanji usati sono quello di mare e quello di anziano che potremmo rendere come “vecchio uomo di mare”.

    Renkon – れんこん

    Le radici di loto, conosciuta anche con il nome di hasu, è la parte sotterranea della pianta che conserva tutti gli alimenti nutritivi necessari a quest’ ultima per rigenerarsi. Se avete mai visto o mangiato questa radice molto croccante, avrete notato che sono  piene di piccoli fori. Questi simboleggiano la speranza di poter vedere il futuro ed evitare le disgrazie.

    Kohaku kamaboko – 紅白かまぼこ

    Il kamaboko è un noto alimento giapponese ottenuto tramite una particolare lavorazione del pesce. Composto principalmente da pesce azzurro e surimi frullati e spesso colorati sino ad ottenere una purea che poi viene compattata formando dei lunghi panetti che vengono cotti fino a quando raggiungono una data solidità che ne permette il taglio. Kohaku, in giapponese, significa rosso e bianco. I colori rappresentano il Giappone e sono generalmente considerati di buon auspicio. Il colore rosso, caratteristico dello shintoismo serve a prevenire gli spiriti maligni, mentre il bianco rappresenta la purezza.

    Kōhaku Uta Gassen è anche uno speciale televisivo annuale prodotto dalla NHK più seguito a Capodanno: si tratta di una gara di canto tra due squadre, quella bianca e quella rossa.

    Tai – 鯛

    L’orata. Il nome di questo pesce ha un significato simbolico che si basa su un gioco di parole. La parola tai è contenuta in un altra parola giapponese medatai (目出度い) che significa felice, gioioso. In Giappone l’orata viene spesso seguita in occasioni speciali ed è anche uno dei piatti che viene servito durante l’ okuizome (お食い初め), la cerimonia del primo pasto che viene dato ai bambini passati i 100 giorni dalla sua nascita. Nella cucina o-sechi, ha lo scopo di portare gioia e felicità nel nuovo anno.

    Satoimo – 里芋

    Conosciuto anche come radice di taro, questo piatto viene consumato nella speranza che la famiglia sia benedetta da molti figli, proprio come molti piccoli tuberi che crescono dal tubero principale.

    Kuwai – くわい

    Il kuwai, conosciuto anche come Fukuyama no kuwai,dal nome della zona del Giappone dove viene coltivato, è un tubero acquatico di colore azzurro e con una consistenza molto tenera. La sua forma allungata ha fatto sì che venisse associata a una carriera lunga e stabile.

    Gobō – ごぼう

    La radice di bardana è un ortaggio comunemente consumato in Giappone. Viene usato per creare diversi piatti come il kimpira, i nimono, insalate ed è usato anche nelle fritture. E una pianta difficile da tagliare e che rimane saldamente ancorata al terreno. Vista questa sua caratteristica si crede che conferisca forza e stabilità.

    Zōni – 雑煮

    Non poteva mancare una zuppa. Lo zōni è una zuppa molto semplice aromatizzata con dashi nel Giappone orientale e con miso nella zona del Kansai, servita con dei mochi al suo interno. Pubblicherò nei prossimi giorni un articolo dedicato a questo piatto in particolare.

    Iwai-bashi – 祝い箸

    Le iwai-bashi” bacchette speciali per le feste) sono prodotto con legno di salice o di altro legno bianco, sottili su entrambe le estremità, e utilizzate per i pasti celebrativi come il Capodanno e le cerimonie nuziali. Di solito sono confezionate in un sacchetto di carta ornamentale. Sono realizzate in legno di salice, difficile da rompere, e sono più spesse al centro e più sottili alle due estremità. Si dice che il motivo per cui entrambe le estremità sono sottili è che un’estremità è utilizzata dai kami e si pensava che ricevere le stesse bacchette delle divinità portasse la loro benedizione. La lunghezza è di circa 24 cm e vengono presentati all’interno di un sacchetto che spesso riporta la scritta kotobuki (壽, longevità”) e colori festivi come il vermiglio o l’oro. I sacchetti di bacchette sono disponibili in una varietà di design, per cui è possibile scegliere quello più adatto ai propri gusti.

    Nella famiglia di mia moglie, mio suocero scrive i nomi dei membri della famiglia su ogni sacchetto di bacchette la sera di Capodanno, inserisce le bacchette e poi li appoggia tutti sull’altare per pregare per la felicità di ogni membro della famiglia. La tradizione vorrebbe che si continui ad usare le iwai-bashi fino al sette Gennaio in quando non sono usa e getta e possono essere tranquillamente lavate e riutilizzate. Questo dipende sempre da famiglia a famiglia.

    Poiché queste bacchette sono considerate come un oggetto portafortuna, è usanza tradizionale portarle in un santuario e bruciarle insieme alle decorazioni di Capodanno durante il dondon-yaki, un rituale per raccogliere e bruciare le decorazioni di Capodanno in un santuario il 15 Gennaio.

    Le iwai-bashi vengono sono conosciute anche con altri come come ad esempio:

    Ryōkuchi-bashi – 両口箸

    Come scritto in precedenza entrambe le bacchette hanno le estremità affusolate, una per le divinità e l’altra per le persone, a significare il shinjin-kyōshoku (神人共食, la condivisione del cibo con le divinità). L’ osechi ha lo scopo di celebrare il nuovo anno e portare felicità condividendo le offerte con le divinità del nuovo anno, quindi le persone condividono il pasto con le divinità utilizzando queste bacchette che possono essere utilizzate su entrambi lati.

