Giorno: 14 Maggio 2025

  • Buruma blues: ricordi di una gioventù andata

    Buruma blues: ricordi di una gioventù andata

    A volte, durante una pausa dal lavoro, le conversazioni prendono pieghe inaspettate, transportandoci a volte indietro nel tempo. È quello che è successo l’altro giorno con il mio collega, che chiameremo affettuosamente “Kenji-san”. Parlando del più e del meno, siamo finiti a discutere delle “buruma” (ブルマー), i famosi pantaloncini da ginnastica giapponesi, e lui, che quel periodo l’ha vissuto in prima persona, si e lasciato andare a un fiume di ricordi e riflessioni. Ecco com’è andata la nostra chiacchierata….

    Io: senti Kenji, l’altro giorno mi è capitato di leggere un articolo su un blog giapponese sulle….”buruma”. Sai, quei pantaloncini da ginnastica che usavano le ragazza nelle scuole giapponesi durante le ore di educazione fisica fino agli inizi degli anni ‘90. Tu te le ricordi, vero? Hai vissuto quel periodo.

    Kenji-san: (sospira con un mezzo sorriso, guardando fuori dalla finestra del nostro ufficio come se stesse rivedendo una vecchia pellicola) “Ah le buruma! Altrochè se me le ricordo! Caspita, mi ha fatto fare un tuffo nel passato, eh! Erano quasi sempre di un colore blue navy, e fatte di quel nylon un po lucido…. e beh, diciamo che non erano il massimo della discrezione (ride, strofinando la testa), soprattutto verso la fine degli anni ‘90”

    Io: Immagino! L’articolo diceva che all’inizio erano più simili ai “bloomers” americani, più larghi, per poi diventare super aderenti.

    Kenji-san: “Si, esatto! Quelle che ricordo io, quelle della mia adolescenza, erano decisamente…..aderenti, e le chiamavamo “pittari buruma” (Ridacchia) Non fraintendermi, eh! Per noi ragazzini di quel periodo, l’ora di educazione fisica era…. interessante, mettiamola così! C’era una ragazza nella mia classe, Suzuki-chan (nome di fantasia). Avevo una cotta colossale per lei, e quelle buruma blu scuro, che con il sudore del caldo estivo, diventavano quasi trasparenti erano parte dell’immaginario, che ti devo dire? Tempi andati, eh!”

    Io: Eh sì, l’articolo parlava proprio di questa “immagine” iconica! Ma poi negli anni ‘90 sono scomparse quasi da un giorno all’altro. Come mai questo cambiamento repentino?

    Kenji-san: “Eh, bella domanda. Un po’ come quando una moda finisce di colpo. Ma lì c’era di più. Ricordo che l’atmosfera iniziò a cambiare. Quei pantaloncini erano diventati….come dire….un po troppo osservati. Non solo dai compagni di scuola, un po ‘imbranati, capisci? Manga, riviste, persino la gente che faceva le foto di nascosto….Una brutta piega. Le ragazze stesse, si sentivano a disagio, si vedeva.”

    Io: si lo so, la sessualizzazione delle buruma era un punto cruciale.

    Kenji-san: “Esatto. E poi, le scuole iniziarono a introdurre l’educazione fisica mista, ragazzi e ragazze insieme. A quel punto, era piu logico e anche piu rispettoso usare divise unisex, quei pantaloncini piu lunghi e larghi che gli studenti usano ancora oggi, no? E diciamocelo, erano anche più comodi e pratici per fare sport, anche per le ragazze. Niente più quel nylon che si appiccica addosso. 

    Io: e le studentesse stesse iniziarono a protestare, a chiedere un abbigliamento più consono?

    Kenji-san: “Assolutamente! E hanno fatto bene! Ripensandoci oggi da persona adulta e padre, dico: meno male che non si usano più. Però quel filo di nostalgia per la mia gioventù e la cotta per Suzuki-chan e le “buruma” resta. È un ricordo dolce e amaro nello stesso tempo, come una vecchia canzone che quando la senti di fa sempre sorridere. Ma la verità è che quel cambiamento è stato un passo avanti enorme. Per il rispetto delle ragazze e per un ambiente scolastico più sano. Sono contento che sia finito quel teatrino.“

    Io: quindi nonostante un pizzico di malinconia per i tempi andati….

