Ombrelli Rotti

Categoria: Storia

  • Il motto-mo

    Il motto-mo

    Dopo un periodo di pausa forzata causato dall’impatto della pandemia di COVID-19, le vivaci grida del motto-ji [モットモ爺, “nonno motto”] e dei bambini terrorizzati hanno di nuovo animato le case delle cittadine di Teguma [手熊] e Kakidomari [柿泊], situate nella zona occidentale di Nagasaki.

    Nelle aree menzionate, il setsubun [節分] è festeggiato attraverso una tradizione conosciuta come motto-mo [モットモ]. Questo rito, simile ad altri rituali associati al setsubun, è concepito per scacciare i demoni e attirare la fortuna.

    La nascita di questa tradizione non è documentata in fonti scritte; piuttosto, è stata tramandata oralmente da oltre cento anni. Ogni individuo che vi ha preso parte ha appreso questa tradizione dalle generazioni precedenti e a sua volta l’ha insegnata a quelle successive, creando così un legame duraturo tra passato e futuro.

    Nel 2015, il motto-mo è stato ufficialmente designato come patrimonio folkloristico immateriale nazionale [重要無形文化財, jūyōmukei-minzoku-bukazai], per il suo significato nel contesto delle caratteristiche regionali e dello sviluppo dei riti associati al setsubun.

    Le cittadine di Teguma e Kakidomari celebrano il setsubun rispettivamente il 2 e il 3 di Febbraio.

    Durante il rituale, un gruppo di tre persone, composto dal toshi-otoko [年男, “ragazzo dell’anno”], dalla fuku-musume [福娘, la “ragazza della fortuna”] e dal motto-mo ji [モットモ爺, il “nonno Motto-mo“], si reca in visita nelle case della zona.

    Il termine toshi-otoko [年男], che letteralmente significa “l’uomo dell’anno”, si riferisce a un individuo nato sotto lo stesso segno zodiacale (cinese) dell’anno in corso. In Giappone, il concetto di toshi-otoko si estende anche al capofamiglia maschile, responsabile della conduzione dei riti di fine anno.

    La fuku-musume [福娘], nota come la “ragazza della fortuna”, è una figura comune nei santuari giapponesi, spesso selezionata annualmente per distribuire gli amuleti portafortuna. Durante il motto-mo, indossa un kimono e il volto è dipinto di bianco. A Teguma, la fuku-musume può essere interpretata da un uomo travestito da ragazza, aggiungendo un tocco unico alla tradizione locale.

    Il motto-mo-ji [モットモ爺], letteralmente “nonno motto-mo“, si presenta con il volto dipinto di rosso e nero e indossa un copri abito chiamato shuro-mino [棕櫚蓑], fatto di foglie di palma di canapa intrecciate, un tempo utilizzato dai contadini della regione. Spesso, durante le celebrazioni, vengono anche indossate maschere per aggiungere ulteriore mistero e fascino alla tradizione.

    La prima persona ad entrare in casa è il toshi-otoko, il quale sparge i mame mentre urla “Oni ha soto!” [鬼は外!], ossia “fuori i demoni”, seguito dalla fuku-musume che grida “Fuku ha uchi!” [福は内!], “dentro la fortuna”. Questo momento simbolico marca l’inizio delle festività e dei rituali del setsubun.

    Infine, gridando motto-mooo! [モットモー!]”, il motto-mo ji fa il suo ingresso nella casa, battendo i piedi e picchiando il pavimento con un bastone, prendendo in braccio i bambini che piangono e si nascondono terrorizzati. Si crede che più i bambini piangono, più la famiglia sarà fortunata durante l’anno nuovo, mantenendo viva la tradizione e il folklore della festività del setsubun.

    La pratica di picchiare energicamente il pavimento con i piedi e un bastone, creando un forte rumore, ha lo scopo di placare gli spiriti maligni. Questo gesto condivide il medesimo significato dello shiko [四股], il cerimoniale eseguito dai lottatori di sumō quando alzano le gambe in aria e colpiscono con forza il terreno, un atto che simboleggia la purificazione e la scacciata delle energie negative.

    Quando i tre lasciano la casa, un accompagnatore dice “le divinità della fortuna sono venuti a trovarvi” e riceve un dono della famiglia.

    Sebbene in passato eventi simili al motto-mo siano stati tramandati in tutte le cittadine della penisola di Nishisonogi [西彼杵半島, “Nishisonogi Hantō“, dove sorge anche Nagasaki], negli ultimi decenni molte di queste celebrazioni sono state abbandonate a causa della mancanza di persone disponibili ad impegnarsi nel preservare e portare avanti tali tradizioni. Tuttavia, c’è speranza che con il rinnovato e crescente interesse per il folklore locale, possa esserci un ritorno e una rinascita di questi rituali nel futuro.

  • Setsubun

    Setsubun

    Il termine setsubun [節分], letteralmente “divisione stagionale”, indica il giorno che precede l’inizio della primavera secondo il vecchio calendario lunare giapponese. Durante questa celebrazione, vengono eseguiti rituali per allontanare gli spiriti maligni e accogliere la buona fortuna.

    I riti variano da regione a regione, ma uno dei rituali più conosciuto è il mamemaki [豆撒き, “lanciare i fagioli”). Durante questo rituale, le persone lanciano fagioli di soia arrostiti, conosciuti anche come fukumame [福豆, “fagioli della fortuna”], all’interno delle loro case o dei santuari mentre gridano “Oni wa soto! Fuku wa uchi!” [鬼は外!福は内!, “Fuori i demoni! Dentro la fortuna!”]. Un membro della famiglia indosserà una maschera da oni (鬼, “demone o orco”) mentre il resto della famiglia gli lancia contro i fagioli. Successivamente, ogni individuo mangerà il numero di fagioli corrispondente alla propria età.

    Che cos’è il setsubun?


    Il setsubun [節分] indica la divisione di due stagioni: inverno e primavera. Secondo il calendario luni-solare che un tempo era ufficialmente usato in Giappone, con setsubun ci si riferisce alla fine dell’inverno, che celebra anche l’arrivo della primavera, giorno che in giapponese é conosciuto come risshun [立春].

    Fonte: Wikipedia

    Considerando i nijūshi-sekki [二十四節気, “i ventiquattro termini solari”] del tradizionale calendario luni-solare giapponese, il giorno del risshun segna l’inizio del nuovo anno, mentre setsubun è simile alla vigilia di Capodanno [大晦日, Ōmisoka]. Poiché le date del vecchio calendario lunare erano prossime e talvolta si sovrapponevano, fino al periodo Edo, entrambe erano considerate come il giorno conclusivo dell’anno.

    Può sembrare strano poiché Febbraio fa ancora freddo e generalmente é considerato parte della stagione invernale. Ma in Giappone si dice che passato il risshun, il tempo diventerà più mite.

    Tecnicamente al giorno d’oggi, l’inizio della primavera è determinato dall’istante in cui la longitudine eclittica del sole raggiunge i 315 gradi, secondo le osservazioni del Kokuritsu-tenmon-dai [国立天文台,”l’ Osservatorio Astronomico Nazionale”]. Se l’inizio della primavera cambia, anche il giorno del setsubun cambia si conseguenza.


    Si crede che, come altre tradizioni giapponesi, anche il setsubun sia stato introdotto dalla Cina durante il Periodo Heian [794-1185] ma, come riportato su documenti storici, solamente durante il Periodo Muromachi [1336-1573] si iniziarono a lanciare fagioli per scacciare i demoni che rappresentano gli spiriti portatori di catastrofi ed eventi tragici.

    Il lancio dei fagioli rimane una delle parti più importanti dell’evento ancora oggi. Essendo uno dei gokoku [五穀, “cinque grani”], i mame erano considerati un alimento base essenziale per la sopravvivenza e, si credeva avessero il potere sacro, come il riso, di cacciare gli spiriti maligni.

    L’ oni-yarai [鬼やらい] e il setsubun [節分] erano originariamente due rituali diversi.

    Si ritiene che il tsuinai [追儺], considerato il precursore dello oni-yarai, sia stato introdotto dalla Cina basandosi sull’usanza conosciuta come daina [大儺]. Come riportato nello Shoku nihongi [続日本紀, opera che raccoglie tutte le decisioni prese dalla corte imperiale nel periodo temporale che va dal 697 d.c. al 701 d.c] il tsuina è stato celebrato in Giappone fin dal periodo Asuka [飛鳥時代, 706 d.C.].

    In origine questo evento si svolgeva la notte di capodanno (secondo il calendario lunare) per scacciare le malattie e le epidemie. Originariamente, un sacerdote chiamato hōsōshi (方相氏), vestito da divinità, scacciava gli spiriti maligni invisibili. Ma alla fine del periodo Heian, l’hōsōshi, che fino ad allora aveva cacciato gli spiriti, fu invece raffigurato come un demone e cacciato a sua volta dai cortigiani.

    Questo rituale diventò un evento di corte durante il quale i nobili di alto rango, chiamati tenjōbito [殿上人], armati di momo no yumi [桃の弓, archi fatti con legno di ciliegio] e frecce di canna, inseguivano e cacciavano i servitori travestiti da demoni urlando e suonando tamburi.

    L’oni-yarai, nelle corti imperiali, è gradualmente caduto in disuso, ma è stato tramandato e adattato dalle varie strutture religiose locali in tutto il paese, diffondendosi anche tra la popolazione comune.

    Per quanto riguarda il setsubun si trovano riferimenti a questo rituale all’interno dei diari dei nobili di periodo Heian. Durante il setsubun in quel periodo, si svolgevano delle cerimonie buddiste con l’obiettivo di proteggere dalle catastrofi e ottenere longevità anziché respingere i demoni o il male.

    Come detto in precedenza, solamente dal periodo Muromachi in poi si trovano riscontri del lancio di fagioli per scacciare i demoni ma non è stato possibile datare precisamente il momento di inizio di questa tradizione. Le fonti riportano invece che tale usanza non era più solo relegata agli ambienti di corte o dei samurai, ma si diffuse velocemente anche tra la popolazione.

    Sebbene tsuinai e setsubun fossero originariamente eventi separati, durante il periodo Edo sono diventati strettamente collegati. Originariamente in Giappone si praticava anche un rituale chiamato sangū [散供], che consisteva nel spargere granaglie per purificare e benedire il terreno. Ancora oggi si può assistere scene a questo genere di rituale, chiamato sanmai [散米], all’interno dei santuari dove viene spesso sparsi il riso come atto purificativo.

    Anche il mame-maki, [豆まき], il lancio dei fagioli che vedremo in seguito, ha due significati: scacciare i demoni e donare grazia, tranquillità mangando i fagioli. In passato si credeva che i cereali avessero poteri spirituali e che il luogo seminato fosse purificato e sacro. Questo è il motivo per cui dicendo “Fuku wa uchi“, si lanciano fagioli anche all’interno delle case.


    人間の心にある煩悩の象徴

    Ningen no kokoro ni aru bonnō noshōchō

    Il simbolo dei desideri rinchiusi nel cuore degli esseri umani


    La pratica di lanciare i fagioli contro gli oni trova le sue radici nei principi del Buddismo.

    Gli oni sono considerati come “il simbolo dei desideri rinchiusi nel cuore degli esseri umani”. Esistono cinque tipi di oni, ognuno rappresentante un tipo di desiderio, identificati dai colori:

    Oni rosso: desideri, brama.
    Oni blu: odio, risentimento, rabbia, malizia.
    Oni verde: scarsa salute, sonnolenza, mancanza di motivazione e pigrizia.
    Oni nero: lamentele, comportamenti contraddittori.
    Oni giallo (bianco): rimpianti, dipendenza, egoismo, frivolezza.

    Fonte: X

    In passato, la popolazione attribuiva le calamità naturali e i fenomeni inspiegabili agli oni e, essendo questi più vicini alla vita quotidiana rispetto a quanto lo siano oggi, sembrava che i desideri umani fossero associati agli oni stessi.

    Il lancio dei mame contro gli oni, era un modo per scacciare i desideri umani negativi e iniziare il nuovo anno con uno spirito fresco e puro.

    In passato, il setsubun veniva spessp celebrato offrendo fagioli di soia arrostiti sull’altare domestico, chiamato kamidana [神棚], la notte prima del risshun. Tuttavia, ai giorni nostri, si è trasformato in un’occasione più gioiosa per le famiglie e le comunità. Durante il setsubun si cacciano gli spiriti maligni e si accoglie la buona sorte sia per sé che per la propria famiglia.

    Secondo il folclore giapponese, si crede che gli spiriti maligni siano particolarmente attivi durante i cambi di stagione, pertanto è importante allontanarli prima dell’arrivo della primavera.

    豆まき – Mame-maki – Lancio dei fagioli


    I daizu [大豆, “fagioli di soia”], non sono solamente molto diffuso in Giappone ma sono anche usati per celebrare rituali e tradizioni centenarie.

    Il mamemaki (豆まき), il lancio di fagioli di soia arrostiti, è un rituale che viene esclusivamente eseguito durante il setsubun. La tradizione vuole che si inizi dalla stanza che si trova più lontana dall’ingresso e che porte e finestre siano tenute aperte durante il lancio dei fagioli in modo che gli spiriti maligni possano uscire.

    Come scritto in precedenza, per coinvolgere anche i bambini in questa tradizione, si usa anche lanciare fagioli contro un membro della famiglia che per l’occasione si traveste da demone.

    鬼は外、福は内!

    Oni wa soto! Fuku wa uchi!

    Fuori i demoni! dentro la fortuna!

    La sfortuna è rappresentata da un volontario vestito da oni (鬼), spesso impersonato dal padre. Gli altri membri della famiglia lanciano fagioli di soia arrostiti contro di lui e lo scacciano fuori casa, al grido di “Oni wa soto! Fuku wa uchi!” (鬼は外、福は内), che significa “Fuori i demoni, dentro la fortuna!”.

    Nella tradizione folkloristica giapponese, gli oni sono visti come portatori di malattie, carestie e catastrofi naturali, per questo motivo la gente desidera tenerli lontani dalle proprie abitazioni. Quando i demoni vengono scacciati, si crede che con loro se ne vada anche la sfortuna accumulata durante l’anno, liberando la casa da influenze negative.

    Perché si usano i mame?


    Il processo di tostatura dei fagioli in giapponese è chiamato “mame wo iru” (豆を炒る). Questo termine ha un significato più profondo, poiché sfrutta le diverse letture dei kanji per indicare anche “sparare negli occhi ai demoni”, con “mame ni iru” (魔目に射る).

    La parola “mame” può essere scritta anche con il kanji per “demone” (魔), letto come “ma”, seguito dal kanji per “occhi” (目), letto come “me”. Anche se la forma del verbo “sparare” in giapponese è diversa, ha la stessa pronuncia di “tostare”.

    I fagioli di soia sono stati scelti per questo rituale poiché la pianta è considerata di buon auspicio e si ritiene che ospiti la divinità dei cereali. E, come detto in precedenza fatto parte dei gokoku, i cinque grani essenziali per la sopravvivenza.

