Francesco Baldessari

Tu vuo’ ch’io rinovelli
disperato dolor che ‘l cor mi preme
già pur pensando, pria ch’io ne favelli.
Ma se le mie parole esser dien seme
che frutti infamia al traditor ch’i’ rodo,
parlar e lagrimar vedrai insieme.

La persona cui devo più di quello che sono è mio padre.

Mio padre, Dario Baldessari, nacque a Baselga del Bondone, un piccolo paese vicino a Trento, nel luglio del 1922. La zona era diventata Italia da solo quattro anni. Ancor ragazzo, combatté la Seconda guerra mondiale con i tedeschi perché arruolato con la forza. Mio nonno fece la Prima indossando l’uniforme austriaca. Essere nati in una zona di influenza tedesca così forte può forse spiegare il maniacale disprezzo per tutto quello che era italiano. In bocca loro, la parola “italiano” era un insulto. Nulla di buono esisteva in Italia, nulla di valore poteva esistere nella nostra penisola.

Le differenze fra mio padre e l’italiano medio di allora erano molte e profonde. Una era, ad esempio, la calligrafia. Bastava paragonarla a quella di mia madre per notare la differenza. Veneta, sapeva appena scrivere e tracciava caratteri enormi e dalle linee incerte. Lui e le sue sorelle condividevano, al contrario, una calligrafia piccola e regolare, da persona educata con un controllo assoluto della penna, che avevano appreso alle scuole costruite dagli Asburgo.

Qualcosa, però, divise mio padre dal resto della famiglia. La vita di tutti gli altri seguì un corso abbastanza regolare: vissero la loro intera esistenza nel piccolo villaggio in cui erano nati. Solo mio padre compì scelte diverse; immorali, dolorose e in ultima analisi fallimentari, da una parte, ma anche indubbiamente brillanti dall’altra. Non mi ricordo una sola persona che non lo considerasse straordinario, nel bene e nel male.

Quel poco che so di lui prima che si sposasse viene da mia madre. So che la sua relazione con suo padre era difficile. Mio nonno, che era una persona insensibile come sarebbe diventato mio padre, gli tagliava ciocche di capelli per farsi i pennelli. Lo chiudeva fuori di casa, lasciandolo lì tutta la notte (anche d’inverno, e da noi fanno anche 25°C sottozero) dopo ognuno dei frequenti litigi, se fuggiva dalle sberle, allora considerate parte indispensabile dell’educazione.

So, ma non da mio padre, che era un reduce decorato. In casa circolava una croce di ferro con svastica e foglie di quercia. Ero così terrorizzato da quel bastardo che non mi venne neppure in mente di chiedergli da dove venisse quella croce. Lo domandai invece a mia madre, che mi riferì che mio padre l’aveva ricevuta mentre era di leva con la Flak, che sarebbe la contraerea tedesca, durante la Seconda guerra mondiale. 

Un uomo chiuso e irascibile, da trattare come se fosse stato fatto di nitroglicerina, ignorava completamente la croce di ferro. Una volta sola, dietro mia domanda, mi accennò con orgoglio che gli era stata donata da un colonnello in presenza di un plotone di onore, per essere stato l’unico membro della batteria contraerea a non fuggire durante un attacco di caccia britannici. Ciononostante, il prezioso cimelio rimase alla deriva in casa. Finì nelle mani di mio fratello che, essendo allora un hippie coi capelli fino alla cintola, se la mise al collo. Alla lunga la perse e buonanotte al secchio. I tre anni di storia vissuti da mio padre nella Flak, 1943–1945, sono andati perduti. Nessun residuo.

Poco prima che morisse, trovai, sommersi da montagne di altro ciarpame, disegni a matita fatti da mio nonno a Nonricordodove, Siberia, dove era stato prigioniero di guerra (austriaco) dei russi. La carta sembrava di buona qualità; i disegni, passabili, ritraevano alte betulle in un paesaggio di vuoto assoluto, molto triste a vedersi. Mio padre, che li aveva fra le sue cose, si stupì che mi interessassero e che li volessi vedere. C’è una macchietta ricorrente del reduce che parla sempre delle sue glorie e sofferenze di gioventù, ma non in Trentino.