    Kenji-san: “Oh, la malinconia c’e sempre fa parte del gioco del ricordare! Ma no, no, è stato un bene, un gran bene. Oggi le “buruma” sono ancora in uso in certi sport, ma ormai sono rilegate a certi genere di manga o anime, sono un po’ un feticcio di un’epoca, che per fortuna, è tramontata. Pensandoci, è strano come un semplice indumento possa raccontare così tanto su come una società cambia no? Di come cerca di evolvere nella sua sensibilità.”

    Io: già incredibile, Grazie Kenji, è stato interessante sentire il tuo racconto.

    Kenji-san: “Ma figurati” Ogni tanto fa bene ricordare….e anche riflettere su quanto siamo e come siamo cambiati. Ora però torniamo al lavoro, che sennò chi lo sente il capo!”

    Per la cronaca la cotta di Kenji per Suzuki-chan non è mai passata. Si sono persi di vista dopo le scuole medie ma si sono ritrovati durante l’università. Tra loro è nato un bel rapporto e oggi sono felicemente sposati con due figlie bellissime.

    Un po ‘di contesto storico per quanto riguarda l’introduzione delle “buruma” in Giappone.

    Il termine “buruma” (ブルマー) e la traslitterazione giapponese del cognome di Amelia Jenks Bloomer, un attivista americana per i diritti della donne e promotrice di una riforma dell’abbigliamento femminile nella metà del XIX secolo. In un’epoca in cui le donne erano costrette, in rigidi corsetti e ingombranti gonne, la signora Bloomer propose un’alternativa considerata rivoluzionaria: un completo composto da una gonna al ginocchio, abbinata ad ampi e comodi pantaloni raccolti alle caviglie. Questo stile mirava a liberare il corpo femminile dalle costrizioni dell’abbigliamento tradizionale, garantendo una maggior libertà di movimento. 

    In Giappone, l’introduzione di un abbigliamento specifico per l’esercizio fisico femminile fu un processo lento e graduale, intrecciato con le più ampie trasformazioni sociali e culturali del paese. Fino al periodo Meiji (1912-1926), le donne che partecipavano ad attività fisiche, seppur limitate, lo facevano indossando il tradizionale kimono, spesso con le maniche legate (il tasuki-gake – たすき掛け) per facilitare i movimenti. Successivamente, con l’apertura all’occidente e l’introduzione dell’educazione fisica nelle scuole femminili, si diffuse l’uso dell’hakama per le studentesse, insieme a scarpe e acconciature più pratiche, rendendo l’attività fisica leggermente più agevole.

    L’idea dei “bloomers” americani iniziò a farsi conoscere in Giappone tramite riviste e racconti di viaggiatori o studenti di ritorno dall’estero. Tuttavia, la loro adozione non fu immediata. Fu solo nel tardo periodo Taishō (1912-1926) e all’inizio dello Shōwa (1926-1989) che si iniziò ad usare un abbigliamento più marcatamente occidentale. È nel periodo del secondo dopoguerra e la successiva ricostruzione che le “buruma” iniziano a diventare lo standard per l’educazione fisica nelle scuole giapponesi. Questo cambiamento fu favorito anche dallo sviluppo di nuovi materiali sintetici, durevoli e più facili da lavare rispetto ai tessuti naturali. Le “buruma” subirono poi una significativa evoluzione stilistica. Dalla forma piu ampia e a sbuffo, definite anche come  “chōchin buruma” – 提灯ブルマー – , “buruma a lanterna”, si passò gradualmente, soprattutto a partire dagli anni ‘60 e ‘70 a modelli più corti, succinti e aderenti conosciuti anche come “pittari buruma” – ピッタリブルマー – , letteralmente, “buruma attillate”. 

    Tōsatsu: le foto scattate di nascosto

    Quando il mio collega parla delle persone che facevano le foto di nascosto alle ragazze delle scuole che indossavano le buruma durante l’ora di educazione fisica fa riferimento al tōsatsu o meiwaku-satsuei, ovvero l’atto di fotografare una persona, di nascosto, senza il suo consenso che continua a rappresentare un problema ancora oggi in Giappone.