    Il modo corretto per lanciare i mame


    Anche se esistono varie tradizioni a livello locale e familiare, di seguito descriverò come lo facciamo nella mia famiglia

    Preparare i fuku-mame

    Poiché i fuku-mame [福豆], “fagioli della fortuna”, sono considerati portatori di poteri spirituali, nei giorni che precedono il setsubun, li mettiamo come offerta sul kamidana. Normalmente il contenitore con i mame, detto masu [升], andrebbe posto sopra un apposito piedistallo detto sanpō [三方]. Nell’altare di casa mia (vedi foto) mia moglie non lo usa mai. Se non disponete di un altare, mettere la scatola in un luogo elevato va comunque bene.

    Se non si comprano in un negozio i mame vanno cotti perché il loro germogliare è considerato presagio di cattiva sorte. La maggior parte dei fagioli in commercio sono tostati, quindi non c’è motivo di preoccuparsi.

    夜 – Yoru – La notte

    Il mame-maki si svolge la notte perché si crede che questo sia il periodo di maggiore attività dei demoni. La tradizione racconta che i demoni fanno la loro apparizione durante l’ushi-tora no koku [丑寅の刻, “l’ora della bue e della tigre”], ovvero la mezzanotte. Normalmente con la mia famiglia lo facciamo sempre dopo cena. Anche i rituali pubblici presso i santuari ai svolgono prevalentemente durante l’ora di cena per permettere ai bambini si parteciparvi.

    Chi lancia i mame

    La tradizione vuole che spargere i mame sia un compito del capo famiglia. Tuttavia, poiché è considerato un evento familiare, normalmente si coinvolge tutta la famiglia.

    Volendo seguire la traduzione il capofamiglia può essere sostituito o coadiuvato solo dal toshi-otoko [年男] e dalla toshi-onna [年女]. Ovvero un componente della famiglia, uomo o donna, nato in un anno con lo stesso segno zodiacale cinese dell’anno corrente.

    Può spargere i mame anche un componente della famiglia che si trova in un’età considerata sfortunata. In giapponese esistono i cosiddetti yakudoshi [厄年, “anni sfavorevoli”], che sono età tradizionalmente ritenute sfortunate.

    Le età considerate più sfortunate sono 25, 42 e 61 anni per gli uomini, e 19, 33 e 37 anni per le donne.

    Oggigiorno durante il mame-maki, i padri normalmente assumono il ruolo di demoni, mentre moglie e figli gli lanciano contro i fagioli.

    Tuttavia, il vero significato del demone del setsubun è quello di rappresentare energie negative invisibili che possono causare malattie o disastri, quindi in realtà il ruolo del demone non è propriamente necessario.

    Poiché il rito del mame-maki ha subito cambiamenti nel tempo a cui vanno aggiunte le varianti regionali, non esistono regole assolute, ma ogni famiglia ha suo modo di festeggiare il setsubun.

    Da dove si inizia il mame-maki?

    Normalmente iniziamo dalla stanza più distante dal genkan [玄関], l’ingresso principale e procedendo verso di questo, apriamo tutte le porte e le finestre di ogni stanza lanciando i fuku-mame, e urlando “fuori i demoni”, “oni ha soto!” [鬼は外].

    Dopo aver sparso i mame all’interno della stanza chiudiamo subito le finestre per evitare che i demoni rientrino e poi volgendosi verso la porta diciamo “la fortuna è dentro” “fuku ha chi!” [福は内]. Ripetiamo questo procedimento per tutte le stanze della casa.

    Kazoe-doshi e toshi-tori mame: mangiare un numero di fuku-mame pari alla propria età, più uno

    Terminato il lancio dei fagioli, si prega per la salute e la protezione dell’anno a venire e si mangia un fagiolo per ogni anno vissuto, detto kazoedoshi [数え年), e poi uno in più per garantire fortuna per l’intero anno, in riferimento alla “fortuna dentro” del detto. Il mangiare in fagiolo in più come auspicio per il nuovo anno é conosciuto in Giappone come toshi-tori mame [年取り豆].

    Questa tradizione risalente al periodo Muromachi [室町時代, 1336-1573] si svolge ancora sia nelle case dei giapponesi sia presso santuari e templi di tutto il paese.

    恵方巻 – Ehō-maki – Maki della fortuna


    Ci sono altre tradizioni, che fanno parte della celebrazione e dell’osservanza del setsubun. Alcune di queste usanze sono locali, come la tradizione del Kansai di mangiare makizushi senza tagliarli noti come ehō-maki (“rotolo della direzione fortunata” 恵方巻) in silenzio, rivolti verso la direzione fortunata dell’anno, determinata dal simbolo dello zodiaco di quell’anno. Nonostante sia una tradizione nata e legata alla città di Ōsaka, si è recentemente diffusa in tutto il paese, in parte grazie alle iniziative di marketing dei supermercati e dei konbini.

    Ehō-maki è un tipo unico di maki che viene consumato solamente durante il setsubun. Si presenta relativamente più lungo e grande rispetto ai normali maki che si possono trovare normalmente nei ristoranti. In generale, è considerato auspicabile utilizzare sette ingredienti nella preparazione l’ehō-maki poiché il numero sette è associato alla fortuna e alle sette divinità della fortuna chiamati Shichifukujin (七福神).

    Quando si mangia l’ehō-maki, è necessario voltarsi verso la direzione che si ritiene porti fortuna durante l’anno. La direzione per il 2024 é “est-nord-un po’ ad est” [東北東やや東]. È anche importante espirme un desiderio con gli occhi chiusi mentre si mangia l’intero maki in una volta sola senza fermarsi.

    Ingredienti e il loro significato

    In commercio oggi si trovano ehō-maki per soddisfare tutti i gusti ma secondo la tradizione solo i seguenti sette ingredienti dovrebbe essere usati per preparare questo particolare maki.

    Kanpyō: sono lunghe striscie si zucca giapponese essiccate marinate nel dashi e nel mirin (una varietà di sake dolciastro). La forma lunga e sottile del kanpyō, è associata alla longevità [chōju-kigan, 長寿祈願] e alla felicità coniugale [en-musubi, 縁結び].

    Shiitake-ni: funghi shiitake cotti. La forma della cappella del fungo che ricorda gli jingasa [陣笠], i copricapo indossato in passato sai soldati, simboleggia la protezione del corpo.

    Tamagoyaki [卵焼き] / Datemaki [伊達巻]: il colore dorato del tamagoyaki simboleggia l’aumento della fortuna finanziaria, mentre la forma simile a un rotolo di pergamena del datemaki rappresenta l’aumento della cultura e conoscenza personale.

    Unagi: l’ anguilla simboleggia l’ascesa e il successo personale. Questo é ispirato dall’ unagi-nobori [うなぎ登り], ovvero la caratteristica di questi animali di nuotare vigorosamente verso monte, indipendentemente dalla forza della corrente.

    Sakura-denbu [桜田麩]: è un condimento di merluzzo stagionato di colore rosa. Sakura (桜) significa ciliegio in fiore, mentre denbu (田麩) si riferisce a scaglie di pesce bianco che vengono bollite, disidratate, condite e colorate di rosa grazie a coloranti alimentari.

    Il colore rosa ciliegia simbolico della primavera, rappresenta la felicità e la buona fortuna.

    Kyūri: il cetriolo. Dal nome giapponese “kyū no ri wo eru” [九の利を得る, ottenere i nove benefici] si ritiene porti fortuna.

    Renkon: i numerosi fori presenti sulla radice del fiore di loto sono considerati simbolo di grande capacità di percepire gli eventi futuri e viene utilizzato per auspicare un futuro luminoso.

    Fonte: foodie.co.jp

    柊鰯 – Hiiragi-iwashi


    Un’altra insolita usanza è appendere piccoli ornamenti fatti con teste di sardine e foglie di agrifoglio detti hiiragi- iwashi [柊鰯] sull’ingresso della propria casa per scacciare gli spiriti maligni.

    Questa tradizione si pensa sia iniziata durante il periodo Heian.

    L’agrifoglio [hiiragi] è considerato in grado di respingere gli spiriti maligni e spesso viene piantato sul limitare dei giardini delle case giapponesi. Si dice che le sue foglie spinose pungano gli occhi dei demoni.

    Per quanto riguarda le sardine [iwashi], si dice che il loro odore quando vengono arrostite allontani i demoni, oppure che li attiri per poi essere pungolati con l’agrifoglio. Nella parte occidnetale del Giappone, sono chiamate anche yaikagashi [焼嗅がし,letteralmente “odore di bruciato”].

    落花生 – Rakkasei – Le arachidi


    Un mio collega mi ha raccontato che nel Kyūshū, dove vivo, più precisamente nelle prefetture di Miyazaki e Kagoshima c’è l’usanza di usare le arachidi al posto dei mame.

    Controllando on-line ho scoperto che, secondo l’Associazione Nazionale delle Arachidi, questa pratica si diffuse intorno agli anni ’30 e ’40 del periodo Showa [昭和時代, 1926-1989]. Le ragioni sembrano essere legate alla praticità di raccoglierle e mangiarle in modo igienico (vista la presenza della buccia) oltre alla loro facilità di raccolta e alla loro grandezza.

    おかめ – Okame


    Quando si comprano i mame presso i negozi sono spesso accompagnati da un set di maschere. Una raffigurante un oni un altra raffigurante il volto di una donna, conosciuta con il nome di Okame.

    Okame è una maschera tradizionale giapponese caratterizzata da un viso tondo, un naso basso e arrotondato, e guance piene e prominenti.

    Okame [お亀/阿亀], che in giapponese significa “tartaruga”, animale simbolo di longevità questa maschera, é conosciuta anche con il nome, otafuku [お多福/阿多福] che letteralmente significa “molta buona fortuna”.

    Si ritiene che l’origine di questa maschera sia Ame no uzume no mikoto [天宇受売命], la divinità shintoista dell’alba, maestra di festeggiamenti, umorismo e della danza. Rappresenta un kami estremamente positivo e fu la sua ingegnosità che riportò Amaterasu, la dea del sole, nel mondo, salvando la terra dalla notte eterna. Una divinità popolare riconosciuta come protrettice delle arti performative.

    Okame e i demoni

    La relazione tra Okame e i demoni ha origine nelle storie del teatro tradizionale giapponese kyōgen [狂言]. Mentre la gente cerca di respingere i demoni con fagioli durante setsubun, i demoni diventano incontrollabili. A questo punto entra in scena l’Okame, che con sorriso e gentilezza convince i demoni a pentirsi. Questo dimostra quanto sia importante la presenza dell’Okame durante setsubun.

    Il Giappone è patria di molte tradizioni tramandate nei secoli che riflettono l’ottimismo di questo Paese riguardo alle celebrazioni del nuovo anno, le sue opportunità e le sue sfide.

  • Zenzai: una dolce zuppa invernale

    Zenzai: una dolce zuppa invernale

    Niente batte una calda zuppa per riscaldarsi durante le giornate invernali.

    Zenzai e Oshiruko: due nomi ma un unico ingrediente base

    La zenzai [ぜんざい, 善哉], nota anche come Oshiruko [汁粉], è una deliziosa zuppa di fagioli rossi con all’interno teneri mochi [餅花] o shiratama dango [白玉だんご].

    Foto di sinistra: Oshiruku / Foto di destra: zenzai

    Nonostante i due nomi diversi l’elemento base in comune sono gli azuki [小豆], i fagioli rossi. Quando vengono lasciati interi o a pezzetti a creare una consistenza ad ogni morso, si chiama zenzai. Quando invece non ci sono azuki nella ciotola ma solo succo allora si chiama Oshiruko.

    Disponibile tutto l’anno, viene consumata più frequentemente nei mesi invernali. Molte famiglie giapponesi la gustano in concomitanza con la cerimonia tradizionale del kagami-biraki [鏡開き, apertura dello specchio] che si tiene l’undici Gennaio. Il kagami-mochi [鏡餅], rimosso dall’altare di casa e spezzato a mano o con un piccolo martello di legno, viene mangiato per rinnovare spirito e salute per il nuovo anno. In questo contesto, la zenzai gioca un ruolo importante: spesso, invece di mangiare piccoli pezzi di mochi da soli, le persone li immergono in questa deliziosa ciotola di fagioli rossi bolliti.

    Azuki – 小豆

    Gli azuki (小豆), sono menzionati nel più antico documento storico giapponese, il Kojiki [古事記] e nelle cronache del Giappone, Nihon Shoki [日本書紀] come uno dei gokoku [五穀], i cinque cereali fondamentali della tradizione giapponese. Kome [米, riso], mugi [麦, frumento], awa [粟] e kibi [粟] due specie diverse di miglio, ed infine mame [豆, legumi]. In passato si pensava che gli azuki fossero stati importati dalla Cina, ma ricerche recenti hanno dimostrato che questo legume, in Giappone, si è sviluppato geneticamente in maniera separata da quello cinese.

    Azuki come alimento medicale


    In Giappone, gli azuki sono sempre stati consumati anche come medicina fin dall’antichità. Si credeva che il particolare colore rosso di questi legumi simboleggiasse la vita ed aiutasse le persone ad allontanare il male.

    Azuki e festività giapponesi


    Kagami-biraki [鏡開き, apertura dello specchio]

    l kagami-biraki, celebrato l’ 11 Gennaio, prevede l’apertura del kagami-mochi, che tradizionalmente racchiude l’anima del toshigami [年神], il kami dell’anno. L’anima divina viene liberata e simbolicamente condivisa tra tutti i membri della famiglia, spezzando e consumando il mochi, spesso accompagnato con la zenzai. Questo atto esprime gratitudine verso i kami e augura buona salute per il nuovo anno.

    Ohigan – お彼岸 di primavera e i bota-mochi


    L’ Ohigan [お彼岸] viene celebrato due volte all’anno, durante il “giorno dell’equinozio di primavera” e il “giorno dell’equinozio d’autunno”, insieme ai tre giorni precedenti e successivi. Durante l’equinozio di primavera, quando giorni e notti hanno una durata uguale, si crede che il mondo dei vivi e dei morti si trovino nel loro punto più vicino. Questo cambio di stagione diventa un momento di riflessione personale e di commemorazione e onore per i defunti.

    Per manifestare riconoscenza verso gli antenati, le persone offrono i bota-mochi [ぼた餅], mochi ricoperti di pasta di fagioli azuki.

    Kodomo no hi, la festa dei bambini


    Inizialmente nota come tango no sekku [端午の節句], il kodomo no hi [子供の日], la “festività dei bambini”, viene celebrata il cinque Maggio. In questa giornata, si celebra e si ringraziano i kami per la salute e la crescita dei figli. Nelle case, vengono esposti i kabuto [兜], gli elmi da samurai, e i koinobori [鯉のぼり]. Inoltre, si gustano i kashiwa-mochi [柏餅], mochi ripieni di pasta di fagioli azuki, avvolti nelle foglie di quercia (kashiwa in giapponese).

    Ohigan d’autunno


    Come per l’equinozio di primavera anche lo Ohigan d’autunno è un giorno di rispetto per gli antenati e di ricordo dei defunti.
    Per esprimere la loro gratitudine agli antenati, le persone offrono l’ohagi, (お萩), un mochi ricoperto di pasta di fagioli azuki. Si differenziano dai bota-mochi offerti durante l’ohigan di primavera per la consistenza della pasta di azuki.