So che mio padre era all’aeroporto di Capodichino nel ’46, a Basilea nel ’47, a Caorle nel ’50. Lì conobbe mia madre e la mise incinta. Quando mi accorsi che mio fratello maggiore è nato nel settembre del 1952 e una lisa foto del giorno del matrimonio porta una data del marzo 1952, lo dissi a mia madre. Rispose beffarda: “Cosa credevi, che il sesso prima del matrimonio lo aveste inventato voi?” Un matrimonio riparatore, e si è visto com’è andato a finire. 

Mio padre era un uomo di straordinaria manualità. Tornitore, elettricista, calzolaio, muratore, era in grado di fare qualsiasi cosa volesse e l’ho visto fare di tutto. Ricordo che, quando ero piccolo, quindi alla fine degli anni ’50, si costruì un televisore da solo. Parlava tedesco e sapeva leggere l’inglese. E li aveva imparati da solo, a furia di leggere, a furia di imparare. 

Valeva molto, su questo non c’è dubbio, ma pensava di valere ancora di più. Al tempo stesso, in certe circostanze, rivelava una vena di insicurezza profonda che allora mi stupiva e che ora mi sembra logica e necessaria. Prendile in silenzio, ad esempio quando sul lavoro ti bastonano, per poi scaricarle sui più deboli di te. E, infatti, dominava la casa con la sua volontà e, quando voleva picchiarci, il che accadeva spesso, ci chiamava, senza neppure alzare la voce, e noi andavamo. Ci avvicinavamo lentamente, sapendo che tanto valeva accettare l’inevitabile: tanta era la forza della sua personalità. Stendevamo le mani, palmi in giù, lui alzava le sue sopra la testa e poi giù, a tutta velocità. 

Non solo era irascibile, ma era estremamente volubile nelle sue opinioni ed esplodeva se contrariato. Non si sapeva mai cosa avrebbe approvato o disapprovato in un certo giorno. Ad esempio, quando eravamo adolescenti ci proibì di uscire la sera, dicendo che era pericoloso. Solo i delinquenti girano di sera. In seguito, ci proibì di uscire solo la sera, perché diceva che alla sera ci sono in giro solo quelli che hanno finito di lavorare, quindi gente perbene. A volte andava bene indossare una maglietta sotto la camicia, a volte apriti cielo se ti beccava a farlo. Quando la comprai, nascondere la mia chitarra fu automatico, ma quando la scoprì fu contento. Mi rimproverò di averla nascosta.

La famiglia era l’unica cosa che lo interessasse, a mio parere perché era l’unico luogo in cui potesse essere il padrone assoluto, e come tale si comportava. Aveva un vasto, attrezzatissimo e caotico laboratorio, ma lavorava sempre sul tavolo della cucina, che di conseguenza era sempre carico di sporcizia, attrezzi e diversi materiali. Per mangiare, si spostava quel minimo di sporcizia e attrezzi necessario, poi si mangiava in cinque su quello che si era riusciti a liberare dalla tavola. Protestare era inconcepibile. Siamo rimasti senza doccia e senza bagno per anni perché lui aveva altro da fare che riparare il boiler, ma chiamare qualcuno per un lavoro che poteva fare lui era fuori discussione. Lui però aveva le docce sul lavoro.

Era un uomo insensibile. Mi ricordo, una volta, potevo avere sei o sette anni, che tornai a casa con un casco dell’esercito americano in ottimo stato. Lo avevo comprato non ricordo dove per quattro soldi. Il giorno dopo, lo aveva usato per fonderci del piombo con cui riparare tubazioni. Lo usò una volta, poi lo gettò. E io, sessant’anni dopo, me ne ricordo ancora, come mi ricordo della pianta che ammirai a casa di mia zia, che lei mi regalò e che lui gettò dal finestrino non appena la nostra auto girò la curva, sparendo dalla vista di mia zia.

