Il paese dove le cose parlano, parte prima

Può una persona sana di mente avere paura di un ombrello rotto? Recentemente ho scoperto che, sebbene la risposta ovvia sia no, quella corretta è sì.

Per quanto improbabile possa sembrare, un comportamento senza alcun dubbio patologico in una cultura può essere completamente normale in un’altra, vedi le molte culture che temono le ombre che i corpi proiettano o gli specchi.

Ho sempre saputo che i giapponesi sono animisti, che cioè credono che pietre, alberi e cascate non siano solo vivi ma consapevoli di sé. Il termine però non era riuscito ad attrarre veramente la mia attenzione nei primi trent’anni trascorsi in questo paese, e solo un incidente inaspettato mi ha forzato finalmente a vedere il mio mondo con nuovi occhi.

Stavo latitando in una scuola dove faccio lavoro volontario con alcuni amici giapponesi quando una di loro si mise a scarabocchiare con foglio e pennarello. Una sbirciatina mi rivelò che aveva disegnato un ombrello dotato di un solo occhio e di una sola gamba. Potete vedere qui sotto una rappresentazione classica della creatura.

Le ho chiesto cosa fosse. Mi ha risposto che era il fantasma di un ombrello rotto. Devo essere rimasto letteralmente a bocca aperta, perché si è messa a ridere ed ha rincarato la dose disegnando una seconda figura. Questa volta si trattava di una lanterna di carta, una chōchin in giapponese, del tipo che si vedono spesso nei ristoranti cinesi. Presentava uno strappo, strappo che indicava come anche lei fosse un fantasma risentito e furente. La mia amica aveva persino aggiunto un dettaglio cruento. 
La lingua della lanterna di carta, sporgente di un palmo dalla bocca, era trafitta, una punizione che più tardi ho scoperto essere standard per i peccatori relegati all’inferno buddista, probabilmente—non sto scherzando—come punizione per la sua lunga partecipazione ad attività come i quartieri a luci rosse, bar e ristoranti.

Ciò che la creatura porta in testa (non presente in questi disegni) è un dettaglio importante. È un sara, un piatto contenente acqua posseduto da altre creature come i kappa . Esso li nutre ed è la sola cosa che mangiano. Se il sara si secca, il kappa o fantasma è nei guai. Gli umani cercano di ingannare tali esseri perché si inchinino in modo che il sara si svuoti e muoiano.

Gli altri presenti, dopo un’occhiata rapida, sono tornati a quello che stavano facendo. Io però non ero convinto. Come può un semplice ombrello trasformarsi in un fantasma malevolo? L’amica mi ha detto che, quando rompi un ombrello, la sua anima non ha più un posto dove andare e per questo è furiosa con te, causa prima delle sue sventure.

Il punto di vista occidentale secondo cui le cose sono morte, senz’anima e incapaci di agire è così profondamente radicato in me che c’è voluto del tempo prima che mi rendessi pienamente conto delle conseguenze di ciò che aveva detto. Ciò che aveva detto implicava che l’ombrello fosse vivo, consapevole di sé, senziente insomma.

Nei giorni seguenti, ossessionato dalla cosa, sono tornato al soggetto così spesso che tutti hanno finito col credermi un appassionato di storie di fantasmi. Siccome i giapponesi sono appunto giapponesi, libri e articoli di riviste sull’argomento hanno cominciato ad arrivare.

Mi dicevo: “È mai possibile che i miei amici abbiano paura di una scopa mor, ehm … rotta? Maddai”

Comunque … dovevo chiedere. Avrebbe paura del fantasma di un ombrello rotto? La mia amica rispose di sì.

Ciononostante dubitavo. Come ho già detto, personalmente vivo in un universo newtoniano / cartesiano dove nulla è senza causa e tutto obbedisce a leggi immutabili e prevedibili. Gli oggetti per definizione non possono essere vivi. Solo gli organismi, dotati appunto di organi, possono esserlo. Ogni fibra del mio corpo rifiutava di credere all’evidenza. Ci è voluta un’altra amica, Aki, per farmi capire che avevo a che fare con una visione del mondo, non con le paure superstiziose di un individuo.

Tecnicamente le insegno italiano ma, dato che siamo simili su così tante cose, spesso finiamo per discutere in giapponese di cose di reciproco interesse. Un giorno mi ha spiegato che aveva appena gettato via un paio di vecchie bambole che la figlia di 15 anni non desiderava più. Aveva bendato loro gli occhi e le aveva gettate nell’immondizia.

Strabiliato, le ho chiesto: “Hai fatto cosa?” “Le ho bendate”.

Perché? Non ci aveva mai pensato. Aveva solo fatto ciò che sua madre le aveva insegnato: sempre bendare le bambole prima di buttarle via. Aki non sembrava trovare nulla di strano in quello che aveva fatto, e il mio stupore pareva divertirla, così le ho chiesto perché pensava sua madre le avesse trasmesso quella tradizione. Probabilmente perché le bambole non potessero vedere chi le stava gettando via. Tempo dopo, un’amica cinese mi ha detto che lei avrebbe fatto lo stesso per un motivo diverso, evitare che le bambole potessero ritornare.

Un pomeriggio di fine estate, qualche tempo dopo, stavo camminando lungo la riva del laghetto di Shinobazu a Tokyo – un posto meraviglioso, eccellente per osservare le fioriture di loto ad agosto – quando ho notato uno striscione appeso di fronte a Kan’eiji. Kan’eiji è ora un piccolo tempio buddista, ma occupava un tempo gran parte di quello che oggi è il grande distretto di Ueno.