    Shici-go-san


    Il 15 Novembre dell’anno in cui i bambini compiono tre, cinque o sette anni, si celebra la loro crescita e buona salute con il shichi-go-san [七五三, letteralmente Sette, cinque, tre]. In questa giornata, si regalano ai bambini le chitose-ame [千歳飴], caramelle lunghe e colorate, e si prega per la loro crescita e longevità. Solitamente, in questa giornata si consuma anche il sekihan [赤飯], un riso cucinato con fagioli azuki, che si crede aiuti ad allontanare malanni e disastri.

    Tōji – 冬至


    Il solstizio d’inverno è il giorno con meno luce dell’anno. Tradizionalmente, in questa giornata si prepara l’itokoni [いとこ煮], cuocendo la kabocha (zucca giapponese) o il taro insieme agli azuki, come auspicio per la buona salute. Si consuma anche un kayu (粥), un porridge di riso con azuki, con la speranza di evitare raffreddori.

    Gli azuki sono ampiamente apprezzati per il loro elevato valore nutrizionale e il loro colore rosso, considerato un simbolo di fortuna contro gli spiriti maligni. Fin dall’antichità, i giapponesi hanno integrato gli azuki in piatti come il sekihan [赤飯, riso bollito con fagioli rossi] e l’azuki-gayu [小豆粥, porridge di riso con azuki] durante gli eventi annuali, come augurio di buona salute. Tuttavia, è solo nel periodo Edo, con la diffusione dello zucchero, che la gente ha iniziato a consumare gli azuki dolci.

    Anko

    L’anko [餡子] è una “confettura” ottenuta dai fagioli azuki [小豆] e rappresenta un elemento fondamentale nel wagashi [和菓子], la pasticceria tradizionale giapponese. Gli azuki sono altamente digeribili e ricchi di proteine.

    Tsubu-an [粒あん]


    Si tratta di un tipo di anko particolarmente denso, in cui gli azuki sono mantenuti integrali o tagliati a pezzi, inclusa la buccia.

    Koshi-an [こし餡]


    È una preparazione più omogenea e liscia, privata delle bucce e sottoposta a filtrazioni multiple. Solitamente impiegata nei dessert tradizionali più raffinati, ha un sapore meno dolce rispetto al tsubu-an.

    Fonte: living.jp
    Sinistra: tsubu-an / Destra: koshi-an

    Mochi e shiratmama-dango

    Sia mochi [餅花] che i shiratama-dango (白玉団子] si accompagnano con la zenzai o la Oshiruko.

    I mochi rappresentano un cibo tradizionale giapponese consumato non solo durante il Capodanno, ma anche in diverse celebrazioni annuali. Assieme al sushi e al ramen, sono tra i piatti giapponesi più apprezzati a livello internazionale.

    I mochi hanno un’ampia varietà di forme, ed esistono diversi modi di prepararli a seconda della regione.

    Che cosa sono i mochi?


    I mochi sono un alimento giapponese caratterizzato da una forma rotonda e piatta, ottenuto tramite la lavorazione del mochigome [餅米], un particolare tipo di riso glutinoso. Solitamente, il mochigome viene cotto al vapore e successivamente pestato [mochi-tsuki 餅つき] con una mazza di legno [kine, 杵] all’interno di un mortaio [usu, 臼] per ottenere il mochi. Tuttavia, è possibile produrlo anche utilizzando altri tipi di cereali o farina di riso.

    La produzioni e il consumo di mochi si sono evoluti parallelamente alla coltivazione del riso. Le prime tracce della presenza dei mochi, risalgono al periodo Nara [710-794], come dolci popolari tra l’aristocrazia. Durante l’era Heian [794-1185] e nel periodo Kamakura [1185-1333], diverse varianti di mochi diventarono ampiamente apprezzate. Fu durante il periodo Edo [1603-1868] che la popolazione cominciò a includere il mochigashi [餅菓子] tra le specialità alimentari degli eventi annuali.

    Shiratama-dango


    Lo shiratama-dango [白玉団子] è un wagashi giapponese realizzato mescolando lo shiratamako [白玉粉], una particolare farina di riso, con acqua, formando poi gnocchi o palline e facendoli bollire. Il termine “shiratama” [白玉] significa “palla bianca”, mentre “dango” [団子] si riferisce agli gnocchi di riso. Presentano una consistenza morbida, elastica e appiccicosa e, poiché privi di sapore, vengono spesso serviti con anko [餡子], kinako [きな粉, farina di soia tostata] o kuromitsu [黒蜜, sciroppo di zucchero di canna].

    Quando si consumano dango, compresi gli shiratama, da parte di bambini o anziani, è necessario prestare molta attenzione poiché esiste il rischio di soffocamento. Di solito, vengono divisi in piccoli pezzi per garantire la sicurezza di ci li mangia.

    Etimologia dei termini zenzai e shiruko

    Oshiruko


    Inizialmente, il termine shiruko era utilizzato per descrivere l’ingrediente di una zuppa. Nel tardo periodo Edo, la zuppa an-shiruko-mochi [餡汁子], composta da pasta dolce di azuki con shiratama e mochi, ottenne popolarità tra la gente comune. Si racconta che successivamente il nome venne abbreviato in Oshiruko.

    In quel periodo, l’Oshiruko non possedeva la dolcezza di quello odierna, ma era apprezzata come uno spuntino dal sapore salato, perfetto in abbinamento a bevande alcoliche.

    Zenzai


    Ci sono due teorie sull’origine del termine zenzai, una associata alla città di Izumo e l’altra al buddismo.

    Zenzai e l’ Izumo jinzai-mochi


    Situata nella prefettura di Shimane, Izumo è celebre per ospitare l’Izumo Taisha [出雲大社, “Grande santuario di Izumo“], uno dei santuari più antichi del Giappone.

    Nel decimo mese del calendario lunare, generalmente nei mesi di Novembre e Dicembre secondo il calendario gregoriano, Izumo celebra il kamiarisai [神在祭, “il mese con i kami“]. Si narra che tutti i kami si riuniscano ad Izumo per una settimana per discutere il destino dell’anno successivo. A causa di questo rituale, nel resto del Giappone il decimo mese del calendario lunare è chiamato Kannazuki [神無月], il “mese senza kami“. Poiché si crede che tutte le divinità si trovino a Izumo, le persone provenienti da ogni parte del Giappone si recano in visita in questa città. Si dice che lo zenzai sia nato proprio da questa celebrazione.

    Mentre i visitatori attendevano il loro turno per accedere al santuario, veniva loro offerta una ciotola calda di zenzai. Questa tradizione continua in modo simile anche oggi, con molti locali nelle vicinanze del santuario che vendono questo dolce noto come jinzai-mochi [神在餅], il “mochi dei kami“.

    Nella pronuncia del dialetto di Izumo, tuttavia, sembrava che si usasse zunzai mochi. I visitatori, al loro arrivo, spesso confondevano questa parola con “zenzai“, e così che il nome si é diffuso insieme al piatto nel resto del Giappone.

    Zenzai e buddismo


    La seconda teoria suggerisce che il nome di questo dolce derivi dal termine buddista “zenzai“. I kanji [善哉] che formano la parola “zenzai” possono anche essere letti come “yokikana“, che significa “splendido”. Secondo la tradizione giapponese, durante il periodo Muromachi [1336-1537], un monaco assaggiando questo wagashi rimase così impressionato dal suo sapore che esclamò: “Zenzai (molto gustoso)!”, dando così, involontariamente, il nome al wagashi.

    Differenze tra zenzai e Oshiruko

    Dopo aver fatto ricerche online e aver chiesto a mia moglie, che la prepara spesso, sono giunto alla conclusione che la differenza principale risiede nella presenza della zuppa. Nella preparazione dell’ Oshiruko, si utilizza il koshi-an cotto in acqua per formare la zuppa, dove vengono aggiunti i mochi come guarnizione. Nel caso del zenzai, si utilizza il tsubu-an cotto in acqua, che alla fine viene completamente rimossa, lasciando solo il composto finale al quale verranno aggiunte le guarnizioni.

    In commercio si trovano già pronti all’uso sia lo tsubu-an che il koshi-an quindi nella preparazione di questo dolce non é quasi più necessario partire dagli azuki.

    Varianti regionali

    Esistono diverse varianti regionali di zenzai e Oshiruko

    Kantō


    Nella regione del Kantō, la gente usa esclusivamente il termine Oshiruko per riferirsi a questo dolce. A seconda del negozio e del tipo di pasta di azuki utilizzata, il modo di chiamare l’Oshiruko può variare. Quello preparato con il koshi-an è denominato gozen-shiruko [御膳汁粉], mentre se preparato con il tsubu-an può essere chiamato inanka-shiruku [田舎汁粉] o azuki-shiruko [小豆汁粉].

    Kansai


    Nella regione del Kansai, l’Oshiruko è preparata con il koshi-an, mentre la zenzai si realizza con il tsubu-an, ma entrambe sono servite con una generosa quantità di zuppa. Zenzai senza zuppa è noto con vari nomi, tra cui kameyama [亀山] o kintoki [金時].

    Fonte: maff.co.jp

    Il kintoki è comunemente utilizzato come topping per le kakigōri (かき氷), le granite giapponesi. Una variante famosa è l’Uji kintoki (宇治金時), una granita che combina il sapore matcha (抹茶, tè verde, con Uji tra i migliori) con la dolcezza del kintoki e la morbidezza degli shiratama dango.

    Kyūshū


    Qui nel Kyūshū, viene seguita la stessa distinzione del Kansai. Tuttavia, in alcune zone si sostiene che nell’Oshiruko dovrebbero essere aggiunti i mochi, mentre nello zenzai andrebbero inseriti gli shiratama, e viceversa.

    Hokkaidō


    Anche nell’ Hokkaidō non emerge una distinzione significativa tra Oshiruko e Zenzai. Tuttavia, come nel Kyūshū, ci sono regioni con modi peculiari di gustare questo piatto.

    Kabocha-shiruko

    I mochi e gli shiratama-dango vengono sostituiti con la kabocha, la zucca giapponese. L’origine di questa pratica risale alla storia di questa regione con un clima molto fresco, in cui la raccolta del riso poteva essere difficoltosa. Le comunità locali usavano la zucca come sostituto del mochi.


    In conclusione, possiamo affermare che ci sono disparità tra l’Oshiruko e lo zenzai riguardo alla loro storia, modalità di produzione e varietà regionali. Comprendere le differenze, le peculiarità e le radici di entrambe contribuisce a una più apprezzata esperienza gustativa.

  • È vero che gli stranieri in Giappone sono considerati sporchi?

    È vero che gli stranieri in Giappone sono considerati sporchi?

    Prima di tutto vorrei specificare che non ho mai sentito un giapponese esprimersi in questi termini. Possono avere pensato che gli europei sono sporchi, ma non mi è mai stato detto. Quelle che seguono quindi sono mie opinioni, quello che penso i giapponesi pensino, non fatti.

    Per un giapponese probabilmente è sporco il fatto che non ci facciamo il bagno tutti i giorni. Per loro è impensabile. Il bagno è un rituale, forse il momento più bello della giornata. In Giappone è sporco portare le scarpe in casa. Nessuno lo farebbe. I giapponesi, perlomeno quelli della mia età, 70 anni, trovano inconcepibile defecare e fare il bagno nello stesso luogo fisico. Il gabinetto ed il bagno sono locali separati. Per mia moglie è sporco mettere un rotolo di carta igienica nuovo di pacca sul tavolo di cucina. Le cose vecchie son sporche, quindi gli anziani, almeno, non andrebbero mai da un robivecchi. Mia moglie e quelle dei miei amici si rifiutano persino di entrarvi.

    I giapponesi sono famosi per essere amanti dell’igiene e chi è stato in oriente sa che nulla di paragonabile al Sol Levante esiste nel resto dell’Asia. Gli abiti si portano una volta sola. È ben vero che con questo clima è bene farselo, ma ci sono città italiane con climi simili, eppure non vi vedo tanta solerzia. Tutte le donne fanno il bucato tutte le mattine: siamo una famiglia di tre persone e la lavatrice corre tutte le mattine. La lavatrice una volta si teneva fuori casa perché considerata essa stessa sporca.

    Dopo gli attacchi terroristici al gas nervino degli anni 90, dal Giappone sono scomparsi i cestini dell’immondizia. Si vedono cartacce e rifiuti per terra? No. I tifosi del calcio giapponese puliscono lo stadio prima di andarsene, anche in caso di partite internazionali che perdono. Vediamo la mia cucina. Su di una mensola ci sono il contenitore arancione del liquido lavapiatti, quello verde del sapone liquido per le mani, mentre il terzo è una confezione di alcol disinfettante, fatto specificamente per la cucina e di comune uso. Questa pulizia fa parte di un panorama generale di estrema attenzione all’ordine, la precisione, la pulizia, la correttezza.

    Tutte queste cose hanno origine da un singolo concetto, causa di innumerevoli problemi sociali ed origine di molti dei tratti migliori di questa cultura, un concetto così importante che penso sia bene spiegarlo all’inizio, una volta per tutte, in modo che possa fare da sfondo a tutti i miei post. Il concetto in questione è quello di contaminazione, in giapponese kegare.

    Un breve racconto di dare un’idea chiara della sua natura. Mia moglie fino a qualche anno fa disegnava calzini per un’azienda che si chiamava Renown. Essa poi fallí ma i suoi prodotti, di ottima qualità, vennero venduti fino a esaurimento dello stock. Un giorno la mia metà entrò in un negozio di lusso e sentire una conversazione fra un uomo e una donna:

    -Guarda che belli questi calzini. E costano poco.

    -È vero. Sono della Renown. Ehi, ma la Renown non è quella ditta che era fallita? Lascia perdere.

    -Hai ragione! Meglio lasciar perdere. Sono pieni di kegare. (Risparmiatevi le battute. Lo so anch’io a che parola assomiglia)

    in altri termini, il fatto che l’azienda che li aveva prodotti fosse fallita contaminava i calzini al punto da poter trasmettere la sfortuna della Renown ai loro acquirenti.

    Esso è un’energia negativa e funesta emanata da certi oggetti o eventi, per certi versi simile alla iettatura. Ottimi esempi sono il contatto con la morte, col sangue (e quindi le mestruazioni), le malattie infettive e la sporcizia. A causa del kegare è possibile trovarsi in uno stato equivalente a quello di peccato senza avere alcuna colpa. Se si rimane coinvolti in un incidente automobilistico e si è coperti dal sangue di un altro, che magari poi è morto, ma si è indenni, si è ugualmente carichi di kegare. Funziona insomma in modo simile alla radioattività. Il kegare è trasmissibile da persona a persona, attraverso gli abiti, il contatto diretto, le azioni o perfino nessuno di questi.

    Due idee ad esso legate sono lo tsumi 罪 e l’oharae お祓 え. Lo tsumi è superficialmente simile al peccato cristiano, e di fatto lo include come caso particolare, ma in ultima analisi è tutt’altra cosa perché non implica necessariamente responsabilità morale. Avere rapporti sessuali con una donna mestruante, ad esempio, è uno tsumi che genera kegare. La fonte più comune di kegare al giorno d’oggi è probabilmente un funerale. I funerali sono così carichi di kegare che ogni gesto, ogni utensile utilizzato nel corso della cerimonia non è utilizzabile in qualsiasi altra circostanza. Chi partecipa deve poi purificarsi con sale.