    Yanagi-bashi – 柳箸

    Il salice (yanagi, significa salice bella lingua giapponese) viene utilizzato per la sua robustezza e resistenza alla rottura, in quanto secondo la tradizione porterebbe sfortuna la rottura di una bacchetta durante le celebrazioni.

    Tawara-bashi – 俵箸

    La parte centrale più spessa è fatta in modo da assomigliare ad un mochi nella speranza di un buon raccolto.

    Spero che questo articolo ti sia piaciuto e ti abbia aiutato a comprendere un po’ di più questa tradizione giapponese. Se ti trovi in vacanza in Giappone in questo periodo non perdere l’occasione di provare questa squisita cucina

  • Toshi Koshi Soba – 年越しそば

    Toshi Koshi Soba – 年越しそば

    La celebrazione del nuovo anno porta con sé un momento di festa. Molti Paesi e culture hanno le loro tradizioni per festeggiare, e il Giappone non fa eccezione. Uno dei modi in cui si festeggia il Capodanno è attraverso il cibo. Tradizionalmente ci sono alcuni cibi che vengono consumati durante i festeggiamenti e molti dei piatti o degli ingredienti utilizzati sono in realtà simbolici di qualcosa. Anche se, a seconda della zona del Giappone, esistono delle varianti, in generale ci sono dei piatti principali che vengono sempre preparati in questo periodo dell’anno.

    Durante questo periodo i giapponesi sono soliti riunirsi in famiglia e consumare dell’ottimo cibo. Per mia esperienza si tratta di un escalation di abbuffate incredibile

    Toshi koshi soba – 年越しそば

    I toshi koshi soba sono un piatto che si usa tipicamente mangiare la notte di Capodanno per salutare e lasciarsi alle spalle l’anno passato. Questo giorno in giapponese è conosciuto con il nome di ōmisoka (大晦日). Nella lingua giapponese con il termine misoka (晦日) ci si riferisce normalmente all’ultimo giorno del mese.

    I soba sono una pasta di grano saraceno dalla forma simile agli spaghetti che possono essere consumati sia caldi che freddi. Assieme ad udon (fatti con il grano) e al ramen sono tra i cibi più amati e consumati dai giapponesi.

    Scopriamo assieme le origini di questa tradizione.

    Si dice che i soba siano stati riconosciuti come “cibo” prima del periodo Nara (710-794). Per molto tempo, la soba è stata consumata sotto forma di porridge ottenuto dalla bollitura dei chicchi di grano saraceno o come torte, preparate cuocendo il grano saraceno e impastandolo con acqua o altri ingredienti. Solo durante il periodo Edo (1603-1867) la soba fu tagliata in lunghi “spaghetti” come la conosciamo oggi. Durante questo periodo le famiglie di commercianti avevano l’abitudine di mangiare i soba alla fine di ogni mese. Questi pietanza era chiamata misoka soba (晦日そば) e la lunghezza e sottigliezza di questi lunghi “spaghetti” era considerata di buon auspicio per la longevità della famiglia e dei propri affari. A quei tempi, i soba erano anche un cibo veloce, una sorta di street food di periodo Edo, che poteva essere consumato rapidamente nei negozi o nelle bancarelle che si trovavano lungo le strade, perfetto per gli impegnativi giorni di fine mese. Con il passare del tempo, l’usanza di mangiare i soba alla fine di ogni mese cadde in disuso, ma rimase la tradizione di mangiarli a Capodanno, quando divenne nota come toshi koshi soba o “Soba di Capodanno”.

    Perché si mangiano i soba a Capodanno.

    L’usanza di mangiare i soba a Capodanno è conosciuta con diversi nomi: il già citato e più usato toshi koshi soba (年越しそば), ootsugomori / oomisoka soba (大晦日そば, il kanji 大晦日 si può leggere sia oomisoka che ootsugomori) e infine toshi tori Soba (年取そば). In Giappone, il benvenuto al nuovo anno è chiamato anche toshitori.

    Poiché i soba sono lunghi e sottili, le persone li mangiavano e pregavano di vivere a lungo. Erano anche considerati un alimento salutare durante il periodo Edo (1603-1868), quando il beriberi era molto diffuso tra la popolazione e si credeva che mangiare soba avrebbe prevenuto l’insorgere di questa patologia. Durante il periodo Edo, il beriberi era diffuso a causa di carenze nutrizionali. Era accompagnata da stanchezza e intorpidimento e, se grave, era fatale. Le persone più soggette alla malattia erano quelle di alto rango, come gli shōgun, i guerrieri e gli aristocratici. Si diceva che il consumo di soba prevenisse l’insorgere del beriberi e si mangiava soba per iniziare il nuovo anno in buona salute. Il beriberi è una malnutrizione causata dalla mancanza di vitamina B1. Oggi si crede che durante il periodo Edo le persone appartenenti all’aristocrazia di quel periodo abbiano smesso di mangiare il riso integrale e abbiano iniziato  a mangiare principalmente riso bianco con pochi contorni, il che ha creato un forte squilibrio nella loro alimentazione. Il grano saraceno è ricco di vitamina B1 e anche se all’epoca si trattava solo di dicerie, in realtà, con le informazioni di cui siamo in possesso oggi, si trattava di un alimento che poteva essere veramente efficace nella prevenzione del beriberi.