Non ricordo una sola espressione di affetto, di stima, di incoraggiamento. Regalargli qualcosa alla Festa del Papà significava sentirsi dire: “Pensate a fare i bravi, piuttosto.” Mi ricordo le montagne di insulti, le umiliazioni quotidiane, le piccole crudeltà come quelle che ho nominato. Mi ricordo di quando disse, a me che vivevo in Giappone da venticinque anni, che lui conosceva il Giappone meglio di me, perché lui leggeva e io no.

Anche sul lavoro era litigioso e, come conseguenza, l’intera famiglia traslocava spesso. Prima di compiere ventidue anni avevo abitato a Caorle, in provincia di Venezia; Teolo, in provincia di Padova, Ferrara, Vieste in provincia di Foggia, Udine, Mestre, di nuovo Padova, Trento.

Mio fratello se ne andò a sedici anni con il suo consenso. Mio padre aveva capito che non sarebbe riuscito a fermarlo e Maurizio sparì per due anni. Mentre lui era assente, successe qualcosa di interessante. Mio padre vide un trafiletto di nera sul giornale. Un ragazzo dalle parti di Roma era rimasto travolto da un treno. LUI pensava che fosse Maurizio, il perché non si sa. IO dovetti andare da Trento a Roma, e non potevo avere più di tredici anni, a identificare il cadavere. Appena arrivato in questura mi squadrarono e mi dissero: “Ma come, hanno mandato lei? Questo è andato a finire sotto un treno…” Non si parlò neanche di farmi entrare nella sala autopsie. Alla fine, mi chiesero se avesse tatuaggi. Io dissi di sì, la parola om scritta in pali fra il pollice e l’indice sinistri. Un brigadiere entrò nella sala dell’autopsia e ritornò subito. Non era lui.

Analogamente, quando mia sorella morì dopo una lunga agonia, mio padre non la volle mai vedere, perché “preferiva ricordarla com’era”. Forte coi deboli, vile al momento del bisogno.

A ventidue anni ero così indebolito spiritualmente dalla incessante violenza e dalla tensione che non avrei mai avuto il coraggio di andarmene. Fortunatamente, mi mandò via lui. Mi stava picchiando e io, che torreggiavo su di lui, gli dissi di smettere, sennò me ne sarei andato di casa. La risposta venne immediatamente, improvvisa, netta e dolorosa come una frustata: “Vattene.” E io me ne andai. Non ero pronto a farlo e seguì un periodo di caos, compreso un anno abbondante trascorso sulla strada, senza fissa dimora, a un chilometro da casa dei miei. Alla fine, dopo aver cercato non sapevo neppure io cosa in California, Olanda, Libia e altri Paesi, il fato mise fra me e mio padre un intero continente e finii in Giappone dove, finalmente, mi sentii fuori dalle sue grinfie. Per la prima volta in vent’anni, potei gustare una vita senza violenza, senza insulti, senza traumi. Fiumi di alcol e sigarette mi aiutarono a sopravvivere, a dimenticare e a guarire. Per cinque anni, in Europa non si seppe nulla di me, semplicemente perché non mi venne neppure in mente di farmi vivo. Solo ora mi rendo conto di quanto anomalo fosse il mio comportamento. Quando alla fine tornai a casa con la transiberiana, e mi presentai all’improvviso alla porta, una mattina, mia madre si mise a piangere silenziosamente. Lì per lì non capii perché. Non avevo mai pensato che mi volessero bene e che quindi fossero preoccupati per me. 

In quel periodo di mia assenza ne erano successe di ogni tipo. 

Tre cose vale la pena di ricordare. La morte a trentasei anni per AIDS di mia sorella, malattia presa in carcere da una siringa. Era una persona fantastica. Che la terra le sia lieve. Il secondo è che mia madre, che sino a quel momento aveva detto che quello che faceva il babbo era sempre ben fatto, si mise a pensare con la sua testa, fiorì e divenne una persona meravigliosa. La terza è la viltà di questa stessa madre. Un giorno, stanca di violenza, finì col prendere il primo treno che passava per la stazione. Non si parla ancora di violenza fisica, quella venne dopo. Allora, i miei abitavano a Ferrara. La notte la trovò a Poggiorusco. La mattina dopo, passata la notte in stazione, dal capostazione, senza soldi, spese gli ultimi spiccioli per andare dai parenti. Le dissi, da Tokyo, che la avrei mantenuta io, al suo paese di origine, in un appartamentino. Rifiutò e tornò da lui, per passare altri venticinque anni di inferno. Disse che era troppo tardi. 