    ​Lo oharae è il nome della cerimonia con cui il kegare viene lavato via. Ne esistono di diversi tipi e il più delle volte la soluzione è qualcosa di semplice, ad esempio fare un’offerta. Di qui la passione giapponese per le cose bianche e nuove. Di qui il disprezzo per tutto quello che è vecchio. Una cosa antica è una cosa da buttare e un mio conoscente che, pur essendo giapponese, fa l’antiquario mi assicura che molti dei suoi clienti sono stranieri e che gli eventuali accompagnatori giapponesi preferiscono spesso rimanere fuori dalla porta mentre l’amico foresto fa compere. L’usato respinge molti.

    Tutti abbiamo sentito storie di ciliegie in vendita a 200 euro l’una. Queste storie, anche se non esattamente all’ordine del giorno, sono nondimeno vere. La ragione per cui esistono giapponesi disposti a pagare certe cifre è che sono primizie. Una fragola in febbraio annuncia la bella stagione, parla di vita, di resurrezione, di primavera. Il contrario del kegare.

    Storicamente, il kegare ha avuto effetti calamitosi ed è direttamente responsabile di tre problemi sociali diversi.

    I burakumin

    Il primo è quello dei cosiddetti burakumin, i fuoricasta giapponesi. Si trattava inizialmente di persone adibite alla rimozione di corpi durante una epidemia a Kyoto. La loro presenza si consolidò con gli anni. Finirono con l’essere addetti alla macellatura e alla conceria delle pelli.  I macellai erano contaminati dal loro lavoro al di là di ogni possibile emancipazione. Non erano una casta bassa, ma dei fuoricasta. Avevano una società loro, separata da quella normale. Per questo erano chiamati Eta (穢多), tanto kegare.  Paradossalmente, il monopolio della produzione del cuoio li rese ricchi, ma questo non cambiò nulla. Lafcadio Hearn, il migliore ma quasi dimenticato osservatore del Giappone, descrive un loro villaggio. Lindo, ordinato, in tutto e per tutto come gli altri.

    Lungi da essere un retaggio del passato, il kegare è un concetto essenziale per interpretare correttamente il Giappone.Un oggetto trovato viene di rado raccolto, anche se costoso, perché possibile fonte di kegare.

    Condizione della donna

    il secondo problema causato dal concetto di contaminazione non è esclusivo del Giappone ma è conosciuto anche da noi. La condizione della donna deriva in parte dal fatto che mestrua. In molte culture il nesso fra mestruazioni, parto, e sesso non è chiaro, quello che è chiaro invece è che la donna ogni mese perde sangue direttamente dall’interno del suo corpo. Questo non sembra farle male, ma è ugualmente una forma chiara di kegare.

    Anni fa stavo cenando con alcune amiche (tutti i miei amici giapponesi sono di sesso femminile) quando ho sentito una di loro parlare con un’altra, dicendo che suo marito le aveva detto che “le donne sono sporche”. Io ho capito immediatamente che non stava parlando di sporcizia fisica. In quel senso, non c’è dubbio, se qualcuno è sporco sono i maschi.

    Parlava della contaminazione profonda dovuta alle mestruazioni. Lei, più che comprensibilmente offesa, gli ha subito risposto che questo poteva anche essere vero, ma che ugualmente anche lui era nato di donna. Il problema femminile quindi è più grave che altrove. Qualche anno fa durante un incontro di sumo un arbitro si era sentito male. Una donna, unico medico presente, è salita sul ring, cosa assolutamente proibita proprio a causa di questo kegare. L’impianto voci le ha immediatamente intimato di uscire… La cosa è meno significativa di quello che sembra, perché l’ambiente del sumo è uno dei più conservatori del Giappone, inoltre la cosa ha fatto un enorme scandalo. Non è possibile però negare che la questione esista.

    Spreco

    Il terzo problema è lo spreco. Chi conosce i giapponesi sa quanto siano parchi, frugali e semplici nelle loro abitudini. Per esempio, non credo di avere mai visto un giapponese lasciare qualcosa sul piatto. Si mangia tutto. Le agende che mia moglie gettano dopo anni di uso, quando lo spazio finisce, sono come nuove. Questo vale per tutte le giapponesi che conosco. Come spiegare allora la loro tendenza indubbia a gettar via cose nuove? Col fatto che nessuno le vorrebbe. Come mai la mania per le primizie? Perché una persona è disposta a pagare 200 € per una ciliegia? Perché sono nuove e quindi “pure”. Tutte queste domande hanno la loro risposta nel kegare.

    Un’ultima storia, poi stacco. Una mia conoscente ha purificato il suo appartamento prima di lasciarlo, per essere certa di non lasciare alcuna traccia di kegare ai nuovi inquilini.

    Il kegare, poi, insieme alla paura delle anime dei morti contribuisce a una situazione di continua paranoia caratteristica di questo paese.

  • Piccolo dizionario di termini attinenti la religione in Giappone

    Piccolo dizionario di termini attinenti la religione in Giappone

     

    Amida Nyorai

     

    Giapponese scritto: 阿弥陀如来

    Divinità venerata dalla scuola buddista Jōdo. Appartiene al gruppo dei tathagata (detti anche buddha, nyorai in giapponese), cioè coloro che hanno già raggiunto l’illuminazione. A Kamakura è venerato, tra gli altri, a Hasedera, Kōtokuin e An ‘yōin, tutti templi Jōdo.

    Il gruppo nella foto è chiamato Sanzebutsu (三世佛, o i Buddha delle Tre Ere). Essi sono, da sinistra a destra, Amida (buddha del passato), Shaka (buddha del presente) e Miroku (buddha del futuro). 

     

    Amida Sanzon

    Giapponese scritto: 阿弥陀三尊

    Un trio di statue, in piedi o sedute, con il nyorai Amida al centro. I due assistenti sono solitamente il bosatsu Kannon a sinistra e Seishi (勢至) a destra.  

     

    Ashikaga Takauji

    Giapponese scritto: 足利尊氏

    Generale di Kamakura che fondò il secondo shogunato del Giappone. Il suo clan governò il paeseda poco dopo la caduta di Kamakura fino, almeno formalmente, al 1573.

     

    Bosatsu

    Giapponese scritto: 菩薩

    Chi  potrebbe raggiungere l’illuminazione, ma non lo fa per rimanere su questa terra e salvare altri.

     

    Clan Ashikaga

    Giapponese scritto: 足利氏

    Vedere Ashikaga Takauji.

     

    Campata

    Chiamata ken (間) in giapponese, la campata è la distanza tra due pilastri di un edificio o di una porta. Poiché la sua lunghezza può variare anche all’interno dello stesso edificio, è un’indicazione delle proporzioni, piuttosto che un’unità di misura.

    Il numero di campate è quasi sempre dispari. Ad esempio, il butsuden di Kenchōji misura 5 x 5 campate.

     

    Nella foto il Sanmon di Komyoji, che è largo cinque campate e profondo tre.

     

    Bentendō

    Giapponese scritto: 弁天

     

    Vedi Benzaiten

    Benzaiten

    Giapponese scritto: 弁財天 

    Dea sincretica buddista e shintō associata all’acqua e venerata a Zeniarai Benten, Sugimotodera e Tsurugaoka Hachimangū. Si ritiene che sia un alter ego di Ugafukujin, il kami venerato insieme a lei a Zeniarai Benten. Nella foto qui sotto (per gentile concessione di Wikimedia Commons) la testa baffuta di Ugafukujin è visibile sopra la testa di Benzaiten. Si noti il torii.

     

    Giapponese scritto: 堂

    Suffisso, solitamente tradotto in inglese come hall, che indica un sotto-tempio all’interno di un complesso di templi (vedi garan). Il prefisso è di solito il nome della divinità che l’edificio ospita, come in Benten-dō (Sala di Benten), Jizōdō (Sala di Jizō), ecc. ma può occasionalmente essere qualcos’altro, come in Kaisandō o Soshidō (entrambe le parole significano “Sala del Fondatore”). 

    Bosatsu

     

    Bosatsu

    Giapponese scritto: 菩薩 

    Bodhisattva in inglese. Qualcuno che vuole raggiungere l’illuminazione, o che può raggiungerla ma non lo fa perché vuole rimanere in questo mondo per salvare gli altri. Si veda ad esempio Miroku Bosatsu.

     

    Buddha

    Qualsiasi essere umano che abbia raggiunto la perfetta illuminazione è chiamato buddha (notare la minuscola). Siddartha Gautama, fondatore del buddismo e normalmente chiamato semplicemente Buddha in maiuscolo, è uno di questi. Questo comporta un’ambiguità che può portare a fraintendimenti,

    L’ambiguità viene evitata usando il termine Buddha storico per Gautama e buddha in minuscolo per gli altri, un uso che questa guida segue. Il problema persiste tuttavia quando il termine è maiuscolo perché fa parte di un nome proprio. Ad esempio, il Grande Buddha di Kōtokuin non è Gautama Buddha, ma Amida, un altro essere umano che ha raggiunto la perfetta illuminazione.

    Il problema non esiste in giapponese, dove esistono parole separate per i due significati del termine inglese (Nyorai per buddha e Shaka Nyorai per il Buddha storico.

     

    Butsuden

    Giapponese scritto: 仏殿

    Edificio che custodisce lo spirito del Buddha storico. 

    Tipico dell’architettura zen, ha una struttura unica (visibile a Kenchōji) con un tetto a gonna puramente decorativo a metà altezza che lo fa sembrare un edificio a due piani, mentre in realtà ne ha solo uno, e misura 5 x 5 campate con un nucleo interno di 3 x 3 campate circondato da un corridoio perimetrale largo 1 campata. Altre scuole chiamano la loro versione shakadō da Shaka Nyorai, il nome giapponese del Buddha storico.

     

    Chinjūsha

    Giapponese scritto: 鎮守社

    Un chinjūsha è un santuario tutelare, cioè un santuario appartenente a un tempio buddista che ospita i kami tutelari del tempio. Di solito è piccolo, ma può essere molto grande. 

     

    Nella foto, il santuario tutelare di Kenchōji. Si noti che un rappresentante di Kenchōji si è fortemente opposto quando ho chiamato il loro santuario tutelare “santuario Shintō” in una bozza che gli avevo inviato, e mi ha chiesto di rimuovere la parola offensiva.  

    Intendeva dire che questo santuario è effettivamente dedicato a un’entità animistica giapponese, ma non ha nulla a che fare con l’istituzione dello Shintō. 

     

    Illuminazione

    Traduzione libera dell’originale sanscrito bodhi  (da cui bodhisattva), ovvero risveglio. Il termine indica infatti il risveglio alla vera natura della realtà, come se la si vedesse per la prima volta. L’illuminazione perfetta porta alla buddità.

     

    Feng-shui

    Giapponese scritto: 風水

    Geomanzia cinese molto influente in Giappone. La funzione e la disposizione degli edifici di un tempio erano decise soprattutto in base alle sue regole.

     

    Gongen

    Giapponese scritto: 権現

    Un gongen è un dio indiano che ha assunto le sembianze di un kami giapponese, per salvare più facilmente i giapponesi. Dettagli in Gongen di Wikipedia.

     

    Gorintō

    Giapponese scritto: 五輪塔

    Un tipo estremamente comune di pagoda in pietra divisa in cinque sezioni, ognuna delle quali rappresenta uno dei cinque elementi della cosmologia giapponese. Per maggiori dettagli su questa importantissima pagoda e sulle sue varianti, si veda la sezione Pagode nel capitolo sull’Architettura tradizionale di questo libro o l’articolo Tō di Wikipedia.

    Hachiman

     

    Giapponese scritto: 八幡

    Entità complessa custodita a Tsurugaoka Hachimangū, che possiede tratti sia buddisti che shintō ed è basata sullo spirito dell’imperatore mitologico Ojin. Nell’immagine il kami è ritratto come un monaco buddista, per attestare la sua conversione a quella religione.

     

    Haibutsu Kishaku

    Giapponese scritto: 廃仏毀釈

    Un’ondata di violenza anti-buddista su scala nazionale, scatenata dalla separazione del buddismo dallo Shintō nel 1968 e che ha portato il buddismo sull’orlo dell’estinzione. Si veda “Kami e Buddha divorziano” nel capitolo “La religione in Giappone”. In questa immagine del XIX secolo, le campane dei templi demoliti vengono fuse per recuperare il bronzo. 

    Han

     

    Giapponese scritto: 藩

    Una delle centinaia di piccole regioni semi-indipendenti in cui era diviso il Giappone prima del 1868. Solitamente chiamata dominio in inglese, era di proprietà di un clan di guerrieri.

    Buddha storico

     

    Gautama Buddha, fondatore della religione buddista. Il termine viene utilizzato per evitare la confusione causata dal fatto che il termine Buddha ha due significati distinti. Per maggiori dettagli, si veda Nyorai.

     

    Hodō o hattō

     

    Giapponese scritto: 法堂

    Un edificio utilizzato per le lezioni del capo sacerdote di un tempio Zen sulle scritture del buddismo (hō [法] in giapponese). Nella foto, il garan di Kenchōji, dove l’hōdō è il primo edificio da destra.

     

    Hōjō

     

    Giapponese scritto: 方丈

    Da non confondere con gli Hōjō, il clan dominante di Kamakura. In teoria l’abitazione del capo sacerdote di un tempio, in pratica un edificio spesso utilizzato per altro. Nell’immagine, l’hōjō di Kenchoji è il primo edificio da sinistra.

     

    Clan Hōjō

     

    Giapponese scritto: 北条氏

    Clan imparentato con il potente clan Taira di Kyoto, che tradì per sostenere Minamoto no Yoritomo, nemico mortale dei Taira. In seguito gli Hōjō avrebbero ucciso tutti i discendenti diretti dello shōgun, nominando una serie di fantocci che avrebbero obbedito ai loro ordini. In basso, lo stemma di famiglia del clan.

     

    Hokkedō

     

    Sala conferenze. Prende il nome dal Sutra del Loto (Hokkekyō), un testo sacro del buddismo.  

    Giapponese scritto: 宝篋印塔 

    Una grande pagoda in pietra con un terminale molto pronunciato.

    Sotto alcuni hōkyōintō a Kōmyōji. 

     

    Honden

    Giapponese scritto: 本殿

    Sala principale di un santuario, sempre chiusa perché dedicata a un kami. Questo edificio, il più importante di un santuario, può mancare. In tal caso, viene sostituito da un oggetto naturale, ad esempio un albero o una roccia. 

     

    Iso Mutsu

    Mutsu Iso (Gertrude Ethel Passigham, conosciuta in inglese anche come Iso Mutsu) è stata una donna britannica che ha scritto la prima guida moderna di Kamakura. Per maggiori dettagli, vedere l’articolo Jufukuji.

     

    Iwasaka/iwakura

    Giapponese scritto: 磐境/磐座

    Le iwakura sono rocce ritenute essere yorishiro (vedi). Una iwasaka ne contiene uno) Si tratta di oggetti naturali in grado di attirare i kami. Nel caso dell’iwasaka, la roccia viene utilizzata anche come altare per il culto. Nella foto, un iwakura a Meigetsuin.