    Nonostante gli sforzi fatti per contrastare questo fenomeno, incluse leggi e campagne di sensibilizzazione (come l’obbligo del suono di scatto non disattivabile sui telefoni venduti in Giappone), le segnalazioni di questi atti illeciti sono ancora frequenti.

    L’educazione fisica nelle scuole

    In passato era comune avere classi separate o programmi di educazione fisica differenziati per ragazzi e ragazze. In seguito con la revisione delle linee guida ministeriali dei primi anni ‘90, si iniziò a promuovere un’educazione secondaria sempre più mista e con contenuti didattici identici per ragazze e ragazzi. Con l’introduzione di un’educazione fisica mista, divenne logico e pratico adottare un abbigliamento unisex. I pantaloncini corti a metà coscia, già in uso tra i ragazzi, divennero rapidamente lo standard anche per le ragazze. 

    In conclusione, la storia delle “buruma” è molto più di un semplice cronaca di moda scolastica o di un indumento diventato feticcio. Può essere vista come una lente affascinante attraverso cui osservare i profondi mutamenti della società giapponese durante il suo tumultuoso periodo moderno. Dal lento e selettivo abbraccio della modernità e delle influenze occidentali, all’evoluzione del ruolo della donna e della sua percezione, passando per i cambiamenti nel sistema educativo, e anche se la strada è ancora lunga e in salita, anche verso una maggiore uguaglianza di genere.

    Nate, ironicamente, da un’idea di liberazione del corpo femminile, le “buruma” hanno attraversato un percorso complesso e contraddittorio una volta sbarcate sul suolo nipponico. Si sono evolute fino a diventare per decenni un simbolo quasi immutabile dell’abbigliamento scolastico femminile, per poi essere rapidamente abbandonate in un’epoca in cui le donne stesse, e la società nel suo complesso, hanno rivendicato il diritto ad un abbigliamento più rispettoso e libero da connotazioni sessuali indesiderate. La loro scomparsa è un piccolo ma significativo indicatore di un Giappone che è cambiato, e continua a cambiare, nella sua percezione di genere e uguaglianza.

  • Dai fiumi alle sedute hi-tech: un esilarante storia del wc giapponese

    Dai fiumi alle sedute hi-tech: un esilarante storia del wc giapponese

    Ah, il water giapponese. Per la maggior parte dei turisti che si recano qui in vacanza, è un universo di meraviglia, confusione e, ammettiamolo, un pizzico di timore reverenziale. Ti accomodi, la tavoletta è piacevolmente calda (pura beatitudine!), e ti ritrovi davanti a una plancia di comando che farebbe invidia allo Star Destroyers. Pulsanti per lavare, asciugare, oscillare….e che diamine combina quel tasto con la nota musicale?! (Tranquilli, ci arriviamo!)

    Ma mentre ci spelliamo le dita delle mani per queste meraviglie hi-tech, sapevate che il percorso per arrivare fin qui è stato a dir poco rocambolesco? Dimenticate le noiose lezioni di storia: quella del wc giapponese e un’avventura costellata di invenzioni geniali, igiene talvolta discutibile e persino astuzie da campo di battaglia!

    Riavvolgiamo il nastro. Molto, molto tempo fa, nell’antico Giappone, le cose erano….beh, basilari. Del tipo: trova un cespuglio o un fiume e via, senza troppi problemi. Inventarono il “kawa-ya” (川屋), praticamente una semplice struttura di legno, a volte composta solamente da un asse, sospesa sopra un fiume. Smaltimento dei rifiuti eco-sostenibile, diremmo oggi? Speriamo solo che nessuno si lavasse più a valle. Durante il periodo Nara si diffuse la voce che in Cina i maiali venissero usati come – ehm – riciclatori organici, ma il Giappone, declino altezzosamente: “Nah, i maiali non fanno per noi”. Così, per un bel pezzo, se non c’era un fiume nelle vicinanze, si faceva dove capitava….e basta. 

    Balzo in avanti nell’elegante periodo Heian. Mentre i nobili se la spassavano con lussuosi gabinetti provvisti di scarico (che altro non era che un rigolo d’acqua deviato dal canale vicino per poi farvi ritorno), la plebe era ancora…all’aria aperta. Pare che Heian-kyō, l’allora capitale, emanasse un olezzo degno di un vespasiano durante la canicola estiva. E come ci si puliva all’epoca? Con una “kuso-bera”, letteralmente un “bastone per la pupù”. Avete capito bene, una semplice spatola di legno. Meditateci sopra un istante. Di colpo, quei mille pulsati enigmatici dei wc moderni non vi sembrano poi così male, vero?