    In quel periodo si usava il termine chōju kigan (長寿祈願), preghiera per la longevità e ci si riferiva spesso ai soba usando nomi come chōju soba (長寿そば) o jumyō soba (寿命そば). Entrambi i termini chōju e jumyō sono sinonimi di longevità, di lunga vita che veniva associata con la lunghezza caratteristica dei soba. Sono chiamati anche in altri modi come ad esempio:

    Enkiri soba – 縁切りそば

    L’usanza di mangiare i soba a Capodanno era vista come un modo per tagliare i legami con i problemi o disastri accaduti durante l’anno che stava per concludersi. I soba, molto più sottili degli udon o di altri alimenti giapponesi, sono molto più facili da tagliare e quindi ben si adattavano al desiderio delle persone di lasciarsi alle spalle le fatiche dell’anno.

    Fuku soba – 福そば

    Si racconta che gli orafi usavano gnocchi di farina di grano saraceno per raccogliere l’oro sparso durante il loro lavoro, quindi il grano saraceno era considerato un portafortuna per la raccolta dell’oro, quindi mangiare soba era un modo per augurare prosperità economica.

    Infine anche la pianta stessa del grano saraceno è molto resistente alla pioggia e al vento e ricresce bene quando viene esposta al sole. Per questo motivo, di è sempre creduto che le persone mangiavano i soba per pregare di avere buona salute nell’anno successivo.

    Non esistono regole precise sugli ingredienti o su come mangiare i soba a Capodanno. Possono essere serviti freddi o caldi, accompagnati da tempura o altri ingredienti. Un ingrediente non manca mai ad accompagnare questa pietanza, il cipollotto, negi (ねぎ) in giapponese. Esiste un detto, forse caduto in disuso, che mi spiegò mio suocero durante il mio primo Capodanno in Giappone e che recita:

    一年間の頑張りをねぎらい新年の幸せを祈るネギ。

    Ichinen no ganbari wo negirai shinnen no shiawase wo inoru negi.

    Negi per apprezzare un anno di duro lavoro e per un felice anno nuovo

    La parola “negi” è usata più volte all’interno di questa frase. Una volta all’interno della parola “negirai” che ho tradotto come “apprezzare” l’anno passato di duro lavoro. Alla fine della frase si nasconde sia all’interno del termine “inoru“, che vuol dire pregare. I sacerdoti shintoisti anziani sono chiamati negi (禰宜) da qui l’omofonia con il termine negi che indica il cipollotto.

    Data la loro nauta di cibo portafortuna c’è l’usanza di accompagnarli anche con altri ingredienti considerati porta fortuna oltre alla negi.

    Ebi – 海老

    Gamberi: come spiegato in un altro mio post la forma del corpo del gambero ricorda le persone anziane quindi questo alimento viene mangiato come augurio di longevità.

    Shungi – 春菊

    Le foglie di crisantemo, simbolo delle famiglia imperiale e del Giappone stesso. È una pianta invernale ed essendo considerato un alimento stagionale da aggiungere specialmente nelle zuppe. È considerato un augurio di prosperità.

    Kamboko – かまぼこ

    Un pasta di pesce dal colore bianco e rosso simboleggiante la felicità.

    Omelette di uova – 卵焼き

    Per il loro colore dorato come augurio di fortuna e la prosperità.

    Abura-age – 油揚げ

    Tōfu fritto per pregare per un buon raccolto, per un’attività commerciale prospera e per la sicurezza della famiglia.

    I soba di Capodanno possono essere mangiata in qualsiasi momento durante il 31 Dicembre. Non è obbligatorio mangiarli al mattino o alla sera in quanto non c’è fortuna o sfortuna legata al momento della consumazione.

    In genere, in molte famiglie si mangiano durante la cena quando si è tutti riuniti insieme e si aspetta l’anno nuovo. Per esempio nella famiglia di mia moglie si mangiano sempre prima della fine dell’anno perché si vuole mantenere il significato originale di questa usanza che come ho spiegato in precedenza serve a tagliare i legami con l’anno vecchio lasciandosi alle spalle stanchezza e negatività guardano ad un anno nuovo ricco di fortuna e felicità. La sera dell’ultimo dell’anno ci si ritrova tutti assieme a casa dei genitori di mia moglie (di solito si usa andare nella casa dei genitori del marito o spesso si usa fare ad anni alterni) e mangiando e bevendo ai attende il nuovo anno guardando la televisione.

    I toshi koshi soba sono una tradizione molto importante in Giappone. Anche se siete turisti e vi trovate in Giappone a Capodanno non dimenticate di mangiare un buon piatto di soba salutando l’anno passato e guardando con speranza ad un felice e prospero anno nuovo.

    N.B: ai bambini piccoli fino ai due o tre anni non vengono fatti mangiare perché si teme che possano insorgere reazioni allergiche. Una reazione allergica causata dai soba è molto fastidiosa anche per gli adulti quindi si consiglia di non darli ai bambini perché non ci potrebbe accorgere dei sintomi.