     

    Jinguji

    Giapponese scritto: 神宮寺

    Centri religiosi che in passato comprendevano sia templi buddisti che santuari di kami. Erano la norma fino a quando non furono vietati dal governo Meiji nel 1868. Vedere Religione in Giappone. Nella foto, il Kumano Hongū Taisha nella prefettura di Wakayama, uno dei pochi jingūji ancora esistenti. 

     

    Jinja

    Giapponese scritto: 神社

    Vedi santuario.

     

    Jizō

    Giapponese scritto: 地蔵

    Dio tutelare delle anime perdute, che guida alla salvezza. Si ritiene che si occupi soprattutto dei bambini. Spesso indossa una pettorina rossa e/o uno zucchetto ed è riconoscibile per la testa rasata. A volte si possono trovare sei statue di Jizō (Roku Jizō [六地蔵]) insieme, nel qual caso ognuna guida le anime di un diverso Regno di Esistenza. Vedi Hasedera.

     

    Scuola Jōdo

     

    Giapponese scritto: 浄土宗

    Scuola di buddismo basata sul culto di Amida Nyorai.

     

    Kaisandō

    Giapponese scritto: 開山堂

    Sala che custodisce il fondatore di un tempio. Nella foto, il Kaisandō di Kōmyōji.

    Kamakura Gozan

     

    Giapponese scritto: 鎌倉五山

    Cinque templi zen di Kamakura (Kenchōji, Engakuji, Jufukuji, Jōchiji e Jōmyōji) che, insieme al Kyōto Gozan, di rango superiore, erano al vertice di una rete di templi zen immensamente influente a livello nazionale. Vedere il primo corso.

    Kamakura Kaidō

     

    Una rete di strade che collegava Kamakura al resto del Paese.

    Oggi, lo stesso nome viene dato alla strada che da Kamakura va a Yamanouchi e oltre. 

    Kamakura Kubō

     

    Giapponese scritto: 鎌倉公方

    Kubō è un titolo paragonabile a shōgun che il ramo Kamakura della famiglia Ashikaga, rappresentanti dello shogunato Ashikaga nella regione del Kantō, assunse lasciando il titolo ufficiale di kanrei (管領) al clan vassallo Uesugi. L’uso di questo titolo, che implica una posizione pari a quella di uno shōgun, è una misura della crescente tensione tra i due rami del clan. Poiché esisteva un altro Kubō nella provincia di Koga, quelli di Kamakura sono chiamati Kamakura Kubō.

    I sette ingressi di Kamakura

     

    Giapponese scritto: 鎌倉七口 (Kamakura Nanakuchi)

    Sette passi famosi per essere stati presumibilmente l’unico accesso a Kamakura all’epoca dello shogunato. L’idea è tuttavia falsa. Si veda la sezione Kamakura di Tokugawa Mitsukuni in Storia di Kamakura.

     

    Kami

    Giapponese scritto: 神

    Una parola con molti significati, solitamente tradotta come dio, una traduzione a mio avviso problematica. Kikuchi Dairoku lo dice meglio.

    “Nella mitologia giapponese c’è una difficoltà particolare per l’interprete: una difficoltà di nomenclatura. È stata abitudine costante degli scrittori stranieri della storia del Giappone parlare di una “Età degli dei” (Kami no yo). Ma la parola giapponese Kami non ha necessariamente un significato di questo tipo. Non ha alcuna valenza divina. Tra poco scopriremo che, tra le centinaia di famiglie in cui si divideva la società giapponese, ognuna aveva il suo Kami, che non era altro che il capofamiglia. Cinquant’anni fa, il governo era comunemente chiamato O Kami (l’onorevole capo) e un feudatario aveva spesso il titolo di Kami di una tale località. Tradurre Kami con “divinità” o “dio” è quindi fuorviante e, poiché la lingua inglese non fornisce un equivalente esatto, la cosa migliore è attenersi all’espressione originale.

    Estratto da: Frank Brinkley e Dairoku Kikuchi. “Storia del popolo giapponese”, disponibile gratuitamente sull’iTunes Store di Apple.

    In origine un kami giapponese era semplicemente una forza impersonale della natura, ad esempio uno spirito che dimorava all’interno di una cascata, di un albero o di una roccia. Poteva anche essere un antenato o semplicemente la sacralità di un luogo, ma in seguito il buddismo introdusse l’idea di creature antropomorfe come Amaterasu e Hachiman.

    Nel XVIII secolo Motoori Norinaga (1730 – 1801) diede la seguente, famosa definizione: “Un kami è qualsiasi cosa o fenomeno che produce emozioni di paura e soggezione, senza distinzione tra bene e male”. 

    Il culto dei kami

     

    A causa della controversia in corso sulla natura dello Shintō, descritta nel capitolo sulla religione in Giappone, gli specialisti evitano di usare la parola Shintō quando si parla di eventi precedenti alla predicazione di Yoshida Kanetomo, che per primo usò il termine in qualcosa di vicino al suo senso moderno. Usano invece l’espressione “culto dei kami” (神祇信仰; jingi shinkō), e io farò lo stesso.

     

    Kannon

    Giapponese scritto: 観音

    Divinità buddista della misericordia e della compassione, estremamente popolare in Giappone. Viene solitamente descritta come una dea, ma in realtà è di sesso indeterminato.

     

    Karamon

    Giapponese scritto: 唐門

    Un tipo minore di cancello caratterizzato da un tetto curvo.

     

    Karesansui

    Giapponese scritto: 枯山水

    Lit. paesaggio secco. Normalmente si trova nei templi zen, ma a volte anche nei templi di altre scuole. Kōmyōji, un tempio Jōdo, ne ha uno.

    Giapponese scritto: 火灯窓

    Finestra a forma di campana, originariamente sviluppata nei templi zen in Cina, ma ora ampiamente utilizzata da altre scuole buddiste e anche nell’architettura laica.

     

    Komainu

    Giapponese scritto: 狛犬

    Chiamati cani-leone in inglese, sono bestie simili a leoni incastonate nella pietra all’ingresso di santuari e templi per proteggerli. L’usanza ha origine nella Mezzaluna Fertile ed è arrivata in Giappone attraverso la Cina con il Buddismo. 

    Di solito uno degli animali ha la bocca aperta, l’altro chiusa. Questa differenza ha un valore simbolico: una delle bestie pronuncia il suono “a”, la prima lettera dell’alfabeto sanscrito, l’altra il suono “um”, l’ultima lettera dell’alfabeto sanscrito, a significare il ciclo della vita e della morte che muove il mondo.  L’animale punon essere affatto un cane-leone: Tsurugaoka Hachiman-gū ha due tigri. Anche le statue dei due Niō che si trovano all’interno delle porte dei templi seguono questo schema. Il komainu nella foto ha un cucciolo ed è presumibilmente una femmina.

     

    Kumimono

    Giapponese scritto: 組み物 

    Chiamati anche tokyō, sono elaborate serie di staffe a incastro che sostengono il tetto di un edificio, fungendo da ammortizzatori. La staffa agli angoli è famosa tra gli artigiani giapponesi per la sua complessità. 

     

    Padiglione principale

     

    L’edificio di un tempio o di un santuario che ospita l’oggetto di culto più importante del tempio o del santuario. 

     

    Minamoto no Yoritomo

    Capo del ramo Seiwa Genji del clan Minamoto e fondatore dello shogunato di Kamakura.  

    Chiamati inzō in giapponese, i mudra sono gesti compiuti dai Nyorai con le dita e che possono essere utilizzati per identificarli. Nella foto, le mani del Grande Buddha di Kamakura formano il Dhyani Mudra. Vedi Arte religiosa.

     

    Giapponese scritto: 仁王

    Letteralmente “due re”. I Niō sono Ten, divinità minori del Pantheon buddista, e le loro statue sono normalmente ospitate all’interno della porta di un tempio, in questo caso chiamato Niōmon. Nella foto il Niōmon di Sugimotodera. Vedi anche Arte religiosa.

     

    Pagoda

    Giapponese scritto

    La forma assunta dallo stupa indiano in Estremo Oriente. Quest’ultimo, originariamente un reliquiario a forma di campana, in Cina divenne una torre con un numero dispari di piani. In Giappone si è evoluta rapidamente in molte forme originali utilizzate per vari scopi, tra cui la decorazione. Si trovano quindi nei cimiteri dei templi, nei santuari, nei giardini e persino nei ristoranti. Le pagode in legno sono molto grandi, ma a Kamakura non ce ne sono, in parte perché sono passate di moda prima che la città diventasse capitale, in parte perché alcune sono state distrutte durante i primi giorni dell’era Meiji. Le pagode in pietra, mai più alte di un paio di metri, sono comuni. I due tipi più comuni sono il gorintō e l’hōkyōintō.

     

    Si veda la sezione Pagode nel capitolo sull’architettura buddista di questo libro e l’articolo Tō di Wikipedia.

     

    Regno di esistenza 

    Secondo il buddismo, le creature viventi si spostano senza fine dall’uno all’altro dei sei mondi in base al loro karma. Dal basso verso l’alto sono abitati da fantasmi affamati, demoni guerrieri, bestie, esseri umani ed esseri celesti.

     

    Ri

    Giapponese scritto: 里

    Il ri è un’antica unità di misura di origine cinese equivalente a 2,4 km.

     

    Giapponese scritto: 楼門

    Lit. “porta della torre”. Il rōmon è caratterizzato dalla presenza di un secondo piano che, sebbene spesso di aspetto confortevole, non ha un punto di ingresso ed è quindi inutilizzabile.

     

    Sanmon

    Giapponese scritto: 山門

    Anche se non è la prima, questa porta è il vero ingresso di un tempio. Si suppone anche che guarisca chi entra dai tre mali dell’avidità, dell’ignoranza e dell’accidia. Vedere Engakuji.

     

    Shichido Garan

    Giapponese scritto: 七堂伽藍

    Lit. composto di sette edifici ritenuto idea<le per i templi. Un complesso di templi, composto in modo diverso a seconda della scuola, ma che si suppone comprenda sette edifici distinti, ognuno dei quali ha una posizione particolare, che dipende ancora una volta dalla scuola e dal periodo.

    Nella foto, il garan di Kenchōji.

        

    Shide

    Giapponese scritto: 紙垂, 四手

    Festoni di carta zigzaganti che pendono da corde sacre chiamate shimenawa. Solitamente associati allo Shintō, sono comuni anche nei templi buddisti.

     

    Shikken

    Giapponese scritto: 執権

    Titolo usato dai reggenti Hōjō che governarono Kamakura, usurpando il potere dello shōgun.

     

    Shimenawa

    Giapponese scritto: 注連縄

    Corda di paglia di riso intrecciata e decorata con festoni di carta a zig zag (shide), utilizzata per contrassegnare un oggetto sacro.

     

    Shinbutsu bunri

    Giapponese scritto: 神仏分離

    La separazione legale dei buddha dai kami del 1868. Per maggiori dettagli, vedere Religione in Giappone.

     

    Shinbutsu shūgō

    Giapponese scritto: 神仏習合

    Fusione parziale del culto locale dei kami con il buddismo in un unico sistema religioso. Ufficialmente terminato per legge nel 1868, nella pratica il sistema è ancora vivo e vegeto. Nella foto, alcuni santuari portatili vengono portati in un tempio, Kōmyōji a Kamakura, per essere benedetti.

     

    Shingon

    Giapponese scritto: 真言宗

    Antica scuola di buddismo fortemente combinatoria a cui apparteneva Tsurugaoka Hachimangū. Come la Tendai, strettamente correlata, è rara a Kamakura, dove lo Zen è prevalente.  

     

    Shinpen Kamakurashi

    Giapponese scritto: 新編鎌倉志

    La prima e più importante guida di Kamakura, scritta da un gruppo di scrittori agli ordini di Tokugawa Mitsukuni nel XVI secolo.

     

    Shintai

    Giapponese scritto: 身体

    Oggetto, di solito uno specchio o una spada, utilizzato in un santuario per ospitare un kami, dandogli spazio da occupare.

    Shintō

     

    Giapponese scritto: 神道

    Una delle due fedi dominanti in Giappone, l’altra è il buddismo. Le due fedi sono di natura molto diversa, ma hanno comunque un rapporto complesso, vicino alla simbiosi. Forse vi sorprenderà che io dica che lo Shintō, solitamente descritto come la religione ancestrale del Giappone, sia un’invenzione recente dell’amministrazione Meiji. Tuttavia, questo è il consenso degli specialisti. Dopo aver letto i fatti in Religione in Giappone, credo che sarete in grado di capire da soli se questa tesi ha senso.

     

    Santuario

     

    Per convenzione, un’istituzione religiosa Shintō.

    Purtroppo, questa singola parola traduce in inglese molte parole giapponesi di significato molto diverso. Vedi anche Religione in Giappone.

    Sei Jizō

     

    Giapponese scritto: 六地蔵 (Roku Jizō)

    I Sei Jizō (gli stessi già visti al Butsuden e al Roku Jizō Crossing lungo il viale Yuigahama) sono un gruppo di sei incarnazioni del bodhisattva. Il buddismo afferma che gli esseri senzienti sono intrappolati in un circolo vizioso di nascita e morte e rinascita in uno dei cosiddetti Sei Regni. Si inizia con l’Inferno, in basso, seguito dai Regni dei fantasmi affamati, degli animali, dei demoni, degli esseri umani e degli esseri celesti o Deva. Le anime salgono e scendono la scala dei reami in base a ciò che hanno ottenuto nella loro vita precedente, ma la vera liberazione può essere raggiunta solo attraverso l’illuminazione. Ognuno dei sei è responsabile di uno dei mondi. Un gruppo simile di sei Jizō può essere visto all’incrocio Roku Jizō, che protegge i viaggiatori. 

     

    Sōmon

    Giapponese scritto: 総門

    La prima porta di un tempio. Normalmente precede il sanmon più importante.

     

    Sotoba

    Giapponese scritto: 卒塔婆

    La parola è una traslitterazione fonetica della parola sanscrita stupa. Le Sotoba sono strisce di legno utilizzate nei cimiteri per rappresentare una pagoda. La parte superiore è divisa in cinque parti come un gorintō ed è decorata con citazioni sanscrite e il nome del defunto. Vedi anche Pagode nell’architettura tradizionale giapponese.

     

    Lanterna di pietra

    Chiamata tōrō in giapponese, è un tipo di pagoda e ne possiede la maggior parte delle caratteristiche.

    Conigli di pietra

     

    Nella mitologia dell’Estremo Oriente, uno o due conigli abitano la luna. Si veda la voce Coniglio lunare di Wikipedia. Il numero di animali può variare, ma sono sempre presenti.

    Svastica

     

    Antico simbolo utilizzato da molte civiltà, tra cui gli indù, alcune tribù indiane americane e i vichinghi. Nell’induismo e nella sua propaggine, il buddismo, è un simbolo di infinito, di pace e di armonia, e in Giappone la sua associazione con il buddismo è così forte che una svastica segna la presenza di un tempio buddista sulle mappe. Non si sente alcuna associazione con il nazionalsocialismo tedesco.

    Temizuya

    Giapponese scritto: 手水舎

    Bacino coperto all’ingresso di un santuario o di un tempio dove i visitatori possono purificarsi prima di entrare. È consuetudine lavarsi le mani e sciacquarsi la bocca senza bere.