Il tempio, prima di essere raso al suolo dai rivoluzionari nel 1868, era immenso e potente, il tempio funerario del clan Tokugawa. Quattro dei nove shogun Tokugawa erano sepolti lì. Ora le tombe sono nel cortile di una banca, inaccessibili. Sic transit gloria mundi.

E lo striscione pubblicizzava il fatto che il tempio su richiesta eseguiva riti funebri per bambole.

Più tardi ho riferita la mia scoperta a un’amica giapponese—tutti i miei amici giapponesi sono donne— esprimendo il mio stupore nel vedere un tempio del calibro di Kan’eiji abbassarsi a fare funerali a bambole. Il suo divertimento per la mia sorpresa si è trasformato in allarme quando si è resa conto che in Europa le bambole le buttiamo nella spazzatura e basta. Per noi una bambola è una bambola.

Questo incidente finalmente ha fatto sparire la mia paura di venire preso in giro, permettendomi per la prima volta di vedere una realtà che, anche se sempre sotto il mio naso dal giorno in cui sono uscito dall’aereo, non avevo mai visto. Uno vede quello che la sua mente può vedere. Dopo mesi passati a guardare le porte della percezione aprirsi, finalmente ho capito che tutti gli accenni che mi erano stati fatti e che avevo inconsciamente scartato come semplici allegorie andavano invece presi alla lettera.

Quando Saichō, fondatore della scuola buddhista Tendai, disse che tutti gli esseri sono capaci di illuminazione, nel numero includeva anche piccoli ciottoli, rane e alberi. Quando qualcuno tira fuori alcune bambole dall’armadio e le mette alla finestra in modo che “possano prendere un po’ d’aria”, come ha fatto il marito di una mia conoscente, la sua non è necessariamente una figura retorica.

Questa realizzazione mi ha fatto capire quanto il Giappone, che sapevo molto diverso da tutto quel che conoscevo, lo sia ancora più di quanto avessi mai sospettato. Per tutti questi anni, come la maggior parte, se non tutti, gli occidentali, ho visto i robot industriali, le fotocamere, i macchinari sofisticati, l’eleganza del design giapponese e la genialità con cui questo antico popolo si è adattato all’elettronica e alle fibre ottiche, ma non questo lato magico e primitivo.

E lo Shinto? Lo Shinto in fondo è animismo, no? Sì, ma lo Shinto è una religione—ma non in senso europeo—mentre qui si parla di un modo di interpretare la realtà, un precursore della religione.

A questo punto, un’obiezione che sento spesso è che spesso “ Queste sono solo superstizioni. Ci sono anche in Italia.” No, non è la stessa cosa. In Italia queste sarebbero effettivamente superstizioni, residui di paganesimo privi del loro contesto originale che dava loro senso, importanza e soprattutto un posto a tavola in società. Chi crede se ne vergogna.

Ma quando simili idee sono modi accettati di conoscere il mondo insegnati da una generazione all’altra, condivisi da diverse religioni, istituzioni politiche e ogni strato della società, diventano una visione del mondo che non può essere liquidata così facilmente perché definisce una cultura.

Ma come ho potuto – insieme a praticamente tutti gli altri – non notare nulla? Come puoi vivere per decenni in un paese e ignorare una differenza colossale come questa, insieme alle sue manifestazioni e conseguenze?

Credo sia più semplice di quanto sembri. Vi è mai capitato di leggere da qualche parte, per caso, un nome mai sentito prima solo per vederlo ovunque da allora in poi? Ti chiedi come avresti potuto mancarlo, ma scartare ciò che non serve è un meccanismo naturale della nostra memoria.

Ho reinterpretato, e reinterpretato male, ciò che ho visto sulla base di ciò che sapevo. Ho interpretato metafora poetica l’affermazione di Saichō , storicamente importante, che tutti gli esseri sono in grado di raggiungere il satori come un metafora poetica, per esempio, perché non potevo concepire che Saichō credesse che una rana può raggiungere l’illuminazione.

Il motivo per cui quel disegno ha avuto un impatto così grande su di me è che era interpretabile in un solo modo e quel modo si scontrava con tutto ciò che credevo e credo. Un semplice disegno ha innescato un cambiamento immenso. Una volta saputo dove guardare, anche con una sana dose di scetticismo sono giunto alla conclusione che l’animismo è davvero ovunque in Giappone. E ho capito che la mia visione della realtà e quella del popolo giapponese sono incompatibili.

Il problema più grande che l’incomprensione della natura dell’animismo porta ad una serie di errori non casuali ma altamente sistematici. Questa sistematicità nasconde le contraddizioni interne dell’animismo a chi lo osserva.

Due libri sono stati fondamentali per me per arrivare a questa conclusione. Essi hanno trasformato una serie di enigmi in altrettante ovvietà, cose che non potrebbero essere altrimenti.

Il primo è Japan, An Attempt to an Interpretation, di Lafcadio Hearn, del 1904. Il secondo è Ancestor Worship and Japanese Law di Nobushige Hozumi, del 1901.

Ambedue dicono la stessa cosa. Il Giappone e la sua cultura si basano sul culto degli antenati, che a sua volta poggia sull’animismo. Hozumi dice che l’intero sistema legale giapponese nel 1901 aveva come scopo la protezione e regolamentazione del culto degli antenati.

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