  • Kagami mochi – 鏡餅

    Kagami mochi – 鏡餅

    Oggi parliamo del kagamimochi

    I kagamimochi, nome composto dalla parola kagami “specchio” e mochi, le i famosi dolci fatti con il riso, rappresentano un’offerta al kami del nuovo anno e sono considerati uno yorishiro (依り代), termine di derivazione shintoista che viene usato per indicare un oggetto capace di attirare lo spirito dei kami, dando così loro uno spazio fisico da occupare durante le cerimonie religiose. Una volta che uno yorishiro ospita effettivamente un kami, diventa uno shintai (神体).

    Il termine kagamimochi trova le sue origini in un’antica tradizione di corte conosciuta come hagatame (歯固め, lett. rinforzare i denti) che consisteva nel mangiare dei dolci di riso duri durante le festività di Capodanno. Secondo la tradizione, le persone con denti forti possono mangiare di tutto e vivere a lungo, per cui la gente mangiava i kagamimochi nella speranza di vivere a lungo e godere di buona salute. Il nome kagamimochi deriva dallo specchio circolare utilizzato nei rituali come luogo di dimora delle divinità, mentre i due mochi rappresentano l’anima. Hanno due dimensioni diverse perché si dice che siano la rappresentazione del sole e della luna, dello yang e dello yin, e vogliono anche simboleggiare il perfetto invecchiamento dell’anno. Sin dall’antichità si crede che il kami del nuovo anno divida la sua anima tra noi, insieme alla felicità e alle benedizioni del nuovo anno. Il simbolo di questo spirito è proprio il kagami-mochi.

    La parola tamashii (魂, anima) é molto importante perché in Giappone é sempre stata considerata come l’energia, il potere che permette la vita. Anticamente si pensava che all’inizio dell’anno la tamashi del kami venisse condivisa con tutti gli esseri viventi. In altre parole, la divinità donava una parte della propria anima per conferire a tutte le creature il potere necessario per vivere un anno interno. Da qui deriva anche il kazoedoshi (数え年) ovvero il sistema di calcolare l’età di una persona. Secondo questo sistema ogni bambino compie il primo anno di vita al momento della nascita. I neonati giapponesi partono quindi da un anno di età e ne acquistano uno in più al trascorrere di ogni nuovo anno lunare, piuttosto che al momento del loro compleanno. Questo sistema è stato abolito per legge ma viene ancora ampiamente usato.

    Il kagamimochi ospita quindi il mitama (御魂), l’anima della divinità. I dolci di riso rappresentano l’anima del kami del nuovo anno, che è l’anima dell’anno a venire. I capofamiglia condividevano le torte di riso, che rappresentavano lo spirito dell’anno, con le loro famiglie come “spirito del nuovo anno” o “palline di riso del nuovo anno”.

    Il significato di kagamimochi é legato al significato della parola kagami, specchio in giapponese. Gli specchi antichi, di bronzo e di forma rotonda, sono stati utilizzati fin dal periodo Yayoi. Data la loro proprietà di riflettere la luce del sole e il loro potere di brillare come esso, furono paragonati ad Amaterasu, la divinità del sole nella mitologia giapponese, e vennero considerati come oggetti in cui dimoravano i kami.

    Questi dolci vengono normalmente esposti sopra un supporto di legno detto sanpō (三宝). Il dolce viene appoggiato sopra ad un foglio di carta detto shihōbeni (四方紅). La funzione di questo foglio di carta non è puramente ornamentale ma serve come augurio e protezione verso l’abitazione contro eventuali incendi. Sono spesso ornati con una striscia di alga kobu e con una piccola striscia di cachi essiccati.

    Questi dolci vengono spesso decorati con la daidai (橙), una varietà di arancia giapponese. Il nome viene anche scritto nel seguente modo 代々, dove il kanji 代 ha il significato di “generazione” (il seguente simbolo 々, detto noma, viene utilizzato in giapponese per ripetere il kanji). Quindi così come i frutti della pianta di daidai non cadono facilmente dopo la maturazione invernali e quindi superano l’anno così si crede che anche la famiglia continuerà a prosperare per le generazioni a venire.

    Un’altra decorazione tipica è il kushigaki (串柿) ovvero dei cachi essiccati infilati con uno spiedino. Il caco è un frutto legato alla buona sorte. Mentre il caco essiccato rappresenta un’alta spiritualità.

    Perché il caco è un frutto legato alla buona sorte?

    La lingua giapponese arriva in nostro soccorso. La parola kaki (Lett. caco in italiano) normalmente è scritta con il seguente kanji 柿. In giapponese esistono gli ateji (当て字) che sono dei kanji che vengono usati per scrivere le parole solamente per il loro valore fonetico e a volte anche per il loro significato. (Il kanji utilizzato per la parola sushi per esempio è un ateji. I due kanji che compongono la parola sushi sono stati scelti per la loro pronuncia e non per il loro significato. Il significato della parola sushi non ha niente a che vedere con il pesce crudo o il riso ma deriva dall’aggettivo sushi (酸し) che in giapponese significa acido, aspro e riflette la natura di tutti i piatti della cucina giapponese a base di riso e di aceto di riso).

    Kaki può essere scritto anche nel seguente modo 嘉来 che può essere tradotto come “felicità in arrivo” e in giapponese si usa l’espressione:

    幸せを“かき”集める。

    Shiawase wo kaki atsumeru.

    Raccogliere la felicità.

    Il caco infilzato rappresenta la spada facente parte dei sanshu no jingi (三種の神器), le tre insegne Imperiali giapponesi. Mentre il kagamimochi rappresenta lo specchio e l’arancio la gemma.