     

    Tempio

    寺 (tera) – Per convenzione, un’istituzione religiosa buddista. Come per il santuario, questa singola parola è usata per tradurre diverse parole giapponesi non equivalenti. Vedere Templi, santuari e i loro nomi nel capitolo Religione in Giappone.

     

    Ten

    Giapponese scritto: 天

    Divinità minori del pantheon buddista. Vedi Arte religiosa.

     

    Tendai

    Giapponese scritto: 天台宗

    Una delle più antiche scuole del buddismo giapponese, rappresentata a Kamakura solo da Sugimotodera e Hōkaiji. 

     

    Tokugawa Mitsukuni

    L’uomo che nel XVI secolo scrisse la prima e più influente guida di Kamakura, lo Shinpen Kamakurashi. Meglio conosciuto dai giapponesi come Mito Kōmon (水戸黄門).

     

    Tomba

    Ho recentemente scoperto che le mie fonti giapponesi non fanno distinzione tra tomba (お墓, ohaka) e cenotafio (供養塔, kuyōtō). In realtà credo, ma non ne ho la certezza, che tutte le cosiddette tombe di questa guida siano in realtà cenotafi, perché non contengono un corpo.

    Torii

     

    Giapponese scritto: 鳥居

    Un tipo di cancello presente sia nei templi che nei santuari, il cui profilo è diventato un simbolo del Giappone. Sebbene sia principalmente un simbolo dello Shintō, ha forti legami anche con il buddismo giapponese. Una misura della profondità di questi legami è data dal fatto che la targa spesso appesa al suo centro conteneva sutra buddisti.

     

    Yagura

    Giapponese scritto: やぐら

    Grotte artificiali utilizzate come tombe durante il periodo Kamakura. Sono estremamente comuni in 

    città e nei dintorni. Si trovano ad esempio a Engakuji, Kenchōji, Jōchiji e altre.

     

    Yorishiro

    Giapponese scritto: 依り代

    Un oggetto che per natura attrae i kami, che scelgono di dimorarvi. Un santuario ha almeno uno yorishiro. La maggior parte degli yorishiro sono contrassegnati da uno shimenawa, una speciale corda decorata da festoni di carta a zig zag chiamati shide.

     

    Zazen

    Giapponese scritto: 座禅

    Letteralmente Zen seduto, una forma di meditazione praticata da seduti.

     

    Zen

    Giapponese scritto: 禅

    Scuola di buddismo che enfatizza la meditazione e l’autosufficienza, piuttosto che lo studio delle scritture, come mezzo per raggiungere l’illuminazione. Si divide in tre sotto-scuole, Sōtō, Rinzai e Ōbaku, ma Rinzai domina completamente la Kamakura.


  • Kemari – 蹴鞠

    Kemari – 蹴鞠

    E se ti dicessi che un sport antenato del moderno gioco del calcio era già praticato nel Giappone antico?

    Sto parlando del Kemari (蹴鞠), un gioco conosciuto anche con il nome di shūkiku, il cui obiettivo era semplicemente quello di passare una palla, mari (鞠) calciandola, keru (蹴る) verso gli altri partecipanti. Introdotto dalla Cina durante il periodo Yamato, più o meno 1400 anni fa’, si hanno tracce della sua esistenza sia all’interno del Nihon-Shoki (gli annali del Giappone) che in documenti ritrovati nella città di Nara, antica capitale del paese. Durante il periodo Heian (794-1192) il gioco del kemari era molto diffuso tra i nobili di corte e anche la scrittrice Murasaki Shikibu, all’interno del Genji Monogatari lo nomina definendolo come uno sport poco signorile, rozzo e rumoroso anche se dipende dal luogo e da chi vi partecipa.
    Le regole hanno trovato ispirazione dallo sport cinese detto cuju (che si ritiene esser la prima forma di calcio) con il quale condivide anche gli stessi kanji che compongono il nome. Oggi si pratica ancora durante qualche matsuri all’interno dei santuari shintoisti.

    Fonte: kyobunka.or.jp

    Tra i nobili di corte durante di periodo Heian divenne un gioco conpulsivo e, nel periodo Edo (1603-1867), la popolarità del gioco si era estesa tra i samurai e cittadini. Il kemari era così diventato quello che nel linguaggio odierno definiremmo come uno sport di massa.
    Non è mai stato un gioco competitivo, lo scopo era quello di passarsi la palla collaborando con gli altri giocatori. Come nel gioco del calcio moderno l’uso della braccia e delle mani era vietato. Ogni altra parte del corpo poteva essere utilizzata per mantenere le palla in aria. La palla, del diametro di 20 centimetri e dal peso di 150 grammi era fatta di pelle di cervo tenuta insieme da pelle di cavallo e imbottita di segatura o chicchi di grano, era cosparsa di albume d’uovo e, in aggiunta, di polvere bianca per il viso mescolata con colla o di un colore più scuro ottenuto mettendola sopra ad un fuoco di aghi di pino. La palla affumicata rappresentava il sole e la palla bianca la luna riprendendo così il concetto dello inyō (陰陽), ovvero lo Yin e lo Yang.

    Le basi del kemari

    Il kemari si gioca calciando la palla con i piedi e continuando il palleggio il più a lungo possibile. Otto (o sei) giocatori, chiamati mari-ashi (鞠足), giocano in cerchio all’interno di un campo chiamato mari-niwa (鞠庭). Una partita formale è composta da sei-otto persone, ma molte illustrazioni indicano un numero inferiore di giocatori. In genere ci sono quattro giocatori principali, i mari-ashi, e fino a quattro assistenti.

    Mari-niwa – 鞠庭

    Il mari-niwa era il campo da gioco all’interno del quale si pratica il kemari. Ai quarti angoli sono posizionati qauttro alberi detti shiki-boku (式木, alberi cerimoniali) o alternativamente kakari no ki (掛かりの木) alberi specifici del campo. Gli alberi erano disposti nel seguente ordine:

    Nord-est: ciliegio

    Nord-ovest: pino

    Sud-est: salice

    Sud-ovest: acero

    Fonte: atorie-aozora.jp

    Questi alberi sono gli yorishiro per la divinità del kemari, seidai-myōjin (精大明神). Si racconta che durante il periodo Heian (794-1185), l’esperto giocatore di kemari, Fujiwara Narimichi, per propiziare la sua millesima partita di kemari abbia allestito due altari per condurre un rituale. Su un altare aveva posto delle offerte e sull’altro una palla per il kemari. La sera stessa, mentre Narimichi era intento nella scrittura del suo diario, la palla che era stata appoggiata su uno dei due altari entrò rotolando nella stanza seguita da tre bambini dal volto umano, ma dal corpo che ricordava quello di un scimmia. Stupito, Narimichi chiese lo chi fossero e da dove venissero.

    I tre bambini si presentarono come gli spiriti della palla e alzando le ciocche di capelli mostrano la loro fronte dove era scritto il nome con inchiostro dorato.

    Geanrin (夏安林): letteralmente “bosco tranquillo d’estate”.

    Shunyōka (春楊花): letteralmente “Fiore di salice primaverile”.

    Shūon (秋園): letteralmente “Giardino autunnale”.

    Poi dissero: “se ricorderai e celebrerai i nostri nomi e diventerai nostro guardiano il tuo successo nel kemari conoscerà fine.”

    Gli alberi, posizionati sui quattro lati del così di gioco hanno il tronco diviso in due per facilitare la seduta della divinità e sono effettivamente gli alberi prediletti dalle scimmie. Oggi la dimensione del campo è fissata a 15 metri di lato. Si usano sia dei piccoli alberi che possono essere spostati o dei bambù.

    Fonte: Shūkiku Hozon-kai

    Shōzoku – 装束

    Gli abiti usati nel kemari.

    L’abbigliamento attuale si ritiene risalga al periodo Edo (1603-1867) e consiste in:

    Mari-suikan – (鞠水干): il suikan era un indumento per tutti i giorni indossato dalla nobiltà nel Giappone antico. In questa occasione veniva indossato accompagnato da pantaloni conosciuti come mari-bakama (鞠袴). In testa veniva normalmente indossato un eboshi (烏帽子). Come già spiegato in altri articoli l’eboshi era un copricapo laccato nero, originario del periodo Heian, che in precedenza era indossato solo da uomini di un particolare status sociale e che oggi viene indossato in alcune cerimonie shintoiste e dai gyōji (行司), gli arbitri degli incontri di sumo.

    Le scarpe appositamente progettate per il kemari, sono dette kamo-gutsu (鴨沓) vista la loro particolare forma a becco d’anatra per facilitare i calci. Kamo (鴨) è il kanji per anatra mentre kutsu (沓, é uno dei vari kanji che possono usare per indicare le scarpe assieme al classico 靴 e 鞋).

    Ashi-moto – 足元

    I fondamenti del palleggio nel kemari.

    Ci si sposta facendo scivolare i piedi partendo dal destro, poi sinistro e una volta tornati sul destro si calcia la palla. Quando si calcia si tiene la gamba completamente estesa, la palla viene colpita il più vicino possibile al terreno senza mostrare la pianta del piede.

    Kake-goe – 掛け声

    Le chiamate.

    I giocatotori si coordinavano tra loro urlando:

    1. Quando un giocatore riceveva la palla chiamava “ooh” (Ou) mentre questa si trovava al culmine del suo arco e se più di un giocatore chiamava, quello con la chiamata più lunga riceveva la palla.

    2. Con il secondo calcio, il giocatore chiamava “ari” e mandava il pallone in alto.

    3. Con il terzo calcio, passava la palla a un altro giocatore, chiamando “ya!”.

    Queste tre parola sembrano siano legate agli spiriti della palla Geanrin (夏安林), Shunyōka (春楊花) e Shūon (秋園) apparsi a Fujiwara Narimichi.


    Come si svolge una partita di kemari

    La partita inizia con i quattro mari-ashi principali che prendono posizione davanti agli alberi ai quattro angoli del campo mentre gli assistenti prendono posizione al di fuori di questo. Prima di iniziare, ogni partecipante ha la possibilità di calciare il pallone un paio di volte, apparentemente per provarlo, una sorta di riscaldamento. Una volta iniziato il gioco, un giocatore poteva palleggiare sul posto tutte le volte che voleva (per assicurarsi di avere un buon controllo) prima di calciare la palla in direzione del giocatore successivo, che deve evitare che il pallone tocchi terra. L’obiettivo, ovviamente, è passarsi la palla il maggior numero di volte possibile senza farla cadere a terra. La palla viene calciata a circa 3 o 4 metri d’altezza, perché si dice che questa altezza la rotazione della palla in aria crei il suono più piacevole.

    Curiosità sul kemari

    Diventò un gioco così popolare che alcune persone erano così appassionate da trascurare persino il loro lavoro. Venivano apostrofate con la parola baka (馬鹿), “stupido/idiota”, in relazione con il nome del materiale usato per la produzione delle palla del kemari, ovvero la pelle di cervo, shika (鹿) in giapponese. Quindi si attribuisce l’origine di questo termine giapponese al gioco del kemari.

    Il santuario Shiramine

    Fonte: Shiramine Jinja

    Il Santuario Shiramine (白峯神宮) è situato a nord-ovest del Kyōto Gyoen. Fu costruito sui resti della residenza della famiglia Asukai, una famiglia di nobili rinomata per la poesia waka e per la pratica del kemari. Questo santuario ospita la divinità Seidai Myōjin (精大明神) conosciuta come la divinità dello sport, in particolare dei giochi che prevedono l’uso di una palla. All’interno del santuario si trova il kemari no hi (蹴鞠の碑), un monumento in cui è incastonata una palla anch’essa di pietra detta nade-mari (撫で鞠) che se ruotata con la mano si dice porti fortuna.

    Con la Restaurazione Meiji, la popolarità e la pratica del kemari diminuirono. La sua storia è sopravvissuta fino ai giorni grazie all’intervento dell’Imperatore Meiji che, con una donazione privata, rese possibile l’istituzione di una fondazione, la Shūkiku Hozon-kai (蹴鞠保存会, Fondazione per la conservazione dello Shūkiku, altro nome per indicare il kemari) con lo scopo di preservare e trasmettere questo antico gioco.

    Il 4 gennaio di ogni anno, il Santuario di Shimogamo (下鴨神社), ufficialmente conosciuto come Kamomioya-jinja, 賀茂御祖神社), a Kyōto, ospita il festival kemari-hajime (蹴鞠始め), la prima partita di kemari dell’anno, dedicata ai kami.

    Sono passati più di 1.400 anni dall’introduzione del kemari in Giappone e non si conosce con assoluta certezza come fosse questo gioco all’inizio. La sua storia rimane comunque interessante in quanto il kemari è stato in grado di incorporare in sé stesso usi e costumi di ogni periodo storico del Giappone.

  • Com’era abitare a Edo?

    Domanda: com’era vivere a Edo?

    Tokugawa Ieyasu arriva a Edo
    Tokugawa Ieyasu arriva a Edo nel 1603

    Mi è stato chiesto come fosse vivere a Edo. La prima cosa da fare quindi è spiegare che Edo è  il  nome originale della città di Tokyo, un nome che vuol dire estuario. La città si erge infatti sull’estuario di due fiumi, il Sumida e l’Ara, ed è per questa ragione che il grande condottiero Tokugawa Ieyasu l’aveva scelta come propria capitale. Nel 1603 entrò in quello che allora era un piccolo paese di qualche migliaio di abitanti.in quello che allora era un piccolo paese di qualche migliaio di abitanti.nel giro di tre anni sarebbe stato una città di 1 milione di abitanti. Nel giro di qualche anno sarebbe stato una città di 1 milione di abitanti.

    Ieyasu mobilitò quindi tutte le risorse del paese per costruire questa città artificiale, consumando così tanto legname da causare un disboscamento grave in tutto il paese.

    Era una città unica nel suo genere, perché specificamente per un compito: aiutare il suo creatore a tenere sotto controllo un popolo che aveva vissuto in quasi continua guerra civile per oltre di tre secoli. Era la prima vera capitale del paese e lo Shogun obbligava con la forza tutti i feudatari più piccoli a passare l’anno a Edo. Ciascuno era costretto a venire a piedi insieme a soldati, attendenti, cuochi, tutto quello che gli serviva insomma e formando quelle che allora venivano chiamate processioni, a volte lunghe centinaia di metri.

    La sua popolazione era altrettanto varia  e si parlavano lingue mutuamente incomprensibili. Dal loro mescolarsi nacque per la prima volta una lingua nazionale, comprensibile e studiata in tutto il paese. 

    Fu qui che sorse il Giappone moderno, compresa la sua cultura. Kabuki, Noh, Haiòku … quasi tutto nacque nacque o si sviluppò qui.

    Era una città dove, sempre per prevenire rivolte,  le classi vivevano separate da numerosissime e severissime leggi: avevano ciascuna un modo di vestire, di abitare, di mangiare, di seppellire tutto loro. Per ciascuna, la pettinatura, il divieto della barba, l’abbigliamento, i mezzi di trasporto e i cibi erano definiti per  legge. E nessuna libertà di scelta.

    Al centro di tutto questo c’era il colossale castello dello shogun. Venne distrutto completamente dall’incendio di Meireki nel 1657, ma abbiamo disegni sulla base del quale si è potuto ricostruire un modello.