La vecchiaia lo fece diventare folle in senso stretto e le liti con banche, uffici comunali e ospedali si moltiplicarono. Non credo si trattasse di demenza senile, ma della logica fine di una esistenza come la sua. Ed è in questo momento che cominciò la violenza fisica. Un’estate tornai, solo per trovare mia madre con un braccio fratturato, ma mai ingessato. Aveva probabilmente paura che il medico avvisasse la polizia. 

Una volta sola quell’uomo rivelò un barlume di umanità. Stavo partendo per tornare in Giappone e mi offrì di portarmi in stazione. Burbero come sempre, aggiunse: “Se non hai paura di me.” Commosso, dissi di sì, ma il silenzio di tutti e due fu completo. Speravo fosse un inizio, ma la questione morì lì. Nessuno dei due riuscì ad aprir bocca.

Sconfitto in tutte le sue battaglie con i mulini a vento, si ritirò in casa e, come Proust, non ne uscì più per quasi dieci anni. La sfortuna lo fece vivere fino a novant’anni, ma spiritualmente morì molto prima della data che c’è sulla tomba, il 5 maggio 2013. Ricordo quel giorno, la bara e il carro funebre, il suo nome in nero sulle locandine insieme all’alfa e all’omega, i quattro parenti intervenuti, il silenzio, il senso di vuoto, del tutto privo di dolore, che ho provato. 

Ho una foto in cui è vicino alla fine, ormai vinto. Cieco dal diabete, in un letto sommerso di cartine di caramelle che mia madre non cessò mai di comprargli (e credo fosse una vendetta); aggressivo, cafone come sempre, attendeva la morte. 

Nell’aprile del 2010, mia madre ebbe un ictus cerebrale e furono ricoverati ambedue lo stesso giorno. Non lo vidi più perché, come tutti gli altri membri della famiglia, non riuscivo a forzare me stesso ad andare a trovare un mostro del genere. Morì solo e abbandonato dalla sua famiglia, come si meritava. 

La sua cartella medica diceva che soffriva di ipertiroidismo. Questo mi ricordò che da ragazzo mia madre mi aveva detto che sotto le armi era stato in terapia per ipertiroidismo. Sono certo che non si è mai curato. Da tale malattia non si guarisce e mia madre lo sapeva. E allora perché non fece nulla? Non era né pigra né trasandata, né tantomeno sciocca. Ha di certo fatto quello che ha fatto per un motivo. I sintomi (estrema irritabilità e instabilità psichica) c’erano tutti. E allora? Perché mia madre ha agito così? Per la stessa ragione per cui ha continuato a comprargli le caramelle che gli sono costate le gambe e la vita? Nessuna delle possibili risposte è confortante. In ogni caso, questo cambia, e di molto, il rapporto che avevo con lei. Quello con mio padre invece cambia poco. La tiroide giustifica le ire, non l’ipocrisia, l’incapacità di ammettere i propri torti, l’egoismo, il sadismo e l’arroganza. 

Mi restano gli incubi. Grido il suo nome nel sonno. Sogno di essere in una casa sconosciuta, con un pesante bastone in mano. Lo cerco. Gli grido: “Vieni fuori, ora che siamo grandi uguali!” e frantumo i mobili con un randello. Non lo trovo mai. Meglio così.

È vero, se gli anni della gioventù sono difficili, quelli della maturità sono sereni. Ma una serenità che comunque mi ricorda il commento fatto dall’asino Benjamin in La fattoria degli animali di Orwell. Dio mi ha dato le mosche e la coda per scacciarle, ma meglio sarebbe stato se non mi avesse dato né coda né mosche. 

L’unica cose buona che ne è scaturita è il Giappone. Senza il Giappone, senza questo strano mondo e il suo affetto, non sarei riuscito a trovare la forza di tenere duro, avanzare e alla fine riuscire.