    Yuzuriha – ゆずり葉

    Foglie di yuzuri

    Le foglie vecchie di questa pianta cadono dopo la comparsa di quelle nuove, indicando il passaggio della famiglia ai discendenti e la continuazione della linea familiare.

    Kobu – 昆布

    Si usa decorare i kagami-mochi anche con l’alga kobu per attirare la felicità.

    Shide – 紙垂

    Spesso vengono decorati anche con delle strisce di carta dette shide provenienti dalla tradizione shintoista con la loro caratteristica forma a zig-zag.

    Urajiro – 裏白

    Tre le decorazioni si possono trovare delle foglie di felce, conosciute come urajiro, che presentano una superficie verde, ma con la parte inferiore bianca, a significare un cuore puro e innocente, senza macchie. Le foglie crescono in coppia, quindi si usano anche per augurare un felice e longevo matrimonio.

    Normalmente in famiglia esponiamo i kagamimochi una volta terminate le pulizie per l’arrivo del nuovo anno badando bene di evitare il 29 Dicembre perché considerato giorno nefasto. Questi dolci vengono solitamente aperti e mangiati durante un rituale ispirato alla tradizione shintoista chiamato kagami biraki (鏡開き, apertura dello specchio), che si tiene il secondo sabato di Gennaio (in alcune zone del Giappone fino al 20 Gennaio), pregando per la salute e il benessere della famiglia. In passato, questo rituale si svolgeva il 20 di Gennaio, giorno conosciuto anche come hatsuka shōgatsu (二十日正月) ma, poiché Tokugawa Iemitsu, il terzo Shogun Tokugawa, morì proprio il 20 aprile, la data fu spostata all’11 Gennaio evitando il 20 del mese, che era l’anniversario della sua morte. Il cambio di data fu probabilmente una misura dovuta al fatto che questo evento si svolgeva originariamente all’interno della casta dei samurai.

    Il primo Capodanno che ho trascorso in Giappone ho chiesto a mia moglie se era possibile tenere esposto il kagamimochi tutto l’anno senza mangiarlo oppure riporlo da qualche parte. Lei mi spiegò che queste non sono delle semplici offerte come tante altre che è consuetudine fare durante l’anno in Giappone. Essendo considerato uno shintai si crede che al suo interno dimori la divinità del nuovo anno e aprendolo si permette a quest’ultima di uscire, compiere la sua benedizione sulla famiglia per poi fare ritorno al suo luogo di origine. Si dice che il kagami biraki abbia avuto origine da un’usanza dei guerrieri durante il periodo degli Stati Combattenti chiamata gusoku iwai (具足祝い). Si trattava di un evento di Capodanno in cui si offriva i kagamimochi davanti a spade, armature, elmi e altri oggetti di uso comune tra i samurai.

    La cerimonia del kagami biraki segnava la fine del nuovo anno e l’inizio dei lavori dell’anno nuovo. Si dice che i samurai aprivano i loro forzieri, i mercanti aprivano i loro magazzini e i contadini iniziassero l’anno con la semina del riso. Poiché questo rituale ebbe origine all’interno della classe dei samurai, era proibito tagliare questi dolci usando coltelli o altre lame, in quanto il gesto veniva associato al seppuku. La gente iniziò a romperli a mano o con un martello. Fu inoltre deciso di utilizzare la parola biraki (che sarebbe hiraki), ovvero aprire piuttosto che la parola waru (割る, rompere) perché portava sfortuna.

  • O-shōgatsu – お正月

    O-shōgatsu – お正月

    Rimaniamo in tema di festività per accogliere l’anno nuovo parlando di due decorazioni che si possono trovare nelle case e negli esercizi commerciali giapponesi durante questo periodo dell’anno.
    di Christian Savini

    Quando inizio a vedere esposte per la vendita queste decorazioni inizio a rendermi conto che un altro anno sta volgendo al termine e che quello nuovo è ormai alle porte. Tra impegni di lavoro e famiglia anche il 2023 è stato molto impegnativo ed intenso e non vedo l’ora che inizino le vacanze per rilassarmi un po’ e ricaricare le pile o la mia tamashi, la mia anima, perché come vedremo in seguito in Giappone si crede che il kami del nuovo anno condivida la sua anima ogni anno con tutte le creature viventi per conferire loro la forza necessaria per affrontare l’anno a venire.