    Di seguito potete vedere anche la zona che circondava il castello stesso, la fortezza dalla quale lo shogun proiettava il suo potere.

    La principale divisione  sociale era quella fra samurai da una parte e popolani e mercanti dall’altra.  I samurai erano la classe dominante, e si potrebbe pensare che questo volesse dire che erano la classe più ricca, ma non è così. La classe dei guerrieri infatti di solito era povera a causa della pace che i Tokugawa lavoravano così duro per mantenere.

    E un guerriero di professione durante un periodo di pace non solo non serve alla sua funzione originale, ma è sempre alla ricerca di prestiti per far quadrare il bilancio. I ricchi erano i mercanti, e di conseguenza tutta la vita culturale si trovava nella parte della città sul mare, per esempio Nihonbashi, dove circolava denaro a fiumi.

    Gli incendi erano il flagello dell’epoca, frequenti e spesso molto gravi. Era per questo che le strade erano così larghe. Si sperava che il fuoco avessi difficoltà a superarle e andare da un isolato dall’altro. Questo di fatto non accadde, ma in compenso impedì lo svilupparsi delle piazze, che sono tuttora del tutto assenti.

    Un’altra peculiarità del paesaggio era numerosissimi ponti fatti ad arco. In Europa, dove si costruisce in pietra, l’arco può essere anche sotto il livello del suolo o nell’acqua. In Giappone, dove i terremoti sono sempre una preoccupazione, si costruiva in legno, il che forzava a costruire il ponte completamente al di fuori dell’acqua, rendendo spesso inevitabile l’arrampicarsi almeno nella sua prima parte. La curvatura era determinata da vari fattori, incluse le navi che ci dovevano passare sotto, il traffico che ci doveva passare sopra, la distanza fra le rive.

    Qui sopra vedete il ponte di Nihonbashi. La curvatura è leggera e non è un grosso ostacolo alla circolazione, ma che dire di questo?

    La cosa aveva altre ripercussioni, quale la rarità dei carretti e della trazione animale. 

    Dal profilo igienico e profilattico era una Città senza dubbio avanzata, e per vari motivi. Non solo (al contrario delle grandi città europee) aveva servizi di nettezza urbana che mantenevano le città immacolate, ma gli escrementi umani venivano trattenuti in serbatoi appositi e quindi venduti a mercanti che li compravano con contanti o in cambio di qualcos’altro. Le toilette erano all’aperto e uomini e donne le usavano insieme. 

    Da questo nacque un modo di dire ancora usato qualche volta. ”Si incontrano nella puzza.”  (臭いとこで会ってる) vuol dire “sono amanti、” e perfino  le stampe erotiche shunga 春画 ne trattano. C’erano anche i guardoni, disprezzati ma non puniti.

    Parlando di punizione, la giustizia di allora era severissima e tre centri sono partiti passati alla storia per la sofferenza inflittavi agli Edokko (questo il nome di un abitante di Edo. I centri di esecuzione di Kozukappara (vicino alla stazione di Minami Senjū), di Kodenmachō  (nell’immagine, vicino a Nihonbashi) e di Suzugamori  (vicino a Shinagawa sono detti essere stato il luogo di morte di oltre 300.000 persone nell’arco di due secoli e mezzo. Una cifra sicuramente inattendibile, ma che in qualche modo da una misura del rigore della giustizia a Edo.

     

     

  • Come si contano i kami in giapponese?

    Come si contano i kami in giapponese?

    “Un kami, è qualsiasi cosa o fenomeno al di fuori dell’ordinario, che possiede un potere superiore o che incute timore”.

    Motoori Norinaga – 本居 宣長 (1730-1801), Kojiki-den (古事記伝, commentario sul Kojiki)

    Fonte: bushō-japan


    Parlando di kami si sente spesso usare l’espressione yaoyorozu no kami (八百万の神, lett. otto milioni di divinità). Questo termine è legato alla tradizione shintoista giapponese e sebbene letteralmente significhi “otto milioni di divinità”, non sta ad indicare una cifra esatta ma viene semplicemente utilizzato per esprimere l’idea dell’esistenza di “innumerevoli” divinità, siano queste di indole mite o malvagia e tutte dotate di una propria personalità. I giapponesi credono che esista un numero infinito di kami, alcuni in grado di controllare i fenomeni atmosferici e altri più strettamente legati alla vita delle persone.

    Ma come si contano in kami in giapponese.

    Nella lingua giapponese non esiste una distinzione tra maschile e femminile come non esiste nemmeno tra singolare e plurale. In italiano per indicare la quantità desiderata ci si limita ad usare il numerale corrispondente. In giapponese invece si ricorre ai josūshi (助数詞) conosciuti come classificatori o contatori. Sono delle particelle che, associate ad un sostantivo, ne indicano il numero, cioè “quante” cose ci sono e, a seconda della natura del sostantivo che lo precede, il parlante dovrà scegliere quello adatto. La scelta del classificatore corretto é legata il più delle volte alla caratteristiche fisiche dell’oggetto che desideriamo contare. Per esempio se stiamo parlando di persone useremo il classificatore “人” mentre per contare un elettrodomestico o le macchine useremo il classificatore “台” e così via. I classificatori più comuni vanno imparati a memoria; mentre per padroneggiare l’uso di quelli più particolari ci vorrà più tempo ed esperienze. A seconda dei casi i classificatori possono anche subire delle modifiche fonetiche.

    La lingua giapponese ha un modo specifico anche per contare sia le divinità appartenenti alla tradizione shintoista che quelle appartenenti alla dottrina buddista (che vi racconterò in un altro articolo).

    Per contare i kami della tradizione shintoista si usa il contatore hashira (柱) nella sua lettura kun-yomi, la lettura semantica giapponese del kanji.

    Si leggerà quindi:

    Hito-hashira (一柱), un kami

    Futa-hashira (二柱), due kami

    Mi-hashira (三柱), tre kami

    E così via…


    Origini del josūshi hashira.

    La nascita di questo contatore deriva dal concetto shintoista dello shintai (神体, lett. Corpo del kami) che rappresenterebbe la manifestazione materiale di un kami, ovvero l’oggetto in cui quest’ultimo vi alberga. Possono essere oggetto come spade, specchi oppure manifestazioni della natura come le montagne (il monte Fuji è considerato un shintai-zan (神体山, montagna sacra) le cascate e nel nostro caso si tratta di un albero.

    Fin dall’antichità, i giapponesi hanno sentito la presenza dei kami nella natura. In Giappone, la natura ha da sempre portato abbondanti benedizioni al popolo, che ne era grato e percepiva queste benedizioni come opera dei kami. In origine, il santuario o la divinità principale di un santuario shintoista era la natura stessa. Per il Giappone, paese circondato su tutti i lati dal mare e frastagliato da numerose catene montuose, le foreste sono sempre state percepite come il luogo in cui dimoravano le divinità.

    Ancora oggi, la maggior parte dei santuari ha nelle sue immediate vicinanze le cosiddette chinju mori (鎮守森) o foreste sacre, verdi e profonde, che vengono gestite e protette con cura. Gli alberi hanno una propria vita e una propria anima e lo shintoismo ha una cultura religiosa che valorizza gli alberi. Quindi gli alberi, come le pietre e le montagne, sono stati a lungo oggetto di profonda devozione in Giappone. In origine non esistevano santuari o templi, ma un albero, una foresta, un grande masso o una montagna erano il fulcro del culto. Ancora oggi capita spesso di vedere in Giappone alberi, rocce ed altri oggetti circondati da una shimenawa (注連縄, letteralmente “corda di chiusura”), una corda di paglia o canapa intrecciate utilizzate per riti di purificazione shintoisti o usate per delimitare lo spazio appartenente a quello che in giapponese sono conosciuti come yorishiro (依り代, 依代) che per l’animismo giapponese sono degli oggetti che possiedono la capacità di attirare i kami fornendo loro uno spazio fisico da occupare durante i vari matsuri che si svolgono in tutto il paese.

    Come detto in precedenza quando un kami dimora in un oggetto questo viene definito uno shintai. Le shimenawa decorate con gli shide (紙垂, 四手) spesso circondano uno yorishiro per manifestare la sua sacralità. Gli shide sono festoni di carta a forma di zig zag che si possono trovare anche come ornamenti sulle porte dei santuari o sui kamidana all’interno delle case giapponesi. Anche una persona può svolgere lo stesso ruolo di uno yorishiro, e in tal caso sono chiamate yorimashi (憑坐, letteralmente “persona posseduta”) o kamigakari (神懸りletteralmente “possessione del kami”).

    Nel Giappone antico si credeva che esistesse una sorta di forza misteriosa della natura detta ke (気) che riempiva lo spazio e gli oggetti, che normalmente in giapponese vengono indicati con il termine generico mono (物). Questa forza misteriosa dava vita al mononoke (物の気) che scorreva all’interno anche di alberi e pietre. Alcune tipologie di alberi, come ad esempio il sakaki (榊), sono considerati sacri per questo motivo. Quando uno di questi alberi veniva abbattuto e trasformato in legno utilizzato per la costruzione di un santuario, si credeva che la sacralità dell’albero venisse trasferita all’edificio stesso. La forza spirituale dell’albero rimaneva sotto forma di pilastro attorno al quale veniva costruito il santuario.

    Il daikoku-bashira (大黒柱, pilastro centrale) di un santuario o di una semplice casa era spesso ricavato da uno di questi grandi alberi. Da qui è quindi nata la credenza che i kami risiedessero nei pilastri e l’uso di hashira (柱) come contatore. Non c’è da stupirsi che, a causa di questa cultura che valorizza ciò che la circonda, la gente credesse che la divinità risiedesse nel pilastro principale, ricavato da un albero molto grande, e considerasse la divinità stessa come un pilastro. Nel Giappone antico, la preparazione di un pilastro era una cosa molto importante. Tradizionalmente, l’abbattimento del legname era una cerimonia estremamente importante e solenne, eseguita di notte. La preparazione e il posizionamento del legname erano un rito sacro e potevano essere eseguiti solo dai sacerdoti shintoisti.

    La data di posizionamento del pilastro centrale era determinata da un decreto imperiale e coincideva con le cerimonie di apertura del terreno per la costruzione di un santuario. Dall’inizio del periodo Edo, il decreto imperiale per questa cerimonia è stato interrotto. Oggi le cerimonie di posa del pilastro e di rottura del terreno si svolgono in giorni diversi. L’erezione di un pilastro sulla terra è visto come un mezzo di collegamento tra il cielo e la terra e funge da richiamo per lo spirito divino che dimora nel cielo. I pilastri si crede conferiscono stabilità alla struttura e alla terra stessa in quanto abitato dai kami.

  • Seijin no hi – 成人の日

    Seijin no hi – 成人の日

    Festa per il raggiungimento della maggiore età.

    Il seijin no hi (成人の日, lett. Giorno della maggiore età) è una festività pubblica giapponese che si svolge ogni anno il secondo lunedì di Gennaio e che celebra i giovani che hanno raggiunto l’età adulta tra il 2 Aprile dell’anno precedente e il 1°Aprile dell’anno in corso. Se tradizionalmente questa cerimonia era riservata a chi compiva 20 anni (二十歳, hatachi in giapponese), a partire dal 1º Aprile 2022, con l’entrata in vigore della legge che ha spostato il compimento della maggiore età a 18 anni, il seijin no hi, dal 2023, per la prima volta è stato celebrato dai diciottenni. Sebbene l’età adulta sia stata abbassata per legge a 18 anni, ciò non significa che anche le altre leggi siano state modificate di conseguenza. I diciottenni giapponesi non potranno bere, fumare o giocare d’azzardo fino al compimento effettivo dei 20 anni di età. Potranno però godere di alcuni vantaggi, come firmare contratti di affitto e sposarsi senza il permesso di un genitore.

    Saitama, 1946, Seijin-shiki, foto Mainichi-shinbun

    Nonostante si abbiano tracce di cerimonie simili anche nel Giappone antico il seijin-shiki come lo conosciamo oggi è iniziato nel 1946, quando il governo della prefettura di Saitama cercò di risollevare lo spirito dei giovani che avevano perso ogni speranza per il futuro all’indomani della fine della Seconda Guerra Mondiale. Nel 1949, questa ricorrenza ricevette il riconoscimento di festa nazionale da tenersi il 15 Gennaio, noto come seijin no hi. Il motivo per cui inizialmente è stata fissata al 15 Gennaio è che le cerimonie del genpuku, nel Giappone antico, si svolgevano sempre con la luna piena, che nel vecchio calendario lunare giapponese cadeva il 15° giorno del mese. Dagli anni 2000, tuttavia, è stata spostata al secondo lunedì di Gennaio. Questo giorno è conosciuto in Giappone anche come “Happy Monday” perché il governo emanando la legge che istituiva formalmente il seijin no hi, ha aumentato anche il numero di giorni festivi consecutivi collegando questa festività alle celebrazioni per il nuovo anno con l’obbiettivo di stimolare l’industria del turismo e dei trasporti.


    Genpuku e mogi

    Le origini del seijin no hi.

    Le celebrazioni per il raggiungimento della maggiore età sono state parte integrante della cultura giapponese per gran parte della sua storia. Storicamente, ragazzi e ragazze, soprattutto quelli di classe sociale più elevata, festeggiavano la loro maggiore età tra i 12 e i 16 anni. Per i ragazzi, il raggiungimento dell’età adulta era celebrato durante la cerimonia conosciuta come genpuku-shiki (元服式) che prevedeva principalmente il cambio di acconciatura e di abbigliamento per diventare uomini maturi. Per i ragazzi appartenenti ad estrazioni sociali più basse il genpuku-shiki consisteva di solito nel solo cambio di acconciatura fino a quando non erano in grado di permettersi o di adattarsi agli abiti degli adulti.
    Nella foto di sinistra (disegno di mia moglie), è rappresentato il tipico abbigliamento per il genpuku-shiki di periodo Nara. In questo periodo era un rito di passaggio per i ragazzi tra i 12 e i 16 anni di età che abbandonando gli abiti da bambini entravano nel mondo degli adulti, si lasciavano la frangia e raccoglievano i cappelli nel classico mage (髷) e indossavano il kan-muri (冠).

     


    Per quanto riguarda la celebrazione della maggiore età per le ragazze non era molto importante in passato e di solito coincideva con il momento in cui erano pronte per il matrimonio. Come segno della maggiore età, le ragazze ricevevano un tipo di indumento da indossare intorno alla vita chiamato mo (裳) e da qui il nome della cerimonia detta mogi (裳着). Le ragazze cambiavano anche l’acconciatura quando diventavano maggiorenni. I capelli, invece di essere sciolti, venivano raccolti secondo lo stile che si riconosce nei dipinti tradizionali giapponesi.

     

     

     

     

     

     

     


    Che abiti vengono idossati nel giorno del seijin no hi?

    I kimono indossati dalle giovani donne si chiamano furisode (振り袖) e sono normalmente ordinati e confezionati su misura con determinate misure tipicamente di moda dal primo periodo Edo. Questo tipo di kimono, come vedremo in seguito, era indossato in passato solo da donne adulte non sposate. Sono spesso molto costosi tanto che le famiglie risparmiano per anni per poter comprarne uno alla propria figlia. Spesso questo kimono viene passato dalla sorella maggiore a quella minore.