    Poi, SBAM! Arriva il periodo Sengoku – il periodo degli stati combattenti! Uno penserebbe che l’igiene fosse l’ultima delle preoccupazioni. E invece no! È qui che la faccenda si rivela sorprendentemente sofisticata. Capirono che i rifiuti umani potevano essere un fertilizzante strepitoso – “oro marrone”, se preferite! Iniziarono a compostarli per eliminare i parassiti e migliorare i raccolti. Le latrine a fossa, le “potton benjo” (ポットン便所) presero piede, non solo per la loro comodità, ma per raccogliere quella preziosissima risorsa. I daimyō, astuti, arrivarono a costruire latrine con l’apertura verso l’esterno, per non farsi sorprendere…ehm… con le braghe calate! E sul campo di battaglia? I guerrieri indossavano i classici pantaloni hakama ma con uno spacco strategico all’altezza del cavallo, per rapide….manovre tattiche. La necessità aguzza l’ingegno, persino quando si tratta delle pause bagno mentre si è sotto assedio.

    Finalmente, giunge il “pacifico” periodo Edo. E con esso, udite udite, esplode la tecnologia dei sanitari! Pensate che lo shōgun in persona disponeva di un “goyōsho” (御用所), un “gabinetto d’onore”, talmente sfarzoso da includere un medico addetto al controllo quotidiano del “prodotto finale”, per monitorare lo stato di salute del signore. (E noi che ci lamentiamo delle visite mediche annuali!). In questo periodo iniziò a diffondersi tra la popolazione comune l’utilizzo della carta per le pulizie finali. Fecero la comparsa i primi bagni pubblici. E indovinate un po? Fiori un’interna industria di raccoglitori di feci i “mokkō-ya”! Questi professionisti, trasportavano i rifiuti dalle case di città alle fattorie, rendendo Edo sorprendentemente pulita. Si sono trovati scritti di visitatori stranieri di quel periodo che erano rimasti basiti dall’ordine e dalla pulizia della città, che in parte era dovuto ai mokkō-ya.

    Ora, torniamo a quel pulsante con la nota musicale sul washlet della vostra stanza di albergo nella moderna Tōkyō. Si, proprio quello che se premuto emette un suono di sciacquone o una musichetta discreta. Quella piccola funzione, che spesso viene chiamata “oto-hime” (音姫). Questo l’ho scoperto poco tempo fa mentre leggevo la scheda tecnica dei vari wc per la nostra nuova casa qui in Giappone. Nelle note all’interno del pamphlet di un noto produttore appariva questa spiegazione:

    “Per ovviare allo spreco d’acqua causato dalla pratica diffusa tra molte donne nei bagni pubblici di lasciare scorrere l’acqua per mascherare i suoni ed evitare imbarazzi, è stato sviluppato il dispositivo sonoro “Otohime“. Il nome, coniato dalla sviluppatrice del sistema, unisce “oto” (suono) a “Otohimesama“, che da “bella principessa” è passato a simboleggiare l’antica cultura della riservatezza giapponese”

    Questa funzione non è solo una semplice stramberia adottata da qualche avido produttore di wc ma affonda le radici in un profondo e tanto agognato desiderio di privacy e discrezione, forse quasi un eco modernissima di quei giorni lontani di epoca Heian tra le vie della maleodorante Heian-kyō, o dallo slancio trovato in periodo Edo verso la pulizia urbana e il rispetto altrui. Si tratta di minimizzare qualsiasi suono potenzialmente imbarazzante, garantendo che tutti si sentano a proprio agio.

    Dunque la prossima volta che troverete seduti sulla tiepida tavoletta di un wc in Giappone, mentra contemplate quale getto d’acqua selezionare, ripensate al mio racconto: da un fiume (quando andava bene) e un bastone, passando per i fortificati bagni dei samurai, fino ad approdare a un trono hi-tech degno di un moderno shōgun che diffonde musica. È una storia tutt’altro che di m….!

JapanItalyUSAUnknown