    Il kadomatsu – 門松

    Il kadomatsu, letteralmente “pino all’entrata”, é una decorazione tipicamente giapponese che viene esposta all’entrata delle abitazioni o all’entrata principale di aziende ed attività commerciali durante il matsu no uchi (松の内), ovvero il periodo che va dal 28 Dicembre al 15 Gennaio, quando ci si prepara ad accogliere il kami del nuovo nelle case. Non sempre si tratta di un pino, spesso le decorazioni prevedono anche bambù e sono molto diverse da regione a regione. Il loro scopo è quello di dare il benvenuto alle persone e fungono da guida per il kami del nuovo anno. Come ho già spiegato in un altro articolo, nel Giappone antico, il pino, e gli alberi in generale, erano considerati degli shintai (神体) perché considerati la manifestazione materiali del kami. Si credeva che le divinità vivessero al loro interno e per questo motivo, in passato un pino solitario veniva spesso collocato all’interno di un giardino o il legno di alberi particolarmente alti e robusti veniva usato nella costruzione dei santuari.
    Un tempo, i pini che decoravano la porta venivano raccolti dagli stessi abitanti del villaggio. I pini non potevano però provenire da un qualsiasi luogo, ma venivano raccolti dalla montagna posizionata nella direzione fortunata dell’anno (la direzione dalla quale si credeva arrivasse la divinità). Esistono quattro direzioni che cambiano di anno in anno. Questa usanza era conosciuta con il nome di matsumukae (松迎え). Durante il periodo Edo, i costruttori presenti in città preparavano diverse decorazioni e andavano di casa in casa ad esporle.
    Con il passare del tempo, il kadomatsu cambiò forma e diventò sempre più elaborato. Forse la vanità  delle persone di mostrare la propria ricchezza o semplicemente il desiderio di ricevere maggiori benedizioni portò alla nascita di composizioni sempre più elaborate che accostarono al classico pino anche altre piante che entrano a far parte della tradizione. Sino alla modernità, che con il suo processo di evoluzione del design ha trasformato il pino, da protagonista del kadomatsu, a semplice comprimario preferendo a volte l’utilizzo del bambù come pianta principale della composizione. Tuttavia, negli ultimi anni, le antiche tradizioni stanno riaffiorando nel paese e sempre più spesso si vedono in vendita kadomatsu formati da un singolo pino che è allo stesso tempo guardiano e veicoli del kami del nuovo ed ė tutto quello che serve per accoglierlo nel migliori dei modi.
    In commercio oltre alla composizione che utilizzano solamente il pino si possono trovare diverse varianti che hanno come protagonista il bambù.

    Sogi – そぎ
    Al centro della composizione ci sono dei bambù che presentano un taglio centrale obliquo. Si dice che questo disegno sia stato utilizzato da Tokugawa Ieyasu, ma la sua autenticità è incerta.

    Zundō – 寸胴

    Questa composizione ha un pezzo di bambù tagliato orizzontalmente. Si ritiene che porti fortuna perché si dice che non ha la bocca aperta (quindi non fuoriesce il denaro) ed è favorito dalle banche e dalle attività commerciali.


    Shimenawa – しめ縄  e Shimekazari – しめ飾り

     Le shimenawa (しめ縄, corde sacre) indicano che un luogo è sacro e adatto al culto delle divinità. Servono per delimitare il confine tra il regno dei kami e questo mondo, impedendo alle cose impure di entrare. Si dice che l’origine di questa tradizione si possa far risalire alla mitologia giapponese. Secondo a quando riportato nel Kojiki e nel Nihon-shoki la divinità del sole Amaterasu, stanca del comportamento molesto del fratello Susa no O, si rifugiò in una grotta conosciuta con il nome di ama no iwato (天の岩戸, Lett. Grotta del paradiso) e, rifiutandosi di uscire privo il mondo della luce. Gli altri kami, su consiglio della divinità Omoikane, allestirono un banchetto all’entrata della grotta nel tentativo di convincere Amaterasu ad uscirne senza però avere successo. Fino a quando la divinità conosciuta come Ame no Uzume no Mikoto, cimentandosi in una danza alquanto provocatoria, fece esplodere di risate il gruppo di divinità. Amaterasu interessata da tutta quell’allegria, si avvicinò all’entrata della grotta e guardo fuori dove vide la sua immagine riflessa nello specchio conosciuto con il nome di Yata no Kagami, che i kami avevano costruito appositamente per quello scopo. Nel momento in cui Amaterasu si affacciò sull’entrata della grotta Ame no Tajikarao la trascinò fuori ridando così nuovamente luce al mondo intero. L’entrata della grotta fu subito sigillata con un shimenawa per impedire ad Amaterasu di rientrarvi. Lo specchio Yata no Kagami (八咫鏡) fa parte dei sanshu no jingi (三種の神器, tre sacri tesori), ovvero insieme alla spada Kusanagi no Tsurugi (草薙劍) e alla gemma, Yasakani no Magatama (八尺瓊勾玉) è una delle tre insegne imperiali del Giappone. La spada rappresenta il valore, lo specchio la saggezza e la gemma la benevolenza. La spada è custodita presso il santuario di Atsuta a Nagoya, lo specchio presso il santuario di Ise situato nella prefettura di Mie e la gemma è custodita presso il palazzo imperiale di Tōkyō.


    Le shimekazari sono decorazioni che vengono esposte sull’uscio di casa ed hanno la stessa funzione delle shimenawa, ovvero tenere lontano gli spiriti maligni e accogliere il kami del nuovo anno indicandogli la strada (un po’ come le lanterne che, esposte durante il Bon, aiutano le anime degli antenati a ritrovare la via di casa). Allo stesso modo delle shimenawa, gli shimekazari indicano che un luogo è sacro e adatto al culto delle divinità. Servono come confine tra il regno dei kami e questo mondo, impedendo alle cose impure di invadere quell’area. Per questo motivo, quando si avvicina il Capodanno, la gente si prepara ad accogliere i kami del nuovo anno decorando le proprie case con shimenawa (corde di paglia sacre) e shimekazari (decorazioni per il nuovo anno).
    Esistono diversi tipi di shimenawa shimekazari a seconda dello scopo e della regione. In passato, il capofamiglia incaricato di organizzare gli eventi di Capodanno preparava ed esponeva queste decorazioni ma col tempo questa operazione si è gradualmente semplificata ed ora vengono collocate all’ingresso o sul kamidana.
    Come detto in precedenza, queste decorazioni vengono fondamentalmente esposte all’ingresso per dare il benvenuto al kami del nuovo anno o su un altare shintoista, ma esiste un’ampia varietà di divinità che possono essere venerate, come il kami del kamado, il kami dell’acqua e molte altre.
    Queste decorazioni sono create con listarelle di paglia intrecciata e decorate con vari ornamenti tipici come ad esempio:

    Kamishide (紙垂) ornamenti di carta shintoisti dalla caratteristica forma a zigzag che stanno a rappresentare la discesa dei kami.