    Foto: studio Garmet

    Il taglio del furisode ha preso ispirazione dal kosode (小袖), il kimono indossato dai bambini che veniva realizzato con delle ampie aperture ai lati che permettevano al calore corporeo di uscire più facilmente. Si ritiene che l’origine dell’attuale furisode sia da ricercare nell’apparizione delle maniche lunghe all’inizio del periodo Edo, concepite per rendere più graziosi i gesti, che divennero molto popolari tra le giovani donne. Dal periodo Meiji in poi, era considerato un abbigliamento formale per le donne non sposate e veniva indossato in occasioni formali come cerimonie di fidanzamento e matrimoni. La caratteristica principale del furisode sono le maniche (“sode” 袖, in giapponese) lunghe che arrivano fino ai piedi. Si crede che il motivo per cui le giovani donne iniziarono a preferire l’uso di questo tipo di kimono può essere attribuito alle natura delle relazioni amorose del passato. Alle donne, non era permesso parlare liberamente dei propri sentimenti e si riteneva inaccettabile che una donna non sposata confessasse i propri sentimenti a un uomo.

    Le donne quindi iniziarono ad usare le lunghe maniche del kimono per esprimere i propri sentimenti verso gli uomini. L’agitare le lunghe maniche divenne un diffuso segno d’amore. Per le donne non sposate, le maniche abbastanza lunghe da poter oscillare erano considerate come una necessità per trovare un buon marito. Una volta sposate, il furisode terminava il suo ruolo e le donne sposate generalmente indossavano il tomesode (留袖), nel classico colore nero e dalla manica più corte. Da qui deriva la tradizione che vuole il furisode come un indumento esclusivamente per le donne non sposate. Come in passato ancora oggi si crede che le lunghe maniche del furisode contengano un augurio per allontanare la sfortuna. Si crede che il gesto di sventolare (furu, (降る) in giapponese) qualcosa, abbia il potere di invocare i kami e allontanare il male. In passato i genitori facevano indossare ai propri figli il furisode perché si credeva che, oltre a regolare la temperatura corporea, il semplice gesto di sventolare le maniche allontanasse la sfortuna. Si vedeva inoltre che poiché l’età di 19 anni era il primo anno sfortunato per le donne, si è diffusa la credenza che le donne abbiano iniziato a indossare il furisode durante il seijin no hi, nella speranza di allontanare la sfortuna ed essere felici in futuro. Il 19 anno di età di una ragazza è considerato uno yakudoshi (厄年), un anno sfortunato. La spiegazione è la seguente: 19 in giapponese si dice jū-kyū (十九). A sua volta il kanji di nove può essere letto anche come ku che coincide con la lettura del kanji che si usa per “pena”, “sofferenza” (苦). La lettura del kanji usato per il numero dieci , rimanda alla lettura del kanji 重 che in giapponese significa “doppio / multiplo”. Unendo questi due kanji  重 e 苦 si forma la parola giapponese jūku (重苦) che si può tradurre come “sofferenza intensa”. A causa di questo gioco di parole si crede che il 19 anno di età di una donna sia un’anno nefasto.

    Per gli uomini, la scelta ricade spesso tra un abito o un haori-hakama – una giacca haori tradizionale giapponese abbinata a pantaloni hakama a gamba larga e sandali geta. I colori sono spesso più tenui, con disegni più semplici rispetto al kimono. Tuttavia, ci sono molti giovani che cercano di distinguersi con modelli più vivaci, e anche quelli che riflettono gli stili della sottocultura di moda come gli yankii, che prende molta influenza sugli stili delle bande di motociclisti giapponesi bousouzoku degli anni Ottanta.

    Fonte: Haruyama Web Site


    Come si sta adattando questa cerimonia con i cambiamenti della società.

    Ci sono molti tipi di cerimonie, molte si basano sulla tradizione, altre osano prendendo nuove direzioni, cercando di dare un’immagine del Giappone più diversificata, fornendo spazi in cui le persone possono esprimersi senza la paura di sentirsi giudicati

    Per molti giovani appartenenti alla comunità LGBT, le cerimonie con codici d’abbigliamento classici basati sul gender possono essere difficili da affrontare. Per questo motivo, sono aumentate negli ultimi anni cerimonie che tengono conto delle persone appartenenti a questa comunità, come la Kansai LGBT Seijin-shiki. La prima edizione risale al 2014, dando modo alle persone appartenenti alla comunità LGBT giapponese la possibilità di godersi questo importante evento della vita in uno spazio di accettazione, senza pressioni legate ai codici di abbigliamento basati sul genere. L’evento, che si svolge nella città di Ōsaka, coinvolge ogni anno relatori e cerca di fungere da punto di partenza per consentire ai giovani di comprendere meglio la propria sessualità e la possibilità di poter esprimere loro stessi come sono non come la società li obbliga ad essere.

    Foto: Kansai LGBT Seijinshiki web-site

    Come scritto nella descrizione dell’evento: “Una cerimonia per il raggiungimento dell’età in cui persone di diversa provenienza, comprese le minoranze sessuali (=LGBT), possono partecipare a modo loro. Partecipando alla cerimonia manifestando il loro modo di essere, le persone possono acquisire fiducia in se stesse e provare la bellezza di “vivere la vita così come sono” (自分らしく生き, Jibun rashiku ikiru), oltre a diffondere conoscenze e informazioni accurate alla società. L’ingresso è gratuito ed è stato aperto al pubblico, ma ci sono regole severe sulla fotografia per mantenere un ambiente confortevole in cui i giovani LGBT giapponesi possano esprimersi.


    Il Giappone è un paese molto più omogeneo dal punto di vista etnico rispetto a moltri altri paesi. Ospita infatti, molte persone appartenenti a minoranze etniche, che nel 2022 erano circa 3 milioni. Tra queste, l’etnia coreana rappresenta uno dei gruppi demograficamente più numeroso e dal 2020, nella città di Nagoya, si celebra un seijin-shiki che permette ai giovani coreani di partecipare a questa festa nazionale. I partecipanti alla cerimonia indossano spesso anche abiti tipici della tradizionale coreana. Questo evento è considerato particolarmente importante da molte persone che credono in un Giappone in grado di liberarsi di quel sentimento anti coreano che per troppo tempo si è fatto strada nella società giapponese.

    Fonte: NHK


    Dove si festeggia il seijin no hi.

    Per il seijin no hi c’è l’usanza di ritornare nella propria città di origine per festeggiare questa giornata con familiari ed amici. Molti giovani decidono di partecipare solo alla tradizionale cerimonia e alle dōsōkai (同窓会) riunioni delle persone della stessa classe. Anche se in declino ai giorni nostri, la tradizione giapponese prevede che le persone si rechino in visita ad un santuario prima di un grande evento della loro vita. Questa ricorrenza non fa eccezione e per questo durante la giornata del seijin no hi i santuari di ogni città sono affollati da giovani in abiti tradizionali con le famiglie al seguito per le foto di rito che rimarranno un ricordo indelebile.

    I dōsōkai, sono delle riunioni di classe che i giovani organizzano quando ritornano nella loro città natale per i festeggiamenti del seijin no hi. Ex compagni delle scuole medie e superiori si riuniscono per celebrare l’età adulta. Questa è considerata da molti un’importante occasione per riallacciare i rapporti con gli ex amici, mantenendo così vivi i legami. La maggior parte delle feste si svolge subito dopo il seijin no hi, ma alcuni scelgono di riunirsi più tardi nel corso dell’anno, ad esempio durante la Golden week.


    Anche per i genitori è un giorno molto importante perchè i figli vengono riconosciuti come adulti dalla società. Molti si recano in studi fotografici o ingaggiano fotografi professionisti per scattare ritratti di famiglia in questa occasione speciale. La cerimonia si tiene in varie sale del governo o del consiglio locale e le persone partecipano nell’ambito della loro zona. Non è una cerimonia molto emozionante: ci sono discorsi di varie persone importanti della zona, seguiti da una sorta di intrattenimento speciale.

    Il seijin-shiki rimane quindi una pietra miliare importante per molti e, pur mantenendo la tradizione, tende a riflettere sempre più un Giappone moderno e diversificato. Specialmente in questo periodo durante il quale il Paese è alle prese con i tassi di natalità molto bassi, queste cerimonie sembrano aver accresciuto la loro importanza simbolica, guardando ai giovani come veri fautori del futuro del paese.

  • Nomi segreti

    Nomi segreti

    La storia dei nomi in Giappone è legata in modo profondo a quella dei cognomi. Il diiritto ad avere una genealogia e a tenere un butsudan (un mobile di casa dove vivono i propri antenati) fu esteso al popolo da Tokugawa Hidetada nel 1637. Prima di allora solo i nobili (tutti di sangue imperiale) avevano nomi e cognomi. Notare che l’imperatore stesso non aveva cognome. Il possesso di un cognome in sé indicava l’appartenenza a un ramo cadetto della famiglia imperiale. Non solo avevano un cognome, ma ne avevano più di uno. Avevi un nome da bambino e vari da adulto, validi in circostanze diverse. Per esempio, Minamoto no Yoshisada è conosciuto come Nitta Yoshisada perché era capo clan dei Nitta, una suddivisione dei Minamoto. Poi in pratica veniva chiamato, come tutti gli altri leader, non col suo nome ma con titoli come Gosho (御所)”onorevole luogo” per motivi scaramantici, in altri termini evitare il malocchio. Non dirò altro sui nomi e cognomi dei samurai perché a essere onesto non ci ho mai capito molto. È veramente una giungla dalla quale non si viene fuori. Uno aveva vari cognomi (vedi Nitta Yoshisada). Tutto questo perché sia il nome che i cognomi dovevano illustrare la posizione dell’individuo all’interno della complessa struttura a clan della società giapponese. All’epoca della guerra fra gli Stati (dal 1467 al 1615) la storia era diventata molto diversa. I nomi si assumevano e si abbandonavano con facilità. Toyotomi Hideyoshi nacque Hiyoshi-maru, dove -maru è un suffisso infantile. Come contadino, non aveva cognomi. Scelse più tardi il nome Kinoshita Tokichirō per finire con il nome con cui è passato alla leggenda. Hōjō Sōun nacque Ise Moritoki, divenne Ise Shinkurō e finì con Hōjō Sōun, appunto. In questa fase della storia giapponese, di solito le classi meno abbienti avevano nomi ma non cognomi, come detto. Erano nomi molto diversi da quelli attuali, spesso derivati da una professione. La riforma della famiglia attuata dai Tokugawa dava il diritto di un cognome e un nome solo al capofamiglia. Le donne non avevano esistenza legale, gli uomini dopo il primogenito non avevano diritto ad un cognome, non avevano diritto ad una famiglia, anche se potevano averla dietro permesso del primogenito. Come nome avevano gli ordinali nominati da Arturo Camillacci. Vorrei fare una parentesi per spiegare il perché di Queste severissime, per non dire disumane, leggi. La questione della struttura della famiglia era legata intimamente alle ragioni della lunghissima guerra civile da cui il paese era appena uscito. Il diritto di tutti i figli maschi a ereditare, accoppiato all’ereditarietà della carica di feudatario (Gokenin) aveva portato ad un’eccessiva frammentazione del territorio coltivabile, causando una crisi alimentare e più di tre secoli di guerra praticamente continua. Tanto ci volle per ricomporre il paese sotto una sola mano. La nuova struttura della famiglia, insieme ad altre misure, serviva a garantire una pace futura nel paese. A questo punto l’uso di un cognome è comune, ma non universale. La società è divisa in quelle che sono praticamente a caste, che non hanno tutte uguali privilegi. Nel 1868 inizia la restaurazione Meiji. A tutti viene dato il diritto ad un nome e un cognome. Tutti se ne scelgono uno, spesso inventandoselo. Per questo, esistono cognomi estremamente comuni, come Tanaka e Takahashi, ma ne esistono molti altri, 100 mila in tutto, molti rari e spesso regionali. Okinawa in particolare ha cognomi suoi, come Chinen e Shimabukuro. I cognomi giapponesi odierni possono consistere di un singolo carattere, per esempio Hara (原), ma generalmente di due, come per esempio Takahashi (高橋o più. Il cognome di Okinawa Kōhiruimaki 高比類巻 ne ha quattro. Tutti erano originariamente in qualche modo descrittivi, e quindi possono venire tradotti. Tanaka vuol dire “nel campo”, Takahashi “ “Pontealto“ e così via. Penso di fare cosa gradita dando una traduzione letterale, se non un’etimologia, dei cognomi giapponesi più conosciuti da noi. Il significato originario a volte è chiaro, a volte meno. Kawasaki 川崎 Promontorio sul fiume (?) Honda 本田 Campo di origine Mitsui 三井 Tre pozzi Mitsubishi 三菱 Tre diamanti Suzuki 鈴木 albero delle campanelle Toyota 豊田 Ricco campo Makita 牧田 Pastorizia e agricoltura Un aspetto importante di qualsiasi nome o cognome sono i caratteri con cui viene scritto. Per esempio, lo shogun Ashikaga Takauji scriveva inizialmente il suo nome non 足利尊氏 ma 足利高氏. L’uso del carattere 尊 (onore) al posto di quello 高 (alto) gli fu concesso come onorificenza dell’imperatore Go-Daigo. I nomi maschili di solito sono composti da due caratteri, spesso invertibili. Ad esempio Akihiro, Hidetaka, Yoshinobu e Kazuyoshi possono diventare Hiroaki, Takahide, Nobuyoshi e Yoshikazu semplicemente invertendo l’ordine dei caratteri che li compongono. Il significato dei caratteri e di solito qualcosa come onesto, retto, chiaro e roba del genere. Le grafie possibili sono numerosissime, tanto che dal nome in caratteri romani è impossibile risalire con sicurezza al nome originario. I nomi femminili sono molto più elaborati. I suffissi tipici dei nomi femminili sono -ko (子 Akiko), -ka (Norika, Tomoka, Momoka, di solito 香, profumo, o 花 fiore), -yo 代 (nessun significato ovvio), -e (恵Yoshie) -ho (Miho o Kaho) o -na (Riona, Kana) , questi ultimi scritti in molti modi diversi. Sono presenti alcuni nomi femminili di origine europea che potevano essere scritti facilmente con caratteri cinesi. Tre esempi sono Maria, Naomi e Erena (sì, proprio Erena) Viene fatta molta attenzione ai caratteri con cui il nome si scrive e l’effetto ottenuto può essere molto diverso a seconda dei casi. Uno estremo è quello del nome Akiko, che può essere scritto in mille modi fra cui 明子 e 秋子. Il secondo carattere, ko, è un diminutivo come -etta di Simonetta. Il primo nome si scrive col carattere “luce”, il secondo nome col carattere per autunno. La pronuncia è la stessa, l’effetto è molto diverso. È quindi normale chiedere ad un nuovo amico come scrive il suo nome. Il seguente collegamento porta a un sito che elenca i cognomi e nomi più comuni in Giappone. Data and Information for Learning Japanese Un’ultima nota, poi vi lascio. Dopo la morte di un individuo, è buona norma comprargli un nome postumo, diverso da quello che aveva quand’era in vita, in modo che la sfortuna e il male non possano trovarlo/a.

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