    Urajiro (裏白) le foglie di felce simbolo di purezza di buon auspicio per la prosperità della famiglia.

    Daidai (橙) un tipo di arancia che augura prosperità di generazione in generazione. Giocando con i kanji il nome di questo frutto può essere scritto anche in questo maniera 代々, usando il kanji di generazione.

    Aragoste: sono ornate anche con aragoste la cui forma del corpo ricorda le sembianze di un uomo anziano. Sono quindi un simbolo di buona fortuna.

    Rami di pino: segno di longevità data la loro natura di piante sempreverdi.

    Queste decorazioni possono essere esposte a partire dal 13 Dicembre che è conosciuto anche come shōgatsu koto hajime (正月事始め, inizio delle preparazioni per lo shōgatsu). Perlopiù i giapponesi le espongono una volta passato il 25 Dicembre, dopo aver ritirato le decorazioni natalizie. La maggior parte dei giapponesi cerca di evitare di esporle il 29 Dicembre perché la lettura di 29 niju-ku (二重苦) che scritto con i kanji tra parentesi significherebbe un giorno con la sovrapposizione di due sofferenze
    Queste decorazioni una volta rimosse vengono bruciate il 15 Gennaio in occasione della cerimonia detta sagichō (左義長) ma conosciuta anche con il nome di dondon-yaki (どんどん焼き) che si tiene presso i santuari shintoisti per segnare la fine dei festeggiamenti del nuovo anno.

    Shimenawa, shimekazari e modernità.
    Oggi sono disponibili molti tipi moderni e molte persone le realizzano a mano seguendo i propri gusti e lo stile del proprio arredamento. L’importante è considerare e mantenere il significato originale, è importante usare la paglia per la creazione della propria decorazione e includere sempre dei portafortuna in quando la cultura giapponese è ancora intrisa di queste superstizioni.

  • Il tramonto dei Tokugawa

    Lo stemma araldico dei Tokugawa

    La comparsa delle “Nere Navi” del Commodoro Matthew Perry nel 1853 e la sua richiesta di apertura dei porti giapponesi al commercio estero sono spesso viste come l’evento che ha posto fine all’isolamento del Giappone e ha portato alla fine dello shogunato Tokugawa. Tuttavia, è importante notare che il Giappone stava già affrontando numerose sfide interne prima dell’arrivo di Perry. Esse avrebbero prima o poi, Navi Nere o meno, portato alla caduta della dinastia.

    La prima, più grave, più bizzarra e vecchia di queste contraddizioni è la posizione ambigua della classe samurai. È infatti evidente che, se da una parte i Tokugawa avevano dichiarato i guerrieri la classe dominante, dall’altra lo shogunato presa misure che resero praticamente impossibile un conflitto fra clan. Vi lascio immaginare come fosse ridotta la classe guerriera nel 1800, dopo 250 anni e passa di pace. La classe samurai, che formava l’élite governativa e militare del paese, era in una crescente crisi finanziaria. Molti samurai erano indebitati e alcuni persino impoveriti, a causa dei cambiamenti nell’economia giapponese e dell’inadeguatezza del sistema feudale a gestire questi cambiamenti.

    Anche se nominalmente ricchi, i samurai come classe erano senza dubbio fra i poveri, mentre il denaro fluiva abbondante dalle loro tasche in quelle dei mercanti della Shitamachi di Tokyo. C’erano crescenti disuguaglianze tra le classi sociali, soprattutto tra i mercanti in arricchimento e la classe samurai in decadenza. La classe samurai fu quindi la prima a ribellarsi con impegno, perché era quella che aveva più interesse ad un cambiamento della situazione. Gli organizzatori dei numerosi disordini del periodo erano guerrieri. Saigo Takamori è un ottimo esempio non solo delle tensioni, ma anche delle contraddizioni del periodo.

    Ma anche il popolo ne aveva abbastanza dei rigori estremi della vita sotto i Tokugawa, un regime che rese obbligatorio tutto quello che non era proibito. Una delle conseguenze fu un fenomeno estremamente bizzarro, il movimento “ee janaika.” Consisteva nell’esplosione improvvisa di feste in cui la gente perdeva ogni controllo di sé e ballava per ore e giorni, ripetendo “ee janaika” (letteralmente “non è forse bene?”, ma si tratta di una frase il cui spirito è meglio espresso come “Ne ho abbastanza (di ordine e legalità”). Esso è un esempio delle manifestazioni di malessere e delle tensioni sociali che esistevano durante gli ultimi giorni dello shogunato Tokugawa.

    Come già detto, i festival “ee ja nai ka” spesso vedevano persone, in particolare contadini e cittadini comuni, ballare, cantare e comportarsi in modi che erano considerati bizzarri o al di fuori delle norme sociali. Molti indossavano costumi stravaganti o si travestivano, e la natura spontanea e caotica degli eventi li rendeva difficili da controllare.

    La gravità della situazione dello Shogunato è resa evidente da tutti gli slogan estremi generati da questo periodo. Ecco una breve lista.

    Wakon Yōsai : L’idea di adottare la tecnologia e le tecniche occidentali pur mantenendo l’essenza e lo spirito giapponese è spesso riassunta nella frase “Wakon Yōsai” (和魂洋才). Tradotto letteralmente, “Wakon” (和魂), il termine significa “spirito giapponese” e “Yōsai” (洋才) significa “talento occidentale” o “conoscenza occidentale”. Questa filosofia è diventata popolare durante la Restaurazione Meiji ma nacque prima, dalla necessità di importare tecnologia europea superiore a quella giapponese senza dover per questo buttare a mare secoli di cultura.

    Sonno Joi (尊皇攘夷): Tradotto letteralmente, “sonno” significa “rispettare l’imperatore” e “joi” significa “espellere i barbari”. Questo slogan era popolare tra coloro che volevano restaurare l’autorità politica dell’Imperatore e opporsi all’influenza straniera in Giappone.

    Fukoku Kyohei (富国強兵): Questo slogan significa “Paese Ricco, Esercito Forte”. Rifletteva l’obiettivo della nazione di diventare economica e militarmente potente seguendo modelli occidentali. Bunmei Kaika (文明開化): Questa espressione può essere tradotta come “Illuminazione e Civiltà” o “Civilizzazione e Modernizzazione”. Rappresentava l’entusiasmo per l’adozione della cultura e della tecnologia occidentali durante l’era Meiji.

    Kinnō (勤王): Questa parola significa “leale servizio all’Imperatore”. Era un concetto centrale per i gruppi che sostenevano un ritorno al potere imperiale. Ognuno di questi slogan e concetti ha giocato un ruolo nella mobilitazione delle persone e nella guida delle politiche durante questo periodo turbolento della storia giapponese. Rappresentavano il desiderio di modernizzare il Giappone, ma anche le preoccupazioni riguar all’influenza straniera e la perdita dell’identità culturale giapponese.

  • Le follie degli ee janaika

    Nel post precedente abbiamo visto che il periodo finale dello shogunato dei Tokugawa fosse caotico e come la fine dello Shogunato fosse nell’aria. Le navi di Perry erano arrivate al momento giusto per dare un calcio finale alla alla situazione.

    Uno dei movimenti più strani, e il termine è eufemistico, del periodo fu quello dei cosiddetti “ee janai ka,” episodi di follia collettiva a carattere spesso politico e/o religioso appena velato e impossibili da prevenire da parte del governo a causa della loro natura spontanea. Il nome del fenomeno significa più o meno: “Ma sì che possiamo, ma si che si può…” e lo dimostra essere una chiara reazione al radicale proibizionismo dello Shogunato.

    Dopo il trauma del periodo degli stati combattenti, una guerra civile durata più di un secolo e mezzo, il popolo si era dimostrato disposto a qualsiasi cosa per l’amor di stabilità, tanto da accettare di buon grado le imposizioni del fondatore Tokugawa Ieyasu. La necessità di un governo dal polso fermo dopo un periodo così lungo di violenza era evidente a tutti. I giapponesi furono ricompensati della loro disciplina con un triplicarsi della popolazione in solo qualche generazione.

    La cosa che sorprende delle leggi imposte da Ieyasu era la loro capillarità. Esse ad esempio prescrivevano dettagli specifici sugli abiti che ogni classe sociale poteva indossare, incluse le dimensioni, i colori e i tipi di stoffa. Solo lo shogun poteva indossare abiti di certi colori, come il rosso brillante.

    C’era un divieto per gli uomini di avere barbe e capelli lunghi. Questo era in parte un tentativo di sopprimere le influenze esterne, poiché l’aspetto occidentale, incluso il modo in cui gli uomini occidentali portavano la barba, stava diventando popolare in Giappone.

    Solo i samurai avevano il diritto di portare due spade. Questa regola rafforzava la distinzione tra i samurai e le altre classi e sottolineava il loro status privilegiato.

    Si potrebbe pensare che le classi superiori fossero esenti da simili limiti, ma questo non è il caso. I samurai, ad esempio, non potevano partecipare alle rappresentazioni di teatro kabuki. Inizialmente, questo era molto libero e spesso associato a intrattenimenti licenziosi. Col tempo, le autorità Tokugawa stabilirono regole per rendere il kabuki più rispettabile. Ad esempio, fu proibito alle donne di esibirsi, portando alla tradizione degli attori maschili “onnagata” che interpretavano ruoli femminili.

    Queste sono alcune delle proibizioni. Vi risparmio gli obblighi.

    L’estrema severità del governo e della sua amministrazione sono il solo modo di spiegare un fenomeno anomalo, particolarmente in questo paese, come quello degli ee janai ka, centinaia di persone che ballano per ore e anche giorni, continuando a ripetere lo slogan “ee janai ka” mentre portano costumi più che stravaganti. Non ne ho le prove naturalmente, ma mi piace pensare che questo fosse un modo per scaricare la tensione, per tornare ad essere persone libere di pensare quello che volevano. Ieyasu, intelligente com’era, avrebbe sicuramente apprezzato la loro iniziativa.

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